C’è una grande domanda di contenuti programmatici nel dibattito in vista del congresso del Pd, ma intanto due fatti vanno apprezzati.Il primo è, finalmente, l’apertura di una competizione vera per la leadership. In secondo luogo, la competizione non riproduce le tradizionali fratture di provenienza (Ds-Margherita) ma mescola le origini e attinge talvolta a idee e apporti esterni a quelle tradizioni. Tra i contenuti di programma c’è la “questione istituzionale”.
Interna ed esterna, cruciale, anche e soprattutto, dopo il fallimento del referendum, rimossa e trattata con sussiego da molti, ma decisiva per sbloccare anche gli altri contenuti programmatici e renderli “praticabili” oltre i fiumi di parole che abitualmente si spendono. Il cosa fare, in politica, non può esistere senza il come. E ciò chiama in campo gli strumenti. La competizione vera fa cadere l’antico feticcio dell’unanimismo, delle mediazioni esasperate, delle decisioni alla mercé dei poteri di veto di pochi notabili o minoranze di partito: chi vince (a maggioranza) governa e dà la linea, gli altri suggeriscono, criticano, partecipano, ma non possono paralizzare e ricattare la maggioranza. Senza competizione il risultato è l’opacità, l’incertezza e il tatticismo di questi anni, tributo all’unanimismo di facciata e ai poteri di veto interni dei notabili? Se il Pd sarà in grado di praticare il conflitto, senza che ciò diventi un conflitto sul partito, foriero di scissioni o delegittimazioni dell’una sull’altra parte, sarà stato comunque un successo. Ugualmente lo sarà se la cultura competitiva reggerà fino alla fine, senza un rigurgito di pulsioni consociative.
Purtroppo ci sono anche ragioni “di sistema” che inducono al pessimismo, infatti la vita interna dei partiti è contagiata dal sistema politico. E la legge elettorale oligarchica esalta la cooptazione e gli accordi di vertice tra i partiti della coalizione, ognuno titolare di un potere di veto. La consociazione che il bipolarismo ha spazzato tra gli schieramenti, rimane negli schieramenti. Per questo i candidati alla leadership non possono eludere alcune domande rispetto al contesto istituzionale della competizione. Ne formulerò 10 (Repubblica docet), in forma telegrafica, sperando in una risposta.
1. Le regole interne. Finita la stagione congressuale il baricentro della vita politica del partito ... saranno ancora (o no) le primarie aperte agli elettori, magari più competitive? O si pensa di smantellare l’assetto esistente e tornare al partito dei soli iscritti sul modello di Ds e Margherita? 2. Le istituzioni. Poiché le regole istituzionali “contagiano” la vita interna al partito, qual è il modello che i candidati prediligono per il governo del paese? 3. Legge elettorale. Qual è la legge che si vuole? Con quale soluzione si vuole restituire ai cittadini il potere di scelta: un sistema di primarie per legge collegate a collegi uninominali o di preferenze, magari tornando al proporzionale? 4. Alleanze I. Si discute se recuperare la politica delle alleanze in vista delle elezioni. Come si pensa di evitare che si ripeta per la terza volta (dopo il 1998 e il 2008) la caduta del governo per opera di una minoranza della coalizione, con la conseguente vittoria schiacciante dell’avversario anche sull’onda del pessimo spettacolo di instabilità offerto? Non si crederà che sia possibile fidarsi solo di un accordo di programma? L’Unione il programma l’aveva, si è visto che fine ha fatto.
5. Alleanze II. E coloro che sostengono la vocazione maggioritaria, come pensano di rendere il partito maggiormente inclusivo delle posizioni che non si riconoscono nel Pd e reclamano più democrazia interna, ma potrebbero essere assorbite se fosse assicurata maggiore democrazia interna? 6. Candidature. Se nessuno riuscisse a riformare la legge “porcata” quali saranno i criteri di selezione delle candidature da presentare per le prossime politiche? Sono disposti i candidati ad adottare un sistema di primarie (possibile) anche per definire l’ordine in lista dei candidati? 7. Bipolarismo. Sono disposti, come chiede Salvati sul Corriere della sera, i candidati leader a considerare il bipolarismo una conquista da preservare e non un intralcio da abbandonare in nome di un ritorno alle geometrie variabili da parlamento della prima repubblica? 8. Referendum. A parte sostegni più o meno convinti, nessun partito ha fatto una campagna referendaria organizzata. Sentono i candidati la responsabilità di un’iniziativa che metta all’ordine del giorno i temi sollevati dal referendum? 9. Democrazia diretta. Morto il referendum anche per la propaganda astensionistica di partiti e pezzi di partito ampiamente presenti nel centro e nel centrosinistra, come pensano i candidati leader di affrontare il tema del recupero di spazi agli istituti di democrazia diretta? 10. Centralità della questione istituzionale. I leader si faranno carico di dire qualcosa su questi punti e, soprattutto, saranno disposti veramente a considerarla centrale e rispettare i propri impegni in materia istituzionale qualora vincessero, o li sacrificherebbero immediatamente in nome del solito abbraccio intorno al caminetto?
Fonte: Giovanni Guzzetta - Europa










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