sabato 11 luglio 2009

Un percorso che ribadisca la fedeltà alla Costituzione

Quale è il Partito democratico che serve all’Italia? Ora che si è visto, con il risultato dell’ultimo referendum, che il popolo italiano è più avveduto di chi pretende di guidarlo, sarebbe bene che in Italia si riconfermasse il principio che le decisioni democratiche si prendono in parlamento. Gli avvenimenti recenti parlano chiaro. In poche ore, l’istituto referendario, così come previsto dalla Costituzione, ha permesso agli elettori di bocciare l’idea, di modificare la pessima legge elettorale in vigore. Si trattava infatti, non di migliorare la legge, ma di peggiorarla, tanto da consentire al partito vincitore delle future tornate elettorali di ottenere una rappresentanza parlamentare molto difforme dalla percentuale di voto popolare effettivamente ottenuta alle urne. Attribuendo così, per finzione legislativa, un numero di parlamentari eletti tale da garantire la maggioranza su ogni decisione. È stato il rifiuto popolare della scheda referendaria a stroncare il tentativo della riproposizione di questo meccanismo che andava oltre la legge truffa del ’53 e ricordava assai di più quello della fascistissima legge Acerbo.
A questo punto sarebbe bene che anche le camere facessero sentire la loro voce, portando in discussione proposte di legge sulla riforma elettorale che affrontino il vero problema che sta a cuore ai cittadini su questo tema, che è quello di poter scegliere i propri rappresentanti e non certo quello di garantire iperbolici premi di maggioranza.
Si riproporrà così con forza ed orgoglio il ruolo del parlamento, quale luogo deputato alla ... discussione e alla decisione legislativa. È vero che le sirene della stabilità governativa, sempre in azione assordante, possono, volendo, rientrare nella prassi della dialettica democratica tra potere legislativo e potere esecutivo.
È quasi naturale che il governo cerchi di sostituirsi al lavoro di produzione di leggi proprio delle assemblee parlamentari, di cui peraltro, deve, per non entrare in crisi, detenere la maggioranza. Non è invece naturale che le assemblee parlamentari si facciano stabilmente piegare ai desiderata governativi, magari accettando anche marchingegni elettorali, derivati da premi di maggioranza o da altre misure, reperibili nel vasto mare della strumentistica autoritaria e cesaristica. Semplicemente bisognerebbe ricordare che un governo che non dipenda da una maggioranza parlamentare potenzialmente mutevole, non è un governo inserito in una democrazia parlamentare, quale è quella disegnata dalla nostra Costituzione.
Credo che un tale tipo di democrazia rientri nel disegno fondamentale della nostra Carta e che chiunque voglia definirsi democratico, qualche avvertenza dovrà avere di fronte all’invenzione di luoghi di decisione diversi dalle aule parlamentari elettive.
Magari non ci sarà bisogno di riferimenti a venerabili assonanze pitagoriche, come qualcuno giustamente ha fatto, senza mezzi termini, però almeno bisognerà ammettere che difficile da definire appare il confine tra qualunquismo e pratica a-partisan, pur con tutta la novità di location, extra, attraverso, sopra, sotto i partiti. Una difficoltà di orientamento che aggrava soprattutto chi abbia sotto gli occhi e in memoria la storia di avventi, cadute, rientri dei fascismi europei. Tutti comunque e sempre, attentissimi a screditare e mettere fuori gioco partiti e rappresentanze parlamentari.
Sinceramente mi auguro che in questa fase congressuale il Pd chiarisca con molta precisione la difesa dei valori e del modello costituzionale, di cui un troppo lungo periodo di conati modificatori comincia a far percepire una sostanziale sospensione.
D’altronde non ho simpatia per le sedicenze elitarie che, con il tempo, possono declinare in amara tragedia, come proprio il fascismo ebbe modo di mostrare a tutti.
I cittadini sono tutti uguali. Con il voto, uguale per tutti, eleggono i loro rappresentanti.
A questi spetta il potere di decidere, per mandato e in nome del popolo. Fuori dai luoghi istituzionali del potere legislativo non riesco a concepire che possano esistere avanguardie elitarie, che si autoattribuiscono il potere-dovere di suggerire, condizionare, decidere.
Sarà magari pleonastico, ma sarà bene che il Partito che va al congresso ribadisca fino in fondo che la Costituzione va prima di tutto applicata. È stato veramente un bel gesto, pieno di significati alti, quello ha fatto Dario Franceschini quando, nel suo insediamento a segretario del Pd, ha ritenuto di dover giurare fedeltà alla Costituzione nel luogo simbolico della strage della lunga notte del ’43, dove Resistenza, democrazia, Costituzione, basi della nostra repubblica, simbolicamente si potevano insieme coniugare.

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