Broletto 2009, il Pd dove andrà a parare? Per tentare una traiettoria attingiamo alle riflessioni di due suoi parlamentari: utilizzano internet per un colloquio diretto con gli elettori.Il candidato presidente
Il sen. Guido Galperti, richiamata la recente riunione della Direzione provinciale del Pd dedicata alle elezioni amministrative, in particolare a quelle per il Broletto, racconta: «L’on. Tolotti, relazione puntuale e condivisibile, riferisce della disponibilità, a loro sollecitata da esponenti interni al partito, degli amici Fogliata, Mottinelli, Peli, per guidare la competizione elettorale nell’esteso territorio bresciano. La Direzione apprezza i loro profili ed il generoso spirito di servizio, disponendo una consultazione interna per verificarne il gradimento ed eventualmente fare emergere ulteriori candidature parimenti supportate. Alla fine si deciderà se predisporre una consultazione primaria o se procedere alla costruzione di una candidatura unitaria». ...
Dal dato all’analisi del sen. Galperti: «Resta aperto il nodo cruciale, per quanto mi riguarda, ovvero se esista ancora a Brescia una coalizione di Centrosinistra che intenda ingaggiare una battaglia vera per vincere le elezioni e per costituire un punto di riferimento per le realtà territoriali impegnate nelle elezioni locali. Se la Lega (Molgora? Caparini? Peli?) andasse divisa dal Pdl (Beccalossi? Nicoli? Romele?) e l’Udc da solo (Scotti? Bonetti? Maninetti?) al ballottaggio del 21 di giugno la partita sarebbe aperta ad ogni risultato». Dalla rosa di nomi richiamata da Galperti va sfilato il già senatore Udc Luigi Maninetti. A precisa domanda - vedere il giornale di ieri - ha risposto: nessuno gli ha chiesto di essere il candidato dell’Udc; in ogni caso, non è disponibile ad una candidatura alternativa allo schieramento di Centrodestra, che ritiene connaturato all’Udc.
Continua Galperti con tono franco e disincantato: «Al ballottaggio bisogna arrivarci ed i risultati delle politiche 2008 ci dicono che, se andiamo da soli, arriviamo terzi. E se invece il Centrodestra procedesse compatto non pensiamo che comunque il risultato “provinciale” proiettato sulla città comporterebbe inevitabilmente un giudizio sulla nostra tenuta? Sarebbe forse il caso di sottoporre la rosa dei nostri candidati al gradimento ed alla possibile convergenza dei nostri alleati con i quali, peraltro, abbiamo da poco ingaggiato una comune battaglia elettorale in Loggia. Si va da soli per constatazione, non per scelta. Siamo già diventati un Partito a così netta vocazione minoritaria?».
A proposito di alleati, corre voce che autorevoli rappresentanti dell’Italia dei valori abbiano già segnalato ai vertici del Pd che il loro sostegno elettorale dovrà trovare riscontri in primarie responsabilità comunali.
In una delle sue newsletter l’on. Pierangelo Ferrari affronta la questione della natura del Pd. Ragionamento articolato, appassionato, sofferto. Inevitabilmente riassunto in pillole.
Spiega l’on. Ferrari: «Non saprei dire del percorso Dc-Ppi-Margherita, ma sul binario parallelo Pci-Pds-Ds un’idea ce l’ho. Da tempo. Ho cominciato a farmela verso la metà degli anni Novanta, dal dopo Occhetto al biennio del primo governo Prodi. Sul lato del partito, si trattava di costruire una nuova formazione politica, non solo innovando il prodotto (politiche, programmi, alleanze) ma altrettanto il processo (organizzazione, linguaggi, radicamento, terminali sociali)». Fatta tutta una serie di puntualizzazioni, continua: «Così, mentre uscivamo indenni e giulivi dallo tsunami di Tangentopoli, incubavano in casa nostra i germi che avrebbero prodotto le malattie degenerative ereditate dal Pd: la separazione dei ruoli tra il centro e la periferia (ciascuno "padrone in casa propria"), l’atrofizzazione del confronto politico interno, la bulimia del riformismo proclamato e l’anoressia delle riforme attuate, l’affermazione dei cooptati e dei paracadutati, doppia faccia del medesimo fenomeno: la deriva oligarchica della Sinistra italiana».
Affonda l’on. Ferrari: «Il Pd, che doveva essere la cura, continua ad essere la malattia. Per responsabilità di tutti, non dei soli eredi del Pci, sia ben chiaro. Così che oggi, come negli anni Novanta, il problema principale resta quello di costruire un partito in cui le idee circolino e si misurino, alla luce del sole. In cui si decida, in modo trasparente. In cui i legami con le basi territoriali e gli ambiti sociali contino più delle relazioni tra e con i vertici della gerarchia. Fatelo all’americana o all’europea, ma che sia un partito, un soggetto politico, non semplicemente un luogo politico».


















