lunedì 23 novembre 2009
NO ALLA TRUFFA DEL PROCESSO BREVE LE VITTIME PIANGONO I COLPEVOLI APPLAUDONO
ORGANIZZA UN PRESIDIO
Sabato 28 novembre dalle ore 15
in corso Zanardelli (ex Cinema Crocera)
NO ALLA TRUFFA DEL PROCESSO BREVE
LE VITTIME PIANGONO
I COLPEVOLI APPLAUDONO
1. Il processo breve è una legge ad personam
La riforma è sostanzialmente un colpo di spugna su due processi che vedono coinvolto il Cavaliere: il processo Mediaset per frode fiscale sui diritti televisivi (che con le nuove norme decade a fine novembre) e il processo Mills per corruzione in atti giudiziari (che a "riforma" approvata decade nel marzo 2010).
2. E' una mannaia che non distingue la gravità dei reati
Secondo quanto è emerso finora, dovrebbero usufruire del processo breve quelli che riguardano reati puniti con la reclusione non superiore ai dieci anni (fatti salvi quelli che concernono mafia, terrorismo o, comunque, fatti di particolare allarme sociale). Sotto ai dieci anni, ma senza distinguere tra maggiore o minore gravità dei reati.
3. Non tiene conto della maggiore o minore complessità delle inchieste
In 6 anni si può concludere di sicuro un processo per una guida senza patente, uno scippo, un oltraggio al vigile urbano. I problemi cominciano quando si tratta di processare un incensurato per falso in bilancio o frode fiscale: se servono come quasi sempre accade rogatorie alle isole Cayman e sequestri di documenti in qualche caveau dell’Ossezia, in sei anni si arriva sì e no al primo grado.
4. Riguarda solo gli incensurati
I tempi stretti riguarderebbero soltanto gli imputati incensurati. E perché mai? Se la prescrizione processuale non costituisce un premio per gli imputati, ma la risposta ad un’esigenza generale di rapidità processuale, censurati o incensurati la regola dovrebbe essere la stessa. Soprattutto chi ha già carichi penali alle spalle o chi è agli arresti con una carcerazione preventiva, ha bisogno che il processo sia il più rapido possibile.
5. C'è il rischio concreto che si trasformi in un'amnistia
La norma sulla prescrizione breve bloccata da Fini, potrebbe essere ripresentata sotto forma di emendamento al processo breve, come è accaduto altre volte, ed essere approvata dalla maggioranza. Taglierebbe di un quarto la prescrizione rispetto ai tempi attuali con la conseguente cancellazione di moltissimi processi, perché la "prescrizione breve" porterebbe alla decadenza del reato (quindi coprirebbe il Cavaliere anche su eventuali inchieste future).
Aderiscono:
Anpi-Nuova Resistenza, Brescia
Associazione Ricomincio da Grillo, Brescia
Camera del lavoro di Brescia
Comitato Antimafia “Peppino Impastato”, Brescia
Comitato antiusura della Valle Trompia
Federazione dei Verdi, Brescia
Italia dei Valori, Brescia
Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie
Movimento Nonviolento Brescia
Osservatorio bresciano per la difesa dello stato di diritto
Partito Socialista Italiano, Federazione di Brescia
PD Segreteria cittadina
Sinistra Ecologia e Libertà, Brescia
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Pd, il risveglio del partito latente
Il Partito Democratico sta crescendo. Nei sondaggi, perlomeno. Al contrario dell'inizio del 2009, quando assegnavano al Pd circa il 23%. Il che spinse Veltroni a dimettersi anzitempo, in febbraio.
Da un paio di mesi, invece, si assiste a una risalita, anche rispetto al risultato delle elezioni europee di giugno (26% dei voti validi). I sondaggi, al proposito, mostrano oscillazioni ancora significative. L'Ispo di Renato Mannheimer situa il Pd intorno al 28%. Come Euromedia, diretta da Alessandra Ghisleri, l'istituto di fiducia di Berlusconi. L'Ipsos di Nando Pagnoncelli, invece, stima il Pd oltre il 30%. Secondo il politologo Paolo Natale (su Europa), avrebbe superato la soglia del 31%. Come spiegare una crescita così continua (perlomeno nei sondaggi)?
1. Anzitutto, con l'effetto della stagione congressuale. Lunga e contorta, come abbiamo rilevato - polemicamente - prima dell'estate. Però è servita a strutturare un partito che prima non c'era. La fase dedicata agli iscritti ha, appunto, restituito il Pd agli iscritti. E gli iscritti al Pd. Ha, inoltre, attribuito un ruolo agli apparati locali e centrali. Nel bene e nel male: si è ricostruita, in qualche misura, l'organizzazione di partito. Le primarie, invece, hanno confermato la domanda di partecipazione che anima gli elettori del centrosinistra. Vi hanno partecipato circa tre milioni di persone. Tante. Questa mobilitazione ampia, durata mesi, ha fornito visibilità a un partito a lungo "latente". Ne ha risvegliato gli elettori "latenti".
2. Poi, oggi il Pd dispone di una leadership legittimata dal voto degli iscritti e degli elettori. Dopo un confronto vero, fra candidati che si sono sfidati senza esclusione di colpi. Questa divisione, lamentata da molti, ha dato l'idea di una competizione aperta che, in passato, non c'era mai stata. Nel 2005 e nel 2007 le primarie avevano ... "plebiscitato" un candidato pre-stabilito. Certo, Bersani deve dimostrare di essere capace di sottrarsi al condizionamento dei "soliti noti". Ma dispone di un'investitura ampia. Accompagnata da un grado di fiducia elevatissimo presso gli elettori (non solo del Pd). Favorito dall'immagine di competenza e concretezza che sta trasmettendo. Prima di lui, Franceschini aveva guidato il partito in condizioni di emergenza. Erede di un leader dimissionario, era apparso - necessariamente - un segretario provvisorio e di passaggio. Difficile, per il Pd, non essere percepito, a sua volta, come un partito provvisorio e di passaggio. Oggi il Pd non è divenuto un "partito personale", ma è certamente meno impersonale di prima. E la sospensione delle ostilità interne, la stessa uscita di Rutelli, ne hanno rafforzato l'immagine di coesione e unità.
3. Un ulteriore motivo della risalita del Pd, nelle stime elettorali, è riconducibile all'asfissia delle formazioni di sinistra, ma soprattutto al parallelo calo dell'Idv. Che riflette un certo declino dell'immagine (e della visibilità mediatica) del suo leader, Di Pietro. D'altronde, l'Idv è un partito personale. Fino a ieri: Lista Di Pietro. Lo stesso dualismo con De Magistris ne mina l'identità. Tuttavia, conta anche il ritorno di una domanda di opposizione "politica" più che espressiva. Partitica più che personale.
4. D'altronde, siamo entrati in una fase di campagna elettorale. Non tanto per le minacce di voto politico anticipato. (Non se ne vedono le condizioni). Ma perché sono prossime le elezioni regionali. Le quali avranno, assai più che le europee, un significato politico nazionale, oltre che territoriale. Per gli elettori e per i partiti. Lo schema della competizione regionale, d'altra parte, è "maggioritario" (e "presidenzialista"). E il risultato del voto avrà effetti molto più diretti sulla realtà politica e sulla vita delle persone, rispetto alle europee. Per cui, presso gli elettori, la domanda di "vincere" e di governare è destinata a prevalere sulla voglia di fare opposizione e sull'indignazione.
5. Ancora: la ripresa del Pd riflette quella del Pdl. Che i sondaggi stimano oltre il 38%. Nonostante la fiducia nel leader-premier non sia cresciuta, ma semmai calata, dopo le elezioni europee. Tuttavia, la figura di Berlusconi, in questa fase, ha ulteriormente polarizzato la meccanica del sistema partitico. Anzi: l'ha bipartizzata. L'identificazione tra Berlusconi e il Pdl - insieme alla centralità della questione giustizia - ha ridotto la visibilità della Lega. Invischiata nella discussione sulla spartizione delle candidature in vista delle prossime elezioni regionali. Definita su basi rigidamente nazionali. E personali: attraverso il dialogo diretto e personale fra Berlusconi e Bossi. Ebbene: anche la Lega, come l'Idv, appare in lieve flessione, nei sondaggi. Perché l'asse della politica nazionale si è spostato sul Pdl di Berlusconi. E valorizza, di riflesso, il Pd.
Resta il problema di fondo. Il Pd è ancora lontano dal Pdl: 7-8 punti percentuali. Il bacino elettorale a cui si rivolge, a sinistra, si è ridotto. Il suo alleato più stretto, l'Idv, è divenuto un competitor, a livello nazionale. Mentre sul territorio è un alleato debole, perché non ha radici. Per cui dovrà riesaminare il tema delle alleanze, guardando, necessariamente, al centro. All'Udc, più che a Rutelli (la cui uscita non sembra avere scalfito, per ora, l'elettorato del Pd né quello dell'Udc). Soprattutto, però, il Pd dovrà chiarire meglio il proprio progetto. La propria offerta politica. Un ambito ancora nebuloso. Non può restare a lungo così. Né può immaginare di affidare la propria identità al solo leader. Inseguendo il Pdl di Berlusconi sul suo terreno (mediatico). Per tornare ad essere un'opposizione credibile e possibile. Capace di raccogliere il voto di un terzo degli elettori. E di attrarre altri partiti, intorno a sé. Senza divenire ostaggio di alleanze tanto larghe quanto incoerenti. Il Pd: non può accontentarsi di rappresentare il "male minore".
Da un paio di mesi, invece, si assiste a una risalita, anche rispetto al risultato delle elezioni europee di giugno (26% dei voti validi). I sondaggi, al proposito, mostrano oscillazioni ancora significative. L'Ispo di Renato Mannheimer situa il Pd intorno al 28%. Come Euromedia, diretta da Alessandra Ghisleri, l'istituto di fiducia di Berlusconi. L'Ipsos di Nando Pagnoncelli, invece, stima il Pd oltre il 30%. Secondo il politologo Paolo Natale (su Europa), avrebbe superato la soglia del 31%. Come spiegare una crescita così continua (perlomeno nei sondaggi)?
1. Anzitutto, con l'effetto della stagione congressuale. Lunga e contorta, come abbiamo rilevato - polemicamente - prima dell'estate. Però è servita a strutturare un partito che prima non c'era. La fase dedicata agli iscritti ha, appunto, restituito il Pd agli iscritti. E gli iscritti al Pd. Ha, inoltre, attribuito un ruolo agli apparati locali e centrali. Nel bene e nel male: si è ricostruita, in qualche misura, l'organizzazione di partito. Le primarie, invece, hanno confermato la domanda di partecipazione che anima gli elettori del centrosinistra. Vi hanno partecipato circa tre milioni di persone. Tante. Questa mobilitazione ampia, durata mesi, ha fornito visibilità a un partito a lungo "latente". Ne ha risvegliato gli elettori "latenti".
2. Poi, oggi il Pd dispone di una leadership legittimata dal voto degli iscritti e degli elettori. Dopo un confronto vero, fra candidati che si sono sfidati senza esclusione di colpi. Questa divisione, lamentata da molti, ha dato l'idea di una competizione aperta che, in passato, non c'era mai stata. Nel 2005 e nel 2007 le primarie avevano ... "plebiscitato" un candidato pre-stabilito. Certo, Bersani deve dimostrare di essere capace di sottrarsi al condizionamento dei "soliti noti". Ma dispone di un'investitura ampia. Accompagnata da un grado di fiducia elevatissimo presso gli elettori (non solo del Pd). Favorito dall'immagine di competenza e concretezza che sta trasmettendo. Prima di lui, Franceschini aveva guidato il partito in condizioni di emergenza. Erede di un leader dimissionario, era apparso - necessariamente - un segretario provvisorio e di passaggio. Difficile, per il Pd, non essere percepito, a sua volta, come un partito provvisorio e di passaggio. Oggi il Pd non è divenuto un "partito personale", ma è certamente meno impersonale di prima. E la sospensione delle ostilità interne, la stessa uscita di Rutelli, ne hanno rafforzato l'immagine di coesione e unità.
3. Un ulteriore motivo della risalita del Pd, nelle stime elettorali, è riconducibile all'asfissia delle formazioni di sinistra, ma soprattutto al parallelo calo dell'Idv. Che riflette un certo declino dell'immagine (e della visibilità mediatica) del suo leader, Di Pietro. D'altronde, l'Idv è un partito personale. Fino a ieri: Lista Di Pietro. Lo stesso dualismo con De Magistris ne mina l'identità. Tuttavia, conta anche il ritorno di una domanda di opposizione "politica" più che espressiva. Partitica più che personale.
4. D'altronde, siamo entrati in una fase di campagna elettorale. Non tanto per le minacce di voto politico anticipato. (Non se ne vedono le condizioni). Ma perché sono prossime le elezioni regionali. Le quali avranno, assai più che le europee, un significato politico nazionale, oltre che territoriale. Per gli elettori e per i partiti. Lo schema della competizione regionale, d'altra parte, è "maggioritario" (e "presidenzialista"). E il risultato del voto avrà effetti molto più diretti sulla realtà politica e sulla vita delle persone, rispetto alle europee. Per cui, presso gli elettori, la domanda di "vincere" e di governare è destinata a prevalere sulla voglia di fare opposizione e sull'indignazione.
5. Ancora: la ripresa del Pd riflette quella del Pdl. Che i sondaggi stimano oltre il 38%. Nonostante la fiducia nel leader-premier non sia cresciuta, ma semmai calata, dopo le elezioni europee. Tuttavia, la figura di Berlusconi, in questa fase, ha ulteriormente polarizzato la meccanica del sistema partitico. Anzi: l'ha bipartizzata. L'identificazione tra Berlusconi e il Pdl - insieme alla centralità della questione giustizia - ha ridotto la visibilità della Lega. Invischiata nella discussione sulla spartizione delle candidature in vista delle prossime elezioni regionali. Definita su basi rigidamente nazionali. E personali: attraverso il dialogo diretto e personale fra Berlusconi e Bossi. Ebbene: anche la Lega, come l'Idv, appare in lieve flessione, nei sondaggi. Perché l'asse della politica nazionale si è spostato sul Pdl di Berlusconi. E valorizza, di riflesso, il Pd.
Resta il problema di fondo. Il Pd è ancora lontano dal Pdl: 7-8 punti percentuali. Il bacino elettorale a cui si rivolge, a sinistra, si è ridotto. Il suo alleato più stretto, l'Idv, è divenuto un competitor, a livello nazionale. Mentre sul territorio è un alleato debole, perché non ha radici. Per cui dovrà riesaminare il tema delle alleanze, guardando, necessariamente, al centro. All'Udc, più che a Rutelli (la cui uscita non sembra avere scalfito, per ora, l'elettorato del Pd né quello dell'Udc). Soprattutto, però, il Pd dovrà chiarire meglio il proprio progetto. La propria offerta politica. Un ambito ancora nebuloso. Non può restare a lungo così. Né può immaginare di affidare la propria identità al solo leader. Inseguendo il Pdl di Berlusconi sul suo terreno (mediatico). Per tornare ad essere un'opposizione credibile e possibile. Capace di raccogliere il voto di un terzo degli elettori. E di attrarre altri partiti, intorno a sé. Senza divenire ostaggio di alleanze tanto larghe quanto incoerenti. Il Pd: non può accontentarsi di rappresentare il "male minore".
Fonte: Ilvo Diamanti - Repubblica
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Il mondo degli uomini senza qualità
Il più bello, il più intenso, pieno di significati che vanno al di là dell'epoca in cui fu scritto è il dialogo di Diderot che si intitola "Le Neveu de Rameau". Il protagonista è un tipo umano che l'autore delinea in tutte le sue sfumature facendolo parlare di sé per 150 pagine. Non è neppure un dialogo perché l'interlocutore che formula le domande e che è lo stesso Diderot si limita a sollecitare le risposte. Il protagonista non si fa pregare, è perfettamente consapevole di sé, del suo modo di vivere, dei suoi vizi, della sua intelligenza, della sua disumanità. Anzi: della sua amoralità. Non è immorale ma appunto amorale. Ha perso ogni cognizione della morale, ha cancellato il bene ed il male dal suo orizzonte mentale. I suoi vizi li usa quando sono utili al proprio interesse, altrimenti li tiene a guinzaglio, li reprime. Si maschera. Si presenta al mondo che lo circonda così come il mondo lo vuole. La dominante del suo carattere è l'utile, l'utile per sé.
Questo tipo umano, l'ho già detto, va molto al di là dell'epoca sua. Infatti è stato più volte raffigurato, con qualche differenza rispetto al prototipo che deriva dalle diversità di scrittura degli autori che sono rimasti affascinati da quel tipo umano che ha fatto della disumanità la sua divisa.
Dostoevskij fece qualche cosa di simile scrivendo "Memorie del sottosuolo", dove il personaggio appare ancor più simile al prototipo, ma con un tratto di malvagità in più rispetto all'originale.
Infine se ne occupò anche Rilke nei suoi "Quaderni di Malte Laurids Brigge", dove racconta che l'uomo dispone di molti visi. Esiste da qualche parte un deposito di visi. Quando una persona ha consunto il suo viso e desidera indossarne uno nuovo e ... diverso, va in quel deposito e ne trova uno che meglio si adatti ai suoi desideri e ai suoi bisogni. Alcuni ne cambiano molti nel corso della loro vita; altri ne consumano meno. Altri ancora, ma sono pochi, restano fino alla morte col proprio viso. Non è detto che siano i più fortunati.
Nessuno degli autori di questo genere di letteratura ha però raggiunto l'eleganza letteraria e la profondità filosofica di Diderot e la ragione credo sia questa: Diderot sapeva che la morale non è scolpita una volta per tutte ma è un prodotto dell'epoca e quindi relativa. Sapeva anche che l'uomo ha scoperto il bene e il male nel momento stesso in cui ha perso l'innocenza in cui vivono tutti gli altri esseri viventi.
Il "Nipote di Rameau", così l'uomo del sottosuolo, si disumanizzano e in questo modo riacquistano l'innocenza nel senso che perdono la cognizione del bene e del male. Non resta loro che l'istinto della sopravvivenza ed è questo soltanto che guida i loro comportamenti.
Diderot aveva chiarissimi questi elementi conoscitivi ed è questa la ragione per cui il suo dialogo è un pezzo letterario di ineguagliabile potenza espressiva.
I miei lettori si domanderanno perché ho citato ancora una volta il "Neveu de Rameau" (m'è accaduto di farlo in altre occasioni) e quale pertinenza esso abbia con l'attualità della quale dovrei occuparmi.
A parte il fatto che la nostra attualità è da qualche tempo trita e ritrita e non presenta eccezionali novità, sta di fatto che il tipo umano (disumano) delineato da Diderot sta diventando al giorno d'oggi sempre più numeroso. È un settore della società in crescita esponenziale. Nella classe dirigente, ma anche nei ceti sottostanti. Del resto l'uomo del sottosuolo non fa parte della classe dirigente se non in funzione servile.
Servile, ma essenziale: ne riecheggia i desideri, ne soddisfa i bisogni, si incarica di condurre a termine le operazioni abiette, è la controfigura dei potenti quando si tratti di questioni troppo delicate e rischiose. Funge anche da buffone di corte; per divertire il suo signore e ricordargli qualche spiacevole verità. Rigoletto è un altro tipico uomo del sottosuolo che però, se offeso nel profondo, riscopre la sua dignità e sa anche vendicarsi. Perciò servirsi senza il senso della misura di personaggi di tal fatta comporta anche qualche pericolo.
Bisognerebbe chiedersi la ragione per cui la popolazione di quel tipo umano (disumano) sia tanto in crescita. La risposta è già stata data molte volte: insicurezza, paura del futuro, ripiegamento sul presente, percezione rachitica della felicità scandita sull'attimo d'un presente fuggitivo senza proiezioni verso l'avvenire, indifferenza diffusa verso la sorte degli altri, gelosia verso le fortune altrui, sopravvalutazione dei meriti propri. Furbizia nell'elusione delle regole. Cortigianeria. Crollo (apparente) delle ideologie in favore d'un pragmatismo diventato a sua volta ideologico.
Vi basta? Molti di questi elementi psicologici fanno parte da gran tempo dei connotati italici. Ma in certi segmenti della nostra storia diventano dominanti e questo è uno di quei momenti. Ecco perché quel tipo umano (disumano) è diventato moltitudine. Con qualche picco rappresentativo.
Voi pensate a Silvio Berlusconi, ma vi sbagliate di grosso. Berlusconi non è un uomo del sottosuolo, al contrario. Ha un senso pronunciatissimo della propria personalità. Non è affatto appiattito sulla felicità presente, anzi ha costruito un impero e una delle sue maggiori preoccupazioni è quella di conservarlo, accrescerlo e capire a chi dovrà lasciarne il controllo dopo di lui.
È vero che ama travestirsi per ottenere il pubblico favore, ma questo è proprio di tutti quelli che fanno politica, anche i migliori. Figuriamoci lui.
Non so neppure se abbia letto il "Nipote di Rameau" ma una cosa è certa: Berlusconi ha fatto e fa di tutto per far crescere quella genia, l'ha chiamata in servizio, la usa, la riempie di benefici, se ne serve come d'una massa gelatinosa che lo ripara dagli urti esterni, arrotonda gli angoli, devia i colpi e soprattutto fa mostra di credere sempre e dovunque al verbo che emana dalle sue labbra.
Non sto parlando di chi crede veramente in lui. Ce ne sono, avendo bisogno d'una fede profana l'hanno trovata e se la tengono stretta. Ma sto parlando della sua truppa, della coorte palatina che lo circonda, lo protegge, esegue i suoi ordini e anticipa i suoi desideri. In quella coorte non c'è nessuno che crede alle sue parole, ai suoi disegni, alle sue strategie. Sanno che è il più bravo dei comunicatori. Sanno che la loro felicità dipende da lui. Sanno che lui funziona a meraviglia in situazioni di emergenza. Perciò fanno in modo che l'emergenza ci sia e duri il più possibile. Quando non ci sarà più, saranno tempi duri per lui ma soprattutto per loro.
Vi pare che in un paese normale uno come Schifani diventerebbe presidente del Senato, seconda carica dello Stato? Uno come Gasparri ministro prima e capogruppo dei senatori poi? Uno come Bondi ministro e coordinatore del partito? Con le poesie che scrive? Uno come Minzolini direttore del Tg1? Uno come Tarantini, amico di casa? E uno come Cosentino membro del governo?
Di gente così ce n'è in tutti i partiti ed anche nel mondo degli affari, ma una concentrazione di talenti analoghi a quelli descritti da Diderot c'è soltanto
attorno al Cavaliere.
Quelli del suo giro che non hanno analoga caratura non vanno bene per lui. Fini non va bene. Casini non va bene. Tremonti non va bene. Scajola così così. Ma il suo ideale è Belpietro, un alano da riporto. Non so se ne esistono in natura, ma lui lo è ed è prezioso.
Qualche giorno fa Pierluigi Battista ha scritto un succoso pezzo sul Corriere della Sera dove si domandava: quando Berlusconi non ci sarà più (politicamente s'intende) che faranno tutti quei giornalisti e uomini politici abituati a vivere parlando male di lui a getto continuo? Per loro saranno guai. Riciclarsi non sarà facile. Dovranno adattarsi ad una difficile vecchiaia quando l'indignazione moralistica non avrà più corso.
La tesi di Battista non è peregrina. Qualche rischio c'è, ma è minore di quanto egli pensi. Non so per i politici, ma per i giornalisti. Li conosco meglio e so che molti di loro erano bravi assai prima dell'era berlusconiana. Vorrei però porre anch'io una domanda a Battista: che faranno, quando Berlusconi scomparirà, quei giornalisti e politici che si sono specializzati nell'agitare flabelli al suo passaggio, a inventare false notizie, a deformare quelle vere e soprattutto ad omettere, omettere e ancora una volta omettere? Che faranno i revisionisti di mestiere, gli specializzati a sostenere che il problema è un altro, che le questioni serie sono altre e chi parla male di lui peste lo colga?
E i terzisti, caro Battista? I terzisti avranno ancora qualcosa da scrivere? Vorrei esser tranquillizzato su questo punto. Comunque un posto a tavola non si nega a nessuno che abbia una buona scrittura; c'è sempre la rubrica di "Come eravamo" che può essere un dignitosissimo "pied-à-terre" per i terzisti in disarmo.
Questo tipo umano, l'ho già detto, va molto al di là dell'epoca sua. Infatti è stato più volte raffigurato, con qualche differenza rispetto al prototipo che deriva dalle diversità di scrittura degli autori che sono rimasti affascinati da quel tipo umano che ha fatto della disumanità la sua divisa.
Dostoevskij fece qualche cosa di simile scrivendo "Memorie del sottosuolo", dove il personaggio appare ancor più simile al prototipo, ma con un tratto di malvagità in più rispetto all'originale.
Infine se ne occupò anche Rilke nei suoi "Quaderni di Malte Laurids Brigge", dove racconta che l'uomo dispone di molti visi. Esiste da qualche parte un deposito di visi. Quando una persona ha consunto il suo viso e desidera indossarne uno nuovo e ... diverso, va in quel deposito e ne trova uno che meglio si adatti ai suoi desideri e ai suoi bisogni. Alcuni ne cambiano molti nel corso della loro vita; altri ne consumano meno. Altri ancora, ma sono pochi, restano fino alla morte col proprio viso. Non è detto che siano i più fortunati.
Nessuno degli autori di questo genere di letteratura ha però raggiunto l'eleganza letteraria e la profondità filosofica di Diderot e la ragione credo sia questa: Diderot sapeva che la morale non è scolpita una volta per tutte ma è un prodotto dell'epoca e quindi relativa. Sapeva anche che l'uomo ha scoperto il bene e il male nel momento stesso in cui ha perso l'innocenza in cui vivono tutti gli altri esseri viventi.
Il "Nipote di Rameau", così l'uomo del sottosuolo, si disumanizzano e in questo modo riacquistano l'innocenza nel senso che perdono la cognizione del bene e del male. Non resta loro che l'istinto della sopravvivenza ed è questo soltanto che guida i loro comportamenti.
Diderot aveva chiarissimi questi elementi conoscitivi ed è questa la ragione per cui il suo dialogo è un pezzo letterario di ineguagliabile potenza espressiva.
I miei lettori si domanderanno perché ho citato ancora una volta il "Neveu de Rameau" (m'è accaduto di farlo in altre occasioni) e quale pertinenza esso abbia con l'attualità della quale dovrei occuparmi.
A parte il fatto che la nostra attualità è da qualche tempo trita e ritrita e non presenta eccezionali novità, sta di fatto che il tipo umano (disumano) delineato da Diderot sta diventando al giorno d'oggi sempre più numeroso. È un settore della società in crescita esponenziale. Nella classe dirigente, ma anche nei ceti sottostanti. Del resto l'uomo del sottosuolo non fa parte della classe dirigente se non in funzione servile.
Servile, ma essenziale: ne riecheggia i desideri, ne soddisfa i bisogni, si incarica di condurre a termine le operazioni abiette, è la controfigura dei potenti quando si tratti di questioni troppo delicate e rischiose. Funge anche da buffone di corte; per divertire il suo signore e ricordargli qualche spiacevole verità. Rigoletto è un altro tipico uomo del sottosuolo che però, se offeso nel profondo, riscopre la sua dignità e sa anche vendicarsi. Perciò servirsi senza il senso della misura di personaggi di tal fatta comporta anche qualche pericolo.
Bisognerebbe chiedersi la ragione per cui la popolazione di quel tipo umano (disumano) sia tanto in crescita. La risposta è già stata data molte volte: insicurezza, paura del futuro, ripiegamento sul presente, percezione rachitica della felicità scandita sull'attimo d'un presente fuggitivo senza proiezioni verso l'avvenire, indifferenza diffusa verso la sorte degli altri, gelosia verso le fortune altrui, sopravvalutazione dei meriti propri. Furbizia nell'elusione delle regole. Cortigianeria. Crollo (apparente) delle ideologie in favore d'un pragmatismo diventato a sua volta ideologico.
Vi basta? Molti di questi elementi psicologici fanno parte da gran tempo dei connotati italici. Ma in certi segmenti della nostra storia diventano dominanti e questo è uno di quei momenti. Ecco perché quel tipo umano (disumano) è diventato moltitudine. Con qualche picco rappresentativo.
Voi pensate a Silvio Berlusconi, ma vi sbagliate di grosso. Berlusconi non è un uomo del sottosuolo, al contrario. Ha un senso pronunciatissimo della propria personalità. Non è affatto appiattito sulla felicità presente, anzi ha costruito un impero e una delle sue maggiori preoccupazioni è quella di conservarlo, accrescerlo e capire a chi dovrà lasciarne il controllo dopo di lui.
È vero che ama travestirsi per ottenere il pubblico favore, ma questo è proprio di tutti quelli che fanno politica, anche i migliori. Figuriamoci lui.
Non so neppure se abbia letto il "Nipote di Rameau" ma una cosa è certa: Berlusconi ha fatto e fa di tutto per far crescere quella genia, l'ha chiamata in servizio, la usa, la riempie di benefici, se ne serve come d'una massa gelatinosa che lo ripara dagli urti esterni, arrotonda gli angoli, devia i colpi e soprattutto fa mostra di credere sempre e dovunque al verbo che emana dalle sue labbra.
Non sto parlando di chi crede veramente in lui. Ce ne sono, avendo bisogno d'una fede profana l'hanno trovata e se la tengono stretta. Ma sto parlando della sua truppa, della coorte palatina che lo circonda, lo protegge, esegue i suoi ordini e anticipa i suoi desideri. In quella coorte non c'è nessuno che crede alle sue parole, ai suoi disegni, alle sue strategie. Sanno che è il più bravo dei comunicatori. Sanno che la loro felicità dipende da lui. Sanno che lui funziona a meraviglia in situazioni di emergenza. Perciò fanno in modo che l'emergenza ci sia e duri il più possibile. Quando non ci sarà più, saranno tempi duri per lui ma soprattutto per loro.
Vi pare che in un paese normale uno come Schifani diventerebbe presidente del Senato, seconda carica dello Stato? Uno come Gasparri ministro prima e capogruppo dei senatori poi? Uno come Bondi ministro e coordinatore del partito? Con le poesie che scrive? Uno come Minzolini direttore del Tg1? Uno come Tarantini, amico di casa? E uno come Cosentino membro del governo?
Di gente così ce n'è in tutti i partiti ed anche nel mondo degli affari, ma una concentrazione di talenti analoghi a quelli descritti da Diderot c'è soltanto
attorno al Cavaliere.
Quelli del suo giro che non hanno analoga caratura non vanno bene per lui. Fini non va bene. Casini non va bene. Tremonti non va bene. Scajola così così. Ma il suo ideale è Belpietro, un alano da riporto. Non so se ne esistono in natura, ma lui lo è ed è prezioso.
Qualche giorno fa Pierluigi Battista ha scritto un succoso pezzo sul Corriere della Sera dove si domandava: quando Berlusconi non ci sarà più (politicamente s'intende) che faranno tutti quei giornalisti e uomini politici abituati a vivere parlando male di lui a getto continuo? Per loro saranno guai. Riciclarsi non sarà facile. Dovranno adattarsi ad una difficile vecchiaia quando l'indignazione moralistica non avrà più corso.
La tesi di Battista non è peregrina. Qualche rischio c'è, ma è minore di quanto egli pensi. Non so per i politici, ma per i giornalisti. Li conosco meglio e so che molti di loro erano bravi assai prima dell'era berlusconiana. Vorrei però porre anch'io una domanda a Battista: che faranno, quando Berlusconi scomparirà, quei giornalisti e politici che si sono specializzati nell'agitare flabelli al suo passaggio, a inventare false notizie, a deformare quelle vere e soprattutto ad omettere, omettere e ancora una volta omettere? Che faranno i revisionisti di mestiere, gli specializzati a sostenere che il problema è un altro, che le questioni serie sono altre e chi parla male di lui peste lo colga?
E i terzisti, caro Battista? I terzisti avranno ancora qualcosa da scrivere? Vorrei esser tranquillizzato su questo punto. Comunque un posto a tavola non si nega a nessuno che abbia una buona scrittura; c'è sempre la rubrica di "Come eravamo" che può essere un dignitosissimo "pied-à-terre" per i terzisti in disarmo.
Fonte: Eugenio Scalfari - Repubblica
Allarme del procuratore antimafia Grasso "Con la riforma processi senza colpevoli"
"Con il 'processo breve' tanti procedimenti in corso come quelli Parmalat, Cirio, Thyssen saranno estinti per prescrizione e non ci saranno colpevoli". Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso durante il suo intervento al forum nazionale antimafia organizzato dalla Fondazione Caponnetto.
Grasso ha spiegato che intervenendo ''come cittadino'' ha inteso ''liberarsi da un incubo: milioni di processi civili e penali che giacciono in uffici deserti e mal attrezzati, destinati ad essere definiti chissà quando. Mi risveglio dall'incubo e sento parlare di riforma della giustizia e spero che si ponga finalmente rimedio a questa situazione". "Nulla di tutto ciò - ha proseguito Grasso - Si è proposto l'introduzione di una inedita e conosciuta prescrizione dei processi che durino più di due anni in ogni grado di giudizio''. E questo provvedimento, ha fatto notare Grasso, include ''i delitti di indubbio allarme sociale''.
Grasso ha poi sottolineato ''alcune palesi disuguaglianze'', come l'esclusione degli immigrati, che potrebbero sollevare ''problemi di incostituzionalità''. Comunque questo provvedimento, secondo il magistrato, ''non risolve il problema che si risolve applicando l'articolo 111 della Costituzione", ma rischia di creare un ''imbuto di processi che si bloccano''. Grasso ha concluso spiegando che molte riforme potrebbero essere fatte per risolvere il problema della durata dei processi e che, tra l'altro, tante di queste riforme sarebbero ''a costo zero''.
Il procuratore nazionale antimafia ha anche parlato dell'idea di vendere all'asta i beni confiscati alla criminalità organizzata "per finanziare il processo breve". Secondo Grasso "è improbabile che assisteremo a incanti in regime di libera concorrenza. In un momento di crisi come questo, solo la criminalità organizzata ha la liquidità sufficiente per partecipare alle aste pubbliche e il potere di intimidazione tale da far andare le aste deserte per favorire i prestanome".
Grasso ha spiegato che intervenendo ''come cittadino'' ha inteso ''liberarsi da un incubo: milioni di processi civili e penali che giacciono in uffici deserti e mal attrezzati, destinati ad essere definiti chissà quando. Mi risveglio dall'incubo e sento parlare di riforma della giustizia e spero che si ponga finalmente rimedio a questa situazione". "Nulla di tutto ciò - ha proseguito Grasso - Si è proposto l'introduzione di una inedita e conosciuta prescrizione dei processi che durino più di due anni in ogni grado di giudizio''. E questo provvedimento, ha fatto notare Grasso, include ''i delitti di indubbio allarme sociale''.
Grasso ha poi sottolineato ''alcune palesi disuguaglianze'', come l'esclusione degli immigrati, che potrebbero sollevare ''problemi di incostituzionalità''. Comunque questo provvedimento, secondo il magistrato, ''non risolve il problema che si risolve applicando l'articolo 111 della Costituzione", ma rischia di creare un ''imbuto di processi che si bloccano''. Grasso ha concluso spiegando che molte riforme potrebbero essere fatte per risolvere il problema della durata dei processi e che, tra l'altro, tante di queste riforme sarebbero ''a costo zero''.
Il procuratore nazionale antimafia ha anche parlato dell'idea di vendere all'asta i beni confiscati alla criminalità organizzata "per finanziare il processo breve". Secondo Grasso "è improbabile che assisteremo a incanti in regime di libera concorrenza. In un momento di crisi come questo, solo la criminalità organizzata ha la liquidità sufficiente per partecipare alle aste pubbliche e il potere di intimidazione tale da far andare le aste deserte per favorire i prestanome".
Fonte: Repubblica
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Istat, più italiani collegati a Internet e tra gli adolescenti è boom della lettura
Gli italiani hanno superato il 'muro' dei 60 milioni di abitanti esclusivamente per via degli immigrati, rimangono fedeli al pranzo consumato entro le mura domestiche, si misurano ogni giorno con le difficoltà di accesso ai servizi di pubblica utilità (54,7% denuncia problemi legati al pronto soccorso, il 38,5% con le forze dell'ordine), non si fanno mancare spettacoli e intrattenimenti fuori casa (quasi due terzi della popolazione dichiara di averne fruito almeno una volta), guardano con crescente interesse a Internet (47,5%), trascurano i giornali ma non abbandonano i libri (esiste uno zoccolo duro del 64,7% di giovani tra gli 11 e i 14 anni che dichiara di leggere libri nel tempo libero). Si lamentano fortemente delle code alle Poste e negli uffici pubblici, sono un po' più soddisfatti dell'anno scorso della loro situazione economica ed estremamente soddisfatti di tutto quello che riguarda la sfera personale, dalla famiglia alla salute. E' l'Italia che emerge dall'Annuario statistico italiano 2009, pubblicato come ogni anno dall'Istat: una dettagliatissima raccolta di tutti i dati pubblicati nel corso dell'anno, con un confronto sintetico con i quattro anni precedenti.
Popolazione. Alla fine del 2008 in Italia risultavano residenti 60.045.068 persone, 426.000 in più rispetto all'anno precedente. Un incremento dovuto esclusivamente al saldo attivo del movimento migratorio, che ha compensato il 'saldo naturale' (cioè la diminuzione degli italiani residenti, scesi di 8.467 unità). Aumenta tuttavia leggermente il tasso di fecondità delle donne italiane, che si attesta a 1,41 figli per donna da 1,37 del 2007. Ma è over 65 un italiano su 5. I 'grandi vecchi', gli ultraottantenni, sono il 5,6% della popolazione. Gli stranieri legalmente residenti sono arrivati a 3.891.295, e rappresentano il 6,5 per cento della popolazione. La percentuale maggiore di stranieri arriva dall'Unione Europea (29,1 per cento), seguono l'Europa centro-orientale (24,1 per cento) e l'Africa settentrionale (15,6 per cento).
Salute. Come stanno gli italiani? Nel 2009 il 79,7 per cento della popolazione di 14 anni e più si dichiara in buona salute, mentre solo il 13,1 per cento si dichiara poco soddisfatto e il 4,5 per cento per nulla soddisfatto. Percentuali di ampia soddisfazione, che sembrano non ... del tutto in armonia con i dati statistici sulla salute: infatti il 38,8 per cento dei residenti in Italia dichiara di essere affetto da almeno una patologia cronica, percentuale che sale all'86,9 per cento per gli ultrasettantacinquenni. Le malattie croniche più diffuse sono l'artrosi/artrite (17,8 per cento), l'ipertensione (15,8 per cento), le malattie allergiche (10,2 per cento), l'osteoporosi (7,3 per cento), la bronchite cronica e asma bronchiale (6,2 per cento) e il diabete (4,8 per cento).
Attività culturali e sociali. Nel 2009 quasi due terzi della popolazione di sei anni e oltre hanno fruito di almeno uno spettacolo o intrattenimento fuori caso (68,6 per cento per gli uomini e 61 per cento per le donne). La forma di spettacolo preferita rimane il cinema (è uscita per vedere un film quasi una persona su due); seguono le visite a musei e mostre (28,8 per cento), gli spettacoli sportivi (26,7 per cento), la frequentazione di discoteche e balere (22,6 per cento), le visite a siti archeologici e monumenti (21,9 per cento), il teatro (21,5 per cento), i concerti (20,5 per cento) e i concerti di musica classica in particolare (10,1 per cento). Guarda la televisione il 93,6 per cento della popolazione dai 3 anni in su, mentre il 58,6 per cento ascolta la radio tutti i giorni.
Libri, zoccolo duro dagli 11 ai 14. Solo il 45,1 per cento degli italiani dedica parte del proprio tempo alla lettura di libri, mentre il 56,2 per cento delle persone dai 6 anni in su legge almeno una volta a settimana un quotidiano. Almeno per i libri la situazione è però piuttosto confortante, intanto perché c'è una modesta crescita (nel 2008 la percentuale era del 44 per cento), e poi perché la quota più alta di lettori è rappresentata dai giovanissimi: infatti il 64,7 per cento degli italiani tra gli 11 e i 14 anni dichiara di leggere.
Internet sempre in crescita. Continuano ad aumentare gli utilizzatori di Internet, che rappresentano nel 2009 il 47,5 per cento della popolazione di 3 anni e oltre (nel 2008 erano il 44,9%). La fascia più sensibile alla Rete è rappresentata dai giovani tra i 15 e i 19 anni (86 per cento rispetto all'80 per cento del 2008). Rimane forte lo squilibrio territoriale tra Nord, Centro e Sud (Nord 48,3 per cento, Centro 46,8 per cento, Sud 38 per cento).
I servizi: difficoltà di accesso. Gli italiani si lamentano ancora molto delle difficoltà di accesso ai servizi pubblici. Lamentano file di oltre 20 minuti alle Poste il 55,9 per cento dei cittadini di 18 anni e oltre per le pensioni, il 48,6 per cento per i conti correnti; denuncia file eccessive alle Asl il 49,8 per cento dei cittadini, all'Anagrafe la percentuale si abbassa al 46,3 per cento. Denuncia inoltre difficoltà di accesso al pronto soccorso il 54,7 per cento degli italiani, il 38,5 per cento alle forze dell'ordine, il 34,8 per cento agli uffici comunali, il 30,3 per cento ai supermercati e il 27,1 per cento agli uffici postali. Più accessibili le farmacie (solo il 21,7 per cento dei cittadini denuncia problemi di accessibilità), e i negozi di generi alimentari (21,2 per cento).
La soddisfazione: famiglia, salute, economia. Il massimo della soddisfazione viene espressa dagli italiani sulle relazioni familiari (90,1 per cento): solo l'1,3 per cento giudica questo tipo di relazioni insoddisfacenti. Sugli amici la soddisfazione scende all'82,4 per cento, ma è sulla situazione economica che si va giù, arrivando al 44,3 per cento, dato comunque in aumento rispetto al 41,3 per cento del 2008. Sale anche lievemente la quota di lavoratori occupati che si dichiarano soddisfatti della propria situazione lavorativa (75,3 per cento contro il 74,6 per cento del 2008). Diminuisce la quota di coloro che riferiscono un peggioramento della propria situazione economica, che passa dal 54,5 al 40 per cento.
Popolazione. Alla fine del 2008 in Italia risultavano residenti 60.045.068 persone, 426.000 in più rispetto all'anno precedente. Un incremento dovuto esclusivamente al saldo attivo del movimento migratorio, che ha compensato il 'saldo naturale' (cioè la diminuzione degli italiani residenti, scesi di 8.467 unità). Aumenta tuttavia leggermente il tasso di fecondità delle donne italiane, che si attesta a 1,41 figli per donna da 1,37 del 2007. Ma è over 65 un italiano su 5. I 'grandi vecchi', gli ultraottantenni, sono il 5,6% della popolazione. Gli stranieri legalmente residenti sono arrivati a 3.891.295, e rappresentano il 6,5 per cento della popolazione. La percentuale maggiore di stranieri arriva dall'Unione Europea (29,1 per cento), seguono l'Europa centro-orientale (24,1 per cento) e l'Africa settentrionale (15,6 per cento).
Salute. Come stanno gli italiani? Nel 2009 il 79,7 per cento della popolazione di 14 anni e più si dichiara in buona salute, mentre solo il 13,1 per cento si dichiara poco soddisfatto e il 4,5 per cento per nulla soddisfatto. Percentuali di ampia soddisfazione, che sembrano non ... del tutto in armonia con i dati statistici sulla salute: infatti il 38,8 per cento dei residenti in Italia dichiara di essere affetto da almeno una patologia cronica, percentuale che sale all'86,9 per cento per gli ultrasettantacinquenni. Le malattie croniche più diffuse sono l'artrosi/artrite (17,8 per cento), l'ipertensione (15,8 per cento), le malattie allergiche (10,2 per cento), l'osteoporosi (7,3 per cento), la bronchite cronica e asma bronchiale (6,2 per cento) e il diabete (4,8 per cento).
Attività culturali e sociali. Nel 2009 quasi due terzi della popolazione di sei anni e oltre hanno fruito di almeno uno spettacolo o intrattenimento fuori caso (68,6 per cento per gli uomini e 61 per cento per le donne). La forma di spettacolo preferita rimane il cinema (è uscita per vedere un film quasi una persona su due); seguono le visite a musei e mostre (28,8 per cento), gli spettacoli sportivi (26,7 per cento), la frequentazione di discoteche e balere (22,6 per cento), le visite a siti archeologici e monumenti (21,9 per cento), il teatro (21,5 per cento), i concerti (20,5 per cento) e i concerti di musica classica in particolare (10,1 per cento). Guarda la televisione il 93,6 per cento della popolazione dai 3 anni in su, mentre il 58,6 per cento ascolta la radio tutti i giorni.
Libri, zoccolo duro dagli 11 ai 14. Solo il 45,1 per cento degli italiani dedica parte del proprio tempo alla lettura di libri, mentre il 56,2 per cento delle persone dai 6 anni in su legge almeno una volta a settimana un quotidiano. Almeno per i libri la situazione è però piuttosto confortante, intanto perché c'è una modesta crescita (nel 2008 la percentuale era del 44 per cento), e poi perché la quota più alta di lettori è rappresentata dai giovanissimi: infatti il 64,7 per cento degli italiani tra gli 11 e i 14 anni dichiara di leggere.
Internet sempre in crescita. Continuano ad aumentare gli utilizzatori di Internet, che rappresentano nel 2009 il 47,5 per cento della popolazione di 3 anni e oltre (nel 2008 erano il 44,9%). La fascia più sensibile alla Rete è rappresentata dai giovani tra i 15 e i 19 anni (86 per cento rispetto all'80 per cento del 2008). Rimane forte lo squilibrio territoriale tra Nord, Centro e Sud (Nord 48,3 per cento, Centro 46,8 per cento, Sud 38 per cento).
I servizi: difficoltà di accesso. Gli italiani si lamentano ancora molto delle difficoltà di accesso ai servizi pubblici. Lamentano file di oltre 20 minuti alle Poste il 55,9 per cento dei cittadini di 18 anni e oltre per le pensioni, il 48,6 per cento per i conti correnti; denuncia file eccessive alle Asl il 49,8 per cento dei cittadini, all'Anagrafe la percentuale si abbassa al 46,3 per cento. Denuncia inoltre difficoltà di accesso al pronto soccorso il 54,7 per cento degli italiani, il 38,5 per cento alle forze dell'ordine, il 34,8 per cento agli uffici comunali, il 30,3 per cento ai supermercati e il 27,1 per cento agli uffici postali. Più accessibili le farmacie (solo il 21,7 per cento dei cittadini denuncia problemi di accessibilità), e i negozi di generi alimentari (21,2 per cento).
La soddisfazione: famiglia, salute, economia. Il massimo della soddisfazione viene espressa dagli italiani sulle relazioni familiari (90,1 per cento): solo l'1,3 per cento giudica questo tipo di relazioni insoddisfacenti. Sugli amici la soddisfazione scende all'82,4 per cento, ma è sulla situazione economica che si va giù, arrivando al 44,3 per cento, dato comunque in aumento rispetto al 41,3 per cento del 2008. Sale anche lievemente la quota di lavoratori occupati che si dichiarano soddisfatti della propria situazione lavorativa (75,3 per cento contro il 74,6 per cento del 2008). Diminuisce la quota di coloro che riferiscono un peggioramento della propria situazione economica, che passa dal 54,5 al 40 per cento.
Fonte: Rosaria Amato - Repubblica
domenica 22 novembre 2009
Il Cavaliere e la favola dei 106 processi
Si dice: il processo sia "breve" e se questa rapidità cancella i processi di Silvio Berlusconi sia benvenuta perché contro quel poveruomo, dopo che ha scelto la politica (1994), si è scatenato un "accanimento giudiziario" con centinaia di processi.
Al fondo della diciottesima legge ad personam, favorevole al capo del governo c'è soltanto uno schema comunicativo, fantasioso, perché privo di ogni connessione con la realtà. È indiscutibile che un giudizio debba avere una ragionevole durata per non diventare giustizia negata (per l'imputato innocente, per la vittima del reato). "Processo breve", però, è soltanto un'efficace formula di marketing politico-commerciale. Nulla di più. Per credere che dia davvero dinamismo ai dibattimenti, bisogna dimenticare che le nuove regole (durata di sei anni o morte del processo) sono un imbroglio, se non si migliorano prima codice, procedura, organizzazione giudiziaria. Sono una rovina per la credibilità del "sistema Italia", se definiscono "non gravi" i reati economici come la corruzione.
Con il tempo, la ragione privatissima del disegno di legge è diventata limpida anche per i creduloni, e i corifei del sovrano ora ammettono in pubblico che la catastrofica riforma è stata pensata unicamente per liberare Berlusconi dai suoi personali grattacapi giudiziari. L'effrazione di ogni condizione generale e astratta della legge deve essere sostenuta - per conformare la mente del "pubblico" - da un secondo soundbite, quella formuletta breve e convincente che, come una filastrocca, deve essere recitata in tv, secondo gli esperti, al ritmo di 6,5 sillabe al secondo, in non più di 12/15 secondi. Diffusa, ripetuta e disseminata dai guardiani vespi e minzolini dei flussi di comunicazione, suona così: Silvio ... Berlusconi ha il diritto di proteggersi - sì, anche con una legge ad personam - perché ha dovuto subire centinaia di processi dopo la sua "discesa in campo", spia di un protagonismo abusivo e tutto politico della magistratura che indebolisce la democrazia italiana.
Bene, ma è vero che Berlusconi è stato "aggredito" dalle toghe soltanto dopo aver scelto la politica? E quanto è stato "aggredito"? Davvero lo è stato con "centinaia di processi" tutti conclusi con un nulla di fatto? Domande che meritano parole factual, se si vuole avere un'opinione corretta anche di questo argomento sbandierato da tempo e accettato senza riserve anche dalle menti più ammobiliate.
Il numero dei processi di Berlusconi è un mistero misericordioso se si ascolta il presidente del consiglio. Dice il Cavaliere: "In assoluto sono il maggior perseguitato dalla magistratura in tutte le epoche, in tutta la storia degli uomini in tutto il mondo. Sono stato sottoposto a 106 processi, tutti finiti con assoluzioni e due prescrizioni" (10 ottobre 2009). Nello stesso giorno, Marina Berlusconi ridimensiona l'iperbole paterna: "Mio padre tra processi e indagini è stato chiamato in causa 26 volte. Ma a suo carico non c'è una sola, dico una sola, condanna. E se, come si dice, bastano tre indizi per fare una prova, non le sembra che 26 accuse cadute nel nulla siano la prova provata di una persecuzione?" (Corriere, 10 ottobre). Qualche giorno dopo, Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, pompa il computo ancora più verso l'alto: "I processi contro Berlusconi sono 109" (Porta a porta, 15 ottobre). Lo rintuzza addirittura Bruno Vespa che avalla i numeri di Marina: "Non esageriamo, i processi sono 26".
Ventisei, centosei o centonove, e quante assoluzioni? In realtà, i processi affrontati dal Cavaliere come imputato sono sedici. Quattro sono ancora in corso: corruzione in atti giudiziari per l'affare Mills; istigazione alla corruzione di un paio di senatori (la procura di Roma ha chiesto l'archiviazione); fondi neri per i diritti tv Mediaset (in dibattimento a Milano); appropriazione indebita nell'affare Mediatrade (il pm si prepara a chiudere le indagini).
Nei dodici processi già conclusi, in soltanto tre casi le sentenze sono state di assoluzione. In un'occasione con formula piena per l'affare "Sme-Ariosto/1" (la corruzione dei giudici di Roma). Due volte con la formula dubitativa del comma 2 dell'art. 530 del Codice di procedura penale che assorbe la vecchia insufficienza di prove: i fondi neri "Medusa" e le tangenti alla Guardia di Finanza, dove il Cavaliere è stato condannato in primo grado per corruzione; dichiarato colpevole ma prescritto in appello grazie alle attenuanti generiche; assolto in Cassazione per "insufficienza probatoria". Riformato e depenalizzato il falso in bilancio dal governo Berlusconi, l'imputato Berlusconi viene assolto in due processi (All Iberian/2 e Sme-Ariosto/2) perché "il fatto non è più previsto dalla legge come reato". Due amnistie estinguono il reato e cancellano la condanna inflittagli per falsa testimonianza (aveva truccato le date della sua iscrizione alla P2) e per falso in bilancio (i terreni di Macherio). Per cinque volte è salvo con le "attenuanti generiche" che (attenzione) si assegnano a chi è ritenuto responsabile del reato. Per di più le "attenuanti generiche" gli consentono di beneficiare, in tre casi, della prescrizione dimezzata che si era fabbricato come capo del governo: "All Iberian/1" (finanziamento illecito a Craxi); "caso Lentini"; "bilanci Fininvest 1988-'92"; "fondi neri nel consolidato Fininvest" (1500 miliardi); Mondadori (l'avvocato di Berlusconi, Cesare Previti, "compra" il giudice Metta, entrambi sono condannati).
È vero, l'inventario annoia ma qualcosa ci racconta. Ci spiega che senza amnistie, riforme del codice (falso in bilancio) e della procedura (prescrizione) affatturate dal suo governo, Berlusconi sarebbe considerato un "delinquente abituale". Anche perché, se non avesse corrotto un testimone (David Mills, già condannato in appello, lo protegge dalla condanna in due processi), non avrebbe potuto godere delle "attenuanti generiche" che lo hanno reso "meritevole" della prescrizione che egli stesso, da presidente del consiglio, s'è riscritto e accorciato.
L'imbarazzante bilancio giudiziario non liquida un lamento che nella "narrativa" di Berlusconi è vitale: fino a quando nel 1994 non mi sono candidato al governo del Paese, la magistratura non mi ha indagato. Se non si lasciano deperire i fatti, anche questo ossessivo soundbite non è altro che l'alchimia di un mago, pubblicità. Berlusconi viene indagato per traffico di stupefacenti, undici anni prima della nascita di Forza Italia. Nel 1983 (l'accusa è archiviata). È condannato in appello (e amnistiato) per falsa testimonianza nel 1989, venti anni fa. Nel 1993 - un anno prima della sua prima candidatura al governo - la procura di Torino già indaga sul Milan e i pubblici ministeri di Milano sui bilanci di Publitalia. Al di là di queste date, è documentato dagli atti giudiziari che Silvio Berlusconi e il gruppo Fininvest finiscono nei guai non per un assillo "politico" dei pubblici ministeri, ma per le confessioni di un ufficiale corrotto del Nucleo regionale di polizia tributaria di Milano. Ammette che le "fiamme gialle" hanno intascato 230 milioni di lire per chiudere gli occhi nelle verifiche fiscali di Videotime (nel 1985), Mondadori (nel 1991), Mediolanum Vita (nel 1992), tutti controlli che precedono l'avventura politica dell'Egoarca. Accidentale è anche la scoperta dei fondi esteri della Fininvest. Vale la pena di ricordarlo. Uno dei prestanomi di Bettino Craxi, Giorgio Tradati, consegna a Di Pietro i tabulati del conto "Northern Holding". Li gestisce per conto di Craxi. Sul conto affluisce, senza alcun precauzione, il denaro che il gotha dell'imprenditoria nazionale versa al leader socialista.
C'è una sola eccezione. Un triplice versamento non ha nome e firma. Sono tre tranche da cinque miliardi di lire che un mittente, generoso e sconosciuto, invia nell'ottobre 1991 a Craxi. "Fu Bettino a annunciarmi l'arrivo di quel versamento", ricorda Tradati. Le rogatorie permettono di accertare che i miliardi, "appoggiati" su "Northern Holding", vengono dal conto "All Iberian" della Sbs di Lugano. Di chi è "All Iberian"? Per mesi, i pubblici ministeri pestano acqua nel mortaio fino a quando un giovane praticante dello studio Carnelutti, un prestigioso studio legale milanese, confessa al pool di avere fatto per anni da prestanome per conto della Fininvest in società create dall'avvocato londinese David Mackenzie Mills.
Così hanno inizio le rogne che ancora oggi Berlusconi deve grattarsi. Il caso, la fortuna, la sfortuna, fate voi. Tirando quell'esile filo, saltano fuori 64 società off-shore del "gruppo B di Fininvest very secret", create venti anni fa e alimentate prevalentemente con fondi provenienti dalla "Silvio Berlusconi Finanziaria". È in quell'arcipelago che si muovono le transazioni strategiche della Fininvest che, come documenterà la Kpmg, consentono a Berlusconi e al suo gruppo di "alterare le rappresentazioni di bilancio"; "esercitare un controllo con fiduciari in emittenti tv che le normative italiane estere non avrebbero permesso"; "detenere quote di partecipazione in società quotate senza informare la Consob e in società non quotate per interposta persona"; "erogare finanziamenti"; "effettuare pagamenti"; "intermediare tra società del gruppo l'acquisizione dei diritti televisivi"; "ricevere fondi da terzi per finanziare operazioni di Fininvest effettuate per conto di terzi". È il disvelamento non di un episodio illegale, ma di un metodo illegale di lavoro, dello schema imprenditoriale illecito che è a fondamento delle fortune di Silvio Berlusconi. Per dirla tutta, e con il senno di poi, sedici processi per venire a capo di quel grumo di illegalità oggi appaiono addirittura un numero modesto.
Nel "group B very discreet della Fininvest" infatti si costituiscono fondi neri (quasi mille miliardi di lire). Transitano i 21 miliardi che rimunerano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi in Cct destinati alla corruzione del Parlamento che approva quella legge; la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (gli consegnano la Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente. E c'è altro che ancora non sappiamo e non sapremo?
Tutti i processi che Berlusconi ha affrontato e deve ancora affrontare nascono per caso non per un deliberato proposito. Un finanziere che confessa, un giovane avvocato che si libera del peso che incupisce i suoi giorni consentono di mettere insieme indagine dopo indagine, ineluttabili per l'obbligatorietà dell'azione penale, una verità che il capo del governo non potrà mai ammettere: il suo successo è stato costruito con l'evasione fiscale, i bilanci truccati, la corruzione della politica, della Guardia di Finanza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa. Per Berlusconi, la banalizzazione della sua storia giudiziaria, che egli traduce e confonde in guerra alla (o della) magistratura, non è il conflitto della politica contro l'esercizio abusivo del potere giudiziario, ma il disperato e personale tentativo di cancellare per sempre le tracce del passato e di un metodo inconfessabile. Con quali tecniche Berlusconi ha combattuto, e ancora affronterà, questa contesa è un'altra storia.
Al fondo della diciottesima legge ad personam, favorevole al capo del governo c'è soltanto uno schema comunicativo, fantasioso, perché privo di ogni connessione con la realtà. È indiscutibile che un giudizio debba avere una ragionevole durata per non diventare giustizia negata (per l'imputato innocente, per la vittima del reato). "Processo breve", però, è soltanto un'efficace formula di marketing politico-commerciale. Nulla di più. Per credere che dia davvero dinamismo ai dibattimenti, bisogna dimenticare che le nuove regole (durata di sei anni o morte del processo) sono un imbroglio, se non si migliorano prima codice, procedura, organizzazione giudiziaria. Sono una rovina per la credibilità del "sistema Italia", se definiscono "non gravi" i reati economici come la corruzione.
Con il tempo, la ragione privatissima del disegno di legge è diventata limpida anche per i creduloni, e i corifei del sovrano ora ammettono in pubblico che la catastrofica riforma è stata pensata unicamente per liberare Berlusconi dai suoi personali grattacapi giudiziari. L'effrazione di ogni condizione generale e astratta della legge deve essere sostenuta - per conformare la mente del "pubblico" - da un secondo soundbite, quella formuletta breve e convincente che, come una filastrocca, deve essere recitata in tv, secondo gli esperti, al ritmo di 6,5 sillabe al secondo, in non più di 12/15 secondi. Diffusa, ripetuta e disseminata dai guardiani vespi e minzolini dei flussi di comunicazione, suona così: Silvio ... Berlusconi ha il diritto di proteggersi - sì, anche con una legge ad personam - perché ha dovuto subire centinaia di processi dopo la sua "discesa in campo", spia di un protagonismo abusivo e tutto politico della magistratura che indebolisce la democrazia italiana.
Bene, ma è vero che Berlusconi è stato "aggredito" dalle toghe soltanto dopo aver scelto la politica? E quanto è stato "aggredito"? Davvero lo è stato con "centinaia di processi" tutti conclusi con un nulla di fatto? Domande che meritano parole factual, se si vuole avere un'opinione corretta anche di questo argomento sbandierato da tempo e accettato senza riserve anche dalle menti più ammobiliate.
Il numero dei processi di Berlusconi è un mistero misericordioso se si ascolta il presidente del consiglio. Dice il Cavaliere: "In assoluto sono il maggior perseguitato dalla magistratura in tutte le epoche, in tutta la storia degli uomini in tutto il mondo. Sono stato sottoposto a 106 processi, tutti finiti con assoluzioni e due prescrizioni" (10 ottobre 2009). Nello stesso giorno, Marina Berlusconi ridimensiona l'iperbole paterna: "Mio padre tra processi e indagini è stato chiamato in causa 26 volte. Ma a suo carico non c'è una sola, dico una sola, condanna. E se, come si dice, bastano tre indizi per fare una prova, non le sembra che 26 accuse cadute nel nulla siano la prova provata di una persecuzione?" (Corriere, 10 ottobre). Qualche giorno dopo, Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, pompa il computo ancora più verso l'alto: "I processi contro Berlusconi sono 109" (Porta a porta, 15 ottobre). Lo rintuzza addirittura Bruno Vespa che avalla i numeri di Marina: "Non esageriamo, i processi sono 26".
Ventisei, centosei o centonove, e quante assoluzioni? In realtà, i processi affrontati dal Cavaliere come imputato sono sedici. Quattro sono ancora in corso: corruzione in atti giudiziari per l'affare Mills; istigazione alla corruzione di un paio di senatori (la procura di Roma ha chiesto l'archiviazione); fondi neri per i diritti tv Mediaset (in dibattimento a Milano); appropriazione indebita nell'affare Mediatrade (il pm si prepara a chiudere le indagini).
Nei dodici processi già conclusi, in soltanto tre casi le sentenze sono state di assoluzione. In un'occasione con formula piena per l'affare "Sme-Ariosto/1" (la corruzione dei giudici di Roma). Due volte con la formula dubitativa del comma 2 dell'art. 530 del Codice di procedura penale che assorbe la vecchia insufficienza di prove: i fondi neri "Medusa" e le tangenti alla Guardia di Finanza, dove il Cavaliere è stato condannato in primo grado per corruzione; dichiarato colpevole ma prescritto in appello grazie alle attenuanti generiche; assolto in Cassazione per "insufficienza probatoria". Riformato e depenalizzato il falso in bilancio dal governo Berlusconi, l'imputato Berlusconi viene assolto in due processi (All Iberian/2 e Sme-Ariosto/2) perché "il fatto non è più previsto dalla legge come reato". Due amnistie estinguono il reato e cancellano la condanna inflittagli per falsa testimonianza (aveva truccato le date della sua iscrizione alla P2) e per falso in bilancio (i terreni di Macherio). Per cinque volte è salvo con le "attenuanti generiche" che (attenzione) si assegnano a chi è ritenuto responsabile del reato. Per di più le "attenuanti generiche" gli consentono di beneficiare, in tre casi, della prescrizione dimezzata che si era fabbricato come capo del governo: "All Iberian/1" (finanziamento illecito a Craxi); "caso Lentini"; "bilanci Fininvest 1988-'92"; "fondi neri nel consolidato Fininvest" (1500 miliardi); Mondadori (l'avvocato di Berlusconi, Cesare Previti, "compra" il giudice Metta, entrambi sono condannati).
È vero, l'inventario annoia ma qualcosa ci racconta. Ci spiega che senza amnistie, riforme del codice (falso in bilancio) e della procedura (prescrizione) affatturate dal suo governo, Berlusconi sarebbe considerato un "delinquente abituale". Anche perché, se non avesse corrotto un testimone (David Mills, già condannato in appello, lo protegge dalla condanna in due processi), non avrebbe potuto godere delle "attenuanti generiche" che lo hanno reso "meritevole" della prescrizione che egli stesso, da presidente del consiglio, s'è riscritto e accorciato.
L'imbarazzante bilancio giudiziario non liquida un lamento che nella "narrativa" di Berlusconi è vitale: fino a quando nel 1994 non mi sono candidato al governo del Paese, la magistratura non mi ha indagato. Se non si lasciano deperire i fatti, anche questo ossessivo soundbite non è altro che l'alchimia di un mago, pubblicità. Berlusconi viene indagato per traffico di stupefacenti, undici anni prima della nascita di Forza Italia. Nel 1983 (l'accusa è archiviata). È condannato in appello (e amnistiato) per falsa testimonianza nel 1989, venti anni fa. Nel 1993 - un anno prima della sua prima candidatura al governo - la procura di Torino già indaga sul Milan e i pubblici ministeri di Milano sui bilanci di Publitalia. Al di là di queste date, è documentato dagli atti giudiziari che Silvio Berlusconi e il gruppo Fininvest finiscono nei guai non per un assillo "politico" dei pubblici ministeri, ma per le confessioni di un ufficiale corrotto del Nucleo regionale di polizia tributaria di Milano. Ammette che le "fiamme gialle" hanno intascato 230 milioni di lire per chiudere gli occhi nelle verifiche fiscali di Videotime (nel 1985), Mondadori (nel 1991), Mediolanum Vita (nel 1992), tutti controlli che precedono l'avventura politica dell'Egoarca. Accidentale è anche la scoperta dei fondi esteri della Fininvest. Vale la pena di ricordarlo. Uno dei prestanomi di Bettino Craxi, Giorgio Tradati, consegna a Di Pietro i tabulati del conto "Northern Holding". Li gestisce per conto di Craxi. Sul conto affluisce, senza alcun precauzione, il denaro che il gotha dell'imprenditoria nazionale versa al leader socialista.
C'è una sola eccezione. Un triplice versamento non ha nome e firma. Sono tre tranche da cinque miliardi di lire che un mittente, generoso e sconosciuto, invia nell'ottobre 1991 a Craxi. "Fu Bettino a annunciarmi l'arrivo di quel versamento", ricorda Tradati. Le rogatorie permettono di accertare che i miliardi, "appoggiati" su "Northern Holding", vengono dal conto "All Iberian" della Sbs di Lugano. Di chi è "All Iberian"? Per mesi, i pubblici ministeri pestano acqua nel mortaio fino a quando un giovane praticante dello studio Carnelutti, un prestigioso studio legale milanese, confessa al pool di avere fatto per anni da prestanome per conto della Fininvest in società create dall'avvocato londinese David Mackenzie Mills.
Così hanno inizio le rogne che ancora oggi Berlusconi deve grattarsi. Il caso, la fortuna, la sfortuna, fate voi. Tirando quell'esile filo, saltano fuori 64 società off-shore del "gruppo B di Fininvest very secret", create venti anni fa e alimentate prevalentemente con fondi provenienti dalla "Silvio Berlusconi Finanziaria". È in quell'arcipelago che si muovono le transazioni strategiche della Fininvest che, come documenterà la Kpmg, consentono a Berlusconi e al suo gruppo di "alterare le rappresentazioni di bilancio"; "esercitare un controllo con fiduciari in emittenti tv che le normative italiane estere non avrebbero permesso"; "detenere quote di partecipazione in società quotate senza informare la Consob e in società non quotate per interposta persona"; "erogare finanziamenti"; "effettuare pagamenti"; "intermediare tra società del gruppo l'acquisizione dei diritti televisivi"; "ricevere fondi da terzi per finanziare operazioni di Fininvest effettuate per conto di terzi". È il disvelamento non di un episodio illegale, ma di un metodo illegale di lavoro, dello schema imprenditoriale illecito che è a fondamento delle fortune di Silvio Berlusconi. Per dirla tutta, e con il senno di poi, sedici processi per venire a capo di quel grumo di illegalità oggi appaiono addirittura un numero modesto.
Nel "group B very discreet della Fininvest" infatti si costituiscono fondi neri (quasi mille miliardi di lire). Transitano i 21 miliardi che rimunerano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi in Cct destinati alla corruzione del Parlamento che approva quella legge; la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (gli consegnano la Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente. E c'è altro che ancora non sappiamo e non sapremo?
Tutti i processi che Berlusconi ha affrontato e deve ancora affrontare nascono per caso non per un deliberato proposito. Un finanziere che confessa, un giovane avvocato che si libera del peso che incupisce i suoi giorni consentono di mettere insieme indagine dopo indagine, ineluttabili per l'obbligatorietà dell'azione penale, una verità che il capo del governo non potrà mai ammettere: il suo successo è stato costruito con l'evasione fiscale, i bilanci truccati, la corruzione della politica, della Guardia di Finanza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa. Per Berlusconi, la banalizzazione della sua storia giudiziaria, che egli traduce e confonde in guerra alla (o della) magistratura, non è il conflitto della politica contro l'esercizio abusivo del potere giudiziario, ma il disperato e personale tentativo di cancellare per sempre le tracce del passato e di un metodo inconfessabile. Con quali tecniche Berlusconi ha combattuto, e ancora affronterà, questa contesa è un'altra storia.
Fonte: Giuseppe D'Avanzo - Repubblica
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«Basta veti ciechi da Tremonti Tutti i ministri la pensano così»
«La nave va. L’Italia ha attraversato i marosi della crisi meglio degli altri. Nella burrasca abbiamo avuto meno morti e feriti, sono cadute meno suppellettili. Ora abbiamo uno slot spazio-temporale d’eccezione: un’occasione straordinaria. Possiamo uscire dalla crisi con le riforme, con la modernizzazione. Ma dobbiamo aprire una fase nuova. Cambiare cultura e filosofia. Darci una nuova politica economica ».
Ministro Brunetta, sicuro che la crisi sia finita? Le cronache ci parlano di gravi sofferenze sociali, di aziende in difficoltà, di operai senza lavoro.
«Non abbiamo avuto una crisi bancaria, una crisi sindacale, e neppure una vera crisi sociale. I lavoratori dipendenti hanno mantenuto se non aumentato il loro potere d’acquisto, tranne alcune frange; ma gli ammortizzatori sociali hanno funzionato. Tutti i comparti della nave sono in sicurezza. La politica economica e finanziaria fatta nell’attraversamento della crisi è stata efficace. Il 'rigore conservatore' di Tremonti ha funzionato. Del resto, bastava dire no: non fare, non spendere, bloccare tutto; chiudere i boccaporti. Ora però bisogna cambiare passo. Passare da un metodo all’altro. Sciogliere le vele, far ripartire i motori».
Ricominciare a spendere, a costo di far saltare i conti pubblici?
«No. Passare dal rigore conservatore al rigore selettivo, modernizzante, intelligente, capace di decidere. Sbloccare gli investimenti. Il piano per il Sud. La green economy. La banda larga. Le riforme: perché le riforme della scuola e della giustizia non possono funzionare senza risorse. Ogni componente del governo deve poter esplicare le proprie potenzialità: l’ambiente, l’università, la ... sicurezza, il welfare, la sanità, lo sviluppo economico, le infrastrutture. Invece il ministro Tremonti esercita un potere di veto sulle iniziative di tutti i ministri. Un blocco cieco, cupo, conservatore, indistinto. Incapace di distinguere, ad esempio, tra i Comuni indebitati e i Comuni virtuosi, che potrebbero spendere ma non possono a causa dell’interpretazione rigida del patto di stabilità interno».
Tutti i ministri la pensano come lei?
«Sì. Tutti soffrono per il potere di veto di Tremonti. Un po’ meno quelli della Lega, per ragioni non filosofiche ma opportunistiche: sono trattati un po’ meglio, anche se non benissimo».
Dice così per lo scontro che avete avuto nello scorso Consiglio dei ministri? Cos’è accaduto veramente?
«Dopo che il Consiglio dei ministri ha approvato il testo della Carta dei doveri della Pubblica Amministrazione, Tremonti, anziché limitarsi ai rilievi tecnici, ha rimesso in discussione l’intero impianto. Così ha straripato rispetto alle sue competenze. Io non ho mai detto nulla su provvedimenti di sicuro populismo ma dal dubbio impatto economico, come la Social card o la Robin Hood tax. Ma Tremonti ha di fatto commissariato, sia pure a fin di bene, l’intero governo. Con la ripresa, però, non può più sostituirsi al Consiglio e al presidente Berlusconi: non è questo che vogliono gli italiani. I disegni di legge si approvano in Consiglio dei ministri, non nelle segrete stanza del ministero dell’Economia. È per questo che abbiamo litigato, ed è per questo che porterò avanti la Carta dei doveri, nella versione approvata dal Consiglio».
È sicuro che non costi nulla?
«Certo. La cortesia, la semplicità del linguaggio, la lotta alle molestie amministrative non costano, e sanzionare le omissioni aumenta la produttività, non gli oneri. Si è voluto ridicolizzare l’obbligo della cortesia. Ma non credo che un sorriso in più a un cittadino che fa la fila allo sportello possa compromettere il funzionamento della Pubblica amministrazione, tanto meno il bilancio dello Stato. A me sembra piuttosto che il ministro Tremonti voglia difendere la sua scortesia».
Non è che lei ne fa una questione personale?
«No. Ho aspettato dieci giorni a parlare proprio per depurare tutto. Conosco Tremonti da una vita. Il problema non è un carattere più o meno iracondo, non è che abbia minacciato di 'prendermi a calci': quelle sono sovrastrutture, che su di me incidono pochissimo. Il problema è politico. Ne va del bene del governo e del Paese. Oggi, ogni provvedimento di qualsiasi ministro deve avere il 'bollino' del Tesoro.
Ma la legge impone che la ragioneria dello Stato eserciti un controllo tecnico e oggettivo. Invece mancano regole su metodi, dati e fonti della verifica. Ti rispondono sì o no senza vincoli di tempo né giustificazioni. Il Tesoro esercita un egemonismo leonino, opaco, autoreferenziale. Una iattura. E lo dico convinto di interpretare lo spirito dell’interno governo».
E Berlusconi?
«Percepisce questo come un problema. E ne vede le due facce: quella positiva, la tenuta nella tempesta; e quella negativa, l’inerzia nella quiete. Invece il governo deve procedere subito, a 360 gradi. Il primo test sarà il piano per il Sud, concepito con il sistema hub and spokes, con un centro forte — il mozzo della ruota: Palazzo Chigi, il ministro Scajola — e tanti raggi quanti sono i ministeri, che finora hanno subito pesanti discriminazioni. Invece è il momento di suscitare ogni energia. Di aprire una grande discussione nel Paese, che coinvolga tutte le intelligenze. Comprese quelle, tanto vituperate, degli economisti».
Diranno che lei attacca Tremonti per prenderne il posto.
«Io sto bene qui, dove combatto una battaglia epocale per la modernizzazione dello Stato. Non ho ambizioni personali. Gli riconosco il merito di aver tenuto la barra. Ma il perdurare della chiusura ora diventa un blocco. Per le banche, le imprese, le famiglie, la burocrazia. Il governo è stato commissariato; ma quando esci dalla bufera questo non è più possibile. Non è più tempo di Social card, banca per il Sud, Tremonti bond, grattaevinci antievasione: tutte strutture di vario successo, che ormai appartengono al passato. Prima della crisi, l’Italia aveva un differenziale di crescita del 30% rispetto al resto d’Europa: se gli altri crescevano di 3 punti, noi di 2. Nella crisi siamo scesi come gli altri: il differenziale è stato azzerato in negativo. Ora dobbiamo crescere come gli altri, azzerare il differenziale in positivo. E il federalismo fiscale da solo non sarà la soluzione. Anzi, rischia di peggiorare le cose».
Vale a dire?
«Se lo vareremo senza aver fatto le riforme economiche e quelle istituzionali, senza aver modernizzato le burocrazie e il sistema politico, non faremo che creare altri centri di spesa».
Vede elezioni anticipate?
«Non ci credo. Sarebbero l’unica soluzione se venisse meno la maggioranza. Ma il Paese vuole il contrario. Sessanta milioni di italiani ci chiedono il cambio di passo, lo sviluppo, il cambiamento. Le elezioni anticipate sarebbero un ulteriore blocco».
Ministro Brunetta, sicuro che la crisi sia finita? Le cronache ci parlano di gravi sofferenze sociali, di aziende in difficoltà, di operai senza lavoro.
«Non abbiamo avuto una crisi bancaria, una crisi sindacale, e neppure una vera crisi sociale. I lavoratori dipendenti hanno mantenuto se non aumentato il loro potere d’acquisto, tranne alcune frange; ma gli ammortizzatori sociali hanno funzionato. Tutti i comparti della nave sono in sicurezza. La politica economica e finanziaria fatta nell’attraversamento della crisi è stata efficace. Il 'rigore conservatore' di Tremonti ha funzionato. Del resto, bastava dire no: non fare, non spendere, bloccare tutto; chiudere i boccaporti. Ora però bisogna cambiare passo. Passare da un metodo all’altro. Sciogliere le vele, far ripartire i motori».
Ricominciare a spendere, a costo di far saltare i conti pubblici?
«No. Passare dal rigore conservatore al rigore selettivo, modernizzante, intelligente, capace di decidere. Sbloccare gli investimenti. Il piano per il Sud. La green economy. La banda larga. Le riforme: perché le riforme della scuola e della giustizia non possono funzionare senza risorse. Ogni componente del governo deve poter esplicare le proprie potenzialità: l’ambiente, l’università, la ... sicurezza, il welfare, la sanità, lo sviluppo economico, le infrastrutture. Invece il ministro Tremonti esercita un potere di veto sulle iniziative di tutti i ministri. Un blocco cieco, cupo, conservatore, indistinto. Incapace di distinguere, ad esempio, tra i Comuni indebitati e i Comuni virtuosi, che potrebbero spendere ma non possono a causa dell’interpretazione rigida del patto di stabilità interno».
Tutti i ministri la pensano come lei?
«Sì. Tutti soffrono per il potere di veto di Tremonti. Un po’ meno quelli della Lega, per ragioni non filosofiche ma opportunistiche: sono trattati un po’ meglio, anche se non benissimo».
Dice così per lo scontro che avete avuto nello scorso Consiglio dei ministri? Cos’è accaduto veramente?
«Dopo che il Consiglio dei ministri ha approvato il testo della Carta dei doveri della Pubblica Amministrazione, Tremonti, anziché limitarsi ai rilievi tecnici, ha rimesso in discussione l’intero impianto. Così ha straripato rispetto alle sue competenze. Io non ho mai detto nulla su provvedimenti di sicuro populismo ma dal dubbio impatto economico, come la Social card o la Robin Hood tax. Ma Tremonti ha di fatto commissariato, sia pure a fin di bene, l’intero governo. Con la ripresa, però, non può più sostituirsi al Consiglio e al presidente Berlusconi: non è questo che vogliono gli italiani. I disegni di legge si approvano in Consiglio dei ministri, non nelle segrete stanza del ministero dell’Economia. È per questo che abbiamo litigato, ed è per questo che porterò avanti la Carta dei doveri, nella versione approvata dal Consiglio».
È sicuro che non costi nulla?
«Certo. La cortesia, la semplicità del linguaggio, la lotta alle molestie amministrative non costano, e sanzionare le omissioni aumenta la produttività, non gli oneri. Si è voluto ridicolizzare l’obbligo della cortesia. Ma non credo che un sorriso in più a un cittadino che fa la fila allo sportello possa compromettere il funzionamento della Pubblica amministrazione, tanto meno il bilancio dello Stato. A me sembra piuttosto che il ministro Tremonti voglia difendere la sua scortesia».
Non è che lei ne fa una questione personale?
«No. Ho aspettato dieci giorni a parlare proprio per depurare tutto. Conosco Tremonti da una vita. Il problema non è un carattere più o meno iracondo, non è che abbia minacciato di 'prendermi a calci': quelle sono sovrastrutture, che su di me incidono pochissimo. Il problema è politico. Ne va del bene del governo e del Paese. Oggi, ogni provvedimento di qualsiasi ministro deve avere il 'bollino' del Tesoro.
Ma la legge impone che la ragioneria dello Stato eserciti un controllo tecnico e oggettivo. Invece mancano regole su metodi, dati e fonti della verifica. Ti rispondono sì o no senza vincoli di tempo né giustificazioni. Il Tesoro esercita un egemonismo leonino, opaco, autoreferenziale. Una iattura. E lo dico convinto di interpretare lo spirito dell’interno governo».
E Berlusconi?
«Percepisce questo come un problema. E ne vede le due facce: quella positiva, la tenuta nella tempesta; e quella negativa, l’inerzia nella quiete. Invece il governo deve procedere subito, a 360 gradi. Il primo test sarà il piano per il Sud, concepito con il sistema hub and spokes, con un centro forte — il mozzo della ruota: Palazzo Chigi, il ministro Scajola — e tanti raggi quanti sono i ministeri, che finora hanno subito pesanti discriminazioni. Invece è il momento di suscitare ogni energia. Di aprire una grande discussione nel Paese, che coinvolga tutte le intelligenze. Comprese quelle, tanto vituperate, degli economisti».
Diranno che lei attacca Tremonti per prenderne il posto.
«Io sto bene qui, dove combatto una battaglia epocale per la modernizzazione dello Stato. Non ho ambizioni personali. Gli riconosco il merito di aver tenuto la barra. Ma il perdurare della chiusura ora diventa un blocco. Per le banche, le imprese, le famiglie, la burocrazia. Il governo è stato commissariato; ma quando esci dalla bufera questo non è più possibile. Non è più tempo di Social card, banca per il Sud, Tremonti bond, grattaevinci antievasione: tutte strutture di vario successo, che ormai appartengono al passato. Prima della crisi, l’Italia aveva un differenziale di crescita del 30% rispetto al resto d’Europa: se gli altri crescevano di 3 punti, noi di 2. Nella crisi siamo scesi come gli altri: il differenziale è stato azzerato in negativo. Ora dobbiamo crescere come gli altri, azzerare il differenziale in positivo. E il federalismo fiscale da solo non sarà la soluzione. Anzi, rischia di peggiorare le cose».
Vale a dire?
«Se lo vareremo senza aver fatto le riforme economiche e quelle istituzionali, senza aver modernizzato le burocrazie e il sistema politico, non faremo che creare altri centri di spesa».
Vede elezioni anticipate?
«Non ci credo. Sarebbero l’unica soluzione se venisse meno la maggioranza. Ma il Paese vuole il contrario. Sessanta milioni di italiani ci chiedono il cambio di passo, lo sviluppo, il cambiamento. Le elezioni anticipate sarebbero un ulteriore blocco».
Fonte: Aldo Cazzullo - Corriere della Sera
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venerdì 20 novembre 2009
«Il debito in Italia al 120% entro il 2011, servono sforzi di risanamento»
«Il debito pubblico italiano si avvia a salire al 120% del Pil entro il 2011. Pertanto sono necessari significativi sforzi di risanamento dei conti pubblici dal 2011 in avanti, quando la crescita si rafforzerà»: è quanto scrive l'Ocse nell'Outlook semestrale, prevedendo per fine 2009 un debito attorno al 115%, in aumento di 10 punti. Il deficit è atteso al 5,4% nel 2010, dopo 5,5% del 2009 e al 5,1% nel 2011. «L'obiettivo di consolidamento di medio termine richiede un ulteriore sforzo nel 2011, parte del quale è inglobato in queste proiezioni nell'assunto che l'anno prossimo la Finanziaria si atterrà a quanto previsto dal Dpef», precisa ancora il rapporto.
«RESTA L'INCERTEZZA» - Quanto ai dati sul Pil, l'Oraganizzazione spiega che quello italiano calerà del 4,8% quest'anno per poi tornare a crescere dell'1,1% nel 2010 e dell'1,5% nel 2011. Nel terzo trimestre, si legge ancora, il miglioramento delle condizioni finanziarie ha «aiutato a ricostituire la fiducia e spingere la domanda interna». Ma «sia il timing sia la forza della ripresa sono incerte». Quanto alla disoccupazione italiana, questa salirà all'8,5% nel 2010 e all'8,7% nel 2011. Quest'anno, secondo l'Organizzazione internazionale, la quota dei senza lavoro passerà dal 6,8% al 7,6%. Nei paesi dell'area Ocse la disoccupazione «continuerà a salire fino al 2010 e scenderà in modo solo modesto nel 2011 dal picco di oltre il 9%».
SCUDO FISCALE - L'Ocse ricorda inoltre all'Italia che «lo scudo fiscale dovrà essere visto dai contribuenti come una misura straordinaria, nell'ambito dell'impegno generale alla trasparenza sugli scambi di informazioni sulle tasse recentemente concordato a livello internazionale, altrimenti i contribuenti potrebbero arrivare alla conclusione che sono probabili altri condoni fiscali».
L'EUROZONA - «Più in generale, secondo l'Ocse, la marcata contrazione ... dell'economia nell'Eurozona sembra terminare prima di quanto previsto, con ulteriori miglioramenti del quadro finanziario, misure di stimolo fiscale e stabilità dell'export. Nonostante ciò, il problema della disoccupazione e l'accelerazione del processo di riduzione del debito nel settore finanziario suggeriscono che il recupero del ciclo sarà graduale. La ripresa che a inizio anno aveva beneficiato i Paesi emergenti si è diffusa alle economie industrializzate, ma per la maggior parte dei Paesi Ocse sarà «modesta», il che comporterà l'aumento della disoccupazione fino al 2010 inoltrato. Così l'Ocse che nell'Outlook semestrale rivede al rialzo il Pil dell'area a +1,9% nel 2010 (+0,7% 6 mesi fa) dopo -3,5% nel 2009 (da -4,1%) e indica quale prima stima per il 2011 un aumento del 2,5%. «È giunto il momento di preparare l'exit strategy», afferma il capo-economista, Jorgen Elmesekov.
«RESTA L'INCERTEZZA» - Quanto ai dati sul Pil, l'Oraganizzazione spiega che quello italiano calerà del 4,8% quest'anno per poi tornare a crescere dell'1,1% nel 2010 e dell'1,5% nel 2011. Nel terzo trimestre, si legge ancora, il miglioramento delle condizioni finanziarie ha «aiutato a ricostituire la fiducia e spingere la domanda interna». Ma «sia il timing sia la forza della ripresa sono incerte». Quanto alla disoccupazione italiana, questa salirà all'8,5% nel 2010 e all'8,7% nel 2011. Quest'anno, secondo l'Organizzazione internazionale, la quota dei senza lavoro passerà dal 6,8% al 7,6%. Nei paesi dell'area Ocse la disoccupazione «continuerà a salire fino al 2010 e scenderà in modo solo modesto nel 2011 dal picco di oltre il 9%».
SCUDO FISCALE - L'Ocse ricorda inoltre all'Italia che «lo scudo fiscale dovrà essere visto dai contribuenti come una misura straordinaria, nell'ambito dell'impegno generale alla trasparenza sugli scambi di informazioni sulle tasse recentemente concordato a livello internazionale, altrimenti i contribuenti potrebbero arrivare alla conclusione che sono probabili altri condoni fiscali».
L'EUROZONA - «Più in generale, secondo l'Ocse, la marcata contrazione ... dell'economia nell'Eurozona sembra terminare prima di quanto previsto, con ulteriori miglioramenti del quadro finanziario, misure di stimolo fiscale e stabilità dell'export. Nonostante ciò, il problema della disoccupazione e l'accelerazione del processo di riduzione del debito nel settore finanziario suggeriscono che il recupero del ciclo sarà graduale. La ripresa che a inizio anno aveva beneficiato i Paesi emergenti si è diffusa alle economie industrializzate, ma per la maggior parte dei Paesi Ocse sarà «modesta», il che comporterà l'aumento della disoccupazione fino al 2010 inoltrato. Così l'Ocse che nell'Outlook semestrale rivede al rialzo il Pil dell'area a +1,9% nel 2010 (+0,7% 6 mesi fa) dopo -3,5% nel 2009 (da -4,1%) e indica quale prima stima per il 2011 un aumento del 2,5%. «È giunto il momento di preparare l'exit strategy», afferma il capo-economista, Jorgen Elmesekov.
Fonte: Corriere della Sera
giovedì 19 novembre 2009
Il Pd non sia un partito conservatore
Che Veltroni dichiari al Corsera di non sentirsi corresponsabile della caduta del governo Prodi è davvero singolare. Che parli per il Pd della necessità di aggregare un’area riformista è naturale e dovrebbe ricordare, nel contempo, il conservatorismo berlingueriano antisocialista e antimigliorista che non fece nascere ciò nella prima metà degli anni ottanta. Conservatorismo che culminò nelle scelte di Occhetto e la creazione del Pds. E queste responsabilità sono al di là delle scelte solitamente dannose di Bertinotti, vedi il 2001, e delle sue affermazioni cimiteriali del 2008, e delle frustrazioni di Mastella.
Che poi Prodi sia arrabbiato con Veltroni è legittimo. Ma egli stesso ha contribuito con i signori succitati a consegnare l’Italia al Cavaliere.
Andando in parlamento a chiedere una maggioranza che non c’era, così vanificando l’intuizione presidenziale di Marini. Oggi Prodi è in un momento politico sabbatico, Mastella si è fatto eleggere deputato europeo dal Pdl per esistere, Bertinotti fa salotto, Veltroni vuole ritornare.
Nei due anni di governo il centrosinistra ha combinato poco, senza affrontare il conflitto di interessi, la questione televisiva e la legge elettorale. Il Pd idem come sopra, ha eletto tre segretari, nominando una parte di parlamento non sempre in maniera comprensibile.
Salvo l’evidente sudditanza di molti nominati nei confronti dei capi.
E l’Italia è in un tunnel economico, le previsioni di Epifani possono purtroppo avverarsi, e politico.
Le critiche di Cacciari in una intervista televisiva sul monolitismo del Pd sono evidenti e coincidono con le mie. Nel contempo Cacciari apprezza le riflessioni rutelliane ma è scettico sulla creazione di un altro partito. La sua affermazione «Bersani non può salire sulle sue stesse spalle e quindi modificare il futuro con un Pd che sarà solo socialdemocratico e alleato con un partito di centro cattolico secondo uno schema dalemiano » è condivisibile solo in parte.
Io credo che si tratterà di un triangolo politico che si chiuderà con quello che diventerà Alleanza per l’Italia. Salvo, ovviamente, stravolgimenti rispetto alla situazione attuale.
Per fortuna i tre giorni di Napolitano a Napoli sono stati straordinari: dall’Orientale, primo centro culturale multilinguistico europeo, a Renato Caccioppoli, genio matematico universale, irriverente ed ironico napoletano ed europeo nell’affrontare l’esistenza. Per concludere domenica con la forza, la cultura e la passione di Maurizio Valenzi, straordinario combattente, dagli anni venti al giugno di quest’anno, per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia ... sociale. In Africa, in Francia, in Europa, in Italia, a Napoli.
Il presidente ha ribadito, come sempre, la necessità della vocazione europeista del nostro paese e l’obbligo di rendere civile il rapporto tra maggioranza e opposizione perché la politica ha il compito di tutelare l’interesse generale. Altrimenti non è politica, ma disonestà intellettuale produttrice di danni alla società nella quale viviamo. E il sottosegretario Letta ha obiettivamente condiviso in anticipo il pensiero in merito, ormai storico, di Napolitano. Del resto il presidente ha affermato che in politica si può arrivare da varie storie personali, ma poi bisogna dedicarsi al bene comune, non ai propri interessi.
Purtroppo mentre ascoltavo il presidente della provincia di Napoli mi veniva da chiedere a Casini e a De Mita, e a chi lo ha votato, quale criterio è stato usato nella scelta del soggetto. E mi chiedo cosa accadrà con Cosentino se il Riformista avrà ragione sulle presunte affinità di origine fraterna che legherebbero il sottosegretario ad alcune famiglie di Casal di Principe. E questo indipendentemente dagli atti giudiziari in essere e dalla manfrina di Porta a Porta con Cicchitto a difesa di Cosentino.
Quello che sta accadendo intorno al problema della giustizia è devastante. Fini era ovviamente in difficoltà dalla Annunziata e lunedì ha chiarito altri suoi pensieri.
Galli Della Loggia ha fotografato un dramma istituzionale sul Corsera. Presidenti emeriti della corte costituzionale sono in contrasto fra loro.
Il centrosinistra, su basi di civiltà giuridica, deve costruire la propria proposta di riforma della giustizia. Separazione ministeriale tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, responsabilità civile dei magistrati, riassetto e suddivisione del Csm ricongiunti nella presidenza unica del capo dello stato, tutore della Costituzione, assoluta indipendenza della magistratura dal potere politico, avvocati penalisti iscritti in un albo speciale e soggetti ad obblighi chiari nei rapporti, in termini di difesa, con la delinquenza in genere.
Oltre a tutto ciò la necessità di fornire le risorse economiche ed umane per far si che i processi vengano celebrati in tempi brevi nell’interesse dei cittadini.
È chiaro che le candidature parlamentari dovranno attraversare un vaglio accuratissimo giuridico-penale come accade per tutti coloro che vogliono fare un concorso in magistratura o nell’esercito, con sbarramenti di ingresso evidenti.
Nel contempo si può rivisitare il problema dell’immunità parlamentare che nacque, fondamentalmente, per tutelare la libertà di pensiero e di azione politica, non quella di affari, corruzione, concussione. Il lodo Alfano è ben altra cosa: e dovrebbe essere talmente stringato da essere sostanzialmente inutile.
L’errore iniziale nasce, purtroppo, con il mio amico Maccanico.
I berlusconiani sarebbero nell’angolo e dovrebbero cestinare questa irriverente proposta del processo breve che pare debba solo produrre una prescrizione per il Cavaliere. E noi, al contrario, dimostreremo di essere un vero centrosinistra, liberale, pragmatico e riformista, coerente con la Costituzione, pronto a riforme condivise, sostenitore di una politica fatta di passione, professionalità e generosità. Politica vera nell’interesse della gente alla quale, ripeto, il capo dello stato, nel salone gremito del Maschio Angioino, ha richiamato tutta la classe politica con un discorso chiaro, lucido e passionale insieme, applauditissimo dai presenti. Una vera e propria standing ovation coerente con i desideri dei cittadini comuni.
Che poi Prodi sia arrabbiato con Veltroni è legittimo. Ma egli stesso ha contribuito con i signori succitati a consegnare l’Italia al Cavaliere.
Andando in parlamento a chiedere una maggioranza che non c’era, così vanificando l’intuizione presidenziale di Marini. Oggi Prodi è in un momento politico sabbatico, Mastella si è fatto eleggere deputato europeo dal Pdl per esistere, Bertinotti fa salotto, Veltroni vuole ritornare.
Nei due anni di governo il centrosinistra ha combinato poco, senza affrontare il conflitto di interessi, la questione televisiva e la legge elettorale. Il Pd idem come sopra, ha eletto tre segretari, nominando una parte di parlamento non sempre in maniera comprensibile.
Salvo l’evidente sudditanza di molti nominati nei confronti dei capi.
E l’Italia è in un tunnel economico, le previsioni di Epifani possono purtroppo avverarsi, e politico.
Le critiche di Cacciari in una intervista televisiva sul monolitismo del Pd sono evidenti e coincidono con le mie. Nel contempo Cacciari apprezza le riflessioni rutelliane ma è scettico sulla creazione di un altro partito. La sua affermazione «Bersani non può salire sulle sue stesse spalle e quindi modificare il futuro con un Pd che sarà solo socialdemocratico e alleato con un partito di centro cattolico secondo uno schema dalemiano » è condivisibile solo in parte.
Io credo che si tratterà di un triangolo politico che si chiuderà con quello che diventerà Alleanza per l’Italia. Salvo, ovviamente, stravolgimenti rispetto alla situazione attuale.
Per fortuna i tre giorni di Napolitano a Napoli sono stati straordinari: dall’Orientale, primo centro culturale multilinguistico europeo, a Renato Caccioppoli, genio matematico universale, irriverente ed ironico napoletano ed europeo nell’affrontare l’esistenza. Per concludere domenica con la forza, la cultura e la passione di Maurizio Valenzi, straordinario combattente, dagli anni venti al giugno di quest’anno, per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia ... sociale. In Africa, in Francia, in Europa, in Italia, a Napoli.
Il presidente ha ribadito, come sempre, la necessità della vocazione europeista del nostro paese e l’obbligo di rendere civile il rapporto tra maggioranza e opposizione perché la politica ha il compito di tutelare l’interesse generale. Altrimenti non è politica, ma disonestà intellettuale produttrice di danni alla società nella quale viviamo. E il sottosegretario Letta ha obiettivamente condiviso in anticipo il pensiero in merito, ormai storico, di Napolitano. Del resto il presidente ha affermato che in politica si può arrivare da varie storie personali, ma poi bisogna dedicarsi al bene comune, non ai propri interessi.
Purtroppo mentre ascoltavo il presidente della provincia di Napoli mi veniva da chiedere a Casini e a De Mita, e a chi lo ha votato, quale criterio è stato usato nella scelta del soggetto. E mi chiedo cosa accadrà con Cosentino se il Riformista avrà ragione sulle presunte affinità di origine fraterna che legherebbero il sottosegretario ad alcune famiglie di Casal di Principe. E questo indipendentemente dagli atti giudiziari in essere e dalla manfrina di Porta a Porta con Cicchitto a difesa di Cosentino.
Quello che sta accadendo intorno al problema della giustizia è devastante. Fini era ovviamente in difficoltà dalla Annunziata e lunedì ha chiarito altri suoi pensieri.
Galli Della Loggia ha fotografato un dramma istituzionale sul Corsera. Presidenti emeriti della corte costituzionale sono in contrasto fra loro.
Il centrosinistra, su basi di civiltà giuridica, deve costruire la propria proposta di riforma della giustizia. Separazione ministeriale tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, responsabilità civile dei magistrati, riassetto e suddivisione del Csm ricongiunti nella presidenza unica del capo dello stato, tutore della Costituzione, assoluta indipendenza della magistratura dal potere politico, avvocati penalisti iscritti in un albo speciale e soggetti ad obblighi chiari nei rapporti, in termini di difesa, con la delinquenza in genere.
Oltre a tutto ciò la necessità di fornire le risorse economiche ed umane per far si che i processi vengano celebrati in tempi brevi nell’interesse dei cittadini.
È chiaro che le candidature parlamentari dovranno attraversare un vaglio accuratissimo giuridico-penale come accade per tutti coloro che vogliono fare un concorso in magistratura o nell’esercito, con sbarramenti di ingresso evidenti.
Nel contempo si può rivisitare il problema dell’immunità parlamentare che nacque, fondamentalmente, per tutelare la libertà di pensiero e di azione politica, non quella di affari, corruzione, concussione. Il lodo Alfano è ben altra cosa: e dovrebbe essere talmente stringato da essere sostanzialmente inutile.
L’errore iniziale nasce, purtroppo, con il mio amico Maccanico.
I berlusconiani sarebbero nell’angolo e dovrebbero cestinare questa irriverente proposta del processo breve che pare debba solo produrre una prescrizione per il Cavaliere. E noi, al contrario, dimostreremo di essere un vero centrosinistra, liberale, pragmatico e riformista, coerente con la Costituzione, pronto a riforme condivise, sostenitore di una politica fatta di passione, professionalità e generosità. Politica vera nell’interesse della gente alla quale, ripeto, il capo dello stato, nel salone gremito del Maschio Angioino, ha richiamato tutta la classe politica con un discorso chiaro, lucido e passionale insieme, applauditissimo dai presenti. Una vera e propria standing ovation coerente con i desideri dei cittadini comuni.
Fonte: Arnaldo Sciarelli - Europa
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Viale Mazzini, tutti i costi Prima rete, un miliardo
Nemmeno domani, a quanto pare, il consiglio di amministrazione della Rai riuscirà a decidere se confermare Paolo Ruffini, sostituirlo con Antonio Di Bella od officiare un terzo candidato. L’assenza di decisioni alimenta la polemica. Ma quale polemica? L'opposizione elegge le star della terza rete a numi tutelari della libera informazione coartata da un governo al servizio di Mediaset. La maggioranza bolla Floris, Fazio e Gabanelli con l'aggiunta di Santoro, operativo su Rai 2, come una brigata di nemici del premier scelto dagli italiani. I quotidiani il Giornale e Libero , l'uno della famiglia Berlusconi e l'altro comunque filogovernativo, danno notizia dei compensi delle star: scandalizzati, ma senza precisarne bene il ritorno economico né l'effettivo costo aziendale in paragone, per esempio, alla remunerazione della propria direzione o delle star del Biscione.
Il Fatto, quotidiano antigovernativo, si indigna per la paga del capo delle Ferrovie quando questa è una frazione di quella di Fazio ed è di poco superiore a quella di Santoro, sulle quali nulla eccepisce benché condurre una trasmissione tv sia chiaramente meno impegnativo e rilevante. Forse varrebbe la pena di deporre gli opposti populismi e di considerare la Rai un'azienda che svolge sì un servizio pubblico, ma che sta anche sul mercato. E il mercato esige trasparenza. Invece di tenerli riservati, per usarli a spizzichi come armi di lotta politica o di bottega, i numeri sensibili la Rai li dovrebbe squadernare, dandone aggiornamenti trimestrali come fanno le società quotate in Borsa. Da quei numeri, con le dovute spiegazioni, tutti ricaverebbero elementi oggettivi di giudizio. Tutti: governo, opposizione, giornali.
Andrebbe reso noto, per cominciare, il bilancio di rete. Alcune carte di lavoro dicono che nel 2008 il costo di produzione del canale Uno, compresa l'attribuzione proporzionale delle spese di staff, dei servizi e di Rai Way, abbia superato il miliardo: 1021 milioni per la precisione, 120 in più rispetto all'esercizio precedente, un incremento dovuto per 116 milioni alla copertura delle Olimpiadi e degli europei di calcio. Il canale Due, invece, costa 606,2 milioni, qualche decina in più rispetto al 2007 e tutti dovuti ai grandi eventi sportivi che ogni ... due anni sostengono gli ascolti ma, causa l'onere dei diritti, massacrano il conto economico. Il canale Tre costa 819,3 milioni, 13,3 in più rispetto all' anno prima. Non è gravato dagli eventi sportivi, ma porta sempre il fardello della programmazione regionale, cuore oneroso del servizio pubblico: 348,3 milioni nel 2008. Senza un tal peso, Rai 3 sarebbe la rete nettamene meno costosa. E la sua audience, pur in leggero calo, è di poco inferiore a quella della ben più costosa Rai 2: il 10 contro l'11%.
Naturalmente, i confronti andrebbero rettificati in base alle scelte aziendali centrali che possono allocare su una rete piuttosto che su un’altra i programmi che nessun direttore vorrebbe. Ci vuole, insomma, onestà intellettuale. La valutazione può esser fatta in base al successo o meno di critica e di pubblico, ma anche in base al costo e al ritorno economico che dipende dal numero degli ascoltatori e dal loro specifico appeal pubblicitario. Si discute di Giovanni Floris, Michele Santoro, Milena Gabanelli come soggetti politici impropri o come giornalisti coraggiosi. Un Rupert Murdoch, prima, considererebbe che per raggiungere uno spettatore di Ballarò , Rai 3 sopporta un costo di 15 centesimi e per quello di Report un costo di 45. Per lo spettatore di Annozero , Rai 2 ha un costo di 21 centesimi. Nella settimana fra il 26 ottobre e il primo novembre 2009, durante la quale sono state fatte queste rilevazioni il costo contatto medio della prima serata è stato di 84 centesimi per Rai 3 e di 98 per Rai 2. A titolo di paragone in Rai 1 è stato di 2,18 euro. In base all'audience, che non è mai uguale, questi costi-contatto possono cambiare un po': toccherebbe alla direzione generale dare notizie complete su periodi congrui. E a chi le dovrà commentare terrà conto del fatto che il palinsesto di una televisione generalista non può essere fatto soltanto di talk show e telefilm perché sono i programmi che rendono di più. La fiction o il cinema, che in prima battuta costano fino a 3-4 euro per spettatore, possono essere ripetuti più volte così da abbassarne, anche radicalmente, l'ammortamento.
Ragionare della Rai come se fosse un' azienda è una pretesa forse più temeraria che risanare le Ferrovie. Mentre Mediaset annuncia di fare meglio del mercato, in Rai si perdono soldi e si parla di «politica». Che questo accada su pressione di un governo che è guidato dall' azionista del concorrente ha una sua logica. Che l'opposizione si limiti a difendere le sue residue aree di influenza ne ha meno. Nel dicembre 2004, Romano Prodi impegnò il centro-sinistra a privatizzare la Rai, conservandone una parte per il servizio pubblico. La sua maggioranza gli tarpò le ali. Walter Veltroni non affrontò mai la questione. E Bersani? In fondo, l’alta velocità qualcosa sta smuovendo sulle strade ferrate. E’ fatale che la Rai debba essere peggio delle Fs?
Il Fatto, quotidiano antigovernativo, si indigna per la paga del capo delle Ferrovie quando questa è una frazione di quella di Fazio ed è di poco superiore a quella di Santoro, sulle quali nulla eccepisce benché condurre una trasmissione tv sia chiaramente meno impegnativo e rilevante. Forse varrebbe la pena di deporre gli opposti populismi e di considerare la Rai un'azienda che svolge sì un servizio pubblico, ma che sta anche sul mercato. E il mercato esige trasparenza. Invece di tenerli riservati, per usarli a spizzichi come armi di lotta politica o di bottega, i numeri sensibili la Rai li dovrebbe squadernare, dandone aggiornamenti trimestrali come fanno le società quotate in Borsa. Da quei numeri, con le dovute spiegazioni, tutti ricaverebbero elementi oggettivi di giudizio. Tutti: governo, opposizione, giornali.
Andrebbe reso noto, per cominciare, il bilancio di rete. Alcune carte di lavoro dicono che nel 2008 il costo di produzione del canale Uno, compresa l'attribuzione proporzionale delle spese di staff, dei servizi e di Rai Way, abbia superato il miliardo: 1021 milioni per la precisione, 120 in più rispetto all'esercizio precedente, un incremento dovuto per 116 milioni alla copertura delle Olimpiadi e degli europei di calcio. Il canale Due, invece, costa 606,2 milioni, qualche decina in più rispetto al 2007 e tutti dovuti ai grandi eventi sportivi che ogni ... due anni sostengono gli ascolti ma, causa l'onere dei diritti, massacrano il conto economico. Il canale Tre costa 819,3 milioni, 13,3 in più rispetto all' anno prima. Non è gravato dagli eventi sportivi, ma porta sempre il fardello della programmazione regionale, cuore oneroso del servizio pubblico: 348,3 milioni nel 2008. Senza un tal peso, Rai 3 sarebbe la rete nettamene meno costosa. E la sua audience, pur in leggero calo, è di poco inferiore a quella della ben più costosa Rai 2: il 10 contro l'11%.
Naturalmente, i confronti andrebbero rettificati in base alle scelte aziendali centrali che possono allocare su una rete piuttosto che su un’altra i programmi che nessun direttore vorrebbe. Ci vuole, insomma, onestà intellettuale. La valutazione può esser fatta in base al successo o meno di critica e di pubblico, ma anche in base al costo e al ritorno economico che dipende dal numero degli ascoltatori e dal loro specifico appeal pubblicitario. Si discute di Giovanni Floris, Michele Santoro, Milena Gabanelli come soggetti politici impropri o come giornalisti coraggiosi. Un Rupert Murdoch, prima, considererebbe che per raggiungere uno spettatore di Ballarò , Rai 3 sopporta un costo di 15 centesimi e per quello di Report un costo di 45. Per lo spettatore di Annozero , Rai 2 ha un costo di 21 centesimi. Nella settimana fra il 26 ottobre e il primo novembre 2009, durante la quale sono state fatte queste rilevazioni il costo contatto medio della prima serata è stato di 84 centesimi per Rai 3 e di 98 per Rai 2. A titolo di paragone in Rai 1 è stato di 2,18 euro. In base all'audience, che non è mai uguale, questi costi-contatto possono cambiare un po': toccherebbe alla direzione generale dare notizie complete su periodi congrui. E a chi le dovrà commentare terrà conto del fatto che il palinsesto di una televisione generalista non può essere fatto soltanto di talk show e telefilm perché sono i programmi che rendono di più. La fiction o il cinema, che in prima battuta costano fino a 3-4 euro per spettatore, possono essere ripetuti più volte così da abbassarne, anche radicalmente, l'ammortamento.
Ragionare della Rai come se fosse un' azienda è una pretesa forse più temeraria che risanare le Ferrovie. Mentre Mediaset annuncia di fare meglio del mercato, in Rai si perdono soldi e si parla di «politica». Che questo accada su pressione di un governo che è guidato dall' azionista del concorrente ha una sua logica. Che l'opposizione si limiti a difendere le sue residue aree di influenza ne ha meno. Nel dicembre 2004, Romano Prodi impegnò il centro-sinistra a privatizzare la Rai, conservandone una parte per il servizio pubblico. La sua maggioranza gli tarpò le ali. Walter Veltroni non affrontò mai la questione. E Bersani? In fondo, l’alta velocità qualcosa sta smuovendo sulle strade ferrate. E’ fatale che la Rai debba essere peggio delle Fs?
Fonte: Massimo Mucchetti - Corriere della Sera
La corruzione costa 25mila euro a testa ma in Italia non è un reato grave
Paese meraviglioso l'Italia. Quando non si acceca da solo, chiude gli occhi. Il frastuono politico assorda e il rumore mediatico lascia nascosta qualche verità e - in un canto - fatti che, al contrario, meritano molta luce e l'attenzione dell'opinione pubblica. La disciplina del "processo breve" ce l'abbiamo sotto gli occhi e vale la pena di farci i conti, senza lasciarci distrarre da ingenui e imbonitori. Qualche punto fermo. Il disegno di legge pro divo Berluscone non rende i processi rapidi (è una cristallina scemenza). Quel provvedimento fabbrica una prescrizione svelta e improvvisa come un fulmine che uccide. Solitamente, a fronte dei reati più gravi, uno Stato responsabile - e leale con i suoi cittadini - si concede un tempo adeguato per accertare il reato e punire i responsabili (la prescrizione non è altro). Più grave è il reato, più problematico e laborioso il suo accertamento, maggiore è il tempo che lo Stato si riconosce prima di considerare estinto il delitto. Le regole della prescrizione svelta e assassina (dei processi) capovolgono questo criterio di efficienza e buon senso.
Più grave è il reato, minore è il tempo per giudicarlo. I magistrati avranno tutto il tempo per processare uno scippatore e tempi contingentati per venire a capo, per dire, di abuso d'ufficio, frodi comunitarie, frodi fiscali, bancarotta preferenziale, truffa semplice o aggravata: quel mascalzone di Bernard Madoff, che ha trafugato 50 miliardi di dollari ai suoi investitori, ne gioirebbe maledicendo di non essere nato italiano.
Ora il disegno di legge potrà essere corretto e limato ma - statene certi - non potrà mai lasciare per strada la corruzione propria e impropria perché Silvio Berlusconi, imputato di corruzione in atti giudiziari e con il corrotto già condannato in appello (David Mills), ha bisogno di quel "salvacondotto" per levarsi dai guai. Un primo risultato si può allora scolpire nella pietra: l'Italia è il solo Paese dell'Occidente che considera la corruzione un reato non grave e dunque, se le parole e le intenzioni hanno un senso, una pratica penalmente lieve, socialmente risibile, economicamente tranquilla. Nessuno pare chiedersi se ce lo possiamo permettere; quali ne saranno i frutti; quali i costi economici e immateriali; quale il futuro di un Paese dove "corrotto" e "corruttore" sono considerati attori sociali infinitamente meno pericolosi di "scippatore", "immigrato clandestino", "automobilista distratto", e la corruzione così inoffensiva da meritare una definitiva depenalizzazione o una permanente amnistia.
Il silenzio su questo aspetto decisivo della "prescrizione svelta", inaugurata dalla "legge Berlusconi", è sorprendente. È sbalorditivo che il ... dibattito pubblico sul minaccioso pasticcio, cucinato dagli avvocati del premier nel suo interesse, non veda protagonisti anche la Confindustria, chi ha cara la piccola e media impresa, i sindacati, gli economisti, le autorità di controllo del mercato e della concorrenza, le associazioni dei risparmiatori e dei consumatori, i ministri del governo che ancora oggi si dannano l'anima per dare competitività al "sistema Italia". Come se il circuito mediatico e "pubblicitario" del presidente del consiglio fosse riuscito a gabellare per autentica la storia di un ennesimo conflitto tra politica e giustizia, e dunque soltanto affare per giuristi, toghe e giornalisti. Come se questo progetto criminofilo non parlasse di sviluppo e arretratezza; di passato e di futuro; di convivenza civile, organizzazione sociale, legittimità delle istituzioni, trasparenza dell'azione dei policy maker; di competitività e credibilità internazionale del Paese.
È stupefacente questo silenzio perché ognuno di noi paga ancora oggi e pagherà domani, con l'ipoteca sul futuro di figli e nipoti, il prezzo della corruzione del passato, quasi sette punti di prodotto interno lordo ogni anno, 25mila euro di debito per ciascun cittadino della Repubblica, neonati inclusi. Settanta miliardi di euro di interessi passivi, sottratti ogni anno alle infrastrutture, al welfare, alla formazione, alla ricerca. È una condizione che corifei e turiferari, vespi e minzolini, occultano all'opinione pubblica. È necessario qualche ricordo allora per chi crede al "colpo di Stato giudiziario", alla finalità tutta politica dell'azione delle procure, favola ancora in voga in queste ore nel talk-show influenzati dal Cavaliere. Quando Mani Pulite muove i suoi primi passi, il giro di affari della corruzione italiana è di diecimila miliardi di lire l'anno, con un indebitamento pubblico tra i 150 e il 250 mila miliardi più 15/25 miliardi di interessi passivi. L'abitudine alla corruzione cancella ogni sensibilità del ceto politico per i conti pubblici. Inesistente negli anni sessanta, il debito cresce fino al 60 per cento del prodotto interno lordo negli anni ottanta. Sale al 70 per cento nel 1983. Tocca il 92 per cento nei quattro anni (1983/1987) di governo Craxi, per chiudere alla vigilia di Mani Pulite, nel 1992, al 118 per cento. Non c'è dubbio che, in quegli anni, una maggiore attenzione della magistratura alla corruzione, e la consapevolezza sociale del danno che produce, favorisce il parziale rientro dal debito, utile per adeguarsi ai parametri di Maastricht. Di quegli anni - 1993/1994 - è infatti il picco di denunce dei delitti di corruzione. Con il tempo, la tensione si allenta. Lentamente la curva dei delitti denunciati decresce e nel 2000 torna ai livelli del 1991, quelli antecedenti all'emersione di Tangentopoli. Negli anni successivi la legislazione ad personam (taglio dei tempi di prescrizione per i reati economici, dalla corruzione al falso in bilancio), i condoni fiscali, le difficoltà della legge sul "risparmio" (in realtà sulla governance) chiudono il cerchio e una stagione.
Da qui, allora, occorre muovere per comprendere e giudicare un progetto che può spingere l'Italia, nell'interesse di uno, in prossimità di una condizione da "paese emergente". Perché la difficoltà della nostra storia recente nasce nel fondo oscuro della corruzione. Tirarsene fuori è una necessità in quanto c'è - non è un segreto, anche se è trascurato dal discorso pubblico e dai cantori dell'Egoarca - una simmetria perfetta tra la corruzione e le criticità per la società e il Paese. Mercati dominati da distorsioni e "tasse immorali" (60 miliardi di euro ogni anno per la Corte dei Conti) garantiscono benefici soltanto agli insiders della combriccola corruttiva. Oltre a perdere competitività, i mercati corrotti non attraggono investimenti di capitale straniero e sono segnati da una bassa crescita (troppe barriere all'entrata, troppi rischi di investimento). Non c'è studio o analisi che non confermi la relazione tra il grado di corruzione e la crescita economica, soprattutto per quanto riguarda le medie e piccole imprese che sono il nocciolo duro della nostra economia reale. Infatti, le piccole e medie imprese - si legge nella relazione parlamentare che ha accompagnato la ratifica della convenzione dell'Onu contro la corruzione diventata legge il 14 agosto del 2009 - , "oltre a non avere i mezzi strutturali e finanziari delle grandi imprese (che consentono loro interventi diretti e distorsivi) risultano avere meno peso politico e minori disponibilità economiche per far fronte alla richiesta di tangenti". La corruzione diventa un costo fisso per le imprese e un onere che incide pesantemente nelle decisioni di investimento. Sono costi, per le piccole e medie imprese, che possono essere determinanti per l'entrata nel mercato, così come possono causarne l'uscita dal mercato. E in ogni caso sono costi che hanno rilevanti ricadute su altri fronti: ricerca, innovazioni tecnologiche, manutenzione, sicurezza personale, tutela ambientale.
Per queste ragioni, la corruzione dovrebbe trovare una sua assoluta priorità nell'agenda politica e gli italiani se ne rendono conto anche se magari non sanno, come ha scritto il ministro Renato Brunetta, che il balzello occulto della corruzione "equivale a una tassa di mille euro l'anno per ogni italiano, neonati inclusi". Secondo Trasparency International, un organismo "no profit" che studia il fenomeno della corruzione a livello globale, il 44 per cento degli italiani crede che la corruzione "incide in modo significativo" sulla sua vita personale e familiare; per il 92 per cento nel sistema economico; per il 95 nella vita politica; per il 85 sulla cultura e i valori della società. Più del 70 per cento della società ritiene che nei prossimi anni la corruzione sia destinata a non diminuire.
Il disastroso quadro nazionale è noto agli organismi internazionali. È di questi giorni il rapporto del Consiglio d'Europa sulla corruzione in Italia. Il Consiglio rileva che in Italia i casi di malversazione sono in aumento; che le condanne sono diminuite; i processi non si concludono per le tattiche dilatorie che ritardano i dibattimenti e favoriscono la prescrizione; la normativa è disorganica; la pubblica amministrazione ha una discrezionalità che confina con l'arbitrarietà. Il gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d'Europa (Greco) ha inviato all'Italia 22 raccomandazioni di stampo amministrativo (introduzione di standard etici, per dire), procedurali (per evitare l'interruzione dei processi) normative (nuove figure di reato).
La risposta alle preoccupazioni della comunità internazionale - che appena al G8 dell'Aquila ha sottoscritto il dodecalogo dell'Ocse per un global legal standard (peraltro fortemente voluto da Tremonti) - è ora nel disegno di legge della "prescrizione svelta". La corruzione è trascurabile. Non è il piombo sulle ali dell'economia italiana. Non è la tossina che avvelena il metabolismo della società italiana. Non è il muro che ci impedisce di scorgere il futuro. È un grattacapo del capo del governo. Bisogna eliminarlo anche al prezzo di non avere più un futuro per l'Italia intera. Dove sono in questo piano inclinato "gli uomini del fare" che credono nella loro impresa, nel merito, nel mercato, nella concorrenza? E perché tacciono?
Più grave è il reato, minore è il tempo per giudicarlo. I magistrati avranno tutto il tempo per processare uno scippatore e tempi contingentati per venire a capo, per dire, di abuso d'ufficio, frodi comunitarie, frodi fiscali, bancarotta preferenziale, truffa semplice o aggravata: quel mascalzone di Bernard Madoff, che ha trafugato 50 miliardi di dollari ai suoi investitori, ne gioirebbe maledicendo di non essere nato italiano.
Ora il disegno di legge potrà essere corretto e limato ma - statene certi - non potrà mai lasciare per strada la corruzione propria e impropria perché Silvio Berlusconi, imputato di corruzione in atti giudiziari e con il corrotto già condannato in appello (David Mills), ha bisogno di quel "salvacondotto" per levarsi dai guai. Un primo risultato si può allora scolpire nella pietra: l'Italia è il solo Paese dell'Occidente che considera la corruzione un reato non grave e dunque, se le parole e le intenzioni hanno un senso, una pratica penalmente lieve, socialmente risibile, economicamente tranquilla. Nessuno pare chiedersi se ce lo possiamo permettere; quali ne saranno i frutti; quali i costi economici e immateriali; quale il futuro di un Paese dove "corrotto" e "corruttore" sono considerati attori sociali infinitamente meno pericolosi di "scippatore", "immigrato clandestino", "automobilista distratto", e la corruzione così inoffensiva da meritare una definitiva depenalizzazione o una permanente amnistia.
Il silenzio su questo aspetto decisivo della "prescrizione svelta", inaugurata dalla "legge Berlusconi", è sorprendente. È sbalorditivo che il ... dibattito pubblico sul minaccioso pasticcio, cucinato dagli avvocati del premier nel suo interesse, non veda protagonisti anche la Confindustria, chi ha cara la piccola e media impresa, i sindacati, gli economisti, le autorità di controllo del mercato e della concorrenza, le associazioni dei risparmiatori e dei consumatori, i ministri del governo che ancora oggi si dannano l'anima per dare competitività al "sistema Italia". Come se il circuito mediatico e "pubblicitario" del presidente del consiglio fosse riuscito a gabellare per autentica la storia di un ennesimo conflitto tra politica e giustizia, e dunque soltanto affare per giuristi, toghe e giornalisti. Come se questo progetto criminofilo non parlasse di sviluppo e arretratezza; di passato e di futuro; di convivenza civile, organizzazione sociale, legittimità delle istituzioni, trasparenza dell'azione dei policy maker; di competitività e credibilità internazionale del Paese.
È stupefacente questo silenzio perché ognuno di noi paga ancora oggi e pagherà domani, con l'ipoteca sul futuro di figli e nipoti, il prezzo della corruzione del passato, quasi sette punti di prodotto interno lordo ogni anno, 25mila euro di debito per ciascun cittadino della Repubblica, neonati inclusi. Settanta miliardi di euro di interessi passivi, sottratti ogni anno alle infrastrutture, al welfare, alla formazione, alla ricerca. È una condizione che corifei e turiferari, vespi e minzolini, occultano all'opinione pubblica. È necessario qualche ricordo allora per chi crede al "colpo di Stato giudiziario", alla finalità tutta politica dell'azione delle procure, favola ancora in voga in queste ore nel talk-show influenzati dal Cavaliere. Quando Mani Pulite muove i suoi primi passi, il giro di affari della corruzione italiana è di diecimila miliardi di lire l'anno, con un indebitamento pubblico tra i 150 e il 250 mila miliardi più 15/25 miliardi di interessi passivi. L'abitudine alla corruzione cancella ogni sensibilità del ceto politico per i conti pubblici. Inesistente negli anni sessanta, il debito cresce fino al 60 per cento del prodotto interno lordo negli anni ottanta. Sale al 70 per cento nel 1983. Tocca il 92 per cento nei quattro anni (1983/1987) di governo Craxi, per chiudere alla vigilia di Mani Pulite, nel 1992, al 118 per cento. Non c'è dubbio che, in quegli anni, una maggiore attenzione della magistratura alla corruzione, e la consapevolezza sociale del danno che produce, favorisce il parziale rientro dal debito, utile per adeguarsi ai parametri di Maastricht. Di quegli anni - 1993/1994 - è infatti il picco di denunce dei delitti di corruzione. Con il tempo, la tensione si allenta. Lentamente la curva dei delitti denunciati decresce e nel 2000 torna ai livelli del 1991, quelli antecedenti all'emersione di Tangentopoli. Negli anni successivi la legislazione ad personam (taglio dei tempi di prescrizione per i reati economici, dalla corruzione al falso in bilancio), i condoni fiscali, le difficoltà della legge sul "risparmio" (in realtà sulla governance) chiudono il cerchio e una stagione.
Da qui, allora, occorre muovere per comprendere e giudicare un progetto che può spingere l'Italia, nell'interesse di uno, in prossimità di una condizione da "paese emergente". Perché la difficoltà della nostra storia recente nasce nel fondo oscuro della corruzione. Tirarsene fuori è una necessità in quanto c'è - non è un segreto, anche se è trascurato dal discorso pubblico e dai cantori dell'Egoarca - una simmetria perfetta tra la corruzione e le criticità per la società e il Paese. Mercati dominati da distorsioni e "tasse immorali" (60 miliardi di euro ogni anno per la Corte dei Conti) garantiscono benefici soltanto agli insiders della combriccola corruttiva. Oltre a perdere competitività, i mercati corrotti non attraggono investimenti di capitale straniero e sono segnati da una bassa crescita (troppe barriere all'entrata, troppi rischi di investimento). Non c'è studio o analisi che non confermi la relazione tra il grado di corruzione e la crescita economica, soprattutto per quanto riguarda le medie e piccole imprese che sono il nocciolo duro della nostra economia reale. Infatti, le piccole e medie imprese - si legge nella relazione parlamentare che ha accompagnato la ratifica della convenzione dell'Onu contro la corruzione diventata legge il 14 agosto del 2009 - , "oltre a non avere i mezzi strutturali e finanziari delle grandi imprese (che consentono loro interventi diretti e distorsivi) risultano avere meno peso politico e minori disponibilità economiche per far fronte alla richiesta di tangenti". La corruzione diventa un costo fisso per le imprese e un onere che incide pesantemente nelle decisioni di investimento. Sono costi, per le piccole e medie imprese, che possono essere determinanti per l'entrata nel mercato, così come possono causarne l'uscita dal mercato. E in ogni caso sono costi che hanno rilevanti ricadute su altri fronti: ricerca, innovazioni tecnologiche, manutenzione, sicurezza personale, tutela ambientale.
Per queste ragioni, la corruzione dovrebbe trovare una sua assoluta priorità nell'agenda politica e gli italiani se ne rendono conto anche se magari non sanno, come ha scritto il ministro Renato Brunetta, che il balzello occulto della corruzione "equivale a una tassa di mille euro l'anno per ogni italiano, neonati inclusi". Secondo Trasparency International, un organismo "no profit" che studia il fenomeno della corruzione a livello globale, il 44 per cento degli italiani crede che la corruzione "incide in modo significativo" sulla sua vita personale e familiare; per il 92 per cento nel sistema economico; per il 95 nella vita politica; per il 85 sulla cultura e i valori della società. Più del 70 per cento della società ritiene che nei prossimi anni la corruzione sia destinata a non diminuire.
Il disastroso quadro nazionale è noto agli organismi internazionali. È di questi giorni il rapporto del Consiglio d'Europa sulla corruzione in Italia. Il Consiglio rileva che in Italia i casi di malversazione sono in aumento; che le condanne sono diminuite; i processi non si concludono per le tattiche dilatorie che ritardano i dibattimenti e favoriscono la prescrizione; la normativa è disorganica; la pubblica amministrazione ha una discrezionalità che confina con l'arbitrarietà. Il gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d'Europa (Greco) ha inviato all'Italia 22 raccomandazioni di stampo amministrativo (introduzione di standard etici, per dire), procedurali (per evitare l'interruzione dei processi) normative (nuove figure di reato).
La risposta alle preoccupazioni della comunità internazionale - che appena al G8 dell'Aquila ha sottoscritto il dodecalogo dell'Ocse per un global legal standard (peraltro fortemente voluto da Tremonti) - è ora nel disegno di legge della "prescrizione svelta". La corruzione è trascurabile. Non è il piombo sulle ali dell'economia italiana. Non è la tossina che avvelena il metabolismo della società italiana. Non è il muro che ci impedisce di scorgere il futuro. È un grattacapo del capo del governo. Bisogna eliminarlo anche al prezzo di non avere più un futuro per l'Italia intera. Dove sono in questo piano inclinato "gli uomini del fare" che credono nella loro impresa, nel merito, nel mercato, nella concorrenza? E perché tacciono?
Fonte: Giuseppe D'Avanzo - Repubblica
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La minaccia di fine impero
In una "normale" democrazia, bipolare e liberale, le parole di Renato Schifani suonerebbero come un'ovvietà. La maggioranza degli eletti è garante del patto programmatico sottoscritto con gli elettori attraverso il voto. Se quella garanzia salta, la parola torna al popolo sovrano. Nell'autocrazia berlusconiana, plebiscitaria e illiberale, questi concetti elementari diventano un'enormità.
Probabilmente è ancora presto per considerare il discorso del presidente del Senato come un "certificato di morte" del governo. Più verosimilmente quel testo riflette un male incurabile di questo centrodestra, ma non ancora la sua crisi finale. Va catalogato sotto la voce "minacce". Minacce alle istituzioni "nemiche": il capo dello Stato non si illuda, in caso di caduta di questo governo, di ripercorrere le orme di Scalfaro e di evitare le elezioni anticipate cercando altre maggioranze. Minacce alle istituzioni "amiche": Gianfranco Fini non si illuda, la sua idea di una destra laica, istituzionale, repubblicana, cioè "alta" e "altra" rispetto a quella da bassa macelleria costituzionale incarnata dal Cavaliere, non avrà diritto di cittadinanza fuori dal berlusconismo. Minacce alle opposizioni "interne": tutti coloro che, dentro la coalizione, sono tentati di seguire il presidente della Camera sui paletti alla legge-vergogna del processo breve, sulla bioetica, sull'immigrazione, magari anche sulla sfiducia a Cosentino, non avranno più un posto dove sedersi in Parlamento, in una quarta legislatura berlusconiana. Minacce alle opposizioni "esterne": il Pd non coltivi ambizioni neo-proporzionaliste, in uno schieramento che aggreghi tutti, dall'Udc all'Idv, perché in una nuova campagna elettorale il premier asfalterebbe qualunque "Comitato di liberazione nazionale".
C'è tutto questo, nel monito che il Cavaliere ha lanciato per interposto Schifani. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non leggere, in quelle parole, anche qualcosa di più serio e più grave. Per due ragioni. La prima ragione è tattica. Il ... ricatto delle elezioni anticipate, da tempo ventilato nei corridoi e adesso gridato dalla seconda carica dello Stato, rischia di non essere "un'arma fine di mondo", ma "una freccia spuntata". Intanto perché, a dispetto delle sue certezze ufficiali, il premier non è più così sicuro di vincere le elezioni. E poi perché, in caso di scioglimento anticipato delle Camere, svanirebbe per lui qualunque possibilità di costruirsi l'ennesimo "scudo" legislativo contro i processi Mills e diritti tv Mediaset. E lui di quella "protezione" ha un bisogno vitale. Anche a costo di far ingoiare al Parlamento un'altra dose di "ghedinate". Anche a costo di far riesplodere un conflitto istituzionale con il Quirinale e con la Consulta.
La seconda ragione è strategica. Se dopo appena venti mesi dal clamoroso trionfo del 13 aprile 2008 questa maggioranza è chiamata ogni giorno ad interrogarsi sulla sua sopravvivenza e ad esorcizzare lo spettro delle elezioni anticipate, vuol dire che un destino sta per compiersi. Nell'avvertimento del presidente del Senato di oggi si sente un'eco sinistra di quello che lanciò l'allora presidente della Camera nell'autunno del 2007. All'epoca Fausto Bertinotti definì Prodi, capo del governo unionista, "il più grande poeta morente", rubando la celebre definizione che Ennio Flaiano usò per Cardarelli. Per il Berlusconi attuale vale la stessa immagine. Anche il Cavaliere, ormai, appare come "il più grande poeta morente". Da mesi ha smesso di governare l'Italia. Da settimane mena solo fendenti contro alleati e avversari. Da giorni non riesce più neanche a parlare al Paese.
Sabato scorso il suo esegeta più fine, Giuliano Ferrara, si chiedeva sul Foglio: "L'avvenire del berlusconismo è forse alle nostre spalle?". La risposta è sì. Assisteremo ad altre scosse. Magari vedremo altri "predellini". Ma il Cavaliere, ormai, potrà solo sopravvivere a se stesso.
Probabilmente è ancora presto per considerare il discorso del presidente del Senato come un "certificato di morte" del governo. Più verosimilmente quel testo riflette un male incurabile di questo centrodestra, ma non ancora la sua crisi finale. Va catalogato sotto la voce "minacce". Minacce alle istituzioni "nemiche": il capo dello Stato non si illuda, in caso di caduta di questo governo, di ripercorrere le orme di Scalfaro e di evitare le elezioni anticipate cercando altre maggioranze. Minacce alle istituzioni "amiche": Gianfranco Fini non si illuda, la sua idea di una destra laica, istituzionale, repubblicana, cioè "alta" e "altra" rispetto a quella da bassa macelleria costituzionale incarnata dal Cavaliere, non avrà diritto di cittadinanza fuori dal berlusconismo. Minacce alle opposizioni "interne": tutti coloro che, dentro la coalizione, sono tentati di seguire il presidente della Camera sui paletti alla legge-vergogna del processo breve, sulla bioetica, sull'immigrazione, magari anche sulla sfiducia a Cosentino, non avranno più un posto dove sedersi in Parlamento, in una quarta legislatura berlusconiana. Minacce alle opposizioni "esterne": il Pd non coltivi ambizioni neo-proporzionaliste, in uno schieramento che aggreghi tutti, dall'Udc all'Idv, perché in una nuova campagna elettorale il premier asfalterebbe qualunque "Comitato di liberazione nazionale".
C'è tutto questo, nel monito che il Cavaliere ha lanciato per interposto Schifani. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non leggere, in quelle parole, anche qualcosa di più serio e più grave. Per due ragioni. La prima ragione è tattica. Il ... ricatto delle elezioni anticipate, da tempo ventilato nei corridoi e adesso gridato dalla seconda carica dello Stato, rischia di non essere "un'arma fine di mondo", ma "una freccia spuntata". Intanto perché, a dispetto delle sue certezze ufficiali, il premier non è più così sicuro di vincere le elezioni. E poi perché, in caso di scioglimento anticipato delle Camere, svanirebbe per lui qualunque possibilità di costruirsi l'ennesimo "scudo" legislativo contro i processi Mills e diritti tv Mediaset. E lui di quella "protezione" ha un bisogno vitale. Anche a costo di far ingoiare al Parlamento un'altra dose di "ghedinate". Anche a costo di far riesplodere un conflitto istituzionale con il Quirinale e con la Consulta.
La seconda ragione è strategica. Se dopo appena venti mesi dal clamoroso trionfo del 13 aprile 2008 questa maggioranza è chiamata ogni giorno ad interrogarsi sulla sua sopravvivenza e ad esorcizzare lo spettro delle elezioni anticipate, vuol dire che un destino sta per compiersi. Nell'avvertimento del presidente del Senato di oggi si sente un'eco sinistra di quello che lanciò l'allora presidente della Camera nell'autunno del 2007. All'epoca Fausto Bertinotti definì Prodi, capo del governo unionista, "il più grande poeta morente", rubando la celebre definizione che Ennio Flaiano usò per Cardarelli. Per il Berlusconi attuale vale la stessa immagine. Anche il Cavaliere, ormai, appare come "il più grande poeta morente". Da mesi ha smesso di governare l'Italia. Da settimane mena solo fendenti contro alleati e avversari. Da giorni non riesce più neanche a parlare al Paese.
Sabato scorso il suo esegeta più fine, Giuliano Ferrara, si chiedeva sul Foglio: "L'avvenire del berlusconismo è forse alle nostre spalle?". La risposta è sì. Assisteremo ad altre scosse. Magari vedremo altri "predellini". Ma il Cavaliere, ormai, potrà solo sopravvivere a se stesso.
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica
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L'asse Veltroni-Fini: proposta bipartisan per il voto agli immigrati
Il ministro della Cultura Sandro Bondi studia il connubio con estremo sospetto. «Occore valutare con molta attenzione la saldatura avvenuta tra la sinistra e gli ex Msi», avverte, con un linguaggio da analisi dei movimenti extraparlamentari. Bossi va su tutte le furie: «Gli immigrati devono restare a casa loro». A far saltare i nervi alla maggioranza questa volta è lo schieramento messo insieme appunto dall'ex segretario del Pd attorno alla proposta di legge per riconoscere il diritto di voto amministrativo ai cittadini extracomuntiari residenti in Italia da più di cinque anni.
Un tema diventato una bandiera, oltre che dell'ex sindaco di Roma, anche del presidente della Camera Gianfranco Fini. E le firme in calce alla proposta di legge di cui Veltroni è primo firmatario sono lo specchio di quest'asse: vanno da Flavia Perina, direttore del secolo d'Italia, al veltroniano Jean Leonard Toaudì, già assessore alle politiche della sicurezza capitoline, adesso senatore, dal dipietrista Leoluca Orlando al casiniano Roberto Rao.
È la via veltroniana al dialogo. Seminata fin dai tempi in cui Veltroni era sindaco di Roma. E la direttrice Flavia Perina dalle colonne del Secolo d'Italia rendeva omaggio alla sua pax. E persino alla criticatissima Notte bianca. Adesso il dialogo si sposta su un asse molto più sensibile. «Ci sono materie sulle quali le persone si muovono animate dal vincolo di coscienza, temi sui quali è naturale che persone con idee diverse possano convergere», spiega l'ex segretario del Pd, che usa come parole d'ordine «inclusione e responsabilizzazione». Perina gli fa eco criticando il titolo del Giornale: «Veltroni e la direttrice del Secolo uniti. Nella lotta contro Silvio». «Dobbiamo superare questi schemi e la ... demonizzazione di chi li supera per un interesse nazionale», spiega la deputata. Finiana doc. Quanto agli strali che arrivano dalla maggioranza: «Nei grandi partiti ci sono avanguardie e corpo del partito. Noi facciamo parte di questa avanguardia».
E se la saldatura tra veltroni e i finiani insospettisce il fedelissimo del Cavaliere, Sandro Bondi, su Umberto Bossi ha l'effetto di rinvogorire la sa anima leghista: «Noi restiamo della nostra idea: gli immigrati devono essere mandati a casa loro. Non c'è lavoro nemmeno per noi...». «Si può anche dire lasciamoli a casa loro, ma un'anatema o una battuta liquidatoria non risolve i problemi», non si fa attendere la bacchettata del presidente della Camera Gianfranco Fini.
«Senza presunzioni, un Paese come l'Italia per alcune sue caratteristiche - il non avere un passato coloniale e l'esperienza dell'emigrazione - perchè non si interroga su cosa può essere l'integrazione vera? Io non ho una ricetta, faccio delle riflessioni che non possono essere liquidate come boutade estemporanee perchè è un tema che ci occuperà per i prossimi 15-20 anni», spiega Fini al convegno «L'Italia a chi la ama» organizzato dalla fondazione Farefuturo a Montecitorio. Secondo Fini non ha funzionato né il modello francese improntato all'«assimilazionismo» né quello del «Londoninstan». Perciò - spiega - bisogna riflettere su un nuovo modello basato sui «due pilastri della legalità e dell'integrazione»: «Con la stessa convinzione con cui ho firmato una legge che porta il mio nome chiedo alla politica di occuparsi dell'altra faccia della medaglia».
Un tema diventato una bandiera, oltre che dell'ex sindaco di Roma, anche del presidente della Camera Gianfranco Fini. E le firme in calce alla proposta di legge di cui Veltroni è primo firmatario sono lo specchio di quest'asse: vanno da Flavia Perina, direttore del secolo d'Italia, al veltroniano Jean Leonard Toaudì, già assessore alle politiche della sicurezza capitoline, adesso senatore, dal dipietrista Leoluca Orlando al casiniano Roberto Rao.
È la via veltroniana al dialogo. Seminata fin dai tempi in cui Veltroni era sindaco di Roma. E la direttrice Flavia Perina dalle colonne del Secolo d'Italia rendeva omaggio alla sua pax. E persino alla criticatissima Notte bianca. Adesso il dialogo si sposta su un asse molto più sensibile. «Ci sono materie sulle quali le persone si muovono animate dal vincolo di coscienza, temi sui quali è naturale che persone con idee diverse possano convergere», spiega l'ex segretario del Pd, che usa come parole d'ordine «inclusione e responsabilizzazione». Perina gli fa eco criticando il titolo del Giornale: «Veltroni e la direttrice del Secolo uniti. Nella lotta contro Silvio». «Dobbiamo superare questi schemi e la ... demonizzazione di chi li supera per un interesse nazionale», spiega la deputata. Finiana doc. Quanto agli strali che arrivano dalla maggioranza: «Nei grandi partiti ci sono avanguardie e corpo del partito. Noi facciamo parte di questa avanguardia».
E se la saldatura tra veltroni e i finiani insospettisce il fedelissimo del Cavaliere, Sandro Bondi, su Umberto Bossi ha l'effetto di rinvogorire la sa anima leghista: «Noi restiamo della nostra idea: gli immigrati devono essere mandati a casa loro. Non c'è lavoro nemmeno per noi...». «Si può anche dire lasciamoli a casa loro, ma un'anatema o una battuta liquidatoria non risolve i problemi», non si fa attendere la bacchettata del presidente della Camera Gianfranco Fini.
«Senza presunzioni, un Paese come l'Italia per alcune sue caratteristiche - il non avere un passato coloniale e l'esperienza dell'emigrazione - perchè non si interroga su cosa può essere l'integrazione vera? Io non ho una ricetta, faccio delle riflessioni che non possono essere liquidate come boutade estemporanee perchè è un tema che ci occuperà per i prossimi 15-20 anni», spiega Fini al convegno «L'Italia a chi la ama» organizzato dalla fondazione Farefuturo a Montecitorio. Secondo Fini non ha funzionato né il modello francese improntato all'«assimilazionismo» né quello del «Londoninstan». Perciò - spiega - bisogna riflettere su un nuovo modello basato sui «due pilastri della legalità e dell'integrazione»: «Con la stessa convinzione con cui ho firmato una legge che porta il mio nome chiedo alla politica di occuparsi dell'altra faccia della medaglia».
Fonte: L'Unità
Si muove un po’ di base, il Pd va verso una sua iniziativa anti-5/12
Riprendere il centro della scena, non lasciarla a Di Pietro, soprattutto saldare la questione della gustizia con quella sociale e anzi privilegiare quest’ultimo aspetto, «non ci sono solo i problemi suoi». Bersani punta a buttare il Pd nella fornace politica che verosimilmente a dicembre toccherà temperature elevate, mentre si affievolisce la polemica interna sulla partecipazione dei democrat al 5 dicembre non foss’altro perché nelle sue ultime uscite è parso evidente l’intento polemico di Di Pietro contro il Pd.
Ma Civati ha fatto anche qualcosa di più. Ha lanciato l’idea di Mille piazze («Facile: il 18 alle 18»), «un’iniziativa nata dal web che ha portato a una mobilitazione notevole in pochissimo tempo», ha spiegato. C’era stato un prologo a Milano martedì, poi ieri pomeriggio si è avuto il grosso degli appuntamenti: tra le altre ci sono state iniziative a Roma (con l’adesione della federazione cittadina), Lecco, Varese, Monza, Mantova, Livorno, Piombino, Firenze, Prato, Pisa, Poggibonsi, Oristano, Sassari, Udine, Macerata, Salerno e Bari. «Noi non abbiamo fatto altro che proporre ai circoli di organizzarsi da soli, visto che a Roma non si fa altro che litigare con Di Pietro. Abbiamo suggerito di fare iniziative attorno all’appello di Saviano, stanno succedendo delle cose sulle quali un partito deve prendere posizione. Qui mi sembra che siamo un po’ al manierismo, si fanno polemiche con chi vuole chiedere le dimissioni di Berlusconi...», dice Civati.
Dirigenti e vicepresidenti dei gruppi
Alla direzione di martedì Bersani annuncerà i nomi dei componenti dei due organi dirigenti del partito, l’ufficio politico (che non dovrebbe però chiamarsi così) e la segreteria “operativa”. Il segretario sta componendo tutte le caselle, attendendo per esempio l’esito della vicenda europea di D’Alema che avrà conseguenze dirette sulla scelta degli uomini della sua componente da collocare nella segreteria. Top secret anche il responsabile giustizia, incarico particolarmente delicato, per il quale è circolato il nome autorevole di Piero Fassino. Dopo la doppia elezione di Franceschini e Finocchiaro, forse subirà un ulteriore rinvio la nomina dei vicepresidenti dei gruppi. Al momento, gli unici veramente sicuri sono i sostenitori di Ignazio Marino: Rosa Calipari alla camera e Felice Casson al senato.
Weekend in piazza
Al Nazareno si mette in cantiere una due giorni di mobilitazione in tutto il paese. Probabilmente cadrà il 12 e 13 dicembre. Sarà una iniziativa (anzi: mille iniziative) forse meno eclatante dal punto di vista squisitamente mediatico ma più capillare e perciò più “popolare”: questo vuole Bersani, che martedì mattina alla direzione esporrà i dettagli della mobilitazione, la prima da quando è segretario.Le mille piazze di Civati
C’è anche da dire che “la base” in qualche modo si muove. Almeno è questo l’obiettivo di Pippo Civati, che lunedì alla riunione della direzione aveva chiesto appunto che il Pd stesse “dentro” l’iniziativa del 5 dicembre annunciando che lui ... in piazza ci andrà.Ma Civati ha fatto anche qualcosa di più. Ha lanciato l’idea di Mille piazze («Facile: il 18 alle 18»), «un’iniziativa nata dal web che ha portato a una mobilitazione notevole in pochissimo tempo», ha spiegato. C’era stato un prologo a Milano martedì, poi ieri pomeriggio si è avuto il grosso degli appuntamenti: tra le altre ci sono state iniziative a Roma (con l’adesione della federazione cittadina), Lecco, Varese, Monza, Mantova, Livorno, Piombino, Firenze, Prato, Pisa, Poggibonsi, Oristano, Sassari, Udine, Macerata, Salerno e Bari. «Noi non abbiamo fatto altro che proporre ai circoli di organizzarsi da soli, visto che a Roma non si fa altro che litigare con Di Pietro. Abbiamo suggerito di fare iniziative attorno all’appello di Saviano, stanno succedendo delle cose sulle quali un partito deve prendere posizione. Qui mi sembra che siamo un po’ al manierismo, si fanno polemiche con chi vuole chiedere le dimissioni di Berlusconi...», dice Civati.
Dirigenti e vicepresidenti dei gruppi
Alla direzione di martedì Bersani annuncerà i nomi dei componenti dei due organi dirigenti del partito, l’ufficio politico (che non dovrebbe però chiamarsi così) e la segreteria “operativa”. Il segretario sta componendo tutte le caselle, attendendo per esempio l’esito della vicenda europea di D’Alema che avrà conseguenze dirette sulla scelta degli uomini della sua componente da collocare nella segreteria. Top secret anche il responsabile giustizia, incarico particolarmente delicato, per il quale è circolato il nome autorevole di Piero Fassino. Dopo la doppia elezione di Franceschini e Finocchiaro, forse subirà un ulteriore rinvio la nomina dei vicepresidenti dei gruppi. Al momento, gli unici veramente sicuri sono i sostenitori di Ignazio Marino: Rosa Calipari alla camera e Felice Casson al senato.
Fonte: Mario Lavia - Europa
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