mercoledì 14 marzo 2012

«Grandi spazi a sinistra. Il PD deve parlare a quegli elettori» - Simone Collini su L'Unità

Trovo abbastanza inutile e anche un po' stucchevole i dibattito sul governo,con addirittura il tentativo di dividere il Pd tra chi vuole sostenere convintamente Monti e chi no». E per argomentare il suo giudizio Dario Franceschini partedauna«semplice considerazione»: «Il governo Monti noi lo abbiamo voluto, è la destra che lo ha subìto». Per il capogruppo del Pd alla Camera va quindi sgombrato il campo da discussioni sterili, mentre va utilizzato il tempo che separa dalle prossime elezioni per «far capire che tipo di Italia vogliamo costruire noi». Avendo in particolare un obiettivo: «Recuperare a sinistra».
Partiamo dal governo Monti: si discute sul tasso di convinzione con cui il Pd lo sostiene...
«Discussione inutile e stucchevole. Il nostro sostegno deve essere convinto perché sta lavorando sulla base della missione che gli è stata affidata, che è quella di affrontare l'emergenza del Paese».
A prescindere da come realizzi questa missione?
«Sapevamo dall'inizio che essendo sostenuto da una maggioranza composta da avversari politici, che torneranno ad affrontarsi alle prossime elezioni, ogni scelta del governo sarebbe stata necessariamente frutto di mediazioni. Alcune misure potranno soddisfarci di più, altre di meno, ma non mancherà mai il nostro sostegno».
Alfano ha fatto saltare il vertice Monti-leader perché si sarebbe parlato anche di Rai e legge anticorruzione: è pensabile che il governo non affronti simili temi?
«Non si può sostenere che il governo si debba occupare solo di economia e il Parlamento delle altre questioni, è una divisione forzosa. Anche perché ogni provvedimento che il governo adotta deve avere il consenso del Parlamento. C'è una vocazione principale riguardante i temi finanziari ed economici, ma è difficile togliere il resto delle questioni dal tavolo. Anche perché tutti gli studi dimostrano che una delle condizioni dell'Italia per uscire dal la crisi è la lotta alla corruzione, che pesa quasi quanto l'evasione, che il

Pd, idee più che alleanze - Luca Di Bartolomei su Europa

Non sarò certo io a difendere la “foto di Vasto” ma le elezioni primarie stanno lasciando sul campo del Pd un capro espiatorio politico ingombrante ma ingannevole. Cosa è cambiato oggi per cui non va più bene quell’alleanza con Vendola e Di Pietro che invece dopo Milano e Genova a molti appariva come imprescindibile? Quello che voglio dire è che il problema non sono le alleanze ma la qualità della nostra proposta politica. E con proposta politica non parlo del segretario, che si è impegnato in un serio lavoro per tenere in piedi il Partito durante passaggi turbolenti dai quali, tirando le somme, siamo però usciti senza riuscire a cogliere i benefici politici del crollo della destra. Con proposta politica mi riferisco alla incapacità di tutti noi di dare una risposta, come partito, a quel bisogno di cambiamento che gli italiani (nel loro insieme) esprimono. 
Il lungo declino – trasformatosi negli ultimi mesi in un pesante tracollo – di cui Berlusconi e la sua compagine governativa sono responsabili, oltre ad aver portato l’Italia sull’orlo del default, ha prodotto negli italiani un tale orrore nei confronti della politica che oggi esistono poche organizzazioni legali nel nostro paese odiate come i partiti. Noi, il Pd, a questi avvenimenti nuovi degli ultimi 12 mesi abbiamo risposto rinnegando progressivamente il nostro spirito originario: stritolati ed impauriti, a sinistra, da un populismo antagonista, e a destra, da un assottigliamento che abbiamo aiutato al grido di «meno siamo meglio stiamo». Abbiamo provato a sostituire il riconoscimento popolare come forza politica riformista con la legittimazione tra apparati: a questo nostro allontanamento le persone hanno risposto guardandoci come alieni e percependoci in alcuni casi come corresponsabili dello sfacelo berlusconiano. 
L’apprezzamento di cui gode questo governo di non politici ne è la prova: la più attuale fotografia sondaggistica (quella fatta da Ipr Marketing per la Repubblica) ci racconta che un partito dei tecnici senza

Il giusto perimetro del “campo largo” - Massimiliano Smeriglio su Europa

La crisi globale scoppiata nel 2008 nelle case degli americani e lo sconfortante spettacolo della politica nostrana hanno aperto il campo ad ipotesi del tutto inedite, a scenari difficili da prefigurare e alleanze a geometria variabile. Eppure al voto manca poco più di un anno. Il governo politico dei tecnici ci sta consegnando una fase costituente che guarda esplicitamente alla edificazione della Terza repubblica ben oltre l’idea crociana della parentesi. In politica la sospensione non esiste, viceversa si consolida, persino al di là della volontà di Monti, l’idea che nulla tornerà come prima. 
E non è detto che sia un male. In fondo solo e soltanto questa idea di rivoluzione senza popolo, di una élite tecnocratica apparentemente disinteressata (al netto del sistema bancario), di persone competenti e sobrie è stata in grado di mettere nell’angolo il populismo liberista e sguaiato di Silvio Berlusconi. Almeno per ora, e non del tutto. La politica ha bisogno, per tornare a svolgere un ruolo apicale nella società italiana (ma anche europea), di un processo profondo di rilegittimazione popolare. Simile a quello che portò De Gaulle a immaginare il profilo della Quinta repubblica francese. Salvaguardia della dimensione democratica a fronte di dinamiche globali oggettivamente post democratiche. Capacità ed efficacia nell’azione di governo. Riforma dei corpi intermedi e della Costituzione materiale dei partiti. 
Questi gli ingredienti principali per non consegnare il paese ad una astratta “grossa coalizione” capace forse di difendere il sistema paese su scala internazionale, ma assolutamente impossibilitata ad affrontare i nodi della nostra epoca: l’aumento gigantesco delle disuguaglianze, la conversione ecologica del nostro sistema industriale, la riforma inclusiva del welfare, il reddito minimo (tanto per stare sul dibattito del momento), la progettazione di quelle infrastrutture immateriali capaci di tutelare e valorizzare un paesaggio e un patrimonio storico artistico unici al mondo. Va decisamente in questa direzione la discussione animata nell’ultimo anno

Così il Pd perde pezzi - Franco Vittoria su Europa

Vittoria Franco
Siamo alle solite. Si riparla delle primarie e di come regolarle. Il tema credo che non sia la rottamazione delle primarie. Il nodo è il territorio che sfugge alle dinamiche della politica della prima modernità. Qualcuno nel Pd ha ancora in testa un centralismo di vertice, immaginando che il partito possa includere tutti i pezzi di una società in mille frammenti. La piramide si è capovolta e il vertice non è più Roma. Può sembrare un’esagerazione ma provo a fare un ragionamento.
Se Roma non percepisce più la mutevolezza dei territori e delle comunità, è perché ha in testa il metodo del sistema elettorale vigente, e questo fa sbandare un classe dirigente che fa fatica a capire che sempre più la politica è fuori dalla politica. La stagione che stiamo vivendo sta segnando in modo negativo la presenza dei partiti, ma è pur vero che invece i movimenti e le tante nuove libertà spesso coprono il vuoto dei partiti senza territorio. 
I movimenti civici sono attraversati da un nuovo grande aggregato sociale con una ritrovata voglia di appartenenza culturale.
Questi movimenti attraversati dai “senza luogo” e i “senza tessera” stanno cambiando la geografia politica dei territori. Non si tratta di sentenziare su come fare le primarie, basterebbe “leggere” come sta cambiando il tessuto sociale e culturale del nostro paese. Non viviamo una crisi di valori ma un conflitto tra valori che genera nuovi pensieri e nuove libertà che i partiti cosi organizzati fanno fatica a rappresentare. Così le nuove libertà e i “senza luogo” si organizzano spesso creando un “contropotere” ai partiti.
Il Partito democratico è nato anche per tentare di rappresentare “i figli dei nuovi colori della politica” coniugando le diversità culturali e la sfida dei tempi nuovi. Il compito dei Democratici in questo tempo sospeso non è facile, ci troviamo ad un bivio: o si rompe con le navi delle vecchie mozioni congressuali e si apre una nuova stagione costituente del partito o saremo tutti travolti da un “contropotere organizzato”.
Allora tentiamo di costruire un campo largo e inclusivo, un campo che veda protagonisti i movimenti e i “senza luogo”, le associazioni e il mondo del volontariato virtuoso. Invece vedo il rischio che in attesa del

I lavoratori così poveri che lo stipendio se lo fanno versare nel cappello - Francesca Fornario su L'Unità

In un negozio alla moda di Milano, i commessi sorpresi a commettere un errore venivano costretti a fare dieci flessioni. La direzione deve aver frainteso il concetto di «lavoro flessibile». Un commesso con un contratto flessibile guadagna in media 19 euro al giorno. Due milioni di lavoratori vivono sotto la soglia di povertà, senza contare chi lavora in nero. Due milioni di lavoratori sono così poveri che lo stipendio se lo fanno versare nel cappello. Gli annunci di lavoro, ormai, sono delle tali fregature che vengono pubblicati accanto a quelli degli occhiali a Raggi X per spiare la vicina quando si spoglia. 
È anche per questo che decine di migliaia di persone, venerdì, sono scese scese in piazza con la Fiom. Per difendere la democrazia nei luoghi di lavoro (e non) e per chiedere una pianificazione industriale sostenibile. Per esempio: perché Finmeccanica, controllata al 30 per cento dallo Stato, dismette le aziende che costruiscono treni e non quelle che costruiscono armi? Va bene che le pallottole viaggiano più veloci dei vagoni, ma non servono ai pendolari. Tranne a quelli di cui sopra. In corteo hanno sfilato anche i sindaci della Val di Susa contrari alla Tav. 
La Tav, concepita agli inizi degli Anni Novanta, è superata come una canzone degli Europe (non vi ricordate chi sono? Appunto), è un’opera così vecchia che il progetto originale è stato disegnato con una punta di selce su un vaso di terracotta dell’Età del Bronzo, ma il punto non è questo. Il punto è che il Partito Democratico ha rinunciato ad aderire alla manifestazione della Fiom per non ritrovarsi al fianco dei sindaci (del Partito Democratico) che vogliono bloccare gli scavi in Val di Susa. Mentre il Pd è favorevole agli scavi. Infatti, si sta scavando la fossa. Del resto, anche se il Pd ha deciso di non esserci, nel corteo c’erano migliaia di elettori del Pd. Erano così tanti che Bersani ha chiesto di ricontarli.

Se diminuisce la povertà - Moises Naim su Repubblica

Israele bombarderà le installazioni nucleari iraniane? Se la Grecia affonderà, l´Europa precipiterà in un caos economico che destabilizzerà l´intero pianeta? Il treno della crescita cinese deraglierà dalla sua corsa? La lista dei pronostici funesti è lunga e facile da compilare. Le cattive notizie abbondano. Tanto più sorprende, quindi, che le buone notizie passino quasi inosservate. E in questi giorni il mondo ha ricevuto un´ottima notizia. 
La povertà nel 2010 si è dimezzata rispetto al 1990 e il numero dei poveri è diminuito in ogni parte del mondo. È così: secondo un recente rapporto della Banca mondiale, tra il 2005 e il 2008, nell´Africa subsahariana, nell´America Latina, nell´Asia e nell´Europa orientale si è ridotta la percentuale di persone che vivono in condizioni di estrema indigenza (cioè quelle persone che guadagnano meno di 1,25 dollari al giorno). È la prima volta che una cosa del genere succede da quando si è cominciato a tenere statistiche sulla povertà a livello mondiale. Questo risultato è tanto più sorprendente in quanto questa diminuzione della povertà avviene durante la crisi economica più grave che il mondo abbia vissuto dai tempi della Grande Depressione. 
Lo stesso presidente della Banca mondiale nel 2010 aveva manifestato la sua grande preoccupazione per l´impatto che avrebbe avuto la crisi sulla povertà nel mondo: i suoi esperti stimavano che il numero di persone indigenti sarebbe aumentato nell´ordine di decine di milioni. Per fortuna si sono sbagliati. Si sono sbagliati a tal punto che il pianeta raggiungerà prima del previsto il traguardo di riduzione della povertà fissato dagli Obiettivi di sviluppo del millennio, sui quali 193 Paesi delle Nazioni Unite si sono accordati nel 2000. Uno di questi obiettivi era dimezzare la povertà estrema nel mondo entro il 2015. A quanto sembra, il traguardo è stato centrato con 5 anni di anticipo. 
La spiegazione è che, nonostante la crisi, le economie dei Paesi più poveri e più popolati hanno continuato a crescere e a creare occupazione. Ed è una tendenza che è cominciata trent´anni fa: ad esempio, dal 1981 a oggi sono usciti dalla povertà 660 milioni di cinesi. In Asia, la povertà estrema, che negli anni 80 colpiva il 77 per cento della popolazione, nel 1998 riguardava solo il 14 per cento. Tutto questo non sta succedendo solo

Anche il Pd è preoccupato per il quid - Stefano Menichini su Europa

Ha ragione Enrico Letta a preoccuparsi perché «appena lo spread scende un po’, si ricomincia coi giochini irresponsabili». Già la settimana scorsa è stata animata da polemiche tipiche di quando si correva ignari verso l’abisso. Sia su questioni inventate (l’accusa al Pd di voler discutere di poltrone Rai) che su questioni serissime (la tragedia nigeriana, la detenzione dei marò in India), gli orfani di Berlusconi hanno cercato di alzare polveroni dietro i quali rifiatare, rispetto a una crisi di partito e di coalizione che appare irrecuperabile.
Ora c’è il rischio che la fiammata di pochi giorni divenga regola. E che accendere focolai divenga, per qualcuno nel Pdl, la strategia elettorale in vista di un drammatico turno amministrativo. È chiaro – a molti anche dentro al Pdl – che l’agenda Monti è ancora troppo importante per permettersi il lusso di farla saltare.
Anche in questo senso (non solo come diversivo rispetto a Rai e giustizia) vanno lette le parole di Alfano a Orvieto, l’improvvisa enfasi sui temi del lavoro: la trattativa fra governo e parti sociali è vicina alla svolta. C’è la possibilità che anche questa biglia di Monti finisca in buca: una riforma di contratti e ammortizzatori sociali che, per quanto differita nel tempo, possa cambiare (sulle regole, le dinamiche reali saranno da verificare) il panorama del lavoro italiano.
Se Fornero riuscisse – e riuscire stavolta significa avere il consenso di tutti i sindacati – il governo figlio di nessuno troverebbe molti padri. Un esito ottimo per il paese, pessimo per chi pensa di poter recuperare spazio per sé solo nello sfascio: come reagiranno costoro?
C’è il timore nel Pd che Alfano non abbia il quid per tenere il Pdl fermo e unito sulla linea della responsabilità. C’è l’impressione che si ballerà ancora nelle prossime settimane, nonostante lo stato di salute del paese non permetta certi divertimenti. Per questo si vuole stringere il segretario del Pdl ai suoi doveri, in un vertice politico formale. Ed è importante che ieri da Vendola sia stata ribadita la non belligeranza a sinistra: sarebbe dura per il Pd sostenere il governo venendo preso fra due fuochi.

martedì 13 marzo 2012

La Repubblica fondata sull'insicurezza - Ilvo Diamanti su Repubblica

È il Lavoro la questione intorno a cui ruota il dibattito politico di questa fase. L'articolo 18, il mercato del lavoro, gli ammortizzatori sociali, il futuro dei giovani, il posto fisso, i mammoni. Angelino Alfano ha indicato al governo tre priorità: "Lavoro, lavoro e lavoro". Apostrofato da Bersani: "L'ha scoperto solo ora (per non parlare delle frequenze tivù)".
Il lavoro e il suo reciproco: il non-lavoro attraggono, dunque, l'interesse degli attori politici e del governo. Ma, forse, non abbastanza rispetto a quanto avviene nella società. La disoccupazione, infatti, è il problema più sentito dai cittadini, in Italia, da almeno due anni, come emerge dai dati dell'Osservatorio sulla sicurezza in Europa (curato da Demos, l'Osservatorio di Pavia e la Fondazione Unipolis), a cui facciamo riferimento in questa Mappa.
Una persona su due, infatti, si definisce "frequentemente" preoccupata - per sé e i propri familiari - di perdere il lavoro (gennaio 2012). Circa dieci punti in più rispetto a un anno fa. D'altronde, nel campione rappresentativo della popolazione italiana, il 35% dichiara che, nell'ultimo anno, in famiglia, qualcuno ha cercato lavoro, senza trovarlo. Il 22%, che (in famiglia) qualcuno è stato messo in mobilità o in cassa integrazione. Il 19%, infine, che qualcuno, in famiglia, ha perduto il lavoro. In definitiva, quasi una famiglia su due sta sperimentando gli effetti della crisi sul piano dell'occupazione.
Un problema comune al resto d'Europa, dove si rileva un grado di inquietudine analogo. Con una differenza significativa. L'85% degli italiani ritiene che i giovani, nel prossimo futuro, occuperanno una posizione sociale peggiore rispetto ai genitori. Quasi 10 punti in più rispetto a Francia e Gran Bretagna, ma circa 20 più che in

Questione morale ultimo atto - Stefano Rodotà su Repubblica

LO STILLICIDIO delle informazioni sui fatti di corruzione, quasi un quotidiano bollettino di guerra, rende sempre più insopportabile l'attesa di qualche nuova norma che consenta di opporsi in modo un po' più efficace ad un fenomeno dilagante. Le cronache confermano che la corruzione è ormai una struttura della società italiana, è penetrata ovunque, come testimonia la presenza tra i corrotti di politici e amministratori, imprenditori e primari medici, poliziotti e vigili urbani.
Ogni ritardo del Parlamento diventa un aiuto a questo nuovo ceto sociale. E proprio la "disattenzione" politica spiega perché, a vent'anni da Mani pulite e dalle speranze allora suscitate, la corruzione sia divenuta sempre più diffusa.
Ricordiamo quel che disse il cardinale Tettamanzi, lasciando la diocesi di Milano: "Gli anni della cosiddetta Tangentopoli pare che qui non abbiano insegnato nulla, visto che purtroppo la questione morale è sempre d'attualità". Ma vi è un documento recentissimo che descrive con spudoratezza una condizione della politica. È la memoria difensiva di un politico calabrese accusato di rapporti con ambienti criminali, dov'è scritto: "La mentalità elettoralistico-clientelare è diventata cultura, costume e inevitabilmente anche modo di governare" e quindi, per il politico che "vive ed opera in questo difficilissimo ambiente, mettersi a disposizione è quasi d'obbligo, senza grandi possibilità di crearsi una difesa che lo garantisca da immorali e infedeli strumentalizzazioni. Il mettersi a disposizione è condizione quali fisiologica dell'attività politica svolta in Calabria, con la conseguenza di affidarsi supinamente alla lealtà dell'interlocutore".
Questa richiesta di una "assoluzione sociologica" riguarda i rapporti con ambienti criminali, ma descrive una più generale regola di comportamento dove il "mettersi a disposizione" s'intreccia con le

Meno lavoro per i ceti medi ignorati impiegati e insegnanti si cercano solo qualifiche alte - Valentina Conte su Repubblica

MENO insegnanti e impiegati, più dirigenti e professionisti. Meno colletti bianchi e tute blu, più ingegneri e imprenditori. Il mercato del lavoro cambia pelle e in quindici anni travolge soprattutto le qualifiche intermedie a favore delle professioni intellettuali. È la rivincita della laurea, ma anche l'ultimo colpo al ceto medio, sempre più svuotato e impoverito. Con una sorpresa. Avanza, nel periodo più recente, anche l'occupazione a bassa qualifica. Il segno evidente di un'evoluzione ad "U" del mercato italiano, del tutto simile a quanto sperimentato dagli Stati Uniti negli anni '90. Si impennano working poors e top manager. In mezzo, crollano travet e operai.
UPGRADING E POLARIZZAZIONE Per descrivere l'Italia che lavora, la Banca d'Italia - nel recente studio di Elisabetta Olivieri, "Il cambiamento delle opportunità lavorative" - utilizza due termini: "upgrading" e polarizzazione. E li mette in relazione a due fasi della storia più recente. La prima, tra il 1993 e il 2000, segnata da un netto calo di tutte le professioni a bassa e media qualifica, a favore di quella alta.
Un classico esempio di "upgrading", di aggiornamento e miglioramento di opportunità e qualifiche, che ha caratterizzato tuttii paesi europei. Il secondo periodo, dal 2000 al 2009, più vicino all'esperienza americana: rimane alta la quota delle professioni "intellettuali", ma cresce anche quella dei lavori poco specializzati e dunque il mercato si "polarizza" agli estremi, a danno delle qualifiche intermedie.
INFORMATIZZAZIONE E IMMIGRATI Cosa spiega la doppia fase? Sicuramente un cambiamento nella domanda di lavoro più che nell'offerta. Non sono i laureati in più a modificare lo scenario, ma le nuove tecnologie (soprattutto l'informatic a) e la delocalizzazione all'estero delle mansioni di routine del processo produttivo a facilitare il passaggio all'automazione e a svuotare il settore di mezzo, quello a media retribuzione di operai e impiegati d'ufficio, compensati da più manager e specialisti. Lo dimostra la curva dei salari, anch'essa polarizzata: cresce per le professioni al top, ma anche per quelle più basse, soprattutto

Armi spuntate contro la corruzione - Marco Alessandro Bartolucci su Lavoce.info

La Camera discuterà presto il disegno di legge anticorruzione, già approvato dal Senato nel giugno 2011. Se la proposta diventasse legge, si rafforzerebbe il contrasto della corruzione? Probabilmente no perché il Ddl non prevede strumenti idonei a combattere il fenomeno, come invece è stato fatto in altri paesi. Soprattutto, non contempla ipotesi di non punibilità collegate a forme di collaborazione che spezzino dall'interno il vincolo di omertà tra corrotto e corruttore. Ma nessuna economia può reggere un costo della corruzione dell'ordine di 60 miliardi l'anno.
A pochi giorni dalla ricorrenza del ventennale dell’arresto di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, casus belli dell’emersione della cosiddetta Tangentopoli con l’inchiesta “Mani Pulite”, il Parlamento torna a discutere il disegno di legge dal titolo “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione” presentato il 4 maggio 2010 e approvato dal solo Senato il 15 giugno dell’anno scorso.
PREGI E DIFETTI DEL DDL
Non è la prima volta che si prova a riformare la struttura normativa relativa ai reati di corruzione e concussione, eppure non si rinvengono ancora significative modifiche rispetto al modello utilizzato dal legislatore storico. (1) 
Anche la lettura dell’attuale versione del disegno di legge non pare mutare particolarmente la situazione, benché sia ravvisabile un lodevole tentativo, ancorché abbozzato, di identificare e circoscrivere quelle condotte, penalmente poco o nulla rilevanti, che però costituiscono linfa vitale per gli illeciti, quali la poca trasparenza che permea l’attività amministrativa e la definizione di eventuali conflitti di interessi degli incaricati di pubblico servizio. Positive inoltre l’istituzione dell’Autorità nazionale anticorruzione, in attuazione dell’articolo 6 della Convenzione Onu 2003, la tutela del dipendente pubblico che denuncia l’illecito e la delega all’esecutivo per l’adozione di un regolamento in materia di ineleggibilità di soggetti raggiunti da

Giarda: dalla revisione della spesapiù risorse per diminuire le tasse - Enrico Marro su Corriere della Sera

Ministro Piero Giarda
Ministro Giarda, che contributo può venire dalla «spending review» al risanamento dei conti pubblici?
«La revisione della spesa è una procedura che dovrebbe costituire un dato permanente - risponde il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, che ha ricevuto dal presidente del Consiglio, Mario Monti, la missione di rivedere una per una tutte le voci di spesa -. La nostra attenzione è concentrata sulle risorse impiegate per il finanziamento dei servizi delle amministrazioni centrali, nel complesso quindi circa 100 miliardi di euro destinati alle spese di personale, di funzionamento e ai consumi intermedi.
Con quale obiettivo?
«L'obiettivo è quello di migliorare la qualità dei servizi offerti a cittadini e imprese, senza aumentare la spesa, di favorire l'ammodernamento e l'efficienza della Pubblica amministrazione. Ridurre gli sprechi, le duplicazioni, favorire l'aumento di produttività».
Un programma ambizioso.
«Le proiezioni tendenziali su cui questo e i precedenti governi hanno definito interventi correttivi implicano l'invarianza della spesa primaria (al netto degli interessi) nei prossimi anni. Per alcuni comparti la naturale tendenza difficilmente potrebbe consentire di rispettare questo principio. Bisogna allora intervenire sulla struttura di produzione dei servizi pubblici per garantire il raggiungimento degli obiettivi prefissati, senza causare tagli non necessari dell'offerta dei servizi. Ma si può fare anche di più. La speranza è di reperire fondi da destinare alla riduzione della pressione fiscale o a misure per lo sviluppo».
In che tempi?
«Il programma è di presentare entro aprile, in Consiglio dei ministri, un primo rapporto sulle criticità che

La grande fuga dall'università ci va solo il 60% dei diplomati - Salvo Intravaia su Repubblica

GIOVANI italiani in fuga dall'università. Mai come quest'anno, lo spread, cioè la differenza, fra i diplomati della scuola superiore e gli immatricolati all'università è stato così alto. A certificarlo è lo stesso ministero dell'Istruzione. 
IL MINISTERO, incrociando i dati in suo possesso, ha pubblicato uno studio sul "passaggio dalla scuola secondaria di secondo grado all'università". Il primo "ad ampio spettro", dicono da viale Trastevere, sulle scelte di chi prende la maturità. Nel 2011-2012, il numero di immatricolati negli atenei italiani rappresenta poco meno del 60 per cento del totale dei diplomati dell'anno precedente. Un dato che, sfogliando l'XI rapporto del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario italiano, rappresenta il valore più basso degli ultimi trent'anni. Nel 2010-2011 gli immatricolati sono stati il 64,1 per cento dei diplomati e dieci anni prima si superava quota 70 per cento. 
Penuria di risorse economiche da parte delle famiglie per affrontare le spese relativea tasse, alloggio per gli studenti fuori sede e libri di testo? O semplice sfiducia da parte dei giovani nelle possibilità di trovare un lavoro anche con il fatidico "pezzo di carta"? «La prospettiva di anni di precariato e stage gratuiti anche per i laureati non è certo incoraggiante per chi deve decidere se proseguire gli studi», dice Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell'Unione degli universitari. 
E aggiunge che anche i tagli alle borse di studio e ai fondi hanno contribuito a scoraggiare i giovani: «Basti pensare che oggi, uno studente su tre che per reddito avrebbe diritto alla borsa di studio- dice Orezzi- non può percepirla per carenza di fondie che, per effetto dei tagli, le università hanno dovuto aumentare le tasse e introdurre il numero chiuso in quasi tutte le facoltà. Si può invertire la tendenza soltanto riprendendo ad investire sui giovani e sull'università». La stessa distribuzione territoriale del fenomeno sembrerebbe confermare questa tesi: al Sud, dove un maggiore tasso di disoccupazione si accompagna a stipendi medi più

Ma la nazione siamo tutti noi - Ernesto Galli Della Loggia su Corriere della Sera

Non è solo l'economia. Come ho detto in un precedente articolo ( Corriere del 7 marzo), il fattore che in specie nei Paesi del nostro continente sta mettendo nell'angolo la politica, rendendola in molti casi irrilevante, ancor più dell'economia è la perdita (consapevolmente quanto incautamente accettata) di sovranità da parte dello Stato nazionale. Perdita particolarmente sensibile in questa parte del mondo, dove essa avviene, come si sa, sotto la regia incalzante, e a favore, dell'Unione Europea.
Ma c'è di più: perché, alla lunga, l'assottigliamento della sovranità nazionale rischia di privare della sua ragion d'essere la stessa democrazia, la stessa sovranità popolare: dal momento che questa non è pensabile che nel quadro dello Stato sovrano. Perché esista la sovranità della nazione, infatti, e dunque l'idea dell'autogoverno, e quindi il meccanismo della rappresentanza, è necessario che esista preliminarmente uno Stato dotato degli attributi della piena autonomia e del comando. Alla fin fine - come ha spiegato bene uno studioso francese, Pierre Manent - il volere delle maggioranze non potrebbe nulla senza il potere dello Stato sovrano.
Sia logicamente che storicamente la sovranità popolare presuppone quella statale, e si costituisce facendosene l'erede. Non basta: per capire quale intreccio vi sia tra democrazia e statualità si pensi solo al fatto che è proprio in relazione alla forza minacciosa dello Stato sovrano che si è affermata la necessità «difensiva» costituita vuoi dalla divisione dei poteri dello stesso Stato, vuoi dalla garanzia dei diritti individuali di libertà.
È sempre l'idea di nazione, infine, è sempre l'esercizio della sovranità popolare direttamente derivata da quella dello Stato, che ha rappresentato il presupposto storico che prima o poi è valso a porre all'ordine del giorno in tutti gli Stati nazionali il grande tema dell'eguaglianza delle condizioni tra tutti i cittadini. Come

lunedì 12 marzo 2012

Cuperlo: «Pd, al diavolo Vasto e le foto C'è un leader, votiamo una linea...» - Gianni Cuperlo su L'Unità

C’era una volta la rubrica di Cuore “ parla come mangi”. Traduceva il gergo politico in sentimento e riduceva le formule, di solito le più pedanti, a pura sostanza. Era spassosa. Spesso cattiva, ma spassosa. Mi è tornata in mente dopo quest’ultimo capitombolo palermitano. Che tale è per diverse ragioni, tutte risapute. Ma il punto, come si è visto dalle reazioni, traguarda l’ambito locale e investe il Pd, la sua strategia, la sua leadership. Dovrei citare una serie di dichiarazioni ma porterebbe via dello spazio e allora mi fermo alla traduzione.
Che più o meno suona così: «1. Milano, Genova e adesso Palermo, qua le perdiamo tutte. 2. La linea del segretario va spedita contro un muro. Primo perché con Vendola e Di Pietro ci condanniamo a una opposizione perenne. Secondo perché, quando pure dovessimo vincere nelle urne, ci sfasceremmo il giorno appresso, sulla Tav o qualcos’altro. 3. dopo un premier bocconiano – sobrio, capace e poliglotta – tutto si può immaginare meno che portare a Palazzo Chigi il filosofo di Bettola.
Per cui – e questa è la chiusa – mettiamo una lapide sul centrosinistra e prepariamoci a un Monti bis con qualche correttivo o in ogni caso a quella svolta centrista del Pd che oggi sta nelle cose. Contenuti e alleanze comprese». Ora, che questa analisi, depurata dalle asprezze personali, orienti la linea del Corriere della Sera tutto sommato è comprensibile. Meno che sia la traccia di un pezzo – non so quanto esteso – del nostro partito. E ciò non tanto per la logica di squadra, o di comunità, che non ricordo più dove abbiamo abbandonato (ma da qualche parte l’abbiamo abbandonata) quanto per la negazione delle ragioni che il Pd fondarono soltanto alcuni anni fa. In sintesi, quel progetto mirava a fondere tradizioni distinte del riformismo in una moderna identità “democratica”, collocando la nuova forza nel campo progressista e facendone il perno di una delle gambe del nostro bipolarismo.
Al primo tentativo, nel 2008, abbiamo perso. Tutto dovrebbe spingerci a considerare la volta prossima – il

La sfida dei cattolici - Agostino Giovagnoli su Repubblica

A vent´anni da Mani Pulite, il bilancio della Seconda Repubblica appare sempre più problematico, mentre alcuni dei suoi principali protagonisti - in primis, la Lega e il Pdl - sono sempre più in difficoltà. Non è strano, perciò, che recentemente si siano moltiplicate le fibrillazioni e che si profili il rischio di una fase molto convulsa fino alle elezioni del 2013. In tale contesto, c´è chi cerca di imputare al governo Monti la crisi della politica, attribuendo ai "tecnici" disprezzo per quest´ultima e volontà di sostituirsi ai partiti. Si spiega così anche lo "strano" incidente del ministro Riccardi. Alcune sue frasi captate a distanza dai cronisti sono state presentate come espressione di disprezzo per la politica e i politici. 
Ma le sue scuse hanno smentito l´idea di un´"arroganza dei tecnici", mentre i suoi studi e le sue dichiarazioni rivelano una visione alta della politica. L´interpretazione dei frammenti del suo pensiero riportati dai mass media, infatti, va rovesciata: egli ha espresso un giudizio su un modo strumentale di usare la politica che umilia quest´ultima e la stravolge profondamente. Contrariamente a quanto si è detto, Riccardi ha posizioni opposte a quelle di Beppe Grillo, non ha alcuna simpatia per l´antipolitica e considera la stagione del governo Monti utile anche perché la politica riacquisti credibilità e autorevolezza. Qualcuno non ha capito - anche fra quanti lo hanno difeso - e altri hanno fatto finta di non capire il vero significato delle sue parole, confermando involontariamente la validità del suo giudizio: c´è oggi chi nei partiti rema contro la politica, la sua dignità, la sua rinascita. 
Si tratta di un grave errore, come hanno compreso i dirigenti del Pdl, fermando una mozione di sfiducia che si sarebbe trasformata in un boomerang (in questi giorni si sono moltiplicate sul web le espressioni di sostegno al ministro). Ma la questione va al di là della vicenda specifica e investe un problema di fondo: la politica - e, come ha ribadito anche Riccardi, non ci può essere politica senza i partiti - può uscire dalla sua

Riforma lavoro, riparte il confronto i nodi della trattativa oltre l'Art.18 - Carlo Clericetti su Repubblica

Riprende lunedì 12 la trattativa sulla riforma del mercato del lavoro. Il governo ha inviato la convocazione alle parti sociali, sindacati e imprenditori, dopo la sospensione per reperire nelle pieghe del bilancio le risorse finanziarie senza le quali è difficile che si possa concludere qualcosa, se non a prezzo di rotture con le parti sociali e di rischi per lo stesso governo. Le risorse sono il punto di partenza per poter discutere di come costruire un sistema di "flexicurity" sul modello danese, che abbini a una maggiore flessibilità del lavoro la sicurezza di una protezione adeguata per chi perde il posto. A oggi, le parti sono lontane e i nodi da sciogliere vanno ben oltre la questione dell'Articolo 18 (sul quale esiste una precisa proposta Cisl), riguardando soprattutto gli ammortizzatori sociali e la precarietà. Su quest'ultimo punto, tra l'altro, il governo dovra spiegare l'intervento fatto sul lavoro interinale, eliminando le causali con cui doveva esserne motivato l'utilizzo.
Sul fatto che gli aspetti più importanti della riforma del mercato del lavoro siano ben altri è d'accordo Fulvio Fammoni, segretario confederale e responsabile per la Cgil delle politiche del lavoro: "I capitoli fondamentali - spiega Fammoni - sono quelli della precarietà e degli ammortizzatori sociali. Poi c'è anche il tema della flessibilità in uscita, ma di certo non è quello più urgente. Gli ultimi dati hanno rilevato 64.000 nuovi disoccupati in un mese, con la condizione dei giovani che si fa sempre più drammatica. Senza la cassa integrazione oggi avremmo tre milioni di disoccupati. E comunque si è già concordato che fino a tutto il 2013 resta tutto com'è, poi si cominceranno ad applicare progressivamente i cambiamenti. La fase di transizione durerà 5 anni".
La protezione di chi non ha lavoro
In realtà, mentre tutto il "rumore" si concentra sull'articolo 18, è un altro e molto più difficile da risolvere -  perché richiede ingenti risorse finanziarie - il problema che si è aperto sulla "flessibilità in

Agenda digitale, il traguardo è vicino - Alessandro Longo su Repubblica

Banda larghissima a tutti grazie a miliardi di euro in arrivo dall´Unione europea. Commercio elettronico e lettori Pos diffusi a forza di defiscalizzazioni. Crediti agevolati per chi investe in innovazione. Ci sono questi tra i primi punti d´azione che compongono l´agenda digitale italiana, in un documento che i ministri coinvolti hanno approvato il primo marzo. È il primo risultato della cabina di regia interministeriale istituita per l´agenda, a un mese esatto dall´avvio (partecipano i ministri di Sviluppo Economico, Istruzione, Funzione Pubblica, il sottosegretario all´Editoria, i rappresentanti di Economia e Finanze, e della Coesione Territoriale). L´impegno è arrivare a un decreto entro il 30 giugno.  
Infrastrutture e Sicurezza Per banda larga e larghissima il governo ambisce a raggiungere gli obiettivi indicati dall´Unione Europea. E cioè copertura banda larga di base a tutti gli italiani entro il 2013; ma anche banda larghissima entro il 2020 (a tutta la popolazione i 30 megabit e al 50 per cento i 100 megabit). Lo Stato costruirà anche datacenter per dare servizi cloud computing alla pubblica amministrazione, per risparmiare e a migliorarne l´efficienza. Per queste infrastrutture al momento lo Stato ha trovato soldi solo per il Sud (1,2 miliardi per la banda larga/larghissima e 300 milioni per i datacenter), che vengono da fondi europei inutilizzati dalle Regioni. «Stiamo facendo la stessa ricognizione di fondi per il Centro-Nord. Da qui al 2014 arriveranno inoltre 9,2 miliardi di euro dall´Ue», fanno sapere da Sviluppo Economico. In quest´ambito il governo lavora anche a misure per potenziare la sicurezza delle reti, nei pagamenti e nell´identità digitale.  
e.Commerce Si pensa a defiscalizzare l´e-commerce per incentivare la domanda e l´offerta. Tra l´altro, equiparando l´Iva degli e-book a quella (ridotta) dei libri fisici. Il governo lavora anche a un modello di contratto unico per i diritti degli utenti e-commerce, a interventi sulla logistica. Siamo ultimi in Europa per quota di aziende che vendono online. Il governo intende rimediare facendo linee guida per le aziende,

Sconfiggere la recessione, lettera aperta degli economisti raccolti dal forum Cgil - su Europa

Nel quinto anno della crisi globale più grave da quella del 1929, una drammatica prospettiva di recessione incombe sull'Europa mettendone a rischio non solo l'euro ma anche il modello sociale e l'ideale della “piena e buona occupazione”, pur sancito in tutte le strategie europee, a partire dall'agenda di Lisbona. È proprio nel Vecchio Continente infatti che si stanno ostinatamente portando avanti politiche economiche fortemente depressive che minacciano un aumento della disoccupazione, specialmente giovanile e femminile. 
Non a caso il Fmi afferma che, anche a causa di ciò, il mondo corre il rischio di una nuova “grande depressione” stile anni '30. Eppure, si è scelta la linea dell'austerità, del rigore di bilancio – a cominciare dal Patto di stabilità e crescita, passando per il Patto euro plus, per arrivare all'attuale “Fiscal compact” – con l'idea di contrarre il perimetro statale continuando a sperare che i privati aumentino investimenti e consumi, sulla base della fiducia indotta dalle immissioni di liquidità nel circuito bancario, a sua volta “sollecitato” ad acquistare titoli di stato europei. Si è, dunque, deliberatamente optato per la non-correzione delle distorsioni strutturali di un modello di sviluppo economico basato sui consumi individuali, sull'ipertrofia della finanza, sul sovrautilizzo delle risorse naturali e sull'indebitamento, in contraddizione con il modello sociale europeo. Si è nuovamente scelta una politica monetarista e liberista. Si è pensato di contrarre i deficit pubblici – e con essi spesa e investimenti pubblici – per ridurre il ricorso all'indebitamento, nel tentativo di arginare gli attacchi speculativi sui debiti sovrani, sperando così di salvare l'euro e i precari equilibri economici tra gli stati membri. 
Ma non sta funzionando, perché non può funzionare. Non basta scommettere sulle aspettative dei mercati finanziari, degli investitori privati, delle banche, dei consumatori. Non è sufficiente puntare sulla “credibilità” dei governi. In Europa, ne sono cambiati ben cinque in 18 mesi (Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia e

Se cento giorni vi sembrano troppi - Eugenio Scalfari su Repubblica

Lo "spread" è quasi dimezzato rispetto a tre mesi fa, ma c'è anche chi scrive (Guido Gentili sul "24 Ore" di venerdì scorso) che uno "spread" a livelli pericolosi dava al governo Monti l'energia dell'emergenza e imponeva ai partiti di appoggiarlo senza riserve, mentre il recupero di una quasi normalità finanziaria allenta i vincoli della strana maggioranza esistente rendendo più fragile la tenuta del governo.
Questa riflessione è paradossale ma come tutti i paradossi contiene una parte di verità. Alcune fastidiose gaffe di ministri e di sottosegretari e alcuni drammatici episodi in Nigeria e in India hanno nei giorni scorsi dato la stura a critiche e ad uno scollamento evidente nel rapporto tra i partiti e il governo. La recessione in corso ha accentuato il malessere di molte categorie. Il movimento No-Tav è diventato una sorta di distintivo unificante per tutti gli scontenti d'Italia e la Fiom una sorta di sindacato-partito all'insegna del solito articolo 18.
Infine il "dopo Monti" e l'avvicinarsi delle elezioni amministrative del 6 maggio hanno risvegliato i partiti dal lungo letargo in cui sembravano caduti. Cresce l'insofferenza verso la "dittatura" dei tecnici ai quali si guarda come una necessaria sospensione della democrazia parlamentare, che dovrà comunque cessare nella primavera del 2013. Accenti di questo tipo sono anche contenuti nel "manifesto" dell'associazione "Libertà e Giustizia" che sarà illustrato domani a Milano da Gustavo Zagrebelsky.
Mettete insieme tutti questi disparati elementi e avrete una miscela che può produrre esiti imprevedibili e preoccupanti proprio nel momento più delicato della politica italiana. Tre mesi fa eravamo sul ciglio di un baratro, la credibilità del nostro Paese era scesa sotto il livello dello zero, dalla finanza e dalla tenuta del debito pubblico emergevano sinistri scricchiolii; la recessione dell'economia reale era già evidente e così pure il malessere sociale dei ceti più deboli, delle famiglie e del Mezzogiorno. Il Nord dal canto suo aveva cessato

"Mio marito Marco Biagi sbeffeggiato e lasciato solo ma voleva difendere i precari" -

Marco Biagi
Abbandonato dallo Stato, anzi «sbeffeggiato da chi doveva proteggerlo», vittima di «bugie terribili». Morte di un uomo rimasto solo con i suoi affetti familiari. Quella sera sotto il portico basso e male illuminato di via Valdonica «c´erano una decina di ragazzi che mi guardavano con occhi attoniti» e lì, davanti al portone di legno, la scena che da mesi popolava gli incubi di Marina Biagi, questa volta terribilmente reale: «Marco riverso sotto al portico, la bicicletta rovesciata, la sua borsa con le carte per terra, le chiavi… Mi sono guardata attorno, ripetevo "lo hanno ucciso...". Ricordo che c´era un maresciallo dei carabinieri che mi disse: "Ma chi è questa persona?", risposi solo "lo hanno ucciso le Brigate rosse...". 
Dieci anni dopo Marina Orlandi, moglie di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle nuove Br a Bologna, il 19 marzo del 2002, trova la forza per raccontare a tutti quel che per tanti anni ha tenuto per sé. Affida per la prima volta ricordi e amarezze, solo in voce, a La storia siamo noi, la trasmissione di Giovanni Minoli che mercoledì 14, in prima serata su RaiDue, dedicherà una puntata di ricostruzioni e interviste (curata da Carlo Durante, Marco Fiorini e Marco Melega) alla storia di una morte annunciata. E quel che accadde quella sera al tramonto, mentre uno dei due ragazzi «stava uscendo per l´allenamento di basket e l´altro aspettava il babbo per cena», e il babbo aveva chiamato rassicurante dalla stazione, come sempre, «io avevo appena buttato la pasta», quella scena feroce era stata fin troppo annunciata. 
I ricordi di Marina vanno all´autunno del 2001, quando al professore che lavorava al progetto di riforma del mercato del lavoro per il ministro del welfare Roberto Maroni era stata tolta anche l´ultima scorta, proprio mentre iniziavano «quelle brutte telefonate». Come quella che arrivò una sera, a casa: «verso l´ora di cena,

Tra riscatti e ipocrisie - Angelo Panebianco su Corriere della Sera

Puoi anche non curarti della politica internazionale. Sarà comunque lei a scovarti e ad occuparsi di te. Le due vicende dei marò italiani sequestrati dalle autorità indiane e del blitz britannico in Nigeria, ci hanno messo improvvisamente di fronte, come ha rilevato ieri Franco Venturini sul Corriere, alle nostre fragilità e alle incertezze con cui noi italiani, non da oggi, ci muoviamo nelle acque torbide e pericolose della politica internazionale. Per sovrappiù, in questo particolare frangente, queste vicende ci costringono anche a interrogarci sui limiti, se ci sono, dei governi sprovvisti di un esplicito mandato politico degli elettori.
Terrorismo, industria degli ostaggi, pirateria. Alla origine delle due crisi ci sono le nuove minacce alla sicurezza in un’epoca di globalizzazione. Con in più, in certi casi, la complicazione data dalle pretese di riconoscimento del proprio accresciuto status internazionale da parte delle nuove potenze extraoccidentali. Come mostra l’atteggiamento indiano nella vicenda dei soldati italiani.
Nella crisi nigeriana, scontiamo le ipocrisie e le ambiguità con cui da troppo tempo copriamo, di fronte a noi stessi, certe nostre scelte di fondo. Noi abbiamo la fama di pagare i riscatti sempre e comunque. E, per lo più, neghiamo di farlo. Non è questa una responsabilità del governo Monti che ha semmai ereditato una prassi consolidata dai suoi predecessori. È plausibile che i britannici ci abbiano avvertito del blitz solo ufficiosamente, e non ufficialmente, perché temevano, oltre che fughe di notizie, anche una reazione negativa del governo italiano.
È evidente che anche gli altri occidentali, quando non possono ricorrere alla forza, si adattano a pagare i riscatti. Ed è evidente che in questioni di questa natura occorrano flessibilità e discrezione. Ma, dato che l’industria dei sequestri continuerà a prosperare, dovremmo cominciare a chiederci se non sia il caso di fare qualche cambiamento nella nostra tradizionale linea di condotta. Per esempio, potremmo chiederci non tanto

Quella piazza, una cosa seria - Pippo Civati su Europa

Va detto subito, a scanso di ulteriori equivoci: la questione della Tav e dell’opposizione al tunnel tra Torino e Lione che ha indotto il Pd a non partecipare non è certo il tema dominante di una manifestazione che punta soprattutto, negli interventi dal palco e negli slogan del corteo, alla questione della democrazia e dei diritti del lavoro.
E chi prende la parola a nome dei No Tav, per esprimere il proprio dissenso nei confronti dell’opera, lo fa con un discorso molto articolato e ragionevole. Ed è un iscritto al Pd. È una manifestazione operaia, che si rivolge al lavoro in tutte le sue forme, e che richiama la politica, prima di tutto, al rispetto della Costituzione italiana. I toni sono seri, non esasperati, il conflitto si manifesta attraverso un punto di vista che va prima di tutto rispettato, in questa fase così delicata per la vita economica del nostro paese. Poi dopo ci si divide, certo, ma va detto questa manifestazione della Fiom è stata una cosa molta seria. E poi la famosa questione del «vengo o non vengo», in cui caschiamo ogni volta che la piazza si riempie, dal NoB Day in poi, è risolta mirabilmente da un altro democratico che espone la bandiera del Pd, quando il corteo gira dietro Santa Maria degli Angeli.
Viene da Vignola, in provincia di Modena, e mi spiega che sul suo pullman la metà hanno la tessera del Pd in tasca. E così tanti altri, che si manifestano durante il corteo, raccontandomi la propria storia di militanti del Pd e di iscritti al sindacato. Forse vivere le cose con un minore tasso di politicismo, potrebbe essere salutare: perché poi le manifestazioni si fanno, le piazze si riempiono e il Pd passa più tempo a chiedersi se fare il biglietto del treno (a proposito di Tav) che a interrogarsi circa le richieste dei manifestanti e delle modalità con cui si organizzano e si rappresentano.
Anche perché il motivo per esserci non era quello di aderire alla piattaforma della Fiom o di sposare la linea dell’opposizione al governo Monti, ma di cercare quella rappresentanza che manca, quella relazione da

sabato 10 marzo 2012

"Non escludo un bis per Monti ma con una maggioranza politica" -

Caro Monti, basta con le espressioni generiche: "Non esistono i partiti, ogni partito ha una sua faccia e le sue responsabilità". A Pierluigi Bersani non è piaciuta la battuta del premier sullo spread in aumento tra i partiti della maggioranza. Il segretario del Pd difende invece il diritto del governo a intervenire su tutto, "giustizia e Rai comprese". Poi sulla Tav presenta la sua proposta e striglia i sindaci del partito che si oppongono al progetto: "Non è più tempo di discutere del "se" ma del come farla".
Segretario, lo spread è sotto i 300 punti. Soddisfatto?
"Naturalmente. Significa che l'Italia ha riacquistato credibilità".
Monti dice che ora dovrebbe diminuire anche lo spread tra i partiti. Concorda?
"Ecco, posso dire? Quella battuta non mi è proprio piaciuta".
Che cosa la irrita?
"Non esistono "i partiti". Non siamo tutti uguali. Ogni forza politica ha una sua faccia. Noi abbiamo la nostra che non è quella di chi vuole stralciare le norme sulla corruzione o regalare le frequenze o far saltare i vertici a Palazzo Chigi".
Nell'emergenza del governo dei tecnici tutti i partiti sono grigi, no?
"Qualcuno lo pensa ma non è così. Quando mi fermano al supermercato - perché io vado al supermercato - le persone si lamentano per la riforma della previdenza. Dicono "Segretario, noi andremo in pensione quattro anni dopo". Io, nel rispondere, ci metto la mia di faccia, e credo di dare così un contributo alla discesa dello spread".
Parliamo di cose concrete all'ordine del giorno: la Tav. Qual è la vostra proposta?
"Tre premesse. Primo: c'è un inequivoco pronunciamento del governo che segue analoghe decisioni prese a livello locale, nazionale e nei trattati internazionali. Dunque la Tav si fa e su questo non si torna indietro. Secondo: la questione si sta trasformando in una battaglia ideologica e sotto quella bandiera trovano riparo

Primarie e sconfitte - Salvatore Vassallo su Europa

Salvatore Vassallo
La sconfitta di Palermo non può essere usata per sostenere che il Pd nazionale deve convergere al centro. Ci sono buone ragioni che spingono a considerare l’alleanza di Vasto inadeguata alle necessità del paese e alle aspettative dei nostri elettori. Basta considerare la popolarità di cui gode tra di loro il governo Monti. Ma ogni consultazione dei cittadini vale nel contesto in cui si è svolta. Semmai Palermo ci dice, al contrario, che nemmeno dai risultati di Milano o di Genova si possono trarre lezioni sulle alleanze.
La sconfitta di Palermo non può essere usata nemmeno per chiedere un congresso anticipato, per il quale non ci sono oggi i tempi. La lunga sequenza di sconfitte simili è tuttavia prodotta da due errori intrecciati di cui la segreteria del Partito democratico porta la responsabilità. Una strategia politica confusa e una contorta interpretazione delle primarie, uno strumento che diversi dirigenti vicini a Bersani hanno di volta in volta aspramente criticato, osannato, cercato di addomesticare, ma di cui fanno fatica a interiorizzare la logica.
Si ebbe un chiaro segno di quanto i due errori siano intrecciati alle regionali del 2010. Quelle nelle quali la neo-insediata segreteria del Pd andò a rimorchio in ogni regione in bilico di un alleato diverso o di un qualche massimo esponente della sua maggioranza interna. Nel Lazio, in omaggio alla autocandidata Bonino, le primarie non si fecero. Invece in Puglia si decise di mettere in discussione la ricandidatura dell’uscente, contraddicendo una dottrina solidamente condivisa dalla segreteria. Mentre nel Lazio le primarie non si fecero affatto, in Puglia si praticò, dopo averla lungamente teorizzata, la “primaria di coalizione con candidato unico ufficiale del Pd”. Si sa come andò a finire.
Per farla breve, dove sta il difetto? Nella rinuncia alla “vocazione maggioritaria” da un lato e nella pretesa

Giovani, lavoro e governo Monti "Ecco i punti che li riguardano" - Federico Pace su Repubblica

Qualche stimolo all'imprenditorialità, norme per l'accesso alle professioni, riordino dei contratti d'entrata, deduzioni al reddito d'impresa, nuovi ammortizzatori sociali e flessibilità in uscita. Sono alcuni dei primi strumenti su cui il governo Monti vuole puntare per dare maggiori opportunità alle nuove generazioni già da troppo tempo simbolo, loro malgrado, di un'Italia perennemente in crisi.
"Quasi sempre quello che giova ai giovani, giova al Paese. Quasi sempre ciò che restringe le possibilità dei giovani, restringe le possibilità per il futuro del Paese". A dirlo davanti alle telecamere accese, era stato lo stesso Mario Monti. Era il 14 novembre del 2011 e il Professore aveva appena concluso la prima giornata di consultazioni da presidente del Consiglio incaricato. Il destino dell'Italia, ammetteva il premier, proprio allora che stava nel punto più acuto della crisi del nostro Paese, è indissolubilmente legato a quello dei giovani e per questo li indicava come una delle bussole principali per "orientare le azioni di politica economica e di politica sociale".
Da quel giorno di novembre a oggi sono passati più di cento giorni. Le condizioni dei giovani, disincantati e preoccupati, sono ancora le stesse. Il tasso di disoccupazione degli under 24 è sempre intorno al 30 per cento e anche i fratelli maggiori fanno molta difficoltà a trovare qualcosa di dignitoso. Tutti hanno fretta, soprattutto i ragazzi che per troppo tempo si sono ritrovati a dovere ascoltare appellativi incongrui e suggerimenti, invece di vedersi offerte opportunità e scelte. Ecco una lista di punti estratti dal magma in mutazione dei primi provvedimenti presi dal governo e di quelli che dovrebbero arrivare dal tavolo in corso tra il ministro Elsa Fornero e le parti sociali.
Imprese under 35. Si parte da uno stimolo all'imprenditorialità. Nel decreto sulle liberalizzazioni è stata introdotta la società semplificata a responsabilità limitata. Solo un euro di capitale per costituirla e un minor numero di controlli e verifiche. Prima, la più piccola società richiedeva un capitale di decine di migliaia di euro e spese molto elevate, soprattutto dal notaio. Secondo le nuove norme, quando uno dei soci supera i

Quel che resta da fare - Tito Boeri su Repubblica

I mercati finanziari festeggiano e lo spread scende sotto i 300 punti. Ma l'economia reale parteciperà alla festa solo se i tecnici faranno fino in fondo le cose che sono stati chiamati a fare. Ieri le Borse hanno celebrato il successo del piano di ristrutturazione del debito greco anche perché, a ben guardare, il coinvolgimento del settore privato nelle perdite è molto meno rilevante di quanto potesse apparire prima facie. Ma non è da ieri che le Borse ci regalano segni più (chissà perché fanno notizia solo quando bruciano, solo virtualmente, miliardi). Ed è sempre più stridente il contrasto fra le notizie che vengono dai mercati finanziari e i bollettini di guerra trasmessi dall'economia reale. La Borsa americana è tornata ai livelli precedenti alla crisi subprime, quella tedesca è cresciuta di quasi il 25 per cento da fine novembre. 
Eppure il commercio mondiale ristagna e ha smesso di compensare il calo della domanda interna in molte economie mature, la produzione industriale in Europa è da mesi in vistoso calo e l'insieme dell'area Euro sta entrando in recessione, come certificato anche ieri dalla Bce che, dopo la Commissione Europea, il Fondo Monetarioe l'Ocse, ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita nel prossimo biennio. La disoccupazione nella Ue ha raggiunto i livelli più alti da 15 anni a questa parte. E mentrei dati della Cassa Integrazione in Italia ci riportano indietro all'inverno della Grande Recessione del 2008-9, continuano ad arrivare buone notizie sullo spread, sceso ieri sotto la soglia dei 300 punti base dai 550 toccati a settembre 2011. Dietro a queste dinamiche divergenti ci sono certamente gli effetti della massiccia iniezione di liquidità operata dalla Fed negli Stati Uniti e dalla Bce in Europa. 
La Banca Centrale Europea ha erogato più di mille miliardi di prestiti alle banche europee per tre anni a un tasso dell'un per cento, quando il mercato avrebbe richiesto tassi da7a8 volte più alti. Si creano così le condizioni per gigantesche operazioni di carry trade, con banche che lucrano sui differenziali fra i tassi della linea di credito aperta presso la Bce e i rendimenti dei titoli di stato, tornati in molti paesi ad apparire meno

Allarme fiumi: troppi prelievi idrici, molti a rischio prosciugamento - Elisabetta Curzel su Corriere della Sera

Acqua dolce sempre più a rischio. Secondo uno studio pubblicato su PlosOne, i fiumi sperimentano ricorrenti crisi di siccità dovute all'eccessivo sfruttamento umano. Agricoltura, industria e richiesta per uso domestico hanno un'impronta idrica che comporta gravi conseguenze ecologiche e socioeconomiche. Soffrono così i corsi d'acqua, e con essi i 2,67 miliardi di persone che vivono nelle zone a essi limitrofe. La ricerca, effettuata da Wwf, Nature Conservancy, Water Footprint Network e dall'università olandese di Twente, ha preso in considerazione 405 bacini fluviali sparsi sul pianeta.
SICCITÀ - Mese per mese, dal 1996 al 2005, gli scienziati ne hanno monitorato il flusso idrico, ossia il variare della quantità di acqua a disposizione. Il risultato: 201 di essi, per un mese all'anno, rimangono a secco. In alcune aree – come quelle del Rio Grande, dell'Indo e nei bacini idrografici del Murray-Darling (Australia) – lo sfruttamento intensivo ha già portato al prosciugamento completo durante la stagione secca, alla decimazione della biodiversità acquatica e a un serio danno economico. In Italia, dove le condizioni sono meno gravi, il problema è comunque sentito.
IMPOVERIMENTO - «Il nostro principale utilizzo di acqua di falda», spiega Osvaldo Negra, presidente del Wwf Trentino Alto Adige, «è per scopi irrigui. Nell'agricoltura tradizionale c'erano mesi di riposo vegetativo nei quali non era necessario irrigare. Oggi in molte parti d'Italia è aumentata la coltura in condizioni controllate, ovvero in serra: anche in inverno o all'inizio della primavera viene così richiesta più acqua». Tornare indietro è praticamente impossibile. Si può però provare a «evitare di portare avanti ulteriori captazioni a uso agricolo, e non sovraccaricare ulteriormente un sistema fluviale già impoverito».
PRELIEVO - Lo sfruttamento dei fiumi non riguarda solo il prelievo d'acqua ma anche la gestione del loro

Se un commesso di Palazzo Madama guadagna quattro volte chi dirige gli Uffizi - Gian Antonio Stella su Corriere della Sera

Se il guadagno misura il merito, dirigere gli Uffizi è un lavoro da 1.780 euro? Lette le denunce dei redditi dei ministri e degli alti burocrati di Stato, i direttori di alcuni dei musei più importanti d'Italia, quindi del mondo, hanno deciso di fare «outing» e dichiarare i propri redditi. Che sono, rispetto a quelli dei colleghi del resto del pianeta, avvilenti.
A uscire allo scoperto, in calce a una lettera pubblica, sono Anna Lo Bianco, direttore della Galleria nazionale d'Arte antica di Palazzo Barberini, Maria Grazia Bernardini, del Museo di Castel Sant'Angelo, Anna Coliva, della Galleria Borghese, Antonio Natali, della Galleria degli Uffizi, Andreina Draghi, del Museo di Palazzo di Venezia, Serena Dainotto, della Biblioteca dell'Archivio di Stato di Roma e tanti altri funzionari alla guida di biblioteche e archivi e istituzioni museali che fanno grande il nostro Paese.
Il punto di partenza, come dicevamo, è la tesi espressa da alcuni esponenti del governo e altissimi grand commis di Stato dopo la (meritoria) scelta di trasparenza fatta giorni fa con la pubblicazione sul Web dei redditi e dei patrimoni. Tesi sintetizzabile così: tanta responsabilità, tanto guadagno. Con parallela citazione dell'America e delle società calviniste dove il reddito non solo non viene pudicamente nascosto come da noi (il denaro è stato a lungo «lo sterco del diavolo» sia per i comunisti sia per i cattolici) ma al contrario esibito, a riprova della affermazione professionale. Un po' quello che ha detto Paola Severino. La quale, a Liana Milella che le chiedeva se non fosse imbarazzata per i sette milioni di euro denunciati, ha risposto: «No, perché guadagnare non è un peccato se lo si fa lecitamente producendo altra ricchezza e pagando le tasse. A questi redditi sono arrivata solo dopo anni di duro lavoro, supportato da tanta passione».
Fin qua, par di capire, i direttori dei musei ci stanno: è il mercato, bellezza. E le alternative inventate finora, vedi socialismo reale, non hanno dato risultati incoraggianti... Ma perché lo Stato dovrebbe dare 395

Innovazione, cercando una via italiana - Paolino Madotto su Europa

Il recente convegno sulle smart-cities organizzato dall’Anci è stata l’occasione per fare il punto sulle città e sull’opportunità, rappresentata dall’innovazione, per migliorarne la vita e renderle più ecologiche e tecnologiche. Una grande occasione per parlare di innovazione. Per chi come me si occupa di questo tema dagli anni Novanta, è stata anche una grande soddisfazione vedere una generazione di sindaci e amministratori così attenti al problema.
Ciò che mi ha colpito meno piacevolmente, invece, è stata un’agenda degli interventi che prevedeva solo tre aziende private, di cui solo una italiana, le altre due erano multinazionali estere. Il convegno ha visto tutti gli amministratori parlare di come utilizzare le tecnologie e di come trovare il denaro per comprarle ma nessuno, tranne il ministro Profumo e il presidente del Cnr Luigi Nicolais, ha posto il problema della ricerca e dell’innovazione, né il tema di come saper fare impresa, o si è concentrato sul patrimonio italiano di conoscenze e professionalità, spesso depauperato verso l’estero.
Eppure solo pochi giorni prima c’era stato il primo viaggio del lanciatore di satelliti Vega, nato da un’idea italiana e in gran parte progettato e prodotto in Italia, un veicolo fortemente competitivo e innovativo. Per non parlare di quanto siamo bravi in moltissimi settori tecnologici e della ricerca.
È da questo che si vede come nel paese si sia persa la cultura dell’industria. Un paese fortemente manifatturiero, ancora capace di produrre prodotti tecnologici sofisticati (siano essi tangibili o intangibili) e con una università capace di sfornare ricerca di avanguardia e talenti che si trasforma in “cliente” di tecnologia. Un trasformazione prima culturale e manageriale.
Molti imprenditori si sono trasformati in “prenditori” che cercano gli incentivi ad aprire gli stabilimenti, per produrre, detrazioni fiscali, basso costo del lavoro. Cercano la peggiore Cina con l’etichetta del made in