martedì 7 luglio 2009

S’avanza uno strano nuovista

Come Europa ha già scritto, Pier Luigi Bersani ha buone carte in mano nel congresso Pd.
La nostalgia per i partiti “pesanti” è diffusa, la promessa di solidità e sobrietà è allettante, la suggestione per una politica fatta “come una volta” può trovare comprensibili consensi, a parte le effettive possibilità di ripristinare certi riti e certe pratiche nella politica contemporanea.
Toccherà ora a Franceschini trovare l’adeguata risposta, ma l’impressione è che per adesso Bersani abbia in casa l’insidia principale per se stesso.
I toni, gli argomenti, la tesi generale che Massimo D’Alema ha assunto nella propria personalissima campagna congressuale potrebbero risultare deleteri per la credibilità del “suo” candidato, facendo scivolare il confronto in una rissa che Bersani non vuole, non cerca, e che sicuramente non gli conviene: non foss’altro perché fra i costumi politici che si vogliono recuperare, l’aggressività esibita da D’Alema in queste settimane, fino all’apoteosi dell’intervento di domenica, non figura.
È fuori discussione – ed è un problema di Franceschini, il problema che lui ha malamente bypassato nel video di candidatura – che sia la linea di Veltroni che la sua concezione di partito non siano state un successo. Si può pensare che la responsabilità sia stata più che altro di chi le interpretava (ma Veltroni la scarica su tutti gli altri, in ciò confermando una drammatica specularità a D’Alema), ma la sconfitta è comunque un dato duro, con il quale fare i conti.
Bersani, pur essendo un dirigente storico del Pd, può pretendere di fare quei conti. Ignazio Marino a maggior ragione, se ne avrà la capacità. Ma D’Alema? D’Alema è credibile quando attribuisce neanche più a Veltroni, ma a Franceschini, la colpa della crisi del Pd? D’Alema ama associare se stesso al concetto di serietà e al rigetto dei nuovismi. Bizzarramente, ora si ... muove sulla scena come un outsider deciso finalmente a farsi valere dopo anni di lontananza dal governo del partito. Visto che è serio, e non è nuovo, le sue parole vanno però misurate anche con i suoi personali record come leader di partito e come uomo forte del centrosinistra. Naturalmente è un discorso che riguarda il singolo D’Alema, ma più ancora riguarda l’intera esperienza dei partiti precedenti al Pd, che retrospettivamente vengono rivalutati in maniera abnorme rispetto alla realtà dei fatti.
Nel 2001, la legislatura che aveva visto D’Alema segretario del partito, presidente della bicamerale, presidente del consiglio e infine presidente di Italianieuropei, si chiuse con i Ds al 16,6 per cento. Ci aveva messo del suo il successore di D’Alema, appunto Veltroni, ma serietà e rigetto di facili nuovismi impongono di considerare quel risultato come l’esito di una intera gestione. In quel periodo, peraltro, lo stesso D’Alema (per di più da segretario) aveva allo stesso tempo attaccato l’Ulivo e l’ulivismo, e lucidamente anticipato molte delle teorie sulla obsolescenza dei partiti di massa, traendone le conseguenze nella propria prassi politica. Se demolizione iniziò (ma in realtà era la presa d’atto di un processo generale), è allora che iniziò.
Né si può negare il ruolo determinante dello stesso D’Alema nell’avvertire la crisi dell’esperienza dell’Unione e nell’accelerare i tempi del Pd, anzi del Pd di Veltroni: paradossale che oggi lui rovesci sull’allora sindaco di Roma tutte le colpe di quel passaggio. Innanzi tutto perché non furono affatto delle colpe, ma come ha ricordato Amato si trattò della presa d’atto di un’emergenza che poteva avere esiti perfino peggiori.
E poi perché, per una volta, fu l’intero gruppo dirigente riformista a muoversi compatto, con le uniche eccezioni di Prodi, Parisi e Bindi.
D’Alema si sente nel mirino e ha giustamente interpretato come diretto a lui l’infelice riferimento di Franceschini a «quelli che ci stavano prima di me». Si sarà anche sentito tradito, D’Alema, da un dirigente che a suo tempo aveva coltivato come propria sponda fra gli ex popolari. Avrebbe molti modi per replicare, sostenendo Bersani con una razionalità e una forza argomentativa che non gli difettano. Se sceglie un’altra strada, aggiungendo alle accuse improbabili l’ormai inascoltabile lamentela per non essere stato coinvolto negli organismi dirigenti (parte che s’addice più a un Adinolfi, per citare un amico, che a un D’Alema), l’ex segretario dei Ds fa un danno a se stesso e a Bersani, perché offre il fianco alle accuse sul senso restauratore e regressivo dell’operazione che insieme conducono.
Fonte: Europa

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