mercoledì 29 luglio 2009

Il congresso Pd e i grandi temi assenti

Ha ragione, penso, Piero Ostellino (Corriere, 25 luglio). La sorte del Pd non riguarda «tutti», come hanno scritto su questo giornale Sergio Romano e Michele Salvati. Riguarda i suoi dirigenti, i suoi iscritti, i suoi elettori; nonché coloro che su questo progetto politico, hanno, a diverso titolo, fatto affidamento. Riguarda tutti, invece, l' esistenza di un' opposizione degna di questo nome, in grado oggi di controllare e di incalzare chi governa, domani o, perché no, dopodomani di candidarsi per davvero alla guida del Paese. Si può guardare con maggiore o minore simpatia al Pd, si può essere più o meno ottimisti. Ma è soprattutto badando a questo aspetto essenziale che il congresso del Pd va sin d' ora seguito e valutato. Senza malanimo, senza pregiudizi. Ma anche senza ingiustificate (e, soprattutto, inutili) indulgenze.
La logica del «prendere o lasciare»,
del «o mangi la minestra o salti la finestra» non aiuta. Il Pd è un partito che cerca di darsi (secondo alcuni), di ritrovare (secondo altri) un' identità. Non è la fine della storia della sinistra, del centrosinistra, dell' opposizione democratica. Se fallirà nell' impresa che si è prefisso, certo le sorti dell' opposizione subiranno un colpo. Ma, prima o poi, ci saranno altri a prendere il suo posto nella competizione. E dunque. Va bene, benissimo che ci siano due, anzi, tre candidati alla leadership che si confrontano, e all' occorrenza si scontrano, senza risparmio di energie, cercando ciascuno di delineare come meglio sa il partito che ha in mente: i congressi veri si fanno così, il giorno in cui anche a destra capiterà qualcosa di simile sarà un bel giorno per tutti. Andrebbe ancora meglio, molto meglio, però, se i litiganti riuscissero a rendere un po' più chiaro qual è il merito della contesa. Non aiutano, in questo senso, le polemiche, infuocate quanto vacue, sulla persistenza o meno di una non meglio precisata «vocazione maggioritaria» del Pd; e, se possibile, aiutano ancora di meno le diatribe generazionali, le denunce accorate sul pericolo del ritorno al passato, gli strali nuovisti dei più giovani contro i più anziani e i sarcasmi dei più anziani sull' effettivo tasso di novità di cui i più giovani sono, o dovrebbero essere, portatori. Più utile, molto più utile, sarebbe ... togliere di mezzo i problemi che non esistono (da solo o con alleati occasionali, il Pd non vincerà le elezioni da qui all' eternità, o quasi) o che vengono agitati strumentalmente (è difficile credere che in tutti questi anni i Ds e la Margherita prima, il Pd poi, non abbiano espresso una nuova classe dirigente di giovani solo per via della scarsa o nulla generosità politica degli anziani). Più utile, molto più utile, sarebbe concentrarsi, anche per mettere a fuoco, se ci sono, i veri motivi di divisione, sulle riforme e sul riformismo di cui l' Italia, prima ancora del Pd, ha bisogno; e, di conseguenza, sul tipo di partito (di quello liquido, o gassoso, non parla più nessuno, il modello tradizionale è improponibile) da mettere in campo. Per questa via, forse la «vocazione maggioritaria» andrebbe smarrita; ma magari si potrebbe trovare, o ritrovare, quella funzione nazionale, quell' intuizione del mondo e quell' idea di Paese senza le quali un nuovo partito, anzi, un partito nuovo con ambizioni di governo non può prendere corpo. Di tutto questo, onestamente, nel confronto congressuale del Pd si è vista, almeno sinora, scarsa traccia. Come se ci si rifiutasse di prendere atto che l' affermazione del centrodestra, così come l' afasia del centrosinistra e della sinistra, affondano le loro radici in trasformazioni profonde della morfologia sociale, politica e culturale del Paese, e hanno parecchio da spartire con l' egemonia. Non si tratta, a guardar bene, di un problema soltanto italiano. Ne sanno qualcosa (se non la sapevano, gliel' ha bruscamente segnalata il voto europeo) i laburisti inglesi, i socialdemocratici tedeschi, i socialisti francesi. Francesco Rutelli lamenta che il Pd sembra incapace di mettere a frutto la «botta di culo» (sic) di aver dato vita a un partito, il Pd, che gli ha dato la possibilità di risparmiarsi la triste sorte delle grandi socialdemocrazie.
Ma, a parte il fatto che la nascita del Pd non è stata
(almeno, così ci era parso di capire) un evento fortunoso, ma una scelta politica ammantata di significati epocali, le cose non stanno propriamente così. Molte delle difficoltà italiane del Pd somigliano da vicino a una variante nazionale di quelle di tanta parte del socialismo europeo, e non c' è colpo di fortuna, o frettolosa conversione al centro, che possa evitarlo. Una differenza c' è: grandi, o ex grandi, partiti socialisti e socialdemocratici europei vivono la crisi di identità consolidati, il Pd un' identità non l' ha ancora e la sta cercando, sin qui senza successo. Che questa differenza giochi a suo favore, è tutto da dimostrare.

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