mercoledì 10 febbraio 2010

Acqua, la rete colabrodo e la privatizzazione fantasma

Niente accomuna oggi trasversalmente la sinistra e la destra come l’acqua. Se il «religiosissimo » (autodefinizione) governatore della Puglia Nichi Vendola azzarda un paragone blasfemo, dicendo che «privatizzare l’acqua è una bestemmia in chiesa», una liberista come Emma Bonino non esita a liquidare così la faccenda: «Mancano le condizioni ». Mentre la Lega, che per lealtà ha dovuto ingoiare il boccone amaro, votando la legge che potrebbe trasferire in mani private la gestione delle risorse idriche, comincia a intuire quanto rischia di rivelarsi indigesto. E anche molti amministratori locali del Pdl storcono il naso.
Il paradosso è che niente, come l’acqua, divide gli italiani. Basta dare un’occhiata al Blue Book del centro di ricerca Proacqua per rendersi conto di come l’unità «idrica» del Paese non si sia mai realizzata. A Milano si pagano tariffe pari a un quarto di quelle di Terni, che sono appena più alte rispetto alle bollette di Latina. O di Agrigento, dove l’acqua è un bene raro e prezioso. Per non parlare degli sprechi. Ogni anno, secondo un documento della Confartigianato, il 30,1% dell’acqua immessa in rete non arriva ai rubinetti: per fare un paragone europeo, in Germania le perdite non arrivano al 7%. Come se buttassimo dalla finestra 2 miliardi e 464 milioni, somma che basterebbe a compensare l’abolizione dell’Ici per la prima casa. Chi è responsabile? Reti colabrodo, investimenti carenti, una gestione spesso sconsiderata. I colpevoli sono diversi, e tutti in qualche modo imparentati con l’azionista pubblico. Problemi così grandi che la ... buona volontà, senza i soldi, serve a poco. In tre anni l’Acquedotto pugliese, il più grande d’Europa con i suoi 20 mila chilometri di rete, è riuscito a recuperare 40 milioni di metri cubi di perdite. Le quali sarebbero così scese al 35% dal 37,7%. Bene. Anzi, benissimo. Ma se ai tubi rotti e agli allacci abusivi si sommano le perdite amministrative, calate comunque dal 12,8% all’ 11,8%, l’emorragia economica dell’azienda sfiora ancora il 47%.
Tutto questo rende difficilmente comprensibile, al di là delle pur rispettabili opinioni ideologiche, la sollevazione bipartisan contro la privatizzazione del servizio, con la motivazione che ciò esproprierebbe i cittadini di un bene pubblico vitale a vantaggio di imprese che hanno il solo obiettivo del profitto. Privatizzazione che peraltro in Italia, a dispetto di quello che si immagina, è ancora una illustre sconosciuta. Prendiamo il caso di Agrigento, dove si pagano le tariffe fra le più alte d’Italia, con una media di oltre 400 euro l’anno a famiglia per un servizio, come ha dimostrato il bel servizio trasmesso da Presa diretta di Riccardo Iacona, di qualità inaccettabile. Ebbene, da tre anni la gestione è appaltata a una società «privata», la Girgenti acque, che opera in perdita. Ma di «privato » ha il nome e gli azionisti di minoranza. Perché il 56,5% è controllato dalla Acoset spa, società dei Comuni catanesi, e dalla Voltano spa, a sua volta di proprietà dei Comuni agrigentini. Che della Girgenti acque hanno anche la gestione: presidente e amministratore delegato sono infatti i manager delle due società comunali, Vincenzo Di Giacomo e Giuseppe Giuffrida.
In Acqualatina, società che gestisce le risorse idriche nell’area pontina, la gestione è invece nelle mani del socio privato. È la francese Veolia, che con il 49% delle azioni esprime l’amministratore delegato Jean Michel Romano e deve convivere con una situazione molto curiosa, per un azionista privato: gestire un’azienda di cui è presidente un senatore, Claudio Fazzone del Pdl. Nel 2008 Acqualatina ha perso 4,4 milioni e ha dovuto varare un piano di lacrime e sangue. Nonostante tariffe astronomiche.
Dimostrazione che nemmeno i privati, in un sistema come il nostro, hanno la bacchetta magica. Ecco perché prima di tutto sarebbe il caso di risolvere il problema della regolamentazione del FarWest dell’acqua, affidando a un’autorità indipendente il compito di stabilire tariffe eque e imporre la decenza del servizio. Se anche qui si vuole aprire il capitolo dei privati, è uno strumento fondamentale per mettere al sicuro da ogni rischio l’uso di un bene vitale. C’è per il gas e l’elettricità. Perché non per l’acqua? O si vuole ripetere l’errore già compiuto in occasione di altre privatizzazioni?
Fonte: Sergio Rizzo - Corriere della Sera

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Il vero rischio? Un buco generazionale

Un intervento serio e concreto del giuslavorista Pietro Ichino sul Corriere della Sera di ieri riporta il tema dei giovani non garantiti alle sue vere, allarmanti proporzioni dopo l'imbarazzante campagna sui «bamboccioni», in cui si è aggiunta al danno anche la beffa.
La generazione che si affaccia sul mercato del lavoro - scrive Ichino - è prigioniera di un vero e proprio regime di apartheid. Dove un lavoro di serie B (a progetto o comunque a termine) sta diventando una meta agognata. Perché sempre meglio di un lavoro di serie C (stage semigratuito o altri camuffamenti come la «partita Iva dei poveri» e la creazione di cooperative a cui il servizio viene appaltato), ancor meno garantito e ancora più precario.
Il diritto del lavoro, afferma lo studioso, «sta perdendo la sua natura di standard minimo di trattamento universale per assumere la natura di un ordinamento eminentemente derogabile: chi vuole lo applica e chi non vuole no». I risultati si sono visti in questa crisi, dove a pagare il prezzo più alto della recessione sono stati e sono i giovani, e dove a saltare per primi sono stati i circa cinquecentomila lavoratori di serie B e di serie C. Con la conseguenza che oggi, secondo le stime dell’Ocse, il 60 per cento dei disoccupati italiani ha meno di 34 anni.
A questo punto ci sarà sicuramente qualcuno che obietterà: tutte storie, se un ragazzo è in gamba, intelligente, determinato, sa quello che vuole, nel mondo d’oggi trova un mare di opportunità. Non di rado chi fa obiezioni del genere ha ... costruito la propria carriera su una ferrea (ed elastica) rete di relazioni o è lui stesso un super-garantito che, fosse calato in quel mare, annegherebbe subito.
Il fatto è - si ricava dall’analisi di Ichino - che il mercato del lavoro deve saper funzionare per tutti, non solo per le eccezioni sopra la media. Non solo per l'uno su mille che ce la fa.
Se i giovani italiani più intraprendenti espatriano - aggiungiamo noi - è perché altrove guadagnano di più. Stiamo parlando di una piccola minoranza: il 3 per cento dei laureati occupati italiani, secondo i dati dell’organizzazione AlmaLaurea. Dopo cinque anni dall'acquisizione del titolo di studio, all’estero percepiscono in media 2.078 euro contro i 1.332 di chi resta in patria.
Lo svantaggio retributivo iniziale si prolunga nel tempo. Se si prende il Rapporto Italia 2010 dell' Eurispes, si vede che gli stipendi medi lordi annui dei laureati italiani sono tra i più bassi d'Europa, anche per effetto del cuneo fiscale: 15.318 euro contro 17.653 della Spagna, 18.641 della Francia, 21.192 della Germania e 27.339 del Regno Unito.
Ichino propone la costruzione di un welfare state che sia capace di tutelare i giovani, si applichi a tutti i rapporti di lavoro senza possibilità di astuzie e scappatoie (attualmente la legge ne consente una quantità) e sia adatto al nostro tempo. Cioè non sia pensato per garantire un impossibile «posto fisso» dei vecchi tempi, un lifetime employment alla giapponese di una volta, ma una rete di sicurezza efficace nel mercato di oggi.
Fin qui Ichino. L'assenza di questo welfare per le nuove generazioni non è dannosa soltanto per i giovani e per le loro famiglie, che ne sopportano il prezzo più alto (soprattutto se se ne misura l'effetto di blocco sui progetti di vita), ma per lo stesso sistema delle imprese. Le quali, come documenta uno studio inedito del Boston Consulting Group, stanno correndo un serio rischio demografico: quello di trovarsi, entro quattro o cinque anni, in presenza di un «buco» generazionale. Cioè senza una generazione.
Il rischio nasce dall'invecchiamento della forza lavoro, soprattutto di quella più qualificata, che entro il 2015-2016 andrà in pensione. Oggi, stimano i consulenti americani, la maggioranza delle aziende italiane ha tempi di pianificazione degli organici brevissimi, massimo due o tre anni, i più brevi d'Europa. La combinazione dei due fattori (l’invecchiamento del personale e la scarsa lungimiranza nei piani di assunzione), cui si aggiunge un'insufficiente consapevolezza del problema, espone anche le aziende, e non solo i ragazzi, al rischio di un futuro spezzato. Pericoloso ai fini della capacità competitiva. Oggi - per usare una battuta di Silvio Berlusconi pre-politico a proposito di Franco Tatò, che all'epoca era amministratore delegato della sua Mondadori («Quando Franco mi guarda mi sento un costo da abbattere») - la gente in azienda si sente esattamente così: solo un costo da abbattere. Ma in questo caso non è una battuta.
Tra qualche anno la vera risorsa scarsa saranno le persone. Sarebbe perciò auspicabile che su questo terreno sia le imprese che la politica mettessero sul tavolo del confronto le idee migliori: l'evasione sociale è una piaga grave quanto l'evasione fiscale.
Fonte: Edoardo Segantini - Corriere della Sera

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Social Watch: parità uomo-donna, l'Italia retrocede al 72° posto, dopo il Ruanda

Parità tra uomo e donna? In Italia nessun progresso, anzi una retrocessione. Di due posti. Secondo l'Indice sulla Parità di genere (GEI nell‘acronimo inglese) calcolato dal Social Watch, un network che conta organizzazioni in oltre 60 nazioni, considerando 100 come punta massima nell’uguaglianza uomo-donna, su una classifica di 157 Paesi il nostro scende dal 70° al 72° posto rispetto al 2008. Molto dopo il Ruanda (84). E seguito da Grecia, Slovenia, Cipro e Repubblica Dominicana (66).
E’ la denuncia di “People First” , il rapporto reso noto oggi dal Social Watch. Che nella sua indagine nella disparità o (raramente) parità tra uomo e donna spalmate a Nord e a Sud del mondo evidenza come ancora una volta, senza sorprese, il primato nella quasi assenza di differenze spetti alla Svezia (88 punti). Seguono Finlandia e appunto Ruanda - entrambi con 84 punti nonostante l'enorme differenza in termini di ricchezza tra i due paesi. Il che dimostra, secondo il rapporto - come un alto livello di reddito non è necessariamente sinonimo di maggiore uguaglianza e che anche i paesi poveri possono raggiungere livelli di parità molto elevati, sebbene uomini e donne vivano in condizioni non facili.
L’indice della parità di genere rivela se una società sta evolvendo verso una maggiore equità di genere o rimane ferma. La mancata riduzione del divario nei diritti tra uomo e donna conferma la miopia dei governi. La distinzione tra paesi del cosiddetto Sud del mondo e quelli del Nord sviluppato è sempre più sfumata”, dice Jason Nardi, portavoce del Social Watch Italia.
Eppure la promozione della parità tra i sessi dovrebbe essere uno degli obiettivi ... di Sviluppo del Millennio. Dai dati del rapporto emerge invece come quell’obiettivo si stia allontanando. E come la distanza tra i paesi più virtuosi e quelli in cui la discriminazione è maggiore stia crescendo. Mentre nei paesi dove la parità uomo-donna è maggiore si registra una tendenza verso il miglioramento, negli Stati con livelli di discriminazione più elevati la tendenza va nel senso opposto. É il caso dell'America Latina e dei Caraibi, da una parte, e dell'Asia Orientale e del Pacifico, dall'altra.
L’istruzione, la partecipazione all'attività economica e l'empowerment (concessione di pieni poteri alle donne)., sono stati gli indicatori per l’indagine del Social Watch. Dall’analisi emerge che i progressi registrati nella sfera dell'istruzione sono di gran lunga maggiori rispetto a quelli registrati nelle altre dimensioni della parità uomo-donna. Nell'accesso agli spazi decisionali e nell'esercizio del potere, per esempio, la disuguaglianza tra uomini e donne è più evidente: non c'è un solo paese dove le donne abbiano le stesse opportunità degli uomini di partecipare ai processi economici o socio-decisionali. I progressi nella partecipazione all'attività economica registrati nel 2008, infine, sono stati completamente azzerati nel 2009. In particolare nella regione dell'Africa subsahariana.
Ad aggravare la situazione ci si è messo poi lo tsunami economico che si è abbattuto negli ultimi 18 mesi. “Studiando l’impatto sociale della crisi a livello internazionale, emerge che a pagarne le conseguenze più dure sono i paesi più poveri e le persone più vulnerabili, molte delle quali sono nuovi poveri”, continua Nardi. Le donne, come spesso accade, sono le più esposte alla recessione globale perché hanno minore controllo della proprietà e delle risorse, sono più numerose nei lavori precari o a cottimo, percepiscono minori salari e godono di livelli di tutela sociale più bassi. L'ONU riferisce che il tasso globale di disoccupazione femminile potrebbe arrivare al 7,4%, contro il 7,0% di quella maschile.
Tramite l’Indice della Capacità di Base (BCI) il rapporto analizza anche lo stato di salute e il livello dell’istruzione elementare di ciascun paese. I risultati sono preoccupanti: al 2009, quasi la metà dei paesi analizzati (42,1%) ha un valore dell'Indice BCI basso, molto basso o critico. La maggioranza della popolazione mondiale vive in paesi in cui i principali indicatori sociali sono immobili o progrediscono troppo lentamente per raggiungere un livello di vita accettabile nel prossimo decennio.
Al ritmo di sviluppo attuale, solo Europa e Nord America potrebbero raggiungere entro il 2015 valori accettabili dell'indice. Ciò significa che, in mancanza di cambiamenti sostanziali, per tale data gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio concordati a livello internazionale non verranno raggiunti.
Lo scenario desta ancor più preoccupazione se si considera che solo Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda e Lussemburgo hanno rispettato gli obiettivi delle Nazioni Unite, destinando almeno lo 0,7% del Pil all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps). Nonostante le ripetute promesse del nostro governo, si prevede che l'Aiuto Pubblico allo Sviluppo in Italia subirà un drammatico taglio, scendendo dallo 0,2% del PIL a meno dello 0,17%. Al pari della Grecia e di poco al di sopra della Repubblica Ceca, l'Italia si ritrova così agli ultimi posti tra i paesi industrializzati.
Fonte: Cinzia Zambrano - L'Unità

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VOLTREMONT E IL CALICE DELL'ECONOMIA

Si intitola "Tremonti: istruzioni per il disuso" il libro scritto da cinque economisti. Passa in rassegna in modo impietoso le affermazioni contenute negli scritti del nostro ministro dell'Economia. E dimostra che le sue tesi e le sue previsioni sono molto spesso lontane dalla realtà di dati, numeri e statistiche. Eppure si tratta proprio di quelle stesse affermazioni che hanno contribuito a rendere il ministro l'intellettuale più influente della attuale maggioranza. Perché allora in pochi finora hanno messo in luce le sue incongruenze?
(Edizioni Ancora del Mediterraneo,187 pagine, euro 14,50)
Tremonti ha francamente scocciato”. Questo è l’incipit del libro “Tremonti: istruzioni per il disuso”. Gli autori sono cinque economisti (Alberto Bisin, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Andrea Moro e Giulio Zanella) che si sono firmati come “Collettivo noiseFromAmerika”. E il libro cerca di spiegare perché siano stanchi di Giulio Tremonti. Non tanto, o non solo, per le politiche che ha adottato nella sua ormai lunghissima esperienza come ministro dell’Economia, criticate in questo anni sul sito www.noisefromamerika.org animato dagli autori del libro insieme ad altri economisti italiani che lavorano in università americane, ma per il suo ruolo di ideologo e pensatore.
Giulio Tremonti è uno dei pochi intellettuali che hanno grande ascolto nell’attuale maggioranza e senz’altro quello con maggiore influenza. Un’autorevolezza alimentata da alcuni libri scritti in questi ultimi anni in cui il ministro sostiene di aver previsto la crisi finanziaria e molto altro ancora. Anche a causa di questi auto-attribuiti poteri di chiaroveggente, nel loro libro i cinque economisti ... chiamano Tremonti Voltremont, l’Oscuro Signore, come il Voldemort della saga di Harry Potter. Dove l’aggettivo “oscuro” viene usato dagli autori nel senso di “non chiaro”, confuso, impreciso.
Il volume passa dunque in rassegna in modo impietoso gran parte delle affermazioni contenute nei libri di Tremonti. Sottolineando come esse non siano quasi mai basate su fatti, numeri, statistiche (e d’altra parte sappiamo dell’avversione nutrita dal ministro verso l’Istat e le sue cifre. Evidenziando come gli apocalittici proclami del ministro sulle conseguenze per l’Italia e per l’Europa dell’apertura commerciale verso la Cina siano in contrasto con le più semplici nozioni di commercio internazionale. Mostrando come le previsioni del ministro siano spesso più erronee di quelle degli economisti da lui tanto disprezzati. E d’altra parte la lungimiranza di chi ha istituito la Robin Hood Tax per tassare i profitti eccessivi di banche e compagnie petrolifere pochi giorni prima che scoppiasse la crisi finanziaria e crollasse il prezzo del petrolio risulta assai dubbia anche a un osservatore poco attento.
E tuttavia il vero punto centrale del libro è un altro. Se gli autori sanno quello che dicono, e non è facile argomentare il contrario, la domanda ovvia diventa: perché in pochissimi hanno messo in luce le imprecisioni e le incongruenze di Tremonti? Perché, al contrario, la lista dei suoi ammiratori – il libro usa per la verità la parola adulatori – è lunghissima? Il ministro Tremonti sembra aver ragione di temere i giornalisti economici italiani principalmente perché lo costringono a ritirare premi su premi. È questo il ruolo della stampa in un paese normale? E hanno ragione gli autori a dire che l’animosità di Tremonti verso gli economisti è solo la manifestazione del fastidio che si prova davanti a chi chiede spiegazioni in un paese in cui ciò sembra essere considerato poco opportuno?
Ma val la pena di chiudere su una nota positiva. Il successo di siti come noiseFromAmerika.org, come lavoce.info, la sorprendente partecipazione di pubblico al Festival dell’Economia di Trento mostrano quanto sia diffuso il desiderio di imparare e saperne di più su una materia considerata ostica come l’economia. Sta allora agli economisti fare uno sforzo di divulgazione. Questo libro fornisce certamente un contributo in questa direzione.
Fonte: Fausto Panunzi - LaVoce.info

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Il compagno Giolitti

Scusate l’introduzione personale in questo ricordo di Antonio Giolitti, ma fu uno dei tre uomini della mia disperazione di giovane studente liberale. I miei compagni di sinistra, con la cattiveria ancora quasi infantile dell’età, ci canzonavano così: «Siete rimasti solo voi a fare i liberali, aggiornatevi, i figli dei vostri Grandi stanno tutti con noi, nel partito comunista». Tre soprattutto: il nipote di Giovanni Giolitti, Antonio, il figlio di Giovanni Amendola, Giorgio, e il figlio di Luigi Einaudi, Giulio. Per non dire la moglie di Gobetti, Ada. Com’era possibile che il sangue dei liberali si fosse così guastato? Andammo avanti per un decennio, dall’assemblea costituente del ’46, di cui Antonio Giolitti, spentosi ieri a quasi 95 anni, era fra gli ultimi rappresentanti in vita, alla rivoluzione ungherese del 1956, quando proprio Giolitti fu il nome di più alto grado tra i tanti che lasciarono il partito di Togliatti, per approdi più occidentali. Togliatti aveva detto bene anni prima, quando gli obbiettarono che nella direzione del Pci aveva voluto soltanto il Regno di Sardegna (piemontesi, liguri, sardi: tre generazioni, dal nume Gramsci ai viventi, Togliatti, Longo, Negarville, Pajetta, e poi Natta, e poi Berlinguer), perché solo loro in Italia e qualche meridionale d’alta scuola (Giovanni-Giorgio Amendola?) hanno il “senso dello Stato”: che è cosa più rigida e sacerdotale del “senso della nazione”, come ci sta spiegando in questo giorni Lucio Villari, ricostruendo l’avventura del Risorgimento in Libera e bella: la differenza tra Cavour e Garibaldi.
Giolitti approdò al partito socialista di Nenni e di Lombardi, dal quale undici anni prima se n’era andato Saragat che non condivideva l’unità d’azione col Pci. E, pur devoto a Lombardi, del quale fu il numero due come capo del centro ... studi, vide da subito la via della collaborazione di centrosinistra che s’andava preparando: dall’incontro di Nenni con Saragat a Pralognan dopo dodici anni di antagonismo, ai convegni degli “amici del Mondo” (liberali di sinistra che avevano rotto con Malagodi e trovato solidarietà crociane e postcrociane, einaudiane, azioniste, socialiste) per uscire “in continuità storica” dal centrismo. Lombardi quell’uscita la voleva in discontinuità, e quando fu decisa la nazionalizzazione elettrica la salutò come «bastone fra le ruote dell’economia capitalistica».
L’espressione spiacque a Giolitti, che nei governi postcentristi sdegnati da Lombardi entrò come ministro del bilancio: proprio il ministero-chiave (programmatorio, pensatoio della politica economica, con la squadra di Giorgio Ruffolo e altri), che Luigi Einaudi aveva creato nel 1947, quando con De Gasperi aveva dato vita al centro ed escluso Pci e Psi dalla stanza dei bottoni. Ormai, cortina di ferro e piano Marshall avevano rotto l’unità antifascista della resistenza e della costituente.
Proprio dal Bilancio, Giolitti potè formare con Ugo La Malfa e col sempre “piovorno” Lombardi (definizione affibbiatagli da Montanelli, presa da Miramare di Carducci) il trimotore della programmazione, affianco a democristiani d’alto valore e coscienza: da Vanoni a Saraceno fino al giovane Andreatta. Anche se non mancarono errori. Uno dei maggiori ce lo ricorda Nerio Nesi, interlocutore di Lombardi e Giolitti per tutta la vita, e allora responsabile della divisione elettronica della Olivetti: che fu venduta agli stranieri per il rifiuto del governo italiano di entrare nella sua struttura finanziaria. Oggi produrremmo noi quei milioni di cellulari che acquistiamo dalla Finlandia e da altri paesi dell’ avanguardia tecnologica.
Antonio Giolitti, l’“intellettuale illuminista” di cui parla Cafagna nel commento al suo gran bel libro Lettere a Marta, non fu presidente della repubblica per il veto del Pci. Al suo posto fu eletto Pertini.
Quattro anni fa, Giorgio Napolitano si recò nell’appartamento romano del novantenne Giolitti, per riconoscergli che mezzo secolo prima, sui fatti d’Ungheria, era stato lui a veder bene. In quell’ appartamento, salvo vacanze estive nella villetta piemontese che la provincia di Cuneo aveva regalata al nonno pei servigi resi allo Stato (non erano ricchi, i grandi liberali, a differenza degli omuncoli d’oggi), in quell’appartamento Antonio Giolitti viveva dal 1992 in silenzio, dopo l’esperienza europea e dopo essere tornato nel Pci, non riuscendo a convivere nel Psi di Craxi. «Fu uomo di sinistra – ha detto ieri Bersani – tra i primi a vedere tragedie ed errori del socialismo reale, mantenendo un rigore morale e un’onestà intellettuale che mancheranno a noi e al paese».
Fonte: Federico Orlando - Europa

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Welfare dei figli, Angeletti apre alla «riforma possibile»

La proposta del giuslavorista Pietro Ichino di riscrivere le regole del lavoro per i figli, oggi penalizzati rispetto ai padri, divide il mondo del lavoro. Il segretario della Uil Luigi Angeletti la condivide ritenendola una «soluzione intelligente e praticabile» e una idea «moderna che rende più efficiente il mercato e difende sul serio le persone». Seguita, per il sindacalista Uil, da una «attenta riforma dei sistemi di protezione nel momento in cui si perde l’impiego puntando sulla sussidiarietà e sul coinvolgimento delle associazioni territoriali». Ma né la Cgil, né il consulente del ministero del Welfare e allievo di Marco Biagi, Michele Tiraboschi, seguono Ichino. Naturalmente da due punti di vista diversi.
Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil, crede che in Italia ci sia «un eccesso di legislazione» e che l’approccio giusto sia quello della semplificazione. Possibile, si chiede la sindacalista, che siamo l’unico Paese al mondo ad avere 45 tipologie contrattuali diverse? Semplificare, per la Camusso, significa ridurre il menù a tre situazioni base: il contratto a tempo indeterminato; l’apprendistato legato alla formazione; i contratti a termine solo per la stagionalità come era una volta. «Il fatto che in questi anni - spiega Susanna Camusso - si sia fatta avanti la convinzione che sia vincente la diminuzione dei diritti e dei salari è profondamente sbagliata e la prova è arrivata con la crisi: di certo l’articolo 18 non impedisce alle imprese di licenziare ».
Il ragionamento di Michele Tiraboschi parte dalla forte asimmetria tra i profili professionali richiesti dalle aziende e quelli offerti dai giovani. «Ci sono moltissime imprese che vorrebbero assumere giovani anche a tempo indeterminato ... - afferma il professore di diritto del Lavoro all’università di Modena - ma non trovandoli li prendono con contratti precari per avere il tempo di prepararli ». Per Tiraboschi la proposta di Ichino «lascia il tempo che trova, perché resto convinto che non sono le leggi a creare il lavoro, ma gli investimenti nel sapere e nella conoscenza». Un’altra «falla» nella costruzione giuridica di Ichino, secondo il consulente, risiede nel contratto unico fino a tre anni entro i quali il giovane può essere mandato a casa. «Lascia spazio a troppi abusi - spiega - e poi è uguale per tutti, tende all’appiattimento e non valorizza i bravi».
Quando Tiraboschi parla di sapere e conoscenza, si riferisce soprattutto alla necessità di integrare al massimo la filiera scuola- università-impresa-lavoro per formare giovani secondo le reali necessità del mercato. «È assurdo che ci siano migliaia di giovani laureati in scienze umanistiche, magari col massimo di voti, che finiscono a fare i precari nei call center, infelici e sottopagati ». La soluzione, per il docente che ha raccolto l'eredità di Biagi, sta soprattutto nel riscattare la centralità del lavoro manuale. «Inspiegabili pregiudizi hanno fermato la scelta verso il mondo dei mestieri, alla base della forza del made in Italy».
Fonte: Roberto Bagnoli - Corriere della Sera

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I nuovi ulivisti

Mi fa una certa impressione l’invocazione di un nuovo Ulivo da parte di Bettini, Chiamparino ed Europa. Bettini fu ispiratore della stagione veltroniana impostata sull’accantonamento di Prodi e dell’Ulivo sulla scorta della teoria dei quindici anni buttati e in nome di un nuovo inizio. Chiamparino fu tra i cantori di tale stagione e solerte ospite del celebrato esordio del Lingotto. Al pari di Rutelli, Europa – non me ne voglia il direttore – non si segnalò mai per una particolare passione verso Prodi e l’Ulivo. Comunque sia, ne prendo atto e mi fa piacere. Solo mi sarei atteso un cenno di autocritica.
Non più la facile, esorcistica denuncia del correntismo che avrebbe impedito a Veltroni di dispiegare il suo disegno ma, appunto, più in radice, la confessione di un doppio errore: di linea e di pretesa di sconfiggere le oligarchie interne non già sfidandole nelle primarie ma scendendo a patti con esse, chiedendo il loro sostegno.
Ma questa è storia di ieri. Non mi sfugge che oggi il problema è in capo soprattutto a Bersani. Il suo pragmatismo è certo una virtù che sembra sortire risultati. Ma, a mio sommesso avviso, egli farebbe bene a fissare meglio la barra, a operare un chiarimento di linea, ad esporsi in una interpretazione autentica dell’esito del congresso che è oggetto di dispute e causa di oscillazioni. Per dirla più chiaramente, dovrebbe prendere più apertamente le distanze dalla linea ... che, a torto o a ragione, viene intestata a D’Alema e che, in verità, mette capo piuttosto a veri o presunti dalemiani.
Gli argomenti non mancano. Bersani ha ragione quando si applica a smentire le caricature polemiche della sua posizione: egli non ha mai teorizzato l’abbandono del bipolarismo, la rinuncia allo strumento delle primarie, una schematica divisione del lavoro nella rappresentanza tra Pd e formazioni centriste e dunque l’abdicazione a una vocazione generale del Pd, infine un asserito rapporto esclusivo ed escludente con l’Udc quasi rinunciando a un rapporto unitario con tutte le forze di opposizione. Semmai Bersani ha marcato giustamente una discontinuità, che fa bene a rivendicare, su due punti cruciali: porre fine alla presunzione dell’autosufficienza con la ripresa della politica delle alleanze che stava nel dna dell’Ulivo; e sostituire un velleitario leaderismo con l’ambizione di costruire un partito inteso quale soggetto collettivo.
È tuttavia innegabile che, specie nel tormentato caso pugliese, si sia ceduto su più punti a un modello diverso. A cominciare dalla pretesa di farne un laboratorio nel quale sperimentare una formula confezionata in sede nazionale e che facesse perno sull’asse privilegiato Pd-Udc. Cioè investendo a dismisura sul rapporto con un partito che dichiaratamente si rifiuta a una scelta di campo e programmaticamente si propone di liquidare il bipolarismo. La sconfitta di quel disegno, la reazione a tale forzatura, gli sviluppi seguenti della partita delle regionali, l’eccesso di tatticismo dell’Udc e, da ultimo, la vittoria al congresso dell’Idv di una linea responsabilmente unitaria e orientata a un’alternativa di governo sono tutti elementi che offrono l’opportunità di registrare la stessa linea del Pd. Una linea che, pur non sconfessando l’esito del congresso, ne corregga tuttavia un’impropria lettura che se ne è data, ponendo altresì le premesse per una sintesi unitaria interna al partito.
Riassumo: ferme restando le tre parole-chiave della piattaforma Bersani (identità di un partito vero oltre le suggestioni mediatiche; alleanze, anziché autosufficienza, mirate a un nuovo centrosinistra; alternativa come orizzonte dell’opposizione), si devono confermare scelte qualificanti quali: le primarie, il bipolarismo, la chiara alternatività al centrodestra, la dignità e il protagonismo di un partito non subalterno ad altri e che pensa e agisce come major party di una più vasta coalizione di governo. E, aggiungerei, un supplemento di prudenza e di vigilanza in tema di riforme costituzionali contro le tentazioni consociative.
Una visione, questa, che si metta dietro le spalle la leggerezza della stagione veltroniana ma che non iscriva sotto il segno della leggerezza da ripudiare una riflessione tutt’altro che estemporanea e di poco momento che era parte integrante della “dottrina” dell’Ulivo.
Quella che, se capisco bene, Menichini condensa nella formula dell’«ulivismo popolare». E cioè la consapevolezza delle forme nuove e molteplici della partecipazione politica (oltre quella classica dell’adesione e della militanza di partito), dell’esistenza di un popolo di centrosinistra più unitario dei suoi gruppi dirigenti, della centralità del voto di opinione, dell’esigenza di leadership unificanti e riconosciute da quel popolo come fu Prodi almeno nella sua prima, più felice stagione. In sintesi, la consapevolezza che il futuro non può essere il passato, che sarebbe un’illusione immaginare di riconsegnare tutte intere le redini della politica a partiti tradizionali e a professionisti sperimentati dopo il tempo… della ricreazione.
Ha ragione Adriano Sofri quando, riflettendo sul caso pugliese, dà polemicamente atto a D’Alema di un’apprezzabile sincerità quando egli confessa di non avere capito.
Un’incomprensione che non è solo sua, ma che ci interpella tutti. No, dunque, al nuovismo leggero di ieri, ma no anche a una impossibile restaurazione.
Fonte: Franco Monaco - Europa

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Scarpetta, Ocse: «Lotta alla disoccupazione? L’Olanda dimostra che si può»

«Le ricette per il welfare sperimentate nella crisi indicano un vero e proprio cambiamento di cultura politica».
Ad affermarlo è Stefano Scarpetta, direttore del dipartimento politiche del lavoro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) con sede a Parigi. «L’evidente fallimento dell’idea di mercato che si autoregola e la necessità di interventi statali per salvare le economie nazionali stanno portando a sperimentazioni che, come quella olandese, ridisegnano i rapporti tra stato, società e mercato, aprendo a nuovi scenari».
Quali sono i rimedi maggiormente utilizzati dai governi occidentali per far fronte alla crisi?
La maggior parte dei paesi dispone da tempo di sistemi complessi di welfare e di lotta alla disoccupazione. Si tratta principalmente di due dispositivi: il primo, quello della formazione continua associata a un efficiente sistema di collocamento; il secondo, il sussidio di disoccupazione. La congiunzione virtuosa di questi due dispositivi ha permesso i successi recenti del sistema danese. La flex security, l’accompagnamento dei lavoratori da un’occupazione a un’altra in un mercato sempre più dinamico dove le competenze e i soggetti sono in continua evoluzione e dove la mobilità è sempre più alta. Questo sistema, che funziona bene in tempi normali, però, è destinato a fallire in tempi di crisi.
Ecco perché numerosi paesi, ben ventidue di quelli Ocse, hanno deciso di servirsi di un altro meccanismo, in un certo senso vicino alla cassa integrazione italiana, che permette agli imprenditori in difficoltà di mantenere i propri dipendenti grazie allo stato che paga al loro posto parte degli stipendi. In questo modo, si evita la crescita esponenziale dei disoccupati e la paralisi del sistema che deve ... provvedere al loro reinserimento.
Si tratta di una misura, però, che, impedendo la selezione naturale delle imprese, contraddice i principi del libero mercato.
Certo, ed è proprio per questo che ad essa si ricorre in periodi atipici come quello che stiamo vivendo. Perché impedisce il passaggio del lavoratori da un’azienda a un’altra, falsa la concorrenza e perturba il mercato.
Paesi come la Francia hanno introdotto misure di questo tipo già qualche anno fa, ben prima della crisi.
Lo si deve al governo de Villepin. In effetti i cittadini francesi non dispongono soltanto della cassa integrazione, ma possono entrare progressivamente nel mondo del lavoro con contratti part-time dove lo stato che copre la parte mancante di salario.
Misure simili sono state adottate anche dalla Germania per gestire la riunificazione e per evitare il collasso dell’economia dell’Est.
Non si tratta di una svolta che riconosce i danni sociali della flessibilità e mira a limitare lo strapotere del mercato?
Di certo, la formazione continua è costosa e il passaggio dei lavoratori da un contratto all’altro e da una società all’altra produce danni di tipo psicologico e sociale.
È anche vero che la flessibilità si traduce spesso in precarietà, che è scomparsa una certa visione idilliaca della flessibilità e che anche la destra è tornata a parlare di ripristino delle regole e dello stato. È possibile, perciò, che dietro all’introduzione di queste misure ci sia un cambiamento politico culturale. Rimane il fatto, però, che l’uso massiccio che ne viene fatto negli ultimi mesi è strettamente legato alla crisi.
Il paese che più si è servito di questo sistema è l’Olanda. Quello che meglio ha fatto nel contenere l’aumento della disoccupazione ora che c’è la crisi.
È vero, l’Olanda è passata negli ultimi mesi da 2,7 al 3,7 per cento dei disoccupati e soltanto la Norvegia ha fatto meglio.
Questo, grazie agli aiuti per impedire i licenziamenti, ma anche alla complessità di un sistema di sostegno della disoccupazione che forse non ha pari in Europa. Gli olandesi, che negli anni Ottanta erano molto indietro, in trent’anni hanno fatto passi da gigante e, dopo aver dismesso tutele trasformatesi in privilegi di un sistema industriale che non c’era più, si è reinventato completamente.
L’intelligenza di questo sistema sta nell’estremo pragmatismo. Basti pensare che, se un datore di lavoro licenzia un dipendente dopo aver beneficiato degli aiuti, è obbligato a restituire la metà di quanto ha ricevuto allo stato.
Un altro paese che è ricorso a misure di questo tipo è la Spagna, dove però gli effetti sono drammaticamente negativi.
Il governo Zapatero ha agito con la giusta filosofia, ma con misure sbagliate. Questo è il problema vero. Ha introdotto misure di tipo kennesiano per aiutare le imprese, ma senza il pragmatismo di paesi come l’Olanda, che ha permesso di impedire ogni forma di assistenzialismo. Se si trasferiscono ingenti quantità di denaro a imprese di un’economia fondata sulla speculazione, infatti, una volta finiti i soldi non c’è niente che possa scongiurare l’arrivo della crisi.
Come si colloca la situazione italiana in tutto questo?
Quella del nostro paese è una situazione anomala. Innanzitutto perché noi non disponiamo di un sistema completo di aiuto alla disoccupazione. Non esiste un sistema efficiente di collocamento, non esiste un sussidio universale, non c’è un sistema di formazione continua. C’è soltanto la cassa integrazione che, per quanto ora che c’è la crisi sia stata estesa a molti settori, non riguarda tutti, ma soltanto una minoranza e per un periodo limitatissimo di tempo. A tutto questo, si aggiunge la presenza di una precarietà che forse non ha pari in nessun paese occidentale.
Le statistiche ci dicono che in Italia il cento per cento di coloro che sono stati licenziati sono lavoratori precari. Che significa spesso i più giovani, con conseguenze devastanti per la vitalità e il futuro del nostro sistema economico e sociale.
Fonte: Simone Verde - Europa

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Un anno dopo mi batto ancora in nome di Eluana

Caro direttore, un anno è passato dalla "fine di un incubo". Era un incubo nostro, degli Englaro, perché avevamo un componente della famiglia in balìa di mani altrui, contro la sua volontà. Ma credo che questo incubo familiare sia entrato in molte case. Incontro sempre più persone che vogliono stringermi la mano, salutarmi e dirmi grazie. Penso che questa gente abbia capito il senso dei diritti individuali di libertà delle persone. Sono convinto che molti si siano resi conto del prezzo che abbiamo pagato.
C'è una questione che viene sempre capovolta. Mi sento dire: "Mai più Eluane". E cioè, mai più contro la sacralità della vita e la sua indisponibilità. Ma, secondo me, è l'esatto contrario. E cioè, nessuno deve avere il potere di disporre di un'altra vita com'è avvenuto per Eluana. Il miglior modo di tutelare la vita in tutte le situazioni è affidarne le decisioni a chi la vive. Sia a chi è in condizioni di intendere e volere, sia a chi non è più capace, ma ha spiegato che cosa avrebbe voluto per sé. Che cosa mi diceva Eluana? "La morte l'accetto, fa parte della vita, ma che altri mi possano ridurre a una condizione di non-morte e di non-vita, no, questo non l'accetto". C'è chi la pensa in maniera diversa, e lo so bene. Ma so bene anche che mentre Eluana moriva, il Parlamento aveva organizzato una corsa per approvare una norma che annullasse quello che aveva stabilito la corte di Cassazione.
C'era un giudicato e c'erano dei politici che volevano sovvertirlo. C'era una ... nostra lunga e dolorosa battaglia, e c'era chi voleva farne carta straccia. Sembrava che quella legge fosse indispensabile per gli italiani. Che fosse fondamentale per la salvaguardia ideologica di alcuni partiti. Adesso io vorrei dire: è passato un anno, e la legge non c'è. Come mai? A che punto è? Tutta quella forza d'urto lanciata mentre una ragazza moriva dov'è finita?
Vedo che non hanno capito niente: i politici ne fanno una questione di conflitto di poteri, di chi decide che cosa. Dimenticano che la corte costituzionale s'è già espressa, avallando l'operato della magistratura di fronte a un cittadino che s'era rivolto a loro per il riconoscimento di un suo diritto. E se questi politici leggono bene la sentenza del 16 ottobre 2007, capiscono che è perfettamente allineata ai principi della nostra Costituzione.
Se i politici vogliono riappropriarsi, come del resto a loro spetta, del diritto "dell'ultima parola" su temi eticamente controversi, devono tenere conto di quello che è accaduto sinora. E come diceva Pulitzer, "un'opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema". I sondaggi ci sono, dicono che il mio è il sentire comune. E invece questa legge, così come viene formulata, non tiene e non terrà. E poi come non considerare che anche la terza carica dello Stato si è espressa sul tema, mettendo in guardia il legislatore da autoritarismi da stato etico?
I cittadini, come era esasperatamente cittadina Eluana, vogliono essere messi in condizione di assumersi le loro responsabilità. E non essere trattati come se non fossero responsabili delle loro scelte di coscienza. Un anno dopo la morte di Eluana, io voglio semplicemente separare la tragedia privata di aver perso una figlia dalla violenza terapeutica. Non credo che la medicina giusta sia quella che offre una "vita senza limiti". Eluana un anno dopo è come un anno fa, o diciotto anni fa: un simbolo pulito della libertà individuale. Ed è nel mio cuore costantemente.
Fonte: Peppino Englaro - Repubblica

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Regionali, Bersani:"Sono ottimista, siamo competitivi"

«Le cose si svolgono come avevo detto io all'inizio delle trattative per le regionali. Quando la polvere si sarà posata, si vedrà che siamo competitivi in molte regioni». Pier Luigi Bersani si dice «ottimista» in merito all'esito delle elezioni regionali. «Io sono sempre stato ottimista. Abbiamo lavorato in condizioni non agevoli di clima, ma io son sempre stato fiducioso». «Il Pd ha una funzione utile al paese e gli italiani lo capiranno». "Il Pd si è presentato come la forza che dà struttura al centrosinistra, attraverso nostri candidati o attraverso candidati di altri partiti che noi abbiamo voluto per mostrare l'apertura della coalizione».
Lavoro, sociale, scuola, economia verde e costi della politica: questi i temi al centro della campagna elettorale del Pd. Bersani ne ha parlato questa mattina in una riunione con i segretari regionali. «Stiamo lavorando su questi temi -spiega Bersani ai cronisti- e a breve riuniremo tutti i candidati per lanciare messaggi comuni nella campagna elettorale». Nella riunione di oggi sono state concordate una serie di iniziative nazionali in vista del voto del 28 e 29 marzo: il 19 e 20 febbraio si ripeterà l'esperienza della "Mille piazze" che sarà un po' il momento di apertura della campagna delle regionali, appuntamento per il quale non si esclude, tra l'altro, un'iniziativa pubblica ad hoc. Quindi il 4 marzo a Napoli ci sarà un'iniziativa sul Sud, il 6 a Roma sulla scuola, un'altra manifestazione sarà a Milano dedicata a fisco e imprese, mentre a Torino si parlerà di lavoro e crisi. «Alle regionali non chiederemo agli italiani di cambiare ... governo, ma di dire che così le cose non vanno», spiega Bersani.
Quanto alle primarie, a chi parla di "desertificazione" dopo il calo di affluenza domenica scorsa in Umbria, Bersani risponde: «Sento parlare di desertificazione delle primarie, voglio solo ricordare che in umbria alle primarie organizzate in una settimana, e senza nessuna copertura nazionale mediatica, è andato a votare il 10 per cento degli elettori... se è un deserto questo».
Sulle primarie calabresi, in programma domenica, l'area Marino è polemica: «È evidente, a questo punto, che le invocate, amate e odiate primarie calabresi, altro non sono che lo strumento, estremo e legittimo, che una classe dirigente licenziata in tronco dal vertice nazionale, vuole usare per difendere se stessa in nome dell'autonomia», dice Fernanda Gigliotti, coordinatrice dell'Area Marino in Calabria, in una lettera aperta al segretario nazionale del Pd Pierluigi Bersani e al segretario regionale del partito, Carlo Guccione. «La saggia decisione di Callipo di dire di no all'ipocrita e gattopardesca esibizione democratica delle primarie calabresi - prosegue Gigliotti - oltre che prevedibile e condivisibile, è un segno di serietà politica e di rispetto dell'intelligenza di tutti noi che conosciamo come funzionano le primarie nel Pd di casa nostra. Bersani sa bene che la Calabria non è la Puglia o l'Umbria e che qui le primarie possono essere un modo per non scegliere, per non cambiare. E sa bene che la Calabria è un problema serio anche per il partito nazionale e per le sue alleanze».
Sulla Calabria interviene anche Di Pietro: i margini di trattativa tra Pd e Idv per una scelta condivisa «ci sono, anzi dico che che c'è un mare enorme di margine. Il Pd deve appoggiare il suo simbolo e quello di Idv nell'appoggio a Callipo. Lo abbiamo fatto già in 12 regioni». Parlando delle primarie del Pd in programma domenica prossima Di Pietro afferma che «queste non sono primarie, semmai è una resa dei conti, una lotta trasversale interna al Pd. Con le primarie non si vincono le elezioni. Le elezioni si vincono il 28 e 29 marzo e si vince solo se si sta uniti. E la candidatura di Callipo è una vittoria di una coalizione che può battere anche il centrodestra. E sia chiaro che la responsabilità ricade tutta su chi non vuole accettare la candidatura di Idv». «Il Pd è come una bella donna che deve scegliere un partner, ma si tiene due amanti», dice Di Pietro. Uno è l'idv, l'altro «l'inciucismo possibilista dell'udc». Tuttavia, «Bersani ha detto chiaramente che l'asse portante è quello tra il Pd e noi. E che il Pd si oppone a tutti i tentativi di inciucio. E una bella conquista ottenuta grazie alla nostra iniziativa e alla nostra forza».
Bersani non entra nel merito della vicenda calabrese, ma difende Di Pietro dalle critiche mossegli dal leader dell'Udc Casini, e invita tutti i partiti di opposizione a farsi carico del problema di costruire un'alternativa al governo Berlusconi: «Ogni forza dell'opposizione ha un compito - ha risposto Bersani - però ciascuna di esse deve anche immaginare un'altra proposta da presentare agli italiani rispetto al governo Berlusconi. Noi sentiamo acutamente questo problema e anche gli altri credo debbano sentirlo». «Le regionali - ha aggiunto Bersani - sono solo una tappa, perchè la meta è a medio termine» .Costruire un'alternativa di governo con tutte le forze di opposizione, ha concluso, non è una cosa che si fa in un giorno, richiede tempo e pazienza.
Fonte: L'Unità

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Le venti Italie della spesa regionale

C'è chi spende tanto e offre buoni servizi pubblici e chi investe altrettanto con minori risultati; c'è chi riceve dallo Stato una montagna di trasferimenti e chi fa i conti con un budget decismente più ristretto. Anche quando si parla di qualità del welfare e costo per il bilancio pubblico, il paese si spacca: c'è chi sta bene e chi sta peggio. I cittadini, e quello che ricevono, non sono affatto tutti uguali.
Lo si capisce dall'analisi appena pubblicata dalla Ragioneria Generale sulla spesa statale regionalizzata (dati 2008): oltre trecento pagine di tabelle dalle quali affiora un'Italia dalle mille diversità. Per vederle bisogna andare al di là di quanto le singole amministrazioni ricevono nel loro complesso (le divergenze sono tante: basti pensare che la prima della lista - il Lazio - ottiene 34 miliardi, e l'ultima - la Valle d'Aosta - si ferma ad uno e mezzo appena) e ragionare sulla spesa procapite nelle sue molteplici varianti.
Così facendo la graduatoria spesso s'inverte e si scopre che i cittadini delle varie regioni "costano" allo Stato in termini di servizi pubblici essenziali (dalla scuola, alla sanità, alla sicurezza) cifre estremamente diverse le une dalle altre. In genere si può dire che "conviene" abitare in una regione a statuto speciale, ma non bisogna fare l'errore di considerare il livello di spesa un indice di qualità: nelle regioni del Sud per esempio l'istruzione ha un costo più elevato che altrove, eppure il tasso di abbandono scolastico è ancora troppo elevato. Così è per la sanità: non è detto che le strutture più costose siano quelle che offrono le migliori performances.
Fra le amministrazioni più virtuose e quelle più spendaccione i gap sono, comunque, molto elevati. Se guardiano alla spesa procapite al netto degli interessi sul debito pubblico vediamo infatti che La Valle d'Aosta, ad esempio, spende per ciascuno dei suoi abitanti cinque volte tanto la Lombardia: si va dai quasi 12 mila euro l'anno per la prima ai 2 mila e mezzo appena della seconda. Il Lazio investe quasi il doppio dell'Emilia Romagna. La Sardegna, che pur sta al ... terzo posto in classifica dopo il Trentino Alto Adige (10.524 euro procapite), più o meno due volte il Piemonte.
Le graduatorie variano ulteriormente a seconda della voce di spesa: quanto alla Sanità, infatti, in testa alla lista della spesa c'è la Sicilia, con 439 euro procapite, seguita dal Lazio con 384 (di cui 30 se ne andrebbero però in ricerca e svluppo), in Lombardia si scende a 110. Ma l'equazione "più mi sposto al Sud, più spendo" non regge: Campania e Calabria stanno agli ultimi posti della classifica con rispettivamente 77 e 43 euro a persona.
Sorprese le riservano anche la scuola e la sicurezza. Un bambino alle elementari in Calabria costa 394 euro, nel Lazio 260 euro, in Lombardia 226, in Veneto, 240. La Campania spende per l'ordine pubblico 266 euro ad abitante, l'Emilia Romagna 171, la Sardegna 284, la Toscana 214. Difficile dire con certezza dove le scuole siano migliori e i cittadini si sentano più sicuri, resta il fatto che le differenze non sempre sono giustificate dalla qualità del servizio.
Spesa delle Regioni in milioni di euro - Per abitante - In % del Pil
Spesa per la sanità - Per l'istruzione - Per rifiuti e ambiente
Fonte: Luisa Grion - Repubblica

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L'Antitrust: "Nei servizi troppo poca concorrenza"

"Occorre rivedere in via prioritaria le norme che proteggono dalla concorrenza i servizi postali, ferroviari, autostradali e aeroportuali". Lo chiede l'Antitrust nella segnalazione inviata a governo e Parlamento in vista della prima legge annuale sulla concorrenza.
Per l'Autorità "la legge annuale rappresenta uno strumento normativo di particolare efficacia per completare il processo di modernizzazione concorrenziale dell'economia nazionale. Le riforme, che dovranno essere continue nel tempo e progressive - si afferma in una nota - dovranno partire dai settori più critici e svilupparsi verso quelli meno protetti in un disegno complessivo e graduale".
Poste, ferrovie, autostrade e aeroporti rappresentano, secondo l'Antitrust, "i settori sui quali intervenire in via prioritaria per definire un assetto realmente competitivo della realtà economica del paese. Sono comparti che vanno accompagnati dalla creazione di regolatori autorevoli e indipendenti, evitando però di istituire nuove Autorità".
Per le banche e le assicurazioni l'Autorità ribadisce "l'esigenza di una legge di principi che riformi la governance. Essenziali le riforme anche nel settore dell'energia, a partire da un nuovo assetto della rete dei carburanti che va resa più efficiente e da una modifica delle modalità di accesso al mercato dello stoccaggio". Nella segnalazione a governo e Parlamento l'Autorità chiede "maggiori poteri per poter tutelare meglio la concorrenza e i consumatori".
Fonte: Repubblica

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L'obbligo di chiarire quella leggenda nera

I morti non si possono smentire e i vivi hanno difficoltà a difendersi dalle parole di morti. È una condizione che crea inestricabili ambiguità. Si ascoltano con disagio le rivelazioni di Massimo Ciancimino. Le ragioni sono due. La prima può avere come titolo: il morto che parla. Perché a parlare con la voce di Massimo, il figlio, è Vito Ciancimino, il padre, il mafioso corleonese, il confidente di uno Stato debole e compromesso, il consigliere politico di Bernardo Provenzano. Anche se Massimo Ciancimino mostra di tanto in tanto una lettera o un pizzino, sono soprattutto i ricordi delle sue conversazioni con il padre la fonte delle accuse contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.
Ricordiamole perché, se fondate, quelle accuse sono catastrofiche per la nostra democrazia (un uomo, che si è fatto imprenditore con il denaro della mafia e politico con la sua protezione, governa il Paese). Se menzognere e maligne, indicano che contro il capo del governo è in atto un'aggressione ricattatoria che fa leva su alcune oscurità della sua avventura umana e professionale. La mafia, dice Ciancimino, finanziò le iniziative imprenditoriali del "primo Berlusconi" (Milano2). Marcello Dell'Utri sostituì Vito Ciancimino nella trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra innescata dopo la morte di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e la nascita di Forza Italia, nel 1993, è stata il frutto di quel pactum sceleris.
I ricordi del giovane Ciancimino inverano, con la concretezza di una testimonianza "diretta", la cattiva leggenda che accompagna da decenni il racconto mitologico della parabola imprenditoriale del presidente del Consiglio. Si può dire così: quelle dichiarazioni riordinano in un resoconto esaustivo e "chiuso" l'intera gamma delle incoerenze che Berlusconi e i suoi collaboratori nella fondazione dell'impero hanno lasciato nel tempo incancrenire per non volerle mai affrontare. Come già è accaduto quando in un'aula giudiziaria è apparso Gaspare Spatuzza, si deve ricordare che Cosa Nostra è tra gli anni settanta e ottanta molto vicina alle "cose" di Silvio Berlusconi e ricompare ancora nel 1994 quando il ... ministro dell'Interno dell'epoca, Nicola Mancino, dice chiaro che "Cosa Nostra garantirà il suo appoggio a Forza Italia".
I legami tra Marcello Dell'Utri e i mafiosi di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri tra Silvio Berlusconi e la crème de la crème di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova. Con quali capitali Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero inglorioso.
Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari, quando ancora Berlusconi non si dice proprietario dell'impresa, ma soltanto "socio d'opera" o "consulente". Quei capitali erano "neri" soltanto perché sottratti al fisco, espatriati e rientrati in condizioni più favorevoli o erano "sporchi" perché patrimonio riciclato delle ricchezze mafiose, come ha suggerito qualche mese fa Gaspare Spatuzza quando disse: "La Fininvest era un terreno di pertinenza di Filippo Graviano, come se fosse un suo investimento, come se fossero soldi messi di tasca sua"? Le parole di Massimo Ciancimino riportano alla luce anche un'ultima e antica contraddizione di Berlusconi e dei suoi cronisti disciplinati, la più bizzarra: la datazione della nascita di Forza Italia nel 1994 e l'ostinato rifiuto a ricordare che le doglie di quel parto cominciarono nella primavera del 1993 da un'idea covata da Marcello Dell'Utri fin dal 1992.
È una rosa di "vuoti" e antinomie che apre spazi al ricatto mafioso. E' uno stato che dovrebbe preoccupare tutti. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del Consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. Lo ripetiamo. In questo conflitto - da un lato, una banda di assassini; dall'altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità - non c'è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia il capo del governo (per sottrarre se stesso a quel ricatto rovinoso) e la magistratura (per evitare che un governo legittimo sia schiacciato da una coercizione criminale che ne condiziona le decisioni) sono chiamati a fare finalmente luce sull'inizio di una storia imprenditoriale e sull'incipit di un romanzo politico.
È la seconda ragione di disagio, l'assenza di iniziative politiche e giudiziarie a fronte di denunzie così gravi. Ogni cosa sembra risolversi in una "tempesta mediatica", in una rumorosa e breve baruffa che scatena per qualche giorno sospetti, furori e controsospetti e controfurori senza che si intraveda non un'evidenza in più che scacci i cattivi pensieri o li renda più fondati, ma addirittura non si scorge alcuna attività in grado di spiegare finalmente come stanno le cose. Il risultato è che ce ne stiamo qui stretti tra la possibilità di avere al governo un paramafioso, un riciclatore di soldi che puzzano di morte e la probabilità che l'uomo che ci governa sia ricattato da Cosa Nostra per qualche passo storto del passato. È un circuito che va interrotto nell'interesse di Berlusconi, del suo governo e del Paese, della sua credibilità internazionale.
I modi per chiudere questa storia sono certo laboriosi, forse dolorosi, ma agevoli. La magistratura (per quel che se ne sa, ancora non è stata aperta un'istruttoria) accerti la fondatezza delle testimonianze di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza - magari evitando di rovesciarle in un'aula di tribunale, prima di una loro verifica. Berlusconi rinunci a scatenare, come d'abitudine, i suoi cani da guardia e faccia finalmente i conti con il suo passato. Non in un'aula di giustizia, ma dinanzi all'opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese. È giunto il tempo che questo conflitto sia affrontato all'aperto e non risolto nel segreto con un gioco manipolato e incomprensibile che nasconde alla vista il ricatto, i ricattatori, la punizione minacciata, ciò che si può compromettere, un nuovo accordo salvifico.
Fonte: Giuseppe D'Avanzo - Repubblica

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Perché Immunology fa proseliti eccellenti

Se i saggi padri costituenti avevano previsto l’immunità parlamentare che fu abrogata soltanto nel 1993 nel clima d’isteria dell’Italia delle tricoteuses, ai tempi di Mani pulite, perché mai si dovrebbe urlare allo scandalo se l’istituto di guarentigia fosse ripristinato, ben riveduto e corretto? Difficile trovare argomenti che perforino la corazza di questo semplice ragionamento: sul quale si fonda, come acciaio in una colata di cemento armato, il solido credo di quella che nei corridoi del Transatlantico chiamano Immunology, una sorta di setta trasversale che teorizza il ritorno dell’immunità parlamentare.
Fiumi d’inchiostro sono stati finora versati sull’accademico tema dell’immunità per gli onorevoli.
Ma con l’approvazione alla camera (e presto al senato) del legittimo impedimento tutto è improvvisamente cambiato e l’ipotesi di scuola s’è trasformata in una possibile e ravvicinata prospettiva. Sì perché il legittimo impedimento che consente a Berlusconi di sottrarsi ai processi è una legge-ponte valida soltanto per diciotto mesi. Ma un ponte verso che cosa? Verso un’immunità parlamentare che coprirebbe l’eletto Berlusconi al pari di tutti i suoi altri 951 colleghi o, invece, verso un lodo Alfano bis, stavolta di rango costituzionale, che faccia da scudo alle massime quattro cariche istituzionali? Due giorni fa il ... ministro Alfano ha spiegato che il governo vuol tenere aperte «entrambe» le strade.
Adducendo, a sostegno del lodo, un’inedita motivazione che non poteva certo passare inosservata: «Un lodo bis varrebbe in ipotesi anche per un presidente del consiglio che non fosse parlamentare.
Andrebbe a colmare una fattispecie differente rispetto al presidente del consiglio deputato o senatore». Perché mai Angelino Alfano, noto per essere più berlusconiano di Berlusconi, ha evocato il caso di un premier tecnico? Le parole del ministro sono solo uno specchietto per le allodole o c’è dell’altro? Dietro l’angolo, a destra, c’è un premier tecnico per il quale il Cavaliere ritiene comunque utile prevedere una blindatura? Gianni Letta? Luca Cordero di Montezemolo? Nella fase che s’aprirà dopo le regionali fino alle politiche del 2013 da Grande bonaccia delle Antille (per citare il racconto metafora di Italo Calvino sul fronteggiarsi tra la flotta del Pci e i galeoni della Dc), tutto è possibile.
Ci sarà modo di studiare le manovre delle armate navali e degli ammiragliati del Pd e del Pdl che scatteranno dopo marzo.
Ma in attesa del voto non tutto è immobile: giorno dopo giorno sembra crescere il fronte bipartisan per l’immunità parlamentare. Ieri Nicola Mancino (numero due del Csm presieduto da Giorgio Napolitano) ha posto tra le condizioni per un sì all’immunità una maggioranza tra il 60 e 65 per cento per «respingere le richieste di autorizzazione a procedere» delle procure. Luciano Violante, per il Pd, ha rilanciato le condizioni della finiana Giulia Bongiorno (Fini ha aperto uno spiraglio alla nuova immunità) come l’esclusione dei reati già commessi, aggiungendo altri paletti, tra cui la validità «per un solo mandato». Nel Pdl c’è maretta: i falchi forzisti già contestano i paletti dei finiani. Ma sono solo schermaglie: le navi sono ancora all’ancora. Il Pd di Bersani e Violante ripete il no a leggi ad personam come il lodo e colloca un’eventuale immunità nel contesto delle altre riforme istituzionali ed elettorale. A favore dell’immunità c’è, da sempre, Casini. Ma anche personalità come Oscar Luigi Scalfaro, l’ex pm di Mani pulite Gerardo D’Ambrosio e magistrati come lo storico leader di Magistratura democratica Vittorio Borraccetti, procuratore capo a Venezia.
Basta non tornare agli abusi di prima del ‘93, ammoniscono tutti. Se vi par poco. Forse è solo un gioco di specchi. Ma fino a qualche mese chi mai l’avrebbe ritenuto possibile?
Fonte: Francesco Lo Sardo - Europa

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martedì 9 febbraio 2010

Un lusso anche i contratti di serie B. Nessuno pensa al Welfare dei figli

(...) Il ministro Renato Brunetta ha molta ragione quando avverte che il diritto del lavoro, e in particolare l'articolo 18 dello Statuto del 1970, oggi si applica soltanto ai padri e non ai figli. Gli italiani, però, hanno diritto di sapere che cosa il ministro propone seriamente— e non soltanto con una battuta in un talk show —per superare il regime di apartheid che penalizza la nuova generazione di lavoratori. È vero: da anni, ormai, a un ventenne o trentenne che cerca lavoro in Italia le aziende offrono di tutto, tranne che un rapporto di lavoro regolare. E anche un rapporto di lavoro di serie B —«a progetto», o comunque a termine— è già considerato, in molte situazioni, un privilegio difficilmente ottenibile, rispetto alla «normalità», costituita dal lavoro di serie C: stage semigratuiti in azienda tutto lavoro e niente formazione, assunzione con partita Iva per mansioni d’ufficio, di cantiere, di negozio, di call center, di magazzino, che erano tradizionalmente considerate come lavoro dipendente. Case editrici in cui da anni non si assume più un redattore o un correttore di bozze con un contratto normale di lavoro dipendente; case di cura private che formalmente non hanno alle proprie dipendenze neanche un solo medico, un solo infermiere, un solo barelliere: tutti a partita Iva, oppure soci di cooperative di lavoro a cui il servizio viene appaltato.
Stessa musica nel settore pubblico, dove ormai domina sempre più diffusamente l’«esternalizzazione» delle funzioni mediante cooperative e altri appaltatori, che utilizzano ogni forma di lavoro atipico. Accade pure che dopo un periodo più o meno lungo di anticamera anche un ventenne o trentenne finisca coll’ottenere l’agognato posto di lavoro stabile regolare; ma il punto è che il datore di lavoro ha di fatto la possibilità di scegliere che il lavoratore, anche se sostanzialmente dipendente, resti escluso dalla protezione regolare per decenni. In altre parole: il diritto del lavoro sta perdendo la sua natura di standard minimo di trattamento universale, per assumere la natura di un ordinamento ... eminentemente derogabile: chi vuole lo applica e chi non vuole no. Naturalmente, poi, quando viene la bufera, a pagare per primi sono sempre i non protetti: i 500 mila lavoratori italiani che hanno perso il posto nei mesi passati di recessione sono ovviamente quasi tutti di serie B e C. Dunque: il ministro fa bene ad aprire gli occhi su questa realtà, a riconoscere che il nostro mercato del lavoro e il nostro sistema di protezione sociale non sono affatto «i migliori del mondo», come egli stesso ci ha detto solo pochi mesi or sono. Ma deve anche dire quale è la sua diagnosi del fenomeno e quale la terapia che propone.  
Una cosa è certa: il problema non è soltanto di controlli e di repressione delle frodi. Controllo e repressione servono quando la violazione o elusione delle regole è un fenomeno marginale; quando invece— come oggi accade per il nostro diritto del lavoro —violazione ed elusione diventano un fatto normale su larga scala, è l’ordinamento stesso che deve essere rifondato. La disciplina italiana del rapporto di lavoro regolare è vecchia ormai di oltre quarant’anni. È stata scritta quando non esistevano né i computer, né Internet, ma neppure i fax e le fotocopiatrici; quando era normale che un giovane entrasse in un’azienda con la prospettiva di restarci per trenta o quarant’anni svolgendo la stessa mansione, più o meno con gli stessi strumenti e le stesse tecniche. Oggi il tempo di vita di una tecnica produttiva (ma anche di un prodotto o di un materiale) non si misura più in decenni, ma in anni o addirittura in mesi; le imprese nascono e muoiono con un ritmo incomparabilmente più rapido rispetto ad allora.
Così stando le cose, la sicurezza economica e professionale dei lavoratori non può più essere affidata al modello del «posto fisso». Ed è in larga misura inevitabile che le imprese facciano di tutto per eludere, nelle nuove assunzioni, una disciplina della stabilità del lavoro, come quella dettata dall’articolo 18 dello Statuto del 1970, che condiziona lo scioglimento del rapporto di lavoro per motivi economici od organizzativi a un controllo giudiziale che può richiedere due, quattro o sei anni; e al Sud anche otto o dieci. La soluzione, allora, non è togliere l’articolo 18 ai padri, ma riscrivere il diritto del lavoro per i figli, per le nuove generazioni; in modo che esso torni capace di applicarsi davvero a tutti i rapporti che si costituiranno da qui in avanti. E garantire davvero a tutti non l’impossibile «posto fisso», ma quella protezione contro le discriminazioni e quella rete di sicurezza nel mercato, da cui oggi la nuova generazione dei lavoratori italiani è per la maggior parte esclusa.

Fonte: Pietro Ichino - Corriere della Sera

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Indietro non si torna

Mi perdonerete se non parlo della lettera di Vito Ciancimino a Silvio Berlusconi mostrata ieri nell'aula del tribunale di Palermo. Del resto son cose che i nostri lettori sanno già. Le abbiamo dette e documentate fino allo sfinimento, le analisi di Saverio Lodato e le cronache di Nicola Biondo le hanno per settimane e per mesi anticipate, dettagliate, spiegate su queste pagine. «Forza Italia nacque dalla trattativa fra Stato e Mafia», dice coi suoi occhialetti tondi Ciancimino jr ai microfoni, carte alla mano legge le lettere del padre. Grazie della chiarezza, qualcosa ci era parso di intuire. «È un agguato», urla il ministro di Giustizia. Incredibile: sembrava una deposizione in tribunale. Grazie anche ad Alfano, comunque, per la rassicurante prevedibilità della reazione. Niente paura, è un agguato. Poi Dell'Utri, quello che «Mangano è un eroe»: Ciancimino è folle, s'indigna offeso.
Ecco, di questo preferirei parlare. Dei folli. Di chi siano i matti in questa Italia disperata, se quelli che resistono e per esempio continuano a insegnare musica a scuola, quelli che si credono Napoleone e vivono come Sultani, quelli che vanno sui tetti, quelli che si spogliano in tv, quelli invisibili che dovevano raccogliere pomodori e finisce che fanno la rivoluzione. Del sollievo che procura il fatto che cinque milioni e mezzo di italiani abbiano visto su RaiUno «La città dei matti», il film sulla vita e sul lavoro di Franco Basaglia. Di quanto ci manca, in questo buio, lo sguardo di Basaglia. E poi pazienza se era troppo presto, se non siamo stati capaci, se non abbiamo capito o abbiamo fatto finta, se sembra ... che alla fine siamo tornati indietro. Ecco, no. Indietro non si può tornare più: anche questo dicono i cinque milioni e mezzo che sono rimasti alla tv a vedere cosa facevano prima di Basaglia ai matti di Gorizia e di Trieste, che poi si dice matti ma bisognerebbe chiamarli per nome uno per uno come si dovrebbe fare con gli immigrati, i clandestini, i bimbi stranieri quelli che Gelmini vuol mettere le quote nelle classi, il tetto perché non siano troppi che poi disturbano la didattica, non sia mai che qualcuno sospetti che possiamo imparare noi da loro. Dai bambini venuti da Benin e dal Marocco coi loro sorrisi, abbiamo oggi un servizio sulla elementare di Roma che ne ospita una moltitudine: «Il mondo è nella mia scuola», dice il calendario che hanno fatto, guardate le foto. Le categorie non rendono mai l'idea delle persone che ci stanno dentro. Persone, vite, occhi. Quello che ieri succedeva agli orfani di guerra e alle ragazze ribelli, chiusi in manicomio perché deboli, fragili, malati certo alcuni, malati davvero e da curare ma non per questo da incatenare buttare in mare chiudere a chiave in un immondezzaio, ecco quello che allora succedeva a Gorizia oggi succede a Bari nei centri accoglienza, a Rosarno nei campi, nelle stazioni dove i ragazzi per divertimento bruciano gli indiani sulle panchine. Meno Bossi e più Basaglia, pensate che sogno. Meno ronde e più sorrisi. Meno violenza e più pensiero. Meno lager più asili. Meno celle più ospedali. Meno urla roche, più occhi limpidi che vedono il futuro e sanno farlo vedere, con fatica e con dolore, anche a chi non sa guardare. Pazienza per gli errori, quelli per strada si correggono. È lo sguardo - è quello sguardo - che manca.

Fonte: Concita De Gregorio - L'Unità

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Davanti a colossi geografici come l’America e la Cina, l’Europa o si unisce o scompare.

La Grecia scivola, la Spagna crolla, e neanche Francoforte e Milano stanno troppo bene, mentre la colf brasiliana di un’amica saluta tutti e torna a Rio, dove il padre operaio si è messo in proprio e ha aperto una fabbrichetta. Fra qualche anno, dice l’amica, finirò io a fare la colf a casa loro. Non capisco niente di economia, ma una cosa temo di averla intuita: dopo aver brillato per secoli e secoli sulle nostre teste, il sol dell’avvenir si è spostato dall’altra parte del mondo e ci sta lasciando all’ombra, con l’aggravante che a quel tipo di freddo non siamo proprio abituati.
Nei momenti decisivi servirebbe uno scatto epocale. Davanti a colossi geografici come l’America e la Cina, l’Europa o si unisce o scompare. Lo sosteneva già un genio, tale Napoleone Bonaparte, due secoli fa. Aveva la vista lunga. Certo, lui avrebbe voluto unirci sotto il suo tallone, e non è esattamente di un padrone che l’Europa ha bisogno. Però neanche di ectoplasmi. Qualcuno di voi ha mai sentito la voce di Herman Van Rompuy? Non è un ciclista fiammingo, ma il presidente della Ue. Ignoro i suoi pensieri e i suoi poteri, ammesso che ne abbia.
E la ministra degli esteri, la baronessa Ashton, con quel cognome da giocatrice di Wimbledon degli Anni Venti e la faccia da gemella triste di Martina Navratilova? Sono i degni leader di un continente votato all’auto-dissoluzione e ripiegato sul proprio passato, che si sta inabissando senza neppure averne consapevolezza. Ma di questo passo fra un po’ ci resterà soltanto la Champions League.
Fonte: Massimo Gramellini - La Stampa

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Umbria, vince la candidata di Bersani Ma è bassa l'affluenza ai gazebo

Un seggio allestito in un bar è la trovata magica. Per di più fa così freddo che chiunque passi nella piazza principale di Narni si vede costretto, per restare in piedi, al pit stop. Invece niente. L'Umbria rossa non capisce ma alla fine si adegua: candidata alla carica di governatore sarà Catiuscia Marini che vince le primarie di partito col 55 per cento dei voti ed ha la meglio su Gianpiero Bocci. In 54 mila vanno a votare: 25 mila in meno di quelli che a ottobre decisero di partecipare alla conta tra Bersani e Franceschini.
Le primarie inventate in quattro giorni dal Pd sanno di regolamento di conti interni, odorano di muffa d'apparato, invogliano alla diserzione, al boicottaggio. "Così ci siamo fatti del male", dice Stefano Bigaroni, il sindaco veltroniano di Narni che guida la rivolta degli esclusi.
Ha dell'incredibile la vicenda umbra. Un capitombolo all'ingiù, una repentina guerra di retrovia tra ex democristiani ed ex comunisti divisi dalle gelosie più che dai programmi. Due candidati sbucati all'improvviso, in limine mortis. Due candidati inventati pur di sbarrare la corsa a coloro che dall'inizio avevano voglia di farla: la presidente uscente, e donna forte del partito, Maria Rita Lorenzetti, e Mauro Agostini, senatore veltroniano.
Il Pd ha detto no alla sua Rita per il troppo carico di mandati (sarebbe stato il terzo). Sguarnita la prima fila si è cercato nella seconda: la giovane Catiuscia Marini, per l'area bersaniana, è entrata in pista la settimana scorsa. A quel punto gli ex dc, che dalla Margherita hanno tutti trovato collocazione nell'area ... Franceschini, hanno preferito uno di loro, il deputato Gianpiero Bocci, ad Agostini, mite sì ma pur sempre ex diessino. Pugnalato alla schiena cinque minuti prima di depositare la candidatura.
E' esplosa una guerra senza senso ma cruenta. Ed è parso possibile vedere il fungo bianco spuntare e crescere a dismisura sotto l'albero rosso. Un incubo o un sogno, a seconda dei punti di vista. Bocci stava sognando davvero. All'ora di pranzo in un ristorante di Perugia: "La battaglia è aperta, e diciamo che sulla schedina farebbe bene a mettere una tripla".
Ha mobilitato tutte le risorse: gli amici, gli amici degli amici e anche, a dire dei detrattori, i nemici del Pd. A Spoleto, per esempio, sarebbe stato visto votare il coordinatore di un circolo di Forza Italia. Per chi? Ma è chiaro! E telefonate hanno raggiunto i dirigenti delle Asl, e quelli comunali e ancora altri. Un presidente di seggio ha abbandonato lo scrutinio per protesta. A Todi, dove vive Catiuscia Marini, i primi segnali sono stati da paura: "Stanno succedento cose spaventose. Sembra di essere in Campania".
Allarmato era parso anche Pierluigi Bersani che due giorni fa era accorso a Orvieto per cercare di dare un senso a questa storia: "I conti li facciamo dopo". Dopo sì. Bisognava aspettare che queste benedette primarie finisssero. La situazione è stata piuttosto confusa fino alla fine. A Terni e Narni, dove i veltroniani sono forti, il vento era cattivo e gelido. La bassa Umbria mugugnava. A Perugia le cose andavano così e così: a parte l'entusiasmo, pari a zero, in alcuni seggi si registravano punte accettabili.
In altri deserti inimmaginabili. Votava invece e bene l'alta Umbria, ma a nord est, nella Valnerina dov'è il loro covo, gli ex democristiani sembravano più pimpanti, più smagati, più a loro agio intravedendo addirittura un'Opa sul gigante diessino. Davide trotterellava fiducioso contro Golia, più impacciato e stanco.
I numeri sono numeri però e certo l'egemonia diessina alla fine è stata larga e riconoscibile. Centinaia di sindaci contro le decine, una falange incomparabile. La questione era stata: questa falange sta combattendo? "Qui a Todi, che è la mia città posso assicurarle che tutto è a posto". Di Todi la Marini è stata sindaco: "Ma io non possiedo elenchi telefonici, non ho centralini all'opera. Ho girato dove ho potuto, chiamo chi conosco". Sulla Marini si è giocata l'onore anche la presidente uscente che infatti da Foligno, dove abita, ha consigliato e indirizzato, convocato e diramato. Con la conta, la grande paura è passata: Catiuscia di misura ha vinto. I rossi restano al loro posto. Per adesso.
Fonte: Antonello Caporale - Repubblica

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L'Italia, il Pd e le rinsecchite radici dell'etica pubblica

Nel dibattito sulla giustizia affiora periodicamente un dato: la percentuale pro-capite di procedimenti civili, penali e amministrativi intentati in Italia è considerevolmente più alta di quella di tutti o quasi gli altri Paesi del mondo.
Siamo un popolo di litigiosi, si dice. Si dice anche che, figli degeneri della massima tradizione giuridica, non manchiamo occasione per cercare il pelo nell’uovo, e cucinarlo poi su un banco di tribunale. E peggioriamo viepiù. Anche assumendo come tara il peso delle carenze gravi di risorse umane e strumentali, il dato resta.
Un dato da inscrivere direttamente nelle caratteristiche nazionali, come pizza e mandolino? Dipende, come dice qualcuno, dal fatto che abbiamo troppe leggi, la maggior parte delle quali cattive?
Senza negare che molti accorpamenti e snellimenti si potrebbero fare, penso che di leggi buone ne abbiamo diverse, a cominciare dalla Costituzione ma non fermandoci a quella. Il problema è, caso mai, che i diritti sanciti da molte di quelle leggi (le più avanzate, in genere) non sono quasi mai, nella sostanza, esigibili.
In Italia l’etica pubblica non ha mai avuto radici profonde, e quelle che c’erano si sono parecchio rinsecchite. Mentre è stato possibile che negli Usa Clinton venisse messo sotto accusa non a causa di una relazione extra-coniugale, ma perché aveva mentito, da noi il mentitore viene vissuto come un “dritto”, uno che ha capito come va il mondo. Ancora: gli Usa fondano sostanzialmente sul capitalismo le proprie basi, e qualunque forma di statalismo l’hanno sempre vista come il fumo negli occhi. Eppure, il fatto che la tassazione sia un pilastro dello Stato nessuno si è mai sognato di metterlo in discussione. Con risultati anche interessanti: Al Capone, che l’Fbi non era riuscito a incastrare per nessuno dei suoi molteplici misfatti, finì comunque in carcere per evasione fiscale.
Non che io sia stata colta da un improvviso e acritico amore per gli Stati Uniti. È che mi guardo attorno, e mi piacerebbe vedere un panorama un po’ diverso da quello che, qui, ci assedia ogni giorno.
Andando per capi più che sommi. Il sindacato è in difficoltà, ed è finita l’epoca dei partiti di massa: partiti e sindacato come corpi intermedi fra i diritti e il potere del singolo da una parte, e dall’altra un potere più forte. C’è una caduta generalizzata di ogni senso della collettività e del bene comune, e l’individualismo (straccione) trionfa. Ecco: in un tempo così, in un panorama come questo, per esigere i diritti negati va a finire che si fa inevitabilmente strada in molti la speranza che almeno «ci sia un giudice a Berlino». Da Mani Pulite in ... poi, viene attribuita alla magistratura la «colpa» di essersi sostituita alla politica: certamente una parte del ceto politico (piccola, a far bene i conti) è stata spazzata via in quella stagione, ma ciò è avvenuto perché il percorso della politica vera, capace di progetto ed egemonia culturale in senso progressivo, latitava da tempo. Da lì in poi, la situazione è andata via via peggiorando, benché gli italiani dimostrino ancora, miracolosamente, la capacità di resistere e indignarsi. Andando perfino a votare alle primarie.
Insomma, sono convinta che l’intasamento dei tribunali sia, in misura non irrilevante, frutto tremendo della mancanza di politica, laddove con questa parola si intenda la capacità di condividere, capire, governare e guidare i processi e i cambiamenti che attraversano la società.
Ma a questi non pochi guai si aggiunge ora un fatto nuovo, che riguarda direttamente il Pd. La guerra sanguinosa per la presidenza delle Regioni si combatte, come non bastasse tutto il resto, anche a colpi di ricorsi ai Garanti. È successo o sta succedendo in Puglia, dove peraltro si vedono almeno barlumi di opzioni politico-programmatiche diverse. E già successo - e non è detto che sia finita - nella mia piccola Umbria, alla periferia dell’impero, dove tutto accade, non da ora, all’interno di quello che fu Pci, Pds, Ds e ora Pd. Tutto in casa.
Gli scontri politici sono, sempre e per definizione, scontri di poteri. Ma se anche i dirigenti del Pd pensano che l’unico percorso possibile sia quello che passa «per Berlino», allora significa che la politica è davvero finita, e che gli scontri sono solo scontri per il potere: chi vince la partita, ci guadagna e si porta via un bel jack-pot. Altro che alla frutta, siamo ben oltre il caffè e l’ammazza-caffè. Perché qualcosa ne viene in tasca anche a noi, i tanti noi che siamo fuori dalle segrete e sempre più asfittiche stanze dei bottoni: più impotenza, più solitudine, più disperanza.
Fonte: Clara Sereni - L'Unità

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Scuola, riforma superiore. La Gelmini oscura i forum

La furba Gelmini continua ad usare le scorciatoie. Quando ha voluto prendere l'abilitazione di avvocato è andata in Calabria ora invece di accettare il confronto oscura chi non la pensa come lei. Che dire laureata in furbizia e fascismo 110 e lode. (M.B.)
L'ha definita una "riforma epocale", frutto di "un ampio confronto" con il mondo della scuola. Ma subito dopo lo show a Palazzo Chigi spalleggiata da Silvio Berlusconi, la maestra "unica" dell'istruzione ha oscurato tutti i forum sul riordino della scuola superiore dal sito istituzionale Indire, l'Agenzia nazionale per lo sviluppo dell'autonomia scolastica.
Una vera e propria censura per docenti, studenti e genitori. Sul web sono stati oscurati tutti i i thread intitolati "Conosci e commenta la riforma". Un atto che la Gelminini ha compiuto senza alcun preavviso e senza alcuna motivazione.
Lo denuncia con rabbia il Coordinamento nazionale dei docenti di Diritto e Economia, materia scolastica che per altro la Gelmini ha pressochè "bandito" dalla sua scuola.
Intanto secondo Tuttoscuola, la riforma delle superiori porterà al taglio di 7 mila insegnanti negli istituti tecnico-professionali. Gli schemi iniziali dei regolamenti della riforma, approvati tra maggio e giugno 2009, prevedevano, spiega il mensile di settore, l'avvio della riforma anche per il secondo anno di corso per tutti, ma la critica generalizzata a questo doppio avvio ha convinto il ministro ... dell'istruzione, Mariastella Gelmini a desistere, limitando l'avvio al primo anno. «Chi, invece, non era disposto a desistere era il ministero dell'Economia che dal minor orario delle seconde classi aveva programmato un cospicuo risparmio di risorse - ricordano da Tuttoscuola - per non incorrere nella clausola di salvaguardia, il Miur ha dovuto trovare altre risorse a compensazione e lo ha fatto riducendo gli orari delle classi successive alla prima (quinte escluse) per i tecnici e l'orario delle seconde e terze per i professionali (i licei sono salvi), con effetto immediato da settembre».
Per le classi dei tecnici si passerà dall'orario medio settimanale di 36 ore a 32 ore (sono interessate quasi 24 mila classi), con una conseguente riduzione di docenza pari a circa 5.300 posti di docente (senza contare anche i 400-500 posti di insegnanti tecnico pratici).
L'operazione dimagrimento per i professionali interesserà circa 10.800 classi, calcola Tuttoscuola: per le seconde si passerà dall'orario medio settimanale di 36 ore a 32, per le terze da 36 a 34 ore. La conseguente riduzione oraria dovrebbe determinare un minor fabbisogno di docenza pari a circa 1.800 posti (senza contare anche un centinaio di posti di insegnanti tecnico pratici «a registro»).
Complessivamente, quindi, i posti di docenza nelle classi intermedie dei tecnici e dei professionali si dovrebbero ridurre di oltre 7 mila posti. A questi sono da aggiungere almeno 500 posti degli insegnanti tecnico pratici. Si tratta, comunque, di stime da verificare, spiega il mensile, con le determinazioni dei nuovi organici che il Miur si prepara a definire per il prossimo anno scolastico.
Fonte: L'Unità

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Protestano i migranti: diecimila persone in dieci righe di giornale

E’ questo che ho trovato sfogliando i maggiori organi di stampa all’indomani della manifestazione promossa a Brescia dall’associazione Migranti. Oltre 10 mila immigrati che si sono dati appuntamento per protestare contro le delibere razziste che ormai dilagano nel profondo nord. Diecimila persone che hanno sfilato con un adesivo rettangolare giallo e nero sul quale campeggiava la scritta “Combatti il razzismo e lo sfruttamento per la sicurezza sociale”. Non avevano alcuna bandiera politica solo striscioni con slogan che ricordavano che ci sono ordinanze che obbligano l’uso della sola lingua italiana nei luoghi pubblici, i premi in denaro riconosciuti agli studenti meritevoli (immigrati esclusi), contro i 500 euro di incentivo per tornare nei Paese di origine dai quali si è fuggiti, contro il divieto di professare una religione diversa dal Cristianesimo e tanto altro ancora.
Uomini e donne che hanno ricordato a tutti che alcuni Comuni negando diritti a chi è cittadino straniero nega diritti anche ai francesi e agli spagnoli. Contro le delibere locali, sempre più spesso bocciate dai Tribunali che ne sanciscono il carattere palesemente discriminatorio e che cercano di ridisegnare le politiche sociali in base alla nazionalità.
Che la crisi economica rischia di scatena conflitti anche razziali all’interno delle fabbrichette in cui un padrone può decidere se pagare o non un lavoratore straniero. Che tanto rimane un “negher”. Contro il razzismo quotidiano che fa tanto male quanto un gesto magari eclatante che trova spazio e risalto nei titoli ... dei Tg serali.
Insomma in piazza a Brescia sabato sarebbe stato importante, un po’ per tutti, esserci. Per conoscere da vicino quella che è già l’Italia di domani. Che ci piaccia o no. Invece solo 10 righe di comunicato stampa nelle notizie brevi della pagine della Lombardia.
"Io mi sono dimenticato com’è il Pakistan le sue tradizioni e i suoi colori. I miei figli sono nati qui e non l’ hanno mai visto. Non possiamo più essere trattati ancora come ospiti". Sono state le parole di Mahfooz Safdar vicepresidente dell’ associazione pakistana nazionale. Per la comunità pakistana il gioco del cricket è importante quanto il calcio per gli italiani per questo motivo il divieto imposto dalla città di Brescia di poterlo praticare nei parchi pubblici è stato per loro uno schiaffo fortissimo. Ma non si arrendono promettendo di portare la nazionale italiana di cricket ai mondiali oltre ad un grande raduno sportivo fissato per agosto sempre a Brescia.
Alla testimonianza di Safdar si aggiunge quella di Ennya Ariss del coordinamento immigrati della Cgil di Brescia. “ Il problema più importante, però, resta quello del lavoro. Oggi se un immigrato perde l’occupazione ha sei mesi di tempo per trovarne un’altra, altrimenti non gli viene rinnovato il permesso di soggiorno. Noi siamo i primi ad essere stati lasciati a casa per le conseguenze della crisi”. "Questo è il nostro paese, vogliamo bene all’Italia e paghiamo le stesse tasse che pagate voi. Per questo motivo vogliamo partecipare alla vita del paese, nel bene e nel male, e abbiamo diritto agli stessi aiuti di cui godono gli italiani" afferma Iqbal Mazhar dell’ associazione Diritti per tutti. A queste parole possiamo unire quelle di Adama Mbodj segretario generale della Fiom di Biella e fratello del senegalese ucciso lo scorso dicembre nel comune piemontese dal suo datore di lavoro perché chiedeva la regolarizzazione della propria situazione. "Dove governa la destra, veniamo considerati come carta da buttare.
Vogliamo ricordare a chi ci ascolta che esiste una Costituzione che oggi però viene male interpretata, anche nei loro confronti", ha spiegato Mbow Momar, rappresentante di tutte le associazioni di immigrati della provincia di Brescia che ha aggiunto: "Ci hanno attaccato con i bonus bebè, con le ronde, con i decreti sicurezza, con i controlli a tappeto senza esito, vietando il gioco del cricket nei parchi e infine ci umiliano offrendoci 500 euro per tornare volontariamente a casa" riferendosi alla nuova iniziativa messa in campo dalla giunta comunale di Brescia che tra l’altro si appresta ad inserire nel nuovo Pgt (piano di governo del territorio) vincoli alla costruzione di edifici di significato politico/identitario/religioso come minareti e moschee.
Tutte scelte populiste che non portano certamente alla risoluzione dei problemi quotidiani di convivenza; che in compensano incendiano gli animi in questa parte del profondo nord nella quale sono ormai oltre 160 le nazionalità presenti. Dove le adesioni degli stranieri ai maggiori sindacati – tra i lavoratori attivi – superano il 20 per cento del totale.
E tra gli alunni nella fascia di età tra i 5 e 14 anni, nella sola città di Brescia, un quinto di loro è figlio di persone che non hanno la nazionalità italiana.
Fonte: Elisabetta Reguitti - Articolo 21

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I nuovi sfruttati, in questo Paese, sono gli onesti.

Le diatribe sulla pressione fiscale aumentata o abbassata (diciamo che è rimasta uguale: e comunque tanto basta a smentire le promesse elettorali di Berlusconi) diventano minuzie rispetto alla voragine dell' evasione. La vera questione, come tutti possono capire, è che metà del Paese paga le tasse, l' altra metà no. E che questa seconda metà, grazie al reddito contraffatto, simula indigenza e gode di agevolazioni che non le spetterebbero: insomma ruba due volte. Di questa truffa pluridecennale di milioni di italiani ai danni di milioni di italiani, Berlusconi non parla mai. Basterebbe questo silenzio a definirlo o un inetto (perché non vede il macroscopico problema) o un cinico speculatore politico, che cerca di mettere a frutto il consenso elettorale dell' esercito di cittadini fraudolenti che contano sull' omertà e/o l' impotenza dello Stato per continuare a sfruttare la situazione. La vera questione morale è questa: è lo scrocco organizzato dei disonesti (evasori, pagatori in nero, falsi invalidi, falsi braccianti, falsi tutto) ai danni degli onesti. I nuovi sfruttati, in questo Paese, sono gli onesti. E il peggio è che a dirlo si passa per moralisti, mentre è la più banale delle osservazioni politiche.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

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Più vigore contro le menzogne di regime

Domenica 7 febbraio ore 16,15 scorro le agenzie e non credo ai miei occhi, il Ministro della Giustizia Alfano pubblica un’agenzia affermando:“ candida un plurindagato” a Di Pietro. E’ evidente che alla destra faccia paura un’opposizione che si coalizzi in nome di un buon Governo ,anzi si può dire che tra le cose che terrorizzano di più questo Governo di destra e Berlusconi ci siano proprio:la piazza e le idee.
Dopo il 3 ottobre l’attacco alla libertà di stampa e di televisione è diventato l’obiettivo proprio perché abbiamo riempito Piazza del Popolo, l’attacco si è fatto più concreto all’interno delle redazioni dei tg e dei giornali. Molti però non credono che ci siano limiti alla libertà in questo Paese, e forse sono fin anche convinti che la crisi sia passata.
Il terrore più grande che la mia generazione ha è che gli italiani credano alle bugie sulla crisi e sulla libertà, perché solo conoscendo il contesto in cui si vive si è liberi di è scegliere, se tale contesto è falsato, a catena tutto crolla anche le nostre convinzioni. Questo però è divenuto il Paese dove tutti sanno ma allo stesso modo non sisen tono responsabili di denunciare le ingiustizie , sicuramente nessuno si sente responsabile del proprio Paese o del prossimo suo, e forse in Italia gli individui non sono più responsabili neanche di se stessi.
Nell’ultimo anno siamo stati spettatori di orrori e bugie,raccontateci da replicanti che dai salotti televisi ci spiegavano la necessità imprescindibile di leggi vergogna, il tutto corredato da pailettes rimmel e capelli ben pettinati .Il copione da 15 anni a questa parte, quasi che uno scempio proferito da uno ben curato assuma un aspetto credibile , ma la realtà non è questa.
Nella vita di un Paese conta la sostanza e noi non sappiamo più cosa sia in mezzo a questo tornado mediatico fatto di menzogne. Ora bisogna ricominciare ad alzare la testa, facendo giusti investimenti , salvaguardando più posti di lavoro possibili, se l’Idv ha deciso di dare un contributo insieme al Pd ben venga, ma che si producano idee con un vigore quanto mai necessario, c’è bisogno più che mai di ... soluzioni il Paese è alla canna del gas, se il Governo non sa ascoltare beh allora che l’opposizione alzi la voce, fin’ora lo stile “bradipo” del Pd ha lasciato troppi feriti. Speriamo che un rilancio della coalizione aiuti un po tutti a mettere a fuoco la deriva.
Fonte: Tania Passa - Articolo 21

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lunedì 8 febbraio 2010

Dov'è finito il camibamento

Galleggiamo sullo stagno del nostro tempo immobile. Dove il futuro è introvabile - come si usa dire spesso. Nascosto, insieme ai giovani. Oppure simulato, come la gioventù che non finisce mai. Inibito nel linguaggio.
Di "cambiamento": chi ne parla più? È una parola rimossa dalla comunicazione politica. Scomparsa dal sillabario della vita quotidiana. Qualcuno potrebbe eccepire che non si tratta di una grande perdita, visto che non se n'è accorto nessuno. Ma per questo la rimozione appare più significativa. Tanto più perché riguarda una parola - e un concetto - di largo uso e di grande successo, nel secolo scorso. Fino a pochi anni fa. Declinato in diversi modi: trasformazione, mutamento. Progresso.
Anche negli ultimi decenni abbiamo assistito alla celebrazione del "cambiamento". Si pensi all'epica della modernizzazione interpretata da Craxi negli anni Ottanta. Ma soprattutto alla cosiddetta "rivoluzione" dei primi anni Novanta, che ha prodotto il crollo della prima Repubblica. Ha sbriciolato cinquant'anni di storia, lasciandoci senza passato. Così siamo stati costretti a guardare avanti. A "cambiare". E molto è effettivamente cambiato. In modo confuso, frammentario, per strappi e senza un disegno o un progetto condiviso. Anni convulsi, scossi da una sorta di isteria del "nuovo". Parola magica, usata come passepartout da quanti - tanti - hanno invocato una Repubblica "nuova", con partiti "nuovi" e uomini "nuovi". In quanto estranei alla politica tradizionale e alla tradizione politica. Leghe e partiti personali. Uomini politici rigorosamente extrapolitici. Esterni alla politica. E meglio se antipolitici. Imprenditori, artigiani, militanti della società civile e del "sociale", attori, autori, sportivi, presentatori e presentatrici tivù.
E' di quegli anni il mito della "Grande Riforma". Perché ri-formare significa dare una forma "nuova" alle istituzioni. Quindi "cambiare" - in modo sostanziale - rispetto al passato: lo Stato, il sistema politico, le istituzioni, il governo. Attraverso il presidenzialismo e il semipresidenzialismo, oppure il ... premierato/cancellierato; e poi il federalismo, il sistema americano, il maggioritario, il bipolarismo e magari il bipartitismo. Il partito leggero e le primarie. Per quanto tempo se n'è parlato e discusso. Anzi, non si è mai smesso. Però, in modo sempre meno convinto. E, soprattutto, sempre meno condiviso dai cittadini. Dalla mitica società civile che aveva partecipato in modo coinvolto e appassionato alla stagione del cambiamento, nei primi anni Novanta. Votando massicciamente ai referendum e premiando i partiti e i leader "nuovi" alle elezioni politiche.
Alla fine del decennio, tuttavia, questa spinta si spegne. Tutti i referendum falliscono. I cittadini: dal 1999 si oppongono a ogni tentativo di modificare il sistema elettorale in senso definitivamente maggioritario. L'unico referendum che supera la soglia del 50% di partecipazione elettorale, nell'ultimo decennio, è quello che, nel giugno 2006, boccia le riforme costituzionali. Approvate in fretta e furia dalla maggioranza di centrodestra l'anno prima. Segno che l'ansia di cambiamento, fra i cittadini, si era ormai spenta. D'altronde, da tempo, anche il linguaggio si è adeguato a quest'epoca stagnante. Non si parla più del "Cambiamento", ma piuttosto di "cambiamenti". Meglio ancora di "innovazioni", che toccano aspetti specifici e puntuali della realtà, senza pretendere di ri-disegnarla. Inoltre, al Cambiamento subentra il riferimento alla Transizione, che significa Passaggio. Cioè: siamo in viaggio. Ma senza sapere perché. Così, dopo anni e anni passati a viaggiare senza mèta, a "innovare" senza un fine preciso e condiviso, la Transizione è divenuta una condizione stabile (e non transitoria). Mentre il cambiamento e i termini ad esso collegati hanno perso significato. Come le riforme: oggi le vogliono tutti, a parole, ma pensano a cose diverse e spesso opposte. D'altronde, i riformisti più accaniti oggi stanno a destra. Solo che pensano a ri-formare la giustizia, a ristabilire l'immunità parlamentare - anzitutto per il premier. Più che una ri-forma, un ri-torno. Alla prima Repubblica. D'altronde, più che sul cambiamento futuro, il dibattito politico - e sociale - è tutto ripiegato sul passato. Si discute di Craxi e di Tangentopoli. Dei comunisti e dei socialisti. Dei democristiani no, perché non sono mai passati di moda. E, di data in data, si risale - o si ridiscende - lungo la nostra storia. Al 1968, alla Resistenza. Fino all'Unità nazionale.
Il sospetto - fondato - è che si discuta del passato con gli occhi rivolti al presente. Anche perché il cambiamento si è, ormai, consumato. La classe politica della prima Repubblica è tornata, in parte non se n'è mai andata. La si incontra oggi in tutti i principali partiti e schieramenti. Gli uomini "nuovi", peraltro, stanno, ormai da tempo, saldamente al potere. Bossi e Berlusconi, in testa. Per cui non sono più "nuovi". Perché, allora, dovrebbero "cambiare"? Anche i leader e i parlamentari del centrosinistra, sopravvissuti, in gran parte, alla fine dei partiti di massa. Perché dovrebbero evocare - o peggio: promuovere - il cambiamento? La loro posizione è, in fondo, garantita da partiti largamente oligarchici e da un sistema elettorale conservatore. Le difficoltà in cui versa il progetto dell'Ulivo e del Pd, in fondo, hanno la stessa origine. La resistenza al - e la rimozione del - cambiamento. A cui la destra può opporre l'uso della tradizione in senso neo - e teo - con (servatore). Come risposta allo spaesamento sociale, culturale ed etico prodotto dal "cambiamento". La sinistra no. Per storia, valori, per coerenza con le domande della sua base sociale: ha bisogno di immaginare il cambiamento. E di evocarlo ad alta voce. Senza farsi tentare dalle (note) parole di Tancredi, quando (nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa) suggerisce allo zio, don Fabrizio Salina: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!".
Fonte: Ilvo Diamanti - Repubblica

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Bersani: «No al nucleare, sì all'energia verde la nostra battaglia riparte da qui»

«Emma? Va alla grandissima», le tira la volata Pier Luigi Bersani. D'altra parte era stato lui a definire la leader radicale una «fuoriclasse» dando a tutto il Pd una spinta a sostenere la sua candidatura a tenere il Lazio nel campo del centrosinistra anche dopo il caso Marrazzo. E adesso, eccoli lì, il segretario del Pd e la candidata Emma Bonino, che provano insieme a indicare una mission al partito e allo schieramento di centrosinistra verso le regionali.
Le parole d'ordine sono due monosillabili, molto cari al chirurgo del Pd Ignazio Marino. «No al nucleare e sì all'efficienza e al risparmio energetico, così ci capiamo», scandisce il segretario del Pd, ospite questa mattina insieme a Emma Bonino alla tavola rotonda sulla Green Economy organizzata dagli ecologisti democratici nella sede nazionale del Pd di via Sant'Andrea delle Fratte e poi di nuovo insieme nel pomeriggio a Orvieto davanti alla platea di sostenitori, simpatizzanti e scontenti del Pd messa insieme da Ignazio Marino.
«Noi siamo quelli del lavoro, del sociale e dell'ambiente», dice indicando le bandiere da impugnare da qui alle regionali, lasciandosi alle spalle «anarchismo e microfeudalizzazioni». Lavoro, sociale. Ed “Economia verde”, appunto. «La destra questo tema non riesce a prenderlo perché il loro ragionamento resta: più crisi e meno ambiente. E invece noi diciamo che dalla Green Economy può venire una risposta alla crisi», spiega Bersani, che prova a tracciare uno schema di lavoro in tre punti da qui alle elezioni: «Senza dire che questo è un voto sul governo dobbiamo dire al governo che così le cose non girano; abbiamo dimostrato di essere un partito che sente su di sé la responsabilità di una alternativa che ora dobbiamo portare al governo dei territori, perché è difficile che Berlusconi vada via da solo; abbiamo le nostre difficoltà ma non siamo messi così male». Infine, fare proprio dell'ambiente e della green economy la mission del centrosinistra che si candida a governare le Regioni in una stagione decisamente meno favorevole di ... quella che segnava gli anni Settanta e il dopo-tangentopoli.
Su questo fronte – insiste Bersani – la destra è in difficoltà. E va incalzata: «Noi la scelta del ritorno al nucleare non la diamo per fatta ma al governo nazionale e a chi si candida a governare le Regioni dobbiamo chiedere chiarezza: dicci sì o no e dove vuoi le centrali, e non dopo le elezioni, si pronuncino, gli impianti non li fa mica mandando i carabinieri».
La Bonino, che del rispetto dell'ambiente ha fatto anche una questione di stile di campagna elettorale («non imbrattiamo la città con i manifesti, inventiamoci altre forme di propaganda, addobbiamo finestre e finestrini delle auto») interviene subito dopo di lui («mi serve un predellino», scherza sulla sua altezza perché non riesce ad arrivare al microfono) prova a declinare gli stessi concetti in termini di governo locale. La sua avversaria Renata Polverini ha rivendicato il vantaggio della età più giovane, la Bonino rivendica le sue battaglie di gioventù. «Ero una bambina quando manifestavo contro la centrale di Montalto di Castro», dice. E su Montalto, uno dei siti su cui ora potrebbe di nuovo ricadere la scelta del ritorno al nucleare, sfida la sua avversaria Renata Polverini a dire cose altrettanto chiare. «Perché non basta dire che sentirai i cittadini... E ci manca pure che non li senti», attacca, in modo piuttosto diretto la candidata del centrodestra sul fianco scoperto: «I consulenti non le mancheranno, se la sarà fatta una idea del territorio e del nucleare, potrà dire se secondo lei mettere lì una centrale è sostenibili e quali sono i costi-benefici». «Noi l'alternativa la forniamo», rivendica subito dopo: «L'efficienza energetica è portatrice di posti di lavoro, altro che le loro promesse... quale è l'ultima? Centomila posti di lavoro a Roma in due anni? Può darsi che funzioni in campagna elettorale, io dubito, ma se ci fosse il contraddittorio mi piacerebbe chiedere ad Alemanno dove, in base a quale progetto e a quale visione del Lazio pensa di creare queste opportunità di lavoro».
Non è l'unico siluro che tira al sindaco di Roma. Anzi, forse, il più diretto è quello che riguarda l'acqua come bene pubblico. E la società che a Roma ne gestisce la rete di distribuzione: l'Acea, dove il principale azionista privato è Caltagirone e anche se il Comune di Roma è ancora azionista di maggioranza medita di cedere una parte delle azioni. La parola «privatizzazione» per i radicali non è certo un tabù. E però anche qui come sul nucleare il «no» di Bonino è netto. «Una ipotesi di privatizzazione dell'Acea in questa situazione di totale opacità è inaccettabile, non siamo Alice nel paese delle meraviglie e sappiamo gli interessi che ci sono in gioco, ma oggi privatizzare Acea soddisfarrebbe solo qualche potente/prepotente ma non sarebbe una scelta per dare ai cittadini un L'alternativa a una campagna elettorale portata avanti così della destra c'è, spiega Bonino: la credibilità. «Quando diciamo legalità, sostenibilità, verde – i tre punti chiave della campagna elettorale della Bonino per il Lazio – mettiamole in pratica da subito».
Fonte: Mariagrazia Gerina - L'Unità

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Ignazio Marino: un errore privilegiare l'asse con l'Udc

Alla fine lasciano il Palazzo del Popolo a braccetto, per andare a incontrare insieme un gruppo di lavoratori cassintegrati di Orvieto. Ma prima, quando Ignazio Marino e poi Pier Luigi Bersani prendono la parola, non è che proprio se la mandino a dire. Con il senatore-chirurgo che contesta «lo sguardo privilegiato all’Udc, anziché ai contenuti e ai programmi», che è poi quel che serve per «rendere chiara la missione del Pd», mentre oggi «non è chiaro quali siano le priorità del partito». E con il segretario dei Democratici che contesta la lettura dei fatti. «Non stiamo privilegiando l’Udc», risponde Bersani citando a conferma di questo il rapporto con l’Idv e il sostegno del partito alla candidatura nel Lazio di Emma Bonino, anche lei presente e superapplaudita all’iniziativa organizzata dall’area Marino nella città umbra: «Stiamo lavorando per costruire un’alternativa da offrire ai cittadini.
Con un’Italia che sta attraversando una pericolosa curvatura autoritaria e con un Parlamento ridotto a votificio di provvedimenti del governo non possiamo metterci a fare i distinguo. So bene quel che ci divide dall’Udc – risponde Bersani a Marino, che aveva citato la diversa idea dei centristi sulla laicità dello Stato e sull’uguaglianza dei diritti civili – ma di fronte ai rischi che corre la democrazia italiana io tutti quelli che non sono d’accordo con quel che sta succedendo li vado a cercare, e lavoro per accorciare le distanze. Questa è la sfida, e non si può banalizzarla con minuzie».
Per Marino non si tratta proprio di «minuzie» o banali «distinguo». Il senatore-chirurgo ha riunito a Orvieto la squadra che l’ha sostenuto al congresso per lanciare una nuova associazione, «Cambia l’Italia», e per dotare quella che è stata la terza mozione di una struttura organizzata sia sul territorio che a livello centrale. Nessuna nuova corrente, promettono Marino e i suoi, ma il fatto che si dotino di un portale web autonomo e di un coordinamento politico che dovrebbe riunirsi almeno una volta al mese la dice lunga sull’intenzione di dar battaglia. «Chiediamo maggior ascolto e coinvolgimento – attacca l’ex candidato alla leadership del Pd – e mi domando come possa essere plurale un partito se in ... segreteria, che è l’organismo dove si prendono le decisioni, non è rappresentata la componente che per noi è la più innovatrice». Marino, oltre ad avere una rappresentanza in segreteria (il nome su cui punta è quello del consigliere milanese Ettore Martinelli) chiede un partito «trasparente» ma anche dal profilo più netto, concentrandosi sulle «idee» (e lancia l’idea di una revisione dello Statuto dei lavoratori): «Rischiamo di diventare un partito generalista, come la Rai, mentre poi la gente guarda i programmi Sky perché hanno caratteristiche più specifiche».
Bersani ascolta in prima fila, poi quando tocca a lui ribadisce l’importanza del «gioco di squadra», anche se ammette che «qualcosa manca ancora». Al segretario non piace un Pd nato «con meccanismo di anarchismo e microfeudalizzazione, trascurando il fatto che senza meccanismo di coesione nessuna associazione può esistere». Ammette anche che le candidature per le regionali «hanno fatto venire i nodi al pettine» e che dopo il voto proporrà una riflessione in particolare sui casi Umbria, Calabria, Puglia («e sul caso D’Alema», gli urla uno dalla platea, e lui: «e vabbè’, possiamo anche semplificare così»). Ma non accetta il supposto «privilegio» per l’Udc: «Ci abbiamo messo due secondi a convergere su Emma Bonino, e lei va alla grandissima». La leader radicale apprezza, e parla anche di «nuovo inizio» col Pd targato Bersani.
Ma Michele Meta, pur apprezzando le «aperture» ascoltate nell’intervento del segretario, fa notare che la candidatura di Bonino nel Lazio e la vittoria di Vendola alle primarie pugliesi «non sono due incidenti di percorso». Dopo le regionali, per il coordinatore dell’area Marino, «si dovrà far tesoro di queste opportunità e lavorare per aprire e accogliere, per costruire un “maxiPd”, abbandonando un progetto che allo stato è soltanto una riedizione in miniatura del compromesso storico».
Fonte: Simone Collini - L'Unità

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Umbria, la "rossa" Catiuscia sfida il "bianco" Giampiero

La partita è aperta: l’Umbria «rossa» - che affonda le radici nel vecchio Pci e in tutte le sue evoluzioni - e quella «bianca» - che dalla Dc è approdata al Pd - oggi si contenderanno il candidato alla presidenza della Regione. Catiuscia Marini, 42 anni, ex Ds, mozione Bersani, sfiderà Gianpiero Bocci, 47 anni, ex Margherita, mozione franceschini. No, non è una semplificazione, credeteci, è una fotografia piuttosto realistica della situazione.
I democratici e le democratiche del «polmone verde» d’Italia oggi potranno votare per le primarie dalle 8 alle 22 nei 332 seggi sparsi nella regione e chiudere così una vicenda che ha provocato finora parecchie ferite al partito regionale con effetti fino a Roma. Ieri i candidati hanno partecipato ad una conferenza stampa sulle primarie insieme al segretario regionale, Lamberto Bottini ed entrambi hanno assicurato che da stasera alle 22 e un minuto chi perde lavora con chi vince perché l’obiettivo finale è quello di battere l’unico vero avversario: la candidata Pdl Fiammetta Modena.
Tutto è pronto: 120 mila schede stampate e oltre 2000 volontari impegnati per garantire lo svolgimento delle primarie, dopo una campagna elettorale lampo, poco meno di una settimana, quasi inutile, concordano i due concorrenti.
«Ritengo le primarie uno strumento fondamentale, ma hanno un senso se i candidati possono fare campagna elettorale per settimane per parlare del loro programma e non una manciata di giorni», dice Bocci. Ma è andata così, e quindi oggi deve essere «una giornata di festa perché i democratici sceglieranno il loro presidente». Poi, da domani c’è da rimettere insieme i cocci, Area democratica umbra si è spaccata, una frattura profonda, tanto che il candidato Mauro Agostini, veltroniano, è stato costretto a fare un passo indietro per il candidato franceschiniano. Secondo i politici più vicini a Veltroni in Umbria il rischio è che si ricreino i due schieramenti delle famiglie di provenienza: Ds e Margherita, «rovinando così anni di lavoro per la costruzione di un partito nuovo, una casa comune».
Le previsioni degli addetti ai lavori, quelli che sul territorio sono forti, raccontano che Bocci può contare sui due presidenti «bianchi» di provincia: Marco Guasticchi a Perugia e Feliciano Polli a Terni, oltre a Spoleto e i voti di coalizione, grazie alla liaison con l’Idv e con buona parte della Federazione della Sinistra e i Socialisti; Catiuscia Marini può fare il pieno nel Trasimeno, nell’Alta valle del Tevere e a Norma. A Foligno, invece, sarà dura: è la città di Marina Sereni (schierata con Bocci) e di Maria Rita Lorenzetti, presidente uscente, sostenitrice di Marini. L’altro giorno ad Acquasparta durante un incontro con i suoi sostenitori Mauro Agostini ha dato «libertà di coscienza», lui - dice chi lo conosce bene - voterà Marini, che potrà contare anche sulla mozione di Ignazio Marino. Alla fine saranno Perugia e Terni a decidere il risultato di cui si saprà qualcosa intorno alla mezzanotte. Ieri è stato molto fair play tra i due candidati: Bocci dice di Marini che «è un’ottima amministratrice ed ha le qualità per fare la presidente»; Marini dice di Bocci che «è un esponente politico di primo piano che in Umbria ha contribuito alla nascita del Pd portando l’esperienza della Margherita».
Se non fosse per il fatto che l’altro giorno a Gubbio ha detto che «il limite di Bocci è quello di essere rimasto democristiano» e se non fosse per il fatto che Bocci consideri la sua sfidante una prosecuzione dell’era Lorenzetti, sarebbe anche da crederci. Pierluigi Bersani ieri ad Orvieto ha definito quello umbro «un percorso accidentato» e le primarie un’occasione per ripartire con più slancio perché alla fine la partita delle partite è quella del 28 marzo e l’Umbria non può permettersi falsi falsi. Nel frattempo Rc chiede le primarie di coalizione: tutti a votare - di nuovo - il 14 febbraio. C’è già un candidato: Orfeo Goracci. Bocci si dice pronto anche a questa sfida, se vince quella di oggi. Marini rimanda la palla al segretario regionale: «Questo non è un tema che riguarda noi candidati, anche se mi sembra più opportuno che la coalizione lavori al programma anziché a nuove primarie». Tema rinviato a lunedì.

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Don Ciotti: "La vera crisi non è economica"

È la strada che ci insegna la strada. L’hanno detto un po’ tutti, a Terni, venerdì. E ieri più di mille e 200 persone riunite per la quarta edizione di “strada facendo” si sono divise in gruppi di lavoro per elaborare “la carta di Terni per un nuovo welfare” . Oggi, per la giornata conclusiva, una tavola rotonda “trasversale” «perché da parte nostra non c’è polemica ma concretezza e voglia di verità». Adulti e giovani, studenti e operai, soprattutto quelli di Pomigliano d’Arco hanno preso la parola, ma sono arrivati anche gli operai delle fabbriche in crisi dalla Sicilia e dalla Sardegna. Sindacati e cooperative, studenti universitari, politici e associazioni. Una marea di giovani, altro che «bamboccioni», dice don Luigi Ciotti: «Giovani precari che, per fortuna, tengono famiglia». A Terni ci sono quelli che mettono davanti il pronome «noi» e che, lavorando sulla strada, incontrano persone ferite. Non numeri ma nomi e cognomi, con le loro storie.
Don Ciotti, lei dice che non c’è polemica da parte vostra ma, in realtà, fate molte critiche sulla politica dell’immigrazione e sulle carceri.
«Il nostro rapporto con la politica è di servizio ma non di servilismo. Anche noi dobbiamo fare l’esame di coscienza, con onestà e trasparenza, perché noi non siamo i delegati alla solidarietà. Può tornare comodo dirci “voi occupatevi dell’accoglienza” ma non si può separare accoglienza e giustizia, scambiare il mercato della paura con il mercato della solidarietà. Solidarietà e giustizia sono indivisibili».
Mercato della paura?
«La paura della gente va intercettata ma il punto è che c’è chi specula sulla paura che è diventata una merce che rende sul mercato del consenso. Noi siamo preoccupati dal vento di razzismo che soffia, dall’azzeramento della nostra memoria di popolo di migranti. Con l’introduzione del reato di clandestinità si è creato un mostro ... giuridico perché si colpisce la persona anziché il reato. È mostruoso che, quando il reato c’è, ci sia un aumento di pena per il fatto stesso di essere entrati irregolarmente nel nostro paese. Ora, per di più, il governo ha fatto ricorso alla Corte costituzionale contro la regione Puglia, perché si è dotata di strumenti di accoglienza che violerebbero la legge sul reato di clandestinità».
Don Ciotti, cosa avete imparato dalla strada?
«Nella strada si impara che anche gli sconfitti, attraverso un progetto, possono ritrovare dignità e speranza. È venuto a erni don Pino Masi, rappresentante di Libera a Rosarno. E ci ha ricordato che non si poteva non sapere quali fossero le condizioni degli immigrati lì. Noi chiediamo alla politica di fare la sua parte perché la crisi, prima che economica, è crisi politica, culturale ed etica. Crisi dei diritti».
Ma la crisi economica c’è.
«Si tagliano servizi, politiche sociali, progetti educativi e culturali perché, si dice, non ci sono risorse. Bisognerebbe con onestà capire che, invece, c’è una cattiva distribuzione delle risorse. E che quando aumentano le povertà, la disoccupazione e la paura, la domanda principale da porsi è come si affrontano i problemi sociali. Le misure di emergenza, le misure tampone rischiano di curare i sintomi, non la malattia».
Fra i gruppi di lavoro c’è quello sulle carceri. Cosa ne viene fuori?
«Manconi ha fatto la relazione sulla situazione nelle carceri, Dirindin, che è una dei massimi esperti, ha introdotto i lavori sulla sanità. Pittau, che ha la delega sui migranti della Cei, ha seguito i lavori del gruppo sull’immigrazione. Qualcuno recentemente ha detto meno immigrati meno criminalità, a me sembra che le cose non stiano così. Ci si deve chiedere perché le carceri sono sempre più piene di poveri cristi. È giusto modernizzare l’edilizia carceraria se questo serve a creare condizioni di maggiore dignità per chi sta dentro, però non si deve dimenticare che il carcere, nel nostro ordinamento, è l’estrema ratio. Prima vengono le misure per evitare che troppa gente finisca in carcere, e ci sono anche i percorsi alternativi».
Altro tema , quello della democrazia.
«Non fa bene alla democrazia questo scenario di strappi alla Costituzione, di misure speciali, di stratagemmi».
Di leggi ad personam?
«Sì ma noi guardiamo a tutti, la nostra è una riflessione per tutti. Il primo dovere di chi ci rappresenta, di deputati, senatori e amministratori è tutelare e rispettare la legge come bene comune e non come privilegio».
L’associazione Libera ha fra i suoi compiti la lotta alla mafia. Come avete affrontato questo tema a Terni?
«La mafia è aiutata dai vuoti istituzionali e dalla crisi, cresce l’usura e i mafiosi approfittano dell’ignoranza, della povertà. Soprattutto mercificano l’umanità alla deriva. E reinvestono i proventi della tratta delle persone, del traffico degli stupefacenti, della prostituzione nella zona grigia dell’economia legale».
Fonte: Jolanda Bufalini - L'Unità

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Berlusconi-Pd, scontro sulle tasse

Sulle tasse è scontro tra Silvio Berlusconi e il Pd. Intervenendo telefonicamente all'inaugurazione dei lavori dell'autostrada pedemontana lombarda, il premier ha affermato che «nonostante la crisi, l'Italia c'è e c'è un governo che ha lavorato bene per gli italiani». «In Europa - ha detto il presidente del Consiglio - ci sono Paesi in situazioni abbastanza preoccupanti» e aggiunge che «noi invece ce la stiamo cavando meglio di tutti gli altri». Poi ha aggiunto: «Abbiamo abbassato le tasse, togliendo l'Ici e togliendo due miliardi alle imprese. Abbiamo superato con misure sagge e lungimiranti gli effetti peggiori della crisi, abbiamo aiutato le famiglie a basso reddito, gli anziani e abbiamo assicurato un sostegno a tutti coloro che hanno perso il lavoro e introdotto nuove tutele a chi non aveva la cassa integrazione. Abbiamo fatto diverse cose con i conti che ci sono. Tenendo conto del fatto che in Europa ci sono Paesi come la Grecia, il Portogallo, ma anche la Spagna che sono in situazioni abbastanza preoccupanti, noi ce la stiamo cavando meglio di tutti gli altri». «Il governo da 20 mesi minimizza la situazione e questo ci ha provocato guai» è stata la replica del segretario del Pd Pier Luigi Bersani, convinto che sulle tasse Berlusconi «prende in giro» gli italiani. Da parte del premier anche un commento in vista delle elezioni amministrative del 28-29 marzo. «I sondaggi dicono che la nostra coalizione ha il doppio dei voti della sinistra» ha assicurato Berlusconi.
Ma è sulle tasse che si è scatenata la polemica. Il primo a intervenire è stato Stefano Fassina, responsabile per il Pd di Economia e lavoro: «Come al solito il presidente Berlusconi prende in giro gli italiani», ha dichiarato in una ... nota. «Innanzitutto, è stato il governo Prodi a eliminare l'Ici al 60% delle famiglie - ha ricordato - in secondo luogo, il governo Berlusconi le tasse le ha aumentate a lavoratori e imprese, dal momento che ha eliminato numerose detrazioni fiscali, tra le quali: la detrazione del 55% per le ristrutturazioni edilizie finalizzate al risparmio energetico; la detrazione del 19% per gli acquisti di abbonamenti ai trasporti pubblici locali; la detrazione del 19% per le spese di aggiornamento degli insegnanti. Sono stati svuotati, mediante il click day, i crediti di imposta per ricerca e innovazione, e per gli investimenti nel Mezzogiorno». Inoltre, ha aggiunto, «non è stato restituito il fiscal drag degli ultimi due anni ed è stata introdotta una pesante tassa sulle memorie virtuali dei dispositivi elettronici, quantificata, in media, in 100 euro l'anno a famiglia». «Infine, e soprattutto, il governo Berlusconi ha messo le mani nelle tasche degli italiani attraverso l'aumento delle tariffe dell'acqua e del gas, dei pedaggi autostradali, del costo dei biglietti dei treni e degli aerei, dei premi delle assicurazioni», ha insistito. «Non a caso, nonostante una recessione più pesante della media dell'area euro, abbiamo un'inflazione più alta», ha spiegato, «così i lavoratori perdono potere d'acquisto e le imprese competitività». Poi è sceso in campo il leader del Pd in persona. «Non so in quale paese vive - ha detto Bersani -. Da quando il governo ha detto che la crisi era passeggera e psicologica, abbiamo 700 mila disoccupati in più, un milione di persone sotto ammortizzatori sociali e decine di migliaia di piccole imprese saltate o a rischio di saltare». «Questi sono problemi che - secondo il segretario del Pd - si devono affrontare con un piglio più deciso e non raccontando fantasie». Riguardo le tasse, per Bersani «sono cresciute e siamo arrivati al 23 giugno come giorno in cui finiamo di lavorare per lo Stato. È un record».
Sulla pressione fiscale e le dichiarazioni del premier è intervenuto anche l'Italia dei Valori. «Berlusconi - ha detto il capogruppo alla Camera Massimo Donadi - dice da quindici anni di abbassare le tasse. Nei fatti, invece, mette le mani nelle tasche dei cittadini. Il prelievo fiscale non è mai stato così’ alto in Italia e i dati lo dimostrano. Predica da liberale ma si comporta come lo sceriffo di Nottingham». Ironico il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini: «Berlusconi è un uomo straordinario, ha una fantasia che stupisce sempre. Oggi ha detto che ha abbassato le tasse, quando aumenterà gli stipendi faremo 13».
Fonte: Corriere.it

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La bolla si sgonfia. Bertolaso provvederà

La bolla delle Borse si sta sgonfiando. Poco male. Le Borse sono il terreno di gioco degli speculatori e anche un serbatoio al quale attingono le imprese per rifornirsi di capitali, sempre che il risparmio vi affluisca. Da qualche tempo però il risparmio privilegia investimenti sicuri e possibilmente remunerativi. Per tutto il 2009 ha privilegiato i titoli emessi dagli Stati; negli ultimi mesi ha cambiato direzione preferendo i "bond" emessi da imprese solide. Che la bolla borsistica si sgonfi per loro non è un dramma: prima o poi si riprenderà.
Ma attenzione: le Borse sono anche un termometro che segnala tendenze e aspettative. Da questo punto di vista i vistosi ribassi dei giorni scorsi, registrati sia in Europa sia a Wall Street, mandano messaggi sinistri che non possono esser sottovalutati.
Il significato è chiaro: il 2010 (ma anche l'11 e forse perfino il 12) sarà eguale se non peggiore del "terribile" 2009. Questa volta non si tratta d'una crisi immobiliare e bancaria: in prima fila ci sono i cosiddetti "fondi sovrani", cioè i deficit giganteschi accumulati dagli Stati del G7, cioè europei e nordamericani. È quello il ventre molle della crisi economica mondiale nell'anno secondo del suo percorso.
Berlusconi - non so se in buona o cattiva fede perché in lui le due cose coincidono - ha finora sostenuto che la crisi non c'era mai stata in Italia e che comunque ormai era finita in tutto il mondo. I suoi ministri e il coro dei "replicanti" della sua maggioranza parlamentare hanno ripetuto questi suoi ... esorcismi. Tutti tranne Tremonti. Berlusconi è infuriato perché - dice - "Giulio è sempre di cattivo umore e a me tocca il compito di rassicurarlo, ma non ci riesco".
Lo credo. Tremonti conosce la realtà, che non è tale da suscitare allegria. Le barzellette del "boss" sulla Madonna potranno far ridere i frati di Betlemme ma non il responsabile dell'economia italiana.
Il reddito della Grecia rappresenta il 4 per cento del totale dell'Unione europea; quello del Portogallo anche meno. Quello spagnolo parecchio di più; vanno aggiunti i paesi baltici e l'Ungheria, anch'essi in pessime acque. Ma in teoria non si tratta di ordini di grandezza tali da affondare l'Europa. La seconda linea di resistenza è rappresentata dal Fondo monetario internazionale. Quindi i "default" di questi Stati non configurano un dramma. In teoria.Certo la speculazione può trarre spunto da questa realtà per spingere il ribasso e far esplodere la bolla; in questo caso per puntare su un deprezzamento del cambio dell'euro nei confronti del dollaro. Se le banche centrali del G7 volessero tagliar le gambe alla speculazione ribassista potrebbero farlo agevolmente. In teoria.
In pratica le cose stanno diversamente. La Germania è decisamente contraria ad accollarsi l'onere di salvataggi altrui; quanto agli Usa il debito pubblico accumulato dal paese-leader di tutto l'Occidente è enorme, le misure finora previste da Obama sono ridicolmente insufficienti a invertire il "trend". In queste condizioni pensare che gli Usa possano esser parte attiva di interventi mirati a sistemare i default altrui è fuori da ogni ragionevole ipotesi. In realtà il rischio maggiore proviene proprio dal debito interno americano, per riportare il quale a livelli di sicurezza entro il 2012 come promette Obama sarebbe necessaria una cifra da capogiro di 3.000 miliardi di dollari.
Questo è il vero spettro che grava sull'economia mondiale, aprendo paurosi scenari di inflazione accompagnata dal persistere di una recessione produttiva e dall'ulteriore contrarsi del commercio internazionale e dell'occupazione.
Brilla ancora una volta per la sua incompetente dissennatezza la sortita di ieri del nostro presidente del Consiglio che ha vantato la sua politica di "diminuzione del peso fiscale" e lo slancio della nostra economia "in fase di robusta ripresa". Il peso fiscale è, al contrario, nettamente in aumento, lo dicono i dati ufficiali dell'Istat, della Banca d'Italia e dello stesso Tesoro. È in aumento il rapporto deficit/Pil (oltre il 5 per cento) ed è in aumento lo stock di debito pubblico che è già al 117 per cento del Pil e marcia speditamente verso il 120.Quanto alla ripresa produttiva, dovremmo avere un aumento dell'uno per cento quest'anno, "rebus sic stantibus". Ma le cose non resteranno affatto ferme.
Peggioreranno. Per cause esterne ed interne. Scadranno in primavera importi molto consistenti di titoli pubblici che dovranno essere rinnovati. Con l'aria che tira e con analoghe massicce scadenze in Germania, in Gran Bretagna e in Usa, avremo un mercato internazionale in piena agitazione, con tassi di remunerazione in crescendo e relativi maggiori oneri per il servizio degli interessi sui debiti.
Il nostro premier meriterebbe d'essere interdetto per dissennatezza economica e demagogia politica. Tremonti è di cattivo umore e gli fa il broncio: una lite tra compari che si scaricano vicendevolmente comuni responsabilità.
Anche il nostro superministro dell'Economia ne dice di cotte e di crude rivaleggiando col suo Capo. Al G7 del Polo Nord ha proposto ieri che il Fondo monetario diventi un organo politico, guidato dai ministri dell'Economia e non dai tecnici ed ha annunciato che in primavera presenterà un piano d'azione mirato a questo obiettivo.
La casa continua a bruciare e lui si preoccupa di saldare i conti col governatore della Banca d'Italia. Ma da quale cielo ci sono piovuti addosso personaggi così calamitosi? Debbono aver colpe assai grandi gli italiani per esserseli meritati.
Come tutto ciò non bastasse, il governo ha trovato il modo di litigare pubblicamente anche con la Fiat che ha deciso di chiudere nel 2011 lo stabilimento di Termini Imerese. La lite verte sugli incentivi. La Fiat non li vuole, il governo è ben lieto di non darglieli più e si accende la polemica sul passato e sul futuro: la Fiat è stata un'azienda mantenuta dallo Stato? Che farà d'ora in poi senza quel mantenimento? Diventerà la donna onesta che non è mai stata?
Una polemica assurda. La Fiat è stata, dal 1948 in poi, il potere forte per eccellenza. La più grande azienda italiana insieme all'Eni di Enrico Mattei. I governi hanno sempre sponsorizzato la sua politica e la Fiat, in cambio, non ha lesinato i suoi finanziamenti alla Dc e alle sue correnti. I governi l'hanno spinta ad uscire dal Piemonte e decentrare nel Sud una parte delle sue produzioni. La Fiat l'ha fatto ricevendo in cambio i necessari finanziamenti a Melfi e a Termini. Questa è la storia, così sono andate le cose.
Ora la situazione è cambiata. La Fiat non è più un potere forte come un tempo. Quando Marchionne immaginò l'operazione Chrysler, sperando di abbinarvi anche l'operazione Opel, tutti la magnificarono con l'aggettivo di "conquistadora". Noi scrivemmo che si trattava di un'operazione difensiva che la Fiat faceva per sopravvivere e questa, come ora risulta chiaro a tutti, era la pura verità dei fatti.
Il problema di Termini è dolorosamente evidente: quello stabilimento è sempre stato antieconomico. In tempi grassi è sopravvissuto, in tempi magri non ce la fa più. Gli incentivi non risolvono i problemi, li rinviano di qualche mese e probabilmente li aggravano. I governi hanno voluto industrie non economiche e ora se le trovano sulle braccia. Il mercato dell'auto nei paesi occidentali è vecchio, il prodotto è vecchio, la domanda è in discesa. I nuovi mercati per nuovi tipi di automobile sono all'Est.
Termini Imerese non ha futuro. Ma c'è da domandarsi addirittura quale futuro abbia Mirafiori. Questo è il vero problema che Marchionne sta tentando di risolvere ed è incredibile che il governo non se ne renda conto. Ma chi dovrebbe? Scajola?
Una risorsa umana ci sarebbe e forse Berlusconi ci sta già pensando: si chiama Bertolaso, protezione civile Spa. Con quel gioiello in tasca si può affrontare qualunque emergenza. Forza Bertolaso, forza Italia. Con uomini come quelli non c'è emergenza che tenga.
Post scriptum. Ma come farà ad essere israeliano con gli israeliani e palestinese coi palestinesi? Ad affermare davanti a Netanyahu che bombardare Gaza fu una reazione giusta e due ore dopo, davanti ad Abu Mazen, che le vittime di Gaza sono paragonabili a quelle della Shoah? Zelig si limitava a cambiare forma a seconda dell'interlocutore da compiacere, ma questo è un uomo in grado di cancellare il tempo e lo spazio. Riesce a stare col pilota dell'aereo che sgancia le bombe e nel rifugio sotterraneo con i bombardati. In contemporanea e dispensando ad entrambi parole di comprensione.
Queste righe non sono mie, non le ho scritte io, le ha scritte sulla Stampa del 4 febbraio Massimo Gramellini.
Io mi limito a trascriverle e, scusandomi con l'autore, a sottoscriverle, ponendomi anch'io la domanda: ma come fa? E come fanno gli italiani a sopportarlo? E il cardinal Bertone a benedirlo?
Fonte: Eugenio Scalfari - Repubblica

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Callipo: "Non corro alle primarie di altri sono loro che devono sostenere me"

"Non faccio passi indietro, non mollo, non partecipo alle primarie del Pd". Pippo Callipo, l'imprenditore del tonno, conferma la sua candidatura a governatore della Calabria. Dice che gli hanno fatto un sacco di pressioni.
Che genere di pressioni, Callipo?
"Per invitarmi a ritirare la candidatura. Mi hanno offerto di fare l'assessore, il presidente del consiglio regionale, il numero due della giunta, quello che mi aggrada".
Ma un tandem con Agazio Loiero non le andrebbe bene?
"Per ora Loiero è solo candidato alle primarie".
Allora consiglia a lui, al governatore uscente, di ritirarsi dalla corsa?
"Non faccio inviti in casa altrui, non posso dare questi consigli. Ma se il Pd confluisse su di me sarebbe bene. Ai Democratici faccio un appello, di rivalutare la cosa perché altrimenti consegneremmo la Calabria al centrodestra, alla vecchia politica. Personalmente non voglio intrupparmi e per fare il cambiamento bisogna sottrarsi a certe logiche di partito e di spartizione".
Callipo, lei vorrebbe che in Calabria il Pd facesse come nel Lazio con Emma Bonino, appoggiando un candidato non del partito?
"Parlo per me. Sono una persona seria, ci metto la faccia e non posso fare passi indietro. La gente mi dice "presidente non ci mollate". Il loro timore è che offrendomi un posto io possa ricredermi. Ma per me non è la ricerca di una sistemazione. Semplicemente, non tradirò i calabresi".
È il candidato dei dipietristi, e di chi altro?
"Ho il sostegno di Idv, della lista Bonino-Pannella, di "Per il sud". Alcuni di Sinistra ecologia e libertà hanno detto che hanno simpatia per me ma sono cose che hanno bisogno di maturazione. Vado avanti perché i calabresi sono arrivati alla ... saturazione e non cedo a sirene né ad ambasciatori".
La Calabria è l'unica regione in cui non c'è l'accordo Pd-Idv, e andando al voto con due candidati il centrosinistra perderà e consegnerà la vittoria al centrodestra.
"Vedremo. Comunque, anche facendo un'opposizione vera si possono cambiare le cose e costruire qualcosa di nuovo".
L'esperienza della giunta Loiero è da bocciare del tutto?
"Penso che in Calabria vada fatta una rivoluzione. Pacifica, certo, civile, ma deve esserci. E sa perché? Per portare la Calabria alla normalità, per ottenere il rispetto della legalità, la trasparenza, per fare vincere l'onestà e la meritocrazia: tutti valori seppelliti in questi anni".
Cosa le costerebbe candidarsi alle primarie?
"Ho fatto già le mie "primarie" quest'estate quando la società civile e molte associazioni mi hanno chiesto di candidarmi. Non devo farle in un partito che non mi appartiene".
Con Loiero vi siete incontrati, cosa vi siete detti?
"Mi è arrivata una lettera che minacciava ripercussioni gravi su di me, le mie aziende, la mia famiglia. Loiero mi ha portato la sua solidarietà e ho apprezzato. I rapporti personali sono buoni".
Fonte: Giovanna Casadio - Repubblica

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De Luca piace a tutti, meno uno: De Magistris: racconta favole

Volete consegnare la campania ai Casalesi? Nooo! Vincenzo De Luca lo vogliamo? Siiiii! Con un colpo di teatro magistralmente messo in scena da Antonio Di Pietro, il congresso dell’Italia dei Valori «assolve» il sindaco di Salerno per acclamazione, dopo la sua arringa difensiva nella sala dell’Hotel Marriott. Così il leader Idv rafforza l’alleanza privilegiata col Pd nella regione e oltre, inaugura la democrazia nel partito in vago stile Barabba, e mette nell’angolo l’opposizione di Luigi De Magistris. L’altro ex pm, che sbotta: «E che hanno fatto, il processo breve? I processi si fanno in tribunale. Su De Luca non cambio idea, non lo voto».
A sorpresa, guardando in prima fila Bersani, Antonio Di Pietro annuncia: «Ho telefonato a De Luca e gli ho detto: visto che ti stiamo processando perché non vieni qui a fare delle dichiarazioni spontanee? Convincici. Ecco, alle tre e mezza viene qui». Il sindaco di Salerno accetta sicuro di averla vinta, grazie al terreno spianato dal leader Idv sulla necessità delle alleanze. Tonino ha telefonato a De Luca la notte prima, oggi il congresso avrebbe deciso se sostenerlo o no come candidato Pd in Campania. Il leader Idv inventa un altro paletto, un Grande Fratello regionale: piazzare «una webcam sulle riunioni della giunta». Vendola e Bersani annuiscono.
Con ironia o no, Tonino non perde il lessico da magistrato. Fa scoppiare a ridere il segretario Pd quando dice «in Calabria abbiamo questo supplemento d’indagine e Bersani è il procuratore aggiunto». Convincere Loiero a farsi da parte. Così l’albergone romano si trasforma in un’aula di tribunale paesano. «Qualche domanda da fare a De Luca ce l’avrei», scherza De Magistris, «ma mica ... posso fare il pm qui». Volutamente non ascolta «l’imputato», esce sul piazzale gelido. Non ci sono mozioni alternative, si vota, non si vota? Non servirà, basta l’applausometro nell’happening Idv.
Enzo De Luca arriva alle tre e dieci. Entra in sala tra pochi applausi fiacchi, si siede in prima fila tra Zipponi e Formisano e attende tamburellando il suo turno. Quando sale sul palco conquista la platea dipietrista (i parlamentari campani in una riunione hanno dato il via libera). «È bene parlare alla luce del sole, guardandoci negli occhi», esordisce. Incassa un «bravo» quando esalta le battaglie per la trasparenza ma anche «il dovere civile di non calpestare gli esseri umani» se indagati. Piuttosto «ti può capitare sul territorio un mafioso senza avviso di garanzia che devi sbattere fuori subito».
È il rischio se non mi appoggerete, avverte De Luca. E da lì parte per l’autodifesa sulla vicenda del ‘98. Elenca i capi d’imputazione di cui è accusato, truffa e concussione per «avere difeso 200 operai», declama fra gli applausi, la variante urbanistica per opere di bene comune e così via. Guarda negli occhi la platea e dà la sua parola «che vale più della vita»: si difenderà «nei processi» senza fuggirne e «chi è condannato mette la firma sotto le sue dimissioni e se ne vada a casa». I dipietristi si alzano in piedi, applaudono a mani alzate, conquistati da chi si presenta come «un altro Sud».
Nuovo anche rispetto a Bassolino, è fra le righe. De Luca insiste sul «rinnovamento» senza clientele «a destra e a sinistra», boccia una classe dirigente «chiusa nelle stanze e lontana dalla gente» o, peggio, zeppa di «burini arricchiti». E «tutti consulenti vadano a casa». L’accordo è coronato dall’abbraccio con Tonino, dal bacio con Orlando.
È andata, il congresso ha premiato la linea dell’asse col Pd cara al capogruppo Donadi. Nella hall un giovane urla: «Qui è come per Berlusconi, votato per acclamazione»; delegati campani contestano in minoranza, con loro De Magistris che rispetta la scelta di Di Pietro «come leader di partito» e farà campagna elettorale «solo per l’Idv». Si volta pagina sulla grana Calabria; Di Pietro nega scambi tra regioni: «È un patto tra gentiluomini, non un ricatto». Bersani lasciando il Marriott annuncia «primarie di coalizione», ma Callipo, sponsor l’Idv, le rifiuta.
Fonte: Natalia Lombardo - L'Unità

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L'unità d'Italia e i suoi nemici

Proprio alla vigilia del 150esimo anniversario dell'Unità, il Risorgimento è sotto processo. Non è solo La Padania. Sono decine e decine di pubblicazioni, articoli, libri e libercoli, che ormai da anni (ma con ritmo accelerato negli ultimi tempi) stanno cambiando l'immagine di quel nodo di eventi. «Quella tangente di Mazzini inaugura il malcostume di un'Italia disonesta », «Carlo Alberto sciupafemmine, traditore e indeciso a tutto», «Perché la Liguria non appartiene all'Italia », «L'invenzione delle camicie rosse», «Da capitale estense a provincia sarda», «Complotto massonico- protestante contro la Chiesa», «I Savoia e il massacro del Sud», «Un popolo alla deriva»: è solo un piccolo campionario di titoli (di capitoli, di volumi, di articoli) che però serve a dare un'idea di che cosa stiamo parlando.
Intendiamoci: la critica al Risorgimento ha una lunga tradizione. Cominciò nel momento stesso in cui fu proclamato il Regno d'Italia, nel 1861, per voce di coloro che si erano battuti per un altro esito, diverso da quello rappresentato dalla monarchia cavouriana. Da allora in poi quella critica ha occupato un posto centrale nel discorso pubblico del Paese. Non a caso tutte le culture politiche dell'Italia del Novecento, dal socialismo al nazionalfascismo, al cattolicesimo politico, all'azionismo, al comunismo gramsciano, si sono fondate per l'appunto su una visione a dir poco problematica del modo in cui era nata l'Italia. Basta ricordare i nomi di alcuni loro fondatori: Oriani, Sturzo, Gobetti, Gramsci. Ma attenzione: questa critica, sebbene spesso assai aspra, ha sempre osservato un limite. E cioè si è sempre ben guardata dal divenire una critica all'unità in quanto tale, non ha mai ceduto alla tentazione di mettere in dubbio il carattere ... positivo dell'esistenza dello Stato nazionale.
E' su questo punto che invece si sta consumando una rottura decisiva. Va costituendosi negli ultimi anni, infatti, un vero e proprio fronte antirisorgimentale e insieme antiunitario che nasce dalla saldatura di tre segmenti: un segmento settentrionale d'ispirazione leghista, un secondo segmento, rappresentato da nazionalisti meridionali innestati su un variegatissimo arco ideologico che va dai tradizionalisti neoborbonici agli ultrà paleomarxisti, e infine un segmento di cattolici che potremmo definire guelfo- temporalisti. Tutti si fanno forti di una ricostruzione del passato che dire approssimativa è dire poco: di volta in volta tagliata con la motosega o persa nei pettegolezzi minuti «dal buco della serratura». Nella quale, comunque, dominano i modelli interpretativi presi a prestito dall'Italia di oggi: quello del giustizialismo più grossolano («Chi c'ha guadagnato», «chi ha rubato », «chi ha pagato») e il complottismo maniacale che vede massoni e «misteri » dappertutto.
L'Unità d'Italia diviene così un racconto a metà tra Mani pulite, la P2, e la strage di Ustica «come non ve l'hanno mai raccontata prima ». Ridicolo, ma per molti convincente, dal momento che quel racconto riempie il vuoto che si è determinato da decenni nel nostro discorso pubblico dopo che esso ha espulso da sé, e ormai perfino dal circuito scolastico, ogni autentica e viva narrazione del Risorgimento. A riprendere la quale non basterà certo il patetico brancolare nel buio del governo attuale, che sembra considerare l'anniversario dell'Unità più che altro come la classica tegola cadutagli sulla testa.

Fonte: Ernesto Galli della Loggia - Corriere della Sera

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«Troppe minacce, rinunciamo» Sciolta l'associazione Sos racket

Dopo l'ennesimo atto intimidatorio, il presidente di Sos Racket e Usura Frediano Manzi ha deciso di sciogliere l'associazione attiva da 13 anni. Domenica mattina ignoti hanno dato fuoco con liquido infiammabile al suo furgone per la consegna dei fiori a Caronno Pertusella (Varese). Manzi che ha poi contattato i sette membri del Consiglio direttivo e insieme hanno deciso la chiusura dell'associazione. «Negli ultimi tre mesi - spiega - questo è la terza pesante intimidazione che riceviamo, dopo che hanno sparato contro un chiosco a Parabiago e hanno messo una bomba carta nel chiosco di Nerviano, senza contare ovviamente le telefonate ricevute. Ma non è per paura che chiudiamo, ma per la totale impossibilità di lavorare in condizioni di sicurezza». Manzi spiega di non sapere da dove provengano tutti questi atti intimidatori «viste le decine d'inchieste aperte in tutta Italia in conseguenza alle nostre denunce» ma non intende mettere a rischio «le decine di volontari che collaborano con un'associazione alla quale non è stata trovata neanche una sede sicura».
LA «SIGNORA GABETTI» - Una delle ultime denunce di Sos Racket e Usura ha portato all'arresto di Giovanna Pesco, detta «la signora Gabetti», e di altre persone con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata all'occupazione abusiva di appartamenti, alcuni di proprietà dell'Aler, in via Padre Luigi Monti, nella periferia nord di Milano. «Dopo questa denuncia - ricorda Manzi - si sono interrotti completamente i rapporti con la Regione Lombardia, mentre da gran parte delle istituzioni milanesi non abbiamo mai avuto nessun appoggio: il sindaco Moratti non ha mai detto una parola, il vicesindaco De Corato ci ha delegittimati in pieno».
QUARTIERI «PROIBITI» - Da quando Sos Racket e Usura si è occupata del racket delle case popolari a Milano, «non possiamo più entrare in alcuni quartieri della ... città senza essere bersagliati da insulti e minacce», prosegue Manzi. «Questo non è tollerabile in un paese civile, come non è tollerabile che parte delle istituzioni milanesi abbiano con noi avuto un atteggiamento non d'appoggio ma di scontro e delegittimazione, dopo che noi abbiamo dimostrato che, per la loro inerzia, hanno creato a Milano dei quartieri ghetto, permettendo di fatto alla criminalità organizzata di sostituirsi allo stato». Collaborazione è arrivata dalle forze dell'ordine ma «per il resto siamo stati totalmente lasciati allo sbando. Non ce la sentiamo più di andare avanti in questo stato - aggiunge - sembra di essere nel quartiere Zen di Palermo, non a Milano». Sul sito dell'associazione, un video che proviene dagli abitanti di via Padre Luigi Monti: «Questo sarà l'ultimo documento che noi pubblicheremo». Cancellato anche il presidio per la legalità organizzato dall'associazione per sabato 13 febbraio in via Ciriè a Milano.
Fonte: Corriere.it

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sabato 6 febbraio 2010

IMMIGRATI E CRIMINALITÀ COSA DICONO I NUMERI

La polemica seguita alle dichiarazioni di Berlusconi sul rapporto fra immigrazione e criminalità ha un significato che va molto al di là dell' oggetto del contendere. La dice lunga sullo stato dell' informazione in Italia soprattutto su temi elettoralmente sensibili come l' immigrazione. Sia chi ha difeso le tesi del Presidente del Consiglio, sia chi le ha contestate non ha ritenuto necessario consultare le statistiche disponibili, liberamente accessibili dal sito dell' Istat http://giustiziaincifre.istat. it/. Se lo avesse fatto (si veda il "vero o falso?" sul sito lavoce .info) si sarebbe reso conto che l' equazione fra immigrazione e criminalità è priva di fondamento. A fronte di un incremento del 500 per cento del numero di permessi di soggiorno dal 1990 ad oggi (e di un aumento presumibilmente ancora più consistente dell' immigrazione totale, irregolari compresi), i tassi di criminalità sono rimasti pressoché invariati in Italia. Inoltre, non c' è stata crescita della criminalità nelle regioni a più alta immigrazione. Al contrario, in queste regioni, il numero di crimini per 100.000 abitanti si è ridotto. L' informazione dovrebbe concentrarsi sui casi tipici, sui dati medi, invece di riportare solo episodi isolati, non rappresentativi. Da noi avviene esattamente il contrario. I media in Italia trattano dell' immigrazione sempre più insistentemente con riferimento a notizie di cronaca che coinvolgono gli immigrati, ma non riportano mai o quasi mai le statistiche su immigrati e popolazione autoctona nel loro complesso. La percentuale di notizie e articoli contenenti la parola "immigrazione" è cresciuta negli ultimi cinque anni in Italia del 15 per cento, più che in tutti gli altri paesi dell' Unione Europea, dove i media continuano a dare più o meno la stessa importanza al tema. E le notizie che vengono fornite sull' immigrazione in Italia sono quasi esclusivamente negative, inquietanti per la popolazione che le ascolta. La percentuale di notizie su atti criminali sul totale delle notizie sugli immigrati è da noi tre volte superiore che negli altri paesi dell' Unione Europea. In Spagna la legge sulla privacy impone restrizioni a giornali e televisioni nel riportare la nazionalità degli individui ... coinvolti in atti di cronaca.
Da noi la nazionalità dei presunti colpevoli viene sparata sui titoli di testa. È la notizia nella notizia. I commenti alle notizie, gli approfondimenti, dovrebbero poi concentrarsi sugli interrogativi davvero importanti, quelli che hanno maggiore rilevanza dal punto di vista pratico. Quando Berlusconi ha proposto l' equazione fra immigrazione e criminalità lo ha fatto a supporto delle misure di inasprimento delle restrizioni all' ingressoe alla permanenza nel nostro paese di cittadini extracomunitari decise a più riprese in questi anni dal suo Governo. Il vero quesito da porsi è perciò: servono questi provvedimenti nel ridurre il numero di crimini commessi dagli stranieri in Italia? È un quesito cui non è possibile dare delle risposte a priori. Da un lato, politiche davvero efficaci nel contenere i flussi migratori (non è il nostro caso, data la dimensione dell' immigrazione irregolare in Italia), potrebbero negare l' ingresso o la permanenza nel nostro paese anche di potenziali criminali. D' altra parte, queste norme precipitano un numero sempre maggiore di immigrati già presenti sul territorio in una condizione di illegalità, a cui si associano peggiori prospettive occupazionali nell' economia ufficiale e, contestualmente, una maggiore propensione ad intraprendere attività criminali.
È molto difficile determinare quale dei due effetti prevalga perché gli immigrati illegali non sono normalmente osservabili nelle statistiche ufficiali. Inoltre la probabilità di richiedere e ottenere un permesso di soggiorno non è indipendente da caratteristiche che incidono sulla propensione a delinquere (ad esempio le abilità individuali, dunque le possibilità di guadagno sul mercato del lavoro regolare) il che impedisce di capire quanto incida in sé il fatto di essere clandestino sull' attitudine a delinquere. Alcune indicazioni utili a riguardo vengono da uno studio di due giovani ricercatori, Giovanni Mastrobuoni e Paolo Pinotti, che hanno confrontato la propensione a delinquere degli immigrati rumeni, che hanno tutti indiscriminatamente ottenuto lo status legale in Italia a seguito dell' ingresso del loro paese nell' Unione Europea il primo gennaio 2007, con quella degli immigrati in provenienza da altri paesi che non hanno beneficiato dell' allargamentoa Est dell' Unione. Per riuscire a monitorare anche gli immigrati clandestini, Mastrobuoni e Pinotti hanno analizzato il comportamento degli immigrati scarcerati a seguito dell' indulto del 2007. Lo studio mette in luce come l' estensione dello status legale a tutti i rumeni abbia diminuito drasticamente la probabilità di riarresto (tecnicamente recidività) nei 10 mesi successivi alla scarcerazione per l' indulto, rispetto a chi non è stato regolarizzato.
La maggiore propensione a delinquere degli immigrati irregolari (il fatto che siano sovra rappresentati nelle nostre carceri) sembra dunque dovuta, in larga parte, alla condizione stessa di illegalità, piuttosto che alle caratteristiche degli immigrati in quanto tali. Politiche migratorie restrittive come quelle varate dal Governo Berlusconi rischiano perciò di rivelarsi controproducenti nella lotta alla criminalità. Si sono rivelate poco efficaci nel contenere l' immigrazione clandestina e potrebbero avere spinto molti immigrati già presenti sul nostro territorio a commettere reati. Ci sono altri modi di contrastare l' immigrazione clandestina che non espongono a questo rischio. Ad esempio, si possono fare controlli più stringenti sui posti di lavoro riducendo quel lavoro nero che alimenta l' immigrazione clandestina. Utile anche offrire permessi di soggiorno temporanei agli immigrati che denunciano condizioni di irregolarità nel loro lavoro. È la strada suggerita dall' Unione Europea con l' art. 48 al voto del Senato la settimana scorsa. Ma la maggioranza la settimana scorsa ha deciso di opporsi a questo provvedimento nel silenzio assordante dei Tg, gli stessi che avevano dato grande risalto alle affermazioni del nostro Presidente del Consiglio sul rapporto fra immigrazione e criminalità. Nell' informazione dovrebbero contare i numeri e gli atti concreti. Da noi, invece, contano soprattutto le frasi in libertà dei politici. Che godono in effetti di una libertà assoluta, dato che nessuno, o quasi, si occupa di verificarne la fondatezza.
Fonte: Tito Boeri - Repubblica

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La "tre-giorni" sulle politiche sociali: povertà, carceri piene e lavoro nero

Sul tavolo, il Gruppo Abele, Libera e CNCA (il Coordinamento di accoglienza) hanno già pronto il materiale sul quale si metteranno a discutere per tre giorni, a partire da questa mattina fino a domenica. L'appuntamento è al Palatennistavolo di Terni, per la quarta edizione di "Strada Facendo", l'incontro annuale che fa il punto sulle politiche sociali in Italia e prova ad immaginare nuovi modelli di welfare. Tre giorni di riflessioni con sette gruppi di lavoro, oltre 1000 iscritti e 70 relatori. Annunciata la partecipazione di personaggi della politica di prima fila: Pierluigi Bersani, Fabio Granata (finiano del Pdl), Maria Rita Lorenzetti (presidente della Regione Umbria), Nichi Vendola, Paolo Ferrero, Livia Turco... E poi giuristi, economisti, sociologi.
L'idea diffusa di un Paese ingiusto. Ci sarà tanto di cui parlare e innumerevoli saranno gli spunti sui quali riflettere e discutere. Le ricerche e i diagrammi dai quali partirà la discussione, tratteggiano spietatamente i contorni di un'Italia con la soglia della vulnerabilità sociale talmente abbassata da diffondere tra i giovani dai 16 ai 30 anni la certezza di vivere in un Paese che non garantisce a tutti gli stessi percorsi, dove le regole ci sono, ma non valgono per tutti fino in fondo. E dove solo il 10% di chi perde il lavoro è coperto da sussidi, tanto che 1,6 milioni di lavoratori non ha alcun sostegno in caso di licenziamento.
Vecchi e nuovi poveri. La Banca d'Italia ci dice che 2 milioni e 600 mila persone non sono occupate; tra questi sono calcolati anche i disoccupati ormai talmente scoraggiati che un lavoro neanche lo cercano più. La povertà assoluta ... riguarda il 5% della popolazione, circa 2 milioni e 900 mila persone, gente che non riesce ad acquistare beni e servizi ritenuti essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile. Non meno grave la condizione nel "recinto" della cosiddetta "povertà relativa", popolata da circa 2 milioni di persone che vive appena al di sopra della soglia: 50 euro in più dei poveri veri e propri.
La spesa sociale sotto la media UE. La "social card" di Tremonti ha avuto un impatto modesto, sia sulla povertà assoluta, che su quella relativa: un calo delle famiglie "assolutamente povere" di appena lo 0,4%. L'insieme dei provvedimenti del governo rispetto gli indigenti è di 192 milioni di euro, ma ne servirebbero 3, 86 miliardi. Fatta pari a 100 la media aritmetica della spesa pro capite dell'Europa a 15, quella italiana è diminuita progressivamente dall'84% del '97, al 77% del 2006.
Il collasso delle carceri. Nelle celle dei penitenziari italiani sono stipati 20 mila persone in più di quante ne potrebbero contenere. A questo dato oggettivo, che già da sé è all'origine di situazioni inumane e degradanti, si aggiunge anche una cultura della pena detentiva superata e inadeguata, lontanissima dall'idea del reinserimento sociale e del recupero, e sempre più viziata dal concetto di vendetta e rivalsa della società su chi ha sbagliato. Tra i dati a disposizione di chi parteciperà alla "tre-giorni" di Terni, ci sono gli esempi del carcere di Favignana, piccola struttura con 148 detenuti, con la particolarità di essere totalmente sotto terra. E l'esempio, agghiacciante e ormai celebre, di Poggioreale che ospita più del doppio delle persone che potrebbe alloggiare: oltre 2700 persone.
Chi è dietro le sbarre. Il 46% dei detenuti (circa 30 mila persone) è in stato di custodia cautelare, cioè in attesa di giudizio. Di questi il 77,5% sono stranieri, quasi la metà dei quali (il 30%) finisce dietro le sbarre per trasgressioni che hanno a che fare con le leggi sull'immigrazione. Negli istituti di pena sono sempre meno le persone che scontano pene lunghissime; cresce il numero, al contrario, di coloro i quali scontano sentenze fino a tre anni e potrebbero accedere a misure alternative.
I suicidi. L'anno record del 2009, con 72 detenuti che si sono tolti la vita in carcere, è ormai alle spalle. Ma il 2010 - per così dire - promette bene: nei primi 15 giorni di gennaio, già sei persone hanno deciso di farla finita con la propria esistenza in cella. Negli ultimi 10 anni ad uccidersi sono stati in 1560.
Disoccupazione e bassi salari. L'Istat ci dice che in Italia le persone disoccupate sono l'8,5% dei lavoratori: l'1,5% in più rispetto all'anno precedente. Tra i giovani, dai 15 ai 24 anni, i senza lavoro costituiscono il 26%; nell'Unione Europea lo stesso dato si ferma al 21%. I salari italiani sono tra i più bassi d'Europa. Con stipendi del 17% inferiori alla media dell'area Ocse. Sono circa 13 milioni i lavoratori italiani che guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese e circa 6,9 milioni, di euro ne prendono meno di 1.000. Il reddito delle famiglie operaie e degli impiegati è sceso di 1.700 euro dal 2000 al 2008. A fronte, i professionisti e gli imprenditori hanno invece incrementato i loro redditi con oltre 9.000 euro. Ancora meglio è andata ai manager: i loro compensi sono cresciuti del 38%.
Il lavoro nero vale 92 miliardi. Il numero di lavoratori irregolari è molto vicino ai 3 milioni, il 12% della forza lavoro nazionale. Il valore stimato del "sommerso" è pari a 92,6 miliardi di euro. La metà delle persone è impiegata al Sud. Con il primato alla Calabria, con il 15%. Seguono la Sicilia (12.7%); la Campania (12,2%); la Basilicata e la Sardegna con l'11,7%.

Fonte: Carlo Ciavoni - Repubblica

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Pd cittadino, organismi al completo Ecco i nomi della nuova direzione

Dopo le primarie del 17 gennaio, si completano gli organismi del Partito Democratico cittadino.
Il segretario Giorgio De Martin, il cui nome è stato preferito rispetto a quello di Maria Teresa Bonafini, comunica che l’altro ieri l’assemblea cittadina ha provveduto ad elegggere i rappresentanti della nuova direzione cittadina.
ECCO I NOMI: si tratta di Angelo Balsamo, Alfredo Bazoli, Maria Teresa Bonafini, Piergiuseppe Caldana, Rosangela Comini, Gabriele D'Aquila, Sofia Davolio Marani, Emilio Del Bono, Stefano Dioni, Alice Filippini, Anita Franceschini, Tommaso Gaglia, Nicolò Gatta, Laura Giuffredi, Francesca Giugni, Paola Gregorini, Paolo Lombardi, Dante Mantovani, Federico Manzoni, Alberto Martinuz, Lucia Minessi, Valter Muchetti, Roberto Omodei, Laura Parenza, Igor Penna, Alberto Ravelli, Aldo Rebecchi, Monica Rovetta, Attilia Salvi, Dino Santina, Diletta Scaglia, Mario Sileo, Franco Tolotti, Doralice Vivetti, Giulia Zambolin e, infine, Rinaldo Zilioli.
Fonte: BresciaOggi

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Macelleria contabile. La fine della scuola

Ormai non c’è più niente da fare. Manca il placet del governo, che potrebbe arrivare oggi o nel prossimo Consiglio dei ministri. La riforma che depotenzierà lo studio di moltissime materie nelle scuole superiori e che taglierà migliaia di posti di lavoro, ieri ha avuto il sì, pd contrario, non l’Udc, (tra l’altro non vincolante) della commissione competente in Senato. Che si possa fare così, quasi in silenzio, con dei regolamenti (che vi abbiamo diffusamente illustrato su queste pagine e che potete vedere sul sito http://nuovilicei.indire.it/) lo prevede la Finanziaria del 2008, attraverso cui si è delegato il governo a fare e ad infischiarsene di un reale dibattito parlamentare. Buio sulla scuola, dunque.
Fine delle sperimentazioni nei licei; fine delle attività pratiche nei tecnici (dall’Agrario, ai Nautici ai Tecnici industriali, e poi lo stesso governo ci propone l’apprendistato a quindici anni, togliendolo da un percorso formativo vero); fine dello studio di due lingue straniere; fine dello studio della geografia, di cui parleremo nella pagina seguente; latino solo in uno dei tre scientifici che rimarranno. «Siamo sbalorditi e turbati di fronte all’indifferenza con cui il governo ha dimostrato di voler risolvere i gravi problemi che affliggono la scuola italiana», ha detto la presidente del Gruppo del Pd, Anna Finocchiaro, a commento del via libera ai regolamenti sulle scuole superiori della commissione Istruzione del Senato. «Hanno vinto i diktat di Tremonti - ha precisato Finocchiaro - preoccupato solo di contenere la spesa pubblica, come ha sottolineato più volte nei suoi pareri il Consiglio di Stato.
Il governo ha scelto la strada più veloce e meno democratica, privando il parlamento e il Paese di un confronto serio e doveroso. La scuola italiana avrà meno ore da dedicare agli studenti, meno materie e anche meno insegnanti, perché ... nulla è stato fatto per garantire il posto di lavoro alle migliaia di precari che, dopo anni di dedizione e attesa, sono costrette a fare i conti con un futuro privo di certezze.
La scuola italiana, così come esce da quella che si ha il coraggio e la sfacciataggine di definire una riforma, è un salto all’indietro. Un’offesa per il nostro Paese, al quale non si vogliono offrire gli strumenti per affrontare sfide importanti nel campo della conoscenza, dell’innovazione, dell’investimento sui giovani e sul sapere». Buio anche sul percorso. Perché al momento i regolamenti per le superiori non sono pubblici e le famiglie hanno due mesi di tempo per scegliere il futuro scolastico dei propri figli. Buio per i docenti: non si sa se la cosiddetta riforma partirà solo per le prime classi dal prossimo anno scolastico o se pure per le altre, minando un percorso di formazione scelto su altri presupposti.
Fonte: Fabio Luppino - L'Unità

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Scuola, via libera alla riforma. Riordino imposto. E' caos

Meno ore di scuola rispetto alle medie. Un "taglio" drastrico agli indirizzi (sei licei, sfoltiti i tecnici e i professionali) e tante materie che scompaiono e riappaiono come Geografia e Diritto. Il Consiglio dei ministri dà il via libera alla riforma dell'istruzione superiore senza tener conto delle proteste di insegnanti, famiglie e sindacati. Il tutto nel pieno caos delle imminenti iscrizioni degli studenti, dove a tutt'oggi non c'è certezza sull'offerta formativa. Il tanto annunciato opsucolo del Miur ancora non c'è, forse sarà pronto domani via web. Tuttavia, Berlusconi e la Gelmini in conferenza stampa suonano la gran cassa. E si scopre il vero "piano" del governo: fare cassa e accontentare le imprese, Confindustria in primis. Infatti, i licei restano "reginette" anche se scompare il Diritto. Resta la divisione con gli istituti tecnici e professionali, confinati a "Cenerentole".
Il presidente del Consiglio lo dice usando questi termini: "La scuola attuale non sforna ragazzi con cognizioni adeguate alle richieste del mondo del lavoro". E la "maestra unica" dell'Istruzione decanta il riordino: "Riforma epocale, non ideologica". Tace però sui nuovi quadri orari e rivendica l'opzione del nuovo liceo, quello musicale. Una "carnevalata", per dirla con la Rete degli studenti, al quale il premier non resta indietro: "Studiate le mie canzoni e quelle di Apicella..." è il messaggio che manda ai ragazzi che devono scegliere dove iscriversi entro il 26 marzo e senza che sia ancora partita la tanto annunciata campagna di informazione alle famiglie.
La riforma entrerà in vigore dal prossimo anno scolastico 2010-2011, a partire dalle sole prime classi solo per i licei, non per i tecnici e i professionali però , dove le riduzioni di orario saranno pesanti da subito anche per le classi terze, quarte e quinte già in corso. La nuova scuola targata Gelmini prevede un taglio netto degli indirizzi di studio: i licei diventeranno sei. Gli istituti tecnici passeranno da 10 con 39 indirizzi a 2 con 11 indirizzi e le ore scenderanno da 36 a 32; i professionali da 5 corsi e 27 indirizzi scenderanno a 2 corsi e 6 indirizzi, anche qui le ore saranno 32 invece delle attuali 36. Per dirla con Antonio Rusconi, capogruppo Pd in commissione istruzione del Senato "E' un ... ciclone che devasta l'istruzione". Anche i sindacati (Flc-Cgil e Gilda) non mandano giù il boccone amaro: "Un riordino era necessario - sottolineano - ma questa non è una riforma". E il leader del Pd, Pierlugi Bersani, dichiara: "Di epocale non è la riforma, è il taglio alla scuola pubblica italiana che ci allontana dall'Europa e nega pari opportunità di vita, di educazione e di lavoro ai ragazzi e alle ragazze del nostro paese".
I licei Si passa dai quasi 450 indirizzi (tra sperimentali e progetti assistiti) a sei licei: classico, scientifico, linguistico, artistico (con 6 indirizzi distinti) e le new entri del liceo musicale e delle scienze umane. Al Classico rispetto all'oggi, si studierà inglese per cinque anni e verrà potenziata l'area scientifica e matematica. Resta obbligatorio il Latino. Chi opterà per lo Scientifico troverà la nuova opzione delle "scienze applicate" che raccoglie l'eredità della sperimentazione scientifico-tecnologica. Al liceo linguistico viene introdotta la terza lingua straniera e dal terzo anno una materia verrà insegnata in lingua. Altra novità, il liceo delle scienze umane, che sostituisce quello sociopedagogico, con l'opzione economico-sociale. Infine, quello musicale: con 40 sezioni e 10 coreutiche che potranno essere attivate in convenzione con conservatori e accademie di danza.
Istituti tecnici Due soli settori: economico e tecnologio, e 11 indirizzi. L'orario settimanale sarà di 32 ore (un taglio di ben 4 ore di scuola rispetto all'oggi). Ci saranno i laboratori: 264 ore nel biennio che salgono a 891 nel triennio. Il biennio sarà comune per i due percorsi. E' favorita la diffusione di stage, tirocini e l'alternanza scuola-lavoro.
Istituti professionali Da cinque settori e 27 indirizzi si passa a 2 macro-settori - servizi e industria/artigianato - e 6 indirizzi. L'orario settimanale si accorcia a 32 ore. Il percorso di studi è articolato in due bienni e un quinto anno. Anche qui entra in gioco l'alternanza scuola-lavoro.
Le reazioni Le Consulte nazionali degli studenti hanno bocciato la riforma con 56 voti contro 36 a favore. Per Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil: "E' una riforma fortemente deludente. L'unica logica è quella dei tagli. Qualche miglioramento solo per le prime classi, poi il caos delle materie professionalizzanti soprattutto per i tecnici e professionali".Per Pantaleo la conseguenza sarà «una drastica riduzione di posti di lavoro e il licenziamento di altri migliaia di precari». Da qui l'imminente protesta: "Assemblea nazionale il 17 febbraio, e così fino allo sciopero generale del 12 Marzo proclamato dalla Cgil". Mentre l'ex ministro Giuseppe Fioroni "bacchetta" Berlusconi: "La scuola superiore, caro presidente del Consiglio, non 'sforna' ragazzi come da lei testualmente affermato. La scuola ha il compito di formarli ed educarli». E l'opposizione, con Maria Coscia (pd) in testa, ribadisce: "Solo spot trionfalistici, bisognava rimandare di un anno l'avvio della controriforma". Pollice verso anche dal Gilda: "Si penalizzano fortemente le seconde, le terze e le quarte classi sui cui ricadranno i tagli". Collaborativo con il governo Di Menna della Uil-scuola: "Primo ok ma più investimenti".
Famiglie e studenti nel caos Le iscrizioni sono alle porte e regna il mistero sui quadri orari di tutte le materie. Secondo indiscrezioni la Geografia dopo la campagna di proteste, sarebbe rimasta. Ma il Miur avrebbe solo girato il probleme ai presidi: resta l'accorpamento con la Storia, nessun aumento di ore". E nella baraonda più totale anche le famiglie: il piano di orientamento del ministero forse sarà pronto solo domani.
Fonte:
Maristella Iervasi - L'Unità

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Morgan, il falso maledetto

Chi gioca più pericolosamente con la droga: Morgan o i direttori della Rai? Per capire Morgan non era necessario leggere la sua intervista a "Max", si vede subito che è tutto un crack. Ma senza quell' intervista non avremmo capito che genere di "droga" sta spacciando la Rai di Mauro Masi e di Mauro Mazza.E cominciamo con Morgan. Fosse davvero un artista maledetto e non un simpatico e debole arruffato, Morgan sarebbe sprezzantemente fiero di essere stato escluso da Sanremo e non andrebbe stasera nel morbosetto educandato di "Porta a Porta" a spiegare che la sua trasgressione era per bene, e che lui, poverino, è un diavolo sì, ma buono come un angelo. Un "maledetto" non si mette a balbettare e a smentire se stesso perché Masi e Mazza esigono «il ravvedimento» per riammetterlo al sacramento del festival più insulso e bacchettone del mondo, o perché la ministra della Gioventù, la signorina Meloni, minaccia di espellerlo dalla... Gioventù se non si pente, se non lancia appelli, se non «si riscatta» pronunziando «parole sagge». Immaginatevi le reazioni di Lou Reed, quello di Heroin, storia di un buco, o di Jim Morrison o di Mick Jagger... E come avrebbe risposto Vasco Rossi, al tempo in cui faceva uso di droghe, se Bruno Vespa avesse deciso di esorcizzarlo con la sua acqua benedetta e se Masi avesse detto a lui quel che ha detto a Morgan: «Sono aperto al perdono». Così siamo ridotti: in Italia, anche satanasso è pronto a mascherarsi da Luciano Tajoli pur di cantare "Al di là" a Sanremo. Dunque stasera Vespa ci metterà la sua buona parola, Morgan confermerà di avere iniziato la disintossicazione, Gelmini ripeterà di essere pronta ad accogliere il traviato, Masi lo perdonerà come Berlusconi ha perdonato Tartaglia. E il bravo Morgan canterà a Sanremo perché anche lui tiene famiglia e perché è vero che «la musica è la parte migliore di me». E si sprecheranno le stupidaggini dell' aneddotica scolastica: Canossa, il pane di Fra' Cristoforo, il pentimento, Buscetta... Con questo siparietto di Masi - Mazza-Vespa sulla pelle di Morgan in Italia diventa farsa penosa anche la maledizione come ... risorsa, come ricchezza, come pozzo profondo dell' arte e della creatività del Novecento. E chissà che non sia un bene. Chissà che finalmente non si capisca che il solo vero scandalo artistico e creativo che Sanremo ci può ancora offrire è... il silenzio. E però le debolezze di Morgan non sono roba da prendere troppo in giro. Il panico, la depressione e il dolore sono sentimenti privati che mai dovrebbero essere profanati nei "Porta a Porta" perché sono il nodo grosso della vita. Ognuno di noi è padrone di se stesso e c' è chi ingoia rospi e chi ingoia droga, chi scappa di casa e chi scrive libri... Ma c' è anche chi si strafà di poveri scandaletti per taroccare un festival che, comunque vada, sarà sempre molto peggio della cocaina. E ci sono le reazioni "politiche" a riprova che la cocaina di Morgan ha già avviato la convulsione collettiva di Sanremo, la cerimonia delle smanie. Contro e a favore degli eccessi, che Morgan ha prima esibito e poi nascosto come vergogne, ieri hanno condannato e stigmatizzato tutti quelli che sbuffano, gridano, sfottono e fanno a botte in televisione. La Mussolini chiede il test antidroga per tutti i cantanti. Gasparri e La Russa plaudono all' espulsione del drogato. Il leghista Castelli dice che «Morgan è complice della mafia perché tutti i drogati sono complici della mafia». I comunisti vogliono l' antidoping per tutti gli italiani. Claudia Mori e Nino D' Angelo lanciano un appello per salvare il loro fragile collega. Merlo del Pd vuole mandare Morgan in comunità... Come si vede, ognuno spaccia il suo antidoto, la sua dose personale di ipocrisia e di ideologia. Ma quanti spacciatori per un solo consumatore (consumato)! Di sicuro c' è un rapporto di grande solidarietà tra questa finta campagna antidroga dei dirigenti della Rai e il drogato confesso Morgan. E quello che si dice è peggio di quello che si inala. Va infatti ricordato che l' Italia è diventato il primo Paese d' Europa nel consumo di droga e che questi sciacalletti del marketing sanremese dovrebbero evitare di scherzare con la sofferenza dei ragazzi come Cucchi che fu ammazzato di botte, e dei giovani detenuti, non degli habitués della televisione ma degli esclusi, non di quelli che vanno a "Porta a Porta" ma di quelli che rimangono fuori dalla porta. Ma questo teatrino potrebbe avere un effetto antitossico. Se un vero maledetto, un giovane orlando furioso capisse quanto si somigliano Morgan e gli "specialisti antidroga" che stanno alla testa della Rai, forse scoprirebbe l' antidoto ai suoi eccessi. Potrebbe infatti togliersi la scimmia dalla spalla, smettere per non diventare come loro.
Fonte: Francesco Merlo - Repubblica

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Brunetta faso tuto mi, il lecito e l’inopportuno

Da sempre il diritto ha distinto la legittimità dall’opportunità, e quindi l’opposizione tra lecito e illecito da quella tra opportuno e inopportuno, tracciando il limite di ciò che è giuridicamente permesso, proibito od obbligatorio, e non occupandosi, invece, di ciò che, essendo lecito, può essere ritenuto più o meno opportuno.
Salvo rari casi, quindi, il giudice non è interessato a dare un verdetto circa l’opportunità di un atto, ma solo riguardo alla sua liceità, cioè alla sua rispondenza al diritto.
Il diritto amministrativo, ad esempio, conosce il concetto di opportunità di un atto, inteso come scelta rimessa alla valutazione dell’amministrazione nel proprio ambito di discrezionalità, cioè entro il limite della liceità delle scelte possibili che, salvi i giudizi di merito, non interessano il giudice.
Una cosa è quindi l’opportunità come concetto giuridico, altro è, ad esempio, l’opportunità politica di un atto.
In altre parole, non tutto ciò che è lecito è, per ciò solo, opportuno, mentre si potrebbe dire che è opportuno, oltre che doveroso, rispettare la legge, cioè agire nei limiti della legalità. Tra liceità e opportunità, vi è quindi un rapporto in qualche modo simile a quello che esiste tra opportunità e opportunismo: l’opportunista coglie certamente un’opportunità, ma non ogni opportunità colta (bensì semmai il cogliere ogni opportunità per mere ragioni di utilità) rende opportunisti.
E veniamo al punto, cioè alla questione giuridica che sottende il caso dell’annunciata candidatura dell’onorevole ministro Brunetta a sindaco di Venezia, come quella del senatore viceministro Castelli, a sindaco di Lecco. In primo luogo, il testo unico delle leggi elettorali, risalente al 1957, dispone che non siano eleggibili a deputato «i sindaci dei comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti». La ratio delle varie cause di ineleggibilità (concetto diverso da quello di incompatibilità, che si sana semplicemente optando per una delle cariche contemporaneamente rivestite e tra loro incompatibili, cioè rinunciando all’altra) è, come si legge in un qualunque manuale di diritto costituzionale, quella di evitare che il candidato che rivesta cariche d’una certa rilevanza possa utilizzare la sua posizione per influenzare gli elettori o comunque per incidere sulla par ... condicio degli elettori. Una norma, insomma, democratica e liberale a un tempo. Il ricorrere di una causa di ineleggibilità – proseguirebbe ancora l’ipotetico manuale – diversamente dall’incompatibilità, rende del tutto nulla l’eventuale avvenuta elezione del candidato, perché egli non poteva essere validamente eletto. È per questa ragione che, per esempio, sono ineleggibili a deputato i capi di gabinetto dei ministri, i prefetti, eccetera.
Come è possibile, allora, che siedano in parlamento sindaci e presidenti di provincia ineleggibili? È presto detto: perché – come ha scritto Sergio Rizzo sul Corriere della Sera – secondo un’interpretazione a senso unico della norma, data dalla giunta per le elezioni, «il sindaco o il presidente di provincia non può fare il parlamentare, ma il parlamentare può fare il sindaco o il presidente di provincia». Il che appare francamente assurdo. È, infatti, certamente vero che sia la Costituzione a disporre che il parlamento giudichi dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità, ma l’interpretazione data dalle stesse camere stravolge in effetti il senso profondo di tale garanzia.
Più volte, sul punto, si è invocato un giudizio diverso e ulteriore – e dunque non del tipo del giudizio in causa propria, come è inevitabilmente quello espresso dai parlamentari sui loro colleghi di partito – bensì quello della Corte costituzionale, ma finora lo si è chiesto invano. È vero che la legge 60 del 1953 (Incompatibilità parlamentari) non prevede alcun caso di incompatibilità o ineleggibilità tra cariche governative e cariche elettive comunali o provinciali. Solo l’articolo 5 dispone, infatti, che ai membri del governo non possano essere assegnate indennità o compensi per l’esercizio di funzioni di presidenza o amministrazione di enti o aziende dipendenti dai loro ministeri. Ci si può domandare, allora, spero solo retoricamente, se sia compatibile con un ordinato svolgimento della cosa pubblica e col perseguimento del bene comune che in una stessa persona si concentrino tre posizioni-cariche distinte: membro del parlamento, membro del governo e sindaco di una città per di più capoluogo di provincia o di regione.
A parte il fatto che l’autonomia che spetta al comune, se rettamente intesa, dovrebbe poter configurare, in taluni casi, un sano conflitto di interessi tra le tre posizioni sopra indicate, emerge, grande come una montagna, non una questione di mera opportunità, ma di concreta e fattuale possibilità di fare tre parti in commedia. Siamo, goldonianamente, al faso tuto mì o al meneghino ghe pensi mì. Senonché, non la divisione dei poteri e delle funzioni, ma, al contrario, la fusione delle potestà pubbliche, riunite in poche mani, è la stella polare dell’attuale classe di governo. È proprio sulle scelte di opportunità che gli elettori dovrebbero vigilare, esercitando il loro giudizio critico.
Fonte: Enzo Balboni - Europa

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Copiamo Emma e Nichi

Emma Bonino e Nichi Vendola dovrebbero entrare nel Partito democratico, col loro carico di valori e capacità politica? Oppure continuare a starne fuori, esercitando il loro carisma di stelle solitarie trainanti un carro che non è propriamente il loro? Sul rapporto tra i due candidati regionali e il Pd molto si discute in questi giorni. Al di là degli inviti ad entrare nel partito, o della difesa della loro condizione di fascinosa esternità, quasi tutti concordano su un punto, pur traendone conseguenze diverse (ovvero che i due avrebbero, o non avrebbero dovuto, esser candidati): l’affermazione di Bonino e Vendola, l’una per autocandidatura aggregante, l’altra per schiacciante vittoria alle primarie, mette a luce tutte le fragilità del Pd, la sua carenza di cultura e di leadership politica.
Questa tesi, difficile da contestare, può anzi essere ancor meglio articolata, andando a vedere quali sono le modalità di azione politica, e successivamente i contenuti politici, di cui il Partito democratico è deficitario e che invece accomunano i due candidati, pur provenienti da aree politiche diverse.
L’elemento più semplice da evidenziare, ma importantissimo nella sua semplicità, è la chiarezza della linea politica e la nettezza delle posizioni prese in merito ai singoli temi. ll nucleare? Dovranno venire i carri armati, dice Vendola. Una cultura energetica sorpassata e da archiviare per sempre, gli fa eco Bonino.
Si potrà essere d’accordo o meno, ma è certo che gli estenuanti distinguo degli esponenti democratici sono logoranti e confusivi per gli elettori, che oltretutto intravedono in quella incapacità di prendere posizione un’anticipazione dell’incapacità a governare.
È un giusto timore. La scelta limpida a favore di una o un’altra tesi equivale di fatto a manifestare una capacità decisionale, una dimostrazione della forza dell’azione politica, e soprattutto della sua incisività. Tutto il ... contrario dell’esasperante paralisi della volontà che avvolge da mesi il Partito democratico e che produce, ad utilizzare una metafora psichica, un’inibizione del desiderio e conseguente frustrazione e depressione nei cittadini vicini al Pd.
Prendere posizione sui contenuti, e tenere fede a quella scelta, significa inoltre rifiutare ogni ambiguo tatticismo, quello che conduce prima ad accordarsi con questo o quel partitino, poi a decidere, in base agli accordi, che tipo di posizione prendere in merito a quello o quel tema. Una strategia che non solo confonde chi guarda lo spettacolo delle alleanze, ma che rivela un deficit di cultura maggioritaria, la quale, per sua natura, si basa sulla contrapposizione forte dei programmi, a favore di uno sterile e vago centrismo. Da questo punto di vista, la capacità di rappresentare, funzione primaria della politica, è paradossalmente più forte in chi, come Bonino e Vendola, ha posizioni nette, e quindi potenzialmente escludenti, di chi non escludendone nessuna finisce poi per non rappresentare proprio nessuno.
Chiarezza di linea politica, attitudine decisionale e inclinazione maggioritaria si traducono infine in un elemento cruciale: quello della vocazione a governare, ampiamente dimostrata proprio attraverso esperienze di governo così come, nel caso della Bonino, anche di importanti cariche nazionali ed internazionali.
Questa vocazione, unita ad una cultura antipartitica e antipartitocratica, che proprio in virtù dell’esercizio del governo non si traduce in populismo e demagogia, li rende naturalmente credibili come oppositori al governo Berlusconi. Il loro antiberlusconismo nasce infatti dalla capacità di mettere naturalmente in campo e praticare l’alternativa.
Tutto il contrario del Partito democratico, dove la schiacciante cultura partitica si unisce a un’incapacità di governo e a un’oscillazione tra antiberlusconismo ideologico e “connivenza” con Berlusconi, elementi che rendono all’opinione pubblica ancor più insopportabile l’accettazione del peso della burocrazia di partito. Soprattutto se legata all’incapacità di combattere, e sconfiggere, l’avversario.
Esiste una parola capace di sintetizzare quanto detto finora? Certamente, ed è, semplicemente, abilità ad esercitare la leadership. Leadership alimentata da due elementicarburante fondamentali: la popolarità (che nulla ha a che fare con derive sudamericane) e soprattutto l’esemplarità delle biografie, caratterizzate anzitutto, nel caso di Vendola e Bonino, dalla coerenza tra proclami e pratiche, tra valori difesi e valori vissuti. Una coerenza che gli elettori di un Pd lacerato dalla questione morale, e contraddittoriamente diviso tra elogi della moralità e inchieste giudiziarie, considerano ormai un requisito imprescindibile di ogni candidatura e ogni azione politica.
Fonte: Elisabetta Ambrosi - Europa

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Il tempo delle trote

È l’ora dei figli. Domina il figlio di don Vito, Massimo Ciancimino, che ormai minaccia il guinness di Masino Buscetta quale rivelatore di “segreti” sulle connection mafia-politica.
Chiama tutti a rapporto, proprio come papà: generali dei carabinieri alla Mori descritti come favoreggiatori; presidenti del consiglio, metti Berlusconi, ai tempi in cui con soldi non suoi costruiva Milano 2; imprenditori romani di grido, Caltagirone e Ciarrapico, quali consiglieri di suo padre per gli “affari canadesi” (poi scoperchiati da Falcone); o costruttori mafiosi come Bonura e Buscemi, consiglieri per gli “affari milanesi”; forze dell’ordine e magistrati che propalavano balle sulle latitanze di Provenzano e di Riina, il primo regolarmente ricevuto da papà quand’era agli arresti domiciliari in via San Sebastianello (piazza di Spagna, Roma), il secondo accolto in via Sciuti 85, cuore della Palermo bene, costruita dal medesimo quand’era sindaco del “sacco” e distruttore della più bella città liberty d’Italia; pezzi da novanta della Dc (presidente del consiglio, ministri e luogotenenti siculi) che a don Vito parlavano su linee telefoniche riservate; alti commissari antimafia come Sica e De Francesco che lo ricevevano in luoghi coperti (ospedali, condomini) alla periferia di Roma.
Ministri dell’interno come lo “scelbiano” Restivo che accreditava presso don Vito uomini-cerniera tra il medesimo e i personaggi su citati o no… E via al galoppo, in questo mondo casalingo di Avatar, contestato dal generale Mori, ma tuttavia descritto dal giovane Massimo, come un principe ereditario descriverebbe il regno del suo augusto genitore. Fonte per la storiografia.
Sempre discutibile, si sa, ma fonte.
È proprio l’ora dei figli. Per loro, ci informa il vice house organ, Libero, il premier si batte contro il tfr (trattamento di fine rapporto) dell’ex moglie Veronica, forse ridimensionabile per via di qualche distrazione nel parco, alla lady Chatterley, che ora gli avvocati, insufflati dalla Santanché, faticosamente contrappongono a escort, veline, minorenni, show girl e “ciarpame” candidabile al ... parlamento e alle regioni.
Il Cavaliere, dice sempre Libero, ha quasi quattro miliardi di euro (ma cos’è, il bilancio del Belgio?) e dovrà affidarsi alla Borsa per pagare; e dalla medesima fonte apprendiamo delle elaboratissime operazioni per dividere l’impero tra i 5 principi ereditari, due di primo tre di secondo letto: con tendenza sovrana, contrastata da mamma Veronica, a favorire i primi.
Si sa, sono problemi di tutte le famiglie; noi stessi, avendo 5 nipoti, ne siamo alle prese, ogni volta che per la quindicina (absit iniuria…), ci problematizziamo se dare 15 euro a un nipote e solo 10 a un altro: non di secondo letto, magari, ma di più recente anagrafe.
Più prosaicamente convenzionale è invece la candidatura di “trota” alle regionali lombarde, in un collegio blindato di Brescia.
Trota è la definizione data di suo figlio Renzo da Bossi, quando gli chiesero se il ragazzo fosse il suo delfino: «Per ora è solo una trota». Ma si sa che le trote, crescendo, diventano delfini, anche se debbono presentarsi quattro volte alla maturità per superarla.
Siamo sicuri che invece supererà la prova elettorale al primo colpo. Perché – come spiega il ministro Castelli – il ragazzo non entra nel listino di Formigoni, dove chi si alloggia è eletto, ma «dovrà affrontare la campagna elettorale e ottenere le preferenze.
Per un ragazzo di ventun’anni, credo sia un atto di coraggio, di fronte al quale mi tolgo tanto di cappello». Si tolga anche il resto, ministro. E poi, ci aveva provato anche Sarkozy, per non so quale incarico alla Defence a suo figlio.
Solo che i francesi non hanno l’esprit de finesse dei leghisti e l’hanno costretto a rinunciare.
Come forse rinuncia a Sanremo il principe-cantante Emanuele Filiberto, l’unico che, nato ereditario, non eredita. Le virtù monarchiche si sono trasferite alle prosapie repubblicane.
Meno male, ogni tanto una boccata d’aria vecchia fa bene. Ora navighiamo tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo, quando il nepotismo papale, affacciatosi nel medio evo per il predominio delle famiglie romane in San Pietro, diventa politica istituzione : attraverso la quale i papi Colonna, Farnese, Borgia, Carafa, Della Rovere, Medici, non potendo avere ufficialmente figli-eredi al soglio, donavano porpore cardinalizie, ducati, principati, marenghi, a nipoti o a figli avuti dalle amanti.
Paolo III nominò cardinali due nipoti di 14 e 16 anni. Così, supplendo all’impossibilità dinastica, potevano pareggiare le altre monarchie europee, forti di discendenze dirette. Pratica ben accolta, che resistette ben oltre la bolla con cui Pio V nel 1567 proibiva concessioni ecclesiastiche e temporali ai consanguinei.
Si dovette aspettare quasi un altro secolo e mezzo, la bolla di Innocenzo III nel 1692, perché la pratica si attenuasse ed estinguesse.
Ma rimase nel mondo animale, dove, specie nei gruppi con organizzazione sociale complessa, la selezione-nepotistica serve a trasmettere i propri geni alla generazione successiva. In altre parole, siamo come le scimmie. O le scimmie sono come noi. E hanno contagiato perfino l’America, madre della repubblica. Le dinastie dei Kennedy e dei Bush, per dire.
Ma ci si abitua. In Italia “teniamo famiglia”. In Inghilterra l’ironia, And Bob’s your uncle, «E Bob è tuo zio», nata quando il premier Robert Salisbury regalò un incarico al nipote Arthur, oggi significa soltanto No problem, nessun problema.
Figurarsi qui.
Fonte: Federico Orlando - Europa

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