lunedì 30 novembre 2009

Primarie addio

Per le prossime regionali le primarie saranno più l’eccezione che la regola. L’evento che è stato definito il “mito fondativo” del Pd, la forma di partecipazione su cui si è tanto dibattuto nella campagna congressuale, sta finendo rapidamente nel dimenticatoio senza che praticamente nessuno sollevi polemiche su questo, a partire da coloro che proprio delle primarie avevano fatto una bandiera congressuale. I motivi sono tanti, e fondati. Per prima cosa, non è aria. Il congresso più lungo del mondo è appena finito, è stato sufficientemente vero bello e doloroso, e ha tolto la voglia di sfide fratricide per un bel po’. Ci mancherebbe solo – pensano sicuramente in tanti – che adesso, a un mese dal fatidico 25 ottobre sul quale si sono concentrati tutti i nostri sforzi e tutte le nostre energie fin dall’inizio dello scorso giugno, ci rendessimo conto che è ora di ripartire con nuove primarie a cui dedicare altri sforzi e altre energie, e proprio adesso che arriva Natale. Inoltre, le regionali sono elezioni, appunto, regionali. Non è il partito nazionale che decide come si scelgono i candidati, ma ogni territorio si regola come vuole, pur in presenza di un’indicazione della segreteria nazionale (segreteria Franceschini, allora) che caldeggia le primarie di coalizione.
Molti dei candidati presidenti sono uscenti disponibili alla riconferma; e in un caso, la Toscana, ci sarà un avvicendamento già deciso perché una sola candidatura è stata avanzata ed è stata condivisa da tutto il centrosinistra. Ma soprattutto è il concetto di “coalizione” che in questo caso è insufficiente, dal momento che come sappiamo tutti in queste regionali c’è un possibile alleato chiave – l’Udc – che non ha nessuna intenzione di entrare nella coalizione di centrosinistra e quindi nessun interesse a partecipare a eventuali primarie, rispetto alle quali anzi chiede di tutelare i possibili accordi su candidature comuni. Infine, in situazioni ingarbugliate come il Lazio, sono proprio gli alleati minori della coalizione di centrosinistra ad aver risposto picche al Pd che proponeva le primarie sul candidato presidente. Alla fine le primarie più importanti e visibili rischiano di essere quelle pugliesi, dove in realtà è il presidente uscente, non del Pd, a reclamare la reinvestitura o comunque una modalità ... “trasparente” di ricambio.
Tutto questo per dire che non c’entrano niente le polemiche congressuali, né la nuova segreteria, con l’improvvisa sparizione delle primarie. Proprio per questo motivo questa imprevista pausa di riflessione, ben lungi dal dare adito a polemiche, dovrebbe diventare l’occasione per riflettere sulle esperienze di questi anni, in vista del futuro. È evidente che le primarie non si possono fare solo quando tutto è già deciso, “modello Prodi”, oppure quando i politici non riescono a mettersi d’accordo, “modello Firenze”, o quando c’è da mettere a tacere gli alleati ribelli, “modello Puglia”, dove già una volta peraltro gli elettori hanno smentito le previsioni. Ci vorrebbe una logica, una strategia.
Possibilmente realista e compatibile con un sistema politico che non è lo stesso di due anni fa e probabilmente neanche dei primi anni di vita dell’Ulivo-partito. È ancora pensabile un partito fondato sulle primarie in un’epoca in cui il bipolarismo smette di tendere, se non di somigliare, al bipartitismo all’americana? In cui non necessariamente il leader del partito maggiore è il candidato premier? Della ex nuova stagione è tutto da buttare o si può pensare a primarie di tipo nuovo, magari per scegliere i candidati delle liste e non i leader, laddove come alle politiche la legge elettorale non prevede le preferenze, o a primariereferendum su alcuni temi, o ad altro? Tanto c’è tempo: pensiamoci.
Fonte: Chiara Geloni - Europa

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