sabato 22 marzo 2008

Walter Veltroni: Intervista a 360 gradi

«Dobbiamo lasciarci alle spalle questo quindicennio, basta con le liti continue, le coalizioni grandi e rissose, ci vuole una civiltà del confronto, chi vince anche per un solo voto governi.
Come che vada, ci sarà sulla scena politica un grande partito riformista oltre il 30 per cento, può anche arrivare al 36, al 38%, un partito che l`Italia non ha mai avuto». La novità di queste elezioni, sostiene il candidato premier del Pd, l`ha determinata proprio la nascita del suo nuovo partito, «scegliendo di andare da soli al voto abbiamo determinato uno sconvolgimento anche nell`altro schieramento. Avremo un gruppo unico in Parlamento, non faremo più vertici di maggioranza che in Europa non sanno neanche che cosa siano».

Larghe intese?
«No, niente pasticci, l`occasione c`è stata con il tentativo Marini ma di là l`han fatta fallire, sulle regole ...comunque si deve decidere insieme».

L’obiettivo principale del Pd?
«Contrastare la precarietà».

Il ministro dell`Economia?
«Dovrà essere non solo del risanamento ma soprattutto della crescita».
Ancora: «Un grande piano per la casa».
In politica estera, «non si può trattare con Hamas se non riconosce Israele».

Veltrusconi è il neologismo con cui si racconta la vostra sfida. E’ il simbolo di un accordo tra avversari o anche la metafora di due programmi e due leader che si somigliano?
«C’è una civiltà del confronto politico alla quale, una volta per tutte, questo Paese dovrebbe abituarsi e invece stenta a farlo. Una civiltà accompagnata da una assoluta nettezza dei ruoli e delle responsabilità. Chi vince le elezioni anche per un voto governa. Nessun inciucio, quindi, niente larghe intese, nulla di tutto questo. Penso che queste elezioni ci riserveranno una sorpresa, il Paese è consapevole che non si può continuare come in questi anni».

Napolitano boccia il voto ”utile” dicendo che nessun voto è inutile. In campagna elettorale avete sostenuto la tesi opposta. Vi sentite chiamati in causa?
«Tutti i voti sono utili. Più la gente va a votare e meglio è. Non esiste voto utile e voto inutile. Certo, la legge elettorale è quello che è, non l’ho fatta io, e stabilisce che chi prende un voto in più ottiene il 55 per cento dei seggi alla Camera, una cosa che un suo peso ce l’ha. L’essere andati a votare con questa legge lo considero una manifestazione di irresponsabilità politica e istituzionale, visto fra l’altro che questa legge non piaceva neanche a chi l’ha fatta, l’hanno definita Porcellum e An ha pure raccolto le firme per abolirla con un referendum.
Si poteva benissimo andare a votare a giugno e nel frattempo fare quel governo istituzionale per le riforme che avrebbe permesso di cambiare questa legge e assicurare stabilità. Ora invece si paventa la possibilità concreta che al Senato ci sia un pareggio: una situazione che il Paese non si può permettere, non è più tempo di instabilità e di ingovernabilità, non possiamo più ripercorrere i 15 anni che abbiamo alle spalle, anni che piuttosto dobbiamo superare, voltando pagina. Se comunque a un pareggio si dovesse arrivare, in questo caso si aprirebbe una crisi istituzionale di tali dimensioni che bisognerà affidarsi al capo dello Stato per risolverla. In ogni caso, ci sarà per la prima volta un grande partito riformista che l’Italia non ha mai avuto che sta oltre il 30 per cento, può arrivare al 38, al 40, non lo so, l’importante è che ci sarà».

La prossima legislatura sarà guidata da uno spirito bipartisan per gli incarichi istituzionali? Riserverete una Camera all’opposizione?
«Le regole del gioco si stabiliscono insieme, il clima istituzionale dev’essere più civile. Ma quando sento esponenti come Scajola teorizzare che non si può dare una Camera all’opposizione perché c’è già il Presidente della Repubblica, penso che parliamo due linguaggi diversi. Io non so chi vincerà, ma sono convinto che il Parlamento non debba essere appannaggio della maggioranza, un ramo del Parlamento deve essere affidato alla minoranza, le commissioni di controllo pure, e ci vuole un patto di consultazione tra i leader di maggioranza e opposizione come avviene in tutti i Paesi civili».

Un tema chiave della campagna elettorale sono i valori. Perché i cattolici dovrebbero votarvi?
«La cultura cattolica è portatrice di grandi valori, importanti per tutti. Tuttavia, identificare la parola valori con la parola cattolici è una riduzione. I valori sono quelli che tengono insieme un Paese, che non vive senza valori, punti di riferimento condivisi. I valori sono quelli che sostituiscono una filosofia di vita cinica, egoista, spregiudicata, mercantile che si è purtroppo fatta strada nella società finendo per creare un sistema di disvalori. Ecco, uno dei compiti che mi sono assunto è la sfida per riunificare questo Paese dove in tanti si adoperano a separarlo, mettendo contro laici e cattolici, nord e sud, lavoratori dipendenti e autonomi. Ho richiamato il dopoguerra italiano e gli anni Sessanta come due momenti alti in cui il Paese si è sentito unito».


Gli analisti parlano di recessione internazionale e di una crescita in Italia nel 2008 inchiodata allo 0,6 per cento. Questa grave situazione può suggerire, in presenza di una maggioranza incerta al Senato, un governo di unità nazionale?
«No, governa chi ha preso un voto in più. Naturalmente un secondo dopo bisognerà fare quelle riforme che non si è voluto fare prima delle elezioni».

Chi sarà il vostro ministro dell’Economia?
«Lo diremo al momento giusto. Fin d’ora posso dire che dovrà essere una figura ”doppia”, dovrà fare due cose: dovrà essere un ministro non solo del risanamento ma un ministro della crescita. L’operazione risanamento, il mettere a posto i conti dello Stato non basta più. L’imperativo, se posso trasformarlo in slogan, è crescere, crescere, crescere. Crescita del prodotto interno lordo, crescita della ricchezza nazionale, investimento su ciò che fa crescere l’Italia, ossia piccola e media impresa, turismo e formazione, innovazione tecnologica. Ci vuole un patto tra produttori per la crescita».

Siete in grado di indicare almeno due interventi immediati, ancorché impopolari, che ritenete indispensabili per fronteggiare l’emergenza economica?
«Un intervento è la riduzione della spesa pubblica che per me significa cose concrete: riduzione dei costi della politica, abolizione delle province, livelli di efficienza nella pubblica amministrazione. La vera priorità per me, comunque, è il contrasto della precarietà che considero la principale emergenza sociale di questo Paese.
Ho qui la lettera di una donna di Asti, ventottenne, che scrive: ”Sono anni che vado avanti così, sei mesi in un posto, sei in un altro, tre di qua e uno di là, vivo con la spada di Damocle che oscilla minacciosa sulla mia testa mano a mano che il giorno della scadenza del contratto si avvicina”.
Ecco, questo vuol dire una persona che lavora e ha paura del futuro, perché per lei futuro significa la scadenza del contratto, non la stabilità, la sicurezza».
Avete promesso di ridurre la spesa pubblica, le retribuzioni dei dipendenti pubblici tra il 2000 e il 2006 sono cresciute del 30 per cento e tutti i blocchi del turnover sono stati in gran parte vanificati dalle deroghe. Come pensate allora di intervenire?
«Abbiamo preso un impegno quantitativo: mezzo punto di spesa ridotta al primo anno, un punto negli anni successivi. Ci sono tanti uffici della pubblica amministrazione che lavorano correttamente, ma anche tante sacche di improduttività. Più il paese è complicato più c’è corruzione, più è lento.
Noi abbiamo bisogno di fare un paese semplice, con una pubblica amministrazione più snella e più efficiente, dall’abolizione di certe simpatiche Comunità Montane sulle spiagge a Prefetture che devono essere portate a livello di efficienza. Naturalmente ci vorrà del tempo. Di cosa ha bisogno l’Italia oggi? Di un governo che prolunghi questo disastroso quindicennio, o dell’apertura di un ciclo politico nuovo? Cos’hanno fatto gli elettori inglesi o spagnoli o tedeschi quando hanno votato? Hanno aperto dei cicli politici: Aznar o Zapatero, la Thatcher o Blair. Dicevano: dateci fiducia, cambiamo il paese. E lo hanno cambiato. Da noi questo non succede».

Il patrimonio dello Stato supera in valore il debito pubblico. C’è un sistema per metterlo sul mercato senza rischiare l’accusa di voler vendere il Colosseo?
«Sì, bisogna assolutamente mettere in mobilità, diciamo così, il patrimonio pubblico, e fare un grande accordo con le Regioni e con gli enti locali. Noi abbiamo messo nel programma tre mesi per dare la valutazione di impatto ambientale. Servono procedure rapide, che consentano di fare rapidamente l’alienazione del patrimonio pubblico e di trasferire una parte di questo attivo patrimoniale nella riduzione del debito. E serve un grande piano per la casa in Italia. Un piano di edilizia popolare; un piano di housing sociale, che significa aree pubbliche e risorse private; terzo, un piano di campus universitari, noi non possiamo accettare che i nostri ragazzi vivano e studino in condizioni spaventevoli come quelle nelle quali vivono e studiano».

Nelle scorse legislature le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali e delle professioni si sono scontrate con il partito di chi non vuole toccare nulla. Che impegni assumete, qui e ora?
«Quando viene il principale esponente dello schieramento a noi avverso, chiedetegli come mai hanno candidato il leader dei tassisti romani Bittarelli al Senato. In Francia, il governo di destra al primo giorno di sciopero dei taxi si è liquefatto. In questa città abbiamo tenuto duro e vinto. Abbiamo fatto prima 1500 licenze senza un giorno di sciopero e poi altre cinquecento licenze con un giorno di interruzione. Le liberalizzazioni le può fare un governo autorevole, un governo che abbia una maggioranza coesa. Ma la vera novità di questa campagna elettorale è la decisione che noi abbiamo preso ab initio: andare da soli. Andare da soli significa che nel prossimo Parlamento noi saremo un gruppo parlamentare unico. Nel prossimo Parlamento non ci saranno più 51 gruppi, ma in totale saranno sei. Era del tutto inimmaginabile che uno schieramento che va da Mastella a Dini fino a Caruso potesse fare un’innovazione riformista in Italia. L’ho detto e l’ho fatto. E chi vota per noi sa che non avremo alibi. Non ci saranno più vertici di maggioranza, che in Europa non si sa nemmeno cosa siano».

I salari italiani netti sono tra i più bassi d’Europa, anche perché il carico fiscale contributivo è al 46%. E’ possibile ridare fiato agli stipendi e allo stesso tempo stimolare la produttività?
«Non solo è possibile, è necessario. Noi abbiamo detto quello che sta scritto nella Finanziaria: tutte le risorse devono andare per le detrazioni fiscali su salari e stipendi. E per me devono andare anche sulla contrattazione di secondo livello. Detassare gli straordinari non basta, la produttività non è gli straordinari».

I prezzi degli alimentari e dell’energia spingono in alto l’inflazione, che stranamente è più alta al sud. Perché e cosa può fare il Governo?
«I dati della crescita del Pil americano sono agghiaccianti. La recessione pesa sulle scelte della destra iperliberista di Bush. Poi, nella globalizzazione, irrompono le nuove economie, Cina, India, Brasile, che aumentano il loro prodotto interno lordo annuo di 8 punti. Hanno bisogno di energia e prodotti alimentari. Il costo dell’energia non potrà che aumentare. Il mondo è cambiato, presto anche il G8 se ne dovrà accorgere. Quella dei dazi è una follia, c’è bisogno invece di regole nel mercato internazionale del lavoro».

Come si fa ad abbassare le aliquote Irpef facendo sì che i nostri portafogli se ne accorgano, ma senza pregiudicare i conti pubblici?
«Tra riduzioni della spesa pubblica, attivo del patrimonio e intervento sull’evasione fiscale compenseremo le misure delle quali parliamo. Alla fine sarà una riduzione di un punto di Irpef su tutte le aliquote per ogni anno. Sui primi tre scaglioni, che riguardano il 95% degli italiani, la nostra proposta fa risparmiare di più rispetto a quella della destra, secondo uno studio del Sole 24Ore. Bisogna poi consolidare la lotta all’evasione fiscale. E mai più condoni».

Tornerete ad alzare l’età pensionabile?«No. Anche l’ex ministro Maroni ha detto: non riapriamo questo dossier. Il problema delle pensioni in Italia è che tantissimi pensionati non ce la fanno più. Ho letto che a Milano c’è la fila degli anziani davanti ai negozi Compro Oro, si vanno a vendere le cose per arrivare a fine mese. Questo in un paese civile non è accettabile».

Alitalia: spiegate in poche parole agli italiani perché bisogna scegliere Air France o perché no.
«La prima cosa da evitare è mettere Alitalia nel frullatore della politica, la compagnia ha già pagato prezzi alti a causa delle interferenze della politica. Il destino di questa grande azienda non può essere giocato a dadi sul tavolo di una campagna elettorale. Ci sono cordate alternative a quella di Air France? Si manifestino adesso, entro 48 ore e non dopo il 14 aprile: non si può tenere aperta questa storia che ci sarebbe una cordata alternativa per poi scoprire, il giorno dopo le elezioni, che non c’è. In sintesi: se questa cordata c’è si prenda la responsabilità di fare una proposta che possa essere vantaggiosa per Alitalia e dia garanzie di stabilità alla compagnia. Altrimenti si faccia con Air France una trattativa con l’obiettivo di ridurre l’impatto sociale e di risolvere il nodo Malpensa, attraverso magari l’apertura di una sede di gestione comune con gli enti locali, il governo, la compagnia. La vicenda Alitalia è il classico caso che andrebbe gestito con grande senso di responsabilità, direi con spirito bipartisan. E invece che succede? Leggo che Fini è per Air France, il suo principale alleato è contro Air France, la Moratti dice ”se fallisce Alitalia non mi interessa nulla”, Galan a sua volta dice ”a me di Malpensa non interessa nulla”, ecco, mi sembra di essere ripiombato nel quindicennio che abbiamo vissuto fatto di risse inconcludenti e che dovremmo lasciarci alle spalle, la mia ossessione è uscire da questo quindicennio».

Il 2007 ha visto l’aumento della criminalità di strada odiosa, capace di gravissimi delitti, come quello di Francesca Reggiani. Crescono furti e rapine e nella maggior parte dei casi restano impuniti. Come si tutela la sicurezza degli italiani?
«Il primo modo in cui si tutela la sicurezza degli italiani è l’effettività delle pene, perché il dramma di questo paese sta nella lentezza del sistema della giustizia e nelle sue maglie troppo larghe. Penso che bisogna prendere un po’ di gente che sta negli uffici con la pistola nella fondina e metterla per strada. Non è possibile che a timbrare i passaporti ci siano quelli che sono stati istruiti per contrastare la criminalità. I dati romani, dopo i patti per la sicurezza, sono dati positivi».

Che impegno prendete contro lo scandalo delle intercettazioni indiscriminate?
«Sta scritto nel nostro programma. Un magistrato deve poter intercettare chi gli pare, e non solo per i reati gravi, come invece è scritto nel programma del Popolo della Libertà. Ma non una parola deve finire sui giornali, e lui ne è responsabile. La responsabilità della segretezza degli atti è del magistrato che ha deciso le intercettazioni. Se il segreto viene violato ne risponde lui. Il problema non sono i giornalisti che pubblicano il materiale, il problema è a monte».

Come ritenete che vada fronteggiato il fenomeno dell’immigrazione illegale? Pensate di modificare la Bossi-Fini e di autorizzare una nuova regolarizzazione?
«La Bossi-Fini non ha funzionato. E’ un dato di fatto, il numero dei clandestini è aumentato. Perché? Per assumere una badante, devi individuarla a Manila, la badante viene clandestinamente a Roma, fa un’esperienza di lavoro, poi ritorna a Manila e tu la fai entrare con procedure molto complicate. Noi abbiamo immaginato una soluzione diversa: agenzie accreditate che svolgano questa funzione di mediazione».

Roma Capitale ha ricevuto finora molti oneri e tante promesse, poche risorse e pochi poteri, se si eccettuano quelli del sindaco Commissario del traffico. Avete intenzione di mettere mano a questo deficit istituzionale, e come?
«Roma deve avere uno status uguale a quello delle altre grandi capitali europee. In modo da poter prendere decisioni molto più rapidamente di quanto accada oggi, dal punto di vista urbanistico, ambientale, delle risorse e delle politiche sociali».

La Cina nel 2004 non aveva nessuna azienda tra i venti colossi mondiali, oggi ne ha sette, al pari degli USA, e la stessa Cina è il terzo mercato mondiale dei beni di lusso. È un nemico da cui proteggersi o un’occasione da sfruttare?
«La Cina deve stare dentro delle regole condivise. Noi non possiamo accettare, nel mercato mondiale, che ci siano posizioni di dumping, aree nelle quali le condizioni di mercato del lavoro non siano analoghe a quelle di altri paesi. Servono regole condivise del mercato mondiale, del lavoro, del commercio...».

L’era Bush sta finendo, se dovessero vincere i democratici, che tipo di rapporto immaginate con Washington?
«L’era Bush è finita, è uno spartiacque della storia recente. Penso che l’America potrebbe recuperare, soprattutto se vincessero i democratici. Non sarebbe solo un cambio di Presidente, ma un cambio d’epoca: un quarantaseienne nero o una donna, in tutti e due i casi due grandi cambiamenti. E l’America, anche per questa via, recupererebbe quella leadership morale, che non è un fattore negativo…».

In Afghanistan la Nato chiede da tempo all’Italia un maggiore impegno militare nella guerra contro i talebani. Se dovrete governare questo paese, che farete?
«L’Italia deve restare impegnata nelle missioni di pace. Considero sbagliata l’idea di andar via dal Libano e di andare in Iraq. La presenza italiana all’estero è una presenza massiccia e molto importante, che va confermata».

Con Hamas si deve trattare?
«Hamas, pur essendo istituzionalmente l’interlocutore di una trattativa, deve fare dei passi. Deve riconoscere che esiste uno Stato d’Israele, deve condannare il terrorismo, non può avallare stragi come quelle di Gerusalemme. Per essere un interlocutore, Hamas deve prendere delle posizioni chiare, inequivoche. Se continua a dire che lo Stato di Israele va distrutto mi pare difficile impostare una trattativa su questa base».

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