Il profilo politico del Partito democratico è uno dei temi centrali del prossimo congresso nazionale. La cosiddetta identità del Pd non può essere riducibile ad una disputa astratta né si può liquidare con un documento votato in una pubblica assemblea. L’identità politica e culturale è, nello stesso tempo, il frutto di una elaborazione ideale e il risultato di scelte e di atti politici che scandiscono il cammino quotidiano di un partito. Ora, si è detto ripetutamente che la vera sfida di questo partito è sostanzialmente quella di far vivere la “pluralità” culturale che resta l’essenza e che ne rappresenta la diversità rispetto al passato anche recente. Una pluralità che affonda le sue radici nel riconoscimento che nessuno può esercitare una egemonia culturale all’interno del partito, pena il dissolvimento anticipato del progetto politico dello stesso partito. E questo è uno dei temi che rischia di minare alla radice la credibilità del partito e il suo ruolo nella concreta dialettica politica italiana. Del resto non è facile far convivere in uno stesso partito culture e storie politiche diverse che si riconoscono nel medesimo progetto politico.E la scommessa è proprio quella di superare diffidenze ed ostilità che non possono essere rimosse con un semplice codicillo. A cominciare dal pieno riconoscimento del pluralismo interno al partito.
Trovo stucchevole l’ipocrisia di coloro che continuano imperterriti a denunciare la pericolosità delle aree culturali organizzate all’interno del partito, un’ipocrisia somma quando poi si viene a scoprire che a queste aree culturali viene sostituita, come elemento aggregativo, la carta di identità o la fedeltà al proprio capocordata o capo corrente di turno, condito ovviamente dalla marca da bollo del rinnovamento e del cambiamento.
C’è poco da fare: o il Pd riconosce l’esistenza strutturale delle varie correnti di pensiero presenti al suo interno oppure lo stesso confronto politico è destinato a correre lungo i binari del moralismo, dell’ipocrisia e del pressapochismo. Ne abbiamo già avuto i primi sintomi in questo ... avvio della stagione congressuale dove, accanto alle presenze culturali tradizionali, si possono contare anche le aggregazioni frutto della contingenza e della moda.
Insomma, il Pd può avere un futuro credibile se riesce a salvaguardare questa pluralità culturale. Sotto questo versante si misurano anche la qualità e la valenza del confronto congressuale in atto tra le varie mozioni. Registro che, malgrado le varie rassicurazioni, stenta a tramontare definitivamente il rischio di trasformare progressivamente il Pd in una sorta di ennesimo aggiornamento del percorso storico della sinistra italiana. È singolare che ogniqualvolta il dibattito si avvia lungo questi binari si incaglia sulla volontà di qualche esponente di rilievo di marcare con forza l’ipoteca della cultura della sinistra storica nell’orientare la prospettiva politica del partito. Un vizio congenito che però mal sopporta di essere definitivamente rimosso. E gli esempi si potrebbero moltiplicare se è vero, com’è vero, che quando si parla del Pd si continua a far riferimento spesso e volentieri alla sinistra, alle sue difficoltà, alle sue contraddizioni e alle sue potenzialità nell’attuale contesto politico italiano. Ed è oltremodo sintomatico che proprio attorno a questo dilemma si gioca la capacità attrattiva del partito di andare oltre il tradizionale recinto della sinistra storica italiana o limitarsi a gestire tutto ciò che è riconducibile a quella, seppur gloriosa, esperienza. Nessuna “Cosa 4”, dunque, e nessun ritorno identitario.
E questo a prescindere da chi vince la sfida congressuale del prossimo ottobre.
Ma il tema della identità politico e culturale del partito è strettamente collegato anche al nodo delle alleanze. L’ormai famoso “trattino” del centrosinistra non è soltanto un esercizio accademico o una divagazione politologica. Se il capitolo del profilo politico del partito non viene chiarito sino in fondo il rischio di dar vita ad un centro-sinistra dove il Pd copre sostanzialmente l’area riconducibile alla tradizionale sinistra è più che concreto. Se, invece, il Pd ha l’ambizione di essere un partito realmente di centrosinistra allora si può centrare l’obiettivo di allargare i confini culturali, sociali e politici del partito allargando un consenso non riconducibile alle tradizionali etichette. Il tema delle alleanze, infatti, non attiene soltanto alla geometria ma riveste un’importanza cruciale per la stessa credibilità di un’alternativa concreta all’attuale destra di governo. Pertanto, profilo politico e culturale del partito, riconoscimento della pluralità culturale interna e una rinnovata strategia delle alleanze sono temi strettamente intrecciati e non possono essere disgiunti l’uno dall’altro.
Se qualcuno pensa di costruire il partito con lo sguardo rivolto all’indietro e con l’obiettivo, neanche troppo nascosto, di dar vita all’ennesimo esperimento di una sinistra post-ideologica ma profondamente ancorata a quel patrimonio ideale, il futuro del Pd è in parte già compromesso con l’ovvia possibilità di una potenziale scissione dopo la fase congressuale. Se, invece, si vuole giocare sino in fondo la scommessa di un partito plurale occorre abbandonare per sempre il richiamo della foresta senza pensare a guardare al futuro con lo sguardo irrimediabilmente rivolto verso il passato e la nostalgia.
Fonte: Giorgio Merlo - Europa
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