martedì 31 marzo 2009

Costituzione da difendere

Caro direttore, «Se non ora, quando?». E’ partendo da queste parole di Primo Levi che noi, soci e simpatizzanti del Circolo Libertà e Giustizia di Brescia, vogliamo esprimere la nostra preoccupazione per il rischio che in un momento come questo, contrassegnato da una grave crisi economica e istituzionale, la nostra Costituzione possa essere stravolta. D’altronde lungo è l’elenco dei diritti alla cui violazione abbiamo dovuto e dobbiamo assistere in questi mesi.
La legge all’esame del Senato sul testamento biologico viola la libertà personale e l’autodeterminazione delle persone (esperti costituzionalisti ce lo ricordano spesso).
Con la legge sulle intercettazioni telefoniche si mettono in discussione sia la libertà d´espressione che il diritto dei cittadini ad essere informati.
Si finisce con il negare il diritto alla salute come elemento essenziale di una moderna cittadinanza, quando si prevede che i medici possano denunciare un immigrato irregolare la cui unica colpa è la richiesta di cure. Si rischia di produrre la nuova e sciagurata categoria dei bambini invisibili, ... quelli che senza permesso di soggiorno non potranno essere registrati all’anagrafe.
Legittimando le ronde si finisce con il privatizzare parte della sicurezza pubblica, con una abdicazione pericolosa dello Stato da una delle funzioni base che ne giustificano l’esistenza.
Con il lodo Alfano si è messo in discussione il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Si sollecitano istinti razzisti proponendo di prendere le impronte dei bambini rom e che i figli degli extracomunitari siano inseriti in classi-ponte.
Si impedisce alle Procure di indagare sottraendo loro il controllo della Polizia giudiziaria. Si propone una riforma della giustizia che non abbrevia i tempi dei processi, ma che punta al controllo dell’azione penale e cancella l'indipendenza della magistratura.
A tutto ciò si aggiunge l’esautoramento di fatto del Parlamento, letteralmente trascinato dall’esecutivo a inseguire affannosamente la conversione in legge dei decreti governativi (39 quelli finora presentati), con passaggi obbligati, tempi ridotti e ben 11 ricorsi al voto di fiducia pur in presenza di un’ampia maggioranza parlamentare. Quasi a considerare il parlamento una sorta di cinghia di trasmissione dei voleri del Presidente del Consiglio e del governo. Fino ad arrivare alla proposta che in Parlamento votino solo i capigruppo, in modo da procedere indisturbati all’approvazione delle leggi. Senza dibattiti, con il voto perlopiù nelle commissioni, e l’aula che si riduce a un coro muto.
E se non bastasse dobbiamo assistere a uno stillicidio di dichiarazioni che manifestano una continua insofferenza verso la Costituzione e i contrappesi propri di ogni sistema democratico, quasi che una vittoria elettorale coincida con il diritto a disporre del potere a proprio piacimento.
E questo concetto riduttivo di democrazia compare anche nelle dichiarazioni con cui sindaco e Giunta di Brescia commentano la decisione del Tribunale del lavoro che ordina il ripristino della delibera sul bonus bebè. Infatti dicono: “Un giudice interferisce sul potere esecutivo. In nome di quale popolo ha pronunciato questa sentenza? Del popolo che ha votato il Pdl o di quello della Cgil? Competenti rispetto a questa amministrazione sono i cittadini che l’hanno votata e non un giudice”. Parole gravi, preoccupanti, quasi che l’essere eletti significhi essere al di sopra della legge, facendo coincidere il popolo sovrano con una maggioranza pro tempore! Ed è per questo che facciamo nostre le parole del presidente Napolitano “In Italia per fortuna abbiamo una Costituzione. Teniamocela stretta”.

Franceschini attacca Mediaset

«Le televisioni di proprietà del presidente del Consiglio, unico caso al mondo, alterano la competizione democratica». Il segretario del Pd Dario Franceschini, ospite della stampa estera, attacca a testa bassa i telegiornali Mediaset. Nel corso dell'incontro con i giornalisti, il responsabile informazione del Pd, Paolo Gentiloni, ha mostrato alcuni dati secondo cui i minuti dedicati a marzo dai tg Mediaset in «prime time» a berlusconi sono sette volte e mezzo quelli dedicati a franceschini, «principale leader dell'opposizione, il quale ha il medesimo minutaggio di Daniele Capezzone».
Franceschini punta il dito contro questo trattamento: «La politica - attacca - non è solo tv, però è inaccettabile quello che è successo sulle tv di proprietà del presidente del Consiglio, in violazione della legge». «Se come fa il presidente del consiglio si dice in tv di andare a consumare, a spendere, a delle persone che fanno fatica a mangiare, così si eccita il conflitto sociale, non lo si risolve» ha aggiunto Franceschini. Per Franceschini, invece, «il conflitto sociale si risolve dando le risposte a chi ne ha più bisogno: disoccupati, pensionati e piccole imprese che ... stanno fallendo».
E poi, Franceschini giudica «un errore» non aver approvato la legge sul conflitto di interessi nella legislatura 1996-2001, anche se sottolinea che Berlusconi va sconfitto «politicamente». «Fu un errore - ha detto il segretario del Pd parlando alla Stampa estera - non aver fatto una legge rigida, severa. Noi lavoriamo alla sconfitta di Berlusconi, e già due volte è stato battuto elettoralmente, ma oggi va battuto politicamente». Franceschini ha ricordato che il centrosinistra aveva presentato una legge sul conflitto di interessi anche nella scorsa legislatura: «Sarebbe dovuta arrivare in Aula nel gennaio del 2008, ed è una delle ragioni per cui Berlusconi si è impegnato ad acquisire senatori che poi ha candidato con il Pdl».
Fonte: L'Unità

«Sinistra autolesionista» Veltroni torna a parlare di Tullia Fabiani

«Che ne pensa del discorso fatto da Fini al congresso del Pdl»? gli chiede un giovane studente che lo sta intervistando. Due battute di replica: «Interpreta con senso di responsabilità il suo ruolo, che deve essere super partes. Spero, mi auguro che continui a farlo». Ma prima prega lo studente: «Per favore, non mi faccia domande sulla politica , almeno sull'attualità politica. Ho scelto un altro ruolo per me. È un tempo nuovo, particolare». Infatti. Almeno dal giorno in cui si è dimesso da segretario del Pd, era il 17 febbraio scorso, e fino a quando chissà, Walter Veltroni ha scelto di fare altro. E di non intervenire nel dibattito politico.
Sarà per questo che ha l'aspetto rilassato: tensioni scaricate, sguardo sereno. Però oggi, chiamato dall'Università Luiss di Roma a tenere una lezione sul "cammino della sinistra" (dalle radici al pensiero democratico) qualche battuta viene fuori: la storia da ripercorrere del resto è la storia di un partito, di più partiti. E la politica ne è il cuore. Passato e presente. Dal Pci al Pd. Dalle ... scelte mancate e sbagliate, come quella del 1956 dopo Budapest, fino al 1996 quando dall'Ulivo sarebbe già dovuto nascere il partito democratico. Invece, grave ritardo.
Dopo l'intervista per la web tv della Luiss, Veltroni passa nell'aula grande dove decine di studenti lo aspettano. E comincia a parlare. Il riformismo, i diversi riformismi italiani, sono la cornice del discorso; dentro ci stanno i passaggi chiave della sinistra italiana, la sua storia di scissioni «fatte per conquistare maggiore unità, che paradosso», e non solo. Si va dal Partito d'azione «esperienza fondamentale, incontro di realtà diverse, ma poco conosciuta» la cui sconfitta «è una delle ragioni dell'arretratezza del nostro Paese»; per toccare poi la «grande stagione» di Berlinguer; il 1989, il crollo del Muro, il collasso di un sistema politico, cui è seguito l'inizio di un'altra storia, vera e propria.
Gli studenti ascoltano, qualcuno prende appunti. Pochi guardano il cellulare ogni tanto. Studiano Economia e Scienze Politiche all'Università di Confindustria, quella che mira a formare la classe dirigente del Paese. E loro ci credono. Sono attenti, dunque mentre Veltroni legge la relazione preparata, e anche quando si lascia andare a digressioni «a braccio». Sulla mancanza di «una vera e propria stagione riformista, come quella conosciuta da altri Paesi, Gran Bretagna e Stati Uniti sopra tutti»; sull'impressione che anche quando si concluderà «questo ciclo politico, ci ritroveremo un Paese con gli stessi difetti e le stesse contraddizioni perché mancano coalizioni coerenti e coese». Anzi, peggio. «Questa non è una destra riformista, lascerà il paese peggio di come lo ha trovato». E lui da cittadino e da politico si dice «preoccupato» per «il peggioramento della vita sociale, delle differenze tra aree povere e ricche».
Ed è sempre "a braccio" che parlando di partiti Veltroni fa un'accusa che sembra essere un'ammissione di colpa per il Pd e per la mancata sintesi: «I partiti non possono contenere dentro di sé tutto e il contrario di tutto. Devono essere omogenei, quando il partito pensa di essere governo e opposizione non funziona». Questo impedisce la mancanza di una vera alternanza politica per il Paese.
La lezione sta per finire: Veltroni chiosa richiamandosi alla storia di un socialismo democratico e socialista che non c'è stata. «Il Pd non è nato per dare al Paese il partito socialista che non ebbe, non deve, non può riscrivere la storia del Paese». Ma, aggiunge il deputato Pd, «non è stato neppure un'improvvisazione». Il problema è che «è nato in ritardo, un grave e colpevole ritardo». Oggi tutto da recuperare. «Senza presunzione di autosufficienza, uscendo dal recinto delle convinzioni acquisite, cercando una nuova sintesi. Dario (Franceschini, ndr) e gli altri, e mi riferisco soprattutto ai giovani della nuova generazione, ce la faranno. Arando potranno far crescere frutti importanti, dando una spinta notevole al progetto del Pd. Sono convinto tuttora che il Pd può avere grandi prospettive. Deve essere chiaro però che questo progetto non è il compimento di una storia politica ma una cosa nuova e inedita che va costruita. Ho sempre sostenuto questo progetto e continuo a crederci». Questo è il pezzo del cammino da fare. Insieme a un'opposizione dura: «Il rafforzamento dei poteri del premier e il divieto di tenere le sue Tv sono due cose che devono per forza stare insieme». L'ex segretario dei democratici ha detto di «vedere dei rischi sul cammino della nostra democrazia». «La democrazia fa fatica a decidere, e c'è il rischio che si faccia strada un'idea di concentrare il potere in una sola mano. Questo mi fa paura. D'altro canto è evidente che non può accadere quello che c'è stato nel passato, ma il rischio di una democrazia formale con caratteristiche autoritarie esiste».
In tal senso le regole interne potrebbero essere una maggiore garanzia: organizzare per legge i momenti più importanti della democrazia interna dei partiti a partire «dalle primarie con le quali scegliere a livello locale» i candidati in Parlamento. È una regola importante. «Sono i segretari dei partiti - ha spiegato - quelli che fanno le liste. Il principio che vale è quello dell'obbedienza e della sudditanza. Sarebbe meglio la preferenza rispetto a questo obbrobrio, ma anche le preferenze hanno i loro aspetti negativi». In definitiva Veltroni ritiene che la soluzione migliore sarebbero «collegi uninominali con elezioni primarie per tutti i partiti attraverso le quali definire le candidature».
Invece l'esempio più negativo viene per Veltroni dal «congressino» del Pdl: «Alla fine Silvio Berlusconi ha nominato anche tutti i segretari regionali. È la conferma che le architravi della democrazia interna ai partiti vanno fissate per legge».
Gli studenti siglano con un applauso. È l'ora di altre domande, ma ricorda Veltroni, «non sulla stretta attualità politica». Meglio la storia.

Missione compiuta

Cinque anni fa, dopo quattro di governo, Berlusconi era politicamente morto: perdeva tutte le elezioni (europee, regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali) ed era 10 punti sotto il centrosinistra nei sondaggi. Poi qualche furbone Ds ebbe la bella pensata di scalare la Bnl con i furbetti del quartierino e di farsi pure beccare. Risultato: un anno dopo Berlusconi pareggiò le elezioni condannando Prodi a subire i ricatti dell’ultimo partitucolo. Eppure il governo Prodi, tra una «spallata» berlusconiana e l’altra, non cadeva. E nel novembre 2007 il Cainano era di nuovo politicamente defunto: s’accompagnava a una Brambilla qualsiasi e fondava un partito qualsiasi sul predellino della sua Mercedes. Bastava aiutare gli ex alleati in fuga ­ Bossi, Fini e Casini ­ a seppellire quello che l’«amico Gianfranco» chiamava «la comica finale». Invece l’astuto Uòlter aiutò il cadavere a risorgere. Ora che Al Tappone viene incoronato imperatore, per capire tutto basta leggere l’intervista di Massimo Calearo, genialmente candidato dal Pd, che plaude sul Corriere alla legge «salva-assassini», cioè alla controriforma Pdl della sicurezza sul lavoro: «Non è con la prigione per gli imprenditori che si evitano le tragedie come quelle della Thyssen». Ora Calearo dovrebbe spiegare quando mai un imprenditore, fra i tanti che condannano a morte i loro operai e poi ne spostano il cadavere da dentro a fuori il cantiere per inscenare il «tragico incidente», sia finito in prigione. Casomai non ne trovasse nemmeno uno, dovrebbe rettificare la sciocchezza che ha detto. O, in alternativa, iscriversi al Pdl.
Fonte: Marco Travaglio - L'Unità

«Il Pd è in rimonta. Il voto sul federalismo ci aiuterà nel Nordest»

Votare no al federalismo? Per il Pd sarebbe stato come fare harakiri. Al Nord c’è un sentimento federalista diffuso e trasversale, il Pd ne sarebbe uscito malissimo». Massimo Calearo è una delle anime più nordiste tra i democratici: imprenditore vicentino, per anni considerato vicino alla Lega. Poi l’incontro con Veltroni e la scelta di correre da capolista del Pd in Veneto.
L’astensione è una buona scelta?
«Certo, e mi auguro che aiuti il partiti a riavvicinarsi alla gente del Nord. Molte nostre proposte sono state accolte, abbiamo reso quel testo migliore, più “italiano”».
Spiegare alla gente un’astensione sarà piuttosto difficile...
«Io credo che invece sia semplice. Ci siamo astenuti perché ancora non ci sono i numeri e i costi e perché solo una parte delle nostre richieste è stata accolta. Il nostro non è un atto di guerra come quello dell’Udc, ma un segno di attendismo: vedremo se e come il governo manterrà le ... promesse».
Nel Pd c’è chi teme che abbiate fatto un regalo alla Lega in vista delle europee...
«Non mi pare proprio, siamo stati ai fatti».
Casini vi accusa: sudditanza psicologica verso la Lega...
«È l’Udc ad essere totalmente schiacciata sull’idea di prendere qualche voto in più al Sud. Noi al Sud possiamo dire che il federalismo lo abbiamo reso molto più solidale, che non li abbiamo abbandonati».
Come andrà il Pd alle europee nel Nord-est?
«Io giro molto nelle mie zone, e avverto una rimonta. Stiamo lavorando bene, dobbiamo ascoltare di più la gente, essere un partito del popolo».
Parliamo delle candidature: meglio i big come dice la Bresso e gente che resti in Europa?
«Servono persone che si impegnino davvero e restino in Europa 5 anni. Dobbiamo puntare sulla serietà delle persone, non solo sui leader, e su questo fare la differenza. Strasburgo non può diventare un cimitero degli elefanti».
Chi vedrebbe bene come capolista nel Nord-est?
«Non certo uno come Cofferati, che non conosce i problemi del Nord-est. Vedrei bene Franca Porto, segretaria della Cisl in Veneto. Oppure Riccardo Illy».
Che bilancio fa del suo primo anno da parlamentare?
«Positivo, perché ho sempre detto e fatto quello che pensavo in coscienza, e solo un partito democratico ti consente di farlo».
Come si è ambientato tra i democratici? Lo sente come il suo partito?
«Sono a mio agio, mi sento un nuovo in un partito nuovo: un democratico a tutti gli effetti, non un ex qualcosa. In campagna elettorale Veltroni lanciò il patto tra impresa e lavoro: questo è il mio credo, ancor più in un momento di crisi. Peccato che il governo non l’abbia ancora capito. Questa impostazione distingue il Pd dagli altri partiti, è la sua chance. E mi piace ritrovarla in altri colleghi del gruppo, anche ex sindacalisti, come Pier Paolo Baretta».
Baretta, Franca Porto. Lei ha una vera passione per la Cisl!
«In Veneto è molto forte. E poi il Pd deve rappresentare tutti i sindacati, non solo uno».
Sulle modifiche del governo al testo unico sulla sicurezza sul lavoro lei è sembrato possibilista...
«È più importante la prevenzione che colpire l’imprenditore dopo: le vite si salvano con i controlli, non con il carcere».
Non le sembra che Sacconi voglia attenuare le sanzioni?
«Nel testo del governo c’è una visione di parte. E tuttavia Cisl e Uil, che si sono dette disponibili al confronto, non mi paiono filogovernative o filoimprese. È evidente che Sacconi vuole mettere la Cgil in un angolo, ma la risposta non può essere l’ideologia, e l’accordo alla Piaggio lo dimostra. L’unica via di uscita è l’unità tra i sindacati».
Come ha vissuto le dimissioni di Veltroni e l’elezione di Franceschini?
«Sono grato a Veltroni, che per far nascere questo partito ci ha messo la faccia e un grande sforzo. Franceschini sta mettendo in pratica quello che Veltroni aveva immaginato, forse in modo più pragmatico».

Berlusconi è abile, ma non è intelligente.

Se c' è una cosa sbagliata da fare, quando il tuo avversario è a terra, quando stai vincendo a man bassa, è rinfacciargli la sua debolezza. Non tanto e non solo perché, nella vita, servirebbe un minimo di fair-play; quanto perché le sue ultime stille di energia, la sua ultima fiammella di orgoglio, il tuo avversario li userà per dimostrarti che è ancora vivo, e centuplicherà le sue forze per fartelo capire. Quell' errore Berlusconi lo ha fatto, quando al culmine della sua incoronazione a Imperatore delle Galassie, nel tripudio della sua corte, ha voluto umiliare la sinistra aggiungendo alle solite trite formulette anche il vaticinio finale: "la sinistra sta uscendo di scena". Vale a dire: stanno per uscire di scena tra i quindici e i venti milioni di italiani, con la loro storia personale, le loro idee, la loro dignità politica. Pure se avvezzo alla tracotanza di quel signore (ci si fa il callo, e ci si occupa di cose più interessanti) ho avvertito quelle parole come uno schiaffo. Avessi avuto (e l' ho avuta) la tentazione di non andare a votare, mi è passata in un millesimo di secondo. Berlusconi è abile, ma non è intelligente. Il suo congresso servirà magari a galvanizzare i suoi. Ma servirà, e parecchio, anche a restituire adrenalina e orgoglio agli sconfitti.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

«Un’autoapoteosi. Ma non una risposta alla crisi dell’Italia»

Il PdL? Un tritasassi ideologico del berlusconismo dove An sarà biodegradata in 15 giorni. Ma sul fronte laico Fini ha aperto una breccia». Pier Luigi Bersani analizza il nuovo partito dal punto di vista del Pd: «Al congresso dovremo organizzare il campo o ci sorbiremo a lungo le prediche del Cavaliere».
Che chiama «a raccolta il suo popolo» e sfida Franceschini a imitarlo alle Europee. Populista o avveduto?
«Berlusconi sa sempre ciò che fa, ma non sempre sta in una logica democratica piena. Nessun leader in Europa chiede un voto inutile e una preferenza ingannevole. È l’ennesima distorsione: i meccanismi democratici prevedono eletti, non bandiere».
Rivendica il rapporto senza mediazioni con gli elettori: il PdL «nasce dal popolo per il popolo». Cosa cambia rispetto a Forza Italia?
«Niente. Il congresso è stato un rito autocelebrativo, un’auto-apoteosi che è nelle corde eterne del berlusconismo. Non è qualcosa di nuovo per il Paese ma ha introdotto novità da non ... sottovalutare. Una: la vocazione maggioritaria che gli porterà spine».
Il partitone del 51% fa più paura agli alleati che all’opposizione?
«L’appello di Berlusconi è destinato a creare fibrillazioni con la Lega e l’Udc. La nascita del PdL porterà movimenti in politica ma la distanza dai problemi reali è siderale».
Annunciando la «terza ricostruzione» il premier ha ammesso la gravità della crisi. Una svolta realista?
«È la solita retorica: usciremo dalla crisi e sarà merito del governo. Un messaggio privo di rilievo per chi la vive già: operai, cassintegrati non hanno voce. Il premier ha annunciato una misura, un’iniziativa, una proposta, un atto, un gesto che incida sulla crisi? Nulla: solo parole».
Ha lanciato il premierato forte. Da solo se l’opposizione non collabora. Cosa farete?
«Anche qui, nessuna novità. Ha aggirato gli argomenti di Fini sia sulle riforme che sulla laicità dello Stato. Le riforme che gli interessano per rinsaldare i suoi poteri se le fa».
Qual è la posizione del Pd sulle riforme costituzionali?
«Anche noi vogliamo revisione del bicameralismo, rafforzamento dei poteri di bilanciamento e ammodernamento dei poteri del governo. Però Berlusconi va avanti a colpi di decreti e voti di fiducia ma si lamenta che gli impediscono di governare. È falso e mistificatorio».
Fini è stato coraggioso, un uomo di Stato come ha scritto Scalfari, o gioca una partita sua?
«Semplicemente ha intuito che per fare un partito conservatore di stampo europeo non si possono coltivare i riti di An né affidarsi al populismo. Fini insegue il profilo di una forza emancipata dalle arretratezze storiche e dall’ipoteca di Berlusconi. Tentativo intellettualmente apprezzabile ma in pratica velleitario: il leader ha fatto valere il predellino».
Non è detto che alla Camera la partita del testamento biologico non andrà diversamente che al Senato.
«Sì, su quel fronte Fini ha aperto una breccia. Ha fatto un’avance consapevole dell’aria che tira: nel centrodestra ci sono perplessità. Restare attaccati al sondino 15 anni per Quagliariello e Gasparri è un po’ esagerato».
Coglierete la sponda di An sul referendum sulla legge elettorale?
«È chiaro che ne uscirebbe una legge pessima, ma il testo Calderoli è due volte pessimo. Sarà l’occasione per il Pd di annunciare che legge vogliamo e, dopo le Europee, riflettere su come rappresentare un’alternativa alla cappa del berlusconismo».
Da ieri il PdL è realtà. Vi spaventa?
«Il loro abbrivio gli porterà problemi. C’è un troppo pieno. Detto questo, dobbiamo prendere atto che il sistema politico si evolve. Il nostro ruolo è crescere e organizzare il campo sennò ci sorbiremo a lungo le prediche del Cavaliere».
Significa: appuntamento al congresso? Per quale piattaforma?
«Una riflessione di fondo sul profilo politico e organizzativo che vogliamo dare al partito, sulla società, sulle alleanze, sulla costruzione di uno schieramento e rapporti di forza».
Tutti i ministri, da Berlusconi e Tremonti, hanno dedicato gli interventi ai guasti della sinistra. Un’ossessione?
«No, una tecnica connaturata al berlusconismo: ha bisogno del nemico per veicolare un messaggio ideologico».
Loro si ritengono post-ideologici..
«Macché. C’è un sistema concettuale e di pensiero che viene prima e a prescindere dall’azione di governo. E noi dobbiamo ribadire il nostro sistema ideologico: regole, civismo, uguaglianza. Esserne orgogliosi. Avere un programma non basta: la questione in gioco è culturale». Cosa l’ha colpita della kermesse?
«I ragazzi sul palco. Berlusconi sta organizzando le truppe. Facce fresche in prima fila. È un tritasassi ideologico che assorbe tutto: An sarà biodegradata in 15 giorni».

Meno male che Fini c' è

Era stato concepito come un congresso-show e così si è svolto, ma sarebbe grave errore interpretarlo solo come un evento mediatico. Il Popolo della libertà ha ancora l' apparenza d' un partito di plastilina, malleabile e manipolabile con facilità, ma ha un' armatura di ferro costituita da interessi largamente diffusi nella società italiana: le partite Iva, le piccole imprese, il lavoro autonomo, le clientele del Sud e delle isole, i disoccupati e i giovani in cerca di lavoro. A suo modo è un blocco sociale che crede di aver trovato la sua rappresentanza e la sua tutela nel carisma berlusconiano. Lo show fa parte della rappresentazione, serve a celebrare il Capo che oggi sarà incoronato; ha anche i suoi aspetti impietosi che rivelano lo spirito del luogo. Uno di tali aspetti l' abbiamo colto nell' esibizione dei quattro giovani che hanno parlato in apertura del congresso. Non tanto per i discorsetti che hanno letto quanto per i gesti di commento del Capo seduto in platea. Quando uno di essi l' ha chiamato eroe lui ha alzato il dito pollice in segno di euforica approvazione e di nuovo l' ha alzato quando un altro ha aggiunto che tutto quanto di buono è stato fatto in Italia lo si deve ... soltanto a lui. Il giorno dopo, durante il discorso di Fini nei suoi passaggi più dissenzienti, la maschera del Capo era del tutto diversa: un sorriso-smorfia gli increspava le labbra e il teleschermo diffondeva quell' immagine di evidente fastidio che le parole del presidente della Camera gli suscitavano. Intanto la colonna sonora dello show passava dall' inno di Mameli all' inno alla gioia beethoveniano per affidare alla canzone "Meno male che Silvio c' è" la conclusione della sigla musicale. Un' altra osservazione, per restare ancora sullo show: nella grande platea predominavano le bionde e nelle primissime file i giovani e le giovani di bell' aspetto perché al Capo piacevano così e così è stato fatto. Alcune (attendibili) malelingue dicono che per esaurire in modo conveniente i 56 posti a sedere di ogni fila, gli organizzatori siano anche ricorsi ad appositi centri di ricerca di figuranti e comparse, ma forse non è vero. Ci sarebbe molto altro materiale per irridere, ma sarebbe inadatto a commentare un congresso serio e importante; perciò cambiamo registro. La prima conclusione da trarre contrasta con quanto dicono alcuni attendibili sondaggi circa la durata del nuovo partito quando il suo leader non sarà più Silvio Berlusconi. Quei sondaggi dicono a forte maggioranza che il partito si dissolverà, non sopravviverà al suo fondatore. Ma a noi sembra sbagliato. La fusione con Alleanza nazionale non gli porta idee diverse con le quali confrontarsi, ma gli porta una prospettiva di durata che va oltre la sua leadership. Questo sì, è il plusvalore che Forza Italia, se fosse rimasta sola, non aveva. An è meno liquida di Forza Italia, perciò ha maggior resistenza al trascorrere del tempo e questo è il valore aggiunto di questa fusione. Perciò, quale che sarà il leader che verrà dopo Berlusconi, il partito nato oggi ci sarà ancora per lunghi anni e non sarà facile smontare il blocco sociale che intorno ad esso si è coagulato. In altri tempi l' abbiamo creduto ma oggi crederlo ancora sarebbe profondamente sbagliato. La sinistra si dovrà confrontare a lungo e seriamente con questa realtà a cominciare da subito se ci riuscirà. La parola popolo è stata quella più pronunciata nei vari interventi congressuali e soprattutto nel discorso di apertura del premier. Il quale ha fatto di quella parola il pilastro della sua concezione politica e istituzionale. Il popolo sovrano esprime il leader. Nel caso nostro è piuttosto il leader che ha costruito politicamente quel popolo, questo merito (o demerito) gli va onestamente riconosciuto. Tra il popolo e il leader non ci sono intermediari e se ci sono vanno spazzati via o conservati come semplici simboli senza funzioni. Il popolo si esprime plebiscitando il leader e votando per il suo partito e instaura in Parlamento, nelle Regioni, nei Comuni, la legittima dittatura della maggioranza che è lo strumento tecnico per trasformare in norme giuridiche e atti di governo le decisioni del Capo. Nel suo discorso di apertura Berlusconi ha fatto un elenco dei valori comuni a tutto il Popolo della libertà. Il primo valore è, ovviamente, la libertà stessa. Il secondo la modernizzazione. Il terzo la meritocrazia. Il quarto l' identità nazionale a formare la quale entrano in gioco il mito della romanità, i Comuni e le Repubbliche marinare del medioevo, il Rinascimento, il Risorgimento, De Gasperi e ovviamente la Chiesa, Craxi e infine lui, il nuovo eroe (scusate se torno ad usare questa parola ma essa fa parte integrante della sostanza della concezione politica berlusconiana). In quel lungo discorso di 90 minuti manca del tutto una menzione. Si parla di libertà, si parla di democrazia, si parla di Costituzione, si parla di giustizia sociale, ma non una menzione e neppure il concetto della divisione dei poteri. Cioè di stato di diritto. Cioè di controllo. I poteri di controllo politico del Parlamento. I poteri di controllo costituzionale del Capo dello Stato e della Corte. I poteri di controllo di legalità della magistratura. Neppure un cenno alla natura indipendente di tali poteri. Si parla invece diffusamente del potere sovraordinato del leader scelto dal popolo di fronte al quale tutti gli altri debbono essere subordinati, rotelle d' un ingranaggio, o debbono scomparire perché inutilmente lenti, frenanti, ostacolanti, incompatibili con la cultura del fare. Il fare non è un obbligo, è inerente alla vita di ciascuno, il fare costituisce il senso stesso della vita. Una vita inerte è una non vita. Non è dunque una cultura, quella del fare, ma un fattore biologico come il respiro, il movimento, il desiderio, la speranza. Insomma il senso. Oppure il fare è una nevrosi, un' egolatria, un' ipertrofia dell' io, che per realizzarsi deve sopra-fare: fare intorno il deserto, sbarazzarsi dei corpi intermedi, di ogni opposizione, di ogni stato di diritto, di ogni organo di controllo. Perciò l' aspirazione e l' evocazione d' un consenso che superi il 50 per cento degli elettori. Le monarchie di diritto divino, quelle dell' "ancien régime", erano collegate al popolo senza intermediari, in lotta perenne contro i Parlamenti e contro i nobili. Lo Stato faceva tutt' uno col patrimonio del Principe, che riuniva in sé il potere di fare le leggi e di eseguirle oppure di ignorarle a suo piacimento. Le monarchie costituzionali (lo dice la parola stessa) furono tali perché soggette alla Costituzione. Perché la magistratura conquistò l' indipendenza. E i Parlamenti divennero i destinatari delle scelte del popolo sovrano. Tutto questo per dire che la concezione politica di Silvio Berlusconi fa a pugni con l' obiettivo della rivoluzione liberale da lui indicato come il fine principale del Popolo della libertà. Ma ci sono altre ragioni per le quali quella rivoluzione non si farà e non s' è mai fatta: gran parte degli interessi agglomerati e rappresentati dal centrodestra sono contrari ad essa così come gli sono contrari gran parte degli interessi rappresentati dalla sinistra. Perciò i tentativi di rivoluzione liberale in questo paese sono sempre falliti. Per il conservatorismo innato nella destra e nella sinistra. Li ha sostenuti soltanto il riformismo nei brevissimi periodi in cui ha governato: nel quindicennio giolittiano del primo Novecento, nella fase riformatrice di De Gasperi-Vanoni, nelle regioni centro-settentrionali guidate dall' egemonia socialdemocratica del Partito comunista e nel triennio prodiano del 1996-' 98 abbattuto dalla sinistra. C' è ancora una pepita di riformismo nel Partito democratico che stenta tuttavia a farne un valore condiviso dai suoi aderenti. Sarà una lotta lunga e dura. Quella di Berlusconi è più facile perché fa appello ad una costante psicologica degli italiani: l' antipolitica. In nessun paese dell' Occidente l' antipolitica è un sentimento così diffuso e questa è una delle cause che ha ridotto la politica ad un livello poco meno che abietto; è un corpo separato e quindi aggredito e aggredibile da tutte le disfunzioni e da tutti gli inquinamenti. * * * Nel secondo giorno il congresso del Popolo della libertà ha cambiato faccia con il discorso congressuale di Gianfranco Fini. Non sembri una sviolinatura al "compagno" Fini, premio di consolazione ai disagi della sinistra, ma è invece un' analisi oggettiva d' un intervento degno di un uomo politico che ormai ha acquisito lo spessore d' un uomo di Stato. Gran parte di quel discorso Fini l' aveva già pronunciata al congresso di scioglimento del suo partito pochi giorni fa, ma averlo ripetuto al congresso del nuovo partito in presenza del suo re incoronato e del suo pubblico devoto e osannante è un atto di coraggio che non si può sottovalutare. All' inizio ha dovuto bruciare qualche grano d' incenso alla lungimiranza di Silvio, alla perseveranza e alle capacità di Silvio, alla sua lealtà e qualche altro grano di assenzio nei confronti della sinistra, della sua incapacità riformatrice e del suo sguardo perennemente rivolto al passato. (Ma Fini ha voluto dimenticare che vengono dalla cultura della sinistra alcune regole di mercato come la creazione della Consob e dell' Autorità antitrust, l' obbligo di trasparenza delle società quotate in Borsa, la legge sull' Offerta pubblica di acquisto-Opa e infine la massima delle riforme della storia italiana, l' abbandono della lira e l' adozione dell' euro. Non sono fatti che smentiscono le sue affermazioni, onorevole Fini?). Ma poi è cominciata la parte vera del discorso ed è allora che il volto del Capo si è impietrito nel sorriso-smorfia e la variazione somatica è apparsa anche evidente sui volti dei suoi ex colonnelli di An. Fini ha detto che il nuovo partito dev' essere pluralista. Che su Berlusconi, capo indiscusso, incombe però il compito di garantire quel pluralismo. Che è necessario intraprendere una riforma costituzionale per instaurare una democrazia governante. Ha insistito tre volte su questo binomio e la terza volta l' ha scandito perché entrasse nella memoria degli ascoltatori. E ne ha spiegato il senso: maggior potere al governo e al premier per governare con la rapidità richiesta dai tempi; ma anche maggiori poteri di controllo democratico al Parlamento. Se non è governante la democrazia affonda, se non è democratica si trasforma in autocrazia. Le due parole stanno insieme o affondano insieme. Ha parlato del principio di legalità (che Berlusconi non aveva neppure nominato) come dire dello stato di diritto. Ha auspicato che il Partito democratico si riconsolidi ricordando che esso è portatore di valori necessari ad una democrazia compiuta. Ha descritto come sarà l' Italia tra dieci anni, pluri-etnica, pluri-religiosa, pluri-culturale, e quindi la necessità di prepararsi a questi eventi soprattutto nella scuola, nelle norme di integrazione e nel rispetto dei diritti ai quali debbono corrispondere i doveri sia dei cittadini che degli immigrati. Ha ricordato il diritto di esser curati anche per gli immigrati clandestini. Il finale a sorpresa l' ha introdotto con una citazione latina: «In cauda venenum». E poi: «La legge che avete votato al Senato sul testamento biologico è una cattiva legge, lede i diritti di libertà. So di essere in minoranza su questa questione e sul mio concetto di laicità dello Stato, ma mi auguro che ci ripensiate». Così ha concluso. Se avesse un Apicella, forse gli scriverebbe una canzone e la intitolerebbe "Meno male che Fini c' è" ma forse lui invece di alzare il pollice, gliela strapperebbe in faccia. O almeno così si spera.

Sicurezza, Franceschini accusa il governo "Tagliati 3,5 miliardi, promesse tradite"

La sicurezza è stato uno dei cavalli di battaglia del centrodestra alle ultime elezioni politiche ma le aspettative degli elettori sono state tradite. E' quanto afferma Dario Franceschini, che oggi ha partecipato alla manifestazione di protesta dei sindacati di polizia contro i tagli alla sicurezza. Gli è stato riferito, dice, che i poliziotti che dovranno lavorare al G8 devono antipare, da soli, le spese. "La destra ha fatto in campagna elettorale delle politiche sulla sicurezza la propria priorità - ricorda il segretario del Pd - ma la scelta è stata tradita dai successivi comportamenti parlamentari e di governo con cui sono stati tagliati 3 miliardi e mezzo di euro al comparto".
La denuncia trova ampia conferma nelle affermazioni del sindacato di polizia Siulp: "E' importante dare un segnale al governo e al presidente del Consiglio - dice il segretario nazionale Michele Alessi - noi non condividiamo il progetto sulle ronde. Bisogna rafforzare le forze di polizia... ordinarie come i carabinieri, la finanza, la polizia di Stato e le altre polizie. Bisogna dare mezzi e strumenti alle forze dell'ordine".
Il segretario del Siulp ha voluto sottolineare il fatto che al momento mancano uomini e mezzi alla polizia di Stato: "Le auto sono usurate, mancano gli uomini, gli organici sono ridotti all'osso, gli agenti che vanno in pensione non vengono sostituiti. Oggi manifestiamo per dare un segnale forte al governo affinché corregga la rotta. Bisogna potenziare la sicurezza, però non la sicurezza privata bensì una sicurezza di Stato".
"Ci sarà una ragione - ha commentato Franceschini - se tutti i sindacati di polizia esprimono una protesta civile e ferma". Il governo, ha spiegato, "ha fatto tagli per 3,5 miliardi al settore e poi con un'operazione demagogica e d'immagine ha raccontato che il problema viene risolto con le ronde di privati cittadini. E' ora - ha aggiunto - di dire basta alla demagogia e alle falsità, servono fatti concreti".
Contro le ronde si è espresso anche il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani: "Tutto il mondo guarda al problema della sicurezza allo stesso modo, cioè investendo in uomini e mezzi. In Italia, al contrario, si riducono le risorse e si tagliano i mezzi poi però si istituiscono le ronde. Queste a mio parere sono di intralcio e creano problemi al lavoro delle forze dell'ordine".
Dello stesso parere il segretario della Cisl Raffaele Bonanni: "Lo Stato sta abbandonando la polizia senza mezzi e risorse. Noi siamo contrari alle ronde, le riteniamo un segnale sbagliato. Tutta la classe dirigente si deve prendere le proprie responsabilità e applicare le leggi che già esistono, mettendo a disposizione più risorse".
"Mi è stato raccontato - denuncia ancora Franceschini - che ai poliziotti che dovranno operare al G8 è stato chiesto di anticipare di tasca propria le spese". "Mi è stato anche detto - ha proseguito il segretario del Pd - che in molte città sono in trasferta permanente agenti di polizia per occuparsi della tutela dei soldati impiegati nei presidi fissi e per evitare che dalle ronde nascano problemi per la sicurezza".
Fonte: L'Unità

lunedì 30 marzo 2009

Testamento biologico: gli italiani così non lo vogliono

«Il Senato ha approvato un finto testamento biologico che consegna il tuo corpo inanime nelle mani dello Stato e ti impone dei trattamenti sanitari obbligatori fregandosene del tuo consenso, e fregandosene, soprattutto, del particolare che la maggioranza degli italiani di destra e di sinistra (dati alla mano) non è d' accordo per niente». Sono parole di Filippo Facci sul "Giornale" di ieri, prima pagina. Le sottoscrivo una per una, e le controfirmo. Sono la prova (ennesima) del vero e proprio golpe politico che questa maggioranza, profittando anche della collaborazione attiva di un pezzo di opposizione, ha messo in atto ai danni della libertà degli italiani. Tutti, di destra e di sinistra, credenti e non credenti, legati a mazzi come gli asparagi e consegnati a una morale confessionale di parte, imposta anche a chi non la condivide. Un sequestro di persone in piena regola, aggravato da una disgustosa beffa: dovere udire i vincitori (Quagliariello) che se la passano da coraggiosi osteggiatori di una "lobby" laica che avrebbe voluto spadroneggiare in materia di etica. Senatore Quagliariello, faccia almeno come il lupo nella favola di Fedro: divori l' agnello con qualche comodo pretesto e digerisca bene. Ma non si permetta di prenderci per il culo, a milioni, raccontandoci che l' agnello è lei.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Europee, Franceschini non si candida E rilancia: sfido Berlusconi a 3 dibattiti

Dario Franceschini non intende raccogliere il guanto di sfida di Silvio Berlusconi che lo aveva invitato a candidarsi alle elezioni europee. D'altra parte però il leader del Pd, rilancia. E invita a sua volta il premier a un altro genere di competizione. «Lancio una sfida a Berlusconi a fare con me tre dibattiti - ha detto il segretario dei democratici -: uno davanti a mille disoccupati, un altro davanti ad insegnanti e studenti e un altro davanti agli imprenditori». Quanto all'appello al dialogo sulle riforme avanzato da Gianfranco Fini e da Silvio Berlusconi, il numero uno dei democratici prende tempo: «Prima risolviamo la crisi, poi verrà il momento delle riforme».
CANDIDATURA - Il premier, ha ricordato Franceschini circa la sfida di Berlusconi a candidarsi alle europee, «dovrà dimettersi un minuto dopo il voto alle europee perché incompatibile per legge». Dunque, ha aggiunto, «a una sfida a chi imbroglia meglio gli italiani dico no». «Farò come ... fa Gianfranco Fini - ha aggiunto il segretario dei democratici -, che è un uomo di destra, ma è una persona seria e non si candida».
«È VECCHIO DENTRO» - Pesanti le critiche del numero uno dei democratici al presidente del Consiglio. Dopo averlo apostrofato come un uomo «che non guarda al futuro» («Berlusconi è come se avesse lo sguardo sempre rivolto al passato»), Franceschini, commentando l'esito del congresso del Pdl, ha aggiunto che il Cavaliere «è vecchio dentro».
MEA CULPA SUL CONFLITTO D'INTERESSI - Poi il mea culpa del leader del Pd sul conflitto d'interessi: fu «un errore» non aver approvato la legge nella legislatura 1996-2001, ha detto Franceschini parlando alla Stampa estera, non aver fatto una legge rigida, severa. Noi lavoriamo alla sconfitta di Berlusconi, e già due volte è stato battuto elettoralmente, ma oggi va battuto politicamente». Franceschini ha ricordato che il centrosinistra aveva presentato una legge sul conflitto di interessi anche nella scorsa legislatura: «Sarebbe dovuta arrivare in Aula nel gennaio del 2008, ed è una delle ragioni per cui Berlusconi si è impegnato ad acquisire senatori che poi ha candidato con il Pdl».
Fonte: Corriere.it

Contratti, bocciato l'accordo separato La Cgil: «Il 96,2% ha votato "no"»

Il 96,27% dei lavoratori che ha partecipato al referendum promosso dalla Cgil ha detto "no" all'accordo separato del 22 gennaio sul nuovo modello contrattuale, l'intesa cioè siglata dalla Cisl e dalla Uil senza l’ok del sindacato di Epifani. Secondo i dati forniti in conferenza stampa dal numero uno della Cgil, alla consultazione hanno partecipato 3,6 milioni di lavoratori, pari al 71% dei lavoratori che nel 2007 parteciparono al referendum unitario di cgil, cisl e uil sul protocollo per il welfare.
«3,4 MILIONI I "NO"» - Il 96,7% , pari a 3,4 milioni, ha votato no, mentre il 3,73% (134mila lavoratori) ha votato sì. «Sono dati assolutamente straordinari - ha sottolineato Epifani -: noi avevamo pensato che arrivare a 2,8-2,9 milioni di votanti sarebbe stato un risultato clamoroso, ma l'esito del voto è andato oltre ogni previsione. Ha partecipato molta più gente di quella che è iscritta alla Cgil. È un dato che ha un peso politico alto».

Corriere, De Bortoli designato direttore

Ferruccio de Bortoli è stato designato nuovo direttore del Corriere della Sera. La decisione è stata presa all'unanimità dal Patto di sindacato, dal consiglio di amministrazione di Rcs Media Group e dal consiglio di amministrazione della Rcs Quotidiani. De Bortoli lascia la direzione del Sole 24 Ore e torna alla guida del Corriere che aveva già diretto dal 1997 al 2003.
LA CARRIERA - Nato a Milano nel 1953, Ferruccio de Bortoli torna nel gruppo nel quale è cresciuto giornalisticamente, dagli inizi come praticante nel 1973 al Corriere dei Piccoli fino alla direzione del Corriere della Sera. Ha lavorato infatti anche al Corriere d'Informazione e all'Europeo. Al Corriere ha cominciato nel 1979 in cronaca, per poi passare all'Economia. E' stato poi caporedattore dell'Europeo e del Sole 24 Ore per poi tornare in via Solferino nell'aprile del 1987, come caporedattore dell'Economia. Nel dicembre 1993, durante la prima direzione di Paolo Mieli, è stato nominato vicedirettore e l'8 maggio del 1997 ha assunto la direzione del Corriere. La ... lascerà sei anni dopo, il 14 giugno 2003. Dopo aver lasciato la guida del quotidiano a Paolo Mieli, de Bortoli è stato nominato amministratore delegato di Rcs Libri, presidente della casa editrice Flammarion e vice presidente dell'Associazione Italiana Editori. La parentesi nel settoere dei libri è durata fino al gennaio del 2005, quando de Bortoli è diventato direttore del Sole 24 Ore. Il neo direttore del Corriere della Sera è anche presidente della Fondazione Pier Lombardo - Teatro Franco Parenti e della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano.
IL COMUNICATO - Il comunicato di Rcs MediaGroup diffuso dopo la riunione che ha deciso il cambio di direzione esprime «vivo apprezzamento al dr. Paolo Mieli per l’attività svolta in contesti spesso delicati e complessi e per la disponibilità a continuare, nelle forme che saranno concordate, a collaborare con il Gruppo, che ha verso il dr. Mieli profondi motivi di gratitudine». In una situazione difficile per l'editotia, continua il comunicato, «tutto il gruppo RCS è impegnato a sostenere con energia e determinazione l’eccezionale e rinnovato impegno che oggi si richiede per assicurare al Corriere ed al sistema editoriale che ad esso fa capo la miglior efficienza e così un futuro al passo con i tempi. Una sempre maggior autorevolezza, basata anzitutto sulla qualità e sull’indipendenza, costituiscono, anche in questa fase, cardini essenziali per continuare la gloriosa tradizione di leadership della testata». La stessa nota di Rcs Media Group comunica che «su proposta del dr. Perricone, Amministratore Delegato di RCS Quotidiani, società che comprende anche le attività spagnole, il Direttore Generale di quest’ultima dr. Giorgio Valerio assume la qualifica di Amministratore Delegato per le attività italiane».
LA LISTA DEI CANDIDATI PER IL NUOVO CDA - Lo stesso comunicato annuncia la lista dei candidati per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione di Rcs MediaGroup, che si proporrà sia composto da 21 membri. eCCIO Piergaetano Marchetti, Antonello Perricone, Raffaele Agrusti, Roberto Bertazzoni, Gianfranco Carbonato (Indipendente), Claudio De Conto, Diego Della Valle, John Elkann, Giorgio Fantoni (Indipendente), Franzo Grande Stevens, Berardino Libonati (Indipendente), Jonella Ligresti, Giuseppe Lucchini, Paolo Merloni, Andrea Moltrasio (Indipendente), Renato Pagliaro, Carlo Pesenti, Virginio Rognoni (Indipendente), Alberto Rosati, Enrico Salza e Antonio Segni (Indipendente).
Fonte: Corriere.it

Le risposte di Diego Peli alle nostre 14 domande

Le domande di Idee in Cammino ai 5 candidati alle Primarie: risponde Diego Peli

1. Costituire fondo speciale per incentivare un consorzio fidi e un fondo per coprire gli ammortizzatori sociali; coinvolgere i comuni sottoposti a patto di stabilità (augurandoci che questo venga tolto) perché ci sono risorse estremamente importanti da redistribuire coinvolgendo le associazione del terzo settore a favore della famiglia , dei disoccupati, dei precari, in particolare quelli delle piccole aziende non sottoposti a nessuna tutela.

2. (risposta unitaria alle domande 2 e 3 ) Realizzare il monitoraggio ambientale per aria, acqua, elettromagnetismi. Incentivare la raccolta differenziata dei rifiuti e la raccolta “puntuale” degli stessi. Incentivare la diffusione dell’energia pulita (metano) e prevedere per gli edifici pubblici la certificazione di prestazione energetica di ... classe A.

3. Promuovere l’utilizzo del sistema adiabatico (raffrescamento) per gli edifici pubblici. Rivisitare tutti i consorzi e le strutture operative come l’ATO (gestione del ciclo dell’acqua) e prevedere un ruolo determinante delle amministrazioni comunali.

4. Recupero delle piccole centrali idriche oggi lasciate purtroppo ai privati, incentivazione di programmi di sgravio per l’energia solare e fonti alternative.

5. Decisamente contrario per il saldo costi-benefici immediato oltre che perl’impatto ambientale (smaltimento scorie).

6. Dare priorità ai collegamenti vallivi (Valle Camonica, Valle Sabbia, Valle Trompia), all’alto Garda, alla bassa bresciana. Ridimensionare la politica dei rondò. Confermare le grandi opere Brebemi, Valle Trompia, alta capacità, e metropolitana (che sia veramente provinciale). Valutare attentamente la scelta sull’area di Montichiari: verificare gli insediamenti commerciali della cittadella, per evitare il rischio della rottamazione dei centri.

7. Determinante la capillare diffusione, sapendo che ancora 76 comuni ne sono privi.

8. Chiediamo che il bilancio preventivo sia sottoposto alla camera dei sindaci. Ottenere il parere non vincolante ma molto importante di tutti gli amministratori.

9. Riduzione del numero degli assessorati, maggior utilizzo del Consiglio Provinciale, taglio delle auto blu e degli apparati di consulenza, rivalutazione delle professionalità interne, rinunciare all’acquisto della nuova sede destinando le risorse ad attività a favore del lavoro e dell’innovazione.

10. Riduzione del debito attraverso il taglio delle partite correnti, blocco del turn over e taglio drastico delle spese di rappresentanza, rinegoziazione di tutti i mutui.

11. Decisamente gonfiato da sprechi.

12. Spese di rappresentanza, comunicazione (basta a intere pagine di giornale o pareti di caseggiati), sostegno pubblicazioni di libri a volte inutili, numero degli assessorati, collaboratori esterni , consulenze esterne e numero degli enti.

13. Tutti, nel primo anno

14. Eliminazione e recupero delle tante professionalità interne e laddove non vi fossero attivare la formazione interna.
Fonte: Diego Peli

Le domande di Idee in Cammino ai 5 candidati alle Primarie

Come circolo online abbiamo deciso di porre alcune domande ai candidati che affronteranno le primarie del PD per la presidenza della provincia il 5 aprile prossimo. Appena riceveremo le risposte le pubblicheremo sul nostro blog.
Ecco le domande che abbiamo posto ai candidati:
NB si richiedono risposte sintetiche, con argomentazioni concrete e non di principio.

1) La provincia di Brescia è quella più colpita dalla crisi economica in Lombardia. Sul totale complessivo delle perdite di posti di lavoro uno su quattro lavoratori è bresciano. Quali interventi ritenete possa fare la provincia per il sostegno ai lavoratori, alle piccole e medie imprese commerciali ed industriali e soprattutto alle famiglie?

2) Cosa vi proponete di fare per l’ambiente?

3) Qualità dell'aria e dell’acqua: quali iniziative concrete pensate di mettere in campo per migliorare le pessime condizioni in cui viviamo?

4) Energia rinnovabile e risparmio energetico, intendete intervenire? Se si con quali ... proposte.

5) Vi dichiarate favorevoli o contrari all’installazione di centrali nucleari nel bresciano?

6) Trasporti in Provincia di Brescia: quali miglioramenti alle strade e particolarmente a quelle delle valli. Cosa intendete fare per: Aeroporto Montichiari, Autostrada BREBEMI, Tav da Treviglio a Brescia, trasformazione della Brescia-Iseo in metropolitana veloce, riapertura linea ferroviaria Rovato-Iseo, Autostrada della Valtrompia?

7) Internet (banda larga) è uno strumento importante per la comunicazione e l'informazione oltre che un ottimo strumento per distribuire servizi a cittadini imprese e famiglie. Cosa vi proponete di fare in provincia, per favorirne lo sviluppo strutturale e culturale?

8) Quali azioni intende intraprendere per rendere l'attività e il bilancio economico della provincia completamente trasparente ai cittadini?

9) Ritenete che si possano ridurre i costi della Provincia, non peggiorando o addirittura migliorando le prestazioni ai Cittadini? Se si con quali interventi.

10) Il debito ammonta a circa 500 milioni (400 euro per bresciano, circa 1500 euro a famiglia), ritenete che sia da mantenere o da ridurre.
In caso di riduzione di quanto e come realizzare il taglio?

11) Il costo della provincia di Brescia è adeguato o gonfiato da sprechi?

12) Se ritenete che esistano sprechi, potete farne la lista valorizzata dettagliata?

13) Su quali sprechi della lista 12) vi sentite di impegnarvi per l’eliminazione e con quale tempistica?

14) Gli incarichi professionali non esistevano nel 2005, nel 2008 sono schizzati a 1.224 milioni, sono da mantenere o eliminare? Le auto blu agli assessori sono da mantenere od eliminare?

domenica 29 marzo 2009

Fogliata su Internet: «Perché mi candido»

Per il momento serve solo per le primarie del Pd, ma il suo auspicio è che il sito Internet possa rivelarsi utile anche dopo il 5 aprile. Carlo Fogliata sbarca in Rete (www.carlofogliata.it) e nella sede del partito, in via Risorgimento, spiega che le primarie sono sì uno strumento di selezione del Pd, ma anche una straordinaria occasione per dialogare con cittadini e cittadine. Insomma, le primarie non sono faccenda interna al partito, ma anche un modo per andare per mercati e piazze a illustrare quanto fatto durante gli anni di opposizione a palazzo Broletto, e quanto si ha intenzione di fare se si governerà la Provincia dopo le elezioni di giugno.
LE PRIMARIE del 5 aprile decideranno il candidato del Pd, ma non è detto - lo ha ricordato ieri lo stesso Fogliata nella sede del partito, in via Risorgimento - che questi sarà il candidato della coalizione di centrosinistra. Bisognerà vedere quanto ampia sarà la coalizione e quali candidature alternative metteranno in campo gli alleati.
Ieri l’ex sindaco Paolo Corsini ha motivato il suo sostegno a Fogliata non solo con la lunga... amicizia che li lega, ma anche perché ritiene che «tra gli esponenti del Pd, Fogliata è quello che conosce meglio le dinamiche provinciali» essendo stato, insieme a Pierluigi Mottinelli, il capogruppo del Pd in Provincia. Dal canto suo Paolo Pagani, vicepresidente della Comunità montana di Valle Trompia, ha posto l’accento sulla volontà di Fogliata di costruire un’ampia coalizione. Rosangela Comini, presidente oramai agli sgoccioli della Fondazione Asm, ha invece rimarcato i tratti di disponibilità al dialogo e rigore della figura di Fogliata.
Tra i sostenitori della candidatura anche Dante Buizza, sindaco di Travagliato, che - ha ricordato Fogliata - «in tempi recenti ha sconfitto il centrodestra, ha una diversa biografia politica e rappresenta uno dei tanti sindaci che mi sta sostenendo». Buizza ha parlato di una sensibilità di Fogliata su un tema a lui caro, quello dell’autonomia dei Comuni e degli enti locali, sempre più spesso vittime di quello che Buizza ha definito «federalismo spoliativo», ovvero la tendenza che sempre più spesso Province e Regioni hanno: togliere poteri agli enti locali.
«Grazie al Pd, molti Comuni bresciani sono all’insegna del buon governo - scrive Fogliata su Internet -. Dobbiamo partire dalle realtà virtuose per affermare la capacità del Pd di interpretare al meglio le esigenze della nostra Provincia».

Bindi: «Pd, torna nella società»

Il Pd deve prepararsi a un lungo cammino. Non necessariamente all’opposizione, ma certo per riconquistare la testa e il cuore del Paese e sintonizzarsi nuovamente con un’Italia che Berlusconi «ha plasmato su di sè». Parola di Rosy Bindi, ex ministro del governo Prodi, il cui nome ha richiamato ieri una nutrita schiera di attivisti del Pd che hanno gremito la sala Piamarta in via S. Faustino. Con Antonella Montini e l’on. Pierangelo Ferrari a fare gli onori di casa, è toccato alla Bindi parlare dello stato del Pd.
Lei ha dato atto a Franceschini di aver «interpretato in maniera più che dignitosa la scossa che il partito doveva darsi». Gli interventi del segretario «ci hanno aiutato a diventare interlocutori credibili del Paese su questioni cruciali: assegno di disoccupazione, bluff del piano casa». Però la Bindi sprona il segretario ad essere «più ambizioso». Non tanto per «durare di più». Ma per legare gli attacchi al governo «a un progetto».
Bindi si dice colpita dal fatto che il Pdl si sia autodefinito «partito degli italiani». E prende la cosa ... molto sul serio. «Noi - dice - siamo nati con la vocazione di essere un grande partito nazionale, non possiamo ridurci a forza residuale del Paese». Per questo la pasionaria del Pd guarda alle prossime elezioni locali per misurare il radicamento del partito.
L’ex ministro non esita ad ammettere: «Berlusconi è interprete oggi dei sentimenti profondi, della vita di questo Paese. Noi siamo portatori di un progetto diverso, che non è solo un grande valore ma ha anche grandi convenienze per il Paese. Un progetto che avrà futuro se riuscirà a ristabilire un rapporto con i sentimenti profondi del Paese. Io non sono preoccupata del fatto che alle europee forse scenderemo dal 30 al 25% dei voti. Io sono preoccupata del fatto che testa e cuore del Paese si stanno organizzando da un’altra parte. Il premier è riuscito a costruire un Paese plasmato su di sè. Un partito come il nostro organizzato su idee, valori, programmi diversi ha il problema di costruire alleanze nella società di questo paese».
La Bindi non è certo «disperata», ma è sicura che il cammino «sarà lungo: c’è una resistenza, una ricostruzione da fare». L’analisi è inesorabile: «Badate bene che la battaglia sugli immigrati noi l’abbiamo persa sulla strada. Sul piano casa facciamo una battaglia giusta, ma passeremo per quelli che bloccano lo sviluppo».
LA SOLUZIONE? Puntare su un’organizzazione «che ristabilisca il rapporto fra partito e società», che «crei alleanze». «Non basta l’interlocuzione con i dirigenti delle associazioni cattoliche che la pensano come noi: conta come votano quelli che vanno a messa la domenica». La critica su questo terreno è sferzante: «A questa destra - sostiene la Bindi - mancavano i valori e hanno preso il "pacchetto" cattolico, senza rispettare il valore della libertà. Non c’è cosa più blasfema. Però loro passano per i cattolici e noi per i senza Dio». Stesso discorso per il mondo sindacale: «Dialoghiamo con i vertici, ma il corpo profondo è da un’altra parte. Questa Italia c’è un po’ scappata di mano. Magari noi rivinciamo, ma il registro dell’Italia ce l’hanno loro». Bindi sente anche aria di «svolta autoritaria. Non escludo che Berlusconi, se vincerà europee e poi regionali, non si accontenterà solo di governare, ma metterà mano alla Costituzione». Ma la Bindi non va oltre nella critica all’avversario. Guarda piuttosto al Pd, alla sua condizione depressa. E lo sprona a ri-sintonizzarsi con la società italiana.

Ma il nuovo partito non sarà monocratico

Il Popolo della Libertà, in questi giorni, si trasforma in un partito vero. Personalizzato, presidenziale, maggioritario, rivolto alla società, impresa politica di marketing e comunicazione. Un modello imitato anche dal Partito Democratico. Rispetto al quale, però, il PdL sta sicuramente meglio. Non solo perché governa. E il governo continua a godere di un buon grado di consenso popolare. Ma perché, dopo le elezioni di un anno fa, ha allargato ulteriormente il suo vantaggio, che oggi, secondo l'Atlante politico di Demos-coop, è di oltre 13 punti percentuali. Infatti, il Pdl è stimato poco al di sotto del 39%, il Pd poco al di sopra del 26%.
Il Pd, tuttavia, sembra aver interrotto la discesa iniziata lo scorso autunno e che pareva quasi inarrestabile, visto che negli ultimi mesi era sceso sotto il 24%. In questo periodo, il Pd ha affrontato il distacco di molti elettori. Esuli in patria. Delusi dal partito ma, prima ancora, dalla società che li circonda. Metà degli elettori che ... lo avevano votato nel 2008, infatti, si sente più lontana dal Pd. Si tratta di un'area composita. Dove coabitano elettori perlopiù giovani, istruiti. Molti di essi laici, residenti nelle zone rosse. Molti, invece, sono orientati al centro. In passato hanno votato per la Margherita e per il Partito Popolare. Metà di essi esprime fiducia in Beppe Grillo. Un'area ibrida, quindi, che riflette in modo esemplare l'integrazione incompiuta del PdL. Le traumatiche dimissioni di Veltroni hanno prodotto un sussulto emotivo. Il rischio - reale - di assistere alla rapida dissoluzione del Pd ha frenato e, anzi, interrotto l'esodo di tanti elettori di centrosinistra verso l'esilio.
La scelta di Dario Franceschini sembra aver sopito, almeno fin qui, l'insoddisfazione degli elettori del Pd. Tanto che il 33% di essi ritiene che il prossimo segretario e leader del Pd dovrebbe essere proprio lui. Bersani, secondo nelle preferenze dei Democratici, è indietro di oltre 25 punti percentuali.
Tuttavia, il marchio "presidenziale" del PdL appare molto più netto. Visto che 6 elettori su 10 indicano come leader Silvio Berlusconi. Da cui l'idea che il PdL, più che un nuovo partito, frutto dell'accordo tra FI e AN, costituisca una versione più larga del partito personale del Cavaliere. Anche per la nota riluttanza di Berlusconi a condividere le leve del comando. A sottoporsi alla fatica - a lui insopportabile - della mediazione, della collegialità, del negoziato. Quando si tratta di governare: figurarsi nel partito.
Tuttavia, il 18% degli elettori del PdL vorrebbe Gianfranco Fini leader del nuovo partito e il 24% lo indica, comunque, come seconda scelta. Difficile, per questo, pensare a un partito monocefalo. Anche perché le differenze di visione fra gli elettorati dei due 2 "soci fondatori" appaiono ancora visibili. Fra gli ex elettori di AN, infatti, la quota dei sostenitori di Fini alla guida del PdL sale a un terzo; alla pari con Berlusconi. Inoltre, il 35% di essi preferirebbe tornare indietro. AN e FI: divisi e senza alcuna con-fusione.
Il bipartitismo all'italiana, quindi, è ancora lontano. In primo luogo, ha bisogno di due partiti davvero forti. Per ora il Pd non lo è. Appare, invece, un partito in cerca di identità. Ha un elettorato sempre più vecchio. Dove abbondano i pensionati, gli impiegati del settore pubblico, le professioni intellettuali (si spiegherebbe altrimenti tanto accanimento da parte del governo verso gli statali e i professori?). Fra gli elettori del PdL, invece, pesano maggiormente i giovani, i lavoratori dipendenti del privato, i lavoratori autonomi, gli imprenditori, i liberi professionisti. Oltre alle casalinghe. Insomma: il Pdl è trascinato da ceti affluenti, spinto dal dinamismo del privato. Il Pd è anagraficamente vecchio. Esterno ai punti nevralgici del sistema produttivo.
Dal punto di vista dei valori, il PdL interpreta, soprattutto, la domanda di sicurezza. Le paure. Oltre all'insofferenza verso le regole. Marcia fra ronde e diritto a ristrutturare la casa. E' un calco del mutamento sociale che ha investito il paese negli ultimi trent'anni. Dei ceti sociali che lo hanno trainato. In più, ha una visione etica ormai ripiegata su quella della gerarchia ecclesiastica. Sulla vita come sulla famiglia. Da ciò i problemi del bipartitismo all'italiana. Il Pd, Partito Unitario dei Riformisti, deve fare i conti con un elettorato biograficamente e professionalmente conservatore. Poi, ha bisogno di "un'anima", come evoca il titolo del recente saggio scritto da Luigi Manconi (per l'editore "Nutrimenti"). Per ora è più uno "stato d'animo", depresso dal senso di declino che opprime una parte dei suoi elettori. Tuttavia, anche il PdL, il Partito Unitario dei Moderati, deve ancora diventare un "partito".
L'integrazione tra i gruppi dirigenti dei due soci fondatori - FI e An - non è scontata. Come non lo è la leadership di Berlusconi. Abituato a non essere discusso. Padrone a "casa sua". Ci si dovrà abituare, visto che Fini non pare intenzionato a fare la parte dell'amministratore di condominio. Inoltre, più che moderato, per i valori che esprime, appare conservatore. Perfino tradizionalista. E, dal punto di vista dell'impianto elettorale, trascinato a Centrosud. La concorrenza con la Lega si farà sentire.
Insomma, il bipartitismo italiano fra PUM e PUR, per ora, è ancora imperfetto.

Boeri alle Acli: «La mia ricetta contro la crisi»

La crisi si può superare partendo dal mercato del lavoro, stabilendo regole più uniformi che assicurino a tutti i lavoratori un medesimo punto di partenza e intervenendo sugli ammortizzatori sociali: è la proposta contenuta nel libro «Un nuovo contratto per tutti» di Tito Boeri e del coautore Pietro Garibaldi, punto di partenza per il forum di approfondimento sulla disoccupazione e sul mercato del lavoro, organizzato dalle Acli provinciali, nell’ambito dell’ iniziativa «Diritti in piazza. Per una nuova primavera sociale».
L’INCONTRO, coordinato dal presidente provinciale delle Acli Roberto Rossini, si è aperto con l’introduzione di Vittoria Boni, responsabile del dipartimento del welfare delle Acli nazionali, prima che la parola passasse a Tito Boeri, professore ordinario di economia all’Università Bocconi ed editorialista de «La Repubblica», autore di un libro che da lui stesso è stato definito precursore della crisi, perché scritto in tempi non sospetti, ... quando la crisi non sembrava ancora così strutturale.
«Questo periodo di recessione è più difficile da superare di quello degli inizi degli anni ’90, perché è molto più veloce e ha creato gli stessi danni nella metà del tempo. Proprio per questo bisogna rendersi conto che deve essere rivisto l’intero sistema economico, partendo proprio dal mercato del lavoro e della sua qualità», ha spiegato l’autore, sottolineando come la crisi abbia colpito tutti i settori, anche se ovviamente con percentuali diverse.
LE CAUSE «sono da ricercare nella situazione stagnante in cui versa da anni la nostra economia, basata su un sistema produttivo che si appoggia ancora sulla bassa qualità e sul basso costo del lavoro, quando invece dovrebbe puntare sull’alta professionalità e su salari più alti», ha proseguito Boeri, sottolineando come in questi anni, nonostante l’economia zoppicante, siano aumentati i posti di lavoro e sia diminuita la disoccupazione.
Questo dato, tuttavia,«deve essere letto in realtà in maniera più negativa che positiva - ha continuato -: questa nuova occupazione non ha portato una crescita economica, anzi il Pil pro capite degli italiani, a metà anni Novanta sopra la media europea, è inesorabilmente sceso al di sotto di quello dei nostri partner: in pratica gli italiani si stanno impoverendo di giorno in giorno», ha ribadito senza mezzi termini il docente di economia, prima di illustrare la «sua» soluzione del problema: «È necessario riformare il lavoro con un contratto unico a tutele gradualmente crescenti, definendo un salario minimo e un sussidio unico per la disoccupazione».
Fonte: BresciaOggi

Lavorare meno. Per tenersi il posto

Sotto il vento gelido della crisi è boom dei contratti di solidarietà. Secondo i dati forniti dal ministero del Welfare nei primi due mesi dell’anno ne sono stati stipulati 92 (rispetto ai 29 dello stesso periodo dell’anno scorso) nelle aziende che avrebbero avuto diritto alla cassa integrazione e 150 in quelle prive di questa possibilità contro i 49 del 2008. Sono piccole cifre ma dimostrano che qualcosa si muove per affrontare in modo più creativo l’emergenza occupazionale. Anche se la «vecchia » Cig la fa da padrona: secondo gli ultimi dati Cgil a fine febbraio i lavoratori in Cassa sono quasi mezzo milione e 80 mila quelli in deroga. I contratti di solidarietà sono stati introdotti in Italia nel 1984 su pressione della Cisl di Pierre Carniti e dopo alcuni lustri di rodaggio oggi è riconosciuta da tutti come una ricetta valida per evitare lo choc della Cassa integrazione. Insomma «lavorare meno, lavorare tutti» sta uscendo dallo slogan sindacalese per approdare nel mondo del lavoro. E domani, al G8 sul lavoro che si apre a Roma si parlerà anche di questo. Un segnale chiaro lo ha dato all’inizio di febbraio il gruppo siderurgico del presidente della ... Confindustria Emma Marcegaglia.
A Gazoldo degli Ippoliti è nata infatti la Banca delle ore: per tre mesi i 4.500 dipendenti degli stabilimenti italiani lavoreranno 120 ore in meno ma manterranno lo stesso stipendio, per metà facendo ricorso alle ferie non godute, il resto lo anticipa l’azienda. Più avanti, quando la produzione riprenderà, «renderanno» entro il 2010 le ore pagate ma non lavorate a seconda delle richieste dell’azienda. Una svolta significativa perché l'associazione degli imprenditori, in particolare a livello delle strutture locali, storicamente ha sempre preferito sostenere il ricorso più immediato e meno complesso della Cassa. In questo caso la «solidarietà » è tra azienda e lavoratori. «È una soluzione originale pensata dalla famiglia — spiega il direttore delle risorse umane Maurizio Dottino — per evitare a tutti i costi il ricorso alla Cassa integrazione che il gruppo Marcegaglia non ha mai fatto nei suoi 50 anni di vita». Ma con il crollo del 30% della produzione di acciaio non sembravano esserci alternative. «L’idea è per ora un successo — continua Dottino — approvata all’unanimità da tutte le sigle sindacali e molte aziende ci stanno chiedendo una copia dell’accordo per capire come funziona».
Naturalmente si tratta di un esperimento per tirare avanti qualche mese in attesa che il mercato riprenda. Se così non sarà si dovranno studiare altre soluzione più invasive. Come i contratti di solidarietà veri e propri che impongono sacrifici spalmati su tutti i lavoratori. Anche loro devono essere autorizzati dal ministero del Lavoro e funzionano attingendo da due fondi. «Uno è lo stesso della Cassa integrazione — afferma Matilde Mancini, responsabile del dipartimento ammortizzatori sociali del ministero del Welfare — ed è alimentato dalle imprese e per una piccola quota (meno del 2%) dai lavoratori, l’altro è finanziato dallo Stato e riguarda le imprese che non hanno diritto alla Cassa come le ditte commerciali, di trasporto, di servizi e di pulizie». Con i contratti di solidarietà il dipendente incassa meno: copre il 60% delle ore non lavorate mentre la Cig garantisce l’80% dello stipendio. E così, a macchia di leopardo, la solidarietà si sta diffondendo. La bresciana Brandt Italia, ex Mulinex, ha evitato i licenziamentimandando in solidarietà per tre anni i 650 lavoratori con punte di sospensione del lavoro fino al 90% tramutato in formazione. La Malagrida di Massa Carrara, maglieria, ha messo in solidarietà 27 dei 50 dipendenti con un accordo che prevede il 50% dello stipendio a carico dell’azienda, il resto di Inps e Regione. A Telecom Italia media è stato evitato il licenziamento di 25 giornalisti con una intesa di solidarietà che prevede un impegno di lavoro tagliato del 16% ma lo stipendio verrà penalizzato solo dell’ 8%. Alla Manifattura di Valle Brembana, tessile in provincia di Bergamo, il contratto di solidarietà ha scongiurato l’uscita di 250 operai, diminuendo l’orario di lavoro del 50% per tutti i 450 dipendenti. Un esempio da manuale del «lavorare meno lavorare tutti», con un taglio del 40% su metà stipendio, quindi alla fine la retribuzione è uguale alla Cassa integrazione.
Ogni azienda è comunque un caso a sé. Come il Gruppo Giovannini, attività commerciale nella provincia di Trento, che ha trovato col sindacato una intesa che prevede per tutti i 298 dipendenti, quadri compresi, una riduzione dell’orario settimanale del 25% che però, con una serie di compensazioni un po’ complesse da descrivere, pesa solo per il 6,5% sulla busta paga finale. Così al calzaturificio Fornari di Civitanova Marche (55 lavoratori), alle Calze San Pellegrino (420 dipendenti tra Mantova e Brescia), alla Aicon di Messina (320 dipendenti) che costruisce yacht di lusso e che ha visto crollare gli ordini del 50%. I periodi di solidarietà non sono mai brevi e questo spiega un po’ la diversa filosofia rispetto alla più flessibile e immediata Cassa.
Il consulente del lavoro Roberto Pennacchio, zona Brescia, della solidarietà ne ha fatto una specializzazione e non c’è intesa nel Nord Est che non veda la sua mediazione. L’ultima riguarda la Alfa acciai, un modello di intesa che si sta diffondendo nel siderurgico bresciano: i lavoratori addetti ai forni si spostano a rotazione sul turno di notte, dalle 19 in poi, quando la bolletta energetica costa meno della metà. Unmodo per abbattere i costi e affrontare la crisi senza ridurre il personale. «La solidarietà sta prendendo piede in progressione geometrica —racconta Pennacchio—le imprese si stanno rendendo conto che se la Cassa duramolti mesi le maestranze tendono a cercarsi un altro impiego e i più bravi quasi sempre lo trovano: un danno enorme quando la produzione riprende e non c’è più nessuno a garantirne la qualità».
Pennacchio ammette che la grossa difficoltà per i contratti di solidarietà deriva dalle remore culturali delle associazioni imprenditoriali. «Senza contare—riconosce il consulente della solidarietà—che almeno in tre situazioni non sono applicabili: quando il crollo della pro duzione supera il 50% del fatturato, se l'abbattimento del monte ore è oltre la metà, nelle imprese al di sotto dei 15 dipendenti. Giorgio Santini, segretario confederale Cisl, non nasconde la sua soddisfazione per la «diffusione di un fenomeno-ponte per non smantellare le imprese », ma è preoccupato per la scarsità delle risorse. «Il fondo dedicato per le imprese che non hanno la Cig — spiega Santini — è ormai al lumicino con appena 5 milioni di euro di dotazione».
«Non ha senso aver stanziato 8-9 miliardi per gli ammortizzatori sociali e poi non finanziare la solidarietà che per partire davvero avrebbe bisogno di almeno 150-200 milioni di euro». Il sindacalista chiede al ministro del Welfare Maurizio Sacconi — «che pure ha sempre teorizzato il ricorso alla solidarietà» — di non perdere più tempo e «di passare dalle parole ai fatti». Anche se i soldi pubblici sono pochi pure il lavoro interinale ha scoperto la solidarietà. Come scrive il periodico della Cisl Conquiste del Lavoro tra il sindacati del commercio e le agenzie del lavoro che fanno capo ad Assolavoro è stato firmato un accordo che prevede la copertura del 50% delle ore perse da parte del Fondo per l'occupazione istituito al ministero del Welfare. Quello delle risorse resta uno dei temi chiave per l'espansione delle intese anti- Cig. La legge del 1984, per esempio, consente uno sgravio contributivo dell'Inps del 35% per chi applica i contratti di solidarietà ma non è mai stato attivato per mancanza di fondi.

La Villa delle Libertà

Giovedì ad AnnoZero il forzista Lupi s’è sostituito all’avvocato Ghedini per negare gli abusi edilizi del Capo a Villa Certosa. Intanto, complimenti per la preveggenza: prima di andare in onda, Lupi già sapeva che avrei parlato di quella sentenza e l’aveva portata con sé: i servizi segreti han ripreso a funzionare come si deve. Purtroppo gli avevano fatto leggere solo metà della sentenza del Tribunale di Tempio Pausania: quella relativa al capo b), per cui l’amministratore Spinelli è stato assolto «perché il fatto non sussiste», visto che alcune opere erano state avallate dalla Regione perché «compatibili ai fini paesistici» e comunque «almeno in parte sopperivano a esigenze di sicurezza nazionale». Gli sfuggiva il capo a) che comprende ben 13 interventi sospetti. Per 9, «reato estinto per intervenuta concessione in sanatoria». Furono realizzati senza permesso e poi sanati. Comprese 5 piscine per talassoterapia, già descritte nell’estate 2003 da Renato Farina, fotografate in un libro a novembre e autorizzate in dicembre. Piscine preventive. Per le altre 4 opere del capo a) «reato estinto per intervenuto condono edilizio»: quello del 2003 varato dallo stesso padrone della villa. Un autocondono. Lupi magnificava lo straordinario pregio estetico delle opere del capo b), fatte per migliorare l’orribile paesaggio della Costa Smeralda. Ma dimenticava un particolare: a ritenerle così pregevoli fu il direttore dell’Ufficio regionale tutela paesaggio, Paolo Vella: stesso nome e cognome di un neo-deputato sardo di Forza Italia. Che i due siano, Dio non voglia, la stessa persona?
Fonte: Marco Travaglio - L'Unità

L'Italia resta a destra ma il Pd recupera

A meno di un anno dalle ultime elezioni, le intenzioni di voto degli italiani, rilevate dall'Atlante Politico Demos-Coop, fanno registrare già importanti variazioni. I cambiamenti non hanno origine, come è accaduto in passato, nella delusione per la mancata realizzazione delle promesse fatte in campagna elettorale. La popolarità del governo in carica non ha conosciuto per ora cadute significative. Le novità più rilevanti, per quanto riguarda le opzioni di voto, sembrano invece dipendere dalle trasformazioni dell'offerta politica, con il passaggio dal bipolarismo al bipartitismo. Un processo avviato con le recenti consultazioni politiche, ma che appare ancora in bilico: fra consolidamento, contraccolpi e nostalgie degli assetti precedenti. Dei due principali partiti, solo il Pdl, che celebra in questi giorni il suo congresso di fondazione, appare sostenuto da un consenso elettorale in crescita (39%), anche se, per ora, al di sotto delle speranze del suo leader.
La formazione di Berlusconi beneficia, indubbiamente, della spinta fornita dal recente ... successo elettorale, cui si abbina la scarsa competitività delle proposte dell'opposizione e, in particolare, delle difficoltà del suo principale partito, fermo al 26% dei consensi.
Nelle regioni del Nord il Pdl deve però affrontare l'aggressiva concorrenza del partito di Bossi. Da una parte, la Lega (9%) è riuscita a fare approvare dal Parlamento il progetto di federalismo fiscale, dall'altra viene percepita, tra le due anime della coalizione, come quella più impegnata sul fronte della sicurezza e dell'immigrazione.
Molto diversi appaiono i problemi del consenso elettorale per il Pd: un partito che si trova nella situazione veramente anomala di essere percepito, oggi, come "più lontano" da quasi la metà degli elettori che lo avevano votato un anno fa. Questa tendenza spiega gli abbondanti flussi in uscita, che vanno a beneficiare un ampio spettro di formazioni (senza dimenticare la tentazione dell'astensionismo): l'Italia dei Valori, in grande crescita, si ferma appena sotto il 9%; l'Udc sale al 7%; anche l'area della sinistra radicale, per quanto divisa al suo interno, appare in ripresa, attorno al 6%.
Gli incrementi dei consensi per tutte queste forze politiche possono mettere in discussione la stessa tendenza al bipartitismo. Si colgono, d'altra parte, alcuni limitati effetti della rimobilitazione dell'elettorato del Pd promossa da Franceschini in vista delle Europee. Rispetto alle stime circolate nelle ultime settimane, il partito riprende leggermente quota. Si tratta, però, di segnali ancora deboli per generare un'effettiva e forte inversione di tendenza.
NOTA METODOLOGICA. L'Atlante Politico è realizzato da Demos & Pi in collaborazione con Coop (Ass. Naz. le cooperative di consumatori). L'indagine è curata da Ilvo Diamanti, insieme a Fabio Bordignon, Roberto Biorcio e Natascia Porcellato, con la collaborazione di Martina Di Pierdomenico per l'elaborazione dei dati e la presentazione dei risultati.
Il sondaggio è stato condotto nei giorni 18-23 marzo 2009 da Demetra (metodo CATI; supervisione: Claudio Zilio). Il campione, di 1277 persone, è rappresentativo per i caratteri socio-demografici e la distribuzione territoriale della popolazione italiana di età superiore ai 18 anni. Le stime sulle intenzioni di voto (curate da Roberto Biorcio) sono state realizzate tenendo sotto controllo la distribuzione territoriale, i caratteri socio-demografici e i precedenti comportamenti elettorali.

Epifani al forum de l'Unità: «Dal governo aiuti solo alle banche»

Ad una settimana dalla grande manifestazione del 4 aprile, Guglielmo Epifani sceglie “L’Unità” per spiegare la scelta del Circo Massimo e le ragioni di una giornata che il segretario della Cgil è sicuro sarà «straordinaria». Il paragone con il 2002 Epifani è inevitabile e allora, dopo aver sottolineato che «momento è molto differente: l’Articolo 18 era un simbolo, il governo ore è più forte e la crisi può portare molti alla rassegnazione», Epifani ha già ottimi segnali sul fatto che «ci sarà una grande presenza da tutt’Italia».
Epifani poi dà qualche indiscrezione sul programma: «Dal palco parleranno un precario, un cassintegrato di Pomigliano, un medico, una pensionata: tutte le categorie in difficoltà a causa della crisi, poi Pier Francesco Favino leggerà un passo di Di Vittorio. C’è una chicca: la regia sarà curata da Massimo Werthmuller che nello sceneggiato interpretava Togliatti».
Il Forum è partito con una dura risposta alle affermazioni di Brunetta, fatte sempre a ... L’Unità martedì. «Le sue dichiarazioni sul “25 aprile festeggiato solo dai comunisti” sono gravi - attacca Epifani -. Pietro Nenni, Riccardo Lombardi, Sandro Pertini, ma anche Bettino Craxi si stanno rivoltando nella tomba». Il tema è molto sentito perché lo stesso Epifani è stato socialista: «Mi iscrissi ai Giovani socialisti, ma poi lasciai perché preferì la concretezza del sindacato. Nella Cgil di allora c’erano le correnti, ma poi furono superate. Chi si dice socialista oggi e sta nel centrodestra ha un problema di coerenza».
Arriva poi la risposta ad un altro ministro: Sacconi e le modifiche al Testo unico. «Ha attaccato solo noi perché abbiamo commentato, come tutti, le indiscrezioni sulle modifiche al testo sulla sicurezza sul lavoro. Ma noi da mesi diciamo che il testo andava lasciato così e poi valutato fra due anni. Il meccanismo è sempre lo stesso: il governo non tiene conto delle nostre proposte di merito».
Sulla crisi Epifani è realista: «In tutta Europa si sta facendo più che in Italia. Qui sono stati finanziati 16 miliardi, ma 12 sono finiti alle banche e 4 (di cui mezzo agli incentivi auto) per politiche sociali». Sui rapporti con il Pd, il segretario della Cgil dà giudizi netti: «Il Pd è ancora in qualche modo un cantiere aperto. Dopo la sconfitta elettorale ha passato mesi difficili. Ora invece sulle proposte concrete c’è un giudizio comune. A volte sembra che le proposte siano concordate con noi, ma non è così».