martedì 7 luglio 2009

Chi garantisce dal garante?

L’amico vice presidente dei senatori Pd, Luigi Zanda, forse resterà deluso quando riceverà risposta dal presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà: al quale ha inoltrato un esposto perché verifichi se gli inviti di Berlusconi agli imprenditori, non dare pubblicità a Repubblica e altri giornali del gruppo, violino le norme sul conflitto d’interessi. Per Zanda, quelli di Berlusconi sono «atti di indirizzo governativo con effetti certi sul mercato e sulla concorrenza». Il senatore teme che alcuni imprenditori siano stati condizionati nelle loro decisioni dalle parole del premier, che fra l’altro, insieme ai suoi familiari, è azionista del più grande gruppo televisivo privato e di giornali, che potrebbero aver beneficiato dai suoi inviti, diciamo così, agli inserzionisti.
Il senatore Zanda sa meglio di noi che nel “paese dei bavagli”, come scrivevamo qualche giorno fa in questa pagina, il presidente del consiglio non è l’unico tra i grandi attori dello stato a operare con disprezzo delle sue regole, fra le quali quella remotissima, dettata fin dalla giurisprudenza romana, per cui spesso la forma degli atti pubblici è ad substantiam. Cioè, sostanza del diritto. Gli ignoranti o i sabotatori di questo principio, si trovano, da Tangentopoli in poi, fra i politici, che hanno sempre navigato tra il rispetto della legalità e la tentazione di rubare denaro e potere. Ora gli fanno coro anche magistrati di controllo e autorità di garanzia che da quei politici ricevono investitura e potere.
Compreso quello di “giudicarli”. Il caso del giudice costituzionale Mazzella, appena attenuato dalle origini napoletane e quindi irrimediabilmente borboniche del personaggio (i liberali sopravvissero in pochi alla mannaia del re e del cardinale), non svela niente di nuovo, anche se fa riflettere sul costume nazionale. Un tempo, questo avrebbe imposto le dimissioni al topo trovato nel formaggio: proprio in ossequio a quella forma sostanziale a cui il roditore non credeva. Oggi non più, perché è il paese che non crede a se stesso, non ha altra stima di sé se non quella valutabile in contanti, e perciò non richiede ciò che appena qualche decennio fa avrebbe preteso. Sta qui, forse, la frattura della nostra democrazia fra il prima e il dopo Craxi.
Così, tornando all’amico Zanda, voglio informarlo di una delibera dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, appunto il professor Catricalà, che io stesso ho ricevuto quale presidente dell’associazione Articolo 21: delibera assunta nell’adunanza del 25 giugno scorso. L’associazione si era rivolta all’autorità, segnalando una violazione delle norme sui conflitti d’interesse (legge 215 del 2004), per l’intervento del presidente del consiglio nella nomina di dirigenti di testate e reti Rai. L’associazione – risponde la delibera, e prego Luigi Zanda di valutare l’uso delle parole perché le ritroverà probabilmente uguali nella delibera sul suo esposto – «ipotizza la sussistenza di una violazione della citata legge con riferimento ad un presunto intervento diretto del presidente del consiglio… Viste le notizie diffuse dalla stampa in merito a due presunti vertici di maggioranza sulle nomine Rai che si sarebbero tenuti il 31 marzo e il 17 aprile 2009 a palazzo Grazioli, residenza romana del presidente del consiglio; viste le successive smentite…; vista la dichiarazione pervenuta all’autorità il 25 maggio con la quale il presidente del consiglio ha ribadito l’infondatezza delle informazioni circolate a mezzo stampa…; considerato che presupposto essenziale… per l’apertura di un’istruttoria formale è l’adozione o la partecipazione ad un atto, ovvero l’omissione di un atto dovuto, da parte del titolare della carica di governo…; considerato che nella fattispecie in esame tale requisito non può ritenersi soddisfatto in quanto la nomina dei dirigenti Rai è, per disposizione statutaria, un atto di esclusiva competenza del consiglio d’amministrazione dell’azienda…».
Insomma, caro Luigi, per non farla lunga, ti informo, ma lo sai, che abbiamo un’autorità del mercato la quale ritiene che siccome lo statuto prevede che dirigenti e giornalisti siano nominati dal consiglio d’amministrazione della Rai, le cose non siano potute andare in altro modo. Lo dice lo statuto, appunto. Sicché a me sembra che il famigerato «A casa mia invito chi voglio io», sarà pure una cafonata come è stato scritto, ma, come tutte le cafonate, ha almeno la forma greve della genuinità. Qui invece siamo ai “piattoloni” bizantini, come Giuseppe Giusti definiva l’adunanza dei legulei (che a rigor di vocabolo / parea di piattoloni un conciliabolo) per proclamare dottore in legge Gingillino, il più italiano degli italiani. Quello che girella, gingilla, dovunque si trovi il potere.
Federico Orlando

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