giovedì 26 gennaio 2012

Scuola, addio ai fondi per l'autonomia solo un euro - Salvo Intravaia su Repubblica

"Quasi azzerati i fondi destinati alle scuole per l'autonomia scolastica". L'allarme è stato lanciato dalla Flc Cgil, che chiede un incontro urgente al ministro Francesco Profumo. In oltre 10 anni, il finanziamento della legge 440/97 ("Istituzione del Fondo per l'arricchimento e l'ampliamento dell'offerta formativa e per gli interventi perequativi"), quella che finanzia l'autonomia scolastica, è stato ridotto all'osso. Degli 87 milioni di euro previsti dal Parlamento per lo scorso anno scolastico (ma che sono stati erogati solo quest'anno), poco meno di 11 andranno direttamente alle scuole per realizzare i progetti del Piano dell'offerta formativa: una specie di elemosina se si considera che le scuole italiane sono oltre 10mila e potranno aspettarsi qualcosa come mille euro a testa.
Ecco perché la quota di finanziamento che gli istituti chiedono alle famiglie è, come abbiamo scritto la scorsa settimana 1, in continuo aumento, arrivando a superare l'80 per cento dell'intero budget annuale, esclusi gli stipendi del personale. Nel 2000, la parte di finanziamento che andava direttamente nelle casse delle scuole era pari a 166,7 milioni di euro, ridotti adesso del 93 per cento. "Mentre il ministro - spiegano dalla Cgil - parla di autonomia responsabile e di potenziamento della stessa attraverso la messa a punto di strumenti efficaci di programmazione, le scuole subiscono l'ennesimo scippo dei fondi a loro destinati".
E senza risorse, pur con tutta la buona volontà possibile, l'autonomia scolastica rimane scritta solo sulla carta. Soprattutto per i tanti istituti dei quartieri periferici e a rischio, dove alle famiglie la scuola non può chiedere nulla, quando non deve aiutare le famiglie dei propri alunni. Ma non solo. Sulle ultime due direttive, in perfetto stile gelminiano, è calato il mistero: tutti ne parlano ma nessuno le ha mai viste. Lo scorso 19 dicembre, viale Trastevere emana una nota dal titolo ambizioso: "Finanziamento dei Piani dell'offerta

Il laureato - Michele Serra su Repubblica

Anteporre una buona scuola professionale a una mediocre e tardiva laurea, come ha fatto il viceministro Martone, significa affrontare un tabù. Nella tradizione classista del nostro Paese, le scuole professionali e i lavori manuali sono considerati da sempre lo sbocco naturale dei figli dei poveri; la laurea, il dovuto approdo dei figli dei ricchi. E dunque, quel politico che faccia l'elogio delle scuole professionali rischia di passare per un reazionario che non vuole aprire a tutti le porte dell'università. Ma io credo che Martone alludesse a un'altra verità, tutt'altro che reazionaria: tra un "dottore" dequalificato e mal pagato e un artigiano che sa il fatto suo, chi se la passa meglio? La destrezza manuale è, tra l'altro, cultura essa stessa, specie in un Paese di artigiani e tecnici sopraffini quale siamo da qualche secolo. Il disprezzo per il lavoro manuale in quanto tale, e per scuole professionali a volte ben più brillanti e funzionali di certi deprimenti atenei, è uno dei veri grandi problemi dei nostri figli. Convinti, anche per colpa nostra, che un dottorato a prescindere valga un'autorevolezza sociale che solo il lavoro (anche manuale) è invece in grado di dare. Una società di piccolo-borghesi frustrati non è affatto migliore di una società di artigiani e operai realizzati.

I gattopardi del post-leghismo - Gad Lerner su Repubblica

Nell'epoca post-leghista che ormai si annuncia, il disfacimento territoriale italiano va producendosi in ondate secessioniste ancor più insidiose, provenienti dal Sud anziché dal Nord. La storia della penisola ci ammonisce: un separatismo non vale l'altro.
Siamo ben lungi dai Vespri siciliani. Nel Mezzogiorno assistiamo alla frantumazione del centrodestra ad opera di leader che s'improvvisano leghisti per mantenere il controllo sui loro feudi insidiati, dove gli affari s'intrecciano all'ombra della criminalità organizzata e la protesta ha ben poco di spontaneo.
Oggi la fantasia disperata della Trinacria indipendente rischia di lacerare l'unità del Paese più ancora della stessa invenzione-Padania. La propagazione rapidissima, oltre lo stretto di Messina, lungo le arterie fragili della logistica autostradale, di movimenti dalle denominazioni minacciose come "Forza d'urto" o, peggio, i "Forconi", rivela un disegno di contropotere finalizzato a strumentalizzare il disagio sociale. Con ben altri padrini che non i soli leader dei mini-sindacati corporativi. Lasciamo Beppe Grillo a preconizzare un'imminente rivoluzione meridionale. Sono fantasie nostalgiche, al pari della pubblicistica neoborbonica che pure ha riscosso un certo successo nel monumentalizzare il brigantaggio antirisorgimentale, contrapposto alle celebrazioni del centocinquantenario. Con il plauso di troppi rais locali.
Quando un politico come Gianfranco Miccichè, più dellutriano che berlusconiano, con le sue brave relazioni bancarie al Nord, proclama che «l'obiettivo ultimo è l'indipendenza», siamo al camuffamento spudorato. Se poi Miccichè aggiunge che in Sicilia sarebbe in atto «una vera e propria rivoluzione», cerchiamo di capire

Il futuro di Emilio Fede - Sebastiano Messina su Repubblica

La Corte costituzionale ci ha spiegato ieri che il referendum sulla legge elettorale non si poteva fare perché le leggi non resuscitano. Peccato, era la nostra penultima speranza di liberarci del Porcellum, il meraviglioso sistema elettorale che ha assegnato ai capipartito il potere di nominare i parlamentari. Per credere nell'ultima speranza, quella che sia il Parlamento a fare la riforma elettorale, bisogna dar fondo all'ottimismo della volontà. Ed evitare di leggere, possibilmente, le parole di Emilio Fede, il quale ha affidato ai microfoni de "La zanzara" il suo ultimo desiderio per Berlusconi-Aladino: «Mi piacerebbe fare un'esperienza in Parlamento, magari insieme a mia moglie che è già senatrice». Ormai i seggi parlamentari si assegnano su domanda, come i trasferimenti. Con precedenza per i ricongiungimenti familiari.

Redditi, i ricchi guadagnano dieci volte più dei poveri - Luisa Grion su Repubblica

RICCHI sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. In Italia l'ascensore sociale si è rotto, le categorie di reddito sono sempre più chiusee il divario fra classi - invece di diminuire - aumenta. La tendenza accomuna quasi tutte le economie sviluppate, ma da noi la distanza è superiore rispetto alla media dei Paesi Ocse. Uomini e donne non salgono più i gradini della scala sociale e restano aggrappati alla ringhiera anche al momento delle nozze: il matrimonio tende a «polarizzare» i redditi. Il medico sposa quasi sempre il medico, l'avvocato dice «sì» solo all'avvocatessa, l'operaio all'operaia.
Ricchi con ricchi, poveri con poveri: una dura legge che nemmeno la favola bella di Cenerentola riesce a contrastare. Oggi i principi azzurri e le ricche ereditiere non rappresentano più la soluzione del problema: ce lo dice l'Ocse nel suo rapporto« Divided we stand », una spietata analisi sulla crescita delle ineguaglianze sociali presentata ieri all'Istat.
UNO A DIECI Le cifre indicate dallo studio dettano una tendenza netta: nel 2008, anno degli ultimi dati disponibili (e periodo comunque antecedente alla fase più pesante della crisi), il reddito medio del 10 per cento di popolazione più ricco del Paese era di oltre dieci volte superiore a quello del 10 per cento più povero (49.300 euro contro 4.887). A metà degli anni Ottanta il rapporto era di 8 a 1: il gap sta quindi peggiorando. Nonè un fenomeno solo italiano, sia chiaro: il divario fra più e meno abbienti, sottolinea l'Ocse, sta aumentano in quasi tutti i paesi europei. Francia a parte dove - come in Giappone - il quadro è rimasto più o meno stabile, il differenziale è salito anche nella ricca Germania e nell'evoluta penisola Scandinava

La linea d'ombra del comando - Barbara Spinelli su Repubblica

Ci viene spesso dalle esperienze di mare, perché il mare ha baratri imprevisti e quindi ferree leggi, la sapienza del comando. Quest'arte ruvida, che in democrazia è sempre guardata con un po' di diffidenza, quasi fosse arte legale ma non del tutto legittima. C'è diffidenza perché l'immaginario democratico è colmo di miraggi: là dove governa il popolo ognuno è idealmente padrone di sé, e fantastica di poter fare a meno del comando. Nella migliore delle ipotesi parliamo di responsabilità, che del comando è la logica conseguenza, in qualche modo l'ornamento. Ma la responsabilità è obbligo di ciascuno, governanti e governati. Il comandoha un ingrediente in più, un occhio in più: indispensabile.
Ancora una volta dal mare, dunque, ci giunge in questi giorni un esempio di cosa sia questo mestiere che impaura ed è al contempo profondamente anelato: il mestiere di guidare gli uomini nelle situazioni-limite, quando tutto, salvezza o disastro, dipende da chi è al comando, sempre che qualcuno ci sia. L'esempio lo conosciamo ormai: ce l'ha dato Gregorio De Falco, capo della sezione operativa della Capitaneria di porto di Livorno. Nella notte del 13 gennaio fu lui a intimare, al comandante Schettino, di tornare subito a bordo anziché cincischiare frasi sull'inaudita trasgressione appena commessa: l'abbandono del posto di comando sulla nave, prima del salvataggio di passeggeri e equipaggio. Un peccato imperdonabile in mare.
Difficile dimenticare il tono di quell'ingiunzione a rispettare le regole: incaponito, incorruttibile. Una voce analoga s'era udita a Capodanno, inattesa, quando le Guardie di finanza diedero la caccia agli evasori fiscali di Cortina, ricordando che la legge non solo esiste ma può essere applicata, per castigare chi vitupera lo Stato esattore e al tempo stesso ne profitta - le parole sono di Mario Monti - "mettendo le mani nelle tasche

Disfatta dei contratti a termine senza rinnovo altri 106mila - Federico Pace su Repubblica

Alleggerire, sfoltire e ridurre i costi. Le imprese continuano a diminuire i propri organici a un passo difficilmente sopportabile su un piano sociale. Tra gennaio e marzo, nelle stanze e negli stabilimenti delle imprese, ci saranno altri 75 mila dipendenti in meno. E a pagare più di tutti saranno quei lavoratori che hanno un contratto a tempo determinato.
I direttori del personale stanno decidendo in questi giorni, o hanno già deciso nei mesi scorsi, che a 106 mila persone, tra quelle che avevano un contratto in scadenza, non verrà concesso il rinnovo di alcun contratto. Così, tanti altri, oltre a quelli che già si sono visti espulsi dal mercato del lavoro, verranno costretti a uscire dalle aziende per ritrovarsi senza un impiego. A casa, perché già molto flessibili, e pare quasi un paradosso che proprio in questi giorni si continui a parlare di introdurre maggiore flessibilità.
Male i servizi. In tre mesi, dice il rapporto previsionale di Unioncamere-Excelsior, le uscite dalle imprese saranno quasi 230 mila e di queste quasi la metà saranno per mancati rinnovi ai dipendenti a tempo determinato. Gli altri andranno via per pensionamento e altre ragioni. I nuovi assunti saranno molti di meno: solo 152 mila. Al netto, a fine marzo, mancheranno più di 25 mila persone tra le file degli organici delle aziende delle costruzioni, 18 mila dell'industria e quasi 31 mila nelle imprese dei servizi. Proprio il terziario è il settore con la quota più elevata dei mancati rinnovi.
Lombardia e Lazio in difficoltà. Se si guarda ai valori assoluti, solo in Lombardia, i mancati rinnovi interesseranno più di 17 mila persone. Nel Lazio saranno quasi 11 mila i dipendenti con un contratto a termine che si vedranno presentato il ben servito per scadenza contrattuale e mancato rinnovo. Anche in

Il reddito delle famiglie italiane? Sotto il livello degli anni '90 - su Corriere.it

Il 27,7 per cento delle famiglie italiane è indebitato, per un ammontare medio di 43.792 euro. È quanto emerge da un'indagine della Banca d'Italia secondo cui il rapporto tra debito e reddito disponibile, un indicatore di sostenibilità dell'indebitamento che indica quante annualità di reddito sarebbero necessarie a estinguere lo stock di debito detenuto, risulta pari al 45,6 per cento per la famiglia indebitata mediana, corrispondenti a circa 5 mesi. La ricchezza familiare netta, data dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), nel 2010 presenta un valore mediano di 163.875 euro.
La Banca d'Italia sottolinea inoltre che il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 45,9 per cento della ricchezza netta familiare totale contro il 44,3 per cento registrato nel 2008. La concentrazione della ricchezza, misurata in base all'indice di Gini, è risultata pari a 0,62, in lieve aumento rispetto alla precedente rilevazione del 2008 (0,61).
PIU' POVERI DEGLI ANNI '90 - Si restringe il reddito medio delle famiglie italiane che nel 2010, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali è risultato pari a 32.714 euro, 2.726 euro al mese. Secondo la ricerca di via Nazionale in termini reali il reddito medio nel 2010 è inferiore del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991.
Tra il 2008 e il 2010 il reddito familiare è rimasto sostanzialmente invariato, con un aumento dello 0,3% in termini reali, dopo essersi contratto di circa il 3,4% nel biennio precedente. In termini di reddito equivalente, cioè quello di cui ciascun individuo dovrebbe disporre se vivesse da solo per raggiungere lo stesso tenore di vita che ha nella famiglia in cui vive, la variazione delle entrate tra 2008 e 2010 risulta leggermente più

Gdf, mille dipendenti con doppio lavoro - su Corriere.it

Controlli a tappeto. E lotta alle truffe contro lo Stato. La Guardia di finanza ha scoperto nel 2011 oltre mille dipendenti pubblici col «doppio lavoro». E non solo, le fiamme gialle hanno denunciato 17.966 truffatori, accertato danni erariali per 2 miliardi di euro e bloccati illeciti finanziamenti comunitari e nazionali per quasi 700 milioni di euro. Inoltre sono stati scoperti 4.300 finti poveri che beneficiavano di aiuti statali. «La lotta all'evasione fiscale e agli sprechi nella Pubblica amministrazione rappresentano le due facce della stessa medaglia», ha affermato il comandante generale della Guardia di Finanza, Nino Di Paolo.
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE - Scoperti «numerosi» casi di incompatibilità e di doppio lavoro a carico di dipendenti statali: 1.140 soggetti in capo ai quali, a fronte di compensi percepiti per 6 milioni di euro, sono state elevate sanzioni per 13 milioni di euro.
SANITA' - Nel comparto della spesa sanitaria, a fronte di 2 mila interventi, sono state denunciate 2.223 persone con la scoperta di truffe ai danni del Servizio sanitario nazionale per 277 milioni di euro. Sono stati inoltre eseguiti 858 interventi, d'iniziativa o su delega della Corte dei Conti, che hanno consentito di far emergere in totale sprechi per oltre 2 miliardi di euro, e di questi, 291 milioni di euro sono i danni erariali collegati alla spesa sanitaria.
NON SOLO EVASIONE - La priorità operativa della Guardia di Finanza è infatti «la tutela del bilancio nazionale che è assicurata anche da una decisa azione contro ogni tipo di spreco ed ogni forma di frode nella gestione della spesa pubblica. Non solo contrasto all'evasione fiscale dunque, ma anche recupero delle risorse distolte fraudolentemente dalle finalità pubbliche cui sono destinate». E - sottolinea la Gdf - «letti in tale ottica, gli importanti risultati ottenuti nel 2011 dalla guardia di Finanza in materia di tutela della spesa pubblica, assumono ancora maggior valenza e significato soprattutto perché nel 2012 saranno dedicate risorse e speciale attenzione alle indagini contro ogni forma di spreco».

mercoledì 25 gennaio 2012

Libertà di stampa, l'Italia precipita al 61° posto - Antonio Castaldo su Corriere della Sera

«Repressione», è questa la parola chiave del rapporto 2012 sulla libertà di stampa nel mondo stilato da Reporter Senza Frontiere. Il 2011 è stato l'anno delle rivolte contro i regimi dittatoriali del Nord Africa. Ma anche l'anno delle minacce, delle ritorsioni e delle pesanti sanzioni per i giornalisti che hanno cercato di raccontare un anno di straordinari cambiamenti.
LA POSIZIONE DELL'ITALIA - Nella classifica redatta dall'associazione internazionale l'Italia precipita dal 50° al 61° posto, ben al di sotto di tutti i principali Stati europei. Uno scivolone che si giustifica con la fase del declino del berlusconismo, quando il conflitto d'interesse è deflagrato in tutto la sua potenza, le minacce recapitate dalle organizzazioni mafiose ad oltre 12o giornalisti, con la tagliola delle richieste di risarcimento dannio usate a scopo a intimidatorio.
ALTROVE - Nel resto dell'Europa la situazione migliora. La Francia è al 38° (in risalita dalla posizione 44), la Spagna al 39°, mentre ai primissimi posti restano Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi. Interessanti i nuovi ingressi nella top 20 dei Paesi africani Capo Verde e Namimbia, dove gli osservatori internazionali hanno accertato che non esistono limitazioni all'attività giornalistica. A sorpresa perdono terreno anche gli Stati Uniti cadono invece dal gradino numero 20 direttamente al 47, scontando così alcuni gravi episodi registrati nell'ultimo periodo soprattutto nel mondo dell'informazione digitale.

martedì 24 gennaio 2012

Tricolore, forconi e matite. - Mila Spicola su L'Unità

A tre anni mi avventurai su un cornicione, la finestra del bagno era aperta e uscii, abitavamo al terzo piano. Fu un falegname a “salvarmi”, aveva il laboratorio al piano terra. Sangue freddo, citofonò a mia madre “non si allarmi, chiami subito i vigili del fuoco, si affacci dalla finestra del bagno e non urli, sennò la spaventa”. Mia madre insieme a quell’uomo riuscirono a tenermi ferma con calma, cautela e..sottovoce. Fino a quando, in silenzio, arrivarono i pompieri. Spero di riuscire a trovare la stessa chiave efficace per dire alcune cose. Con cautela, sottovoce ma con tono fermo. Per non provocare reazioni inconsulte ma solo riflessioni pacate.
A Palermo alcuni studenti, aderenti per solidarietà alla manifestazione dei forconi, ieri mattina hanno bruciato la bandiera italiana in segno di protesta “contro lo Stato che affama la gente”. Nel bene e nel male mi sento di stare con loro ma solo per dire, con cautela, calma e fermezza: “ragazzi state sbagliando”. Le cinque giornate di Sicilia continuano dunque, alimentate anche dagli studenti “a fianco dei forconi per far partire una rivoluzione che parta dalla Sicilia”.
Ci sono tutte le ragioni perché uno studente siciliano oggi protesti. Tutte: il nodo è trovare i modi e le direzioni. Negli ultimi anni molti hanno protestato per tanti motivi ma, nulla togliendo alle motivazioni valide di altre rivendicazioni, ritengo che solo il movimento studentesco abbia avuto i caratteri di autonomia, libertà e verità, checché ne pensi chi li abbia accusati di “ideologismo politico”. Ben venga l’ideologia quando si tratta di difendere diritti generali offesi o istituzioni maltrattate quale sono stati l’istruzione e la scuola. Oggi mi è

Contratti unici e capitale umano - Chiara Saraceno su Repubblica

La riduzione dei circa 40 tipi diversi di contratto di lavoro legalmente possibili oggi in Italia, e l´introduzione di un contratto unico con tutele progressive, è sicuramente una proposta attraente dal punto di vista della civilizzazione dei rapporti di lavoro e della riduzione delle disuguaglianze tra lavoratori. Non è affatto sicuro che riduca la temporaneità di fatto dei contratti, che è uno degli obiettivi espliciti dei proponenti.
È vero, infatti, che il contratto unico sarebbe a tempo indeterminato. Ma in cambio di un periodo di prova di fatto allungato fino a tre anni. Durante questo periodo, secondo le proposte in circolazione, il lavoratore può essere licenziato senza vincoli di alcun tipo, salvo quelli che puniscono il comportamento discriminatorio da parte del datore di lavoro. In caso di licenziamento con motivazioni diverse dalla giusta causa, il datore di lavoro è tenuto a pagare un indennizzo, pari a 15 giorni di stipendio ogni trimestre lavorato, secondo la proposta di Boeri e Garibaldi ripresa nel disegno di legge Nerozzi e messa ufficialmente sul tavolo della trattativa. Al lavoratore licenziato senza giusta causa allo scadere dei tre anni spetterebbe un´indennità pari a sei mesi di stipendio.
Questo obbligo di indennizzo, oltre ad offrire un cuscinetto di protezione per il lavoratore che perde il lavoro e il reddito, dovrebbe costituire un deterrente ai licenziamenti, divenuti costosi per il datore di lavoro. La proposta prevede anche l´impossibilità di ricorrere al trucco, molto utilizzato da diversi imprenditori, di licenziare e riassumere, per impedire sia la maturazione dei tre anni, sia di raggiungere il massimo dell´indennità. Ad ogni riassunzione si parte dal livello di anzianità di servizio raggiunto prima del licenziamento.
In un Paese con una classe imprenditoriale matura, che investe nella propria forza lavoro e che considera uno spreco di risorse un turn over troppo accentuato della propria forza lavoro, questo modello contrattuale apparirebbe ragionevole ed equilibrato. Le aziende, avendo un periodo di prova lungo in cui valutare, ma

Due ragioni per essere ottimisti - Luca Ricolfi su La Stampa

Con il decreto-legge sulle liberalizzazioni, che il governo preferisce chiamare «pacchetto di riforme strutturali per la crescita», è ufficialmente iniziata la «fase 2» del governo Monti, volta a far ripartire l’economia italiana. Nel giudicare l’efficacia delle misure fin qui delineate, tuttavia, sarebbe bene distinguere nettamente fra effetti a breve termine ed effetti di periodo medio-lungo.
Nel breve periodo sarebbe sbagliato aspettarsi grandi risultati. La realtà, purtroppo, è che la «fase 1» (la manovra di fine anno), con le sue pochissime riduzioni di spesa e i suoi moltissimi aumenti di entrata, ha avuto un impianto fortemente recessivo. Il che significa, in concreto, che le misure della «fase 2», più che far ripartire la crescita, si limiteranno ad attenuare la recessione preparata dalla «fase 1». Altrettanto sbagliato, tuttavia, sarebbe non vedere la straordinaria opportunità che le misure delineate nel decreto-legge di venerdì scorso offrono all’Italia nel periodo medio e lungo.
Se quelle misure non saranno abbandonate o annacquate dal parlamento, e diventeranno invece il primo tassello di una strategia di scongelamento del sistema Italia, i loro frutti potrebbero essere generosi, anche se – realisticamente – credo sarà difficile raccoglierli prima di 2-3 anni.
Che cosa mi induce, contrariamente al mio solito, a un sia pure cauto ottimismo?
Essenzialmente due considerazioni. La prima è che, nonostante le previsioni di crescita dell’Italia nel 2012 si siano ancora deteriorate nelle ultime settimane, passando da –0.5% a –2.2%, il rendimento dei nostri titoli di Stato ha finalmente cominciato a scendere, non solo nel confronto con la Germania, ma anche in quello con paesi europei a noi più comparabili, come la Spagna, la Francia, il Belgio. Da circa due settimane lo spread italiano non si limita a beneficiare della boccata di ossigeno che i mercati stanno concedendo a diversi Paesi

Una società per ridurre il debito - Massimo Mucchetti su Corriere della Sera


Come ridurre il debito pubblico e, al tempo stesso, favorire la crescita dell'economia in attesa dei benefici effetti delle liberalizzazioni, stimati (dagli ottimisti) nell'1,5% del prodotto interno lordo? Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, annuncia il pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni, circa 70 miliardi, attraverso nuovi Bot. Ma come farlo senza con ciò aumentare il debito pubblico, un macigno di 1900 miliardi di euro? Il soggetto di cui il governo Monti dispone per risolvere questa equazione a più incognite è la Cassa depositi e prestiti, una società per azioni controllata al 70% dallo Stato e al 30% da 65 fondazioni bancarie. In che modo? Trasferendole, a pagamento, partecipazioni e aziende pubbliche. Ma andiamo con ordine.
L'Italia si è impegnata a ridurre il rapporto debito pubblico/Pil dal 120 al 60% in vent'anni. Immaginandolo costante, dovremmo tagliare il debito pubblico di 45 miliardi l'anno. Un impegno tremendo per entità e durata. In sede europea, il governo cercherà di far considerare anche lo stato patrimoniale del settore privato, e di quello finanziario in particolare. Poiché su questi fronti l'Italia ha una situazione migliore di altri, potrebbe avere uno sconto sugli obiettivi annuali di rientro. In ogni caso, il 2012 e il 2013 sono previsti con l'economia in recessione, ed è un problema in più. L'Italia chiede all'Europa di rendere flessibili, in base al ciclo economico, le tappe del rientro. Ma la prova resta ardua, anche se le correzioni richieste venissero adottate. Mario Monti, d'altra parte, ha promesso di non appesantire ulteriormente la pressione fiscale.
Il governo esclude sia un'imposta patrimoniale una tantum di grande dimensione sia un prestito forzoso. Bastano, come prelievo patrimoniale, le maggiorazioni delle imposte annuali sulla casa e sul lusso. Come

Camusso: "Per noi è no, ma trattiamo su fisco e tempi dei risarcimenti" - Alessandra Barbera su La Stampa

Segretario Camusso, il momento è arrivato. Il premier vi chiede di non porre veti. 
«Abbiamo detto chiaramente che per noi l’articolo 18 non può essere oggetto di discussione. A meno che non pensino di estenderlo».
All’inizio di una trattativa si dice sempre così. Eppure il governo si siede con l’idea di trovare un compromesso attorno alla proposta Boeri-Garibaldi: in sostanza la tutela dal licenziamento verrebbe garantita solo dopo tre anni di lavoro.
«Si sono costruite aspettative sbagliate. Abbiamo firmato un accordo con Cisl e Uil proprio per sgombrare ogni dubbio. Non c’è bisogno di introdurre un nuovo tipo di contratto. Per i giovani ne esistono già di due tipi, si chiamano apprendistato e inserimento».
E’ opinione di molti che l’articolo 18 sia un elemento di irrigidimento delle assunzioni. Di più: crea un dualismo fra quelle con più di quindici dipendenti e quelle che ne hanno meno. Cosa risponde?
«Se la media delle imprese italiane avesse 14 addetti le direi che ha ragione. Invece i numeri ci dicono che sta fra i tre e i nove. Il problema delle imprese si chiamano credito e capitalizzazione. A giudicare dalle misure prese, mi pare l’abbia capito anche il governo Monti».
Ipotizziamo che io, imprenditore, assuma un dipendente a tempo indeterminato, e che poi quel lavoratore abbia comportamenti che ne meritino il licenziamento. Per ottenere ragione da un giudice devo aspettare in media cinque anni.
«Questa è l’unica questione sulla quale sono d’accordo con le imprese. Di soluzioni al problema ce ne possono essere diverse. Una può essere creare una corsia preferenziale. Per le dispute previdenziali c’è una

Semplificare senza sacrifici - Stefano Rodotà su Repubblica

Vi sono due punti nel decreto sulle liberalizzazioni che meritano d´essere sottolineati per il loro notevole significato di principio. Il primo riguarda l´eliminazione della norma che, vietando ai Comuni di costituire aziende speciali per la gestione del servizio idrico, contrastava visibilmente con il risultato del referendum sull'acqua come bene comune.
Abbandonando questa via pericolosa e illegittima, il governo non ha ceduto ad alcuna pressione corporativa ma ha fatto il suo dovere, rispettando la volontà di 27 milioni di cittadini. Certo, la costruzione degli strumenti istituzionali necessari per dare concretezza alla categoria dei beni comuni incontrerà altri ostacoli nel modo in cui lo stesso decreto disciplina nel loro insieme i servizi pubblici.
Ma il disconoscimento di una volontà formalmente manifestata con un voto avrebbe gravemente pregiudicato il già precario rapporto tra cittadini e istituzioni, inducendo ancor di più le persone a dubitare dell´utilità di impegnarsi nella politica usando tutti i mezzi costituzionalmente legittimi. Vale la pena di aggiungere che questa scelta può essere valutata considerando anche l´annuncio del ministro Passera relativo all´assegnazione delle frequenze, da lui definite nella conferenza stampa come "beni pubblici" di cui, dunque, non si può disporre nell´interesse esclusivo di ben individuati interessi privati. Senza voler sopravvalutare segnali ancora deboli, si può dire che il ricco, variegato e combattivo movimento per i beni comuni non solo ha riportato una piccola, importante vittoria, ma ha trovato una legittimazione ulteriore per proseguire nella sua azione.
Questa associazione tra acqua e frequenze non è arbitraria, poiché la ritroviamo nelle proposte della Commissione ministeriale sulla riforma dei beni pubblici. Si dovrebbe sperare che i partiti non continuino soltanto a fare da spettatori alle gesta del governo, ma comincino a rendersi conto delle loro specifiche responsabilità. Tra queste, oggi, vi è proprio quella che riguarda una nuova disciplina dei beni, per la quale

lunedì 23 gennaio 2012

Pd, salta il voto sulle primarie nuovo rilancio sul proporzionale - Giovanna Casadio su Repubblica

L´idea delle primarie per i parlamentari salta, se ne riparlerà in seguito. Ma quando accadrà, sarà una cattiva giornata: sarà il segnale che il Pd è stato sconfitto e la legge porcata non si è riusciti a cambiarla. Sulle primarie ci sono momenti di tensione all´assemblea nazionale del Pd. Pippo Civati e Salvatore Vassallo, che fino alla fine hanno insistito, ritirano l´ordine del giorno pro primarie. «E come avremmo potuto fare diversamente, dal momento che Bersani ha posto la fiducia su di sé, e ha dato la sua parola che non resterà lettera morta?», si sfoga Civati. E infatti Bersani s´impunta: «Perbacco, sono il segretario, sia pure pro tempore, se assumo l´impegno che quelle primarie le facciamo nel caso in cui non si riuscisse a cancellare il Porcellum, è così. Però chiedo: se nell´altro giro, avessimo fatto le primarie, con Berlusconi che vince e porta in Parlamento i nominati, in che cosa sarebbe cambiato il destino dell´Italia?». L´assemblea è alla sua prima convocazione nell´era del governo Monti. Dal febbraio 2011, i delegati democratici non si riuniscono, Berlusconi è il passato, «l´incubo», lo chiama D´Alema. Però non ci sono «frizzi, lazzi, e cotillon ma una discussione pacata», come sintetizza il segretario. Preoccupata soprattutto, nell´inverno "caldo" che aspetta il paese, di sostenere Monti e al tempo stesso di non perdere l´anima. Civati, accettando di soprassedere, attacca: «Oltretutto con un´assemblea di così poche persone...». Contestazioni, qualche fischio. D´Alema si avvicina a Franceschini con la fotocopia di un quotidiano pugliese in cui si parla di infiltrati nelle primarie del centrosinistra a Lecce. Però tutto resta «nel solco». Lo rivendica il segretario. Il solco è due cose: «Appoggio a Monti "senza se e senza ma" e anche senza tacere sulle nostre idee»; pancia a terra per la legge

Intervento di Bersani all'assemblea nazionale del Pd su L'Unità

Care democratiche, cari democratici,
Cari amici e compagni,
dobbiamo avere piena consapevolezza che la crisi è seria e pericolosa davvero. Dobbiamo avere piena consapevolezza che sarà un anno molto difficile per il Paese. Dobbiamo avere piena consapevolezza che anche sul piano politico, per noi non saranno rose e fiori. Chiedo dunque a tutto il gruppo dirigente impegno, unità e tenuta davanti alle difficoltà che verranno. Prima di passare al tema politico, partiamo come nostro costume dal tema economico e sociale. In una situazione già difficile avremo mesi di riduzione ulteriore delle attività economiche e difficoltà ulteriori per l’occupazione. I dati ISTAT di ieri sono impressionanti. Le crisi industriali si stanno moltiplicando e spesso coinvolgono pesantemente interi territori. Non posso farne l’elenco, qui. Un caso per tutti: l’ALCOA e il Sulcis. C’è un rischio reale di dispersione di una parte delle capacità produttive storiche del Paese. Dall’altro lato la crisi di liquidità e l’indebolimento dei consumi, mettono in serissima difficoltà le piccole imprese che operano sul mercato nazionale. Tante ne saltano, tante sono con l’acqua alla gola. Le banche non vengono a soccorso, hanno i problemi loro, legati a filo doppio coi problemi del debito pubblico. Vi sono nuove zone di povertà che non vengono intercettate, soglie vitali di reddito che vengono via via mangiate da una inflazione che rialza la testa. Tutto questo raddoppia di intensità nel Sud. Tutto questo colpisce e limita in particolare le prospettive di lavoro di vita delle donne e dei giovani.
Non ho modo qui di andare più a fondo di queste drammatiche questioni né di riassumere o elencare i possibili interventi di contrasto. Voglio da qui semplicemente rivolgere una accorata sollecitazione al Governo. Si attrezzino rapidamente strumenti, task force, sedi di monitoraggio coi soggetti sociali e le istituzioni regionali e locali per seguire i punti critici. Il tavolo del lavoro e quello delle Istituzioni potrebbero

Mercato aperto e qualche stop - Tito Boeri su Repubblica

Sostiene Bob Solow, insignito nel 1987 del Nobel per i suoi studi sulla crescita economica, che "della crescita conosciamo gli ingredienti, ma non la ricetta esatta". I provvedimenti del decreto "cresci Italia" varati ieri dal nostro Consiglio dei ministri contengono non pochi di questi ingredienti. Ci ricordano le lenzuolate della passata legislatura. Ciascuno di questi provvedimenti è destinato ad avere un effetto positivo sul reddito nazionale. I dubbi rimangono sull´entità e sulla durata di questi effetti.
Non sappiamo quanto saranno grandi e quanto dureranno nel tempo. Anche per questo quello compiuto ieri è solo un primo passo. C´è ancora tanta strada da fare e tante opposizioni da vincere. A partire dalle insidie che si nascondono dietro alla conversione in legge del decreto. Liberalizzare significa espandere i mercati, permettere che ci siano più venditori, con prezzi più bassi e dunque più compratori. Molte delle misure varate ieri rimuovono barriere all´entrata permettendo a un maggior numero di operatori di entrare nel mercato. Mercati più ampi significano più reddito e più occupazione. Al di là dei ragionamenti a tavolino, ce lo dice l´esperienza passata, ce lo dicono i dati. Pensiamo agli effetti del decreto Bersani del 1998: nelle Regioni in cui si è permesso a un maggior numero di supermercati di operare, questo ha portato con sé prezzi più bassi per i consumatori, maggior crescita della produttività e dell´occupazione, un più alto tasso di adozione di nuove tecnologie e strutture distributive più efficienti. Risultati simili sono stati ottenuti nel caso di riforme del commercio al dettaglio in Francia e nel Regno Unito. Studi sulla rimozione delle barriere all´apertura di farmacie in Belgio segnalano anche come questo comporti un aumento dell´occupazione e una

"Crescita e lavoro, ecco il piano" Intervista a Passera. - Massimo Giannini su Repubblica

«La nostra proposta è questa, e non può essere né annacquata, né snaturata. Ci sono proteste, ma sono convinto che il Paese capirà. Per questo contiamo anche in questo caso sul senso di responsabilità del Parlamento: c´è in gioco un bene comune superiore, che si chiama crescita sostenibile. Perseguiamolo, tutti insieme, andando oltre gli interessi particolari». Nel suo ufficio al ministero dello Sviluppo, Corrado Passera scorre le prime pagine dei giornali, titolate sulla sua "lenzuolata" di liberalizzazioni. «Non lo nego: sono molto soddisfatto, un gran lavoro di squadra. Venerdì è stata una bella giornata, per il governo e per l´Italia». E annuncia le prossime tappe del piano su crescita e lavoro.  
Un Consiglio dei ministri di otto ore non si ricordava da tempo. Avete litigato di brutto, o avete dovuto arginare le pressioni dei partiti? 
«Abbiamo semplicemente lavorato a fondo, con la voglia di ciascun ministro di contribuire anche alle proposte non di sua diretta pertinenza. Dopo il decreto Salva-Italia, che doveva fermare la caduta verso il baratro e convincere i mercati e l´Europa sulla nostra determinazione a perseguire il rigore finanziario, abbiamo avviato un grande piano per la crescita. Bisogna fare in modo che l´Italia si apra, come mercato e come società, in settori fino ad oggi rimasti chiusi: dall´energia ai servizi pubblici locali, dal commercio alle professioni. Bisogna dimostrare che questo Paese vuole sbloccare le sue tante paralisi e vuole imboccare il cammino delle riforme. Abbiamo messo in campo un disegno organico e strutturale, che valorizza molto le liberalizzazioni, ma poi si estenderà a tutte le leve dello sviluppo: la riforma del mercato del lavoro e le semplificazioni, le infrastrutture con lo sblocco di altri 5 miliardi di lavori che portano il totale a 20 in meno di due mesi, i 6 miliardi di incentivi Ace e Irap per le imprese che investono e assumono, i 20 miliardi per il fondo di garanzia dei crediti alle pmi. Insomma, non

Milano, nessun posto è gratis - Mario Rodriguez su Europa

Come comunicano oggi gli attori politici in Italia? Certo non con slogan messi su manifesti più o meno capaci di creare attesa e interesse. Comunicano offrendo chiavi di interpretazione di quello che accade e proponendo prospettive credibili. E quello che di politico oggi vivono le persone sono soprattutto le decisioni dei governi centrale o locali: l’attesa per le misure sulle cosiddette liberalizzazioni e quello che succede nella propria città, quello che fanno i sindaci.
Su questa esperienza diretta, nella vita di tutti i giorni, si misura la credibilità, l’affidabilità dei comportamenti e delle affermazioni degli attori politici. A Milano, per esempio, si sta vivendo un’esperienza forte perché cambia le abitudini quotidiane delle persone: è la decisione di applicare una tariffa per tutti coloro che entrano nella parte più congestionata della città. L’introduzione dell’Area C. Dare una chiave di lettura convincente di questa decisione è la sfida più importante sul terreno della comunicazione perché la decisione della giunta municipale rappresenta l’applicazione di un approccio market like, simile al mercato, alla regolazione di un bisogno che viene percepito come un diritto, quello di muoversi con la propria auto e parcheggiare dove si vuole o si può.
È forse una svolta epocale. Soprattutto se si pensa che è una misura che viene applicata da una giunta di centrosinistra. A Milano si usa, in pratica, un approccio più di mercato che statalista. Si potrebbe aprire la stagione dell’uso pubblico dell’interesse privato, di politiche pubbliche che mettono al centro il cittadino utente del servizio, lo responsabilizzano, danno valore alle sue scelte attraverso meccanismi automatici, simili al mercato, piuttosto che attraverso il meccanismo legge/regolaapplicazione- controllo-sanzione. E la cosa più importante è che sembra funzionare e funzionando convince e sposta

Perché Pd e Pdl alzano il sopracciglio - Francesco Lo Sardo su Europa

Galassia liberalizzazioni, partiti e governo. Un’alzata di sopracciglio è una delle più eloquenti espressioni persino tra i terrestri, ammette il campione dell’alzata di sopracciglio, il sempre perplesso dottor Spock, celebre vulcaniano delle serie di Star Trek. E ieri, per tutta la giornata così com’era avvenuto nelle ore immediatamente precedenti al consiglio dei ministri impegnato sulle liberalizzazioni – chi per natura e psicologia, chi per far pressing , chi per frenare, chi per scaramanzia, chi per cautela, chi per altre ragioni tattico-mediatiche – dalle due centrali del Pd e del Pdl, i partiti pilastro del governo Monti, è stato tutto un alzare di sopracciglia. Sarà per le indiscrezioni sui contenuti del decreto filtrate sulla stampa. Sarà per le informazioni ricevute direttamente dai partiti. Sarà per la bozza di testo cominciata a circolare nel primo pomeriggio. Certo è che a un certo punto della giornata, prima che il consiglio dei ministri scodellasse il vero testo del decreto approvato, Berlusconi ha messo le mani avanti dichiarando da Milano che i suoi preposti (Alfano e Gianni Letta) erano «intervenuti perché molte cose fossero modificate e altre ancora sono ancora modificabili in parlamento». Minaccia? Macché. Solo un bluff.
Tanto per dare l’idea che Monti è un vigilato speciale, ringalluzzendo così il Pdl spappolato su tutto e più che mai sulle liberalizzazioni. E anche un modo per tallonare il segretario del Pd Bersani che poco prima, dall’Assemblea nazionale del partito riunita alla fiera di Roma, aveva affermato di aver visto «sia pur sommariamente le prime norme. Se sono quelle che stanno uscendo, mi sia consentito dire che su diverse materie si può fare di più e meglio e con maggiore immediatezza. Torneremo a discuterne in parlamento».
Primissime valutazioni, neppure ascrivibili alla categoria dei commenti visto che i due leader parlavano all’oscuro di quanto aveva effettivamente fatto (o non fatto) il governo. E però le dichiarazioni

I nostri benefici imprigionati nella rete delle lobby - Eugenio Scalfari su Repubblica

Il decreto "salva Italia", ormai diventato legge, suscitò molte critiche, soprattutto a causa della riforma delle pensioni che creava sofferenza ma aboliva anche diseguaglianze notevoli tra quanti godevano ancora del privilegio del sistema retributivo e quanti (i più giovani) erano già passati al sistema contributivo. Ma l'opposizione alla grandinata di tasse, necessaria per evitare lo sfascio dei conti pubblici, non è paragonabile all'ondata di recriminazioni, contestazioni, scioperi, blocchi stradali, riserve da parte delle forze politiche (del Pdl soprattutto), manifestazioni di "indignati". Scioperano i tassisti, i camionisti, i pescatori siciliani, i farmacisti, i benzinai, gli avvocati; in Sicilia la protesta ha paralizzato l'isola intera ed ha inalberato addirittura la bandiera separatista della Trinacria. Solo adesso si intravede qualche segnale di resipiscenza.
Era prevedibile, il nostro è il Paese corporativo per eccellenza, tutti i tentativi di introdurre qualche modesta liberalizzazione sono puntualmente falliti contro la muraglia delle lobbies. Ma questa volta è diverso, non a caso Monti è stato per anni commissario alla concorrenza nella Commissione di Bruxelles, dove ha ingaggiato memorabili battaglie contro il potere monopolistico di alcune potenti multinazionali. Il decreto varato l'altro ieri ha uno spessore politico che va molto al di là dei singoli provvedimenti, configura una politica economica che ha come obiettivo la crescita dell'economia, della produttività, dell'iniziativa individuale e lo smantellamento delle clientele lobbistiche. Un programma di lunga lena di cui il decreto rappresenta solo il primo passo al quale altri seguiranno come lo stesso Monti ha preannunciato.
I beneficiari saranno i consumatori, le famiglie, i giovani e la crescita nel suo complesso perché gli effetti della concorrenza premiano il merito e accrescono la competitività del sistema. Ma le resistenze saranno fortissime.
La modernizzazione di un paese appesantito da mali antichi e dall'incombenza di poteri forti - concentrati o

L'identikit dei nuovi senzatetto Padri separati e anziani soli - Vladimiro Polchi su Repubblica

Padri separati, anziani con la pensione minima, giovani immigrati in cerca di lavoro, working poors, interi nuclei familiari. È l'identikit dei nuovi senzatetto: vivono nelle grandi città, ma li si comincia a incontrare anche in provincia. E se al Nord sono sempre più stranieri, al Sud gli homeless parlano ancora tutti italiano.
Il censimento nazionale. Istat 1, Caritas 2, ministero del Lavoro e la Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora 3 (Fio. Psd) hanno lavorato per mesi ad un censimento dei circa 50/60mila homeless italiani. I dati saranno resi noti a maggio, ma la Fio. Psd è in grado di anticipare a Repubblica alcuni dei risultati basati su 5mila interviste.
Working poors e padri separati. "Oltre agli "storici" homeless che già conoscevamo (italiani, tra i 45 ed i 65 anni, abituati a vivere in strada o con sistemazioni precarie, spesso con problemi psichiatrici o di alcolismo o tossicodipendenza) ci siamo imbattuti in molti altri profili - spiega Paolo Pezzana, presidente della Fio. Psd  -  come giovani stranieri in cerca di un'occupazione che prima trovavano più facilmente, anziani che non ce la fanno più con la sola pensione a far fronte a tutte le spese, working poors che, pur avendo un lavoro, per moltissime cause non riescono a farcela ad arrivare a fine mese, uomini e padri separati che devono passare gli alimenti alla moglie e ai figli e avendo solo un reddito modesto o discontinuo non possono permettersi una casa propria, donne anche giovani che non riescono a trovare né una collocazione abitativa né una relazione stabile".
Famiglie e immigrati. Nel censimento si è riscontrata anche la presenza di interi nuclei famigliari, prevalentemente stranieri, che si rivolgono ai servizi per le persone senza fissa dimora. Non solo. "Abbiamo verificato - prosegue Pezzana - la crescente presenza di stranieri delle più diverse provenienze nelle grandi città soprattutto del Nord. Cominciano a comparire anche i cinesi a Milano,

La battaglia per l'Europa - Nadia Urbinati su Repubblica


L´Europa sta attraversando un dei periodi più duri e complessi dalla fine della Seconda guerra mondiale. Le speranze e le attese per un futuro del continente guidato da un senso collettivo di responsabile condivisione di beni e diritti stanno paurosamente declinando. L´Europa ha cercato di essere una patria umana e libera per milioni. E ha dimostrato di poterlo essere quando, e fino a quando, la politica democratica è stata la sua dimensione effettuale. Rischia di diventare un´esperienza di cui parlare al passato. Nel presente è già un incubo per chi vuole ancora difenderla, poiché la sua salvezza sembra costare troppo, un prezzo che è sempre più alto e che, soprattutto, appare sempre meno giustificato ai molti che si stanno impoverendo ogni giorno di più. Per che cosa pagare così tanto? La democrazia è stata la sfida che l´Europa del dopoguerra aveva voluto affrontare unendosi. La sua è stata una storia di successo. Oggi, paradossalmente, sembra che la salvezza di questa unione metta a repentaglio la democrazia.
Chi ci guadagna dalla distruzione della speranza degli europei in una patria comune? L´attacco delle agenzie private di rating fa nascere il timore fondato che l´Europa sia invisa ai mercati finanziari; che a non volerla siano coloro che sanno di avere nelle loro mani l´arma della sua sopravvivenza: il credito. L´Unione per meglio regolare il capitalismo, per metterlo al servizio dei cittadini democratici, del benessere nella libertà: questa è stata l´ambizione, il sogno coltivato dal nostro continente per più di mezzo secolo. Quel sogno non piace, né piace questa nostra ambizione a voler governare l´economia. A non piacere è in effetti proprio la politica, quell´arte tutta umana di creare ordini normativi per poter consentire a tutti di vivere come uguali in dignità, combattendo i poteri dispotici e assoluti, quali che siano; rendendo la forza soggetta al diritto, e inducendo l´interesse privato a cercare compromessi con quello pubblico. Se nel passato i poteri

Perché i petrolieri la fanno franca - Gianni Del Vecchio su Europa

A fronte delle tante categorie che dopo la diffusione della bozza sulle liberalizzazioni si sono sentite punte sul vivo e hanno annunciato forme di protesta convenzionali e non, c’è anche un settore che invece ha deciso di scioperare per il motivo opposto, e cioè per il fatto che le misure ideate dal premier Monti per aprire il mercato sono fin troppo blande e non intaccano le vere rendite. Stiamo parlando dei benzinai, che ieri hanno proclamato ben dieci giorni di sciopero, con tempi e modalità ancora da decidere.
Il motivo della protesta è molto semplice: gli articoli del decreto, come anticipati dai giornali, lasciano inalterato lo strapotere dei petrolieri nella filiera dei carburanti, a tutto svantaggio dei gestori delle pompe di benzina. Tutto sta in una sola parola, aggiunta nell’ultima bozza rispetto alla prima versione, e questa parola è «titolari». L’articolo 23 infatti prevede che i gestori degli impianti non siano più legati al rapporto di esclusiva con la compagnia petrolifera di riferimento per l’acquisto dei carburanti e che li possano comprare fino al 50 per cento sul mercato libero. Una misura, questa, che in linea di principio potrebbe davvero aprire il mercato dei distributori e far scendere il prezzo. Peccato però che la norma si riferisca esclusivamente ai «gestori titolari», e non anche a quelli che portano avanti le pompe di proprietà delle compagnie o dei retisti indipendenti, con quest’ultimi che sono la stragrande maggioranza. E quindi, nel concreto, verrà applicata solo a 500 distributori sui 24mila presenti in Italia. Una percentuale irrisoria, del due per cento, che non produrrà quasi nessun effetto sui prezzi.
«Il governo si limita a gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica liberando solo chi è già libero

Un New Deal - Luciano Gallino su Repubblica

Ci sono due strade per creare occupazione. Una è quella delle politiche fiscali: lo Stato riduce le tasse alle imprese per incentivarle ad assumere. L´altra vede lo Stato creare direttamente posti di lavoro. Rientrano palesemente nella prima le misure predisposte dal governo che sono entrate in vigore a gennaio.
La più rilevante sta nell´articolo 2: prevede, per le imprese che assumono a tempo indeterminato giovani sotto i 35 anni, una deduzione Irap di 10.600 euro per ogni neo assunto, aumentata della metà per le imprese del Meridione. C´è una obiezione di fondo alle misure del governo: le politiche fiscali presentano una serie di inconvenienti che ne limitano molto la capacità di creare occupazione. Anzitutto esse offrono incentivi a pioggia, ossia non distinguono tra i settori di attività economica in cui appare più utile creare occupazione. Un nuovo assunto è un disoccupato in meno, però sarebbe meglio per l´economia se l´assunzione riguardasse un centro di ricerca invece che un fast food, scelta che non si può fare con incentivi del genere. In secondo luogo bisognerà vedere se le imprese aumentano realmente il personale grazie alle assunzioni incentivate dagli sgravi fiscali, oppure se ne approfittano licenziando appena possono un numero ancora maggiore di quarantenni. Infine le politiche fiscali hanno un effetto incerto. Un´impresa che sa di fruire entro l´anno fiscale di uno sgravio di imposta per ogni assunzione non è detto si precipiti ad assumere tot operai o impiegati il 2 gennaio. È possibile che aspetti di vedere come andranno i futuri ordinativi, i crediti che ha richiesto, i pagamenti dei clienti in ritardo di un anno; con il risultato che, ove decida di assumere, lo fa magari a novembre. Uno sfasamento troppo lungo a fronte di 7 milioni di

sabato 21 gennaio 2012

I dati sul fenomeno delle dimissioni in bianco in Italia. su L'Espresso

I dati sul fenomeno delle dimissioni in bianco in Italia. Una realtà che un lavoratore su quattro ha conosciuto almeno una volta nella sua vita professionale. Ma nell'80% dei casi il torto subito è impossibile da perseguire:
15% 
La percentuale dei contratti a tempo indeterminato che vengono fatti firmare insieme alle dimissioni in bianco 
2.000.000 
Il numero di lavoratori coinvolti 
800.000 
Il numero di donne costrette ad abbandonare il lavoro attraverso le dimissioni in bianco 
90% 
La percentuale di casi in cui le dimissioni forzate sono arrivate in seguito ad una gravidanza 
25% 
La percentuale di lavoratori che almeno una volta si è trovato di fronte al fenomeno delle dimissioni in bianco 
53% 
La percentuale di dimissioni forzate che avviene in aziende con meno di 15 dipendenti 
10% 
La percentuale di tutte le controversie di lavoro dei patronati Acli che riguarda dimissioni in bianco 
5% 
La percentuale di tutte le senalazioni agli uffici vertenze della Cisl che riguarda le dimissioni in bianco 
80% 
La percentuale dei casi che, anche se denunciato, è impossibile da perseguire 


 (Fonti: Acli, Cgil, Cisl, Istat)

Istat: "Più poveri e giovani senza lavoro" su Repubblica

Una nuova fotografia dell'Italia fatta dall'Istat è quella che emerge dal rapporto "Noi-Italia: 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo- 2012'. I dati salienti non sono del tutto nuovi, ma messi in fila fanno un ritratto per molti versi preoccupante di un Paese in cui solo 6 persone su dieci lavorano, dove è fra le più alte d'Europa la percentuale dei giovani che non hanno un impiego né lo cercano e dove oltre 3 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. Ecco i tasselli più grandi del puzzle che, secondo le rilevazioni dell'Istat, compone il profilo economico e sociale del Paese.
Povertà. Più otto milioni di persone vivono in condizioni di povertà relativa. Rappresentano il 13,8% della popolazione, l'11% delle famiglie residenti. La povertà assoluta coinvolge, invece, oltre 3 milioni di persone, il 4,6% delle famiglie. Nel meridione si registra uno svantaggio reddituale del 25% rispetto al Nord. Alla Sicilia spetta il record della diseguaglianza nella distribuzione del reddito e del reddito medio annuo più basso: il 50% delle famiglie si colloca al di sotto dei 18.302 euro annui, con circa 1.525 euro al mese.
Disoccupazione. In Italia un giovane su cinque non lavora e non studia. Tra i 15 e 29 anni, i Neet (acronimo inglese di "Not in education, employment or training") sono più di 2 milioni (il 22,1%), la quota più alta dell'Eurozona e la seconda dell'Unione europea dopo la Bulgaria. Per il terzo anno consecutivo, i dati dimostrano poi una crescita del tasso di disoccupazione che raggiunge l'8,4%, anche se il valore è comunque inferiore a quello dell'Ue che si attesta a 9,6%. La disoccupazione di lunga durata, che dura cioè da oltre 12 mesi, riguarda il 48,5% dei disoccupati nazionali.
Lavoro nero - Sei persone su dieci - nella fascia di età compresa fra i 20 e i 64 anni - , invece, risultano occupate. Il tasso di occupazione scende da 61,1% a 36,6% nella fascia d'età compresa fra i 55 e i 64 anni. Le donne che lavorano sono in netta minoranza rispetto agli uomini: sfiorano il 50%. Tra l'altro, nel

Giovani senza luogo e senza età - Ilvo Diamanti su Repubblica

I giovani sono la categoria sociale più definita e per questo più in-definita del nostro tempo. Oggetto di una molteplicità di tentativi di catturarli con una formula, una parola, un titolo. E quindi oscurati da una nebbia lessicale e semantica. Io stesso ho partecipato a questo inseguimento, nel passato più o meno recente. Ma ora tutte le definizioni, tutte le formule, tutte le parole, tutti i titoli vertono su un solo aspetto: il lavoro, o meglio, il non-lavoro. E sulla variante della precarietà. D'altronde, l'Istat stima oltre il 30% il tasso di disoccupazione giovanile (che sale al 50% nel Mezzogiorno). Il più alto dell'Eurozona. Le statistiche ufficiali, inoltre, valutano il peso dei lavoratori atipici e irregolari oltre il 30% tra i giovani (e intorno al 15% nella popolazione). Anche se aggiungono - nell'ultimo anno pare che, in Italia, anche il lavoro atipico sia diminuito. E non è una buona notizia, ma il segno - e la conseguenza - della crisi, che sta riducendo l'occupazione di tutti i generi: formale o informale, stabile o flessibile, tipica o atipica che sia.
Per questo, il fenomeno più adatto a raffigurare la posizione dei giovani del nostro tempo, probabilmente, è quello dei "Neet" (l'acronimo che riassume la definizione inglese: Not in Education, Employment or Training). Quelli che "non" lavorano e "non" studiano. E non sono neppure impegnati attività di "formazione" e "apprendistato". Una sorta di  generazione "non". Priva, per questo, di identità. Perché se "non" sei studente e neppure lavoratore, semplicemente, "non" esisti. Resti sospeso nell'ombra. Senza presente né futuro.
Ebbene, i giovani (tra 15 e 29 anni) che si trovano in questa posizione - ambigua e periferica - sono oltre 2 milioni e 200 mila. Il 22%. Pesano particolarmente fra le donne e nel Sud. Ma disegnamo, comunque, un'area multiforme, per profilo socio grafico e motivazionale. Dove coabitano diverse componenti. Soprattutto e anzitutto, giovani "costretti" a restare sulla soglia, in bilico. Perché hanno