venerdì 10 luglio 2009

Tre uomini in corsa. Le chance di ognuno

La griglia di partenza dovrebbe quindi essere (quasi) definitiva, a meno di qualche nuova adesione last minute: Bersani, Franceschini, Marino saranno i principali contendenti per la guida del nuovo vecchio Partito democratico. Una corsa che si preannuncia serrata, senza un vincitore già stabilito a priori, come è al contrario finora capitato in tutte le competizioni nazionali di questo tipo all’interno del centrosinistra, primarie o non primarie che fossero. Vediamo allora di capire, ai blocchi di partenza, quali sono le chance di ciascuno dei candidati, sia a livello di iscritti che, a livello più ampio, tra l’elettorato. In rigoroso ordine alfabetico, per evitare nuove discussioni intestine, che in questi frangenti non tardano ad affiorare per qualsiasi motivo, anche il più futile (un tipico segno della ritrovata unità e fratellanza interna…).
Pierluigi Bersani. Tra i tre candidati è indubbiamente quello che finora riscuote più simpatie, in maniera trasversale, tra tutti gli elettori italiani. Gli viene riconosciuta una grande competenza nelle materie economiche, un buon livello di simpatia, un eloquio arguto e accattivante, oltre ad una accentuata chiarezza nel suo discorso soprattutto televisivo. Ha ovviamente dalla sua il fatto che non ha mai ricoperto ruoli di leadership, né nella coalizione né nel partito, e questo gli ha evitato di attirarsi le antipatie degli avversari, che lo giudicano tra i meno peggio all’interno del Pd. Anche gli elettori democratici gli hanno tributato in passato molti meriti, legati in particolare al suo ruolo di liberalizzatore durante l’ultimo governo Prodi: lo associano dunque all’unico ... periodo giudicato positivamente di quello sfortunato esecutivo. Il pericolo per lui è però oggi quello di venir troppo identificato come il delfino di D’Alema, che non è ben visto da una quota significativa dei potenziali elettori delle primarie (se così possiamo chiamarle, sfidando le giuste ire di Paquino). E con una concezione ritenuta, a torto o a ragione, troppo centralista del partito stesso.
Per questo motivo riuscirà probabilmente a catturare maggiori consensi tra gli iscritti che tra gli elettori, desiderosi al contrario di un deciso mutamento dei riferimenti politici.
Dario Franceschini. Per il segretario uscente i favori sono stati spesso altalenanti: ha vissuto un periodo di successo durante il passaggio di consegna da Veltroni, nel momento in cui è stato identificato come l’artefice di una mini-svolta nella direzione del Pd, meno conciliante nei confronti della controparte di quanto venisse giudicato il suo predecessore. Il giudizio del complesso dell’elettorato italiano ha però visto un repentino deterioramento all’approssimarsi delle consultazioni europee, quando il suo ruolo gli ha forzatamente attirato diverse negatività.
Tra gli elettori democratici la sua figura non ha mai brillato per decisi entusiasmi a suo favore, complice un profilo tenuto volutamente basso. Oggi che il suo nome viene declinato più apertamente come quello associabile ad un mutamento di modalità politiche, nei confronti del tradizionale apparato, le simpatie per lui crescono principalmente tra gli elettori, mentre gli iscritti si mostrano meno favorevoli.
Ignazio Marino. Tra i tre è ovviamente il candidato meno conosciuto dalla popolazione elettorale nel suo complesso, che non esprime dunque pareri particolari. Molto gettonato dalla parte più laica del Pd, che lo associa soprattutto con i suoi interventi nel caso Englaro. Non ha attualmente alcuna chance di vittoria contro i suoi più “blasonati” avversari. Ma se fosse capace di coagulare e riunire intorno a sé ampie fette di simpatizzanti che, oltre alle sue tematiche specifiche, chiedono una fuga da Roma e una maggior presenza di legami territoriali, potrebbe diventare poco alla volta un deciso outsider, capace di concorrere anche per la vittoria finale.

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