giovedì 30 aprile 2009

Una targa per ricordare Pio La Torre

Giovedì 30 aprile, a Montecitorio, il Presidente della Camera Gianfranco Fini, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dei familiari e dei parlamentari, scoprirà una targa che ricorda Pio La Torre, in occasione del 27° anniversario del suo omicidio, che recita:
Nell’anniversario della morte del deputato Pio La Torre, assassinato dalla mafia il 30 aprile 1982 durante il mandato parlamentare, la Camera dei Deputati ne ricorda il coraggioso impegno civile e politico in difesa della democrazia e della legalità. Il valore della sua testimonianza e del suo sacrificio rimane vivo nella memoria di tutti gli italiani e sostiene l’azione del Parlamento contro ogni forma di criminalità organizzata.
Ritengo che sia il modo più appropriato di ricordare l’impegno di mio padre nella sede istituzionale che, pochi mesi dopo la sua morte, approvò la prima normativa antimafia – intitolata al suo nome e a quello di Virginio Rognoni, all’epoca Ministro degli Interni – che ha ispirato e sostenuto l’azione delle istituzioni nella lotta contro la criminalità organizzata sino ad oggi.
In un paese che, talvolta, sembra perdere la memoria, questo è un chiaro invito a non dimenticare.
Fonte: Franco La Torre - Articolo 21

Le Regioni bocciano il testo unico sulla sicurezza di Sacconi

Le regioni italiane, a esclusione della Lombardia, dicono no al testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro proposto dal governo. Il decretocontiene misure che potrebbero dar luogo «a un sistema di controlli non credibile» e potrebbe originare problemi per casi come quello dell'incidente alla Thyssen Krupp dove persero la vita numerosi operai» ha detto Vasco Errani, presidenza della conferenza.
Al termine dell'incontro Errani ha confermato che le regioni hanno espresso sulla norma un «parere negativo a maggioranza, con una diversa posizione della sola Lombardia che ha dato parere positivo». Errani ha specificato che il no riguarda in particolare due punti contenuti «nell'articolo 2 bis e nell'articolo 10 bis», quest'ultimo è il cosiddetto provvedimento salva-manager, al centro di molte contestazioni. Errani ha spiegato che «il primo mette in discussione le competenze delle Regioni» e può dar luogo «a un sistema di controlli non credibile». Quanto al secondo articolo su cui le Regioni puntano il dito «con un esercizio dell'interpretazione della ... delega - ha spiegato Errani - si costruisce un sistema che mette in discussione responsabilità anche precedenti, come potrebbe accadere nel caso della Thyssen, che si potrebbe trovare in una situazione difficile». Su questi punti le Regioni avevano fatto pervenire al governo delle proposte di modifica che sono state respinte.
Il no delle Regioni è una posizione «più politica» che di merito «le Regioni di centrodestra si esprimeranno in modo diverso, vedrete». Lo ha detto il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Per il ministro «quello che conta è che il parere della conferenza delle Regioni è un atto liberatorio per l'iter della norma, perché consente la trasmissione degli atti alle Camere e ci permette di rispettare i tempi della delega».
Per quanto riguarda i rilievi mossi dalla Conferenza delle Regioni, Sacconi ha difeso il ruolo degli «enti bilaterali, che rappresentano - ha detto - uno dei contenuti di maggior condivisione con le parti sociali». Quanto alla «riscrittura della norma penale», legata alla responsabilità penali in caso di incidenti sul lavoro, il ministro ha specificato che «quest'aspetto non è competenza delle Regioni», ma ha anche ribadito che, «al di là del dato formale», su questo punto saranno apportati dei correttivi. La norma «verrà riscritta. A noi interessa risolvere questo punto - ha detto - perché sia certo il contenuto e le finalità » di questa misura.
Dopo il parere negativo espresso dalla Conferenza delle Regioni, il governo «deve rivedere le sue posizioni» dice, in una nota, la Cgil. «La Conferenza ha infatti espresso il suo dissenso su punti di merito nodali del progetto di revisione elaborato dal governo- fa notare il sindacato - punti su cui anche altri, tra cui autorevoli giuristi, hanno espresso le loro motivate critiche». E' auspicabile, dunque, secondo la Cgil, «che il governo non si chiuda sulle sue posizioni e riconosca le ragioni di merito su cui si fondano le critiche e le contrarietà al provvedimento».
Fonte: L'Unità

Il maggio agrodolce dei sindacati

Non sarà un primo maggio come gli altri. In Francia come in Germania, negli Stati Uniti come in Italia. Il maggio 2009 si aprirà all’insegna della disoccupazione, della distruzione dei posti di lavoro, della cassa integrazione, della rivolta contro i manager, della partecipazione azionaria dei lavoratori.
Il maggio che verrà sarà diverso per i lavoratori francesi ricompattati dietro l’appello alla lutte ouvrière del leader della Cgt, Xavier Mathieu, che giustifica il ricorso alle maniere forti. Sarà un primo maggio diverso, ma non per questo meno teso, in Germania dove però la cultura sindacale è differente, scandita dal sistema della cogestione.
Così come negli Usa dove gli operai entrano nell’azionariato delle case automobilistiche di Detroit.
Sarà un primo maggio diverso anche in Italia. Non solo perché sarà la prima festa dei lavoratori dopo la firma separata dell’accordo sulla riforma del modello contrattuale. Non tanto perché l’unità sindacale non appare ormai come un obiettivo a portata di mano proprio in un momento in ... cui i lavoratori avrebbero bisogno di sindacati uniti. Non certo perché le ultime dichiarazioni del leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che ha puntato il dito contro la Fiom colpevole di scatenare una jihad sindacale, hanno urtato la Cgil tutta.
Sarà un primo maggio diverso perché in Italia la crisi sta mordendo i lavoratori e, al di là delle dichiarazioni d’intenti, la mancanza di una rigorosa politica dei redditi si sta facendo sentire.
Bonanni ha ieri gettato benzina sul fuoco sostenendo che «la Cgil continua ad alimentare la guerra con falsi referendum e inutili mobilitazioni», ma non c’è dubbio che quelle stesse confederazioni così divise ai vertici, appaiono più unite di quel che si possa pensare sia a livello di categoria che all’interno delle diverse fabbriche. Insomma, Cgil- Cisl-Uil non unite solo per il primo maggio a l’Aquila o a Roma per il tradizionale concerto.
Per Giorgio Santini, segretario confederale Cisl, «il primo maggio fa parte di un saldo patrimonio di valori del sindacato confederale italiano dove lavoro, crisi e solidarietà rappresentano il minimo comun denominatore».
Per Santini però, nel merito, le differenze sono compatibili: «Prova ne è la piattaforma unitaria presentata dagli alimentaristi per il rinnovo del contratto che – spiega ancora – accoglie molti elementi del nuovo modello contrattuale a partire dalla scadenza triennale. E piattaforme unitarie si stanno preparando per altre categorie. Credo che il tempo e la dinamica della contrattazione chiarirà molti equivoci ». In Cgil, tuttavia, non hanno gradito le parole di Bonanni al punto che la Fiom ha chiesto di disdire tutte le iniziative con Cisl tranne l’Aquila. Per Agostino Megale, segretario confederale di Corso Italia, «la divisione sindacale non fa bene né ai lavoratori né al sindacato ed è per questa ragione che continuo a non capire la logica di chi procede per insulti. La ricostruzione dell’unità sindacale è un bene talmente prezioso che richiede il rispetto dei diversi punti di vista». Megale parla di “amarezza“ e “delusione” per le parole di Bonanni «perché dal segretario generale della Cisl mi attenderei più fatti per la ricostruzione unitaria e meno polemiche». Eppure Megale sottolinea come il primo maggio è unitario così come le tante iniziative a livello locale e regionale di azione comune. Per il futuro il segretario confederale auspica che dopo il primo maggio si possa annunciare un’intesa unitaria sulla rappresentanza e la rappresentatività. L’atteggiamento della triade di fronte a grandi aziende come Alitalia o come Fiat è unitario. Nel primo caso i confederali preparano un pacchetto di 48 ore di sciopero per protestare contro le violazioni reiterate dell’accordo di palazzo Chigi, nel secondo valutano tutti con attenzione la trattativa con Chrysler pur nutrendo le stesse preoccupazioni per gli stabilimenti italiani.

Intercettazioni, la card è esaurita

Con la dietrologia non si va lontano, d’accordo. Eppure la tentazione a qualcuno prende la mano. Perché il fatto che si sia dovuti arrivare al classico aut aut mettendo a repentaglio, già da oggi, indagini delicate su mafia e terrorismo (ma non solo), non si può liquidare come una normale trattativa tra parti private per riuscire a “tirare sul prezzo” delle intercettazioni. Gli attori di questa contrattazione sono infatti lo stato – il ministero della giustizia – da una parte; e l’Iliia dall’altra, l’associazione che riunisce più di 50 delle 120 aziende che svolgono il servizio di assistenza tecnica alle intercettazioni telefoniche, video e ambientali per conto dell’autorità giudiziaria. E che vanta un credito, nei confronti di via Arenula, di 450 milioni di euro accumulato dal 2003. Non avendo ricevuto alcuna risposta alle sollecitazioni di risanare “il buco”, l’Iliia ha paventato da oggi lo stop alle nuove richieste di intercettazioni, e tra dieci giorni anche per quelle già in corso.
Una nota del ministero della giustizia fa sapere che oggi riceverà i rappresentanti di queste aziende creditrici ma che l’incontro era stato già fissato «lo scorso 24 aprile», e non certo ... quindi per l’ultimatum. Bene, anzi male.
Perché si è dovuti arrivare a questo punto? Ormai è da più di un anno che il problema dei costi è all’attenzione del governo tant’è che proprio sulle «insostenibili sperequazioni» nei costi tra i diversi uffici giudiziari ha fondato buona parte della campagna contro questo fondamentale strumento di indagine agitando un’improbabile riforma che ha l’unico scopo di azzerarle. Quello che il ministro Alfano butterà solo oggi sul tavolo della trattativa con l’Iliia come «stanziamento di fondi straordinari» ottenuti da Tremonti, per il responsabile giustizia del Pd, Tenaglia, in realtà sono «soldi già spesi che il governo dovrebbe solo sbloccare anche introducendo misure di razionalizzazione come il centro unico di intercettazione». A cosa è dovuto questo immobilismo? Se il problema di abbattere i costi, dopo anni e anni di deregulation, esiste – e certo esiste – come mai non si è dato seguito alle indicazioni che persino l’associazione nazionale magistrati ha suggerito per accorpare i centri di ascolto? Ce ne sarebbe abbastanza insomma per dare credito a qualche (legittimo) sospetto che non crede ai problemi burocratici e alla «volontà di risparmiare» per giustificare questo ritardo.
Con una maggioranza alle prese con il nodo scorsoio della Lega, un disegno di legge come quello sulle intercettazioni è sempre a rischio (e non solo di rinvio). Ma certo non crediamo possibili, su tali temi, nessuna scorciatoia. Vero?

I conti del G8 (e dell’Aquila) non tornano

Più passano i giorni e più è chiaro che il G8 all’Aquila è un azzardo. Un azzardo calcolato, un rischio tattico, quasi un bluff. Europa, fin dall’annuncio e un po’ isolata, non si è unita alla grancassa dei giornali che celebrava l’ennesima trovata di genio del nostro premier. Fin dall’inizio abbiamo sospettato che il G8 possa trasformarsi in una passerella tra le macerie, in un’inutile contemplazione delle rovine. Noi, naturalmente, speriamo che in luglio vada tutto bene. Speriamo soprattutto che la gente dell’Aquila si ritrovi più compresa che offesa. Ma ogni giorno si scopre qualcosa di nuovo, un dubbio dopo l’altro.
Per esempio è ormai chiaro che: 1. la decisione di trasferire il summit è una conseguenza del ritardo dei lavori alla Madd a l e n a .
Q u i n d i s t i a m o parlando di una trovata figlia della necessità, non del genio, e di costose duplicazioni non di risparmi; 2. i responsabili della sicurezza non possono garantire l’incolumità ... dei Grandi nei trasferimenti tra Roma e L’Aquila.
Il corteo, quindi, non si muoverà sull’autostrada ed è escluso lo spostamento in elicottero. I capi di stato e di governo saranno probabilmente costretti a dormire alla caserma di Coppito, che dovrà essere attrezzata a tempo di record; 3. i lavori del G8 si terranno a Roma, non all’Aquila, dove sarebbe impossibile far arrivare e lavorare 30mila persone, tra addetti agli staff e sherpa. Ma la Capitale sarà in ogni caso blindata per evitare la contestazione che la prenderà di mira e che già si sta organizzando.
Berlusconi ha messo le mani avanti e annunciato un G8 sobrio, dimesso, intonato al contesto che lo ospiterà. Intanto il decreto sui fondi per l’Aquila è ancora insufficiente, ambiguo, parla di coperture finanziarie entro il 2032 e non chiarisce le competenze di enti locali e governo centrale.
Oggi tutto è pronto solo per la photo opportunity finale che dovrà consacrare l’evento, il prossimo 10 luglio. Silvio non farà le corna. Gli abitanti dell’Abruzzo non si accontenteranno di così poco.

Sorpresa, il Pd comincia a discutere di linea politica

Comunque vada, sarà congresso. Ovviamente il risultato del 7 giugno sarà determinante innanzi tutto per capire se il progetto-Pd resta in campo oppure no: è in fondo questa, la non piccola posta in gioco delle europee. Però la previsione generale è che, sì, dalle urne uscirà un partito magari ammaccato ma vivo: e le aspettative (o gli auspici?) che si raccolgono fra i democrats dicono di un risultato in grado di porre il partito al riparo da implosioni irreversibili.
Poiché la sensazione è che tutto questo sia stato in qualche modo introiettato, si spiega la rinnovata attitudine, inattesa, a disegnare abbozzi di strategia futura. Dopo diverso tempo si riparla di idee.
Dunque, il congresso. «Vero», ha chiesto D’Alema, tornato pienamente in campo nel dibattito interno (se mai se ne fosse allontanato). Congresso a ottobre, come prevede lo statuto. Ma non si farà per semplice ossequio ad una norma statutaria ma per la ragione ben più significativa che ... dopo le dimissioni di Veltroni si convenne di sospendere il dibattito su strategia, programma, alleanze, fisionomia del partito.
Sospensione che è bene abbia un termine. A partire dalla scelta del leader.
Qui c’è un primo problema: è possibile che si modifichi lo statuto laddove si prescrive la coincidenza di leader e candidato premier. La scadenza delle politiche non è vicina – dicono i fautori di questa tesi – e per adesso la necessità è di eleggere (con le primarie) un segretario del partito, si vedrà in un secondo momento se sarà egli o un altro a correre per palazzo Chigi. Sul punto ci sarà certamente una discussione forte.
Dopodiché sarà inevitabile confrontarsi su nomi e relative piattaforme politiche.
Come si sa, in campo c’è da tempo Pierluigi Bersani, sponsorizzato dall’area di Red e forte di rapporti importanti con pezzi di establishment, personalità di rilievo, componenti del partito: quella che sta prendendo corpo è una vision di stampo neo-socialdemocratica ma di tipo nuovo in grado di valorizzare «l’autonomia del Pd» e della sua cultura politica in chiave chiaramente alternativa agli influssi “liberali” propri dell’area rutelliana e anche di grumi importanti del lingottismo veltroniano.
L’obiettivo politico di quest’area è costruire una credibile alternativa di governo di cui il Pd sia «fulcro» (D’Alema), un campo di forze distinte e fra loro solidali per un’azione di governo riformatrice. La riforma elettorale in senso tedesco è il corollario istituzionale di questa linea. Un “campo di forze” da ridefinire: e nulla è scontato. È un’ispirazione molto dissimile dal vecchio Ulivo? Caso mai si tratta di un ulivismo riadattato alle mutate condizioni politiche, certamente lontano da quella sorta di “intergruppi” che era diventata l’Unione di Prodi.
La domanda di tutti è se Dario Franceschini scenderà in campo per la segreteria anch’egli: «Non rispondo più a questa domanda », ha detto ieri. Impossibile fare previsioni, tranne quella che in ogni caso Franceschini sarà un grande protagonista della discussione congressuale. In questa fase gode dell’appoggio di tutte le componenti e si è anzi rafforzato il sostegno dell’area di Fassino (che con Marini viene annoverato fra i fautori dello slittamento del congresso).
Nell’ultimo numero di Italianieuropei il segretario del Pd scrive che «il partito nuovo deve semplicemente mettere a punto il suo modello organizzativo traendo il meglio dalle esperienze precedenti, contaminandosi con altre forme di impegno politico e sociale. È necessario mettere in campo un’alleanza per la democrazia che dia corpo, forza e sostanza ad una alternativa alla deriva in atto nel nostro sistema politico». Questa «alleanza per la democrazia», argine e potenziale alternativa al berlusconismo, può essere letta come il superamento della “vocazione maggioritaria”? Un concetto valorizzato da Goffredo Bettini, la cui ultima uscita pubblica è stata interpretata come un avvicinamento a Bersani smentito però dal diretto interessato. Non è ancora chiaro come si posizioneranno i vari pezzi del gruppo veltroniano, comunque non più considerabile come una corrente ossificata.
Un fedelissimo dell’ex leader come Walter Verini ribadisce il fatto che il Pd in quanto tale deve essere capace di parlare ai moderati del paese senza delegare il compito ad altri: il contrario della linea dell’intesa fra la sinistra e il centro magari col trattino.
Ancora difficilmente scrutabile il futuro dell’area di Rutelli che molti danno in forte avvicinamento all’Udc ma che in realtà attende di capire quale piega prenderà la discussione interna. Lo stesso dicasi per Enrico Letta, per il quale il partito di Casini è interlocutore imprescindibile andando però «oltre» gli schemi delle vecchie alleanze politiche.
L’ex capo della Margherita si sta distinguendo con forza sul referendum del 21 giugno: il sì di Berlusconi? «Come volevasi dimostrare». Col sì – è il suo pensiero – «si consegna l’Italia al populismo di destra». Trasparente la bocciatura della scelta di Franceschini e condivisa dalla direzione, un sì per la riforma. Ed è una distinzione che probabilmente promette tempo brutto.

L'inflazione tra Galbraith e fantascienza

John Galbraith diceva che come le guerre sono troppo importanti per essere lasciate ai generali, così una crisi economica è troppo importante per essere lasciata agli economisti. Mai come in questo caos primigenio è stato così vero. Lasciamo stare tutti i soloni incapaci di prevedere il virus che, incubando nei mutui subprime, ha devastato prima i mercati finanziari, poi le economie reali del pianeta. Lasciamo che a prendersela con chi non ha capito la natura anomala di questa crisi siano adesso i governi, a loro volta così solerti a vivere di rendita alimentando a loro volta la cultura del debito. Ora, insieme al dibattito tra ottimisti e pessimisti, sta diventando insopportabile il rilancio del cosiddetto «rischio inflazione». Siamo tutti d' accordo: il carovita è il peggiore dei mali. Ma ormai siamo alla schizofrenia. Da mesi, giustamente, ci hanno avvertito che il mondo stava entrando nel tunnel della deflazione. Crollo dei prezzi del petrolio, tracollo dei consumi. Peggio della Grande Depressione. E dunque costo del denaro ribassato dovunque, a tassi negativi negli Stati Uniti e prossimi allo zero in Europa. Poi, dalla sera alla mattina, inizia a montare un allarme ... contrario. Attenzione, può riesplodere l' inflazione! Martin Feldstein, tre giorni fa, ha lanciato un monito a Obama: è vero che per la prima volta da 55 anni l' America ha mostrato segni di deflazione, ma questa è dovuta a un fattore ciclico che non si ripeterà, cioè la caduta del 30% dei prezzi delle materie prime. In realtà l' esplosione del deficit Usa evoca lo spettro di un' inflazione galoppante in arrivo. Tutto giusto. Ma se gli economisti ci dessero un attimo di tregua, a questo punto, non sarebbe male. In caso contrario ci toccherà credere a quella vecchia storiella del tizio che entra in libreria e chiede: avete qualcosa sull' economia? Il commesso risponde: sì, laggiù, dopo la fantascienza.

Influenza messicana

Come già accadde per l' Aids, nel suo piccolo anche la febbre suina suscita l' eccitazione dei fanatici religiosi, ai quali non pare vero, in ogni disgrazia umana, di potere riconoscere la venerabile crudeltà del loro Dio. Di "punizione divina contro gli occidentali blasfemi", in quanto mangiatori di prosciutti, si discetta su qualche sito islamista: l' umile e pio maiale, che tanto bene e tanta prosperità ha regalato per secoli a miliardi di umani, viene gioiosamente ricollocato nella sua dimensione di bestia impura, e crepi chi lo mangia e lo alleva disobbedendo al Corano. Meno cruenta ma persino più ridicola l' esternazione del viceministro israeliano alla sanità (alla sanità!!), l' ultraortodosso Litzman, che come sostanziale profilassi chiede di non intitolare al porco impuro una così rilevante sindrome, e di chiamarla piuttosto "influenza messicana". Si ignora se i messicani si prestino a rimpiazzare il porco in un così delicato ruolo, ma se fossi il presidente di quel Paese richiamerei il mio ambasciatore in Israele finché il signor Litzman non sia destinato ad altro incarico. Per concludere. Una delle prove dell' inesistenza di Dio, perlomeno del Dio pedante e cattivo invocato in questi casi, sta nel fatto che alcuni dei suoi seguaci in terra non vengano folgorati all' istante ogni volta che dicono una cazzata.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Bonus anziani, il Pd ci riprova in extremis

A tre giorni dalla scadenza del bando, il Pd torna all’attacco del bonus anziani. «Fanno proclami altisonanti sul sostegno a chi ha fatto Brescia, in realtà lo tolgono a 1.500 anziani che lo avevano già», dice il capogruppo Emilio Del Bono, che ieri insieme ai consiglieri Fabio Capra e Valter Muchetti ha chiesto all’assessore ai Servizi sociali Giorgio Maione di rivedere i criteri e appostare un altro milione di euro in bilancio per cancellare gli ingiustamente esclusi.
In città ci sono 44 mila ultra65enni e 23 mila con più di 75 anni, e «non saranno più di 2.500 ad avere il bonus», ricorda Del Bono. Dunque, «niente proclami». In ogni caso, sono due i rilievi che il Pd muove alla Giunta. In primo luogo il bonus esclude quasi mille pensionati sociali con reddito sotto i 460 euro mensili, che per 18 anni hanno avuto un contributo sia pure esiguo dal Comune. Per la Giunta Paroli sono persone che già usufruiscono dei servizi sociali, quindi non hanno diritto al bonus riservato agli over 75 con pensione da lavoro. Ma «se si rivolgono ai Servizi è perché ne hanno bisogno - sottolinea Capra -, e poi anche molti pensionati che avranno il bonus chiedono quei servizi».
In secondo luogo «si esclude pure chi ha una pensione da lavoro - sottolinea Del Bono -. Per effetto dei 75 anni non possono fruire del bonus le donne con più di 60 anni e gli uomini di ... oltre 65». A conti fatti, il diritto viene «negato» a 143 uomini e ben 360 donne (il sindacato lo segnalerà alla commissione Pari opportunità) che «hanno costruito Brescia come gli altri». Sommati ai mille con pensione sociale, si arriva a 1.500 esclusi: «Prima tutti ottenevano qualcosa, ora non avranno più nulla».
IL NUMERO NON sarebbe neanche astronomico, e per i consiglieri Pd un milione di euro in più in tre anni, da aggiungere agli 8,4 stanziati per lo stesso periodo, sarebbe sufficiente. Ma il 30 aprile il bando scade, e con ogni probabilità le cose resteranno così. «Abbiamo atteso che l’incontro dei sindacati dei pensionati con i capigruppo desse i suoi frutti - dice Del Bono -, tuttavia non c’è stato alcun cambiamento».
I sindacati confermano. Con una nota precisano come «il mancato incontro preventivo abbia aggravato le condizioni di tanti anziani» e avanzano la richiesta di rivedere i criteri per includere i 1.500 nella fascia del bonus da 600 euro (la più ridotta, le altre sono da 840 euro fino a 9 milioni di reddito Isee e 1.200 fino a 5,7 milioni, ndr.), onde rimediare a un «grave problema sociale per la città». Spi-Cigil, Fnp-Cisl e Uilp ora si trovano con tanti anziani che si rivolgono ai patronati per ottenere un contributo che hanno sempre avuto, e «devono dir loro che non ne hanno più diritto», sottolinea Capra.
Il Pd aveva presentato diversi emendamenti, respinti o non diventati esecutivi, come il tener conto delle condizioni di salute. Tra i tanti, la richiesta di abbassare da 10 a 5 gli anni il requisito della residenza in città. «Non è stato accettato e restano fuori 80 stranieri - osserva Capra -, ma anche molti bresciani usciti dalla città e poi rientrati seguendo i figli». Un’altra «ingiustizia» nascosta nel bando.

Solidarietà di "Reporters sans frontières" alla giornalista in carcere in Iran: «Smetta il digiuno, lo facciamo noi»

Domenica scorsa era il suo trentaduesimo compleanno. Roxana Saberi lo ha trascorso nel carcere di Evin, a Teheran, dove è rinchiusa da quasi tre mesi. Non ha toccato cibo, ha detto il padre Reza, 68 anni, na­to in Iran, trasferitosi negli Sta­ti Uniti e tornato a Teheran per starle vicino. Beve solo acqua zuccherata per tenersi in vita.
La giornalista irano-america­na è stata condannata il 18 apri­le a 8 anni di carcere per spio­naggio in favore degli Stati Uni­ti in un processo a porte chiuse a Teheran. Le prove contro di lei non sono state rese note. L’avvocato ha fatto ricorso e at­tende che la magistratura fissi la data del processo d’appello, nel quale anche Shirin Ebadi do­vrebbe difenderla. Intanto Ro­xana avrebbe iniziato uno scio­pero della fame: oggi è il nono giorno. I genitori e il fidanzato temono per la sua vita. La magi­stratura iraniana nega: «propa­ganda », «non sta digiunando». Gli Stati Uniti, che chiedono la liberazione della giornalista de­finendo le accuse infondate, hanno rinnovato ieri la preoccu­pazione «per la sue condizioni mentali e fisiche». E l’organizza­zione Reporters Sans Fron­tières, che si batte per la libertà di stampa, ha lanciato uno scio­pero della fame simbolico.
Lunedì, giorno delle visite a Evin, Reza e la moglie giappone­se Akiko hanno trovato la ... figlia «debolissima e pallida», ha det­to il padre: «Riusciva a malape­na a stare in piedi», avrebbe perso quasi 5 chili. Il padre ha cercato di convincerla a mangia­re. «Ma continuerà lo sciopero della fame finché non sarà libe­rata». Al fidanzato, il noto regi­sta curdo iraniano Bahman Ghobadi, 40 anni, è stato impe­dito di vederla. Domenica «è stato il giorno peggiore della mia vita — dice al Corriere —. Tutto il giorno sono rimasto se­duto davanti alla finestra. Da lì riesco a vedere la prigione di Evin a nord ovest. L’anno scor­so eravamo insieme, felici». Si sono conosciuti un anno e mez­zo fa. Nel 2007 andarono insie­me al festival di San Sebastián, dove l’anno prima lui fu premia­to per Mezza Luna, bandito in Iran. Dal 31 gennaio, quando fu arrestata, l'ha vista una volta, dopo la sentenza. La portavano in prigione: «È stato solo per un secondo. Era in macchina, le sono corso dietro gridando il suo nome. Lei mi ha guardato». Il capo di Reporters Sans Frontières (Rsf) Jean-François Julliard e altri tre membri del­l'organizzazione hanno deciso di prendere simbolicamente «il posto di Roxana». Giubbotti rossi, cartelli con la sua foto, si sono seduti sul marciapiedi di fronte alla compagnia Iran Air sugli Champs-Elysées di Parigi. Una decina di persone hanno manifestato con loro ieri sotto la pioggia. Riprenderanno oggi. «Ognuno di noi si asterrà dal mangiare per 48 ore — dice Jul­liard —. Vogliamo lanciarle un messaggio: sospenda lo sciope­ro della fame. Faremo noi pres­sione per il suo rilascio». La pro­testa potrebbe continuare fino al 3 maggio, giornata mondiale per la libertà di stampa. Ha ade­rito la sede di Bruxelles e forse si uniranno quelle in Germa­nia, Spagna, Usa, Canada. «Ma speriamo che, prima d’allora, lei smetta lo sciopero della fa­me e venga fissata una data per l’appello».
«Potrebbe essere fissato en­tro i prossimi 10 giorni — dice Ghobadi —. Sono ottimista. Spero che il verdetto cambi». Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha chiesto al ca­po della magistratura, l’ayatol­lah Shahroudi, che i diritti alla difesa di Roxana vengano ga­rantiti. Shahroudi ha promesso «un processo veloce ed equo». Segnali positivi. D’altra parte, però, il ministro degli Esteri ira­niano ha invitato «i Paesi stra­nieri » a non interferire: Saberi, nata in Usa, ha doppia naziona­­lità, ma Teheran l’ha processata come iraniana.
Bahman e Roxana dovevano andare a Cannes a maggio per presentare il suo film Nessuno sa nulla sui gatti persiani, sulla musica underground iraniana, di cui lei è co-sceneggiatrice. «Non andrò mai da solo — dice lui —. Ma sono certo che ci an­dremo insieme. E sono pronto a lasciare l’Iran con Roxana. An­dremo a stare a Berlino, negli Stati Uniti o in Canada».

Europee, le liste del Pdl E rispunta anche Mastella

Berlusconi capolista in tutte le circoscrizioni. Ignazio La Russa, unico ministro candidato. Confermata quasi al completo la squadra degli europarlamentari. Ancora nomi dello spettacolo come Iva Zanicchi e Barbara Matera, unica "sopravvissuta" tra le showgirls di cui si vociferava la candidatura. E nella circoscrizione Sud, ecco spuntare il leader dell'Udeur Clemente Mastella.
Il compito di rendere note le liste per le Europee tocca ai tre coordinatori del Pdl: Denis Verdini, Sandro Bondi e lo stesso La Russa. Sullo sfondo la polemica sulle veline e la reprimenda pubblica di Veronica Lario al premier. "Da tempo si è scatenata una campagna mediatica fondata sul nulla, farcita di falsità palesi. E' stato detto che noi volevamo fare liste bloccate ed ora si sono fatte polemiche sull'inserimento delle cosiddette veline. E' tutto falso" sottolinea Bondi.
E' Verdini che fotografa le liste: "Il 40% sono donne. Su 72 candidati, 33 hanno tra i 25 e i 50 ... anni. Abbiamo dovuto dire tantissimi no ma abbiamo lavorato bene".
Nord Ovest. Dietro Berlusconi e La Russa, il Pdl piazza nomi storici di An come Cristiana Muscardini o come l'ex sindaco di Milano Gabriele Albertini. Ed ancora europarlamentari in carica come Vito Bonsignore. Al decimo posto c'è Maristella Cipriani, poi la giovanissima Lara Comi classe '83. Al 17esimo posto ecco Laura Ravetto, responsabile del settore nazionale propaganda del Pdl. Chiude la lista Iva Zanicchi, da San Remo a Strasburgo.
Nord Est. Alle spalle di Berlusconi ecco nomi noti come l'ex attrice Elisabetta Gardini e il parlamentare europeo uscente Sergio Berlato (ex An). Si presenterà anche Michela Biancofiore, deputata alla seconda legislatura ed ex coordinatrice azzurra nell'Alto Adige.
Centro. Al centro il Pdl punta, tra gli altri, su Roberta Angelilli (ex An) e sul primo firmatario della proposta che vuole equiparare partigiani e repubblichini, Lucio Barani.
Sud. Dietro Berlusconi si piazza Salvatore Tatarella di An. Settima posizione per Clemente Mastella che dopo un lungo "purgatorio" politico torna in campo. Ma nel campo avverso rispetto al passato. Ed ancora Raffaele Baldassarre, Giuseppe Gargani e Franco Malvano. In pista c'è pure Giacomo Mancini, classe 1972 al sesto posto. In lista anche Erminia Mazzoni, ex parlamentare dell'Udc ora entrata nella direzione del Popolo della Libertà. Al 12esimo posto figura l'imprenditrice Paola Pelino.
Isole. Nelle Isole figura anche Antonino Strano, che nel maggio del 2008 venne condannato a due anni e due mesi di reclusione per abuso d'ufficio insieme al sindaco Scapagnini. Gli altri sono sono Maddalena Calia, Michele Cimino, Salvatore Iacolino, Giovanni La Via detto Lavia, Francesca Masci, Sebastiano Sanzarello.
Rotondi: "Taccio in polemica". "Sono deluso ma tacerò per non disturbare la campagna elettorale del partito, alla cui fondazione ho contribuito e nel quale non mi è stato permesso di indicare un solo candidato. Naturalmente sosterrò il PdL e darò la preferenza a Silvio Berlusconi, ma solo in quanto mio testimone di nozze" dice il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Gianfranco Rotondi.
Fonte: Repubblica

Cattolico e laico? E' possibile

In Germania il partito che si ispira ai valori cristiani ha la maggioranza relativa, ed esprime il cancelliere Angela Merkel. Ma è miseramente naufragato, nel Land di Berlino, il referendum di ispirazione confessionale (appoggiato anche dalla Merkel) che intendeva rendere obbligatoria l' ora di religione nelle scuole. Molti elettori della Cdu non sono andati votare, altri hanno votato "no", e dunque i fautori del catechismo scolastico si sono rivelati una stretta minoranza. Ne deriva una lezione che riguarda anche noi italiani: buona parte dell' elettorato cattolico d' Occidente è molto più laico di tanti ideologi delle "radici cristiane", e non è disposto a seguirli quando si tratti di spendere in politica valori così delicatamente privati. Il peso delle gerarchie e la presenza del Vaticano, ovviamente, rendono più visibile e più ingombrante lo spirito di restaurazione. Ma anche da noi non è affatto scontato che la maggioranza dei cattolici sia disposta a farsi massa di manovra per gli obiettivi dei vescovi. I laici (non credenti e credenti) dovrebbero farsi un po' di coraggio, smetterla di sentirsi esuli in patriae fidarsi delle proprie ragioni. Nel caso Englaro i sondaggi davano perdenti le posizioni belluine del "partito della vita". Almeno ogni tanto i sondaggi possono anche servire a migliorare l' umore.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Pd: congedo obbligatorio anche per i padri

Proprio nel giorno della polemica sulle candidate-veline che il Pdl potrebbe presentare per le Europee, il Pd lancia una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che mira a favorire l'ingresso delle donne nel mondo del lavoro e che prevede un «congedo obbligatorio» anche per i neopadri. L'iniziativa e il testo della proposta sono stati illustrati dal segretario Franceschini e dalla responsabile per le pari opportunità Vittoria Franco. La senatrice ha sottolineato come i livelli di occupazione femminile, in Italia, siano lontani dagli standard europei: solo il 46,6%, con un crollo al 31% al Sud. «Se lavorassero tante donne quanti uomini, il Pil del Paese sarebbe del 17,5% superiore» osserva Franco. La proposta del Pd interviene sui due ostacoli principali, «tempo e maternità», puntando a politiche di conciliazione, ma anche di condivisione del lavoro di cura tra donne e uomini.
DETRAZIONE IRPEF - La proposta di legge introduce una detrazione Irpef alle madri lavoratrici, dipendenti, autonome o parasubordinate che varia a secondo del reddito e del ... numero dei figli. Inoltre è previsto un incentivo ai datori di lavoro a concedere la trasformazione, reversibile e su base volontaria, del rapporto di lavoro in part-time. Un capitolo riguarda gli incentivi alle imprese che assumono donne over 35 che riprendono il lavoro dopo un periodo dedicato ai figli (il cosiddetto 'retravail'). Nel Sud si potenzia il credito di imposta, previsto dalla finanziaria Prodi del 2007. Per quanto riguarda le politiche di sostegno alla conciliazione tra lavoro fuori casa e quello in casa, il Pd punta sul potenziamento dei congedi parentali. La proposta più innovativa a tal riguardo è un «congedo di paternità obbligatorio» anche per i padri: «indichiamo un periodo simbolico di 10 giorni», spiega Vittoria Franco.
FINANZIAMENTO ASILI NIDO - Alle famiglie vengono riconosciute detrazioni fiscali per le spese sostenute per l'assistenza dei figli minori o dei familiari non autosufficienti(baby-sitter o badanti). Analogamente a quanto avviene in Germania nascono le figure delle assistenti di maternità, cioè personale specializzato che aiuta le madri in casa nella cura dei piccoli fino all'accesso all'asilo nido. Il Pd rilancia poi una sua vecchia battaglia, con il rifinanziamento del Fondo nazionale per gli asili nido in modo da raggiungere gli obiettivi di Lisbona fissati dalla Ue (copertura del servizio di asili almeno per il 25% della richiesta). Per favorire poi l'uguaglianza di genere nel mondo del lavoro la proposta di legge dispone che nei Cda a controllo pubblico siedano un terzo di donne.
Fonte: Corriere.it

Referendum, la Lega in allarme «Preoccupati dal sì del premier»

L'annuncio a sorpresa di Berlusconi («Sul referendum voterò sì») scuote la maggioranza già alle prese con il nodo candidature per le Europee. È la Lega, il partito che per stessa ammissione del premier sarebbe il più penalizzato in caso di esito positivo della scadenza referendaria, a far scattare l'allarme rosso. Nelle parole del ministro dell'Interno Maroni c'è timore misto a rabbia. «Mi ha sorpreso Berlusconi e mi preoccupa perché è una presa di posizione che noi non condividiamo e che cercheremo di fargli correggere» avverte Maroni. Il ministro leghista invita il Pd a «correggere l'errore» che ha compiuto sostenendolo a sua volta e «lanciando così la volata a Berlusconi». Quindi chiosa: «Se il referendum raggiungesse il quorum e vincesse il sì sarebbe inevitabile trarre le conseguenze di una così forte spinta popolare».
PD ALL'ATTACCO - Dario Franceschini prova invece a seminare zizzania. L'affondo del leader Pd è diretto: «Berlusconi più che masochista è surrealista perché vuole abrogare una legge che hanno fatto lui e la sua maggioranza. Nessun problema per noi, visto che Berlusconi tutti i ... giorni si sta impegnando ad umiliare la Lega, bocciando le ronde, le norme sui Cie e ora dicendo sì al referendum». Ma Franceschini dai microfoni di Radio Tre invita anche il premier a dare «una risposta politica e non formale» all'invito a garantire una modifica della Costituzione con il consenso dell'opposizione. «Gli italiani- ribadisce Franceschini- non vogliono svegliarsi l'8 di giugno con un padrone assoluto. Le regole vanno cambiate insieme. Se Berlusconi scegliesse ancora una volta la modifica a maggioranza» della Costituzione «andrà a sbattere contro un muro perché nel referendum confermativo gli italiani gli diranno di no».
SEGNI ESULTA- Soddisfazione per la posizione di Berlusconi viene ovviamente espressa da Mario Segni, coordinatore del Comitato referendario: «In una politica caratterizzata dalle ambiguità il sì di Berlusconi è un atto di chiarezza che gli fa onore. Il sì ha un grande valore: è un passo decisivo verso lo smantellamento di una legge infausta che ha ridotto il parlamento a una assemblea di nominati». Il Pdl si fa sentire con la voce di Daniele Capezzone, secondo il quale «Berlusconi interpreta il desiderio di semplificazione e di chiarezza degli elettori italiani». Per Capezzone «la politica ha già fatto molto, alle elezioni del 2008, per accelerare il consolidamento di un quadro politico più simile a quello dei Paesi dell'Occidente avanzato (e nel 2008, appunto, il 70% degli elettori ha votato per i due partiti maggiori, cioè il Pdl e il Pd); oggi, con il referendum, gli italiani potranno fare, se lo vorranno, un ulteriore passo in quella positiva».

Franceschini: «Ignora le donne vere»

«Devo ricorrere alla saggezza popolare dei proverbi: tra moglie e marito non mettere il dito. E qui mi fermo. È una questione che non mi pare possa diventare oggetto di commmento politico». Il segretario del Pd Dario Franceschiniintervenuto alla trasmissione Faccia a faccia su Radio Tre, non commenta le parole di Veronica Lario, seconda moglie di Silvio Berlusconi, sull'uso delle donne in politica e la composizione delle liste del Pdl per le Europee.
«NON CONOSCE DONNE VERE» - Ma poi approfitta di una conferenza stampa per la presentazione di un disegno di legge sul lavoro femminile per lanciare lo strale: Berlusconi, con il suo stile di vita da «miliardario», ignora le donne italiane così come sono nella realtà. Franceschini attacca l'annuncio del premier di fare la campagna elettorale con le candidate-veline e ironizza sulle critiche ai candidati del Pd, definiti ... «vecchi arnesi della politica»: «È nervoso - dice il segretario del Pd - e questo è comprensibile; è meglio non farlo innervosire ancora di più. Berlusconi ha in mente un'Italia che non c'è. Cosa ne sa un miliardario, che viaggia in aereo tra una villa e l'altra, delle donne italiane, della fatica che fanno sul lavoro? Lui ha in mente un mondo di lustrini, veline e denaro, ben diverso dall'Italia vera».
«ITALIANI BUGGERATI» - Parlando delle elezioni europee, Franceschini prevede che gli italiani saranno «buggerati» da Berlusconi e dagli altri leader politici che si candideranno per poi dimettersi «un minuto dopo il voto». Il leader del Pd dunque non si candida «per serietà». «Mi interessa il punto di vista degli elettori e non degli opinionisti. È una questione di serietà. L'Italia deve smettere di ricorrere sempre alle furbizie. Negli altri Paesi europei nessun capo di governo o leader politico chiede il voto agli elettori sapendo di doversi dimettere un minuto dopo per ragioni di incompatibilità».
REFERENDUM: «UMILIA LA LEGA» - Franceschini ha parlato anche del referendum elettorale del 21 giugno, sul quale Berlusconi ha dichiarato che voterà sì: «Il sì di Berlusconi umilia la Lega nord». «Quando un uomo politico si ritiene talmente potente da poter fare tutto perde i freni e comincia a diventare un problema serio - ha aggiunto parlando del possibile tentativo di Berlusconi di procedere a maggioranza alle riforme costituzionali -. Le regole vanno cambiate insieme. Se Berlusconi scegliesse ancora una volta la modifica a maggioranza andrà a sbattere contro un muro perché nel referendum confermativo gli italiani gli diranno di no per la seconda volta».
ALESSANDRA MUSSOLINI - Le stesse parole di Franceschini sulla vicenda Veronica-Silvio sono state usate anche dalla deputata del Pdl, Alessandra Mussolini: «Meglio che non commenti perché tra moglie e marito, come recita il proverbio, è meglio non mettere il dito. Da tutta questa vicenda le donne italiane ne escono male, anzi malissimo». Nunzia De Girolamo, parlamentare del Pdl che non sarà candidata alle europee dopo che molte voci la davano in lista: «Non entro nelle questioni familiari e personali del presidente del Consiglio, perché la vita personale va sempre rispettata».

Lo strappo politico della first lady "Mio marito come Napoleone"

Uno sfregio familiare. La risposta è un attacco politico. Come due anni fa, quando, dopo i complimenti di Berlusconi alla Carfagna ("Se non fossi sposato, ti sposerei"), Veronica scrisse a Repubblica spiegando che lei non voleva essere la metà di niente.
Anche questa volta le sue parole all'Ansa sembrano concordate con i figli, soprattutto là dove, commentando la partecipazione del presidente del Consiglio alla festa di compleanno di una ragazza napoletana, Veronica Lario manifesta uno stupore che è una stilettata: "Che cosa ne penso? La cosa ha sorpreso molto anche me, anche perché non è mai venuto a nessun diciottesimo compleanno dei suoi figli pur essendo stato invitato".
Non pronuncia le parole "mio marito". Mai. Una scelta precisa dietro alla quale c'è una nuova rottura. Una bufera davvero inattesa. "Mi spiace che Veltroni si sia dimesso. Mi sembra che il centrosinistra non ci sia più", mi aveva detto un mese fa a Macherio Veronica Lario. Poi aveva aggiunto: "Mio marito insegue lo spirito di Napoleone, non ... quello del dittatore. Il vero pericolo è che in questo paese la dittatura arrivi dopo di lui, se muore la politica come temo stia succedendo". Voleva dire che il Cavaliere stava correndo su una strada senza ostacoli. Senza opposizione. Che il suo obiettivo era il Quirinale. Scherzando le avevo fatto notare che la paura più grande del premier poteva essere ancora lei. Lei e l'effetto Veronica. "Le cose vanno un po' meglio - aveva risposto - Io faccio soltanto la nonna, seguo Alessandro, il bimbo di Barbara e devo riconoscere che anche mio marito si è innamorato di lui. Trascorre ore a farlo giocare, spesso anche da solo".
Aveva ribadito che le voci di divorzio erano infondate, ripetendo ciò che aveva spiegato un anno prima: "Potrei dire che ci sto pensando da dieci anni e che sono lenta a prendere le decisioni. Non avere compiuto questo passo ha dato risultati molto positivi per i miei figli. Ora sono serena, non ho pensieri di questo tipo. Voglio stare fuori da tutto e non fare nessun tipo di dichiarazioni". Aveva preferito parlare della crisi, dei contrasti tra Tremonti e Draghi sugli interventi anti-recessione ("Chi sbaglia dovrà dimettersi, credo"), dell'azione del governo che non la convinceva fino in fondo. Delle polemiche sul testamento biologico: "La tecnica oggi ci impone dubbi più grandi di noi". Della lotta di Beppino Englaro: "È stato linciato. Non doveva essere permessa una cosa del genere".
Insomma, era serena. Fino a ieri sera. A farla scattare sono state le critiche sulle liste elettorali del centrodestra per le europee avanzate dalla Fondazione "Fare futuro" e l'articolo di questo giornale sulla notte napoletana del premier. Veronica è scesa in campo, trasferendo la dignità sua e dei suoi figli dentro il teatro della politica. Come in quel giorno di fine gennaio di due anni fa. Quarantotto righe che fecero il giro del mondo: "Con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto a un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito. Ho affrontato gli inevitabili contrasti e i momenti più dolorosi che un lungo rapporto coniugale comporta con rispetto e discrezione. Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili".
Una festa, una donna. Mara Carfagna. Veronica Lario continuava così: "Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l'età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito e all'uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente". E ancora: "Ho sempre considerato le conseguenze che le mie eventuali prese di posizione avrebbero potuto generare a carico di mio marito nella sue dimensione extra familiare e le ricadute che avrebbero potuto esserci sui miei figli.
Questa linea di condotta incontra un unico limite, la mia dignità di donna che deve costituire anche un esempio per i propri figli, diverso in ragione della loro età e del loro sesso. Oggi nei confronti delle mie figlie femmine, ormai adulte, l'esempio di donna capace di tutelare la propria dignità nei rapporti con gli uomini assume un'importanza particolarmente pregnante, almeno quanto l'esempio di madre capace di amore materno che mi dicono rappresento per loro".

mercoledì 29 aprile 2009

Castel Volturno, via il sindaco anticamorra "Lasciato solo, ora i clan brinderanno"

Getta la spugna il sindaco di Castel Volturno, terra di frontiera e roccaforte della camorra più spietata. Francesco Nuzzo, magistrato, pm in servizio alla procura di Brescia, abbandona, logorato dalla solitudine di fronte ai rischi patiti nella lotta ai clan, e dai "litigi continui" nella maggioranza di centrosinistra, costituita da Pd e due liste civiche che lo sostenevano. La coalizione si è sfaldata proprio alla vigilia dell'approvazione di tre fondamentali provvedimenti: il piano urbanistico territoriale, il piano per il commercio e il piano spiaggia. "Provvedimenti" ha detto Nuzzo, "che la città attende da decenni, e ora mi vengono a chiedere posti per figli, mogli e mariti".
Le "dimissioni sono irrevocabili" fa sapere Nuzzo, "e non penso di continuare l'attività politica". Aggiunge: "Sono profondamente amareggiato, adesso la camorra potrà stappare bottiglie di champagne. Continuerò in altre forme il mio impegno civile" dice il ... sindaco dimissionario che annuncia un libro-dossier: "Sarà un atto d'accusa".
Il magistrato prestato alla politica se ne va sbattendo la porta. Era stato eletto nell'aprile 2005 alla testa di una maggioranza composta da Ds, Margherita e due liste civiche. Anni difficili alla guida del Comune del litorale domiziano, territorio strategico per gli affari dei Casalesi e assediato da un'emergenza sociale: a fronte di 20 mila abitanti, vivono circa 15 mila immigrati, per lo più irregolari tra i quali è infiltrata la mafia nigeriana che controlla prostituzione e traffico di droga. La tensione è scoppiata nel settembre dell'anno scorso in una mattanza di cui rimasero vittime sei immigrati del Ghana.
"Mi hanno lasciato quasi sempre solo nei momenti difficili di questi anni". Nuzzo fa intendere che ai suoi danni c'è stata una congiura ordita con la complicità della sua stessa maggioranza. "Ho solo un rammarico. Ed è per i cittadini di Castel Volturno che mi hanno onorato della loro fiducia. Non ho mai confuso la funzione esercitata con interessi personali". Nuzzo ha ricevuto la telefonata dal governatore Bassolino e incassato la solidarietà di Claudio Fava. Fra venti giorni l'arrivo del commissario prefettizio.

Niente sanità, scuola, lavoro e pensione. Guerra della Lega ai senza fissa dimora

Sono quelli che a Roma abitano in via Modesta Valenti, a Bologna in via Senzatetto, a Foggia in via della Casa comunale, a Firenze in via Libero Leandro Lastrucci. Sullo stradario, però, casa loro non la trovate. Perchè una casa non ce l'hanno. Sono i senza fissa dimora, quelli a cui ora la Lega vuole togliere perfino il loro tetto finto.
Nell'articolo 42 del pacchetto sicurezza che mercoledì arriverà all'esame della Camera, c'è infatti una nuova norma per ottenere la residenza in un Comune: «L’iscrizione e la richiesta di variazione anagrafica – si legge – sono subordinate alla verifica, da parte dei competenti uffici comunali, delle condizioni igienico-sanitarie dell’immobile in cui il richiedente intende fissare la propria residenza, ai sensi delle vigenti norme sanitarie».
Insomma, senza casa non esisti. Nel buco nero degli invisibili, così, non ci finirebbero solo gli immigrati per cui la norma è stata studiata ad hoc, ma anche i senza fissa dimora, gli emarginati, i poveri assoluti: due milioni e mezzo di persone, come ha certificato l'Istat, incapaci «di acquisire i beni e i servizi, necessari a ... raggiungere uno standard di vita “minimo accettabile” nel contesto di appartenenza». Probabilmente, casa compresa.
Ma nemmeno quattro mura basterebbero a placare la crociata leghista contro i poveri cristi. La casa, infatti, dovrebbe rispondere a determinati standard qualitativi. Per capirci, basti pensare che il certificato di abitabilità negli edifici italiani è obbligatorio solo dal 1934: tutte le abitazioni realizzate prima e mai ristrutturate sarebbero probabilmente prive di quei requisiti igienico-sanitari che il Comune dovrebbe verificare per concedere la residenza. Inoltre, un rapporto Istat relativo al 2005 fotografa un Paese dove una casa fatta come si deve per molti è ancora un miraggio: lo 0,7% delle famiglie non possiede il gabinetto interno all'abitazione, l'1,2% non ha una vasca da bagno o una doccia, l'1,3% non ha l'acqua calda. E ancora: il 17,5% di famiglie in affitto ed il 9,7% di famiglie in abitazione di proprietà vive in strutture danneggiate, il 25,2% di famiglie in locazione e il 18% di famiglie in abitazioni di proprietà è afflitto da consistenti problemi di umidità, mentre il 16,6% di famiglie in locazione ed 8,6% di famiglie in abitazione di proprietà vive in case scarsamente illuminate. Che la Lega voglia togliere la residenza anche a loro?
Non si tratta di una semplice formalità. La Fio.Psd, Federazione italiana degli organismi per i senza fissa dimora, ricorda che la residenza anagrafica è «cruciale nel determinare la possibilità o l'impossibilità di consentire percorsi di inclusione sociale». Senza iscrizione all'anagrafe, infatti, non si ha accesso al sistema sanitario nazionale, a parte per le cure di pronto soccorso, non si ha diritto di voto, non si ha accesso alle misure di protezione sociale, non si può avere la patente di guida, non si possono sottoscrivere contratti (anche un semplice affitto), non si può ricevere la pensione, non ci si può iscrivere alle liste di collocamento.
Chi ha scritto questi articoli del decreto è convinto che si risolverà tutto grazie ad un «apposito registro nazionale delle persone che non hanno fissa dimora» istituito presso il Ministero dell’Interno. Peccato che le vie fittizie siano state create apposta per dare diritti a chi effettivamente vive in quel Comune. La "centralizzazione" della residenza prevista dal decreto avrebbe così «effetti imprevedibili sulla praticabilità all'accesso dei diritti ed ai servizi della maggior parte delle persone coinvolte». In pratica, a quale Asl potrebbero rivolgersi? In che ufficio di collocamento potrebbero iscriversi? Dove gli spedirebbero la pensione?
Dodici anni fa, l'allora ministro dell'Interno Giorgio Napolitano chiedeva rassicurazioni sulla gestione dell'anagrafe, ricordando che «l’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente dei cittadini italiani non è sottoposta ad alcuna condizione». Qualsiasi tipo di impedimento all'iscrizione, scriveva ancora Napolitano, «è in contrasto con il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Carta costituzionale e con successivo art. 16 che prevede la libertà di movimento e, quindi, di stabilimento su tutto il territorio nazionale».
Perfino la residenza è diventato un diritto per cui lottare. Lo sanno bene i promotori della campagna Residente della Republica, che chiedono ai parlamentari di stralciare gli articoli 42 e 50 dal disegno di legge. La Rete europea contro la povertà, a cui partecipano i ministri delle Politiche sociali di 27 paesi membri, ha stabilito che nel 2009 la questione dei senza-tetto dovrà essere una delle priorità dell'Ue, in vista dell'appuntamento del 2010, anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Difficile sconfiggerle se agli esclusi non viene riconosciuta nemmeno la dignità di cittadino.

Veronica Lario: «L'uso delle donne per le Europee? Ciarpame senza pudore»

«Ciarpame senza pudore». Così, Veronica Lario definisce, in una dichiarazione all'Ansa, l'uso delle candidature delle donne che a suo avviso si sta facendo per le elezioni europee. La signora Berlusconi ha deciso di mettere per iscritto in una mail - in risposta ad alcune domande sul dibattito aperto dall'articolo pubblicato lunedì dalla Fondazione Farefuturo - il suo stato d'animo di fronte a ciò che hanno scritto martedì i giornali sulle possibili candidate del Pdl alle europee. «Voglio che sia chiaro - spiega - che io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla e ci fa soffrire».
LA DONNA IN POLITICA - Alla domanda su cosa pensa del ruolo delle donne in politica, alla luce delle polemiche di queste ore, Veronica Lario risponde che «per fortuna è da tempo che c'è un futuro al femminile sia nell'imprenditoria che nella politica e questa è una realtà globale. C'è stata la Thatcher e oggi abbiamo la Merkel, giusto per citare alcune donne, per potere dire che esiste una carriera politica ... al femminile». «In Italia - aggiunge la moglie del presidente del Consiglio - la storia va da Nilde Jotti e prosegue con la Prestigiacomo. Le donne oggi sono e possono essere più belle; e che ci siano belle donne anche nella politica non è un merito nè un demerito. Ma quello che emerge oggi attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, e che è ancora più grave, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte e questo va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti».
DIVERTIMENTO DELL'IMPERATORE - «Qualcuno - osserva Veronica Lario - ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell'imperatore. Condivido, quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere». La signora Berlusconi prende anche l'iniziativa di parlare della notizia, pubblicata martedì da la Repubblica, secondo cui il premier sarebbe stato domenica notte in una discoteca di Napoli a una festa di compleanno d'una ragazza di 18 anni: «Che cosa ne penso? La cosa ha sorpreso molto anche me, anche perchè non è mai venuto a nessun diciottesimo dei suoi figli pur essendo stato invitato».
Fonte: Corriere.it

Penalisti contro la 'salva manager' "E' da cancellare non da riscrivere"

"Qui non si tratta di riscrivere una norma, bisogna cancellarla". Contro la norma "salva manager" contenuta nel decreto correttivo al Testo unico sulla sicurezza del lavoro del governo, non usa mezzi termini il professor Giorgio Marinucci, ordinario di diritto penale all'Università statale di Milano. In particolare, bersaglio degli attacchi più duri è l'articolo 10 bis, che già si è attirato una valanga di critiche, a cominciare dal presidente Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato, insieme al presidente della Camera, Gianfranco Fini, non aveva risparmiato strali proprio contro quella norma, duramente osteggiata anche dalla Fiom, perché sospettata di portare all'assoluzione dei dirigenti della ThyssenKrupp.
Il professor Marinucci con una settantina di colleghi "professori di diritto penale e di altre discipline giuridiche", ha sottoscritto un appello a Napolitano per puntare il dito contro una norma che "esonera da responsabilità i soggetti (datore di lavoro e dirigenti) che rivestono ... posizioni apicali nell'impresa: non sarebbero più obbligati - dicono i firmatari del documento - ad impedire eventi lesivi o mortali nei luoghi di lavoro quando a concausare gli eventi siano condotte colpose di altri soggetti".
"Spogliando i soggetti che rivestono posizioni al vertice dell'impresa del loro indiscusso ruolo di garanti della vita e dell'incolumità fisica dei lavoratori", affermano i giuristi, "si apporta una profonda deroga alla disciplina generale della responsabilità omissiva, disciplinata dall'art. 40 comma 2 del codice penale, stabilendo che nei reati commessi mediante violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni ed all'igiene sul lavoro i vertici dell'impresa non sono più responsabili, quando l'evento morte o lesioni personali "sia imputabile" al fatto colposo del preposto, dei progettisti, dei fabbricanti, dei fornitori, degli installatori, del medico competente o del lavoratore".
Il timore è che venga meno il dovere di controllo da parte dei vertici delle aziende. Dunque, per i giuristi, quell'articolo non può essere riscritto, perché "finisce per creare una eccezione ad un principio del codice penale", sottolinea Marinucci, che porta come esempio la figura del direttore di giornale "che deve fare in modo di impedire reati a mezzo stampa", o il bagnino in piscina "che è garante della vita delle persone nella struttura". E nessuna legge può stabilire una deroga al principio del controllo.
I professori che hanno sottoscritto l'appello, ravvedono poi anche altri profili di illegittimità costituzionale. "In primo luogo per contrasto con l'articolo 76 della Costituzione, dal momento che la legge delega non faceva alcun riferimento ad una tale forma di limitazione di responsabilità per datori di lavoro e dirigenti, con conseguente eccesso di delega da parte del governo", poi verrebbero anche violati gli obblighi comunitari, limitando "l'esclusione della responsabilità del datore di lavoro alle sole ipotesi di intervento di fattori eccezionali ed imprevedibili". Infine per aver "irragionevolmente dato la prevalenza agli interessi del datore di lavoro rispetto a quelli dei lavoratori in un quadro costituzionale nel quale l'iniziativa economica è libera, a condizione però che non si svolga 'in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana'", così come recita l'articolo 41 della Costituzione.
A poco sono valse anche le rassicurazioni del ministro del Welfare. Maurizio Sacconi, impegnato anche oggi pomeriggio in una riunione sull'argomento davanti alla Commissione d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro. Sacconi si è detto pronto a riscrivere il testo "affinché ne sia chiara la finalità" e per definire "con certezza qual è l'ambito dell'eventuale concorso di colpa dell'imprenditore rispetto ad una responsabilità che si è rivelata prevalente nei sottoposti, dal direttore di stabilimento al preposto alla sicurezza fino anche allo stesso lavoratore".
Ma il professor Marinucci e i suoi colleghi, ricordano che "la progettata modifica normativa si applicherebbe non solo per il futuro, ma anche per il passato", ossia ai processi in corso, compresi quelli alla Thyssen e alla Eternit, "trattandosi di una disciplina più favorevole". Insomma si tratta di una norma che non può essere 'riscritta', ma che va completamente cancellata.

Roxana Saberi: una riflessione doverosa

La detenzione della giovane reporter Roxana Saberi nel carcere di Teheran con l' accusa di "spionaggio" è il classico autogol di un regime troppo sicuro di sé. Sull' onda della vicenda di Roxana emerge la truce verità: i detenuti politici, in Iran, sono decine di migliaia, quasi tutti ragazzi, studenti, adolescenti che non vogliono vivere sotto la cappa del fanatismo religioso. I giornali intervistano rifugiati politici e esuli, emergono torture fisiche e psicologiche da giunta cilena o argentina, emerge la ferocia classica delle dittature aggravata, se possibile, dallo scontro frontale tra l' arcaismo ottuso della teocrazia e gli istinti tipici della modernità: vestirsi come si vuole, pensare quello che si preferisce, vivere come ciascuno ritiene giusto. Sorprende (non favorevolmente) pensare che il mondo democratico, negli ultimi anni, ha speso la totalità delle sue pressioni politiche su Teheran per la questione del nucleare, quasi omettendo di battersi contro l'oppressione delle persone fisiche, la persecuzione metodica di molte migliaia di giovani persiani. Il nucleare è certamente un problema delicatissimo, ma appartiene al campo della lotta di potere tra gli Stati. La tortura, il carcere, la censura, mietono vittime adesso, stroncano vite adesso. Speriamo che il nome di Roxana Saberi rimanga nei titoli di giornale almeno quanto l' uranio arricchito.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Abbiamo vissuto l’Europa

Il tour de force europeo della scuola politica targata Pd si è concluso ieri a Venezia. Tra i saluti e le promesse di reincontrarsi in futuro, è già tempo di bilanci. Per quanto riguarda la formazione politica e i relativi corsi, “nomadismo” e tempi stretti non sono stati d’aiuto. Verso la fine del viaggio, infatti, la stanchezza ha cominciato a farsi sentire e tra gli ingorghi negli stretti corridoi del treno e la confusione, i volenterosi studenti non sempre sono riusciti a raggiungere il vagone delle lezioni. In questo senso, infatti, un scuola stanziale sarebbe sicuramente una scelta migliore.
Il viaggiare in sé, invece, ha favorito i rapporti umani, gli incontri e gli scambi. Dopo una notte passata in treno a parlare di politica o raggiungere l’università Humbolt, prima del tutto sconosciuta, ha creato legami che, nella tranquillità di Cortona, per esempio, non sarebbero mai nati.
Parigi, Berlino, Praga e Venezia , le tappe del nostro viaggio, ci hanno offerto molto.
L’Europa che abbiamo conosciuta è moderna, accogliente, organizzata.
Con questo viaggio e grazie a ciò che ne è scaturito, si è unita la teoria alla pratica. Abbiamo ... studiato l’Europa mentre la osservavamo. Più che studiarla, l’abbiamo vissuta.
Il bilancio finale è, quindi, più che positivo.
È finalmente arrivato il momento di riconoscere al Pd il merito di aver fatto un gran bel lavoro.
Sul treno per l’Europa, però, noi giovani protagonisti, non eravamo soli. Oltre a professori, esperti, politici e giornalisti, viaggiavano con noi anche degli “invisibili”. Una sera, infatti, ci siamo intrufolati dietro le quinte e tra un caffè e l’altro il personale che lavorava a bordo del treno ci ha rivelato il suo punto di vista. Tra le tante chiacchiere, sono emerse considerazioni che dovrebbero far riflettere. Luca ha cominciato a lavorare da tre anni e ora ne ha 25. A chiamarlo per lavorare sul treno è stata una compagnia ferroviaria internazionale, che è stata interpellata a sua volta dal Pd. A quanto pare il lavoro che fa non lo soddisfa perché, ci dice, se potesse farebbe un’altra cosa, quella per cui ha studiato.
«Ho tentato di aprire una palestra – dice – ma per questioni economiche non sono riuscito a mettermi in proprio. Ora sto cercando un’altra possibilità all’estero».
Capo, il più anziano, ci dice che non sa da cosa sia nata l’idea del treno per l’Europa e si chiede se si tratti solo di una manovra pubblicitaria, «per vincere la campagna elettorale». Luca e Capo, sono saliti a Torino e sono scesi a Venezia, affrontando tutto il viaggio insieme a noi.
Dalla loro parole, sembra che l’Europa non conti poi così tanto. Non capiscono perché sia nata, ma sanno che si voterà a giugno.
A tal riguardo, curiosamente, chiedo cosa pensano del Pd e se sarebbero disposti a votarlo in futuro. La risposta è per noi deludente. Luca, infatti, vota a destra. La sua mentalità, dice, è fascista perché «l’Italia fa schifo ed io voto la Lega». Il fatto che sia su un treno “di centrosinistra” non rappresenta una scelta incoerente: «Il lavoro è lavoro». Capo, invece, forse a causa della maturità, è più cauto e razionale. Dopo aver ammesso di non capire nulla di politica, ci dice che anche se votasse, il suo voto non cambierebbe nulla. «Questi fanno quello che vogliono e ci mangiano solo loro mentre noi, povero popolo, non prendiamo nulla. Io da solo non conto niente.
In Italia, il singolo ti fa una testa così, si lamenta e protesta, ma poi quando c’è da fare sono tutti una massa di caproni. Se vado a votare, voto quello che dice il mio papà. Lui vota la democrazia... o una cosa simile, lui dice vota questo ed io voto questo. Io voto da 12 anni e faccio come dice il mio papà».
Infine, prima di lasciarli finalmente lavorare in pace, corriamo il rischio e domandiamo di dare un giudizio sui giovani del Pd, che hanno incontrato durante il viaggio. Luca, esplicito come sempre, ci accusa di menefreghismo e di essere figli di papà, incapaci di portare rispetto per il lavoro altrui. Capo, meno arrabbiato, ci difende e se la prende con i ferrovieri, quegli 89mila lavoratori dipendenti di Trenitalia che vanno in giro con le Mercedes CLC e pagano solo la prenotazione e non la cuccetta, per loro e per le loro famiglie. «Nonostante tutte queste agevolazioni – continua Capo – continuano a lamentarsi».
Sul treno, quindi, non tutti la pensano allo stesso modo e alcuni non sapevano né cosa fosse l’Europa, né perché fosse necessaria. Con questo quadro, alla fine del nostro viaggio torniamo verso casa più forti, padroni di noi stessi e con un’idea precisa di quello che questa scuola di formazione voleva trasmetterci. Ora, cari dirigenti democratici, tocca a voi tirare le vostre conclusioni.

La geografia delle nuove povertà

Quanti sono i poveri in Italia? Come so­no cambiati? Esiste correlazione tra po­vertà e disuguaglianza? Che cosa fa lo Stato per contrastare la povertà? Gli economi­sti mettono le mani avanti: «Dipende da qual è la soglia di consumi al di sotto della quale si viene considerati poveri». E hanno ragio­ne. Già Carlo Cattaneo, nel 1839, scriveva sul Politecnico: «Un selvaggio si sdraja in una spelonca, va nudo alle intemperie, si nutre di ogni schifezza. Ma in seno alla civiltà, in mez­zo a campagne ridenti e città sfarzose e liete, il povero deve avere un tetto, qualche suppel­­lettile, un po’ di foco, un po’ di lume; e per essere accolto fra’ suoi simili alle opere della vita, deve mostrarsi vestito com’essi... Ora, il punto che divide questi gradi d’infortunio, varia per ogni paese, per ogni tempo, per ogni persona».
La povertà ha i volti e le storie di uomini e donne che religiosi come padre Clemente Meriggi incontrano nell’emergenza. Dal con­vento dell’Angelicum, a metà strada tra la Stazione Centrale e il centro di Milano, i fra­ti francescani e 400 volontari procurano ci­bo, letti, vestiti, cure ambulatoriali, docce, ma anche assistenza ... psicologica, corsi di lin­gue, impegno all’integrazione sociale. Rac­conta padre Clemente: «Il nostro refettorio dà 1.200 pasti caldi gratuiti al giorno, più al­tri 250 portati a domicilio degli anziani sen­za mezzi e non autosufficienti e altrettanti nelle nostre altre case in città. Bussano alla nostra porta gli extracomunitari in difficol­tà ma anche un numero crescente di italia­ni, alcune centinaia: clochard, certo, ma an­che e soprattutto anziani soli, ammalati mentali, schiavi dell’alcol, ex carcerati, ex tossici e infine persone che hanno perso il lavoro o la famiglia». Separati come nuovi indigenti? «Ne vengono a decine: hanno la­sciato la casa, passano gran parte del salario alla moglie e ai figli, non hanno più abba­stanza per vivere. Si rifugiano da noi un pa­io di mesi, talvolta anche sei mesi, e intanto cercano un reddito integrativo e un po’ di fiducia in sé stessi».
I fratelli di San Francesco, la casa della Ca­rità di don Colmegna, la Caritas nelle parroc­chie affrontano l’emergenza degli ultimi. So­no tanti, ma in rapporto agli abitanti di Mila­no o ai 60 milioni di italiani (ogni città ha i suoi padri Clemente) possono sembrare po­chi. Ma se dagli ultimi passiamo ai penulti­mi, che stanno male anch’essi, allora i nu­meri impongono una scelta politica: basta la carità cristiana, ed eroica, del volontaria­to, sostenuto da una modestissima spesa pubblica, o si deve impegnare di più il bilan­cio dello Stato?
Si è poveri solo in assoluto e si è poveri anche relativamente ad altri che stanno me­glio. Povere in assoluto sono le persone che consumano beni e servizi per un valore men­sile inferiore alla cosiddetta soglia della po­vertà. Fino al 2003 questa soglia veniva calco­lata dall’Istat sulla base di medie nazionali. Da quest’anno la misurazione riprende in modo più sofisticato calcolando la soglia per 38 tipologie familiari differenziate per nume­ro di componenti e fasce d’età e riclassificate per aree metropolitane, grandi comuni e pic­coli centri nel Nord, nel Centro, nel Mezzo­giorno. A dati 2007, la spesa minima mensile di un single tra i 18 e i 59 anni per non essere considerato povero in assoluto è di 724 euro nell’area metropolitana del Nord, la più cara, e di 487 euro nel piccolo comune del Sud, il più a buon mercato. Per una famiglia di tre persone, stesse zone, stessa fascia d’età, si va da 1.248 euro a 910. Il povero metropolitano (dati 2005) destina 317 euro all’affitto, 44 al riscaldamento, 177 al cibo e 137 al resto che non comprende auto, motorino, vacanze, ca­none tv, sanità privata, pc, cinema e nemme­no un fiore, nemmeno, insomma, l’equiva­lente della tazza di tè e della possibilità per la madre di occuparsi dei figlioli, i due «lussi» che Alfred Marshall considerava indispensa­bili al contadino o all’operaio inglese del 1890. Ebbene, nel 2007 le famiglie povere in assoluto erano 975 mila e in esse vivevano 2 milioni e 427 mila italiani.
Se consideriamo la povertà relativa, la pla­tea si allarga. Il punto di riferimento del­­l’Istat è la media nazionale dei consumi di una famiglia di due persone che poi viene ri­dotta o aumentata a seconda delle altre tipo­logie familiari. Ebbene, sempre a dati 2007, il consumo di questo nucleo è pari a 1.973 eu­ro, e per l’Istat è in stato di povertà relativa la famiglia di due individui che consumi meno della metà di quella somma, ovvero meno di 986 euro. In base a tale criterio le famiglie po­vere erano 2 milioni e 653 mila per ben 7 mi­lioni e 542 mila individui. I poveri assoluti sono il 4,1% della popolazione, i relativi il 12,8% e questi rappresentano un quarto della popolazione nel Mezzogiorno, il 5,9% al Nord e il 7,2% nel Centro.
Rispetto alla storica inchiesta sulla mise­ria fatta dalla commissione parlamentare pre­sieduta da Ezio Vigorelli (Psdi), vicepresiden­te Ludovico Montini (Dc, fratello di Paolo VI), c’è un passo avanti. Nel 1951-52 il 7,5% delle famiglie non consumava mai né carne, né vino, né zucchero, il 4,7% viveva in 4 per stanza, il 2,8% in grotte e baracche. Le fami­glie misere erano un milione e 357 mila, il doppio di oggi. Su scala mondiale, il numero delle persone povere in assoluto, pur aumen­tando, cala in relazione al totale della popola­zione, mentre aumenta la distanza tra poveri e ricchi. E qui si torna alla povertà relativa.
Povertà assoluta e povertà relativa sono concetti ambivalenti. Come ha messo in evi­denza Andrea Brandolini, economista della Banca d’Italia, la Slovacchia ha una percen­tuale di persone a basso reddito in relazione al reddito medio del paese inferiore al Regno Unito (a parità di potere d'acquisto, meno del 4% contro l'11%), ma il reddito medio è scarso e dunque c'è una ben poco consolante uguaglianza. Certo, il povero americano è un ricco rispetto ai poveri dei paesi poveri. Ma negli Stati Uniti, la percentuale delle persone povere in assoluto è scesa dal 22% del 1960 al 13% dei giorni precrisi mentre la soglia della povertà assoluta per una famiglia di 4 perso­ne è crollata dal 48% al 28% del reddito me­diano, che è quello di quanti si collocano al gradino di mezzo nella scala dei redditi ed è di solito inferiore al reddito medio.
La povertà, insomma, ha tanti gradi. I due che invece di consumare per 986 euro consu­massero, poniamo, per 1.100 potrebbero defi­nirsi benestanti? Del resto, le statistiche van­no approfondite. Nel 2005, le famiglie italia­ne hanno percepito un reddito medio annuo di 27.736 euro, diciamo 2.311 euro al mese. Ma oltre il 60% delle medesime vive con cifre assai più basse. Immaginando di dividere il totale delle famiglie per due, scopriremo che la metà dei nuclei familiari vive con meno di 1.872 euro al mese. E dentro questo universo è tra operai e impiegati, ai quali è andata una quota decrescente del valore aggiunto gene­rato dalle imprese, che aumenta la povertà.
Vi è dunque un nesso tra povertà e disu­guaglianza dei redditi e tra queste e la preca­rietà del lavoro. L’indice del Gini, che misu­ra il grado di diseguaglianza tra i redditi se­condo una scala da 0 (tutti hanno la stessa quota) a 1 (uno solo ha tutto), dà un quadro eloquente: le regioni con il reddito medio più alto, in particolare quelle settentrionali a statuto speciale e quelle centrali Lazio esclu­so, hanno anche il Gini più basso; le grandi regioni meridionali hanno meno reddito e il Gini più alto. E dunque il contrasto della po­vertà e della disuguaglianza non può non coinvolgere lo Stato.
L’Italia è un paese con 12,7 persone su 100 a basso reddito relativo, una percentua­le tra le più alte nei paesi sviluppati. Secon­do il Luxembourg Income Study, tra i paesi sviluppati più disuguali di noi ci sono il Por­togallo, la Spagna, la Grecia, l’Irlanda e gli Usa, con il 17%; siamo lontanissimi non solo dai paesi scandinavi che viaggiano tra il 5,4 e il 6,8% ma anche da Francia e Germania che stanno sull’8,3%. L’economia sommersa può mitigare un po’ il quadro, non certo gli aiuti pubblici contro la disoccupazione e l’esclusione sociale, per l’alloggio e le fami­glie, che sono pari ad appena l’1,7% del pro­dotto interno lordo, la quota più bassa della Ue, Lituania esclusa. Gli effetti si vedono. Se­condo l’Osce, le persone a rischio di povertà relativa prima dei citati trasferimenti sociali sono il 28% in Svezia, il 26% in Francia e il 24% in Italia; i trasferimenti le riducono al­l’ 11% in Svezia, al 13 in Francia e solo al 20% in Italia. E non è con le pensioni che si com­pensa. Anzi. L’economista Luigi Campiglio, prorettore dell’Università Cattolica di Mila­no e garante del Fondo diocesano per fami­glia e lavoro, avverte: «Le pensioni aiutano, ma la destinazione è casuale: sono una lotte­ria sociale. La verità è che lo Stato spende poco e spende male. E questo è il problema. Etico ed economico».

La Lega porta a casa l’accordo

Dopo aver incassato una serie di frustrazioni (come nel caso dei 144 clandestini soccorsi dalla nave turca Pinar, quando Maroni ha dovuto cedere di fronte ai rimpalli di Malta e alla possibilità di una catastrofe umanitaria) sulla sicurezza la Lega ora tiene il punto. E pretende l’accordo politico con gli alleati, anche se nel Pdl – aennini, ma anche forzisti – non si placa il malumore per il partito che agitando il cattivismo punta a erodere consensi a Nord ad europee e amministrative.
È da quando l’opposizione, con il contributo di un bel pezzo della maggioranza, ha affossato a Montecitorio il prolungamento a sei mesi della permanenza nei Centri di identificazione ed espulsione che la Lega chiede una restitutio al Pdl. Tanto più che nella stessa sede – il voto sul decreto antistupri – Maroni ha dovuto cedere sulle ronde e stralciarle dal provvedimento. E infatti, dopo giorni di discussioni e di vertici di maggioranza, sabato è tornato a battere sullo stesso tasto dalle colonne del Corriere della sera.
Da cui il ministro dell’interno ha accusato i «buonisti» fra i suoi alleati che si sono resi «complici dell’opposizione» e ha messo sul tavolo i termini della trattativa: via la norma che ... elimina il divieto di denuncia dei clandestini da parte dei medici in cambio del via libera alle ronde e all’estensione a sei mesi del trattenimento nei Cie.
Cose da farsi subito, con ricaduta immediata sul disegno di legge che da oggi si esamina nelle commissioni affari costituzionali e giustizia della camera e che arriverà in aula a tempi record, forse già entro questa settimana. Una nuova bocciatura, ha detto Maroni, «è impossibile ». E poi «una cosa deve’essere chiara: questa non è una concessione alla Lega», ma un problema del governo. Il forcing fa premio. Alla fine l’accordo politico arriva e si concretizza in una serie di emendamenti che provengono direttamente dalla maggioranza.
O meglio, i relatori Santelli e Sisto presentano un testo che cancella la norma sui medici spia, mentre il governo reintroduce le ronde nella stessa formulazione già stralciata al senato.
Il nodo Cie – bocciato due volte, una dal senato, un’altra dalla camera – viene risolto con una nuova dicitura: in caso di mancata cooperazione al rimpatrio del cittadino da parte del paese d’origine o di ritardi nell’ottenere la documentazione richiesta, il periodo di trattenimento (sessanta giorni) può essere prolungato fino a un massimo di 180 giorni. Sei mesi, appunto. A scanso di equivoci la Lega presenta comunque due emendamenti analoghi e fa sapere che, parole del deputato Gianluca Pini, se il Pdl dovesse votare contro «sarebbe un grosso problema politico ». E così sarebbe, tanto più che è stato direttamente il governo a farsi carico di riproporre i due testi. Un nuovo incidente, come quello capitato alla camera venti giorni fa (85 deputati Pdl assenti e 17 franchi tiratori) potrebbe avere ricadute di peso sulla maggioranza oltre che determinare rilevanti ritorsioni leghiste su un altro provedimento, molto caro a Berlusconi, che a breve sarà discusso in aula alla camera: il disegno di legge sulle intercettazioni.
Nel frattempo, però, è lo stesso Bossi a mostrarsi dubbioso sulla possibilità di portare a casa in fretta il prolungamento del trattenimento nei Cie: «Secondo me in tempi brevi non è possibile, forse nella prossima legislatura». Intanto l’opposizione annuncia battaglia a oltranza: «Utilizzeremo tutti gli strumenti a nostra disposizione per evitare l’approvazione di norme razziste e xenofobe», annuncia Donatella Ferranti, capogruppo del Partito democratico in commissione giustizia. L’annullamento della norma sui medici spia «è un fatto positivo», ma per noi il ddl sicurezza resta inaccettabile».

Arrivano i soldi per il terremoto, dai poveri

All’Abruzzo per ora arriverà un miliardo e 100 milioni. L’anno prossimo 539 milioni. Il resto degli 8 miliardi annunciati arriverà tra il 2011 al 2033, con stanziamenti progressivi (330 milioni nel 20011; 468 l’anno dopo, 500 nel 2013) che a un certo punto decrescono, fino a toccare 2,9 milioni di euro tra 20 anni. Come dire: chi vivrà vedrà. Non è l’unica beffa contenuta nel decreto per la ricostruzione, firmato martedì dal presidente della Repubblica.
Agli stanziamenti, infatti, si provvede con corrispondenti tagli al Fas (fondo aree sottoutilizzate), al bonus famiglia (300 milioni), alla spesa farmaceutica e grazie a nuove entrate garantite da lotterie e slot machines. Insomma, pagano i poveri e il sud. Il ministro Giulio Tremonti si era vantato che non avrebbe messo le mani nelle tasche degli italiani. «Nessuna nuova tassa», aveva declamato rassicurando Confindustria. E visto che c’era ha pensato di mettere le mani nelle tasche (semi-vuote) dei più poveri.
C’è un altro combinato disposto, poi, che rischia di trasformare l’operazione Abruzzo in una vera manovra in favore dei «protetti». Presentando le misure, infatti, Tremonti non ha escluso ... l’eventualità di un’altra sanatoria fiscale: quella sul rientro dei capitali illegalmente esportati. Risorse frutto di riciclaggio, di corruzione e di evasione, «ripulite» con un obolo alleggerito.
È destinato ai più bisognosi, ai nuclei in difficoltà, a chi ha un figlio handicappato a carico, o un anziano. Quello strumento (il primo a considerare il reddito familiare, e non del singolo, e per questo contrabbandato come inizio del quoziente familiare tanto caro alle formazioni cattoliche). Era pensato per una platea di 6,45 milioni di famiglie, che potevano aspirare a un contributo tra i 100 e i mille euro, per una spesa complessiva di quasi due miliardi. Come mai sono «avanzati» 300 milioni? Come mai è bastato un miliardo e 700 milioni invece dei due stimati? Ci sono meno poveri del previsto (anche in tempo di crisi) o hanno sbagliato i calcoli all’inizio? La verità, purtroppo, è un’altra, e somiglia molto alle vicende legate alla social card (ancora i poveri).
Per ottenere quel bonus, infatti, è stato costruito un percorso con tali e tanti ostacoli, che ottenerlo equivale a vincere un terno al lotto. Nel sito www.nelmerito.it l’economista Franco Osculati lo definisce «lunare». Prima di tutto è a richiesta (non automatico). La domanda è a carico del datore di lavoro che «eroga il beneficio, secondo l’ordine di presentazione delle richieste nei limiti del monte ritenute e contributi nel mese di febbraio 2009. - spiega Osculati - Nel caso i sostituti d’imposta non provvedano, per insufficienza di tale "monte", gli interessati potranno ri–presentare istanza entro giugno all’agenzia delle entrate. In aggiunta, a cura dei sostituti, delle domande dovrà rimanere traccia nei modelli 770, dovrà essere data informazione, entro aprile, all’Agenzia delle entrate e dovrà essere conservata copia per tre anni». Una vera gimcana, che dovrebbe essere ancora in corso. ma siccome del bonus non parla più nessuno, si suppone che le richieste termineranno. Senza domande, scompaiono anche i poveri e le emergenze.
Una buona fetta delle risorse da utilizzare subito proviene dai giochi (500 milioni). Anche qui il rischio è che si sfruttino i poveri, di solito dipendenti dal vizio delle scommesse. Il ministero prevede «nuove lotterie ad estrazione istantanea», «ulteriori modalità del gioco del lotto», «l’apertura delle tabaccherie anche nei giorni festivi». Il decreto fa cenno anche all’ipotesi di giochi da attuare nei supermercati. È prevista infatti «l’attivazione di nuovi giochi di sorte legati ai consumi». Ma il grande affare arriverà con le nuove slot machines e con nuove possibilità di poker on line. L’introduzione di macchine di nuova generazione, con il collegamento diretto all’anagrafe, consentirà di incassare per ogni macchinario cambiato una una tantum di 15mila euro: pr attrarre più giocatori, potrebbe abbassarsi la giocata minima a 50 centesimi (oggi è 3 euro) e alzarsi la vincita massima da 10 a 50mila euro.