domenica 9 agosto 2009

La ripresa che non c’è

Notizie in apparenza contraddittorie sul fronte economico.
Da una parte l’Ocse dice che l’Italia, assieme alla Francia, è uno dei rari paesi nei quali si colgono segnali di una prossima ripresa.
Dall’altra l’Istat ci informa che non solo il Pil si è ridotto del 6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma è anche diminuito dello 0,5% nei confronti del trimestre gennaio-marzo del 2009. Il fondo non è ancora stato toccato. A ben guardare, tuttavia, è illusorio pensare che un singolo stato sia in grado di uscire, solo o in ristretta compagnia, dalla crisi che ha colpito l’economia mondiale. La globalizzazione ha consentito a tutti, chi più chi meno, di svilupparsi, rende i tentativi di crescita autonoma necessariamente di lungo periodo, perché per ottenerla occorrono profonde modifiche strutturali.
Se vogliamo davvero tentare di capire se la ripresa è vicina occorre guardare a quelli che sono stati i protagonisti dell’ultimo favoloso trentennio americano, Cina e Germania.
L’economia Usa è stata spinta soprattutto dalla domanda dei privati per consumi e case. Le famiglie che dal dopoguerra al 1980 risparmiavano poco meno di un decimo dei loro redditi, nel 2007 avevano smesso di accumulare e si erano pesantemente indebitate.
Parte non trascurabile dei beni acquistati erano importati dall’estero. Corrispondentemente la bilancia dei pagamenti correnti dall’equilibrio era arrivata ad un deficit pari al 6% del Pil. Un valore non sostenibile per un paese che voglia mantenere la propria indipendenza.
Ora le famiglie, sia perché devono pagare i debiti, sia perché si è ridotta la ricchezza in titoli o immobili, sono tornate a risparmiare. Nel 2008 si è superato di poco il 6% del reddito e non è detto non cresca ancora.
Per giunta il crescente tasso di disoccupazione rappresenta un limite alla domanda di beni di consumo. Se l’economia Usa non è precipitata e se c’è qualche segnale di ripresa, lo si deve a massicci interventi pubblici. Che non è facile continuino dato che opinione pubblica e parlamento sono fortemente preoccupati di un debito pubblico che rischia di toccare livelli simili a quelli del periodo bellico. La Cina è sicuramente in una situazione migliore perché ha crediti e non debiti sull’estero, ma la sua domanda interna da vari anni a questa parte è cresciuta meno del ... prodotto nazionale. Questo si è potuto sviluppare a tassi elevatissimi grazie alle esportazioni, in particolare verso gli Stati Uniti.
La crescita del risparmio Usa rende più arduo continuare sulla stessa strada. Inoltre il contributo cinese al mondo si riduce dato che le importazioni di quel paese stanno riducendosi ad un ritmo più intenso delle esportazioni.
Occorrono, quindi, radicali mutamenti nelle abitudini e nei sistemi di assistenza sanitaria e previdenziale (sia l’uno che l’altro vanno quasi costruiti da zero perché inesistenti) che sono all’origine dell’elevatissima propensione al risparmio. Per quanto bravi e capaci siano i governi cinesi, non sarà facile modificare il sistema rapidamente.
Discorso analogo può farsi per la Germania il cui modello è fondato essenzialmente su specializzazioni tanto spinte da necessitare di sbocchi mondiali, oltre che su un accordo sociale che vede, anche in questi giorni, preferire riduzioni salariali alla disoccupazione. Per giunta il Fondo monetario internazionale ha, pochi giorni addietro, sottolineato che «c’è necessità di fare di più per stabilizzare le banche ed i mercati » e senza risolvere questi problemi ci sarà uno stop alla ripresa.
In sostanza se è abbastanza probabile che la recessione non degeneri in depressione, è facile che, per usare un linguaggio diventato di moda, l’uscita sia a L.
Al calo produttivo dovrebbe, cioè, seguire una lunga semistasi a livelli più bassi rispetto a quelli che si erano toccati.
L’Italia che già da qualche anno stentava a crescere come gli altri, dovrebbe maggiormente impegnarsi a modificare il proprio modello di sviluppo.
Non sembra che il nostro governo sia conscio di questa difficilissima situazione. Il Partito democratico, da parte sua, potrebbe trovare una vera ragion d’essere se volesse dedicarsi solo a questi problemi. Al pane, come ha scritto ieri Carlo Azeglio Ciampi.

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