sabato 31 gennaio 2009

Broletto 2009, in attesa del Partito democratico

Broletto 2009, il Pd dove andrà a parare? Per tentare una traiettoria attingiamo alle riflessioni di due suoi parlamentari: utilizzano internet per un colloquio diretto con gli elettori.
Il candidato presidente
Il sen. Guido Galperti, richiamata la recente riunione della Direzione provinciale del Pd dedicata alle elezioni amministrative, in particolare a quelle per il Broletto, racconta: «L’on. Tolotti, relazione puntuale e condivisibile, riferisce della disponibilità, a loro sollecitata da esponenti interni al partito, degli amici Fogliata, Mottinelli, Peli, per guidare la competizione elettorale nell’esteso territorio bresciano. La Direzione apprezza i loro profili ed il generoso spirito di servizio, disponendo una consultazione interna per verificarne il gradimento ed eventualmente fare emergere ulteriori candidature parimenti supportate. Alla fine si deciderà se predisporre una consultazione primaria o se procedere alla costruzione di una candidatura unitaria». ...
Dal dato all’analisi del sen. Galperti: «Resta aperto il nodo cruciale, per quanto mi riguarda, ovvero se esista ancora a Brescia una coalizione di Centrosinistra che intenda ingaggiare una battaglia vera per vincere le elezioni e per costituire un punto di riferimento per le realtà territoriali impegnate nelle elezioni locali. Se la Lega (Molgora? Caparini? Peli?) andasse divisa dal Pdl (Beccalossi? Nicoli? Romele?) e l’Udc da solo (Scotti? Bonetti? Maninetti?) al ballottaggio del 21 di giugno la partita sarebbe aperta ad ogni risultato». Dalla rosa di nomi richiamata da Galperti va sfilato il già senatore Udc Luigi Maninetti. A precisa domanda - vedere il giornale di ieri - ha risposto: nessuno gli ha chiesto di essere il candidato dell’Udc; in ogni caso, non è disponibile ad una candidatura alternativa allo schieramento di Centrodestra, che ritiene connaturato all’Udc.
Continua Galperti con tono franco e disincantato: «Al ballottaggio bisogna arrivarci ed i risultati delle politiche 2008 ci dicono che, se andiamo da soli, arriviamo terzi. E se invece il Centrodestra procedesse compatto non pensiamo che comunque il risultato “provinciale” proiettato sulla città comporterebbe inevitabilmente un giudizio sulla nostra tenuta? Sarebbe forse il caso di sottoporre la rosa dei nostri candidati al gradimento ed alla possibile convergenza dei nostri alleati con i quali, peraltro, abbiamo da poco ingaggiato una comune battaglia elettorale in Loggia. Si va da soli per constatazione, non per scelta. Siamo già diventati un Partito a così netta vocazione minoritaria?».
A proposito di alleati, corre voce che autorevoli rappresentanti dell’Italia dei valori abbiano già segnalato ai vertici del Pd che il loro sostegno elettorale dovrà trovare riscontri in primarie responsabilità comunali.
In una delle sue newsletter l’on. Pierangelo Ferrari affronta la questione della natura del Pd. Ragionamento articolato, appassionato, sofferto. Inevitabilmente riassunto in pillole.
Spiega l’on. Ferrari: «Non saprei dire del percorso Dc-Ppi-Margherita, ma sul binario parallelo Pci-Pds-Ds un’idea ce l’ho. Da tempo. Ho cominciato a farmela verso la metà degli anni Novanta, dal dopo Occhetto al biennio del primo governo Prodi. Sul lato del partito, si trattava di costruire una nuova formazione politica, non solo innovando il prodotto (politiche, programmi, alleanze) ma altrettanto il processo (organizzazione, linguaggi, radicamento, terminali sociali)». Fatta tutta una serie di puntualizzazioni, continua: «Così, mentre uscivamo indenni e giulivi dallo tsunami di Tangentopoli, incubavano in casa nostra i germi che avrebbero prodotto le malattie degenerative ereditate dal Pd: la separazione dei ruoli tra il centro e la periferia (ciascuno "padrone in casa propria"), l’atrofizzazione del confronto politico interno, la bulimia del riformismo proclamato e l’anoressia delle riforme attuate, l’affermazione dei cooptati e dei paracadutati, doppia faccia del medesimo fenomeno: la deriva oligarchica della Sinistra italiana».
Affonda l’on. Ferrari: «Il Pd, che doveva essere la cura, continua ad essere la malattia. Per responsabilità di tutti, non dei soli eredi del Pci, sia ben chiaro. Così che oggi, come negli anni Novanta, il problema principale resta quello di costruire un partito in cui le idee circolino e si misurino, alla luce del sole. In cui si decida, in modo trasparente. In cui i legami con le basi territoriali e gli ambiti sociali contino più delle relazioni tra e con i vertici della gerarchia. Fatelo all’americana o all’europea, ma che sia un partito, un soggetto politico, non semplicemente un luogo politico».

Pd: «Giunta vendicativa»

Le reazioni del mondo politico e della società civile al provvedimento della Loggia non si sono fatte attendere.
Primi a commentare la decisione della Giunta Paroli di ritirare la delibera sono stati il capogruppo in Loggia del Pd, Emilio Del Bono, e il segretario cittadino, Giorgio De Martin: «Una Giunta vendicativa - recita secca la nota congiunta - ritira il bonus bebè pur di non assegnarlo, senza discriminazioni, a tutti i bambini. Brescia è una città che per anni è stata ben governata e pertanto ha le risorse disponibili, e già accantonate, per dare i 1.000 euro a tutti i bambini nati nel 2008. Riteniamo che l’amministrare non possa essere propaganda politica».
Altrettanto critica anche Laura Castelletti, capogruppo della lista che porta il suo nome: «Correttamente l’ordinanza del Tribunale dice che la finalità di incentivare la natalità italiana non era, di per sé, illegittima: l’errore è nella formulazione della delibera. Noi abbiamo suggerito alla Giunta di rispettare la sentenza ed estendere il bonus a tutti, ma... anche di continuare a perseguire lo scopo originario (incentivare la natalità italiana) spogliandolo di connotazioni ideologiche, elaborando altri interventi che tengano conto dei suggerimenti del Tribunale. La Giunta invece revocando il bonus, conferma la tesi di chi sosteneva che l’intento era esclusivamente discriminatorio».
Tra le reazioni della società civile spicca quella delle Acli bresciane, tra le realtà promotrici del «Donum bebè», fondo da destinare ai figli di coppie immigrate in luogo dell’inaccessibile «bonus» comunale. «Ho subito fatto convocare un incontro delle associazioni che sostengono il Donum - assicura il segretario organizzativo delle Acli, Pierangelo Milesi - per alcune valutazioni. Nei giorni scorsi avevamo già commentato positivamente la sentenza del tribunale, che ripristinava una giustizia discriminata dalla delibera, decidendo comunque di continuare nella raccolta dei fondi. Ora però la decisione della Giunta ci impone alcune riflessioni».
Ma Milesi avanza una lettura e un monito più generali: «Mi pare che la città abbia bisogno di tutto tranne che di frazionarsi e lacerarsi ulteriormente sul sostegno alla natalità». Specie in questo momento di crisi, sottolinea il segretario Acli. «La città ha bisogno di uno slancio unitivo, di solidarietà. Se l’Amministrazione e i soggetti più attivi della società civile e religiosa si incontrassero per fare una comune riflessione sulla difficoltà della natalità delle coppie italiane e sul tema dell’immigrazione, forse questa vicenda non sarebbe del tutto negativa. Se ne avrebbe un risultato di crescita solidale della città».

«Stop alle iniziative per gli immigrati» È la linea che intende seguire la Lega Nord. Poi l’invito: abbandonate la Cgil

Linea dura. Anzi, durissima. La Lega Nord incassa il colpo della sentenza del giudice Onni, ma non intende lasciare la partita. Giovedì sera il direttivo cittadino allargato al Consiglio comunale ha stabilito le mosse da mettere in atto per proseguire nella battaglia del bonus-bebè. Azioni che ieri mattina sono state annunciate in via Voltolina: contro la sentenza del Tribunale del Lavoro, contro la Cgil, pressioni sui parlamentari bresciani, sulla Giunta e opposizione a qualsiasi servizio dedicato agli immigrati. Alla base di quanto stabilito c’è il convincimento che «la nostra gente, il nostro popolo ha capito che la sentenza non è giusta e sarà provvidenziale per aprire gli occhi a chi era miope o buonista» come spiega la consigliera leghista Elena Bonometti.
Il piano del Carroccio per rispondere a quanto accaduto inizia prima di tutto dalle vie legali: «Alla Giunta chiediamo di proseguire con il ricorso - afferma il capogruppo Nicola Gallizioli - perché la sentenza è soprattutto politica». A Gallizioli non sono andate giù le considerazioni che il giudice ha espresso nel testo sull’utilità del bonus bebè: «Con mille euro si comprano parecchie cose. Il messaggio è che noi aiutiamo la natalità, non a procreare». Sui parlamentari bresciani verrà fatta pressione perché ci sia un intervento ... legislativo che consenta ai comuni «di decidere in autonomia a chi fornire servizi aggiuntivi a quelli base».
Il capogruppo leghista si aspettava la bocciatura del giudice: «Per questo domani dalle 14.30 alle 19 saremo in corso Zanardelli per raccogliere le firme di una petizione da dare ai nostri parlamentari». Gallizioli lancia poi il guanto della sfida direttamente alla Cgil, colpevole secondo i consiglieri leghisti di difendere «solo gli extracomunitari». «Invitiamo gli operai, gli impiegati e tutti i lavoratori ad abbandonare la Cgil e ad aderire a forme nuove di sindacato che probabilmente nasceranno sul territorio». Si pensa ad un nuovo sindacato leghista, oltre al Sinpa? «Ve ne parleremo più avanti. Di più non posso dire» risponde Gallizioli. La Lega continuerà a proporre in Loggia «delibere a favore dei bresciani» cercando vie alternative all’Isee per le graduatorie «visto che svantaggia i nostri cittadini». Ma soprattutto, il gruppo consiliare del Carroccio «bloccherà tutte le iniziative che favoriscono gli stranieri. È l’effetto boomerang della sentenza, dato che sostiene che dare servizi solo ad alcuni è discriminatorio». Quali sarebbero i servizi in questione? Su questo punto risponde Alessandro Bizzaro: «Lo sportello immigrati, gli insegnanti di sostegno, l’accompagnamento nelle scuole, i servizi a favore dei bambini Rom e via discorrendo». Bizzaro anticipa una decisione presa dalla Giunta nel pomeriggio: «Invito il giudice a scendere in strada con la sinistra a spiegare alle coppie bresciane che i mille euro non ci sono più». Quindi la delibera sul bonus bebè è stata ritirata? «No» risponde Bizzaro, smentito poche ore dopo. Infine Massimo Tacconi interviene per dire che «mai come oggi mi sono sentito come l’indiano che avevamo sui manifesti un anno fa. È una sentenza che discrimina i bresciani che pagano le tasse, i cui genitori hanno fatto la resistenza».

L'apertura di Blair ad Hamas "Coinvolgerlo nel processo di pace"

Hamas dev'essere in qualche modo coinvolto nel processo di pace in Medio Oriente perché la linea dell'isolamento di Gaza finora non ha funzionato. E' quanto emerge dall'intervista dell'ex premier britannico Tony Blair al magazine del quotidiano Times, che prende le mosse dalle nuove prospettive dopo l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca.
"La politica di isolare Gaza nella ricerca di un accordo (di pace) non ha mai funzionato né mai funzionerà", afferma l'inviato speciale del "quartetto" (Usa, Ue, Russia e Onu) nella regione, che implicitamente critica la strategia seguita dall'amministrazione Bush e da Israele, che hanno puntato a concentrare gli sforzi per i negoziati sulla trattativa esclusiva con l'Anp in Cisgiordania.
Blair fa poi riferimento alla pace ottenuta in Irlanda del Nord nel 1998 e fa capire che potrebbe essere arrivato il momento di cominciare a parlare con Hamas: "Il mio approccio di base - ha spiegato Blair - è che in una situazione simile si parla con tutti".
L'ex premier conferma tuttavia la posizione ufficiale del quartetto: con Hamas non si può trattare direttamente ... fino a quando non rinuncerà alla violenza e avrà riconosciuto il diritto a esistere di Israele. Il coinvolgimento del movimento integralista, infatti, "può avvenire solo se Hamas è preparato a entrarvi nei giusti termini". Altrimenti il rischio è di "destabilizzare tutta quella gente che in Palestina ha lavorato duramente e a lungo per la causa moderata".
Blair si dice inoltre positivo sull'impatto che l'amministrazione Obama avrà nella regione. Sostiene che con il neo inviato Usa, George Mitchell - con cui tra l'altro negoziò l'accordo del Venerdì santo in Ulster - "le cose cambieranno": ci sarà una migliore strategia a Gaza "che offrirà alla gente la possibilità di riunirsi con la Cisgiordnia (cioè l'Anp, ndr) nei termini corretti".
Fonte: Repubblica

"Io, Gelli e la strage di Bologna" Ecco le verità della super-spia

"Che fine ha fatto?" mi chiedo guardando la foto su un catalogo che sto per buttare. Il suo nome era comparso sui giornali nel 1982 con la qualifica di "faccendiere". Le ultime tracce le trovo su internet: uscito dal carcere di Livorno, sta scontando gli ultimi mesi di pena presso la Pubblica Assistenza di Lerici. Francesco Pazienza ha scontato 10 anni per depistaggio alle indagini sulla strage di Bologna, altri 3 per il crac Ambrosiano e associazione a delinquere. Amico di Noriega, frequentatore dei servizi segreti francesi, americani e sudamericani, nel 1980 è a capo del Super Sismi.
Braccio destro di Licio Gelli, il suo ambiente è il sottobosco di confine fra l'alta finanza e l'alta criminalità, l'alta politica e il Vaticano. Protagonista delle vicende più tragiche della storia italiana degli... anni '80, è depositario di informazioni mai rivelate, altre raccontate a modo suo. Laureato in medicina a Taranto, non ha mai indossato un camice. Negli anni '70 vive a Parigi e fa intermediazioni d'affari per il miliardario greco Ghertsos. Poi l'incontro con il capo del Sismi, Santovito. Grandi alberghi, yacht, belle donne, sigari rigorosamente cubani e tagliasigari d'oro... Un'altra epoca. Adesso ha 62 anni e fuma le Capri, mentre cammina da uomo libero sul lungomare di Lerici.

Cominciamo dall'inizio: come avviene l'incontro con Santovito?
"Me lo presentò l'ingegner Berarducci, oggi segretario generale dell'Eurispes. Santovito era suo zio, e mi chiese di fare il suo consulente internazionale".
E perché Santovito le dà questo incarico senza conoscerlo prima?
"Sa, io parlavo diverse lingue e avevo un sacco di relazioni in giro per il mondo. Normalmente non avviene così, ma all'epoca era quasi tutto improntato all'improvvisazione".
E in cambio cosa riceveva?
"Rimborso spese. Siccome non avevo bisogno di soldi, era quello che volevo: se volevo andare a New York in Concorde, andavo in Concorde. Mi sembrava tutto molto avventuroso".
Si dice che lei sia stato determinante nella sconfitta di Carter contro Reagan.
"La storia comincia con Mike Ledeen a Washington, che mi aveva presentato Santovito; lui dirigeva il Washington Quarterly e faceva capo ad una lobby legata ai repubblicani (e alla Cia-ndr). Così gli dico: "Guarda che quando c'è stata la festa per l'anniversario della rivoluzione libica, il fratello di Carter ha fraternizzato con George Habbash", che era il capo del Flp. E a quel punto disse: "Se tu mi dai le prove , noi possiamo fare l'ira di Dio"".
E le prove come se le era procurate?
"Attraverso un giornalista siciliano, Giuseppe Settineri, che io mandai con un microfono addosso ad intervistare l'avvocato Papa, che faceva il lobbista e aveva partecipato alla festa di Gheddafi. Lui raccontò per filo e per segno tutto quello che era successo. Le foto dei festini me le avevano fornite Michele Papa e Federico Umberto D'Amato, la testa degli affari riservati del Viminale".
Il Viminale ha dunque interferito nelle elezioni di un paese alleato?
"Sissignore, però la débacle ci sarebbe stata ugualmente, ma non in misura così massiccia".
Lei, che non è un militare, diventa capo del Super Sismi. Cos'era?
"Il Super Sismi ero io con un gruppo di persone che gestivo in prima persona".
Marzo 1981, le Br sequestrano l'assessore campano Cirillo. Lei che ruolo ha avuto?
"Un ruolo importante. Fui sollecitato da Piccoli, allora segretario della Dc. Incontrai ad Acerra il numero due della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo, Nicola Nuzzo. Mi disse che in dieci giorni Cirillo sarebbe stato liberato, e così è stato".
Chi ha pagato?
"Non i servizi. Il giudice Alemi disse di aver scoperto che furono i costruttori napoletani a tirar fuori un miliardo e mezzo di lire, che finirono alle Br".
Piccoli cosa le ha dato per questa consulenza?
"Niente, assolutamente niente, eravamo amici, non c'era un discorso mercantilistico". (Del miliardo e mezzo, alle Br finiscono 1.450 milioni. Chi ha imbustato i soldi del riscatto sarebbe Pazienza, che, secondo vox populi, avrebbe taglieggiato le Br tenendo per sé 50 milioni).
A gennaio 1981 sul treno Taranto-Milano viene piazzata una valigia con esplosivo della stessa composizione di quello usato nella stazione di Bologna... Ci sono dei documenti intestati a un francese e un tedesco, indicati dai servizi come autori di stragi avvenute a Monaco e Parigi. Si scoprirà poi che si trattava di depistaggio.
"Il depistaggio è stato fatto dal Sismi per non fare emergere la vera verità della bomba di Bologna. Secondo l'allora procuratore Domenico Sica c'era di mezzo la Libia, e coinvolgerla in quel momento avrebbe voluto dire tragedia per la Fiat e per l'Eni. Vada negli archivi delle sedute parlamentari: il 4 agosto 1980, Spadolini in persona presentò un'interrogazione parlamentare in cui attribuiva la bomba di Bologna a origini straniere mediorientali".
Ma qual era l'interesse mediorientale?
"L'Italia non poteva sottrarsi agli obblighi Nato, e quindi doveva fare un accordo con Malta, per proteggerla in caso di attacchi del colonnello Gheddafi. L'accordo fu firmato, e Gheddafi fece la ritorsione. Ustica porta la stessa firma. Me lo ha raccontato Domenico Sica. Quando tolgono il segreto di Stato la verità salterà fuori".
Lei è stato condannato a 10 anni per depistaggio, qualche prova a suo carico evidentemente c'era, i servizi segreti li comandava lei.
"Le prove a mio carico erano dovute al fatto che sono stato il braccio destro, mandato dagli americani, per sostituire Licio Gelli alla guida della P2. E siccome Gelli era il motore primo del depistaggio, io che ero il suo braccio destro, automaticamente...".
Quando è scoppiata la bomba a Bologna dov'era?
"A New York".
84 morti e 250 feriti, nel suo paese. Lei è consulente del Sismi, non ha pensato: "Adesso bisogna trovare chi è stato"?
"Io no. Perché non è mio compito. I servizi segreti sono come un'azienda. Giusto? Se tu ti occupi di una cosa, non è che dici "adesso parliamo di Bologna, parliamo di Ustica"...".
1982. Calvi viene impiccato sotto un ponte. Si è parlato di un suo coinvolgimento.
"Sì, e qual era il mio interesse? Io non sono stato mai neanche indagato nell'omicidio Calvi. La sua morte è un mistero anche per me, comunque non si uccide Calvi a livello di Banda della Magliana... E non mi venga a dire che l'MI5 non sapesse che Calvi si trovava a Londra da giorni! I giochi di potere erano molto più grossi. Capisce cosa voglio dire?".
No.
"La morte di Calvi e lo scandalo del Banco Ambrosiano avrebbero imbarazzato pesantemente il Vaticano, che insieme all'Arabia Saudita voleva Gerusalemme città aperta a tutte le religioni, e Israele era contrario. Poi c'era lo scontro politico interno italiano, c'erano i comunisti, che hanno preso una valanga di soldi dal Banco Ambrosiano. Non è così semplice dire è A, B o C".
Di chi erano i soldi che andavano verso la Polonia?
"Arrivavano dai conti misti Ior-Banco Ambrosiano. L'organizzatore era Marcinkus d'accordo con papa Wojtila. Sono stato io a mandare 4 milioni di dollari in Polonia".
Ma come ha fatto tecnicamente?
"Vicino a Trieste, abbiamo fatto preparare una Lada col doppio fondo e dentro c'erano 4 milioni di dollari di lingottini d'oro di credito svizzero. Era aprile 1981, un prete polacco venne a ritirare questa Lada e la portò a Danzica. Qual era il discorso? Agli operai in sciopero non potevamo dare gli zloty, né i dollari perché i servizi segreti polacchi se ne sarebbero accorti. Anche perché lei può fare il patriota come vuole, però se a casa ha 4 bambini e non ha come farli mangiare, lo sciopero non lo fa. Giusto?".
Ma lei perché si portava su un aereo dei servizi segreti un ricercato per tentato omicidio, braccio destro di Pippo Calò, capo della banda della Magliana?
"Lei sta parlando di Balducci. Io sapevo che era uno strozzino, ma non è mai salito su un aereo dei servizi. Usava lo pseudonimo di Bergonzoni e una volta lo feci passare a Fiumicino mentre proveniva da Losanna. Era un favore che mi chiese il prefetto Umberto D'Amato, suo amico intimo". (Per questo "favore" Pazienza fu condannato per favoreggiamento e peculato: fu accertato che aveva trasportato, su un aereo dei servizi , il latitante Balducci sotto falso nome).
Nell'84 lei deposita da un notaio un documento intitolato "operazione ossa". "Ossa" starebbe per Onorata Società Sindona Andreotti. Che cos'era?
"All'epoca c'era il pericolo che Sindona potesse inventare dei coinvolgimenti di Andreotti in questioni di crimini organizzati. Bisognava capire cosa volesse fare Sindona per tirarsi fuori dai guai prima di rientrare in Italia quando si trovava nel carcere americano di New York".
Ci siete riusciti?
"Non c'è stato bisogno di fare nessuna misura attiva, ne abbiamo fatta una conoscitiva".
La misura attiva qualcuno l'ha fatta quando è finito nel carcere italiano...
"Qui parliamo del 1986. Nel carcere italiano ha bevuto un caffè di marca Pisciotta...".
Lei in quante carceri ha soggiornato?
"Alessandria, Parma e alla fine a Livorno. Complessivamente ho fatto 12 anni di carcere gratis".
Non si ritiene colpevole di nulla?
"Zero. Le racconto una cosa, 30 marzo 1994: un maggiore della Dia, nome M. cognome M. mi dice: "Lei è un uomo informatissimo, ci deve raccontare di come portava le lettere di Fabiola Moretti (compagna di De Pedis, componente della banda della Magliana, coinvolto nel rapimento di Emanuela Orlandi-ndr) al senatore Andreotti, nel suo ufficio privato. Sa, fra poco esce la sentenza di Bologna, e noi la mettiamo a posto". Io gli ho detto: "A me di Andreotti non importa niente. Il problema è che quel che lei mi chiede di ricordare non è vero". Avevo il microfono addosso. Sa qual è la cosa comica? Che molti pensano che io sapessi di questo e di quell'altro e che non ho detto niente perché sono un duro. Non ho detto niente perché non sapevo. Capisce la differenza?".
Quando è uscito dal carcere dove è andato?
"A casa dei miei genitori, comunque non è un problema ricominciare da capo".
Cosa fa ora per sbarcare il lunario?
"Il consulente per transazioni internazionali. Sto trattando un cementificio in Africa".
Come pensa di ricostruirsi una credibilità?
"La storia non è finita, sta cominciando il secondo tempo".

Erano 25 anni che volevo incontrare il grande faccendiere. Una curiosità tutta personale, volevo vedere in faccia l'uomo che ha fatto da cerniera in tutti i misteri profondi di questo paese. Ci vuole grandezza anche per essere protagonisti di grandi drammi. Invece si incontrano delle comparse, figure che si dimenticano. Sembrano scelte apposta.
Cosa ricordo io di quel 2 agosto? Ero andata a prenotare delle cuccette. Nell'atrio tanta gente che andava e veniva, in un sabato di ferie, e i ragazzini che fanno sempre un gran casino, fra la biglietteria e il marciapiede del binario 1. L'immagine successiva non ha sonoro: è quella di un luogo irriconoscibile coperto dalla polvere. E poi il bianco di un lenzuolo che attraversa la città, appeso alle porte di un autobus. Per qualche anno, ho avuto paura tutte le volte che andavo in stazione. Da 15 anni prendo un treno tutte le settimane, vado di fretta, e non guardo mai lo squarcio coperto da un vetro, non guardo mai l'orologio fermo alle 10.25. Ogni anno il 2 agosto osservo da lontano la gente che si raduna per commemorare. Qualche volta mi viene da piangere.

L' ennesima occasione mancata

Angeletti, Marcegaglia e Sacconi lo hanno definito un "accordo storico". In verità di storico nel documento sottoscritto giovedì sulla riforma della contrattazione c' è solo la mancata firma della Cgil. Un accordo sulla riforma della contrattazione che lascia fuori il più grande sindacato dei lavoratori è come un' intesa raggiunta nell' Eurogruppo senza la Germania. Come il Patto per l' Italia, anche questo accordo rischia perciò di rimanere lettera morta. Ma in questo caso ciò significa lasciare molti lavoratori senza contratto nazionale, dato che il sindacato più rappresentativo non accetta le nuove regole.
Se non si vuole che aumenti ulteriormente la quota di lavoratori con contratti scaduti, bisogna permettere ai lavoratori di scegliere al più presto chi li rappresenta, tanto a livello d' azienda che di categoria. A questi rappresentanti bisognerà poi affidare anche il compito di definire i confini tra la contrattazione nazionale e quella... aziendale in ciascun settore. C' è spazio per farlo perché l' intesa di giovedì demanda agli accordi nazionali di categoria molti aspetti importanti. Siano pure diverse le regole tra settori. Si potrà così verificare sul campo quale regole funzionano meglio.
La Cgil farebbe bene a non chiamarsi fuori da questo processo chiedendo subito le elezioni dei rappresentanti sindacali. Del resto è proprio la Cgil che da anni richiede di affrontare il nodo delle rappresentanze. E' il momento di fare sul serio. I commenti all' accordo si sono sin qui soffermati su aspetti secondari, come la durata dei contratti.
La novità più importante è nell' ultima pagina, dove si stabilisce che a livello territoriale o aziendale ci si possa accordare su livelli salariali inferiori a quelli stabiliti dalla contrattazione nazionale, di fronte a «situazioni di crisi o per favorire lo sviluppo economico e occupazionale». E' la prima volta che questa deroga viene introdotta in Italia. Sin qui la contrattazione decentrata poteva solo aggiungere, aumentare i salari rispetto a quanto pattuito a livello nazionale. Ed era per questo motivo che la contrattazione decentrata veniva svolta in solo un' azienda su dieci, dove il sindacato riusciva ad imporla. Il datore di lavoro non aveva alcun interesse a sedersi a un tavolo sapendo fin dall' inizio che l' unico esito possibile era pagare di più. Proprio in virtù di questa deroga concessa alla contrattazione decentrata, sorprende la scelta di escludere parti della retribuzione dalla copertura contro l' inflazione (riguarderà solo «un valore retributivo individuato dalle specifiche intese»). Strano che né Cisl, né Uil abbiano imposto che la copertura contro l' inflazione fosse applicata a tutto il salario. Quanto alle regole di indicizzazione, opportuna la scelta di abbandonare il tasso di inflazione programmato (Tip). Serviva solo a far litigare tutti e nessuno poteva più impegnarsi a mantenere l' inflazione al di sotto di quel livello, ora che la politica monetaria non viene più fatta in via Nazionale, ma a Francoforte.
Ma al posto del Tip viene introdotto un concetto nebuloso, il «tasso di inflazione previsionale», elaborato da un «soggetto terzo». A quanto pare, anche il Governo crede nelle "congetture degli astrologi", se decide di affidarsi al corpo dei previsori di professione! Speriamo che vengano fornite guardie del corpo a questo "soggetto terzo" che dovrà fornire questo numero così importante. Non vorremmo essere al suo posto. Legando il salario alla congiuntura si rischia anche di ritardare la chiusura dei contratti perché quando l' inflazione aumenta (come nei primi sei mesi del 2008) il sindacato vorrà ritardare la firma dei contratti per strappare maggiori concessioni salariali. Viceversa quando l' inflazione cala (come nel secondo semestre del 2008) saranno i datori di lavoro a voler ritardare la chiusura dei contratti.
Meglio sarebbe stato indicizzare il salario, l' intero salario, al tasso inflazione obiettivo della Bce, peraltro molto vicino all' andamento medio dell' inflazione negli ultimi 5 anni.
L' accordo, infine, riguarda anche la contrattazione nel pubblico impiego. Il testo è stato cambiato all' ultimo momento, aggiungendo in fretta e furia due commi al documento presentato da Confindustria, pur di attribuire un ruolo anche al governo, in quanto datore di lavoro, nella trattativa. E' un estensione formale perché per fare la contrattazione di secondo livello nel pubblico impiego bisogna prima stabilire come si misura la produttività e qual è il vincolo di bilancio delle amministrazioni decentrate. Stando fuori dal negoziato, che riguarda materie non di sua competenza, il Governo avrebbe evitato di politicizzare il confronto e di rendere il patto oneroso per il contribuente e l' amministrazione fiscale. Il testo sottoscritto dall' esecutivo prevede, infatti, che «le misure volte a incentivare, in termini di riduzioni di tasse e contributi» la contrattazione di secondo livello «vengano incrementate, rese strutturali, certe e facilmente accessibili». Garantendo per sempre la coesistenza di due regimi fiscali, uno per il salario "nazionale" e l' altro, più vantaggioso, per il salario "di impresa", si decide di tassare diversamente due lavoratori dipendenti che hanno lo stesso salario lordo e si incoraggiano comportamenti elusivi in cui si trasforma fittiziamente il salario nazionale in quello locale al solo scopo di ridurre l' imposta da pagare.
Quindi rischia di essere un conto salato quello che viene fatto pagare al contribuente
da questo accordo. Da 11 anni i lavoratori italiani attendono una riforma della contrattazione. Anche questa rischia di essere l' ennesima occasione mancata in una trattativa infinita. Colpa di un tavolo con un posto di troppo e di una sedia rimasta vuota. Bene che il governo stia d' ora in poi al di fuori da queste materie, occupandosi invece di trovare rapidamente le risorse per la riforma degli ammortizzatori sociali. Bene che la Cgil torni in gioco contribuendo a migliorare le regole nell' ambito di organismi eletti dai lavoratori. Le elezioni dei rappresentanti sindacali potrebbero anche essere un modo per ritrovare, a livello di azienda o di comparto, quella unità di intenti che sembra lontana anni luce a livello nazionale.

Giustizia, tempi da Terzo Mondo

Inaugurazione dell'Anno giudiziario: magistratura divisa sulle intercettazioni. Tutti d'accordo sulla lentezza dei processi: l'Italia è al 156˚posto dopo Guinea e Gabon. Altri 16 giorni di ritardi nella durata media dei nostri processi e supereremo a ritroso anche lo staterello incastonato tra l'Eritrea e la Somalia. Questione di tempo: nella nostra retromarcia andiamo già peggio dell'Angola, del Gabon, della Guinea Bissau... Certo, Berlusconi spara sui «disfattisti » che demoralizzano le plebi incitando tutti ad essere ottimisti. L'ultimo rapporto «Doing Business 2009», però, non lascia scampo.
LA CLASSIFICA - La classifica, compilata «confrontando l'efficienza del sistema giudiziario nel consentire a una parte lesa di recuperare un pagamento scaduto », dice che gli Usa stanno al 6˚ posto, la Germania al 9˚, la Francia al 10˚, il Giappone al 21˚ e i Paesi dell'Ocse, fatta la media dei bravissimi e dei mediocri sono al 33˚ posto. La Spagna, che tra i Paesi europei sta messa male, è 54˚. Noi addirittura 156˚. Su 181 Paesi. Un disastro. Tanto più che quell'elenco non rappresenta solo ... un'umiliazione morale. La Banca Mondiale la redige infatti per fornire parametri di valutazione agli operatori internazionali che vogliono investire in questo o quel Paese.
CONSEGUENZE ECONOMICHE - Il messaggio è netto: dall'Italia, in certe cose, è bene stare alla larga. Perché uno straniero dovrebbe venire a mettere soldi in un'impresa italiana davanti a certe storie esemplari? Prendete quella di una vecchia signora vicentina che aveva fatto causa alla banca perché l'aveva incitata a investire tutti i suoi risparmi in una finanziaria a rischio e nei famigerati bond argentini. Sapete per che giorno le hanno fissato la prossima udienza? Per il 17 febbraio 2014. Un piccolo imprenditore veronese si è visto dare l'appuntamento per il 2016. Per non dire del caso del signor Otello Semeraro, che mesi fa non s'è presentato al tribunale di Taranto dov'era convocato per assistere all'ennesima puntata del fallimento della sua azienda. Indimenticabile il verbale: «Il giudice dà atto che all'udienza né il fallito né alcun creditore è comparso». C'era da capirlo: come dimostravano le carte processuali della moglie, citata come «vedova Semeraro», l'uomo era defunto. Nonostante la buona volontà, non era infatti riuscito a sopravvivere a un iter giudiziario cominciato nel 1962, quando la Francia riconosceva l'indipendenza dell'Algeria, Kennedy era alle prese coi missili a Cuba e nella Juve giocavano Charles, Sivori e Nicolè. Quarantasei anni dopo, le somme recuperate dal fallimento sono risultate pari a 188.314 euro. Ma nel '62 quei soldi pesavano quasi quanto quattro milioni attuali. Forse, se la giustizia fosse stata più rapida, qualche creditore non sarebbe fallito, qualche dipendente non avrebbe passato dei periodi grami...
UNA «CATASTROFE» - Perché questo è il punto: la catastrofe ammessa ieri dal presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, a conferma della denuncia di giovedì del presidente della Corte Europea per i diritti umani, Jean-Paul Costa, durissimo nel ricordare che l'Italia è la maglia nera della giustizia europea («4.200 cause pendenti contro le 2.500 della Germania e le 1.289 della Gran Bretagna, quasi tutte per la lunghezza dei processi»), non tocca solo la dignità delle persone. Incide pesantemente sull'economia. Basti citare il libro «Fine pena mai» di Luigi Ferrarella: «Confartigianato, elaborando dati 2005 di Istat e Infocamere, ha proposto una stima di quanto la lentezza delle procedure fallimentari, in media 8 anni e 8 mesi, possa costare ogni anno alle imprese artigiane: un miliardo e 160 milioni di euro per il costo del ritardo nella riscossione dei propri crediti, e un miliardo e 170 milioni di euro di maggiori oneri finanziari per le imprese costrette a prendere in prestito le risorse». Totale: oltre 2 miliardi e 300 milioni di euro. Cioè 384mila di «buco giudiziario» per ogni impresa. Un sacco di soldi. Che in anni di vacche grasse possono azzoppare una piccola azienda. Ma in anni di vacche magre o magrissime, come questo, l'ammazzano.
SPIRALE PERVERSA - Di più: il sistema si è avvitato in una spirale così perversa che la «legge Pinto » per il giusto processo ha partorito altri 40 mila processi intentati dai cittadini esasperati dalla lentezza dei processi precedenti e cominciano già ad ammucchiarsi i processi che chiedono un risarcimento per la lentezza dei processi avviati per avere un risarcimento dei danni subiti da processi troppo lenti. Un incubo. Due anni fa la battuta dell'allora presidente della Cassazione Gaetano Nicastro («Se lo Stato dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi Finanziarie») pareva uno sfogo esagerato. Ieri è arrivata la conferma: avanti così e ci arriveremo. Dall'introduzione della legge Pinto fino al 2006 lo Stato aveva dovuto tirar fuori 41,5 milioni di risarcimenti ma «in due anni sono 81,3 i milioni già sborsati, più almeno altri 36,6 milioni dovuti ma non ancora pagati, per un totale di circa 118 milioni».
PATROCINIO GRATUITO AI MAFIOSI - Una emorragia devastante. Al quale si aggiunge un'altra ferita che butta sangue: il gratuito patrocinio concesso a decine di migliaia di persone. Ottantaquattromila sono stati, nel solo 2008, gli imputati che hanno ottenuto l'avvocato difensore pagato dallo Stato. Per un totale di 85 milioni di euro. Spesso buttati in un eccesso di garantismo peloso. Con l'assegnazione automatica di un difensore d'ufficio non solo a tutti gli stranieri «irreperibili» (che magari danno un nome falso e verranno processati inutilmente fino in Cassazione) ma addirittura a mafiosi che dichiarano un reddito inesistente (come Leoluca Bagarella e Antonino Marchese che, imputati dell'omicidio di un vicebrigadiere, chiesero la ricusazione della Corte d'Appello perché aveva loro revocato l'avvocato gratis) e perfino a latitanti. Ma in questo quadro, più nero di un quadro nero del Goya, sono davvero centrali la battaglia sulle intercettazioni o la separazione delle carriere? Giustiniano, di cui il Cavaliere disse di avere in camera un ritratto, forse si muoverebbe in modo diverso.

giovedì 29 gennaio 2009

Tolotti: «Bocciato un provvedimento illegittimo»

Claudio Bragaglio del Pd: «Un vero e proprio ko tecnico per la giunta. Il giudice ha applicato semplicemente una legge confermando in questo modo ciò che politicamente era stato rilevato sul carattere fortemente discriminatorio del bonus bebè. Un riconoscimento va dato all’iniziativa della Cgil bresciana».
Emilio del Bono capogruppo Pd: «Uno schiaffone per la giunta che ha voluto incamminarsi su una strada sbagliata: non ha ascoltato nessuno, proseguendo con il paraocchi, e questo è il risultato. Spero ora si ritrovi equilibrio e saggezza. La delibera va ritirata e riscritta integralmente».
Franco Tolotti segretario provinciale Pd: «L’ordinanza è il riconoscimento del buon senso e dei principi di uguaglianza contenuti nella nostra costituzione, contro l’arroganza del sindaco e della sua maggioranza di centro destra, insensibile alle critiche del mondo... democratico e agli autorevoli richiami del mondo cattolico».
Giorgio De Martin, segretario cittadino del Pd: «Si è detta una parola chiara si una vicenda sulla quale il Pd si è da tempo espresso in modo inequivocabile e perentorio, seguito da un’ampia rappresentanza dei mondi che compongono la società bresciana. Confermati i molteplici aspetti di contraddittorietà e illegittimità già più volte rilevati».
La segreteria di Rifondazione: «Una sentenza che costringe la giunta Paroli al ritiro della famigerata delibera del bonus bebè e dimostra che la Camera del lavoro è in prima fila nella tutela dei cittadini migranti, parte integrante della realtà del lavoro bresciano».
Fonte: BresciaOggi

Il giudice: «Il bonus bebè discrimina gli stranieri»

Il giudice del lavoro boccia il bonus bebè «nazionalista» e lo estende anche agli stranieri. La decisione del Comune di Brescia di riservare il «bonus» da mille euro ai nati del 2008 che siano residenti in città e figli di almeno un genitore italiano, escludendo i figli di genitori stranieri, è giudicato un atto «discriminatorio», che viola il testo unico sull’immigrazione. Il Comune è dunque tenuto a «eliminare tale discriminazione e i suoi effetti, attribuendo, mediante i provvedimenti ritenuti più idonei, il beneficio a tutti gli stranieri che ne facciano richiesta e siano in possesso degli ulteriori requisiti, diversi dalla cittadinanza».
L’ORDINANZA del Tribunale di Brescia (sezione lavoro, giudice Ignazio Onni) depositata ieri mattina e protocollata intorno all’una non si presta a troppe interpretazioni o distinguo, e ha subito fatto molto rumore. Una sconfitta giuridica sonora per la linea della giunta Paroli che, su questa vicenda, aveva già incassato le critiche del vescovo Monari e la mobilitazione di numerose... associazioni cattoliche. Quattro cittadini stranieri (del Bangladesh, del Pakistan, dello Srilanka e dell’Algeria) e l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione di Torino, affiancati dalla Cgil e assistiti dall’avvocato Alberto Guariso, avevano impugnato il bonus bebè. Dopo l’udienza del 21 gennaio, ieri è arrivata l’ordinanza del giudice Onni (non una "toga rossa" - sia detto per inciso - ma un magistrato noto per il rigore dei suoi pronunciamenti, resistenti per lo più a ricorsi e impugnazioni).
LA NORMA che opera come una mannaia nei confronti del «bonus» riservato agli italiani è il testo unico sull’immigrazione, in particolare gli articoli 43 (discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi) e 44 (azione civile contro la discriminazione).
Le uniche «attenuanti» che Onni riconosce alla Loggia sono di non aver manifestato «una "dolosa" volontà discriminatoria», e di non aver voluto applicare una «norma razziale». Detto questo, la bocciatura è a tutto campo. Effetto della decisione comunale, infatti, è una «realtà discriminatoria oggettiva», che determina «in concreto una disparità di trattamento tra cittadino e straniero, a svantaggio di quest’ultimo». Infatti «l’esclusione degli stranieri residenti a Brescia dal diritto al beneficio legata alla mancanza del requisito della cittadinanza italiana, costituisce, ex se, discriminazione, perchè distingue tra residenti cittadini italiani e residenti stranieri e determina un deteriore trattamento degli stranieri».
Il giudice boccia anche le motivazioni alla base della delibera comunale, ovvero l’idea di incentivare la natalità degli italiani: «Non può considerarsi ragionevole - dice l’ordinanza - il tentativo di indurre chicchessia a procreare sulla base di un mero soccorso economico». Tanto più quando la somma in gioco è un’«una tantum» di mille euro; tanto più quando, in chiave retrospettiva, si assegna il bonus a chi è già nato.
Posto dunque che la norma è «discriminatoria», in base all’articolo 44 del testo unico tocca al giudice indicare come rimuovere questa situazione. Onni è chiaro: il Comune è tenuto a estendere il beneficio a tutti gli stranieri che ne facciano richiesta e che ne abbiano i requisiti economici. Non solo. Il giudice ordina anche al comune di posticipare (dal 31 gennaio al 28 febbraio) il termine per la presentazione delle domande, in modo da consentire a tutti di farsi avanti.
IL DISPOSITIVO ordina anche la pubblicazione del testo su un quotidiano nazionale, non riconosce alcun risarcimento ai ricorrenti ma accolla le spese legali (5 mila euro) al Comune.
Cosa accadrà ora? L’ordinanza è di per sè esecutiva, e il rappresentante del Comune (ovvero il sindaco) ha una responsabilità penale diretta in ordine alla sua applicazione. Certo, il Comune può decidere di opporsi: ha dunque 15 giorni di tempo per presentare un «reclamo» a un organo collegiale, sempre però alla sezione del lavoro del Tribunale di Brescia. Poichè il collegio dev’essere formato da tre giudici del lavoro, e oggi a Brescia ce ne sono tre compreso il giudice Onni, per formare il collegio bisognerebbe ricorrere all’integrazione con un giudice della sezione Civile. La sfida legale, insomma, si complica.

Interessa a qualcuno?!? Allarme colera in Zimbabwe L'Oms: "E' fuori controllo"

Ha ormai superato i tremila morti e i 57mila casi di contagio l'epidemia di colera che dallo scorso agosto ha investito lo Zimbabwe. E la situazione è "fuori controllo".
A dare l'allarme è l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha diffuso l'ultimo bilancio dell'epidemia: il numero delle vittime accertate è di 3.028, mentre quello degli episodi conclamati della malattia è di 57.702. Rispetto all'ultimo aggiornamento di ieri, l'incremento è stato rispettivamente di 57 e di 1.579 unità, facendo registrare così la peggiore epidemia avvenuta in Africa negli ultimi quattordici anni. Le agenzie dell'Onu impegnate nel paese ribadiscono oggi che la malattia "non è ancora sotto controllo" e questa situazione "non dovrebbe cambiare in un futuro prossimo". "Ormai ci stiamo avvicinando al peggiore degli scenari, con 60mila persone malate", ha detto il portavoce dell'Oms, Fadela Chaeb. Secondo l'Oms, quasi la metà dei 12 milioni di abitanti dello Zimbabwe rischia di contrarre la malattia a causa delle precarie condizioni di vita nel paese. L'epidemia ha già colpito anche i paesi vicini, in particolare il Sudafrica, dove sono stati registrati 2.600 casi di contagio e 31 decessi. Tra le cause dell'epidemia c'è il collasso del sistema sanitario nazionale, dovuto alla grave crisi economica che il paese sta attraversando, e il conseguente inquinamento delle acque.
Fonte: Repubblica

Al via il World Social Forum in Amazzonia, per cambiare il mondo

Ha preso il via con una grande celebrazione indigena e una marcia per le strade della città di Belem la nona edizione del World Social Forum (Fsm), in Amazzonia. L'evento si è aperto con un 'pasto sacro' in omaggio ai popoli africani che hanno ospitato l'ultima edizione del Forum a Nairobi (Kenya).
Gli indigeni hanno preso la testa del corteo invitando gli almeno 100mila partecipanti al Forum, e insieme a essi tutta la città di Belem, a camminare insieme portando bandiere, striscioni e simboli delle proprie lotte. Un colorato corteo ha percorso Avenida Presidente Vargas, Avenida Nazarè, Admirante Barroso, Praca do Operario dove un palco ha ospitato altre cerimonie dei popoli indigeni provenienti da ogni parte del pianeta.
La giornata di mercoledì sarà dedicata ai 500 anni di resistenza, conquiste e prospettive delle popolazioni indigene. Gli eventi principali si svolgeranno su tre palchi distribuiti tra i campus che verteranno principalmente su: cambiamenti climatici e giustizia ambientale, diritti umani, lavoro, migrazioni, fine della criminalizzazione ... dei movimenti sociali, terra, territorio, identità, sovranità alimentare.
Centomila persone e 5.680 organizzazioni partecipano al Fsm 2009, che andrà avanti fino al primo febbraio a Belem, nello stato brasiliano di Parà. La società civile organizzata, movimenti sociali, popoli indigeni, ong, sindacati e gruppi religiosi provenienti da più di 150 Paesi si incontrano per celebrare la nona edizione del più importante appuntamento 'altermondialistà, che torna in Brasile dopo tre anni. Tra i principali temi dei dibattiti ci saranno la crisi economica mondiale, i cambiamenti climatici e le alternative al modello di sviluppo.
Fonte: L'Unità

Al processo contro il signore della guerra congolese Thomas Lubanga una piccola vittima testimonia davanti al Tribunale penale internazionale

Sono trascorsi dieci anni, ma ricorda tutto come fosse stato ieri. Nel 1999 era uno studente. Quinta elementare, pochi libri sotto il braccio, il sorriso stampato sulla bocca, lo sguardo spensierato, la voglia di divertirsi. Nonostante la guerra, gli scontri per il controllo dello Iuri, piccola regione nel nord est del Congo. Adesso è qui, davanti alla Corte penale internazionale, il Tribunale per i crimini dell'Aja.
Lo hanno contattato, protetto, convinto a testimoniare nel primo, grande processo per uno dei crimini più orrendi e diffusi in molti paesi centroafricani: il reclutamento dei soldati bambino. "Alcuni studenti", rievoca in swaili, l'unica lingua che sa parlare, "erano direttamente arruolati per strada. Io sono stato uno di questi. Ci hanno portato nei campi militari mentre tornavamo a casa, all'uscita di scuola".
Protetto da una tendina, la voce alterata dal computer, l'ex soldato bambino evita di guardare il grande imputato del processo che lo scruta serio, a pochi metri di distanza: Thomas Lubanga, oggi 48 anni, dal 1999 al 2003 leader dell'Union des patriotes congolaise, colpito ... da mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e arruolamento di minori durante il conflitto per il controllo dello Iuri, arrestato nel febbraio del 2005 poco dopo l'uccisione di nove caschi blu della Monuc, la missione Onu in Congo.
Rinchiuso in un carcere di Kinshasa, Lubanga aveva atteso la sua estradizione a l'Aja. Le autorità della Rdc avevano evitato di incriminarlo per consentire ai magistrati della Cpi di concludere le loro indagini. Lo scorso 10 febbraio, dopo mesi di investigazioni, raccolta di prove e di testimonianze, scritte e filmate, l'ex leader dell'Upc era stato trasferito in Olanda dove lunedì scorso è stato aperto il dibattimento.
Ci vorranno mesi prima di arrivare ad una sentenza. Ma quella di stamani è stata un'udienza che a ragione, senza voler essere retorici, la Corte di giustizia internazionale ha definito storica. La piaga dei bambini soldato è una realtà sempre denunciata in Africa ma mai approdata ad un giudizio di tipo penale. Per la difficoltà a trovare i testimoni, a raccogliere prove concrete, visive. A definire una pratica odiosa in un contesto processuale, con le sue regole, i suoi tempi, le sue garanzie.
Nella sua relazione introduttiva il procuratore argentino Luis Moreno-Ocampo ha accusato l'imputato di aver reclutato e addestrato centinaia di giovani tra i 9 e i 13 anni per uccidere, saccheggiare e violentare migliaia di nemici o di semplici abitanti delle zone contese. "I bambini", ha sostenuto il procuratore, "continuano a soffrire delle conseguenze dei crimini che sono stati costretti a commettere. Non possono dimenticare ciò che hanno visto. Molti tra loro riescono a sopravvivere ai terribili ricordi solo ricorrendo a droghe, altri vivono prostituendosi".
Thomas Lubanga, attraverso il suo difensore, l'avvocato Catherine Mabille, ha respinto le accuse. Ha negato di aver arruolato bambini. Ha ricordato le particolari condizioni in cui si svolgeva il conflitto, ha ammesso i suoi orrori ma li ha attribuiti a tutte le parti sul campo.
Mentre il giovane "kadogo", il soldato-bambino, tornava a quegli anni, Lubanga ha seguito in silenzio, stretto nel suo completo scuro, una cravatta rossa che spiccava sulla camicia chiara, la breve testimonianza. Ha preso molti appunti, ma non ha mai interrotto il racconto. "Ci dicevano", ha spiegato ancora il testimone, oggi ventenne, "che il paese stava vivendo forti tensioni e che i giovani dovevano mobilitarsi per salvare la nazione. Io ho avuto la forza di dire che eravamo ancora troppo giovani, che tra noi c'erano dei bambini di nove anni".
"Così ci arruolavano all'uscita da scuola" all'Aja il racconto di un ex bambino soldato
Il ragazzo ha avuto difficoltà a rispondere a tutte le domande del procuratore aggiunto Fatou Bensouda che insisteva nel conoscere l'identità dei suoi amici, anche questi reclutati. "Tante domande mi mettono in difficoltà. Sono passati molti anni e non ricordo con precisione nomi e date. Non vorrei sbagliare", ha spiegato il testimone, "ho giurato di dire la verità. Una semplice contraddizione potrebbe inficiare tutto il mio racconto". Il giudice ha sospeso l'udienza. La pressione era troppo forte. Ma l'omertà che ha sempre circondato l'arruolamento dei bambini soldato, quasi seimila nel solo Iuri, è stata finalmente infranta. Si riprenderà venerdì prossimo.
Non c'è pace nella martoriata regione. Oggi nel nordest della Repubblica democratica del Congo sono stati trovati almeno 100 cadaveri di civili uccisi dai ribelli ugandesi della Lord's Resistance Army (Lra), come ritorsione alla campagna militare congiunta lanciata dai governi di Congo, Uganda e Sudan per catturare il signore della guerra Joseph Kony. L'Onu afferma che la popolazione civile è stata sottoposta a terribilli violenze nel sud-est di Dungu, dove il 16 gennaio scorso i ribelli hanno sferrato un duro attacco ai villaggi.

Chi è Stato

L’altro ieri, a Sky, l’on.avv.imp. Gaetano Pecorella interloquiva con Gioacchino Genchi a proposito del presunto scandalo del suo inesistente archivio. Genchi spiegava di non possedere alcun archivio, di non aver mai intercettato nessuno e di aver sperimentato un metodo che consente di sventare stragi, risolvere omicidi impuniti e scagionare innocenti (fra cui due clienti dell’On.Avv.Imp.). Il noto garantista però insisteva. Come se fosse Genchi a dover dimostrare di non aver violato la legge, e non chi l’accusa a provare il contrario. L’On. Avv. Imp. domandava sprezzante a che titolo «un privato» conservi tabulati telefonici. Genchi notava di non essere «un privato», ma un vicequestore di polizia da 25 anni al servizio dei magistrati. Un «servitore dello Stato». E qui Pecorella lo guardava tra l’incredulo e lo sbigottito, anche perché lui - come avvocato e come deputato – ha sempre servito il cliente che lo paga meglio. Quello che definisce la giustizia «un cancro da estirpare», accusa la sinistra di essere «collusa con la giustizia» e ora ce l’ha pure con Giulia Bongiorno, avvocato di An e presidente della commissione Giustizia, perché non vuol abolire le intercettazioni e dunque viene linciata dal solito mechato sull’apposito Giornale per collaborazionismo coi magistrati. Come se questi intercettassero per sfizio. La Bongiorno ha risposto così: «Mi allarmerei se mi accusassero di stare dalla parte dei mafiosi: stare con i magistrati non mi pare un insulto». È bello sapere che, a destra, sopravvive qualcuno che sa cos’è lo Stato. Ora si attende la sinistra.
Fonte: Marco Travaglio - L'Unità

Legge elettorale, martedì in Aula Intesa sullo sbarramento al 4%

Stretta sulla legge elettorale per le europee. Il testo che introduce lo sbarramento al 4% sarà esaminato dall'Aula della Camera a partire da martedì pomeriggio, mentre il voto è previsto per la giornata di mercoledì. Nella conferenza dei capigruppo della Camera si è registrato "un ampio accordo" sull'ipotesi sbarramento del 4%, lasciando le preferenze e le circoscrizioni.
"Le varie forze presenti in Parlamento - sottolinea il capogruppo del Pd Antonello Soro - intendono allineare il nostro sistema di voto a quello presente in tutti i Paesi europei. La nuova norma sullo sbarramento potrebbe stimolare una spinta all'aggregazione piuttosto che alla divisione".
Mentre da parte dell'Udc c'è una presa d'atto e la dichiarata intenzione di "non ostacolare la legge", da sinistra arrivano reazioni durissime. "Quella sulla legge elettorale è quindi una manovra antidemocratica voluta da Veltroni e da Di Pietro per provare a distruggere definitivamente la sinistra. E' un vero e proprio colpo di Stato, una legge ad personam dove Berlusconi favorisce Veltroni, cercando di mettere la sinistra fuori anche dal Parlamento europeo", commenta il segretario... di Rifondazione Paolo Ferrero.
"Ci troviamo di fronte a un'altra legge ad personam, una sorta di 'salva Veltroni' per salvare i grandi partiti in crisi. Trovo questo un altro segnale del degrado cui è giunta la politica", ironizza l'ex segretario Prc Franco Giordano, ora nell'area vendoliana.
"Complimenti a Veltroni. Ha una tale paura che si avverino i sondaggi che lo danno al 23% che è andato alla corte di Berlusconi pur di incamerare i voti dei partiti piccoli e tentare di salvarsi", attacca Manuela Palermi del Pdci. "Si sta cercando in queste ore di trovare un accordicchio tra Pd e Pdl solo ed esclusivamente per trovare una via d'uscita per il vertice del Partito democratico dal prevedibile insuccesso elettorale di giugno", scrive Claudio Fava, segretario nazionale di Sinistra democratica in una lettera inviata al presidente della repubblica Giorgio Napolitano.
Critico anche il segretario dell'Udeur Clemente Mastella: "Questa è una forma di dittatura fra maggioranza e l'opposizione più grossa con il rischio di un bipartitismo che fregherà tutti gli altri".
Fonte: Repubblica

I titoli Alitalia e il mercato di Bananas

Le azioni e le obbligazioni Alitalia non esistono più. Entra in vigore la revoca delle quotazioni, disposta una settimana fa da Borsa Italiana. Amen. Come diceva la canzone: chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, e «scurdammoce 'o passato». Ma come si fa a scordare il passato?
Come si fa a dimenticare che prima dell' estate il presidente del Consiglio e il ministro dell' Economia, in occasione del via libera al decreto sulla liquidazione della bad company, dichiararono solennemente che «nessun risparmiatore ci rimetterà un euro»?
Come si fa a dimenticare che dal 4 giugno del 2008, quando la Consob dispose la sospensione dell' ora defunta compagnia aerea in «via cautelativa», «a tutela del mercato» e per scongiurare il rischio di «eventuali speculazioni», i poveri cristi che avevano in mano quel titolo non solo non l' hanno più potuto negoziare, ma non hanno neanche saputo nulla su cosa il destino gli avrebbe riservato?
Ora gli sventurati risparmiatori che si ritrovano in portafoglio quelle azioni sanno con certezza ciò che temevano: è carta straccia, a tutti gli effetti. E sono testimone ... diretto del simpatico trattamento che alcuni di loro hanno ricevuto in qualche agenzia bancaria, alla quale si sono rivolti in questi giorni per chiedere «che dobbiamo fare»? «Niente - si sono sentiti rispondere - questo è l' equivalente del caso Cirio e Parmalat...». A Tremonti, che tiene sempre sulla scrivania il famoso barattolo di pomodori pelati, devono essere fischiate le orecchie.
Eppure, il vero scandalo è che dal governo non viene ancora una sola parola, per spiegare cosa ne sarà di quei titoli, e soprattutto dei soldi di chi li aveva comprati. Anche Lamberto Cardia tace: sorprendentemente lesto nel sospendere i titoli, ieri. Incomprensibilmente lento nel difendere i piccoli azionisti, oggi. Si può dire che siano stati incauti, a comprare o a tenersi i titoli di una società che per un anno intero ha volato sull' abisso. Ma che spiegazione è? I fondi previsti per gli eventuali risarcimenti (inizialmente ricavati dal recupero dei «conti dormienti» presso gli istituti di credito) si sono già polverizzati. Dovevano ammontare a 2 miliardi di euro, secondo le sempre rosee previsioni del Tesoro. Ammontano invece a meno di 800 milioni, buona parte dei quali già dirottati a coprire i costi della Social Card. Questo sarebbe «il mercato», secondo i nostri governanti scrupolosi e i nostri controllori rigorosi. Un mercato veramente libero. Anzi liberissimo, praticamente anarchico. Roba da Repubblica di Bananas.

«Siamo medici, non siamo spie» No alla segnalazione dei clandestini

«Siamo medici e infermieri, non siamo spie». È lo slogan della campagna di mobilitazione "Divieto di segnalazione" lanciata da Medici e da altre associazioni alla società civile contro l'emendamento che abolisce il principio di non segnalazione alle autorità per gli immigrati irregolari che si rivolgono a una struttura sanitaria.
FIACCOLATA - Il voto in Senato dell'emendamento volto a sopprimere il suddetto principio è in programma il prossimo 3 febbraio. Per il giorno prima Medici Senza Frontiere, la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, l'Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione e l'Osservatorio Italiano sulla Salute Globale promuovono una fiaccolata davanti a Montecitorio.
LA NORMA E LA COSTITUZIONE - La norma (comma 5 dell’articolo 35 del Decreto Legislativo 286 del 1998 - Testo Unico sull’immigrazione) attualmente prevede che «l’accesso alle strutture sanitarie da parte di uno straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano. Questa disposizione ... normativa, sottolineano i Medici Senza Frontiere, è presente nell’ordinamento italiano già dal 1995 (attraverso l’art. 13, proposto da una vasta area della società civile, del decreto legge n. 489/95, più volte reiterato, voluto ed approvato dal centrodestra anche con i voti della Lega). e la sua "logica" non è soltanto quella di «aiutare/curare l’immigrato irregolare», ma anche quella di osservare pienamente la Costituzione e in particolare l'articolo 32 in base al quale la salute è tutelata dalle istituzioni in quanto riconosciuta come diritto pieno ed incondizionato della persona in sé, senza limitazioni di alcuna natura, comprese – nello specifico – quelle derivanti dalla cittadinanza o dalla condizione giuridica dello straniero.
I RISCHI - Segnalando un clandestino alla prestazione sanitaria, secondo Medici Senza Frontiere, si corre il rischio di far nascere nell’immigrato privo di permesso di soggiorno e bisognoso di cure mediche una reazione di paura e diffidenza e quindi di ostacolarne l’accesso alle strutture sanitarie. Tutto ciò potrebbe provocare una pericolosa «marginalizzazione sanitaria» di una fetta della popolazione straniera presente sul territorio, anche aumentando i fattori di rischio per la salute collettiva. L'abolizionone del principio di non segnalazione inoltre potrebbe, secondo le organizzazioni firmatarie dell'appello, incentivare la nascita e la diffusione di percorsi sanitari e di organizzazioni sanitarie "parallele", al di fuori dei sistemi di controllo e di verifica della sanità pubblica.
Fonte: Corriere.it

mercoledì 28 gennaio 2009

Bolzaneto, lo Stato rifiuta i risarcimenti ricorso contro la condanna degli agenti del G8

Dopo aver chiesto ufficialmente scusa per i soprusi e le violenze commesse dai propri uomini nella caserma di Bolzaneto, lo Stato italiano si rifiuta di risarcire le vittime. Attraverso la propria Avvocatura ha infatti appellato la sentenza del luglio scorso, che condannava funzionari di polizia, agenti e guardie carcerarie a pene minime e ad un risarcimento - in solido con i Ministeri di appartenenza - di circa due milioni di euro. Non è un'istanza scontata, quella presentata nei giorni scorsi alla Corte d'Appello di Genova: c'è la concreta possibilità di ribaltare il verdetto - è scritto nelle 15 pagine depositate - e allora perché mettere mano al portafogli col rischio di non vedersi più restituire il denaro?
Una tesi clamorosa che ha provocato sconcerto e polemica tra i legali delle parti civili. A quasi otto anni dalle "torture" - parola ribadita dai giudici motivando la loro decisione - le centinaia di persone passate per il carcere del G8 attendevano almeno un anticipo sulla somma loro dovuta. Quella che tecnicamente viene definita... provvisionale. Ma lo Stato, pur riconoscendo che i no-global nel luglio 2001 subirono "vergognose vessazioni", non ci sta. Penalmente sa bene che la prescrizione tra qualche giorno cancellerà tutto. Sul piano civile, confida in un verdetto ancora migliore di quello dell'estate passata: "Il favorevole esito dell'impugnativa proposta - scrivono gli Avvocati dello Stato, Matilde Pugliaro e Giuseppe Novaresi - imporrebbe quindi un recupero di quanto indebitamente versato che, in mancanza di garanzie reali, e vista la molteplicità dei destinatari - molti dei quali, oltretutto, residenti in differenti Stati - rischierebbe di non andare a buon fine".
Vale la pena di ricordare che la provvisionale, suddivisa tra 142 aventi diritto, ammonta a circa un milione di euro. Nell'appello vengono denunciate anche la "contraddittorietà intrinseca del dispositivo" e la "assenza di correlazione tra dispositivo e motivazione".
Sei mesi fa Renato Delucchi, presidente della terza sezione del tribunale, aveva condannato 15 dei 45 imputati a 23 anni e 9 mesi di reclusione, meno di un terzo rispetto a quanto simbolicamente chiesto dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. I giudici avevano di fatto riconosciuto l'esistenza a Bolzaneto di un "campo", ammettendo la sconfitta della giustizia italiana: costretti ad applicare le leggi a disposizione, che non disciplinano il reato di tortura, avevano escluso il dolo e l'aggravante dei "futili motivi". Alla vigilia della sentenza l'Avvocatura si era rivolta alle 252 persone passate per la "prigione temporanea": "Sentiamo il dovere di esprimere le doverose scuse, che provengono direttamente dallo Stato italiano - avevano ribadito in aula Matilde Pugliaro e Giuseppe Novaresi -. Nei giorni del G8 sono state poste le premesse perché in un luogo carcerario si esasperasse una concezione totalitaria del rapporto tra individui".
Addirittura era stato negato il "nesso organico" tra gli imputati e la pubblica amministrazione: poliziotti, carabinieri e guardie non potevano più essere considerati "servitori dello Stato". E lo Stato non si sentiva dunque più responsabile per gli atti da loro commessi. Una tesi che però il tribunale non aveva accolto, condannando anche i ministeri al pagamento dei danni.

Veltroni rilancia: il progetto del Pd è «insostituibile» torneremo a vincere

«Noi vinceremo le prossime elezioni, in qualunque momento ci saranno, perchè sta crescendo la consapevolezza che una stagione si è chiusa e prima o poi dovrà esserci in questo paese una stagione riformista». Reduce da una mega riunione con i segretari provinciali che per lo spirito unitario definisce «la più bella da quando sono segretario», Walter Veltroni sparge un po’ di ottimismo, materiale che al Nazareno scarseggia da tempo. E se Rosy Bindi dice che il progetto del Pd è a rischio lui e Dario Franceschini si presentano alla stampa per dire il contrario: «Tutti insieme ci rimbocchiamo le maniche, non si torna indietro nemmeno di mezzo passo - dice il numero due del partito - rispetto al progetto del Pd, che è insostituibile, e che riguarda i prossimi decenni, i nostri figli e nipoti».
MOBILITAZIONE CONTRO LA CRISI Insomma, sembra dire Franceschini, le europee, checchè ne pensino «i dietrologi», non rappresentano il certificato di esistenza in vita del Pd, che vivrà al di là del risultato. «Non si torna indietro indietro - dicono Veltroni e Franceschini allontanando i fantasmi di scissioni e snaturamenti - rispetto ai ... capisaldi del progetto, compresa quella semplificazione del quadro politico che è all’origine dell’idea stessa del Partito democratico». Avvertimento a chi vuol tornare alle alleanze-ammucchiata o insegue accordi privilegiati con Casini. Per «chiudere la stagione delle polemiche » e riprendere l’iniziativa il segretario annuncia l’avvio, (da Torino venerdì) di un nuovo tour per l’Italia, che sarà «di ascolto» e non solo di comizi e che dovrà privilegiare «l’Italia meno visibile». A metà febbraio (14-15 e 16) ci sarà una mobilitazione di tutto il partito contro la crisi per rilanciare le proposte del Pd, e per scuotere un governo «inerte», che - dice Veltroni leggendo gli ultimi dati dell’Fmi - continua a sottovalutare gli effetti della recessione su lavoratori, precari e piccole imprese. All’inizio di febbraio si svolgerà a Bologna la riunione di tutti gli amministratori del Pd. Domani intanto Veltroni andrà in Sardegna per quella che Berlusconi considera la «sua» personale campagna elettorale. Il leader del Pd ironizza: «Ricordate al premier che sono elezioni regionali e non è candidato lui, non si capisce cosa fa tutte le settimane lì, se non venire meno al suo compito di affrontare seriamente la crisi economica». Veltroni attacca, senza affondare, sul tema sicurezza: «Serve serietà» e da parte del Pd non ci sarà mai «un tentativo di strumentalizzare », come avvenne invece da parte della destra un anno fa, con l’omicidio della signora Reggiani: «Allora fu organizzata una manifestazione di partito sul luogo in cui fu uccisa la donna...». «La sicurezza - dice - è materia su cui la demagogia fa orrore, eviterei di mettere questo tema nella friggitoria della politica». Stupri aumentati, come dice il ministro La Russa, per il maggior numero di immigrati? «Allora vuol dire - osserva - che hanno fallito nel bloccare i clandestini, e poi, lo stupro di Capodanno è stato fatto da un italiano...». Anche i trentamila militari annunciati da Berlusconi, per il Pd, sono demagogia: «È una materia su cui ci si sveglia la mattina e si parla. Intanto il governo ha tagliato i fondi, e ci saranno 40 mila agenti in meno...».
RIFORME, STIAMO ALMERITO Veltroni ribadisce l’interesse del Pd alle riforme, come accade per il federalismo, su cui non c’è alcun «tatticismo »con la Lega: «Noi stiamo al merito, non al politichese». Certo, visto che il dialogo a Berlusconi fa venire l’orticaria, al Pd non si attendono molto. Vedi legge elettorale per le europee: Non c’è più tempo - ammette Franceschini - per una riforma di sistema, noi siamo favorevoli a una soglia, come accade in tutta Europa, stiamo aspettando una risposta, ma sia chiaro che non ci sono trattative parallele su altre cose ». Un tema molto spinoso c’è, in casa Pd, e si chiama contrattazione. Diversità di opinioni? «È fisiologico in un grande partito - osserva Veltroni - noi chiediamo di non considerare chiuso l’accordo, ma di lavorare ancora per giungere al consenso anche da parte della Cgil».

Ufficio stampa della Regione: spreco da 4 milioni di euro

Un danno erariale da quattro milioni di euro. È la cifra indicata dalla Corte dei conti per le «assunzioni ingiustificate e il mantenimento in servizio sine titulo» di venti giornalisti dell´ufficio stampa. La magistratura contabile, alla fine di un´indagine durata più di un anno, ha inviato tre inviti a dedurre, atti che equivalgono agli avvisi di garanzia della giustizia ordinaria. I provvedimenti, firmati dal sostituto procuratore generale Gianluca Albo, sono stati recapitati all´ex governatore Salvatore Cuffaro, che decretò le assunzioni, all´attuale presidente della Regione Raffaele Lombardo, che ha mantenuto in servizio i giornalisti, e a Francesco Castaldi, il capo dell´ufficio legislativo e legale che ha fornito di recente un parere che ha costituito il fondamento giuridico del comportamento dell´ultimo inquilino di Palazzo d´Orleans.
Arriva il conto agli amministratori per la struttura d´informazione monstre messa su negli anni del governo Cuffaro: ventitré giornalisti, reclutati senza concorso con la qualifica di redattore capo (stipendio 3.800 euro al mese). Più delle altre regioni italiane che peraltro, secondo una ricognizione fatta dalla Corte dei conti, hanno tutte insieme ... un numero di redattori capo inferiore a quelli di stanza a Palazzo d´Orleans. Le assunzioni finite nel mirino della Corte sono 20, ovvero quelle fatte a partire dal febbraio del 2004. Fu in quella data, infatti, che venne applicata per la prima volta la legge 2 del 2002, ovvero la prima Finanziaria del governo Cuffaro in cui è contenuto un richiamo esplicito a una normativa nazionale (la legge 150 del 2000) che prevede che «le amministrazioni pubbliche individuano, nell´ambito delle proprie dotazioni organiche, il personale da adibire all´attività di informazione».
In alternativa, la legge statale prevede sì il ricorso a esterni, ma solo nella qualità di esperti da reclutare rigorosamente con contratti a termine. Per i magistrati contabili i rapporti di lavoro stipulati dal governo Cuffaro sarebbero illegittimi perché non è stata fatta alcuna valutazione preventiva sull´utilità di questo personale e non sono stati specificati durata del contratto e compensi dei giornalisti assunti. La Corte ravvisa una «non congruità» fra l´attività svolta e la retribuzione. In base al seguente ragionamento: se la qualifica di redattore capo è assegnata di regola a chi coordina un ufficio, com´è possibile che a Palazzo d´Orleans l´abbiano tutti?
E, in ogni caso, i rapporti di lavoro con i componenti degli uffici stampa avrebbero dovuto avere carattere fiduciario e dunque essere rinnovati prima da Cuffaro nel 2006 (in occasione della sua rielezione) e poi da Lombardo (asceso alla presidenza della Regione nell´aprile del 2008). Cosa che non è accaduta. Lo staff dei comunicatori di Palazzo d´Orleans fino al 2004 era composto da quattro giornalisti professionisti. Le maglie si allargarono, quell´anno, con una leggina varata dall´Ars che ha consentito anche l´assunzione di pubblicisti e ha portato il numero dei componenti dell´ufficio stampa da quattro a otto.
Successivamente, nel 2006, l´organico fu portato a 24. Proprio alla vigilia delle elezioni regionali avvenne la grande infornata: dopo Piero Nicastro, Santina Scolaro (ex portavoce del presidente Cuffaro) e Piero Messina (che aveva lavorato al gruppo Udc all´Ars), il 28 marzo 2006 entrarono in servizio 15 giornalisti. Nella lista quasi tutti i portavoce degli assessori regionali in uscita: Giulio Ambrosetti, Laura Compagnino, Fabio De Pasquale, Maria Pia Ferlazzo, Enzo Fricano, Fabio Geraci, Stanislao Lauricina, Luisa Micciché, Wlady Pantaleone, Stefania Sgarlata, Manlio Viola.
Ma in quell´occasione vennero assunti in pianta stabile anche altri giornalisti vicini a esponenti politici del centrodestra: Vito Orlando, portavoce dell´allora presidente dell´Ars Guido Lo Porto, Ludovico Licciardello, addetto stampa dell´ex vicepresidente Salvo Fleres. E ancora: Luigi Sarullo, figlio di Aldo Sarullo (consulente dell´attuale presidente del Senato Renato Schifani) e Ivana Di Nuovo, figlia dell´ex responsabile dell´ufficio stampa dell´Udc. Nella legislatura successiva, nell´ottobre del 2007, entrarono infine Guido Monastra, subito nominato coordinatore dell´ufficio stampa, e Francesco Inguanti, un consulente di Cuffaro che aveva preso solo da qualche mese la tessera di pubblicista. Cuffaro, Lombardo e Castaldi hanno adesso 45 giorni di tempo per depositare le proprie deduzioni. Poi spetterà al procuratore a decidere sulla loro citazione in giudizio.

"Non ho più paura dei terroristi adesso fatemi parlare con le Br"

Ci sono uomini che credono che nella vita ci siano cose per le quali vale la pena morire. Pietro Ichino è uno di questi. Un professore di 59 anni. Un giuslavorista, uno studioso di diritto del lavoro. Come lo erano Massimo D'Antona e Marco Biagi. Entrambi sono stati uccisi dalle nuove Brigate Rosse. Ora nel loro mirino c'è questo docente esile e timido.
L'altro giorno in un'aula di tribunale di Milano, durante la sua deposizione nel processo contro diciassette presunti appartenenti al "Partito comunista politico-militare", alcuni imputati gli hanno urlato in faccia: "Fai schifo. Assassino, massacratore di operai".
La prima domanda è banale, quasi stupida. Professore, ha paura?

"Ora no. Ma le dispiace se le chiedo di parlare prima del mio lavoro? Perché questi pazzi non ne sanno niente: né di me, né delle mie idee, né delle mie ... proposte".
Cominciamo allora di qui. Qual è la sua valutazione sull'accordo per la riforma dei contratti raggiunto alcuni giorni fa nonostante il no della Cgil?
"Pur con alcune ombre, considero l'accordo una tappa molto importante sulla strada per rendere più efficiente e moderno il nostro sistema di relazioni industriali".
La Cgil teme che porti a un abbassamento dei livelli retributivi garantiti dai contratti nazionali. È un timore giustificato?
"L'intesa prevede che nei contratti nazionali si negozi un "elemento retributivo di garanzia" destinato a scattare nei casi in cui la contrattazione aziendale non decolla. Il livello di garanzia nazionale dipenderà anche dall'entità di quell'elemento. Come si fa a dire che la copertura nazionale si ridurrà, se non conosciamo ancora l'entità di questa voce? In ogni caso lo spostamento verso la periferia del baricentro della contrattazione collettiva è indispensabile se vogliamo rivitalizzare i redditi di lavoro".
Nell'accordo ci sono almeno due punti che ricalcano le sue proposte. Lei è senatore del Pd. Considera questo una svolta anche nei rapporti tra maggioranza e opposizione?
"Mi sembra, semmai, una svolta nell'evoluzione del sistema di relazioni industriali. L'accordo è essenzialmente frutto della convergenza tra sindacati e imprenditori. Qui, sì, mi sembra che siano stati recepiti i due punti cardine del discorso che avevo proposto tre anni fa nel libro A che cosa serve il sindacato: democrazia sindacale e potenziamento dell'autonomia collettiva al livello aziendale. Sono i temi che affrontai anche in un dialogo con Eugenio Scalfari pubblicato proprio su Repubblica nel febbraio 2006".
Il governo ha appoggiato l'intesa. E la saluta con favore anche il vertice del Pd. Questa convergenza bipartisan quali effetti sta avendo nel partito democratico che sembra diviso anche su questo?
"Il Pd è in grave ritardo nella definizione precisa della propria linea di politica del lavoro. Ma nel manifesto elettorale del 14 marzo scorso, "Per dare valore al lavoro", erano contenuti, in nuce ma molto chiaramente, gli elementi più importanti della riforma che ora si avvia con questo accordo".
Non crede che al Pd manchi coraggio nell'affrontare la strada delle riforme sociali e economiche, ma anche su quella per i diritti dei cittadini su vita e morte?
"Mi sembra che il discorso programmatico di Walter Veltroni al Lingotto, poi quello del 19 dicembre scorso, non manchino affatto di coraggio e precisione. È il partito nel suo complesso che non ha ancora acquisito la necessaria coesione interna e una adeguata capacità di comunicazione esterna. È urgente recuperare il ritardo".
Professore, che cosa ha provato l'altro giorno in tribunale di fronte all'aggressione dei terroristi?
"Rammarico per non poter parlare con loro. In qualità di testimone, il rito non me lo consentiva. Mi è accaduto molte volte, in università, di imbattermi in contestazioni anche aspre da parte di studenti. Sono sempre andato alle riunioni per discutere con loro e ogni volta le tensioni si sono placate, sono riuscito a farmi capire e rispettare. In realtà, come dicevo all'inizio, i brigatisti non sanno nulla né di me né delle mie proposte. Mi sembra, poi, che sappiano poco anche del mondo del lavoro reale".
Perché ha deciso di costituirsi parte civile in questo giudizio?
"In questa vicenda non era e non è in gioco soltanto la mia libertà personale, ma anche la libertà di pensiero e di dibattito di tutta la comunità dei giuslavoristi italiani. Non esiste un altro paese al mondo in cui il mestiere dello studioso dei problemi del lavoro sia rischioso come da noi".
Nel 2003 lei scrisse, attraverso il "Corriere della Sera", una lettera aperta ai terroristi, piena di coraggio e ironia. Non ha mai ottenuto risposta. Oggi che cosa si sente di dire loro?
"Vorrei potermi confrontare con loro faccia a faccia, senza una gabbia di mezzo. Parlare, discutere con loro le mie tesi, le ragioni delle mie proposte. Soprattutto guardarci negli occhi. Se il codice di procedura penale lo consentisse, mi piacerebbe chiedere la condanna degli imputati a questo risarcimento "in forma specifica": l'obbligo di partecipare a un seminario sulle politiche del lavoro nella mia facoltà, con i miei colleghi, gli studenti, e con me naturalmente. Obbligati a ascoltare, obbligati a discutere".
Come spiega il ritorno al clima degli anni Settanta, un clima che sembrava ormai superato?
"Non vedo un ritorno a quel clima. Allora i brigatisti godevano di un'area di consenso molto più ampia".
Ma l'area di consenso potrebbe allargarsi con la crisi economica e il crescere del disagio sociale.

"Non riesco a vedere alcun nesso tra questo terrorismo e il disagio sociale. Questi sono impiegati pubblici, tecnici col posto fisso, studenti figli di famiglie ricche".
Quali colpe hanno la politica e il sindacato in tutto questo?
"Le colpe vanno cercate in un passato ormai lontano, nel quale abbiamo consentito una ideologizzazione eccessiva della politica e del movimento sindacale".
Quali responsabilità ha la sinistra, che si trova ad essere abbandonata dai lavoratori e dalle tute blu? Al Nord molti hanno votato Lega, al Sud tanti si sono avvicinati alla destra.
"La responsabilità di avere difeso un sistema di protezione del lavoro tragicamente squilibrato. Un sistema iperprotettivo, ma che si applica ormai soltanto a meno di metà dei lavoratori dipendenti italiani (meno di 9 milioni su 18 e mezzo), che offre alle nuove generazioni prospettive desolanti, condannando i migliori a migrare verso Paesi più civili, che contribuisce a condannare il Mezzogiorno a tassi di disoccupazione e di lavoro irregolare mostruosi".
Professore, lei ha detto che chi tocca lo statuto dei lavoratori muore. Perché?

"Non lo sostengo io. Sono i brigatisti a minacciarlo, in senso non soltanto metaforico. Ma c'è anche una "morte politica" temuta da tutti coloro, a sinistra come a destra, che a tu per tu si dicono convinti della necessità di riscrivere quella legge per adattarla ai tempi, ma quando ne parlano pubblicamente sono paralizzati dal tabù".
Anche nella destra?

"Giulio Tremonti lo ha detto esplicitamente, l'anno scorso. E nel programma del governo Berlusconi non compare neppure la modifica di una virgola del vecchio impianto della protezione del lavoro regolare stabile, a tempo indeterminato. Si continua a rosicchiare brandelli di flessibilità sempre e soltanto nell'area del lavoro precario".
Lei è scortato dal 2002. Oltre la barriera degli agenti che la proteggono percepisce la solidarietà del Paese, delle istituzioni, della parte politica a cui si sente di appartenere?
"L'ho sempre sentita vivissima".
Mi dica una cosa, lei si considera un uomo coraggioso?

"Guardi, un po' di coraggio mi è stato necessario dopo l'assassinio di Massimo D'Antona, quando il ministro Bersani mi chiese di continuare il suo lavoro all'Enav, l'ente degli uomini-radar, per cercare di riportare a un minimo di razionalità un sistema di relazioni sindacali impazzito. Gli assassini erano tutti ancora in circolazione. Oggi no: quasi tutti i carnefici sono dietro le sbarre e io sono protetto molto efficacemente".
Pensa spesso: questo potrebbe essere il mio ultimo giorno, oggi mi spareranno?
"Mi è accaduto nel triennio fra l'assassinio di D'Antona e quello di Biagi, quando ancora non avevo la scorta. Al momento di uscire di casa al mattino, o rientrando la sera, mi veniva fatto di pensare che proprio quello poteva essere il luogo dove sarebbe avvenuta l'aggressione. Mi pareva di vedere in anticipo la scena della mia morte. E qualche volta l'ho sognata".
Non ha mai pensato, dopo D'Antona e Biagi e le minacce sempre più insistenti, di farsi da parte, di nascondersi? Non si è mai detto: meglio fare il professore e basta?
"La tentazione l'ho avuta più volte, soprattutto quella di andare a insegnare all'estero. Ho avuto diversi inviti. Ma avrebbe significato tradire la memoria di Biagi, di D'Antona, di Tarantelli, chinare la testa, subire l'intimidazione mafiosa dei brigatisti. La loro strategia consiste proprio in questo: tappare la bocca a uno perché altri cento stiano zitti".
Lei ha moglie e figli. Ai terroristi scrisse: voi, per noi, siete soltanto una cosa, al più un volto coperto e una canna di pistola puntata. Noi bersagli sappiamo che non possiamo pretendere di conoscere i vostri coniugi, i vostri figli, ma voi potete conoscere i nostri: fatelo. Una sfida?
"Forse sì, ma una sfida in positivo, a costruire una cornice civile in cui inserire il rapporto tra di noi".
Lei invitò i terroristi al dialogo, dicendo loro che, pur di riuscire a convincerli a considerarla come una persona umana e non come un bersaglio, per lei valeva anche la pena di morire. Non hai mai ottenuto risposta. La pensa ancora così?

"Certo che sì. La vita non ha molto senso se non si accetta di spenderla fino in fondo, e persino di perderla, per quello in cui si crede. In quella lettera dicevo loro che quello che manca tra di noi era la stessa cornice di riconoscimento dell'essere uomini, che troppo spesso manca tra israeliani e palestinesi, tra fondamentalisti di ogni parte, tra esseri tra loro alieni".
Vivere sotto scorta è una prigione?
"È una piccola menomazione, e anche una mortificazione".
A che cosa deve rinunciare?
"A una parte della mia libertà, in particolare quella di girare in bicicletta in città. I miei hobby sono la mountain-bike, il tennis, gli scacchi e la montagna. Li amo sempre molto, se li pratico sempre meno non è per colpa del dispositivo di protezione".
Le cito una strofa di una canzone di Paolo Conte: "Una bici si declama come una poesia". È d'accordo?

"Sì, la conosco ed è molto vera. Ogni bicicletta è un piccolo miracolo. In città, purtroppo, non mi è più consentito usarla. In montagna sì. Per i sentieri in costa delle montagne della Val D'Aosta, o per le marmifere dismesse delle Alpi Apuane. Mi piace pedalare senza avere macchine intorno; farmi portare dalla bicicletta, ma a tratti essere io a dover portare lei, perché sui sentieri di montagna si fa così. Poter scollinare e discendere da una vallata diversa da quella percorsa in salita. Questo, a piedi, è possibile solo raramente".
E che cosa ha imparato da un'altra sua passione, gli scacchi?

"A non dare mai la partita per persa, ma anche a non darla mai per vinta. Negli scacchi, come nella vita reale, la catastrofe è sempre in agguato, anche quando si pensa di essere nettamente i più forti".
È ottimista sul futuro dell'Italia o ritiene che il nostro sia un Paese perduto?
"Non sarà perduto finché resta legato all'Europa. La nostra speranza sta nell'osmosi, ormai sempre più intensa, con le culture civili degli altri grandi Paesi nostri partner, più avanzati e civili".