sabato 28 febbraio 2009

E lo chiamano atto dovuto

IL SIGNOR E. indagato per omicidio volontario. Che cosa avete provato, prima ancora che pensato, sentendo la notizia? Vediamo. Il giorno prima era stata la volta delle fotografie scattate nella stanza di Eluana. Sequestrate la mattina da una procura, dissequestrate la sera dalla procura superiore, e pratica chiusa. Questione di un giovedì qualunque. Venerdì: il signor E. in associazione - in combutta, diciamo - con altre 13 (tredici) persone, medici e infermieri, è inquisito per omicidio volontario aggravatissimo. Scrivo prima di sapere che cosa stia per portare la sera di venerdì, e poi la mattina di sabato. Bisogna pure che ogni giorno abbia la sua pena.
Però, superato il primo inevitabile moto di insofferenza e indignazione - le avete provate, no? - la domanda diventa: si può prendere sul serio tutto ciò? Non risponderò, e passerò al secondo punto, l'atto dovuto. Insieme alla notizia dell'apertura dell'indagine, infatti, come succede sempre più spesso, la Procura udinese si è premurata di aggiungere che si trattava di un "atto dovuto". Prescindendo dalla competenza in diritto e procedure, che non appartiene alla maggioranza di noi, si può interrogarsi ... sul significato comune, non specialistico, delle parole "atto dovuto". Vuol dire che non se ne può fare a meno.
Per qualche ragione misteriosa, la magistratura inquirente non può fare a meno di una torbida assurdità come l'imputazione di una realizzata volontà omicida a quelle quattordici persone, dietro le quali sta oltretutto una sequela impressionante di pronunciamenti della stessa magistratura giudicante. Associazioni e cittadini dotati di nome e cognome hanno ritenuto di avanzare denunce per omicidio volontario aggravato: e questo basta a costringere la magistratura a prendere sul serio un'assurdità oltraggiosa? La giustizia ha qualcosa da guadagnare da una simile accezione dell'atto per lei dovuto?
Perché l'atto dovuto abbia una minima parvenza di dignità bisogna che l'addebito abbia almeno una minima possibilità di mostrarsi fondato. Questo ci riporta alla casella di cui sopra, cioè alla domanda se sia possibile immaginare anche solo per un momento la condanna di quelle quattordici persone per omicidio volontario aggravato. È possibile?
Prima di rispondere definitivamente, fermiamoci su un altro punto che ha costellato tutta questa vicissitudine fra poco ventennale. Il signor E. essendo stato protagonista di un impegno pubblico diventato così clamoroso e tormentoso, e così emotivamente e simbolicamente coinvolgente, il signor E., per quanto visto con gli occhi e ascoltato con le orecchie da tanti milioni di concittadini, è stato soprattutto immaginato.
Benché si avesse l'impressione di conoscerlo, soprattutto lo si immaginava, per l'impulso irresistibile e umanissimo a mettersi nei suoi panni, a chiedersi che cosa, dietro quella sua tenacia pubblica e la paziente ripetizione dei suoi ricordi e dei suoi argomenti, lo rosicchiasse dentro e dentro gli ruggisse.
La liberazione della quale il signor E. parlava da tanti anni, per sua figlia e per sé e per tutti, lo avrebbe restituito - lo stava già facendo - a una dimensione ordinaria, cioè non più straordinaria, lo avrebbe fatto conoscere, o dimenticare, come la persona che è, e non più immaginare come la figura cui la lunga sfida lo aveva consegnato. Niente da fare. Anche qui, il gioco dell'oca incattivita che ha sequestrato la vicissitudine del signor E. l'ha riconsegnato all'immaginazione. Da ieri, siamo tornati a chiederci: "Che cosa proverei se, nei panni di quel padre, mi fossi saputo indagato da una Procura del giovedì per omicidio volontario di mia figlia?".
Veniamo alla risposta provvisoriamente finale. Evidentemente è possibile figurarsi una condanna dei Quattordici per omicidio volontario aggravato, dal momento che un Gran Cardinale ha già pronunciato la sua sentenza, rinviando ai dieci comandamenti fatti coincidere con la sua idea di codice penale. È così? No, per fortuna. Perché un piccolo parroco - piccolissimo: di Paluzza - ha detto: "Gli uomini di Chiesa moderino il linguaggio, non si può usare un linguaggio come quello del cardinale Barragan. Beppino ha sbagliato, lui sa che ho una visione opposta alla sua, ma tra noi c'è rispetto. Usare parole come "assassino" o "omicida" e apostrofare una persona in questo modo non è da cristiani".
Ecco. Sarà dovuto, l'atto, ma non è da cristiani.

Englaro indagato: "Me l'aspettavo" - Barragan: "Chi uccide è un assassino"

"Doveva arrivare prima o poi, lo sapevo che doveva arrivare". Non è sorpreso Beppino Englaro per la denuncia del comitato Verità e Vita che ha portato la procura di Udine ad aprire un'inchiesta in cui lui e altre 13 persone sono state iscritte nel registro degli indagati con l'accusa di omicidio per la morte di Eluana, avvenuta lo scorso 9 febbraio. "Me l'aspettavo" ha detto Englaro, ricordando che in passato da più parti erano state annunciate denunce. Intanto non si placa la polemica sulla vicenda. Per il cardinale Javier Lozano Barragan "se Beppino Englaro ha ammazzato la figlia allora è un omicida". "Gli uomini di chiesa moderino il linguaggio", replica a distanza don Tarcisio Puntel, parroco di Paluzza che ha celebrato i funerali di Eluana.
Beppino: "Sono tranquillo". "Mi sono mosso sempre nella legalità e perciò sono tranquillo" ha detto Beppino a proposito dell'apertura dell'indagine per omicidio in cui è indagato insieme all'équipe dei medici che ha sospeso la nutrizione artificiale a Eluana, tra cui l'anestesista Amato De Monte. Englaro, che prevede di essere convocato dalla ... magistratura dopo il deposito degli esiti definitivi degli esami autoptici effettuati sulla figlia, ripete di sentirsi "tranquillo, a posto, perché fin dal primo minuto mi sono mosso nella legalità".
Sacconi, dimensione penale è molto discutibile. "Credo che la dimensione penale, in generale, sia molto discutibile in questi casi" ha detto il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che intanto ha ammesso di aver ricevuto il secondo avviso di garanzia, dopo quello di Roma, questa volta "da Trieste per violenza privata in relazione all'atto di indirizzo emanato per la vicenda di Eluana Englaro". "Credo - ha sottolineato Sacconi - che i profili in questa vicenda siano ben altri". Ad ogni modo, ha concluso Sacconi, "a mio avviso ci sono state delle situazioni, e non mi riferisco a Beppino Englaro, di irregolarità che avevano evidenziato i carabinieri dei Nas".
L'avvocato della famiglia Englaro. L'iscrizione nel registro degli indagati di 14 persone, compreso papà Englaro, secondo l'avvocato di famiglia "era un atto atteso solo che, forse, doveva giungere il giorno stesso della morte della donna. Per noi non cambia nulla ora avremo modo di chiarire tutto in contraddittorio". Per l'avvocato, tuttavia, la procura di Udine non ha ancora risolto il dubbio "se quanto avvenuto alla Quiete sia stato legittimo oppure no. Per questo che i magistrati stanno lavorando su due fronti".
La procura. "L'iscrizione sul registro degli indagati di 14 persone sul caso Eluana Englaro costituisce un atto dovuto", spiega in una nota il procuratore della Repubblica di Udine Antonio Biancardi. Biancardi precisa che "l'iscrizione è avvenuta dopo le tante, specifiche, anche nominativamente, denunce inviate o presentate a questo ufficio da parte di cittadini, tutti identificati e identificabili. L'iscrizione è avvenuta solo in questi ultimi giorni - aggiunge - per la necessità di separare le specifiche denunce verso le persone poi iscritte dai, pure numerosissimi, esposti a volte deliranti, privi tuttavia di rilevanza penale o di precise accuse".
Cinquanta esposti. Sul tavolo del magistrato sono giunti oltre cinquanta esposti, sia da associazioni locali sia nazionali, sulla vicenda Eluana, esposti che il procuratore ha sempre detto di voler seguire di persona. Tra questi quello del 'Comitato Verità e Vita'. "Si tratta di una vera e propria relazione dettagliata - ha detto Mario Palmaro, presidente del Comitato - nella quale chiamiamo in causa Beppino Englaro, il personale medico e infermieristico, nonché i dirigenti responsabili della casa di riposo". Chi invece si chiama fuori è l'associazione Scienza è Vita che precisa di "non aver mai presentato alla Procura di Udine alcuna denuncia verso chicchessia per omicidio volontario".
L'attacco di Barragan. Dunque non accenna a calare il silenzio sulla vicenda di Eluana, così come non accennano a abbassarsi i toni della Chiesa che anche oggi, per bocca del cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari per la Pastorale della salute, torna ad attaccare Beppino Englaro: "Abbiamo un comandamento, il quinto, che dice di non uccidere. Chi uccide un innocente commette un omicidio e questo è chiaro. Se Beppino Englaro ha ammazzato la figlia Eluana allora è un omicida".
Il parroco. "Gli uomini di Chiesa moderino il linguaggio, non si può usare un linguaggio come quello del cardinale Barragan", dichiara invece don Tarcisio Puntel, parroco di Paluzza, il paese d'origine della famiglia Englaro, uno dei pochi sacerdoti che ha ancora un contatto con papà Englaro. "Beppino - aggiunge don Puntel - ha sbagliato, gliel'ho sempre detto, lui sa che ho una visione opposta alla sua, ma tra noi c'è rispetto - afferma il parroco - ed è per questo che continua il dialogo. Usare parole come 'assassino' o 'omicida' e apostrofare una persona in questo modo non è da cristiani. La verità va detta fino in fondo, senza mezzi termini, ma in un rapporto dialogico".
Fonte: Repubblica

Bio-testamento, la moratoria non passa Bossi: mediare tra laici e cattolici

Troppa tensione, tanti animi surriscaldati, il caso Englaro appena alle spalle. E così otto senatori di maggioranza e opposizione hanno provato a chiedere una moratoria di tre mesi, un rinvio a dopo le Europee dello scontro aperto sul testamento biologico all'esame del Senato. Ma la proposta lanciata dal democratico Pietro Ichino non ha fatto in tempo a circolare che in poche battute i capigruppo di Pdl e Pd l'hanno stroncata. In particolare la presidenza del gruppo Pd sembra non abbia gradito l'appello per la moratoria promosso da Ichino e sottoscritto da Bonino, Ceccanti e Bianco tra i democratici e dai dissidenti Pdl Paravia, Saro e Lamberto Dini. Perché la Finocchiaro si era impegnata per un esame rapido quando il governo ritirò il decreto legge sul caso Englaro.
Il ddl Calabrò, col suo carico di polemiche, dunque va avanti. Arranca tra rinvii nelle commissioni (in Sanità, dove l'esame è inchiodato ancora all'articolo 3, si voterà solo da martedì sera), forse approderà in aula con qualche giorno di ritardo rispetto ... al 5 marzo. Ma non ci sarà alcun congelamento, nonostante perplessità e critiche facciano breccia ormai anche dentro il Pdl. Fino a deflagrare ieri col caso della sostituzione (poi ridimensionata) dei due dissidenti Ferruccio Saro e Lucio Malan in prima commissione al Senato. Lì dove martedì il ddl affronterà il primo delicato passaggio: il parere di costituzionalità.
Saro e Malan però non condividono i divieti previsti dal testo Calabrò. E sono in buona compagnia. Perché il senatore di An Antonio Paravia annuncia: "Questa volta non mi asterrò. Non farò come Ponzio Pilato. Questa volta voto contro". E anche Enzo Ghigo e Michele Saccomanno sono pronti a rompere il fronte. Dubbi ha anche Roberto Centaro. E perfino Carlo Vizzini, presidente della commissione Affatri costituzionali fa sapere che al momento della discussione farà sentire la sua voce.
Comunque il testo avanza. Anche se Umberto Bossi avverte che una mediazione andrà trovata "tra i laici e i cattolici: troveremo anche in questo caso la quadra, e lo dico da laico".
Una quadra per il momento sembra l'abbia trovata il segretario del Pd Dario Franceschini con l'ala laica più insofferente del suo partito. Quella che due giorni fa ha sottoscritto la lettera appello sul sito di Micromega per definire "una resa" gli emendamenti correttivi del Pd. Tra loro il senatore Umberto Veronesi e Andrea Camilleri, Paolo Flores D'Arcais e Stefano Rodotà. Franceschini è andato in mattinata a trovare Veronesi nel suo studio, un incontro di circa mezzora che i due hanno definito assai "schietto e franco". E chiarificatore. Il neo leader ne è uscito rinfrancato: "Veronesi ha ribadito il convincimento dell'assoluta libertà di scelta dei parlamentari ed è esattamente la linea del Pd. Mentre a spaccarsi è la caserma del Pdl".
"Non siamo una caserma, ma neanche un albergo spagnolo, a differenza di altri gruppi" ribatte dal Pdl Gaetano Quagliariello a chi gli chiede conto del caso sollevato dal democratico Zanda in aula: sembra che i due dissidenti Saro e Malan stiano per essere sostituiti in commissione. Falso, contestano dal Pdl. Si farà solo se lo chiederanno loro, spiega Quagliarello. Ma quella richiesta, fa sapere Saro, non arriverà. Cauto Malan: "Devo decidere". La capogruppo Pd Finocchiaro ironizza sulla "non smentita" citando George Bernard Show: "La notizia è vera ma prematura".

venerdì 27 febbraio 2009

Se il governo premia il lavoro sommerso

L' Economia sommersa come ammortizzatore sociale. È questa la strategia consapevolmente seguita dal governo nell' affrontare la recessione. Ha scelto di ridurre i controlli sui posti di lavoro. Li ha ridotti nonostante potesse contare su più ispettori del lavoro di quelli a disposizione dei governi precedenti. Ne sono stati assunti 300 (quasi il 10 per cento in più) nel solo 2008 e 1100 nei due anni precedenti. Ma i controlli sono diminuiti. Nel 2008 sono calati del 6 per cento. E nel 2009 si ridurranno di un quarto. Ce lo dice tra le righe il Documento di Programmazione dell' Attività di Vigilanza nel 2009 predisposto dal ministero del Lavoro e reso pubblico in questi giorni. Se si prendono per buoni i dati forniti dal ministero sui controlli effettuati nel 2008, la riduzione delle ispezioni sarà del 24 per cento, con punte del 50 per cento nelle regioni del Sud (a partire dalla Calabria). Perché questa scelta? Il documento del ministero è molto esplicito a riguardo: «La criticità del momento contingente rafforza la scelta di investire su di un' azione di vigilanza selettiva e qualitativa, diretta a limitare ostacoli al sistema produttivo». Insomma, si preferisce chiudere un occhio, se non due, in questo frangente. Più chiaro di così! È una scelta di politica economica ... molto pericolosa e fatta senza dire nulla ai cittadini, senza interpellare il Parlamento. Può portare a un ulteriore e forte peggioramento dei nostri conti pubblici nel 2009, ben al di là di quanto previsto nei documenti ufficiali del Governo. Forse per questo il ministro Tremonti è stato così prudente in questi mesi. Secondo l' Aggiornamento del Programma di Stabilità dell' Italia presentato dal governo a Bruxelles, l' indebitamento dovrebbe salire nel 2009 al 4,1 per cento nel caso, sempre più probabile, di una diminuzione del prodotto interno lordo del 2,5 per cento.
Ma le previsioni del governo contemplano un anacronistico incremento delle entrate
contributive nell' anno in corso e confidano su di un consistente recupero di evasione nella copertura del decreto anticrisi. Con la riduzione della tax compliance, il disavanzo potrebbe perciò avvicinarsi pericolosamente alla soglia del 5 per cento. Il tutto senza che vengano varati provvedimenti significativi a sostegno dell' economia e delle famiglie colpite dalla crisi. La vera manovra, a quanto pare, consiste nel dare spazio all' economia sommersa. I controlli sui posti di lavoro sono molto efficaci nel recuperare base imponibile. Mediamente una ispezione su due porta al riscontro di frodi fiscali o contributive. Sempre in media, ciascun controllo compiuto dagli Ispettorati del Lavoro, dall' Inps, dall' Inail e dall' Enpals porta alle casse dello Stato fra tasse, contributi e sanzioni circa 55.000 euro, ben di più del costo unitario delle ispezioni.
Questo significa che le ispezioni sono uno strumento molto efficiente
nel recuperare base imponibile e che quella del governo è una scelta politica, probabilmente volta ad accontentare alcune fasce del suo elettorato di riferimento. È la stessa scelta, peraltro, resa esplicita nei nuovi orientamenti del Governo riguardo alle politiche di accertamento, che «non devono essere invasive nei confronti delle piccole e medie imprese», come recitano i comunicati dell' Agenzia delle Entrate (vedi Cecilia Guerra e Silvia Giannini su lavoce. info ).
È una scelta pericolosa anche perché penalizza le imprese
che possono portarci fuori dalla recessione permettendo invece la sopravvivenza di quelle più inefficienti. La distruzione creativa che avviene in ogni recessione avrà così luogo all' inverso: sopravvivenza garantita alle imprese con produttività più bassa, mentre si tartassano le imprese, in regola, quelle che hanno il maggiore potenziale di sviluppo, così come le nuove iniziative imprenditoriali che volessero nascere in chiaro, alla luce del sole.
È una scelta pericolosa perché lascerà a tutti noi un' eredità molto pesante di illegalità diffusa
, di stato debole e invadente al tempo stesso. Debole perché non garantisce il rispetto della legalità. Invadente perché sarà la Direzione generale per l' attività ispettiva a programmare dal centro le ispezioni sulla base delle direttive del ministro, come affermato nella direttiva emanata il 18 settembre 2008 dal ministro Sacconi.
È un accentramento di poteri senza precedenti.
L' economia sommersa, l' insieme di attività svolte senza pagare tasse e contributi sociali, conta tra un sesto e un quarto del nostro prodotto interno lordo, a seconda della stime. Vi sono delle regioni, come la Calabria, dove secondo l' Agenzia delle Entrate fino al ' 94 per cento dell' imponibile Irap veniva nel 2006 sottratto al fisco. È una piaga nazionale, un fardello che pesa sulla parte più avanzata del nostro tessuto produttivo, localizzata soprattutto nel Nord del paese, costringendola a pagare anche le tasse degli altri (potrebbero essere di un quinto più basse se tutti le pagassero). Allontana la soluzione dei problemi dello stesso Mezzogiorno.
Perché l' illegalità alimenta altra illegalità ben più grave
: è proprio sullo smercio delle produzioni del sommerso economico che spesso vive e vegeta la criminalità organizzata, a partire dal "sistema" camorristico narrato con rara efficacia da Roberto Saviano. Ed è sempre molto forte l' intreccio fra, da una parte, evasione fiscale e contributiva e, dall' altra, quel mancato rispetto degli standard di sicurezza da cui scaturiscono molte morti bianche. Le recessioni offrono un' occasione per contrastare in modo significativo la violazione delle norme sulla sicurezza perché per le imprese è meno costoso mettersi in regola quando le attività sono più contenute e, quindi, la regolarizzazione non comporta costose interruzioni del ciclo produttivo.
Ma perché le imprese siano indotte a mettersi in regola ci vogliono più ispezioni
, non certo di meno. Si dirà che reprimendo il sommerso si rischia di creare più disoccupazione in un momento già molto difficile per il nostro mercato del lavoro. Ma la disoccupazione viene creata proprio scaricando il peso della tassazione sulle imprese che operano alla luce del sole. Se il governo ritiene che la pressione fiscale sul lavoro sia insostenibile nell' attuale congiuntura, perché non riduce la tassazione sul lavoro, a beneficio di tutte le imprese in regola e di tutti i loro lavoratori? Perché non intensifica, al contempo, i controlli anziché ridurli, permettendo così di finanziare in parte i costi della riduzione delle imposte? In ogni caso, siamo in democrazia e gli italiani hanno il diritto di essere informati su questa scelta esplicita di politica economica del nostro esecutivo.

400 MILIONI PER FAR FALLIRE IL REFERENDUM

Il Governo ha deciso di abbinare elezioni amministrative ed elezioni europee in un’unica data, il 6-7 giugno 2009. Ma appare intenzionato a far tenere in data separata il voto sul referendum sulla legge elettorale. Dato che molti partiti sono contrari al referendum e si propongono di farlo fallire, è molto probabile che alla fine non verrà permesso ai cittadini di recarsi una sola volta alle urne per eleggere i loro rappresentanti al Parlamento Europeo, negli enti locali interessati dal voto e per esprimersi sul quesito referendario.
ALCUNE STIME
Qui sotto forniamo una stima dei costi del mancato abbinamento delle diverse consultazioni. Come si vedrà, si tratta di un costo ingente. I costi diretti si aggirano attorno ai 200 milioni, quasi il costo della social card. Aggiungendo a questi anche i costi indiretti sopportati dai cittadini, si arriva ad un costo complessivo di circa 400 milioni. In tempi di bassa crescita e di stringenti vincoli di bilancio è un’opzione che proprio non possiamo permetterci. Chi è contro al referendum non deve imporre alla collettività un costo così alto. Meglio che spieghi ai cittadini le sue ragioni invece di imporre a tutti una tassa così alta.
Ma vediamo come si arriva a questa cifra. Tra i costi diretti abbiamo... considerato:
1. La remunerazione dei presidenti di seggio e scrutatori delle 61.212 sezioni presenti in Italia e delle 1.309 sezioni presenti all’estero.
2. Il costo del trasporto delle schede.
3. I costi del personale di sicurezza per garantire il regolare svolgimento delle elezioni.

Tra i costi indiretti abbiamo invece preso in considerazione:

1. Il valore del tempo impiegato per recarsi ai seggi due volte anziché una.
2. Il costo a carico delle famiglie con figli che frequentano scuole statali elementari o medie inferiori chiuse il lunedì successivo alle elezioni.
3. La perdita di un giorno lavorato per il personale impegnato nelle operazioni di voto.

Nel nostro calcolo non considereremo quei costi fissi (come la produzione delle schede) che verrebbero comunque sostenuti anche tenendo in un’unica data tutte le consultazioni e altri costi di difficile quantificazione, come l’utilizzazione di scuole e edifici pubblici nonché la pulizia e il riassetto dei locali.
COSTI DIRETTI
Partiamo dai costi diretti. I referendum tenutisi nel periodo 2003-2006 sono costati mediamente 315 milioni ciascuno. Abbinandoli ad altra elezione ovviamente non si potrebbe risparmiare integralmente questa cifra, perché alcune spese (ad esempio la stampa delle schede referendarie) devono essere sostenute comunque.
Per avere una prima stima dei risparmi nei costi diretti raggiungibili tenendo tutte le consultazioni in un’unica data si possono utilizzare le stime sui risparmi conseguibili abbinando europee ed amministrative. La Relazione Tecnica che accompagna il decreto-legge 27 gennaio 2009, n. 3, quantifica i risparmi legati ai soli trasferimenti ai Comuni in 100 milioni di euro. Il Ministro Maroni nella conferenza stampa dello scorso dicembre aveva quantificato i risparmi complessivi legati all’abbinamento di amministrative ed europee in 150 milioni. I risparmi sono ovviamente crescenti nelle dimensioni dell’elettorato dato che il grosso dei costi, come spiegato nella stessa relazione tecnica, consiste nell’allestimento dei seggi, nella remunerazione di presidenti di seggio e scrutatori e nei costi del personale addetto alla sicurezza. Le amministrative del giugno 2009 riguardano un elettorato potenziale di circa due terzi di quello interessato dal referendum. Facendo le dovute proporzioni si ottiene perciò un risparmio di circa 225 milioni tenendo anche il referendum il 6-7 giugno.
Una seconda stima può essere ottenuta analizzando in dettaglio le singole voci di spesa che potrebbero essere evitate tenendo il referendum assieme alle altre consultazioni.
Il primo costo è quello di presidenti di seggio e scrutatori. Li possiamo stimare a partire dai costi sostenuti nel referendum del 2006 (Decreto Ministeriale n. 91517/2006), rivalutati sulla base dell’andamento dell’inflazione. Si tratta di 74,5 milioni di euro di remunerazione per 375.126 addetti. Il secondo costo è quello del personale di pubblica sicurezza. Mantenendo immutato il numero delle forze disposte sul territorio per lo svolgimento del referendum del 2006, la spesa si aggira intorno ai 63,5 milioni di euro. Infine ci sono i costi degli straordinari per il personale dei vari Ministeri coinvolti (Esteri, Interni, Economia e Finanze e Giustizia) (13,4 milioni), quelli per il trasporto delle schede (3,8 milioni), quelli di cancelleria per le sezioni (2,1 milioni), il noleggio delle strutture di voto e l’organizzazione dell’apparato (7,2 milioni), missioni all’estero.
Questo porta ad un totale di circa 165 milioni. Ma vi sono diverse voci del decreto ministeriale che sono difficilmente interpretabili. Quindi si tratta sicuramente di una sottostima.
I risparmi potenziali sono un valore intermedio tra le due stime di cui sopra che, in media, comportano una riduzione di costi di 195 milioni di euro nel caso in cui il referendum fosse anch’esso tenuto il 6-7 giugno assieme alle altre consultazioni.

I COSTI INDIRETTI


Aggiungiamo ora ai costi diretti per le casse dello stato i costi sopportati dai cittadini senza mediazione dello Stato.
Il tempo medio impiegato per andare a votare può essere stimato in circa 30 minuti. Nel caso in cui si tenesse una sola consultazione, i votanti risparmierebbe dunque circa 30 minuti di tempo libero. Il valore del tempo libero può essere valutato a partire dal salario di riserva (il salario minimo che compensa il valore del tempo libero cui si deve rinunciare per lavorare) medio dichiarato nell’ambito delle Indagini sulle Forze Lavoro. Si tratta di un salario orario di 6,3 euro all’ora, ovvero di 3,15 euro per 30 minuti. Certo non tutti i potenziali votanti andranno a votare. Moltiplicando questo valore unitario per il numero dei votanti alle elezioni politiche del 2008, otteniamo un costo totale che si aggira intorno ai 127 milioni di euro.
Consideriamo ora il costo sostenuto dalle famiglie per la chiusura delle scuole il lunedì, dopo lo svolgimento del referendum. Sono più di 3 milioni le famiglie che hanno almeno un figlio nelle scuole pubbliche elementari o medie. Di queste, il 33% non ha nonni a casa ed entrambi i genitori sono occupati, e quindi con ogni probabilità dovranno far ricorso ad un aiuto esterno per la cura dei figli. Il costo medio di una prestazione di 4 ore nei servizi alla famiglia secondo i dati Istat è di 35 euro lordi; dunque i costi sostenuti dalle famiglie nell’affidamento dei figli in un giorno di chiusura delle scuole possono essere stimati in circa 37 milioni di euro.
Infine, consideriamo il valore della giornata lavorativa persa da presidenti di seggio e scrutatori. Prendendo come riferimento le retribuzioni medie di fatto e dividendole per il numero di giorni medi lavorati in un mese si ottiene una stima della produttività media giornaliera di circa 102 euro. Moltiplicato per il numero di presidenti di seggio e scrutatori questo ci porta a 37 milioni di euro. Ora, molti scrutinatori sono studenti e quindi per loro il costo è più legato alla mancata possibilità di frequentare corsi o di studiare. Questo costo può essere inferiore alla produttività media giornaliera. Tuttavia, il personale coinvolto nelle operazioni di voto ha generalmente una produttività più alta della media, quindi le due fonti di distorsione tendono a compensarsi.
Si giunge così ad una stima dei costi indiretti pari a circa 201 milioni di euro. Tra costi diretti e indiretti si giunge così a un costo complessivo per la collettività di circa 400 milioni di euro.

Testamento biologico, appello bipartisan "Stop alla legge fino alle europee"

Grandi manovre intorno al testamento biologico. Con un gruppo di senatori del Pd e del Pdl che firma un appello bipartisan per chiedere di rinviare la discussione sul testamento biologico a dopo le elezioni europee. Sono nomi noti quelli che si leggono in calce all'appello. Per il Pd, Emma Bonino, Pietro Ichino, Stefano Ceccanti ed Enzo Bianco. Per il Pdl Ferruccio Saro, Antonio Paravia e Beppe Pisanu. Lo scopo, spiega uno dei firmatari, è di lasciar decantare l'ondata emotiva scatenata dalla vicenda di Eluana Englaro "ma soprattutto evitare al Paese nuove, pericolose lacerazioni: per questo chiederemo ai gruppi parlamentari se non sia il caso di rinviare la discussione e l'esame degli emendamenti a dopo il voto del 6 giugno".
Sempre oggi il segretario del Pd, Dario Franceschini, e il senatore Umberto Veronesi, uno dei firmatari della lettera apparsa su Micromega nella quale si accusava il Pd di essersi arreso alle ragioni del centrodestra in tema di testamento biologico, si sono visti in Senato. "Veronesi - riferisce Franceschini - ha parlato in modo franco e ... diretto e si è detto stupito della lettura che ha dato qualche giornale del contenuto della lettera, e ha ribadito il convincimento dell'assoluta libertà di scelta dei parlamentari in materia di testamento biologico".
Torna su un tasto battuto più volte il segretario del Pd. Quello che le divisioni all'interno del Pd siano esageratamente amplificate. Spostando l'attenzione in campo avverso dove "il regime da caserma si sta spaccando". Un riferimento alla lettera con cui 53 parlamentari del Pdl esprimono dubbi sul ddl Calabrò. "Deve esserci libertà di coscienza sui temi etici. Questa è la linea del Pd e il fatto che sia una linea giusta lo dimostra quanto sta avvenendo nel Pdl e le divisioni che stanno esplodendo nel centrodestra", conclude il segretario del Pd.
Nel frattempo il voto in commissione Sanità si terrà a partire da martedì prossimo, 3 marzo, nella seduta delle ore 21. Alla commissione manca ancora il parere, non vincolante, della commissione Affari costituzionali, che ha rinviato a sua volta la decisione alla seduta di martedì.
Sconvocate le sedute di domani e sabato della Commissione sanità per l'illustrazione degli emendamenti. Rimane convocata, invece, la seduta notturna prevista per lunedì alle 20.
Fonte: Repubblica

Ritiro dall'Iraq e pragmatismo di Obama

Il disimpegno militare americano dall’Iraq sarà parziale e più graduale di quanto Obama abbia detto in campagna elettorale. Il presidente ha rinviato il ritiro delle «truppe combattenti» di tre mesi, alla tarda estate, la fine agosto del 2010. E per un imprecisato periodo di tempo lascerà in Iraq da 30 a 50mila uomini, ossia sino a un terzo del totale odierno. In teoria avranno solo funzione di addestramento, supporto logistico, intelligence e azione contro il terrorismo a favore delle forze irachene e così via. Ma di fatto potrebbero ancora venire impiegati in battaglia. Uno scenario che ovviamente Obama spera di evitare intensificando il dialogo tra le forze politiche sociali e religiose irachene.
PRAGMATISMO - Con la sua scelta, il presidente, sempre più pragmatico, si è collocato a metà strada tra le colombe, che chiedevano un disimpegno pressoché totale entro l’aprile del 2010, e i falchi, che insistevano per una massiccia presenza militare sino all’inizio del 2011. Lo ha fatto per motivi chiari: la scadenza di 19 mesi dal suo insediamento alla Casa bianca è gradita al governo Maliki; non sguarnisce... in fretta l’Iraq; gli consente di continuare l’offensiva antiterroristica; e gli concede tempo sufficiente per negoziare un accordo di stabilità regionale con l’Iran e la Siria. In parallelo il presidente, che ha di nuovo mandato il mediatore George Mitchell a Israele, conta di impostare una soluzione del problema della Palestina. Un compito non facile, ma mai affrontato dal suo predecessore. Di più. Obama disporrà di più truppe per l’Afganistan, dove ha già deciso di inviare altri 17 mila uomini, ma dove avrà bisogno di altri 20-30mila. L’Afganistan è il più grave focolaio di crisi di oggi: i talebani minacciano il Paese, e Al Qaeda si è arroccato nelle zone pakistane di confine.
SOLUZIONE POLITICA - L’Afganistan e il Pakistan, e non l’Iraq come sosteneva Bush, sono il fronte centrale della guerra al terrorismo, e rischiano di diventare il Vietnam di Obama, come scrisse Newsweek il mese scorso. Il presidente fa affidamento sugli alleati oltre che sul campo soprattutto nella ricostruzione afgana. E come in Medio oriente, a lunga scadenza mira a una soluzione politica anche in Asia centrale con il contributo delle potenze regionali, in questo caso Russia e Iran. Diversamente da quella di Bush, che cercava soltanto la vittoria militare in Iraq e Afganistan, la strategia di Obama premia la diplomazia. Ha alcuni meriti: di suscitare più consensi nella comunità internazionale e avere quindi più probabilità di successo; di aprire la strada a un nuovo ordine mondiale, che subentri all’attuale, ancora basato sulla guerra fredda; e per quanto riguarda gli Stati uniti del tempo della crisi finanziaria e economia, di ridurre le folli spese del Pentagono.

L'Antitrust multa il cartello della pasta «Un'intesa per fissare i prezzi»

Per l'Authority il cartello c'è stato. E l'Antitrust ha deciso di «punire» i pastai con una multa.
Colpendo non solo le singole aziende ma anche l'Unipi (Unione industriale pastai italiani) e l'Unionalimentari.
Questa la decisione presa dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato. Ieri la riunione presieduta da Antonio Catricalà ha così concluso l'istruttoria avviata il 10 ottobre 2007 (rivolta a un piccolo gruppo di aziende pugliesi) e allargata il 5 dicembre 2007 («per effetto degli accertamenti ispettivi») ai maggiori produttori italiani (28 imprese) con l'aggiunta delle due associazioni di categoria. Secondo l'Authority nel corso del 2006 e 2007 gli «imputati » avrebbero messo in atto «due intese restrittive della concorrenza» e quindi violato l'articolo 81 del Trattato Ce. Sotto accusa in particolare le riunioni del 18 luglio e del 26 settembre 2007.
In tutto sanzioni per circa 12 milioni 500 mila euro inflitti a 26 imprese e alle due associazioni, dai quasi 6 milioni di Barilla a oltre un milione per De Cecco e Di Vella passando attraverso i quasi 500 mila euro a Garofalo. Secondo i consumatori il vero problema è che il prezzo della pasta continui ad aumentare mentre la materia prima ... scenda da mesi (ieri Mr prezzi ha parlato di un «lento rientro» della corsa dei prezzi della pasta anche se la variazione tendenziale registra un + 25,4 a gennaio 2009). La difesa dell'industria, durante l'istruttoria, ha fatto leva sullo strapotere della grande distribuzione che rischia di schiacciare soprattutto i piccoli produttori e sulla necessità di far fronte a una crisi senza precedenti. In sostanza se di prezzi si è discusso lo si è fatto per proteggere un settore che dai 240 pastifici del 1980 si è ridotto a 130 di oggi. Secondo fonti interne all'Authority la delibera del Garante avrebbe tenuto conto di una serie di attenuanti e recepito la battaglia in atto tra il settore e la grande distribuzione.
L'Antitrust non è voluto però venir meno al principio della libera concorrenza: i cartelli non si fanno neanche in situazioni di crisi. La crisi, si sa, è sotto gli occhi di tutti. Ma per la pasta inizia nel 2005 quando il prezzo del grano è schizzato alle stelle con il risultato che nel primo semestre del 2008 il costo del frumento duro era più che triplicato (+220%) rispetto al 2005. Da almeno due anni si è così assistito al balletto delle cifre, cavalcato a seconda dei casi, da industria, grande distribuzione e coltivatori. Il punto di vista dell'industria. Se negli ultimi due anni il prezzo della pasta è aumentato fino al 32,3%, nel lungo periodo gli incrementi sarebbero in linea con l'inflazione, cresciuta dal 1995 a oggi del 34,2%. Gli aumenti del grano poi, non sarebbero stati immediatamente scaricati sui prezzi al consumo e comunque il prezzo della produzione (quanto le aziende fanno pagare alla distribuzione) è stato inferiore a quello dei prezzi al consumo.
Le associazioni dei consumatori dalla seconda metà del 2008 sono invece sul piede di guerra.
Attente alle cifre di una materia prima, il frumento duro, che da gennaio a ottobre si è quasi dimezzato (da 47 a 25 centesimi al chilo, fonte Altroconsumo) mentre mezzo chilo di pasta avrebbe fatto un ulteriore balzo del 20% (dai 75 centesimi di gennaio ai 92 di ottobre). Ma dal campo alla fabbrica il percorso è lungo e accidentato. Ci stanno di mezzo i «future», il rapporto da sempre conflittuale con la grande distribuzione, l'aumento dei prezzi anche di tutti gli fattori di produzione. Una cosa è certa. L'Antitrust con le multe ha voluto sanzionare soprattutto un comportamento chiedendo esplicitamente alle aziende e alle associazioni colpite di astenersi in futuro da ogni forma di cartello.

Il grande buco dei conti di Palermo

Chi deve occuparsi delle piante comunali? Dipende, a Palermo: fino a 249 centimetri di altezza tocca ai giardinieri della Gesip, dai 250 in su a quelli del settore ville e giardini. Non si sgarra, sui centimetri. E a chi toccherà tappare l'enorme buco nei conti municipali che richiederebbe una toppa immediata di almeno 200 milioni di euro? La risposta è assai più complessa. E rischia di aprire nella destra italiana una frattura dagli esiti imprevedibili. Certo, il sindaco azzurro Diego Cammarata dispensa sorrisoni. E anche se la Corte dei Conti gli ha appena chiesto chiarimenti su un mucchio di cose, dai 26 milioni di debiti fuori bilancio nel 2007 all'abnorme versamento di 247 milioni alle società partecipate fino ai dati allucinanti delle riscossioni delle multe stradali al 23%, ha spiegato al Giornale di Sicilia di avere già messo le mani avanti. «Entro un paio di settimane al massimo risolveremo la questione», ha assicurato: «Il Comune ha i conti a posto e un bilancio sano ma se poi non siamo in grado di riparare il tetto di una scuola o una strada dissestata che senso ha? Il governo deve farsi carico di un problema che non è solo del sindaco. Il precariato è stato ... un colpo al cuore di questa città perpetrato in anni precedenti all'insediamento di questa amministrazione e ne paghiamo le conseguenze anche in termini finanziari».
In soldoni? Presto detto: su 866 milioni l'anno di spese correnti, il Municipio di Palermo ne scuce 623 (il 72%) per pagare 21.895 dipendenti. Ottomila più di dieci anni fa. Un po' diretti, un po' precari stabilizzati nelle aziende partecipate. Media: un dipendente comunale ogni 30 abitanti. Un carico insostenibile. E ogni giorno più gravoso. Basti dire che alla catastrofica azienda della nettezza urbana, quell'Amia appena salvata dal governo Berlusconi col regalo di 80 milioni di euro nel decreto «milleproroghe» che ha tolto il sonno a tanti sindaci leghisti, c'era fino a poco fa un accordo: un padre poteva lasciare il posto di lavoro al figlio. Col risultato, accusa Maurizio Pellegrino, un consigliere dell'opposizione autore di un esposto micidiale alla Corte dei Conti, «che nel 2008, nonostante il bilancio disastroso e il forte esubero di personale, sono state fatte oltre 400 assunzioni. E che prima d'andarsene, a dicembre, il vecchio Cda ha assorbito altri 80 lavoratori di una ditta privata». Indispensabili? Risponde una tabella che confronta i dati della nettezza urbana di Palermo, Genova e Torino: con la metà degli abitanti, il capoluogo siciliano ha circa mezzo migliaio di dipendenti in più di quello piemontese. Uno ogni 259 abitanti sotto il monte Pellegrino, uno ogni 577 sotto la Mole Antonelliana. Totale dei rifiuti raccolti in un anno per dipendente: 164 tonnellate a Palermo, 220 a Genova, 491 a Torino.
Per non dire della raccolta differenziata: 21 chili l'anno per abitante a Palermo, 74 a Genova, 236 a Torino. Fatto sta che, nonostante trabocchi di addetti (uno spazzino ogni due chilometri di strada da pulire: primato planetario), l'azienda si muove come non bastassero mai. Ed ecco gli appalti esterni per la pulizia dei propri locali, gli appalti esterni per pulizia degli automezzi, gli appalti esterni per la pulizia dei cassonetti. Girano storie leggendarie, sull'Amia. Una è di pochi mesi fa: i poliziotti fanno visita a un sorvegliato speciale, vengono informati che l'uomo «non è a casa perché è al lavoro, all'Amia», si spostano là dove dovrebbe stare e non solo non trovano lui ma scoprono che su 37 dipendenti in quel settore quelli presenti sono 2. E gli altri 35? Boh... Sugli amministratori della società c'è un'inchiesta aperta. In pratica, stando alle accuse, avevano costituito aziende satelliti alle quali vendevano partecipazioni virtuali, per un totale di circa 50 milioni di euro, facendo così risultare in attivo i conti della capogruppo. Cosa che consentiva loro, tra l'altro, di auto-riconoscersi un premio di produttività.
La procura, per andare avanti, avrebbe fatto sapere che il sindaco dovrebbe presentare querela impedendo così la prescrizione. Risposta: stiamo esaminando la questione. Che la faccenda imbarazzi è ovvio: come ha fatto il Municipio, per anni, ad approvare come azionista unico il bilancio delle partecipate senza inserire nel bilancio proprio il debito corrispondente? Com'è noto, quel mucchio di soldi dati per evitare il crac dell'Amia, soldi che Cammarata vorrebbe fossero solo un antipasto d'un più sostanzioso aiuto di duecento milioni, hanno fatto venire il mal di pancia a molti, nella destra. La quale, proprio adesso che la sinistra è in pezzi dopo le sconfitte a ripetizione, rischia sulla questione Nord-Sud di andare alla rissa intestina. «II governo voleva premiare i virtuosi punendo i lazzaroni, invece sta andando in direzione opposta», si è sfogato con Libero il sindaco di Varese, Attilio Fontana. «Il Comune di Palermo dovrebbe essere immediatamente commissariato. Già quello di Catania non era un bell'esempio, ma questo è più grave: Cammarata guida il Comune da più di sette anni, quindi non ha la scusante d'essersi ritrovato buchi di bilancio delle amministrazioni precedenti», ha insistito col Corriere del Veneto il suo collega veronese Flavio Tosi.
Eppure quello dell'Amia, presieduta fino a poco tempo fa dal segretario cittadino di Forza Italia e oggi senatore del Pdl Enzo Galioto e bollata dal Sole 24 ore come «un covo d'interessi clientelari», è solo una parte del disastro amministrativo palermitano. Sprofonda la società dei trasporti urbani Amat, che ha visto i passeggeri crollare da 24 a 19 milioni, che copre con gli incassi dei biglietti poco più del 18% delle spese, che su 598 autobus in dotazione è arrivata a utilizzarne in realtà solo 235 con gli altri guasti nelle rimesse, che un anno e mezzo fa arrivò ad assumere (alla vigilia delle elezioni) 110 autisti d'autobus tutti 110 senza la patente per l'autobus. Sprofonda la Gesip, che si occupa di un sacco di cose, dai disabili ai giardini, e di cui Antonio Fraschilla ha raccontato, sulle pagine locali di Repubblica, storie surreali. Come appunto le tignose precisazioni contrattuali sulla competenza della cura degli alberi più alti o più bassi di due metri e mezzo o sulla irrigazione «affidata alla Gesip, ma solo se nei terreni ci sono impianti automatici, in caso contrario intervengono i giardinieri comunali» o sull'erba che «se cresce dentro un'aiuola sotto un albero deve pulirla l'operaio Gesip, ma se cresce qualche centimetro più in là, sul marciapiede, allora la pulizia diventa compito dell'Amia Essemme». Col risultato finale che per tenere in ordine una quota di verde urbano simile, poco più di duemila ettari, Torino spende 12 milioni di euro e Palermo (385 mila euro a ettaro l'anno) addirittura 27.
Potrà il federalismo, se passerà davvero («Ho passato la cinquantina e non credo che lo vedrò mai», si è sfogato Giancarlo Galan) mettere ordine in questo caos? Eccolo, il dubbio che turba, nel profondo Nord, la destra trionfante. Anche perché Dio sa quanto sarebbe necessaria, di questi tempi, una svolta virtuosa. Diranno: ma le cose vanno già meglio. Mica tanto: basti dire che, col bisogno che ha di denaro, Palermo incassa oggi dai suoi cittadini ancora meno di ieri. Sapete in quanti pagavano la Tarsu tre anni fa? Il 32%. E oggi? Due punti in meno: poco più del 29. Per non dire dei soldi incassati con la Tosap per l'occupazione temporanea di suolo pubblico: 16,2% del dovuto. O con l'imposta comunale sulla pubblicità: 10,9%. Non sarà davvero facile davanti a questi numeri, per Giulio Tremonti, accontentare insieme tutti gli alleati, da Vipiteno a Capo Passero. Magari il problema fosse solo la sinistra...

«Gli scioperi vanno regolamentati»???

«Non si tratta di soffocare il diritto di sciopero, ma di armonizzarlo con l'esercizio degli altri diritti di tutti i cittadini in un'opera di bilanciamento che deve tener conto dell'evoluzione sociale». Lo ha detto il presidente dell'assemblea di Montecitorio, Gianfranco Fini, aprendo la presentazione alle Camere della relazione della Commissione di garanzia per l'attuazione della legge sullo sciopero, che ha evidenziato tra l'altro come nel corso del 2008 quelli proclamati siano stati più di 2 mila e 856 quelli realizzati. Per la terza carica dello Stato il diritto di sciopero «non può compromettere oltre misura il godimento di altri diritti della persona ugualmente garantiti in Costituzione, come il diritto alla salute, alla sicurezza, all'istruzione, all'assistenza e previdenza sociale, alla libertà di circolazione e di comunicazione, alla effettiva tutela giurisdizionale delle proprie ragioni».
«DIRITTO ALLA MOBILITÀ» - L'intervento dell'ex vicepremier arriva all'indomani dell'annuncio del governo di una possibile stretta nelle regole sugli scioperi nei trasporti pubblici. Il provvedimento dovrebbe essere discusso nella riunione del Consiglio ... dei ministri di venerdì. Stando a quanto ha precisato il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, intervistato da Canale 5, nel prossimo futuro non sarà più possibile fare scioperi selvaggi nei servizi pubblici: «È nel testo di legge che probabilmente approveremo domani nel consiglio dei ministri presentato dal collega Sacconi che ha perfettamente ragione - ha detto l'esponente del governo -. Non è possibile che una minoranza tenga in ostaggio una maggioranza. Anche qui bisogna essere molto chiari. Lo sciopero è un diritto tutelato dalla Costituzione ma anche la mobilità, la vita, il lavoro sono valori tutelati dalla Costituzione. Quando ci sono due valori tutelati dalla Costituzione che entrano in conflitto, cosa che può succedere, serve la regola, la regolazione, la legge e la legge deve definire la priorità. In questo caso la priorità è la vita, la mobilità, l'economia dei cittadini rispetto al diritto di sciopero che potrà essere comunque espletato secondo regole tali da non incidere nella libertà degli altri». La Cgil ha già annunciato un parere negativo, ma Brunetta non sembra preoccuparsene: «Ce ne faremo una ragione».
EPIFANI: NIENTE FORZATURE - Oggi dal fronte Cgil è intervenuto direttamente il segretario generale, Guglielmo Epifani. «Il governo stia attento - ha detto il leader sindacale - perchè in materia di libertà del diritto di sciopero costituzionalmente garantito bisogna procedere con molta attenzione. Se c'è qualcosa da aggiustare rispetto a una normativa già rigida eventualmente lo si può veder. Ma se si vogliono introdurre forzature che limitano poteri e prerogative è altra questione».
SACCONI: UNANIMITÀ NON ESISTE - Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi si dice «confortato» per la richiesta di intervento legislativo sulla normativa che regolamenta gli scioperi. «Credo che ci sia una larga convergenza con la gran parte delle organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro. Temo però che manchi la Cgil - ha detto -. L'unanimità non è di questo mondo, appartiene al mondo del nulla, del non fare».
Fonte: Repubblica

Sciopero virtuale, una scelta di civiltà

Sciopero virtuale, una scelta di civiltà così scriveva Pietro Ichino in un articolo dell' 11.12.2003.
La proposta di Ichino è interessante e vi invito a leggerla per verificare come Sacconi non sappia nemmeno copiare le proposte intelligenti di un giuslavorista di valore.
Un accordo preventivo tra sindacati e imprese del settore potrebbe garantire la continuità del servizio durante gli scioperi: i lavoratori rinuncerebbero ai loro stipendi, ma l’azienda si impegnerebbe a versare il doppio o il triplo di questi in un fondo cogestito per opere di pubblica utilità. Così l’astensione dal lavoro costerebbe davvero cara all’azienda dei trasporti e il danno inferto non ricadrebbe sugli utenti. Una parte del fondo potrebbe essere poi utilizzata dalle due parti per informare la cittadinanza sulle ragioni del contendere.
Sciopero virtuale, una scelta di civiltà
Se, come pare, il primo dicembre scorso, a causa dello sciopero totale a sorpresa dei mezzi pubblici, sono stati 150mila i milanesi che non sono riusciti a recarsi al lavoro e sono stati dieci volte tanti i milanesi che hanno perso due ore di lavoro, la perdita ... complessiva subita dalla città, senza contare le altre componenti del danno, ammonta a non meno di 60 milioni di euro.
Accordi convenienti e accordi equi

Il motivo dello sciopero è costituito da una differenza di circa cento euro lordi di stipendio mensile, corrispondenti a un costo aziendale di centocinquanta euro. Moltiplicati per i novemila autoferrotranvieri milanesi e per i due anni di vigenza della parte economica del contratto collettivo di cui si discute, fanno circa 45 milioni.
Tirate le somme, nella sola giornata di sciopero a sorpresa del primo dicembre, la città di Milano ha sopportato un danno superiore al beneficio totale che i suoi autoferrotranvieri stanno rivendicando (la sproporzione è, per lo più, molto maggiore nel caso dello sciopero di altre categorie-chiave del trasporto pubblico, come i controllori di volo). Se poi si considera che lo sciopero del primo dicembre era l'ottavo della serie, nell'ambito di questa vertenza contrattuale, si potrebbe concludere che firmare subito un accordo (magari soltanto regionale o aziendale) senza scioperi, accogliendo fin dall'inizio integralmente la rivendicazione dei lavoratori, sarebbe stato conveniente per tutti.
Conveniente, anche se non necessariamente equo, come non è necessariamente equo l'esito incruento di una trattativa condotta sotto la minaccia di una pistola puntata. Beninteso, non voglio dire affatto che sia iniquo quanto oggi gli autoferrotranvieri rivendicano, soprattutto in riferimento al costo della vita milanese; voglio solo dire che questo meccanismo negoziale non dà alcuna garanzia di equità; anzi è gravemente irrazionale, poiché fa pesare sull'accordo contrattuale la minaccia di un danno ingiusto a terzi.
D'altra parte, al tavolo delle trattative non siedono i rappresentanti della collettività, cui quella minaccia è rivolta, ma i rappresentanti delle aziende dei trasporti municipali.
E nelle giornate di sciopero queste aziende non soltanto non subiscono un danno, ma addirittura guadagnano. Perdono soltanto il ricavo della vendita dei biglietti di corsa singola, che costituisce solitamente una parte molto modesta delle loro entrate; non perdono invece il ricavo degli abbonamenti, né il contributo pubblico periodico che copre il deficit di bilancio. Viceversa, risparmiano stipendi, carburante e usura dei mezzi. In altre parole, paradossalmente, lo sciopero degli autoferrotranvieri fa bene al bilancio delle loro aziende. Così stando le cose, non c'è da stupirsi che le trattative sindacali ristagnino.
Nello sciopero dei trasporti pubblici c'è questo elemento di anomalia: la sua efficacia sta tutta nel danno enorme inferto a soggetti terzi, agli utenti; non in un danno inferto alla controparte datrice di lavoro, quella che siede al tavolo delle trattative. Logica vorrebbe che, stando così le cose, al tavolo delle trattative sedesse il sindaco; anzi, il ministro del Bilancio, finché i soldi per pagare gli autoferrotranvieri, in ultima analisi, vengono da lui. Si eviterebbe almeno il gioco dello scaricabarile a cui si assiste in questi giorni circa la responsabilità del trascinarsi inconcludente delle trattative.
La soluzione razionale
Ma la soluzione più razionale del problema sarebbe un'altra: si chiama "sciopero virtuale" e si basa su di un accordo preventivo tra sindacati e imprese del settore per garantire la continuità del servizio durante gli scioperi, rinunciando i lavoratori ai loro stipendi e impegnandosi l'azienda a pagare il doppio o il triplo degli stipendi stessi a un fondo cogestito per opere di pubblica utilità.
Così davvero lo sciopero costa caro all'azienda dei trasporti; i lavoratori possono dunque esercitare una forte pressione su di essa in modo diretto, e non in modo indiretto col prendere in ostaggio la cittadinanza. Una parte consistente del fondo cogestito, finanziato in questo modo, deve essere posto a disposizione di ciascuna delle parti contendenti per la realizzazione delle rispettive campagne di informazione dell'opinione pubblica circa i motivi del contendere: possono essere realizzati spot televisivi, utilizzate pagine intere di quotidiani, distribuiti messaggi ai viaggiatori, per conquistare l'appoggio della cittadinanza. Questa viene così coinvolta ancora nella vertenza, ma non nel modo barbaro in cui essa è stata coinvolta a Milano lunedì scorso, cioè col tenderle un'imboscata, col violare il suo diritto al lavoro e alla libertà di movimento, bensì nel modo civilissimo che è proprio dei lavoratori che sanno battersi per i propri interessi senza ledere quelli di altri lavoratori.
Non è necessario che, con l'accordo istitutivo di questa forma di lotta, il sindacato rinunci al proprio diritto di proclamare anche uno sciopero tradizionale. Basta prevedere la possibilità dello sciopero virtuale e stabilirne preventivamente l'opportuno regolamento. Sarà questa forma di lotta alternativa, poi, ad affermarsi da sola, per la sua maggiore efficacia nei confronti dell'azienda e per la straordinaria possibilità che offrirà ai lavoratori di stabilire un rapporto positivo con la cittadinanza.
Un seme di speranza
Certo, può apparire ingenuo e persino un po' ridicolo proporre un salto in avanti di civiltà come quello dello sciopero virtuale, in un contesto quale quello italiano attuale, nel quale egoismi, particolarismi e faziosità prevalgono a tutti i livelli, la cultura della legalità è rinnegata persino ai vertici dello Stato, gli indici della coesione sociale sono in costante ribasso. Ma, proprio perché questa è la triste congiuntura civile che stiamo attraversando, avrebbe un grande significato che proprio in questo momento una o più tra le confederazioni sindacali maggiori sottoscrivessero con una o più aziende di trasporto municipale un accordo sulla possibilità dello sciopero virtuale. Non rinuncerebbero a nulla: lancerebbero soltanto un segnale di speranza. Getterebbero un seme, nella fiducia che col tornare della buona stagione esso potrà germogliare e dare frutti.

Un esempio di accordo

IPOTESI DI ACCORDO COLLETTIVO AZIENDALE
SULLO SCIOPERO VIRTUALE

Oggi, ... ... 2003, tra
- la Società ... (da qui innanzi indicata come "l'Azienda"), e
-le Organizzazioni Sindacali ..., ..., ... (da qui innanzi indicate come "le Organizzazioni Sindacali")
si è convenuto quanto segue.


1. Le Organizzazioni Sindacali firmatarie del presente accordo si riservano la facoltà di proclamare, senza alcuna limitazione temporale, lo sciopero virtuale.
Si intende per sciopero virtuale, ai fini del presente accordo, quello che, senza produrre alcuna sospensione della prestazione lavorativa né alcun pregiudizio alla normale funzionalità del servizio, comporta:

a. la cessione, da parte del lavoratore che vi aderisce, del proprio credito retributivo corrispondente alla durata dello sciopero stesso al Fondo di cui al punto 5; nella determinazione del suddetto credito non si computano gli elementi di retribuzione differita (mensilità aggiuntive, trattamento di fine rapporto);

b. l'obbligo a carico dell'Azienda di effettuare il pagamento in favore del Fondo di cui al punto 5 dell'importo ceduto dal lavoratore, più un importo di pari entità;

c. la destinazione delle somme che in tal modo si saranno rese via via disponibili, per la realizzazione di iniziative di progresso civile o per scopi di solidarietà sociale;

d. la pubblicazione, a cura e spese del Fondo di cui al punto 5 - su due quotidiani con diffusione nella zona per la quale lo sciopero è proclamato (scelti di volta in volta dal Comitato di Gestione del Fondo) - di una inserzione predisposta dalle Organizzazioni Sindacali proclamanti, nella quale saranno esposti i motivi dell'agitazione, nonché di una inserzione dell'Azienda, nella quale sarà esposta la sua posizione al riguardo. In entrambe le suddette inserzioni verrà dato conto della destinazione delle somme cedute dai lavoratori e di quelle aggiuntive versate dall'azienda, in conseguenza dello sciopero virtuale.

2. I contributi previdenziali corrispondenti alla retribuzione ceduta dal lavoratore aderente allo sciopero vengono regolarmente versati dall'Azienda all'Istituto previdenziale competente, previa trattenuta, dall'importo versato al Fondo, della quota gravante sul lavoratore.

3. Lo sciopero virtuale può essere proclamato da una o più Organizzazioni, in riferimento alla generalità dei lavoratori dell'Azienda o a una parte determinata di essi. La proclamazione deve avvenire, mediante comunicazione ai lavoratori interessati e alla Direzione aziendale, con almeno dieci giorni di anticipo rispetto alla data in cui lo sciopero produce gli effetti di cui al punto 1.
Lo sciopero virtuale può essere proclamato in corrispondenza o no con la proclamazione, da parte di altre Organizzazioni, dello sciopero nella sua forma tradizionale, comportante l'astensione dal lavoro.

4. I lavoratori che intendano aderire allo sciopero virtuale devono darne comunicazione alla Direzione aziendale, di regola con almeno sei giorni di anticipo rispetto alla data per la quale esso è proclamato. La comunicazione può essere data in forma scritta, oppure in forma telematica, secondo le modalità che saranno definite mediante apposito protocollo concordato tra l'Azienda e le Organizzazioni Sindacali firmatarie del presente accordo.
L'adesione allo sciopero virtuale comporta l'accettazione, da parte del lavoratore, di tutti gli effetti di cui al punto 1.

5. Presso la Direzione dell'Azienda è costituito un Fondo denominato "Fondo di solidarietà", alimentato dai versamenti di cui al punto 1, lett. a e b, che saranno effettuati mediante accredito su di un apposito conto corrente bancario.

6. La gestione del Fondo è affidata a un organo collegiale denominato Comitato di Gestione, composto da
-un membro designato da ciascuna delle Organizzazioni Sindacali firmatarie del presente accordo;
- un membro designato dall'Azienda, il quale disporrà di tre voti qualora le Organizzazioni Sindacali firmatarie siano almeno quattro, due voti qualora le Organizzazioni Sindacali firmatarie siano almeno tre, un voto qualora le Organizzazioni Sindacali firmatarie siano meno di tre.
Il Comitato elegge nel proprio seno il Presidente, cui compete l'esecuzione delle delibere.

7. Il Comitato di Gestione del Fondo delibera, con la maggioranza semplice dei voti espressi dai partecipanti alla seduta, la destinazione delle somme che si saranno rese via via disponibili, nel rispetto di quanto disposto al riguardo nel punto 1, lett. c e d.

Il Presidente dà esecuzione alle decisioni del Comitato disponendo del conto corrente bancario di cui al punto 5 mediante firma congiunta con il rappresentante dell'Azienda nel Comitato di Gestione.
Il rappresentante dell'Azienda nel Comitato di Gestione può rifiutare la propria firma sull'atto di disposizione soltanto nel caso in cui esso tenda a finalità differenti rispetto a quelle tassativamente indicate nel punto 1, lett. c e d. Ogni controversia in proposito è risolta entro trenta giorni con lodo inappellabile da un arbitro unico designato dal Presidente della Sezione Lavoro del Tribunale territorialmente competente, senza altro vincolo di procedura se non quello di sentire, in contraddittorio tra di loro, tutti i membri del Comitato di Gestione. Le spese dell'arbitrato sono poste a carico del Fondo.
Fonte: L'Unità

giovedì 26 febbraio 2009

Deborah Secondini

L’on. Deborah Bergamini, già assistente di Berlusconi e poi dirigente Rai, ha tenuto una dotta lezione di diritto e privacy sul Corriere, per giustificare il suo emendamento che peggiora, se possibile, la legge-bavaglio di Angelino Al Fano, infliggendo fino a 3 anni di galera ai cronisti che pubblichino intercettazioni penalmente irrilevanti. Tipo quelle sul crac Hdc, in cui il sondaggista berlusconiano Luigi Crespi trattava con lei nel 2005 per un credito con Mediaset. Piccolo problema: all’epoca la signora Deborah non lavorava più per Berlusconi, ma per la Rai, semprechè le due attività presentino ancora qualche differenza. In veste di capo del Marketing Rai, “Debbi” si consultava col premier Berlusconi e coi capi delle tv Mediaset per concordare la “gestione” della morte di papa Woytjla per “dare alla gente un senso di normalità ed evitare un forte astensionismo alle elezioni”. Presa col sorcio in bocca a fare “uso criminoso della tv pubblica pagata coi soldi di tutti”, come disse il suo Capo a proposito di Biagi, Luttazzi e Santoro, Deborah è ora una vestale del “diritto di ogni cittadino alla privacy” contro “i giornalisti che violano i diritti ... costituzionali diffondendo notizie sulla sfera privata”. In realtà nelle sue telefonate non c’era nulla di privato, semprechè la Rai non sia stata privatizzata a nostra insaputa. Dunque chi le ha pubblicate ha esercitato il diritto costituzionale di informare. Strano che un’iscritta all’Ordine dei Giornalisti lo ignori. Forse è il caso che s’iscriva all’Ordine dei Censori, levandoci dall’imbarazzo di doverla pure chiamare “collega”.

Ai vecchi solo due posti su dieci nel partito ci vuole la quota grigia

Il suo slogan potrebbe essere: "Io non sono un autarchico". Quarant'anni, quindici trascorsi in giro per l'Europa, Francia, Inghilterra, Balcani, una lunga esperienza a Bruxelles con Oreja, Prodi e Barroso, prima di tornare in Italia da parlamentare, nelle liste Pd. Sandro Gozi è stato uno dei più critici della linea Veltroni. "Ma non perché sia prodiano o dalemiano o insomma una di quelle etichette là. Semplicemente perché mi ero stufato di fare favori a Berlusconi e a Di Pietro".
Che favori ha fatto il Pd a Berlusconi in questi mesi?
"Uno grandissimo. Aiutarlo a rimuovere la vera questione, la crisi economica. Berlusconi e le sue tv sono stati abilissimi nell'inventarsi un'emergenza al giorno. I clandestini, gli stupri, le intercettazioni, il testamento biologico. Tutte questioni importanti, per carità. Ma la vera priorità, la crisi, in questo modo è stata cancellata. E noi l'abbiamo inseguito sulla sua falsa agenda".
E' passato il messaggio che l'Italia è in qualche modo più al riparo dalla crisi degli altri paesi occidentali. Addirittura all'estero ci invidiano Tremonti.
"Siamo riusciti a regalare a Tremonti la fama di gigante del pensiero economico. Grottesco. E' stato ed è un ministro disastroso, a tratti dilettantesco. I suoi libri sono un impasto di vecchi motivi riciclati, come certe canzoni di Sanremo. Viaggia in ritardo perenne. Nel 2003, ... quando occorreva essere rigorosi, fece saltare i patti di stabilità. Ora che bisognerebbe essere più elastici davanti alla crisi, riscopre il rigore. Il problema è che l'opposizione non se ne accorge neppure".
Non c'è stata abbastanza attenzione per l'economia nei vertici del Pd?
"Non c'è attenzione per la realtà. E non c'è competenza. Si orecchiano le mode mediatiche, su tutti gli argomenti. Non si studiano i problemi, le polemiche sono superficiali, nominalistiche".
Diranno che è la solita tirata del tecnico contro il politico.
"I capibastone vanno avanti su queste dicotomie d'altri tempi. Tecnici e politici, politica e società civile. Fesserie di cui si discute ormai soltanto in Italia. La verità è che nessuno di loro mette mai il naso fuori dall'orticello dell'identità di corrente".
Ora va molto il conflitto generazionale, vecchi contro giovani. Si pensa alle quote giovanili, oltre a quelle rosa.
"Guardi io vorrei proporre la quota grigia, per gli anziani. Si stabilisce che per statuto gli ultracinquantenni con più di due mandati hanno diritto al 20 per cento dei posti. Che è più o meno quanto accade di fatto negli altri partiti riformisti d'Europa".
Buona idea. Si potrebbe cominciare dalle liste europee?
"Quello è il test vero della segreteria di Franceschini. Ha detto che vuole cambiare e io gli ho creduto. Facciamo una rivoluzione. Alle europee, invece dei soliti ripescati, proviamo a candidare gente competente, che magari conosce anche qualche lingua. Non l'ha mai fatto nessuno, né a destra né a sinistra. Col risultato che in Europa contiamo sempre meno. Secondo me gli elettori del centrosinistra ci premierebbero. Certo, finora i nomi che si sentono vanno nella direzione opposta".
Infatti gli elettori del centrosinistra premiano Di Pietro. Perché?
"Merito nostro. Mai una scelta netta, un'idea chiara, una parola comprensibile. Ma se tornassimo a fare il nostro mestiere, Di Pietro sparirebbe in pochi mesi".
Ne è proprio sicuro?
"Sì. E' un Berlusconi rovesciato. Guida un partito personale, è un demagogo, non c'entra nulla con la storia della sinistra, non solo italiana. Non c'entra nulla con nessuna forza riformista presente in Europa. I nostri elettori lo votano per disperazione, non certo per convinzione".
Però Di Pietro è anche l'unico che ancora parla di conflitto d'interessi, dell'anticostituzionalità delle leggi sulla giustizia, delle continue interferenze del Vaticano. E' soltanto giustizialismo, estremismo, populismo?
"Per nulla. Aver lasciato cadere il conflitto d'interessi è stato un altro errore. Alla fine, perché abbiamo perso in Sardegna, col miglior candidato possibile? Perché Berlusconi ha usato, e bene, le sue tv nazionali contro Soru. Del caso Mills si è parlato nei telegiornali francesi e tedeschi più che in quelli italiani. L'Europa ci guarda con preoccupazione, e tanta. Quanto al tema delle ingerenze della Chiesa, stiamo andando anche lì serenamente verso una deriva autarchica, incomprensibile oltre Chiasso. Ma anche di qua dal confine. In fondo il 70 per cento degli italiani, nel caso Englaro, si è pronunciato contro la visione delle gerarchie ecclesiastiche. Peccato, ancora una volta, non essersene accorti".
Franceschini ce la farà?
"Se guarda oltre il fumo dei vertici di leader, scoprirà che il partito è pieno di risorse, di giovani e non giovani che hanno una gran voglia di fare politica, quella vera".

Veronesi a Franceschini "Questa legge è una resa"

Umberto Veronesi e Stefano Rodotà contro Franceschini, in una lettera pubblicata su Micromega. "La proposta del Pd sulla legge "fine-vita" non sono una mediazione, ma una resa". La lettera è firmata anche da Paolo Flores e Andrea Camilleri.
Nel contestare la proposta del governo, scrivono: "E' evidente il carattere anticostituzionale di tale legge, ma anche il suo carattere semplicemente disumano. Purtroppo gli emendamenti proposti dal suo partito (primo firmatario Anna Finocchiaro) lasciano intatta la violenza di alcuni articoli.
Non parliamo della cosiddetta "mediazione" di Rutelli, praticamente indistinguibile dal disegno di legge della maggioranza, e che non a caso è stata benevolmente accolta dall'on. Quagliariello.
Il Partito democratico aveva il suo progetto di legge da anni, e con tale programma andò alle elezioni che portarono al secondo governo Prodi: la legge firmata da Ignazio Marino. Ogni passo indietro rispetto a tale proposta sarebbe ... una rinuncia pura e semplice ai diritti elementari sanciti dalla Costituzione, dalla convenzione di Oviedo, dalle sentenze della Cassazione.
Abbiamo letto che il suo partito sarebbe comunque orientato a dare ai suoi parlamentari "libertà di coscienza" al momento del voto. Ci sembra che tale atteggiamento sia frutto di un fraintendimento molto grave.
Se venisse presentato un disegno di legge che stabilisce la religione cattolica come religione di Stato, proibisce il culto ai protestanti valdesi e obbliga gli ebrei a battezzare i propri figli, sarebbe pensabile - per un partito politico che prenda sul serio la Costituzione - lasciare i propri parlamentari liberi di "votare secondo coscienza", a favore, contro, astenendosi? O non sarebbe un elementare dovere, vincolante, opporsi a una legge tanto liberticida?".
Fonte: Repubblica

Referendum fuori dall'election day Vittoria leghista, costo 400 milioni

Quattrocento milioni di euro: 112 volte la somma dell'8 per mille distribuita nel 2008 alle organizzazioni di assistenza umanitaria. Ecco quanto costerà, secondo gli economisti de lavoce.info, il rifiuto di inserire il referendum elettorale tra le varie consultazioni (europee, comunali, provinciali…) raggruppate nell'election-day del 6 e 7 giugno. Risultato: ci porteranno a votare molto probabilmente tre domeniche di fila.
Obiettivo, neppure tanto segreto: stufare gli elettori e far saltare il quorum. Così da conservare la legge attuale, definita dal suo stesso ideatore «una porcata». Peccato. Peccato perché la scelta del governo di rompere finalmente con l'andazzo che per decenni aveva sparpagliato le elezioni su una infinità di date diverse era stata apprezzata, sull'uno e l'altro fronte degli schieramenti, da tutti coloro che hanno chiari due punti. Il primo: lo Stato, specialmente in questi tempi di vacche magre, deve risparmiare più soldi possibile. Il secondo: lo stillicidio di continue scadenze elettorali ha troppo spesso frenato (a volte fino alla paralisi) chi ... stava al governo impedendogli di muoversi senza l'ossessione di essere punito al primo esame, volta per volta cavalcato dai vincitori di turno.
Erano anni che da più parti si invocava l'election day. E anni che, a seconda delle convenienze del momento, si mettevano di traverso questo o quel partito. Finché Roberto Maroni, qualche tempo fa, aveva spiegato: «Il Consiglio dei ministri ha approvato la mia proposta: si voterà insieme per le Europee, per oltre 4000 Comuni e per 73 Province. Per fare questo abbiamo anticipato al sabato la mezza giornata di votazioni che di solito è di lunedì, sia per le Amministrative sia per le Europee».
Alleluja. Ma il referendum? Ottocentoventimila persone, 320 mila più del necessario, avevano firmato ai banchetti in piazza di Mario Segni e Giovanni Guzzetta per cambiare il «porcellum», la legge elettorale che perfino il leghista Roberto Calderoli, suo promotore, aveva definito «una porcata». E intorno alle tre idee di base (premio di maggioranza alla lista più votata alla Camera, premio di maggioranza alla lista più votata al Senato e divieto delle candidature multiple, che consentivano ai leader eletti in più collegi di optare per l'uno o per l'altro scegliendo di fatto chi fare subentrare e chi no) si erano schierati in tanti. Di destra e di sinistra. Da Arturo Parisi a Gianfranco Fini, da Stefania Prestigiacomo ad Antonio Di Pietro.
Va da sé che Mario Segni, già scottato l'anno scorso dal rinvio della consultazione deciso per la caduta del governo Prodi, l'infarto della XV legislatura e le elezioni anticipate, vive la scelta del Viminale con rabbia e sconcerto: «L'election-day il 7 giugno col Referendum sarebbe stato un'ottima cosa, ma l'election day col Referendum una settimana dopo, stretto tra la prima tornata elettorale e il secondo turno delle Amministrative la domenica seguente, è una vera presa per i fondelli». Che alla Lega non piaccia il Referendum si sa: se passassero i «sì» ai quesiti studiati da Guzzetta il Carroccio rischierebbe di esser preso in mezzo. Calderoli, un mese fa, era stato chiarissimo: «Perché dovremmo accettare un sistema che forza tutti ad entrare in due soli listoni? Berlusconi ha già difficoltà a fare il Pdl, figuriamoci se ci obbliga a entrare in un unico cartello elettorale». Quindi, patti chiari amicizia lunga: «Se qualcuno dei nostri alleati volesse sostenere quei quesiti sappia che qualcuno nella maggioranza potrebbe anche votare contro il governo».
L'obiezione formale è nota: un referendum mischiato in mezzo ad elezioni europee, comunali e provinciali rischia di «confondere» gli elettori. Risposta dei referendari: ma non è forse la destra ad additare ogni giorno a modello gli Stati Uniti d'America? Bene: in trentasei degli States, in contemporanea con le ultime presidenziali che hanno visto il trionfo di Barack Obama, gli americani hanno votato su 153 referendum. Dal matrimonio gay (in California) all'assimilazione dell'aborto all'omicidio (Colorado), dall'abrogazione del diritto all'interruzione anticipata della gravidanza (South Dakota) all'uso medico della marijuana (Michigan) fino, nello stato di Washington, al suicidio assistito.
Lo stesso Roberto Maroni del resto, quando stava all'opposizione, la pensava in maniera diversa. Basti tornare all'aprile del 2001, otto anni fa, quando l'allora premier Giuliano Amato rifiutò di abbinare le elezioni in arrivo il 13 maggio, che avrebbero visto il trionfo del Cavaliere e della sua coalizione, con il referendum sulla famosa devolution lombarda indetto da Roberto Formigoni e caro alla Lega. «Una vendetta meschina », sibilò Ignazio La Russa. «Si voterà anche a costo di sistemare dei seggi in piazza», tuonò il futuro ministro dell'Interno, «se si inventasse un rinvio illegittimo per decreto, la Regione Lombardia è pronta ad installare altri seggi e altri scrutatori per i referendum regionali, vicini a quelli delle elezioni». Altri tempi, altri interessi. Formalmente legittimi, per carità. Purché sia chiaro: collocare il referendum elettorale nella domenica in mezzo tra le Europee e i ballottaggi delle Amministrative per puntare al fallimento del quorum costerà appunto agli italiani, stando ai calcoli di lavoce. info, circa 200 milioni di euro in più di spese dirette («quanto fin qui impegnato per la social card») più altri 200 di oneri indiretti. Totale: 400 milioni. Ottanta in più di quei 322 dati nel 2008 dall'Italia, il più tirchio dei Paesi occidentali, in aiuti al Terzo Mondo.

Proposte indecenti: Sacconi vergogna!

Pronte le nuove regole per gli scioperi nei servizi pubblici che dovrebbero andare all'esame del Cdm venerdì. Per il settore dei trasporti ci sono delle novità come si legge nella bozza del ddl: arriva lo sciopero virtuale per i servizi essenziali, obbligatorio un referendum consultivo preventivo a meno che non si tratti di proclamazioni da parte di sindacati che hanno più del 50% di rappresentatività. Contro la proposta è già scattata la mobilitazione di alcuni partiti e sindacati: «Le nuove regole per gli scioperi nei servizi pubblici sono gravissime e inaccettabili. Si vuole portare così a compimento l'attacco al lavoro e alla democrazia alla base dell'accordo separato sulla contrattazione, si vuole distruggere l'autonomia del sindacato e la possibilità che questo ha di organizzare i lavoratori» dice Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc.
LO SCIOPERO VIRTUALE
Si prevede, nella bozza di legge «l'istituto dello sciopero virtuale che potrà può essere reso obbligatorio per determinate categorie professionali le quali, per le peculiarità ... della prestazione lavorativa e delle specifiche mansioni, determinino o possano determinare, in caso di astensione dal lavoro, la concreta impossibilità di erogare il servizio principale ed essenziale». In sostanza lo sciopero virtuale prevede che un lavoratore dichiari l'astensione dal lavoro ma in realtà presti comunque la sua attività, perdendo però la retribuzione. Questa, insieme alla somma che deve erogare l'azienda, viene poi destinata a fini sociali. In questo modo - nelle intenzioni del governo - non si danneggiano i cittadini e si fa comunque una pressione sull'azienda. La Commissione di garanzia dell'attuazione della legge sullo sciopero aveva proposto di destinare questo denaro anche a comprare pagine di giornali per illustrare i motivi della vertenza e quindi informare l'opinione pubblica.
REFERENDUM OBBLIGATORIO
Prevista anche «la necessità di proclamazione dello sciopero da parte di organizzazioni sindacali complessivamente dotate di un grado di rappresentatività superiore al 50% dei lavoratori – continua la bozza - e della dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero stesso da parte del singolo lavoratore almeno con riferimento a servizi o attività di particolare rilevanza».
LE MULTE
Il governo inoltre, stando alla bozza, è delegato a «rivedere e aggiornare il regime sanzionatorio, per tutti i servizi pubblici essenziali, con specifico riferimento al fenomeno degli scioperi spontanei e sulla base dei seguenti principi e criteri direttivi». La riscossione delle sanzioni individuali è affidata a Equitalia.
UN CONTROLLO "POLITICO"
Nascerebbe inoltre una Commissione per le relazioni di lavoro con il compito di «verificare l'incidenza e l'effettivo grado di partecipazione agli scioperi anche al fine di fornire al Governo, alle parti sociali e agli utenti dei servizi pubblici essenziali un periodico monitoraggio sull'andamento dei conflitti, sul loro reale impatto sui servizi essenziali e, in questa prospettiva, sulla rappresentatività degli attori sociali tale da garantire trasparenza e simmetria informativa nelle relazioni industriali». Nel valutare il grado di rappresentatività dei soggetti che proclamano lo sciopero la Commissione «utilizzerà - riporta la bozza - là dove presenti, indici e criteri elaboratori dalle parti sociali ivi compresa la certificazione all'Inps dei dati di iscrizione sindacale». La Commissione per le relazioni di lavoro, si legge ancora nella bozza, «è composta da un numero massimo di cinque membri scelti, su designazione dei Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, tra esperti di relazioni industriali e nominati con decreto del Presidente della Repubblica». Per l'esercizio delle proprie funzioni la Commissione per le Relazioni di Lavoro «si avvale, oltre che del personale oggi in capo alla Commissione di Garanzia della attuazione della legge di regolamentazione del diritto di sciopero, delle strutture centrali e periferiche del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali».
Fonte: L'Unità

Quella scienza per la pace e i diritti scomodi

L'annuncio, ieri a Milano, della nascita in Italia del movimento internazionale "Science for peace ", che ho creato insieme a oltre 20 premi Nobel e molte figure rilevanti della cultura mondiale, ha suscitato allo stesso tempo interesse e stupore.
Pensiamo che il tema della pace debba urgentemente essere riportato al centro del dibattito civile; volgiamo creare una cultura di tolleranza e nonviolenza; chiediamo la progressiva riduzione degli armamenti per destinare parte degli investimenti alle urgenze : nuovi ospedali, scuola, ricerca scientifica. Ma perché gli scienziati si devono occupare della pace, e perché devono farlo proprio adesso, per iniziativa di un medico oncologo? Innanzitutto perché il medico è vicino ai bisogni della gente e sa che la gente, come prima cosa, non vuole il dolore. E la guerra è il più grande dei dolori. Il medico è pacifista per natura perché ha fatto sua la dura missione di curare le malattie che ci affliggono e dunque non riesce ad accettare le ferite, gli scempi, le epidemie... e le enormi sofferenze che potremmo evitare se cancellassimo la guerra.
Ora questo bisogno di sfuggire alla sofferenza evitabile è reso più forte dalla situazione di crisi mondiale che agita, anche nelle popolazioni occidentali cresciute nel benessere, lo spettro della povertà. La crisi richiede delle risorse aggiuntive per le urgenze sociali, e dove possiamo ricavarle se non dalle spese militari che assorbono fondi molto elevati? E' assurdo che non riusciamo più a mantenere le nostre famiglie, che gli ospedali non vengano ristrutturati, che l'accesso alle cure adeguate non sia garantito a tutti, che la ricerca scientifica, che potrebbe dare una nuova spinta al benessere, languisca nei laboratori deserti, per avere più carrarmati lucidi e splendenti e costosissimi aerei supersonici, che, siamo convinti, non utilizzeremo mai.
Al di là di questo momento drammatico, la scienza, che dissemina ovunque il pensiero razionale, ha da sempre una funzione civilizzatrice e pacificatrice e può fare molto per la pace. Oggi i tipi di conflitti mondiali che si prospettano sono quello atomico, che al momento sembra un'ipotesi lontana, e quello terroristico. Ebbene, la funzione del pensiero razionale nel combattere il terrorismo è molto significativa, così come lo sono tutte le forme di pensiero e di arte. Per esempio sono convinto che la musica di Barenboim ha avuto un ruolo nella composizione del conflitto fra israeliani e palestinesi. La scienza, così come la musica, rifiuta il principio esasperato dell'identità nazionale o della razza. Anzi, come ha dimostrato il genetista di fama mondiale Luca Cavalli Sforza, la razza dal punto di vista genetico non esiste proprio.
Per questo con la diffusione del pensiero scientifico abbiamo assistito ovunque alla promozione della tolleranza e alla riduzione della violenza. Come disse Benedetto Croce "La violenza non è forza, ma debolezza , né mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto distruggerla". Gli ultimi 60 anni di assenza di grandi conflitti mondiali sono stati teatro di avanzamenti scientifici e tecnologici senza precedenti , ma soprattutto di avanzamenti in civiltà , di cui l'abbandono della pena di morte in 62 Paesi è solo un esempio. Viceversa i conflitti di ogni tipo hanno creato disordine, regressione civile e arresto della crescita e del benessere. Viviamo in una società pluralistica multietnica, multiconfessinale e l'Italia di questi giorni percorsa da conflitti etici e da episodi di intolleranza, che minacciano la libertà dei cittadini, è un esempio della nuova realtà che dobbiamo imparare a capire per non esserne travolti. La pace non è solo assenza di guerra ma è composizione pacifica delle conflittualità.
La sostituzione di una cultura di pace ad una cultura di guerra non è impensabile ed è questa la finalità di "Science for peace".

mercoledì 25 febbraio 2009

A mezzanotte va la ronda ...

Se vi ferma una ronda, sarà vostra premura accertarvi subito da che partito è ispirata. Se leghista dovrete affrettarvi a diradare ogni sospetto sulla vostra etnia, se di Forza Nuova dovete correre molto forte, se ispirata da qualche sindaco di centrosinistra del Nord (ce n' è ancora una mezza dozzina) sarete voi a dovere rassicurare i rondisti, spendendo qualche buona parola per loro e rinfrancandoli. Più intricata l' interpretazione di eventuali ronde in Campania, Sicilia e Calabria, dove il rischio è mostrare i documenti alle tradizionali cosche locali che già presidiano molto validamente il territorio. Infine: se una ronda è composta da una sola persona, vuol dire che è dell' Udc. Non esclusa l' istituzione, sul modello della Rai, di apposite Commissioni di vigilanza che provvedano a lottizzare le ronde tra i diversi partiti, affidando il prime-time alle ronde di governo e concedendo alle ronde di opposizione solo la terza serata, dalle due del mattino fino all' alba, quando anche i serial-killer dormono e il massimo della bella figura è aiutare un ubriaco a traversare la strada. Infine: qualora una ronda di venti o trentamila persone dovesse partire da Milano e marciare su Roma, è meglio non attardarsi a discutere sui principi costituzionali e riparare molto velocemente verso la frontiera più vicina.
Fonte: Michele Serra - Repubblica