domenica 31 maggio 2009

La terapia della verità

Serve l'asciutto neorealismo post-moderno di Mario Draghi, per rompere il finto orizzonte di cartapesta sul quale Silvio Berlusconi proietta il suo personale Truman Show, a beneficio di un "pubblico" che si vuole ormai trasformato in "popolo". Dopo la Confindustria di Emma Marcegaglia, tocca ora al governatore della Banca d'Italia il compito di raccontare qualche amara verità a un'opinione pubblica sedata dal prozac della psico-politica governativa.
La prima verità è che l'Italia è un Paese in crisi profonda. Quest'anno il Pil crollerà del 5%. Solo nel semestre ottobre-marzo la caduta è stata pari al 7%. La famosa "ripresa", sbandierata da Palazzo Grazioli, non esiste in nessun luogo. E persino i "recenti segnali di affievolimento" della recessione, secondo Draghi, esistono solo nei "sondaggi d'opinione".
La seconda verità è che tanti, troppi italiani stanno male. Il nostro tasso di povertà relativa è molto superiore alla media di Eurolandia: 20%, contro il 16% della Ue. La flessione della domanda e dei consumi nasce da un cedimento del reddito e dell'occupazione che si acuirà nei prossimi mesi. Due quinti delle imprese con oltre 20 addetti licenzieranno personale. Due milioni di lavoratori temporanei vedranno scadere il loro contratto entro la fine dell'anno.
La terza verità è che la "coperta" del nostro Welfare, con buona pace dei ministri Sacconi e Brunetta che la considerano la migliore del mondo, è corta e piena di buchi. Oltre 1 milione e mezzo di lavoratori, se licenziati, non hanno diritto ad alcun sostegno, e circa 800 mila lavoratori possono contare su un'indennità che non raggiunge i 500 euro al mese. Serve "una ... riforma organica e rigorosa" degli ammortizzatori sociali, e "una misura di sostegno al reddito per i casi non coperti". Non i pannicelli caldi della Cassa integrazione in deroga, o le pezze a colori dei fondi Fas.
La quarta verità è che anche la straordinaria virtù delle imprese del Quarto Capitalismo rischia di non reggere l'urto delle ristrutturazioni. Nelle prospettive sugli investimenti delle imprese manifatturiere permane "un forte pessimismo" per tutto il 2009. E tra le 500 mila piccole aziende con meno di 20 addetti, che danno lavoro a oltre 2 milioni di persone, è spesso "a rischio la stessa sopravvivenza". Purtroppo una Fiat che vince in America, o una Tod's che sbarca in Fifth Avenue, non bastano a fare primavera.
La quinta verità è che una politica economica attendista e rinunciataria ci sta regalando un doppio maleficio: nessuna crescita dell'economia reale, ma nessun risanamento dei conti pubblici. Il governo fa poco per arginare la crisi, ma deficit, debito e spesa primaria corrente continuano a lievitare ugualmente a ritmi vertiginosi. Non è solo l'eredità immane del passato, ma è anche il paradosso italiano del presente. Per questo servono riforme strutturali immediate e "prospettiche", che ci permettano di rafforzare le manovre anti-cicliche oggi in cambio di un sicuro risanamento di bilancio domani. Dalle pensioni alla pubblica amministrazione, dalla scuola alle infrastrutture. C'è l'imbarazzo della scelta, se solo il governo passasse dalla rappresentazione all'azione.
La sesta verità è che il sommerso, eterna risorsa dell'Italietta furba e irresponsbile, non ci tirerà mai più fuori dal gorgo. L'economia irregolare che pesa per il 15% della ricchezza nazionale è un'anomalia insopportabile anche per un Paese di poeti, di santi e di evasori come il nostro. L'occultamento di una parte così alta di basi imponibili accresce ulteriormente l'onere di chi è ligio al dovere, riduce la competitività delle imprese, accresce le iniquità e "disarticola il tessuto sociale". E anche qui, il governo non fa quel che deve. Non è un caso che Draghi segnali il collasso delle entrate tributarie. Un gettito Iva che diminuisce dell'1,5%, anche quando i consumi crescono del 2,3%, vuol dire una cosa sola: l'area dell'evasione fiscale si sta allargando.
Sta tutto qui, nel divario tra verità e finzione, l'abisso analitico e "terapeutico" che separa il governo e il governatore. Per Berlusconi la crisi è un "dato psicologico", virtuale e "percepito". Per curarla, quindi, basta una tambureggiante psico-terapia collettiva, impartita attraverso il verbo suadente del premier o il titolo compiacente di un tg, per attivare nel cervello del cittadino- consumatore- imprenditore-risparmiatore le endorfine di un "positivismo ad ogni costo". Per Bankitalia (come già per Confindustria) la crisi è invece un "fatto economico", reale e vissuto. Per curarla, dunque, servono riforme vere, qui ed ora, che incidano sull'esistenza quotidiana delle persone, delle famiglie, delle imprese. Usa lo straordinario consenso che hai per cambiare e modernizzare questo Paese, era stata la sfida lanciata al Cavaliere dalla Marcegaglia. Draghi, con parole più sfumate, dice esattamente la stessa cosa. È significativo che a convergere su questa "piattaforma" riformista, contrapposta al "format" populista, stavolta ci siano anche i sindacati.
Sarà anche vero - come sostiene Giulio Tremonti in un'irrituale intervista "a orologeria" uscita ieri sul Sole 24 Ore, guarda caso proprio nel giorno delle Considerazioni finali - che la Banca d'Italia è solo "un'autorità tecnica", che la vera e unica "sovranità appartiene al popolo" e che "la responsabilità politica è del governo che ne risponde". Ma resta il fatto che Berlusconi sembra essere rimasto il solo a non capire che il puro galleggiamento, per questo Paese, è inutile. Non ci sarà nessuna quiete, dopo la "tempesta perfetta" che ha travolto noi, e che prima o poi rischia di travolgere anche lui.

Bonus bebè, quinta sconfitta per il Comune

E cinque. In quattro mesi il bonus bebè come concepito dalla giunta Paroli, riservato cioè esclusivamente agli italiani, incassa la quinta sonora bocciatura in sede giudiziaria. Una «discriminazione mediante ritorsione» è l’opinione che il Tribunale del lavoro dà stavolta del secondo provvedimento dell’Amministrazione, del 30 gennaio. Quello che di fatto azzerava il contributo. Il collegio composto da Angelo Tropeano, Ignazio Onni e Giuseppe Magnoli ha confermato l’ordinanza del 12 marzo 2009 con la quale il giudice Gianluca Alessio obbligava a riaprire il bando, respingendo in toto il reclamo della Loggia condannata anche a pagare le spese legali. Non solo, ha sostenuto anche la validità dell’ordinanza del 26 gennaio, ribadendo che il bonus va dato a tutti senza distinzione di nazionalità. Bene avrebbero fatto dunque, si legge tra le righe, i quattro stranieri e l’Asgi a portare avanti fin dalla prima ora la battaglia legale contro le decisioni del Comune.
IL DISPOSITIVO. L’ordinanza respinge punto per punto i dubbi sollevati dall’Amministrazione nel reclamo. Conferma che il giudice del lavoro è l’organo competente a decidere in materia di discriminazione, anche nel caso in cui sia messa in atto dalla pubblica amministrazione. Dopodiché, passa ad esaminare il merito. «La revoca della delibera istitutiva del bonus bebè - scrivono i giudici - ha indubitabilmente creato conseguenze pregiudizievoli sia a carico delle vittime della discriminazione, le quali si sono viste privare del beneficio loro riconosciuto dall’ordinanza del 26 gennaio, sia degli originari beneficiari del bonus». I giudici bollano per ben due volte come «illecita» la finalità con la quale il bonus bebè è stato concepito: supportare la natalità degli italiani. E aggiungono che senza bisogno di ulteriori approfondimenti la delibera azzera - bonus ha «un carattere ritorsivo». «È lo stesso contenuto dell’atto - specificano - a esprimerne chiaramente la causa illecita: evitare in qualsiasi modo che il sostegno economico si estenda anche agli stranieri».
LE REAZIONI. La quinta sconfitta non suscita stupore a palazzo Loggia. Nonostante i giudizi sempre più severi del Tribunale, nonostante le spese legali da rifondere si stiano accumulando, la giunta Paroli continua a tenere la linea dura. L’assessore al Bilancio Fausto Di Mezza è di poche parole. «È una sentenza scontata - dice -. Del resto il giudice del lavoro è lo stesso che ha bocciato il bonus fin dall’inizio. Le nostre valutazioni politiche non cambiano, Ora instaureremo un giudizio di merito al tribunale ordinario. E se necessario andremo fino in Cassazione».
Ma l’avvocato Alberto Guariso, che ha sostenuto la guerra legale per conto dell’Agsi e dei quattro stranieri, avvisa: «Aprire un nuovo procedimento fino all’ultimo grado di giudizio può significare un attesa anche di 6 anni. Nel frattempo quanto deciso dai giudici il 26 gennaio e il 12 marzo va eseguito». La Loggia, proprio perché consapevole dell’esito di quest’ultimo reclamo, ha riaperto i termini per la presentazione delle domande che scadono il 30 giugno. «Dal 1 luglio - avvisa Guariso - noi saremo lì pronti a controllare che il contributo venga erogato».
Anche la segreteria della Camera del lavoro annuncia battaglia. In particolare, si attende che l’Amministrazione quanto prima si adegui alle decisioni del Tribunale e dia i mille euro che spettano ai quattro stranieri che hanno vinto finora tutti i gradi di ricorso. «Che si deve fare - si chiede - perché la Giunta abbandoni un’impostazione che non regge alla prova della legittimità? Non basta raccogliere tante volte il giudizio di discriminazione e di ritorsione per riconsiderare i limiti del proprio potere? I programmi elettorali saranno importanti ma nessuno può realizzare i desideri che vi sono espressi, se stridono contro gli ordinamenti che regolano la convivenza».

Rapporto Cgil sui diritti: «Gli italiani sempre più soli di fronte alla crisi»

«Un paese in difficoltà, nonostante l'ottimismo di facciata». Così definisce l'Italia il rapporto sui diritti globali, realizzato da Associazione societàinformazione onlus e promosso da Cgil, Actionaid, Arci, Antigone, Cnca, Forum ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente.
«La crisi - si legge nel rapporto - sta mordendo la società italiana, i lavoratori, il sistema industriale. Negli ultimi tre mesi del 2008, il Pil è diminuito del 2,6%, mentre le stime per il 2009 lo danno in arretramento di oltre il 3%. Ma il governo ha una strategia opposta a quella del governo americano: tanto quest'ultima è improntata all'idea di un cambiamento forte, perchè niente può tornare come prima, quanto l'iniziativa in Italia è dominata dalla convinzione che al massimo è necessario qualche aggiustamento».
Nel rapporto si legge anche che gli italiani di fronte alla crisi sono sempre più soli e senza rete, e di fronte a un welfare che si ritrae corrono rischi contro cui non hanno protezione. L'11,8% possiede azioni o quote di fondi ad alto rischio sul mercato finanziario; l'8,2% (circa 2 milioni) ha un mutuo per la casa cui far fronte, con (stimate) 56 mila famiglie che saltano i pagamenti e 193 mila che fanno fatica a pagare le rate, il 12,8% (poco più di 3 milioni) che ricorre al credito al consumo. Il 50% delle famiglie italiane, prosegue il rapporto, ha un reddito annuo inferiore a 23.083 euro, 1.924 al mese, un anziano solo vive con meno di 11.458 euro (955 euro mensili), a fronte di chi è solo ma in età attiva (16.274 euro). C'è un capitolo dedicato al miraggio della casa, ... visto che lo sfratto, il mutuo, l'affitto e le bollette in arretrato sono causa di vulnerabilità, e spesso anche di passaggio a veri stati di povertà. Sta diminuendo l'acquisto (-13% nel 2008) e contemporaneamente aumentano i costi dell'affitto: +130% dal 1998. Segnalata nel rapporto anche la «beffa della social card».
Commentando il rapporto, Don Luigi Ciotti fa notare che il problema non è solo di carattere economico, visto che nel nostro Paese è in corso un attacco ai diritti «avvenuto in modo chirurgico», con «la copertura di buona parte dei mass media, asserviti a quegli stessi giochi di potere che avrebbero dovuto denunciare». Il presidente del gruppo Abele accusa il governo di aver sfornato a getto continuo misure di sicurezza in aperto contrasto con i diritti fondamentali della persona», mettendo dall'altro lato «i reati dei potenti e dei colletti bianchi al riparo dalla legge». Secondo Don Ciotti, la nostra legge sull'immigrazione è «fra le più disumane» e «la deriva legislativa ha provocato un imbarbarimento dei costumi».
Di fronte a questo arretramento, per il presidente dell'Arci Paolo Beni, «l'alternativa non può essere rispolverare l'intervento pubblico e l'economia, ma mettere in discussione un modello di sviluppo che sta implodendo».
Fonte: L'Unità

Il reality show

Sui siti internet c’è da tempo una rubrica fissa dedicata ai «cappelli di Berlusconi». È una photogallery con le immagini del premier-pompiere, del premier-esploratore-artico, del premier-cow boy, del premier-giocatore-di-baseball etc etc. Ieri s’è aggiunta quella del premier-cuoco-delle-tendopoli. E presto la galleria sarà arricchita da un premier-primo-ufficiale nelle crociere sul Mediterraneo che ieri ha promesso ai terremotati abruzzesi. Sono cose che succedono qua da noi, a Berlusconistan, come la nostra povera Italia è stata appena ribattezzata dal Time.
a rubrica sui cappelli è nata da un’evoluzione di quella sui capelli, con una p, che fu inaugurata dallo storico trapianto del 2004 e dalla conseguente bandana che, per la gioia della famiglia Blair, andò a coprire i follicoli in fiore. Sono passati appena cinque anni, ma sembrano mille. La bandana creò un po’ di stupore. Oggi il premier potrebbe sistemarsi sul cranio la Nike di Samotracia o Mara Carfagna o, perché no?, Fabrizio Cicchitto e pochi ci farebbero caso.
Il travisamento è la condizione ordinaria del presidente dello Stato libero di Berlusconistan. A volte è fisico, ed ecco i cappelli, i capelli, il cerone e i tacchi a spillo, altre volte si estende all’intera realtà che lo circonda e, ahìnoi, ci circonda. A volte ha la funzione di nasconderla, la realtà, altre di obbligarci a distogliere lo sguardo da essa per rivolgerlo altrove. Scoppia il penoso caso-Noemi ed ecco un furibondo attacco al Parlamento, ai giudici, alla moglie e al composito fronte della «stampa comunista»: da Famiglia Cristiana al Financial Times. La crisi economica divampa ed eccolo - il giorno in cui il governatore della Banca d’Italia nella sua relazione annuale dà le cifre di un’autentica catastrofe - tra le consuete macerie abruzzesi. È un po’ nervoso. Forse teme che qualcuno, tra la folla, possa gridare qualcosa di inopportuno. Chissà. Fatto sta che sferra un attacco preventivo alla magistratura «eversiva» che vuole «cambiare il voto popolare». A cosa si riferisce? Niente. Riprende il controllo, cambia maschera. Ed ecco il ... cappello da cuoco e le promesse a vanvera. Gli allegri campeggiatori abruzzesi potranno proseguire la vacanza sul mare. Già, andranno in crociera. Sul Titanic.
Le cifre del naufragio parlano di una disoccupazione destinata a superare il 10 per cento. Di due milioni di precari che a fine anno resteranno senza lavoro. Di un milione e 600mila lavoratori che non avranno alcun sostegno se perderanno il posto. Di altri 800mila che devono sopravvivere con 500 euro al mese. E parlano, sia pure con molta prudenza, dell’inadeguatezza di una politica economica che ha trascurato le prime e più fragili vittime della crisi: i lavoratori precari e le piccole imprese.
Com’era naturale, il premier si è detto soddisfatto. Ha definito il discorso del governatore «molto berlusconiano». E subito dopo è rientrato nel camerino per preparare la prossima puntata di quello che l’organo del Partito comunista americano, il New York Times, ieri ha definito «un reality show».

Peli denuncia: «Molgora sfuggente»

Il Pd «degrada» Fabio Rolfi a vicesceriffo. Lo aveva richiamato alle sue responsabilità indicandogli i manifesti abusivi affissi negli spazi riservati al referendum e invece occupati dalla propaganda del centrodestra. Un richiamo allo «sceriffo» a far rispettare le regole e la legge. Un richiamo osservato solo a metà, ma scientemente, fanno notare il segretario del Pd provinciale, Franco Toloti e quello cittadino Giorgio De Martrin. «Rolfi ha fatto coprire i manifesti in via Ugoni, ma solo quelli degli altri partiti, non quelli della Lega Nord». Ecco il perchè della retrocessione a vicesceriffo: «Nella tradizione della peggiore destra - dice De Martin -, pretende il rispetto delle regole dai suoi avversari e non le fa rispettare agli amici».
«In poche parole Rolfi - afferma Tolotti - si conferma l’assessore alle chiacchiere. Si potrebbe dire che ”errare humanum, perseverare padanum”!».
Anche l’associazione Coscioni denuncia le affissioni abusive del centrodestra: «Nell’affiggere tabelloni elettorali della lista Pannella-Bonino ho trovato manifesti negli spazi riservati alla nostra lista e all’ottanta, novanta per cento si trattava di manifesti della Lega Nord e del Pdl», scrive Anna Facchinetti dell’associazione Coscioni.
Diego Peli invece denuncia la difficoltà di confrontarsi con il candidato avversario del centrodestra, il leghista Daniele Molgora: «Sfugge continuamente - nota -. Fino ad ora ha partecipato ad un solo dibattito televisivo, quello di ieri, mancando a titti gli altri. Neppure disdice la partecipazione e manda al suo posto assessori uscenti come Parolini o Aristide Peli oppure uno ... che neppure è in lista, come il segretario del Carroccio Stefano Borghesi. Con questi è impossibile parlare di programmi: gli assessori argomentano solo sulla vecchia amministrazione e gli esponenti di partito scivolano verso temi futili, perferibilmente nazionali. Questo conferma ciò che ho sempre deto:se gli impegni romani di Molgora gli impediscono di fare la campagna elettorale, figuriamoci se gli permetteranno di governare la Provincia».
Il candidato del Pd ha toccato anche argomenti di natura ambientale: «La Polizia Provinciale dovrebbe fare più controlli: ci sono pozzi fermi e fiumi che si colorano di tinte strane. E serve la certificazione ambientale obbligatoria per le aziende. Dobbiamo sapere dove vanno a finire certi reflui. E se si vuole promuovere il turismo non si possono ignorare i problemi paesistici»
E sui rifiuti: «La Provincia deve avere più autonomia dalla Regione - ammonisce Peli -. Se sa che il piano verrà respinto che gliene importa di inserire anche tutte le istanze ambientaliste. Tanto... Occorre che la Provincia sia responsabilizzata». Infine: «c’è spreco eccessivo di acqua. Si impone un acquedotto industriale che si alimenti con il riciclo delle acque piovane».
Fonte: BresciaOggi

In piazza giovani, precari e invisibili "Ma non chiamateci più no global"

Da trentasei ore, fulminei e chiassosi, come un Davide che balla intorno a Golia, appaiono in drappelli di qualche decina per poi scomparire. E riapparire altrove. In una violazione simbolica di "zone rosse", che descrive il perimetro dei diritti negati ai migranti. Che rende solare quel che chiedono - "No al G8, no al pacchetto sicurezza". "La vostra sicurezza non ci cancellerà. Cittadini e cittadine nati" - e, a ben vedere, racconta quel che sono. Oggi pomeriggio, si annunciano in 10 mila e avranno la piazza.
Nel lessico pigro della politica e dell'informazione, li chiamano ancora "No global". Nonostante quel nome non dica e non descriva più nulla. Nelle analisi delle burocrazie della sicurezza e degli osservatori del Movimento, si aggiunge che di qui al prossimo mese sarà proprio la piazza - oggi a Roma, il 4 luglio a Vicenza contro la base Dal Molin, dal 7 al 9 luglio per il G8 a l'Aquila - a raccontare di cosa si stia davvero parlando. Anche se il ministro dell'Interno Roberto Maroni un'idea sembra averla già maturata. Quando, tornando a far ballare i fantasmi degli anni '70, avverte che "non c'è da stare tranquilli". Che nei "social network" è "forte l'attrattiva per criminali e terroristi", e la "stagione dell'eversione non è chiusa".
Eppure, se li osservi in queste ore a Roma, se ascolti il Movimento discutere, ne scorri i forum in Rete e chiedi chi sono e cosa sono diventati, scopri appunto che persino il nome - "No global" - è roba buona per il museo delle cere. Il "movimento dei movimenti" dei giorni di Genova non c'è più. I 300 mila del G8 2001, le 730 organizzazioni che li rappresentavano, se li è portati via il tempo e la storia. Come del resto raccontano i destini di alcuni dei loro 18 leader di allora. Prigionieri di se stessi e di un passato ingiallito quelli che hanno scelto il salto nella politica come professione (Vittorio Agnoletto e Francesco Caruso). O alla ricerca d'altro, come Luca Casarini, il figlio di operai padovani, oggi papà di un bimbo piccolo, un esordio da romanziere noir con Mondadori, tornato a fare politica sul territorio, ma ormai libero dalla stimmate della ... "leadership". "Perché leader abbiamo scelto che non ce ne siano". "Perché è finita la stagione della "soggettività politica"". "Perché il Movimento deve far parlare la società". Perché gli eredi dei disobbedienti e delle tute bianche - adolescenti nei giorni di Genova e oggi ventenni - sono nella "Rete no logo". Lo spazio senza simboli.
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Il collettivo "Wu Ming", che nel 2001 aveva dato forma e contenuto simbolico ai giorni di Genova con l'appello "Dalle Moltitudini d'Europa in marcia contro l'Impero", ha scritto: "Nel 2003, il Movimento era già in profonda crisi. Giorno dopo giorno regredì a presenza marginale, si ridusse a un inter-gruppi che occupava lo spazio dell'estrema sinistra tradizionale. Riemersero strategie e tattiche fossili, sub-leniniste. Grandi quantità di tempo ed energie vennero dissipate in guerre identitarie tra correnti".
Alberto Zoratti, microbiologo, esperto di commercio equo e solidale, ex portavoce del Genoa Social Forum, aggiunge: "A Genova dicevamo che la globalizzazione basata sulla liberalizzazione del mercato avrebbe portato solo instabilità economica. Bene, abbiamo sbagliato per difetto. Al punto da scoprire oggi che l'alfiere della finanza creativa di allora, Giulio Tremonti, è diventato nemico della globalizzazione. Eppure, dopo Genova, non abbiamo saputo sfuggire alla logica del conflitto frontale. Abbiamo cominciato a perdere consenso".
Suona come il racconto di una ritirata. Di una morte per consunzione. Segnata, per altro, dalla perdita di contatto con il mondo cattolico, dalla nuova centralità dei Cobas che sono tornati ad essere l'unico sindacato in piazza a spese della Cgil, dalle divisioni nella sinistra cosiddetta radicale se stare o meno dentro il Movimento. Eppure, le cose non sembrano stare esattamente così. Dice Luca Casarini: "La verità è che i "no Global" non esistono più, perché abbiamo vinto. Perché la storia ci ha dato ragione. Otto anni fa, ci opponevamo alla globalizzazione nel momento della sua massima espansione. Oggi, che la globalizzazione celebra la sua sconfitta, il Movimento assume nuove parole d'ordine e nuove forme. Che sono quelle antiche della crisi e delle contraddizioni del capitalismo".
Privo di rappresentanza e coordinamento (cui ha rinunciato), l'antagonismo ha abbandonato un orizzonte globale per tornare a lavorare nel territorio sui nodi della "formazione" (con l'"Onda"), del "precariato", dei beni comuni ("di chi sono l'aria, l'acqua, la terra?"), dei migranti. Continuando a coltivare un'idea dello scontro di piazza come "violazione della zona rossa". Finendo per comporre un quadro, che, all'indomani delle rivolte che hanno acceso la Grecia e la Francia, Ilvo Diamanti, su questo giornale, ha fissato con parole che sono per altro diventate patrimonio dei nuovi "no logo".
"Il denominatore comune di queste esplosioni sociali - ha scritto - sono i giovani, occultati e vigilati da una società vecchia e in declino, da un sistema politico im-previdente, inefficiente e spesso corrotto. Schiacciati in un presente senza futuro, cui sono sottratti i diritti di cittadinanza. Inutile ignorarli, fare come se non ci fossero. Ci sono. Esistono. E se si finge di non vedere si accendono, bruciano". La geografia dei centri sociali si è ridisegnata in quelle che chiamano "aree di aggregazione".
E accade così, ad esempio, che le adesioni a "dachepartestare.org", nodo che ha organizzato la scorsa settimana la manifestazione antirazzista di Milano, siano quelle che mancano a "globalproject. info", riferimento dei centri sociali del Nord-Est, promotori, con i romani di "Action", della manifestazione di oggi. Che il "Cantiere" di Milano si sia separato dai padovani, mentre "Askatasuna" di Torino, "Crash" di Bologna ed "Ex carcere" di Palermo si raccolgano intorno a "infoaut. org". "Siamo un Movimento 2.0", dice Monica Di Sisto della cooperativa "Fair", mutuando la definizione di questa nuova mappa politica dalla rivoluzione concettuale che ha conosciuto la Rete. "La mobilitazione, oggi, è più reticolare e interattiva". E sia dunque. Addio "No global". Ecco i ragazzi del "2.0".

Efficenza Pdl siciliano: Palermo l´immondizia dilaga, municipio assediato

La città è sommersa dai rifiuti, con cumuli di immondizia ammassati in tutti i quartieri. Da una settimana i lavoratori dell´Amia si astengono dallo straordinario lamentando il mancato rinnovo del contratto di servizio tra l´azienda e il Comune, fermo al 1999. Oggi dovrebbe andare meglio. Dalle 22 di ieri, infatti, i dipendenti dell´ex municipalizzata si sono rimessi al lavoro, annunciando una tregua. «Con l´arrivo di alcuni strumenti necessari alla sicurezza - scrivono alla presidenza dell´Amia in un documento unitario Fp-Cgil, Fit-Cisl, Uil Trasporti e Fiadel - saranno rinforzate le attività lavorative». Ieri, infatti, l´Amia ha cominciato a distribuire guanti e scarpe estive. «Già domani (oggi, ndr) - dice il presidente Marcello Caruso - il servizio dovrebbe riprendere con continuità, in modo da garantire una migliore vivibilità nel weekend». Sarà però una tregua breve, perché il popolo Amia mantiene un presidio da giorni di fronte a Palazzo delle Aquile in attesa che venga approvato in aula il nuovo regolamento Tarsu, necessario per aumentare la tassa e consentire al Comune di versare 35 milioni di euro all´Amia. Per oggi alle 10 il presidente del Consiglio comunale, Alberto Campagna, ha convocato la seduta, ma il dibattito probabilmente slitterà a domattina. «Il presidio a Palazzo delle Aquile - spiegano i segretari provinciali di Cgil, Cisl e Uil Maurizio Calà, Mimmo Milazzo e Antonio Ferro - è stato deciso per sensibilizzare la politica palermitana sul disastro dell´Amia e contro il sindaco che, invece di convocare il tavolo da noi chiesto per garantire gli stipendi di giugno dei lavoratori e il futuro occupazionale, continua ad annunciare licenziamenti impossibili all´Amia. Chiediamo al questore di vigilare sullo svolgimento dell´iniziativa. Il presidio è una protesta pacifica, ma temiamo l´infiltrazione di gruppi di facinorosi che giocano sulla tensione dei lavoratori». Sull´approvazione del nuovo regolamento della Tarsu, il presidente Campagna auspica «che in Consiglio comunale si possa realizzare un clima sereno e di dialogo, a tutela degli interessi della città». Sono le ore
decisive. Domani è l´ultimo giorno utile per l´approvazione dell´aumento della Tarsu, nei termini fissati dalla Finanziaria nazionale. Giulio Tantillo, capogruppo del Pdl, lancia un appello al centrosinistra: «Mi auguro che capisca che stiamo lavorando per garantire un servizio di qualità alla città. In aula si discuterà di un aumento della Tarsu contenuto, che potrebbe valere anche solo per un anno». Il clima però non è affatto disteso: oggi alle 12, sempre a Palazzo delle Aquile, il gruppo consiliare del Pd racconterà ai giornalisti «le scomode verità sui debiti dell´Amia e i viaggi d´oro del senatore Galioto».

Il fantasma del '94 che piace al Cavaliere

C'è stato un tempo in cui, accanto a Silvio Berlusconi, sedeva Cesare Previti: pagava i giudici per tenere lontano dalla severità della giustizia il patron di Fininvest. Diventa premier. Si cucina da solo l'impunità. Berlusconi non ha più bisogno di chi gli corrompe i giudici.
Se avesse ancora accanto a sé un barattiere, gli chiederebbe di pagare un pubblico ministero per procurarsi un bell'avviso di garanzia. Perché la campagna elettorale di Berlusconi ha bisogno - come noi dell'aria - del conflitto con la magistratura. Il suo elettorato non ama le toghe e, per parte sua, il Cavaliere indossa con splendore i sontuosi panni della vittima.
Il binomio radicalizza il suo elettorato, gli assicura la vittoria a mani basse, gli consente di attenuare la crisi di sfiducia che l'affligge; di cancellare l'inadeguatezza del governo; di dimenticare le minacce e i numeri di una crisi che, nonostante la "false speranze" che diffonde (come dice Bankitalia), appesantirà imprese, occupazione e famiglie italiane ancora per due anni, contrariamente a quanto accade negli altri Paesi europei.
Un avviso di garanzia, benedetto, permetterebbe al premier di fare piazza pulita anche di scene come quella a cui hanno assistito milioni di italiani l'altra sera: un uomo di 73 anni, capo di governo, che giura sulla testa dei figli, tra l'imbarazzo dei suoi ministri, che non ha avuto "rapporti piccanti, molto piccanti" con una minorenne. Un avviso di garanzia, benvenuto, potrebbe cambiare di segno anche questo affare. Se lo è combinato da solo irritando i suoi alleati con le candidature delle sue giovani o giovanissime amiche, umiliando in pubblico la moglie, ficcandosi in un ristorante della peggiore periferia di Napoli.
Un passo della magistratura consentirebbe al capo di governo di giocare non in difesa, un po' smarrito come appare oggi, ma in attacco secondo uno schema che lo ha sempre gratificato. Purtroppo, per quel che se ne sa, i pubblici ministeri stanno facendo a Berlusconi un dispetto ... molto grave: lo ignorano, non gli invieranno alcun avviso di garanzia. Così il conflitto con la magistratura vede in campo un solo combattente: il Cavaliere.
Come in una pantomina, ingaggia la sua battaglia da solo, finge e simula uno scontro che non c'è. Come tanto tempo fa, quando nei giardini della villa Olivetta di Portofino lo sentirono gridare: "Dài, colpiscimi, stupido. È tutta questa la tua forza? Colpisci più forte, ancora più forte". Quelli di casa pensano a un ladro, a una rissa. Accorrono. Lo vedono lì sul prato. Solo. Lui saltella, arretra, avanza, scarta di lato in un'immaginaria rissa. Le gambe flesse, i passi corti, il pugno destro ben stretto a protezione della mascella e il sinistro che si allunga veloce contro l'avversario che non c'è.
In fondo, Berlusconi politico ripete ossessivamente sempre la stessa perfomance comunicativa, come se il largo consenso di cui gode fosse inutile per governare, anche se questo dovrebbe essere il suo impegno prioritario. Urla e si lamenta, invece. Gli riesce meglio. Scomparsi i "comunisti", salta su contro i magistrati.
Anche se quelli se ne stanno buoni, deve rappresentarli con il coltello tra i denti. Per evocare il pericolo, ha bisogno di richiamare un episodio di quindici anni fa, l'avviso di garanzia per la corruzione della Guardia di Finanza. Il suo ricordo è come al solito truccato. I tre processi hanno accertato, in maniera definitiva, che la Guardia di Finanza è stata corrotta, che le tangenti sono state pagate per concludere le indagini sulla Fininvest. Dopo una condanna a 2 anni e 9 mesi, la Cassazione non ha ritenuto sufficienti gli indizi del collegamento diretto fra i funzionari corrotti e Silvio Berlusconi, link invece definitivamente provato per altri dirigenti Fininvest, condannati con sentenza irrevocabile. Assolto? Berlusconi non dice che se quel "collegamento non è stato provato" fu grazie a un testimone che il Cavaliere corruppe: David Mackenzie Mills.

Napolitano: «Contro la crisi ci vuole lo spirito e la coesione del terremoto»

Affrontare la crisi economica con lo stesso spirito di coesione e la stessa generosità manifestati in occasione della tragedia del terremoto in Abruzzo. È l'invito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano contenuto in un messaggio inviato in occasione della festa della Repubblica alla conferenza dei prefetti. «Il terremoto - afferma il capo dello Stato - ha visto la comunità nazionale unita in uno straordinario slancio di solidarietà nei confronti di popolazioni che hanno dato prova di grande dignità e coraggio. È da auspicare che la difficile fase economica che il nostro Paese sta vivendo, e che genera persistenti gravi difficoltà e molteplici inquietudini, venga affrontata con lo stesso spirito di forte coesione e di generosità».
TENSIONE SOCIALE - «È affidato ai Prefetti, anche attraverso le Conferenze permanenti - prosegue Napolitano - il compito di seguire con sistematicità gli sviluppi di situazioni e fenomeni emergenti per individuare soluzioni condivise e per sviluppare tutte le necessarie sinergie istituzionali. A tale attività di raccordo è da affiancare una assidua azione di mediazione al fine di prevenire situazioni di tensione sociale che possono generare pericolose turbative». I prefetti, aggiunge Napolitano nel messaggio a loro inviato, «impegnati nell'assicurare adeguati livelli di sicurezza, quali condizioni per lo sviluppo economico e la crescita civile e sociale del territorio, debbono rappresentare un punto di riferimento per garantire i diritti fondamentali di tutte le persone presenti in Italia, soprattutto promuovendo iniziative a tutela delle fasce più deboli e favorendo la tempestività degli interventi, in un sistema caratterizzato da pluralismo istituzionale e sociale».
LE IMPRESE - «Particolare attenzione va rivolta al mondo delle imprese, per favorire un rapporto più agevole delle stesse con le amministrazioni pubbliche. In questa fase i ritardi, le disfunzioni organizzative e le sovrapposizioni di procedure costituiscono un peso intollerabile per le aziende e penalizzano la competitività del nostro sistema produttivo. È necessaria - sottolinea Napolitano - una puntuale attuazione delle norme volte alla semplificazione e razionalizzazione organizzativa dei rapporti tra amministrazioni ed imprese, anche attraverso un forte impulso all'attività degli sportelli unici per le attività produttive e per l'immigrazione».
Fonte: Corriere.it

sabato 30 maggio 2009

Europee 2009 spot censurato dal governo italiano

Tutte le cose che il governo non dice





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L’Italia di Berlusconi non è quella che vi stanno raccontando...
Non dà risposte di fronte alla crisi
Di fronte alla crisi tutta l’Europa si è mossa. L’Italia no. Forse non tutti sanno che il governo Berlusconi è l’unico a non aver stanziato risorse vere per contrastarla. Lo dice il Fondo Monetario Internazionale: siamo fermi allo 0,2% del Pil contro il 2,3% della Spagna e l’1,6% della Germania, solo per fare due esempi. La realtà è che per sostenere salari e stipendi degli italiani, tra i più bassi d’Europa, le misure del governo sono state del tutto insufficienti.
E questo mentre l’UE stima il nostro tasso di disoccupazione, oggi al 6,8%, all’8,8% nel 2009, con previsioni del 9,4% per il prossimo anno. Vorrebbe dire 2 milioni e 300 mila disoccupati, 600 mila più di oggi.
... non è un Paese giusto e solidale
Nel nostro Paese gli ammortizzatori sociali non li hanno la metà dei dipendenti del settore privato, vale a dire 7 milioni e mezzo di lavoratori, e non li hanno 3 milioni di persone che lavorano con un contratto precario. Il governo ha ridotto le politiche sociali e la social card è stata un vero fallimento: doveva andare a 1 milione 300 mila cittadini, ma al 5 aprile scorso solo 517 mila carte erano cariche. Per non parlare dei disagi nel suo utilizzo e del fatto che alle risorse destinate alla carta, 450 milioni di cui solo 200 stanziati dal governo, è corrisposta una equivalente riduzione dei trasferimenti per i servizi offerti dai Comuni. La realtà, così, resta quella descritta dall’Istat: a vivere in povertà oggi sono 2 milioni 653 mila famiglie e 7 milioni 542 mila individui. La realtà è quella di una sanità pubblica pesantemente colpita dai tagli: meno risorse per la manutenzione e la costruzione degli ospedali, meno posti letto, meno cura della salute dei cittadini. In compenso dal 1° maggio sono aumentati, anche del 20%, i pedaggi autostradali. Il governo ha regalato una concessione di trent’anni: le tariffe aumentano in base all’inflazione, non più tenendo conto degli investimenti e delle manutenzioni ... fatte, e cioè dell’attenzione per la sicurezza. Forse non tutti sanno che dietro tante belle parole sul Mezzogiorno, la realtà è che il governo lo colpisce con sistematici tagli agli investimenti infrastrutturali e con la cancellazione del credito d’imposta automatico per le imprese. Ed è realtà il fatto che il Fondo per le aree sottoutilizzate è stato usato come un “bancomat”, dal quale sono stati prelevati 17 miliardi di euro per fare altro, ad esempio per finanziare il taglio dell’Ici per i più ricchi.
Non è un Paese per i lavoratori e le famiglie
Forse non tutti sanno che in un Paese in cui un lavoratore su otto è precario, il governo introduce il divieto di reintegro in seguito a sentenza del tribunale e blocca la stabilizzazione dei precari delle pubbliche amministrazioni avviata a suo tempo dal Governo Prodi. E la realtà, così,
è che entro luglio perderanno il posto, dopo aver lavorato per anni, più di 50 mila persone.
E se una donna lavoratrice vuole diventare madre, oggi più di ieri, rischia di essere licenziata: il governo ha deciso la soppressione della legge, introdotta dal centrosinistra, che evitava la piaga delle “dimissioni in bianco”, quelle pretese dal datore di lavoro al momento dell’assunzione. Forse non tutti sanno che questo è il governo che svuota e rinvia l’entrata in vigore delle norme e della legislazione sulla sicurezza del lavoro, vuole limitare i controlli degli ispettori e ridurre le sanzioni previste per i datori che non osservano la legge. L’Italia, così, continuerà ad avere il terribile record delle morti sul lavoro, le “morti bianche”. Forse non tutti sanno che a non beneficiare del bonus famiglia inserito dal governo nel decreto anticrisi sono proprio le famiglie numerose, meno 7 miliardi da qui al 2010.
Forse non tutti sanno che il governo ha smantellato le norme per contrastare l’evasione fiscale e ha dimezzato le sanzioni per chi evade. Le conseguenze reali? Le
entrate dello Stato sono crollate, i disonesti continuano a non pagare le tasse e milioni di italiani perbene sono sempre più tartassati, visto che la pressione fiscale
è al livello più alto degli ultimi dieci anni.
... non è un Paese per giovani
Il governo non vede una realtà che ogni paese europeo mette al primo posto: i giovani, con il loro sapere, sono la chiave per entrare nel futuro. In un settore decisivo come quello dell’istruzione taglia con l’accetta e alla cieca. Gli insegnanti e i professori sono un numero da far quadrare. Gli edifici scolastici un problema secondario. Il maestro unico e il voto in condotta uno specchietto per le allodole per nascondere che nella scuola e nel domani non si crede e non si investe.
Forse non tutti sanno che le uniche misure riservate all’Università italiana sono stati i tagli per oltre un miliardo e mezzo e il blocco del turn over. La realtà continua ad essere quella di un Paese che è “maglia nera” per numero dei giovani laureati e che investe in ricerca e sviluppo la metà di quanto in media non si faccia nel resto d’Europa.
... non è un Paese per l’ambiente
La realtà, nei grandi paesi d’Europa, è che l’ambiente è un bene da tutelare, non da saccheggiare. In Italia, e solo da noi, c’è invece un governo che promuove in materia urbanistica la deregulation, presenta un piano casa nato senza alcuna preoccupazione per la qualità del territorio e la sicurezza degli edifici, cerca di eliminare le agevolazioni per gli interventi sul risparmio energetico delle abitazioni. La realtà è che di fronte alla crisi, l’ambiente è un’opportunità per crescere e creare nuovi posti di lavoro, non un problema. Nel nostro Paese, invece, c’è un governo che non si preoccupa dei cambiamenti climatici, si avventura in un generico ritorno al nucleare, riduce gli incentivi per le fonti rinnovabili, deprime le piccole e medie imprese che operano nel campo dell’innovazione ambientale.
... non è un Paese per la cultura
Forse non tutti sanno che in un anno sono stati chiusi più di quattrocento teatri, il cinema è stato lasciato senza ossigeno, sono state commissariate molte fondazioni liriche e sono a rischio di imminente smobilitazione strutture musicali e festival internazionali. Coerente con tutto questo, il taglio di 200 milioni di euro subito dal Fondo unico per lo spettacolo. La realtà è che uno dei nostri beni più preziosi, la cultura, per il governo è una cosa secondaria.
... non è un Paese uguale per tutti
Lo si è visto subito: appena insediato, il governo ha varato, in tempo record e mortificando il Parlamento, il Lodo Alfano. Con un grave strappo al dettato costituzionale, è stata garantita l’immunità al Presidente del Consiglio e alle più alte cariche istituzionali. La realtà, per il governo, è racchiusa in un principio: alcuni cittadini, di fronte alla legge, sono “più uguali” degli altri.
... non assicura una giustizia efficiente
In un settore delicatissimo come la giustizia la durata dei processi è sempre più lunga e la certezza della pena è un miraggio. L’unica cosa certa sono i tagli del governo che colpiscono in particolare l’edilizia carceraria e il reclutamento di nuovi agenti di custodia.
Forse non tutti sanno che il disegno di legge sulle intercettazioni dice di difendere la “privacy”, mentre in realtà indebolisce la ricerca della prova, strumento in questi anni indispensabile per risolvere casi di criminalità organizzata, terrorismo, estorsioni e pedofilia.
Forse non tutti sanno che il governo continua a prorogare, mettendone anche in discussione la retroattività, l’entrata in vigore della legge sulla class action, fondamentale per tutelare migliaia di cittadini consumatori che hanno visto colpiti i loro diritti e chiedono giustizia.
... non è un Paese che investe sulla sicurezza
Parlano tanto di sicurezza, ma l’unica cosa reale sono i tagli alle risorse per le forze dell’ordine. Il resto sono parole, come la propaganda sull’impiego di soldati, peraltro in numero insufficiente e non appositamente addestrati, o peggio ancora misure come le ronde, che vanno contro la dignità e la professionalità delle forze di polizia e alimentano il pericoloso concetto della “giustizia privata”.
... non ama il tuo Comune
Il governo è federalista a parole e centralista nei fatti. Forse non tutti sanno che in realtà ha sistematicamente colpito l’autonomia finanziaria dei comuni e delle province con l’abolizione completa dell’Ici sulla prima casa per i più ricchi senza compensare adeguatamente i comuni, con il blocco dell’autonomia impositiva degli enti locali, con il taglio dei trasferimenti e dei fondi per le politiche sociali e con un patto di stabilità molto restrittivo.
... non è autorevole agli occhi del mondo
L’Italia ha perso autorevolezza sulla scena internazionale e non rispetta gli impegni presi per gli aiuti allo sviluppo: i fondi ad essi destinati sono anzi stati tagliati del 50%.
Freedom House, l’istituto di ricerca che studia il livello di libertà democratica nel mondo, ha collocato l’Italia di Berlusconi tra i paesi par-zialmente liberi. Il motivo? Innanzitutto la libertà di stampa, e cioè “l’uso crescente di tribunali e leggi sulla diffamazione per limitare la libera espressione” e “i timori relativi alla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e privati nelle mani di un unico leader”.
QUALCHE NUMERO
Tra i 24 e i 34 anni in media, in Europa, il 30% dei giovani è laureato. In Italia solo il 19%
In Europa in ricerca e sviluppo si investe in media il 2% del Pil. In Italia solo l’1,1%
Fondo politiche sociali:meno 660 milioni di euro
Mezzogiorno: meno 17 miliardi di euro
Pedaggi autostradali: aumenti fino al 20 %
Pressione fiscale:più 0,7 %, pari al 43,5 %
(Previsione 2009 - Fonte Ministero Economia)
Entrate Iva: meno 10,6 %
(Primi tre mesi 2009 - Fonte Ministero Economia)
Entrate tributarie: meno 5,4 %
(Primi tre mesi 2009 - Fonte Banca d’Italia)
Spettacolo: meno 200 milioni di euro
Sicurezza e difesa: meno 3 miliardi di euro, meno 40.000 addetti
Fonte: Sindacati e Cocer, 2008
Giustizia:meno 800 milioni di euro
Lentezza giustizia civile:2.269 milioni di euro persi
dalle imprese
L’Italia che vogliamo è di nuovo un bel Paese è vicina alle persone e alle imprese se alla sua base c’è, a livello mondiale, l’enorme disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, la crisi può essere l’occasione, per l’Italia, di tornare a crescere in modo più giusto. Il Partito Democratico ha per questo proposto misure come il contributo di solidarietà e come l’assegno di disoccupazione per chi perde il lavoro e non può godere di ammortizzatori sociali. E alle imprese, lo Stato deve garantire un sostegno per accedere a tutto il credito di cui hanno bisogno e l’immediato pagamento da parte della Pubblica Amministrazione dei debiti per le forniture di beni e servizi.
... è un Paese che guarda ai giovani e al futuro
I giovani, la loro formazione, la loro professionalità, sono la vera risorsa di ogni Paese. L’Università e la ricerca hanno bisogno di più autonomia, più valutazione e riconoscimento del merito, più investimenti pubblici e privati, più concorsi aperti e trasparenti, senza nepotismi, localismi e lobbismi.
... è un Paese che valorizza l’ambiente
L’ambiente, la green economy, per un Paese come il nostro sono la chiave per uscire dalla crisi e delineare un nuovo modello di sviluppo. L’Italia deve imboccare con decisione la strada dell’innovazione, della ricerca, della diffusione delle fonti rinnovabili. E quindi più veicoli elettrici e ibridi, più sistemi di mobilità alternativa, più norme e incentivi nel segno del risparmio e dell’efficienza energetica.
... è un Paese civile
Noi rifiutiamo l’equazione “immigrazione uguale insicurezza”. Le ronde, i medici e i presidi “spia” degli immigrati clandestini, proposte assurde come quella dei posti sulla metropolitana riservati ai residenti, conducono su una strada pericolosa, fatta di esclusione e di odio. L’Italia che vogliamo crede all’integrazione e su di essa punta per costruire la società del futuro. È il riconoscimento dei diritti, che porta al rispetto dei doveri e alla crescita della sicurezza e della convivenza civile.
... è un Paese che non ha paura
Per noi la sicurezza non è solo contrasto all’“emergenza”. È affermazione quotidiana della legalità, è impegno per liberare intere aree del Paese dalla morsa della criminalità organizzata e per difendere i cittadini dai reati che rientrano nella cosiddetta “microcriminalità” ma che in realtà possono sconvolgere una vita. È così per la violenza alle donne, contro la quale abbiamo fatto approvare una legge, quella sullo stalking, sulle molestie, nata sulla base del lavoro del centrosinistra nella passata legislatura.
... ha una giustizia che funziona
Per riformare la giustizia italiana servono non i soliti annunci, ma fatti concreti. Quelli contenuti nelle proposte che il Partito Democratico non si è mai stancato di avanzare, tra le quali l’introduzione dell’ufficio del processo, la costituzione definitiva della Scuola della magistratura e il Centro unico nazionale di ascolto per le intercettazioni, già previsto dall’ultimo governo di centrosinistra.
... è un Paese unito
È grazie all’opposizione del Partito Democratico che l’originario disegno di legge “Calderoli” sul federalismo fiscale non esiste più e che le sue disposizioni iniziali, infarcite di egoismo territoriale, sono state sostituite da un testo più conforme al dettato costituzionale, più solidale e responsabile.

Giovani, quegli esempi sbagliati

Cosa stiamo raccontando alle giovani generazioni? Alla vigilia delle elezioni europee, quale esempio offre alle giovani generazioni questa campagna elettorale italiana inquinata dalle vicende del presidente del consiglio? II paese traballa.
Non solo il nostro, è vero. La crisi che stiamo attraversando non è solo economica ma di valori e il futuro dei nostri figli è più incerto e insicuro che mai.
Nella mia attuale esperienza di responsabile formazione del Partito democratico, io e i miei validissimi collaboratori siamo riusciti a coinvolgere in poco tempo migliaia di giovani donne e uomini in tutto il territorio nazionale, non necessariamente iscritti al Partito democratico, ma tutti desiderosi di lavorare per il paese.
Giunti alla quarta Scuola nazionale (la prossima avrà luogo il prossimo settembre) dal nostro osservatorio privilegiato e forti del coinvolgimento di circa 2000 ragazzi e ragazze abbiamo abbastanza elementi per affermare che esiste una massa critica disposta a rimboccarsi le maniche e a dare tutta se stessa per un’Italia migliore.
A questo proposito trovo grande sintonia con un recente studio dell’università Cattolica sui ragazzi dai 18 ai 27 anni da cui risulta che i nuovi giovani hanno caratteristiche in grado di seppellire la generazione delle tartarughe, sfatando luoghi comuni rispetto all’impegno sociale e politico.
A confermare questa tesi è soprattutto la recente iniziativa del settore Formazione, un Treno per l’Europa, che ha visto la partecipazione di circa 400 giovani della stessa fascia di età carichi di volontà, dotati di senso critico, preparazione e passione.
Non posso nascondere però che, per quanto dirigente nel maggior partito politico di centro ... sinistra e provenendo da una delle più grandi organizzazioni sindacali italiane, siamo in difficoltà di fronte alla cultura individualista predominante in cui l’apparenza conta più della sostanza e si realizza una continua strumentalizzazione del mondo giovanile.
Cosa stiamo raccontando alle giovani generazioni? Non possiamo educarle così. E sono ancor più preoccupata per le giovani donne. Forse la mia lunga esperienza di responsabile nazionale del Coordinamento donne della Cisl è troppo vicina e mi condiziona a tal punto da non poter fare a meno di pensare a loro. Non può passare che il futuro delle ragazze è di essere una velina e che nell’immaginario collettivo questo sembri ormai l’unico orizzonte perché una donna arrivi a traguardi importanti.
È necessario battersi ancora per l’affermazione di pari dignità per tutti, uomini e donne, giovani e anziani, italiani e stranieri. Ragione per cui sostengo fortemente la recente elezione nella segreteria confederale della Cisl di Liliana Ocmin, che mi è succeduta alla guida delle donne Cisl e con la quale abbiamo iniziato nel 2003 un lavoro tra donne italiane e migranti, a dimostrazione che è possibile portare anche nelle grandi organizzazioni, e quindi nel paese, una cultura dello stare insieme, dell’abitare una casa comune.
Fare comunità è il senso vero della formazione politica, palestra per addestrarsi alle responsabilità nel partito e nella società. Le Scuole nazionali di Cortona, Amalfi, del Treno per l’Europa non si limitano a eventi mediatici perché tra noi il dialogo, quello vero, continua e il popolo di giovani donne e uomini che aderiscono alla nostra proposta formativa aumenta ogni giorno. Persone vere, motivate. Con noi hanno lavorato e prodotto idee, stanno realizzando progetti concreti sui territori, sono tante e tanti e sempre di più.
Vogliono un paese migliore e sono pronti a formarsi per farlo crescere veramente, respingono esempi che non corrispondono alle loro aspettative, alle loro fatiche e al loro sentirsi protagonisti e protagoniste del futuro. Approfittiamo di questa linfa vitale, ne abbiamo bisogno.

Quei nostalgici esempi di servitori dello Stato

Il guaio dei presidi italiani non è solo quello d'essere diventati i protagonisti, sia pure sfortunati, d'una delle imprese più coraggiose, anzi disperate, ma anche più ripetute e decisive in questa nostra Italia: amministrare senza soldi. Hanno anche la disgrazia d'essere stati ridotti a reliquie di un mondo perduto. Ultimi eredi dell'aristocrazia culturale italiana, sono stati lasciati soli a contrapporre le aule scolastiche alle alcove ministeriali, e a difendere la scuola come studium, che vuol dire amore, passione e dunque vita contro una ministra che ama i libri (solo) contabili e crede che la modernità significhi tagliare, chiudere, umiliare e cacciare via.
Eppure da molti anni, i presidi italiani avevano smesso di insegnare, di essere i più imponenti e i più autorevoli degli insegnanti. Erano appunto diventati manager, anche se di un tipo davvero speciale, perché mai dovevano perdere di vista che la scuola è il luogo del sapere depositato e della vecchia, cara contestazione libro contro libro, figli contro padri, professori anziani contro professori giovani. I presidi devono insomma esibire un ventaglio di virtù che l'avvocato Gelmini non capirà mai. Non solo amministrare l'aziendascuola senza più soldi neppure per i detersivi e per la carta igienica, ma anche occuparsi di sesso maltrattato e di videotelefonini. E poi trovare le parole giuste per lenire le frustrazioni del professore ridotto da un salario da poveraccio a travet sformato e malinconico. E ancora affrontare le denunzie penali dei genitori, ... prassi quotidiana e devastante spauracchio della scuola italiana.
È il preside che deve impedire al professore di litigare con gli allievi che non capisce, fosse solo per ragioni anagrafiche. Ma il preside deve anche mettere pace tra gli insegnanti, e poi intercettare minacce, scoprire e persino coprire reati in un mondo dove, da tempo, non si vive più solo di Promessi Sposi ma anche di tracotanze.
È un manager, certo, avvocato Gelmini, ma anche un direttore d'orchestra nel clima avvelenato e illiberale che dalla politica arriva sino alla scuola. Un pastore d'anime, ma sempre laico, e dunque in grado di controbattere i toni esasperati dei clericali e degli anticlericali, e al tempo stesso fare a meno - per mancanza di fondi - della carta per fotocopie come ormai accade anche nei più prestigiosi licei di Roma e di Milano.
Ebbene, deve essere molto forte per questi uomini che tutti si gloriano di mettere nel sacco - dagli studenti ai ministri - la tentazione di dare retta all'avvocato Gelmini e andarsene davvero tutti a casa e lasciarla sola a finire di sfasciare la scuola con i ragionieri del suo ministero o, magari, con la polizia inviata dal suo collega Maroni.
Feriti nell'orgoglio da questa ministra, che manca loro di rispetto e non "presiede" i processi formativi ma li raggira, i presidi rimangono invece al loro posto malgrado la crisi, i salari scandalosamente più bassi d'Europa, il bullismo, le devastazioni politiche, gli insulti, le minacce. Ormai hanno capito che a ogni nuova provocazione la Gelmini sempre più mostra la sua estraneità al mondo della scuola, a quegli insegnanti e a quegli studenti del liceo scientifico Majorana, per esempio, che quando vedono passare il preside Giuseppe Moncada inconsapevolmente ma subito fiutano in lui, nella sua borsa di cuoio gonfia di misteriosi documenti, nel suo portamento e nella sua composta discrezione, nella stessa foggia dei suoi abiti ispirata più a decoro che a eleganza, l'erede naturale di quei "Servitori della Cosa Pubblica" di cui, nel governo, si è purtroppo perso il seme, ma di cui serbiamo tutti un'accorata nostalgia.
Pare insomma che di stupefacenti e tonitruanti amministratori senza soldi l'Italia di oggi sia piena. Ma i presidi nutriti di buone lettere e di vera indulgenza, se una volta erano i pochi che diventavano sempre di più, ebbene oggi sono i pochi che diventano sempre di meno. Ma, diavolo!, di indulgente saggezza debbono averne davvero tanta se resistono, con l'abituale compostezza e gravità, alle corbellerie che sta facendo e dicendo questa nostra benedetta ministra.

Draghi, allarme disoccupati «Potranno arrivare al 10%»

Il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, intravede «segnali incoraggianti» per la crisi finanziaria in atto anche se «molto resta ancora da fare» per «sanare la ferita che la crisi ha aperto nella fiducia collettiva». Una fiducia che «non si ricostruisce con la falsa speranza, ma neanche senza speranza: uscire da questa crisi più forti è possibile» ha spiegato il Governatore leggendo le sue Considerazioni finali. Dalla metà di marzo - ha sottolineato Draghi - «le tensioni sui mercati finanziari si sono allentate»; le quotazioni di Borsa sono tornate su livelli di inizio anno; «gli indicatori qualitativi dell'economia reale mostrano un'attenuazione delle spinte recessive». Tuttavia in Italia la crisi mondiale determinerà, secondo le previsioni più aggiornate, «una caduta del Pil di circa il 5% quest'anno», dopo la diminuzione di un punto nel 2008.
LAVORO - I lavoratori in cassa integrazione e coloro che cercano un'occupazione, oggi pari all'8,5% della forza lavoro, potrebbero salire oltre il 10% ha spiegato ancora Draghi, che ha sottolineato come «gli interventi governativi a supporto delle famiglie meno abbienti e gli incentivi all'acquisto di beni durevoli stanno fornendo un temporaneo ausilio».
La Banca d’Italia stima che «1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento. Tra i lavoratori a tempo pieno del settore privato - ha aggiunto Draghi - oltre 800mila, l’8% dei potenziali beneficiari, hanno diritto a un’indennità inferiore a 500 euro al mese. La prima preoccupazione della politica economica - ha sottolineato il Governatore - attiene al rischio di un ulteriore deterioramento del mercato del lavoro. La crisi ha reso più evidenti manchevolezze di lunga data del nostro sistema di protezione sociale: esso rimane frammentato. Lavoratori altrimenti identici ricevono trattamenti diversi solo perchè operano in un’impresa artigiana invece che in una più grande».
IMPRESE - Il 40% delle imprese con oltre 20 dipendenti ridurrà il personale nel corso di quest’anno ha aggiunto ancora Draghi. «Si stima - ha spiegato Draghi - che due quinti delle ... imprese industriali e dei servizi con 20 e più addetti ridimensioneranno il personale quest’anno; la riduzione sarà probabilmente maggiore nelle imprese più piccole. Per oltre 2 milioni di lavoratori temporanei - ha aggiunto il governatore - il contratto giunge a termine nel corso di quest’anno; più del 40% è nei servizi privati, quasi il 20% nel settore pubblico; il 38% è nel Mezzogiorno».
Per il sistema industriale ha precisato ancora Draghi«il passaggio dei prossimi mesi sarà decisivo: una mortalità eccessiva che colpisca per asfissia finanziaria anche aziende che avrebbero il potenziale per tornare a prosperare dopo la crisi è uno dei gravi rischi per la nostra economia». Le attese di calo del fatturato di oltre il 20% per molte aziende porta un taglio degli investimenti del 12% per il complesso di industrie e servizi e del 20% nella manifattura: «Valori eccezionali nel confronto storico», ha segnalato Draghi, ricordando che la crisi mette a repentaglio il processo di ammodernamento del sistema produttivo che stava dando i suoi frutti. L'indagine della Banca d'Italia evidenzia che «a risentire della crisi sono soprattutto le imprese piccole, sotto i 20 addetti; nella sola manifattura se ne contano in tutto quasi 500mila, con poco meno di due milioni di occupati». Per le sub-fornitrici di grandi imprese maggiori, «da cui subiscono tagli degli ordinativi e dilazioni nei pagamenti, è a volte a rischio la stessa sopravvivenza». Fra quelle con più di 20 dipendenti, la ristrutturazione aveva interessato metà delle 65mila imprese censite. E queste «si attendono un calo del fatturato nel 2009 nettamente inferiore alla media. A un estremo, le aziende finanziariamente più solide presenti in questo gruppo oggi attutiscono l'impatto dell'avversa congiuntura consolidando il primato tecnologico e diversificando gli sbocchi di mercato. Non sono poche, stimiamo più di 5.000, con quasi un milione di addetti. Alcune sembrano proiettate a trarre vantaggio dalla crisi, in termini di riposizionamento sul mercato».
AMMORTIZZATORI SOCIALI - Contro una crisi che rischia di deteriorare ulteriormente il mercato del lavoro, non servono rivoluzioni, ma una riforma organica e rigorosa degli ammortizzatori sociali esistenti, che renda più universali i trattamenti ha sottolineato ancora il Governatore della Banca d'Italia, spiegando che il nuovo sistema può essere ridisegnato attorno ai due tradizionali strumenti: cassa integrazione e indennità di disoccupazione.
CONTI PUBBLICI - Draghi poi avverte: volano spesa e disavanzo e il debito pubblico italiano torna ai livelli dei primi anni Novanta con il rischio «che sull'economia gravi a lungo una pressione fiscale molto elevata». Per correre ai ripari ha spiegato il Governatore «dobbiamo, da subito, puntare a conseguire una più alta crescita nel medio periodo». D'altra parte i numeri parlano chiaro: il disavanzo pubblico nel 2009 supererà il 4,5% e nel 2010 il 5%. L'incidenza della spesa primaria corrente salirà, nell'anno in corso, di tre punti percentuali. La spesa pubblica complessiva supererà largamente il 50% del Pil. Contemporaneamente si registra un calo delle entrate tributarie: nei primi quattro mesi dell'anno l'Iva riscossa è stata inferiore del 10% rispetto al corrispondente periodo del 2008. L'imposta sui redditi delle imprese, scesa di oltre il 9% nel 2008, potrebbe flettere in misura ancora maggiore nel 2009. Una volta superata la crisi, quindi, «il nostro paese si ritroverà non solo con più debito pubblico, ma anche con un capitale privato depauperato dal forte calo degli investimenti e dall'aumento della disoccupazione. Se - ha spiegato Draghi - dovessimo limitarci a tornare su un sentiero di bassa crescita come quello degli ultimi 15 anni, muovendo per di più da condizioni nettamente peggiori, sarebbe arduo riassorbire il debito pubblico e diverrebbe più cogente la necessità di politiche restrittive per garantirne la sostenibilità».
RIFORME - Per scongiurare questo scenario occorre dunque «assicurare il riequilibrio prospettico dei conti pubblici, attuare quelle riforme che, da lungo tempo attese, consentano al nostro sistema produttivo di essere parte attiva della ripresa economica mondiale». In particolare «le misure di riduzione della spesa corrente vanno introdotte nella legislazione subito, anche se con effetti differiti, senza rinvii a ulteriori atti normativi e a decisioni amministrative».
Draghi propone anche di aumentare gradualmente l’età pensionabile per assicurare più reddito alle famiglie e un «potenziale produttivo» maggiore per l’economia. Per il governatore della Banca d’Italia «il graduale incremento dell’età media effettiva di pensionamento assicurerà l’erogazione di pensioni di importo medio unitario adeguato. Un più alto tasso di attività nella fascia da 55 a 65 anni innalzerà sia il reddito disponibile delle famiglie sia il potenziale produttivo dell’economia».
BANCHE - Il sistema bancario italiano dimostra la capacità di «resistere anche a scenari più sfavorevoli». È il risultato delle prove di resistenza allo stress (cioè a una evoluzione particolarmente sfavorevole della congiuntura economica) effettuate dalla Banca d'Italia spiega ancora Draghi.
In questa fase di crisi economica serve però «lungimiranza» da parte delle banche nel valutare i finanziamenti da dare alle imprese, evitando quindi eccessive restrizioni nell’offerta di credito ha sottolineato Draghi. «Le banche italiane - ha detto Draghi - non hanno eredità pesanti nei loro bilanci. Utilizzino questo vantaggio nei confronti dei concorrenti per affrontare un presente e un futuro non facili. Valutino il merito di credito dei loro clienti - ha aggiunto il Governatore - con lungimiranza. Prendano esempio dai banchieri che finanziarono la ricostruzione e la crescita degli anni Cinquanta e Sessanta». Con la crisi, ha sottolineato il Governatore, «non si può chiedere alle banche di allentare la prudenza nell’erogare il credito; non è nell’interesse della nostra economia un sistema bancario che metta a rischio l’integrità dei bilanci e la fiducia di coloro che gli affidano i propri risparmi».
ECONOMIA IRREGOLARE - Successivamente il Governatore ha affrontato il tema dell'evasione fiscale. Il peso dell'economia irregolare in Italia è «stimato in più del 15% dell'attività economica» ha reso noto Draghi. Un dato enorme, sottolinea il numero uno di Palazzo Koch, secondo cui «l'occultamento di una parte considerevole delle basi imponibili accresce l'onere imposto ai contribuenti ligi al dovere fiscale. È un fattore che riduce la competitività di larga parte delle imprese, determina iniquità e disarticola il tessuto sociale. Progressi nel contrasto alle attività irregolari», osserva Draghi, «consentirebbero di ridurre le aliquote legali, diminuendo dimensioni e ingiustizie».
Fonte: Corriere.it

I partiti servono: il Pd lo dimostri

Il presidente Berlusconi, nel bel mezzo di una campagna elettorale senza idee e senza dibattito, dopo avere attaccato la funzione delle camere, tira fuori dal cilindro il coniglio della diminuzione del numero dei parlamentari, nuova tessera di un mosaico che, comprendendo il sì al referendum elettorale, prefigurerebbe una terza repubblica plebiscitaria, populista e presidenzialista. Sarebbe il compimento del suo progetto politico, iniziato quindici anni fa nel momento dell’esaurimento delle forze politiche che hanno animato la democrazia italiana del dopoguerra. In campagna elettorale politiche e politica si intrecciano fortemente. In democrazia alte idealità si scontrano con la necessità che non rimangano solo poesia e che si trasformino in voti e numeri, cioè consenso. Ed in effetti, il sogno di questa terza repubblica di consenso è innervato dalla pancia di quegli stessi italiani che hanno mandato poco tempo fa in cima alle classifiche di vendita La casta di Gian Antonio Stella.
Quella pancia è stata alimentata da venti anni di campagna di delegittimazione dei partiti, con la complicità di ciechi pezzi di ceto politico che hanno consentito che si tagliasse il ramo su cui stavano seduti. In effetti, come si fa a spiegare ad un italiano di buon senso e normalmente informato che dei partiti c’è bisogno, dal momento in cui in Italia parliamo di simulacri a disposizione di leader, gruppi economici ed interessi di potere precostituiti e bloccati? Il Partito democratico ha già sfidato il Pdl sulla riduzione del numero dei parlamentari, ma secondo me è necessario una riflessione ulteriore su che democrazia dei partiti vogliamo costruire in Italia. Ho già avuto modo di esternare la mia contrarietà a un referendum che, anziché forze politiche rappresentative di legittimi interessi, ci consegnerebbe semplici strumenti per la conquista del potere ma totalmente inutili per la rappresentanza degli interessi, le istanze e le ... culture politiche presenti nella società italiana.
Cartelli elettorali caratterizzati dal trasformismo, franchising politici dai quali sia semplice sfilarsi se la ditta va male, veri e propri comitati elettorali destinati a sciogliersi alla fine di ogni competizione elettorale. Insomma partiti fatti ad uso e consumo dei propri leader di riferimento, senza radicamento né idealità, incapaci, non dico di visioni del mondo alternative o concorrenti tra loro, ma di narrazioni collettive che almeno non sembrassero uno la fotocopia dell’altra. Partiti figli del berlusconismo, ma di un berlusconismo minore, destinati a perdere fin quando la partita si svolge su questo terreno. D’altronde tra una banconota vera ed una falsa, la seconda è destinata al macero.
Forse la chiave per una risposta vera sta nella Costituzione, all’articolo 49. L’articolo cioè che delinea i partiti non come semplici comitati elettorali ma strumenti attraverso i quali culture politiche differenti, non semplicemente leader differenti, si confrontano per la gestione della cosa pubblica. Cioè fanno della politica lo strumento per l’attuazione delle proprie politiche. E la mancata piena applicazione di quell’articolo è stato il vero tassello mancante alla chiusura della transizione del sistema politico italiano.
I partiti ricevono in questo paese cospicui rimborsi elettorali erogati al fine di consentire la tutela della res publica, piuttosto che degli interessi dei finanziatori privati. Applicare fino in fondo l’articolo 49 significherebbe obbligare i partiti, in cambio dei rimborsi, a dimostrare di essere veri strumenti della democrazia che si organizza: rendere pubblici i propri dati di tesseramento, celebrare congressi regolari con frequenza, selezionare democraticamente le candidature, magari istituzionalizzando le primarie, promuovere la presenza femminile e la formazione politica dei più giovani, perché le competenze si possono anche imparare nelle aule di studio ma la politica non si può che praticare.
Su questo chiedo al Partito democratico di raccogliere le firme, come atto concreto di impegno per la salvaguardia della nostra democrazia dalle derive plebiscitarie, come risposta ai cittadini che guardano con diffidenza ai partiti, come sfida al berlusconismo ed al dipietrismo, frutti avvelenati dello stesso albero. Una generazione nuova, che ha sperimentato la politica più fuori che dentro i partiti, troverebbe così gli spazi per potere scendere dagli spalti, in cui tanti cittadini si sono relegati al ruolo di tifosi di questo o quel leader, e potere tornare a giocare al gioco grande e bello della democrazia.
Il Pd ha ora la sua chance per cambiare il terreno del confronto, anche a costo di smontare la retorica della semplificazione. Così faremo meglio il nostro dovere, che non è quello di conquistare semplicemente spazi di potere da piegare alla gestione dell’esistente – e quante volte siamo partito di sola gestione – ma quello di permettere ai cittadini di avere più potere, sulle proprie vite e sulla propria comunità. Resteranno altrimenti dieci o mille parlamentari, ma per poco più che schiacciare un bottone rosso o verde, mentre l’Italia continua ad aver bisogno di altro.

Pd, la ricetta di Martina : «Uomini e territorio»

Banchetti e gazebo, volantinaggi e incontri pubblici. Il Partito Democratico ha scelto per le europee e le provinciali una campagna elettorale tradizionale, sul territorio. Così anche ieri in piazza Tebaldo Brusato, dove tutti i pezzi forti del partito si sono raccolti intorno a Matteo Belloni per «sponsorizzarne» la candidatura. C’era il segretario regionale Maurizio Martina, con il capogruppo in Loggia Emilio Del Bono, il segretario cittadino Giorgio De Martin e Franco Ferrari, in corsa per le europee.
Belloni ha ricordato il suo impegno su due fronti: far sì che il lavoro della Provincia diventi «percepibile» su alcuni fronti, come «la crisi e le infrastrutture»; e farlo con «progetti concreti e idee serie». Il candidato nel collegio Brescia Sette, 29 anni, consulente nel settore della comunicazione è stato eletto alle primarie del 14 ottobre 2007 nella costituente del Pd ed è poi stato chiamato a far parte della segreteria regionale. «Il nostro - ha detto Matteo Belloni - è un progetto lineare, che ha contenuti. Con le primarie abbiamo scelto Diego Peli. Ora stiamo facendo campagna elettorale, noi e pochi altri».
La presenza a Brescia del segretario regionale Martina è segnale di «massimo sostegno» a Belloni, che ha definito «una delle persone più interessanti, capaci e anche un candidato non convenzionale». La candidatura alla presidenza di Diego Peli, specifica, è «una proposta territoriale, una proposta che non sta ai diktat di Roma né di Arcore». Ed è proprio a questa autonomia decisionale e al radicamento territoriale che Martina si è appellato per evidenziare la forza di «una squadra che ha competenze, che fa lavoro vero». Non risparmiando qualche affondo agli avversari che, secondo lui, stanno «parlando di tutto ma non dell’oggetto reale di questa ... campagna elettorale». Già «l’interesse della gente per la politica è scarso - ha aggiunto il segretario - se poi il tema è Berlusconi sì o no, allora diventa tutto assai riduttivo».
Viene da chiedersi cosa spinga questo Partito Democratico che tutti danno dall’inizio per perdente ad essere così intensamente presente in città come in provincia, a organizzare aperitivi elettorali e momenti di incontro con i cittadini. «Penso che il Pd - ha risposto Martina - possa essere premiato soprattutto al Nord. In questo anno il Nord ha perso molto. Ce la giochiamo. L’arroganza dei nostri avversari, di chi pensa di aver vinto senza fare campagna elettorale, è indice di poca serietà». Poi un altro affondo ai leghisti: «È interessante che il Carroccio parli di legame e proposte per il territorio, e poi scelga candidati a chilometri da qui. Non sono bresciano, poi, ma se immaginassi di avere sia un sindaco sia un presidente della Provincia part time, sarei molto preoccupato».
Anche il capogruppo in Loggia Emilio Del Bono non ci è andato giù leggero: «Noi investiamo sul futuro, come Matteo Belloni, o sull’esperienza come quella di Franco Ferrari. Molgora dal canto suo ha già dichiarato che non lascerà Roma - ha detto -. Questo dimostra che la Lega è sempre più romana, assai diversa da come si presentava alle origini». E «sempre più sprecona, anche». «Vorremmo che ci dicessero come hanno fatto a fare 500 milioni di debito in Broletto e come ha fatto l’assessore al Turismo Riccardo Minini a spendere 120 mila euro per il viaggio a Siviglia». Insomma, il Partito Democratico si sente «l’unica forza politica che ancora insiste a fare campagna sul territorio». I veri autonomisti, dicono, sono loro.

L'assurda faida della Sicilia

«Mi sto di­verten­do mol­to », ri­dacchia Raffaele Lombar­do. Certo si divertono me­no gli sbigottiti elettori del centrodestra. Che si chiedono: com’è possibi­le che proprio lì, nell’iso­la del mitico «cappotto» alle politiche del 2001 (61 parlamentari a 0), delle 9 province su 9 oggi in pu­gno ai «moderati», del trionfo (65%) alle ultime regionali, sia scoppiata nella coalizione, a pochi giorni dalle Europee, la «guerra termonucleare»? Perché così è stato defi­nito dai suoi stessi prota­gonisti lo scontro che sta squassando la traboccan­te maggioranza (61 seggi contro 29) che potrebbe dominare incontrastata l’Assemblea Regionale Si­ciliana: una «guerra ter­monucleare ». Dove da settimane i protagonisti si scambiano insulti d’ogni genere, da «slea­le » a «farabutto», da «de­lirante » a «stigghiularu», venditore ambulante di budella. Dove velenosi di­spetti avevano esclusi dal ricevimento in onore di Napolitano in visita perfi­no il presidente del Sena­to Renato Schifani e il Guardasigilli Angelino Al­fano. Dove un sotto-se­gretario alla presidenza del Consiglio, Gianfranco Miccichè, in rotta coi ver­tici del Pdl, arriva a dire: «Mi dovranno sparare per fermarmi».
Per non parlare dello stesso governatore che, vittima anni fa dell’intimi­datoria affissione di ma­nifesti listati a lutto, si è spinto a evocare la lonta­na e oscura uccisione del­l’indipendentista Anto­nio Canepa: «Non esclu­do di fare la stessa fine». Parole che, in una terra segnata da una spavento­sa catena di delitti «politi­ci », non vanno prese troppo metaforicamente. Cosa succede? Il nodo, forse, è proprio nell’ec­cesso di sicurezza d’una coalizione che da tempo, anche a causa di una sini­stra via via evaporata in un lamento vittimista («perché i siciliani non ci capiscono?») e ridotta qua e là a numeri di testi­monianza, vince ogni ele­zione a mani basse. E non sembra avere ... ormai altri avversari che se stes­sa. La rivendicazione del rapporto esclusivo con Roma. La voglia di affer­mare un tasso più alto di combattività sicilianista. Gli appetiti insaziabili di notabili che controllano ettari di territorio, bloc­chi di contrade, pezzi di partito, pacchetti di voti. Scommettiamo: anche per il Cavaliere sarebbe meglio un’opposizione più forte che una guerra tra galli per il dominio di un pollaio.
«Zucchero non guasta bevanda», ha detto mesi fa il sindaco uscente di un paese agrigentino con un «comunale» ogni 13,7 abitanti, spiegando che se avesse potuto avrebbe assunti altri dipendenti ancora. Ecco: può darsi che a ricandidare uomini così si possano vincere le elezioni. Ma poi? Non ba­sta vincere e neppure stravincere: poi occorre governare. Questa è la le­zione che arriva da Paler­mo. E in un momento di difficoltà come questo in cui più acute si fanno le gelosie dei «lumbard» sui soldi «dovuti» al Nord e di Lombardo per quelli «dovuti» al Sud, lo spettacolo indecente of­ferto dalla insanabile fai­da dentro la trionfante ma litigiosissima destra isolana, al di là delle ra­gioni e dei torti, esige una risposta. Che non va data solo ai siciliani.

Dieci cose che cambieranno nel mondo dopo la crisi

La Grande Recessione del 2007-2009 può davvero concludersi prima che abbiamo fatto in tempo a imparare qualcosa, a isolare i responsabili, a curarne le cause, a prevenire una ricaduta? C'è in giro una gran voglia di voltare pagina senza avere regolato i conti. Nella speranza assurda che si possa ripartire da dove ci eravamo fermati l'altro ieri, con gli stessi valori, le stesse regole di prima.
Per fortuna ci sono segnali di altra natura. Uno di questi si chiama Kedamai Fisseha. Cittadino americano di origine etiope, a 22 anni si laurea in economia e commercio alla prestigiosa università di Harvard. Un anno prima della tesi aveva fatto uno stage a Wall Street, alla banca Morgan Stanley. Adesso invece ha deciso di arruolarsi nel programma Teach for America. E' un'organizzazione non profit che recluta neolaureati per mandarli a insegnare nelle scuole dei quartieri più poveri e degradati delle metropoli americane. "Mi considero fortunato - dice Fisseha - la crisi in fondo è stata una liberazione per me". Lawrence Katz, docente di Harvard, censisce le carriere professionali di tutti i laureati della sua superfacoltà dal 1960 ad oggi. "Fino a poco tempo fa la carriera nella finanza attirava i primi in graduatoria. Oggi non è vero che Wall Street abbia smesso completamente di assumere. Sono i ragazzi, o almeno una parte di loro, che stanno cambiando interessi e valori".
Verso questi ragazzi che si orientano per il loro futuro, e verso noi stessi, abbiamo un dovere: non sprecare questa crisi. E' urgente un'operazione-verità che metta a nudo le cause ... profonde di un disastro che non è finito. Guardando anche oltre i gravi danni sociali, abbiamo bisogno di diradare la nebbia all'orizzonte. Ci servono delle mappe per orientarci, una guida di comportamenti, un manuale di sopravvivenza.
Dobbiamo capire come ne usciremo, con quali regole del gioco, quali nuovi equilibri e rapporti di forze: sul nostro luogo di lavoro e nella gestione dei risparmi; nelle nostre scelte di consumo e nell'impatto sull'ambiente. In quale mondo vivremo, con quali attori, dentro quali equilibri globali. Vogliamo sapere perché l'economia di mercato non sarà più la stessa, e a cosa assomiglierà la sua prossima versione. Come attrezzarci a vivere con la deflazione, o quel che verrà dopo la deflazione. Quale cultura si affermerà nelle aziende. Cosa cambia nelle banche e nel nostro rapporto con il credito. Quale choc o controchoc può arrivare dal fronte dell'energia e delle materie prime. Cosa resta dei "modelli" esaltati negli anni precedenti, dall'America alla Cina. E se la Grande Recessione può partorire, come la Depressione degli anni Trenta, una corrente di cambiamento durevole nei sistemi politici, nelle ideologie dominanti, nei valori etici.
(...) I mezzi dispiegati per evitare il peggio sono stati colossali. Hanno ordini di grandezza che superano l'immaginazione. Sommando gli aiuti di Stato agli istituti di credito e le operazioni di rifinanziamento d'emergenza effettuate dalle banche centrali, a marzo del 2009 si arrivava a un totale di 5.500 miliardi di dollari (...). Aggiustato per tener conto dell'inflazione, l'onere dei salvataggi bancari è sette volte il costo della guerra nel Vietnam. 23 volte il programma spaziale Apollo con cui l'America arrivò sulla luna. 47 volte il Piano Marshall per la ricostruzione dell'Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale.
Tra Borse, obbligazioni, case, dall'estate del 2007 in poi è stata distrutta una ricchezza pari a 50.000 miliardi di dollari. E' quasi l'equivalente di un anno di Pil mondiale. Proviamo a tradurre questi macrofenomeni in termini di bilanci familiari: quanti possono reggere se un anno intero di reddito va in fumo? Qualsiasi cosa ci raccontino le statistiche mese per mese, un evento di queste proporzioni lascia tracce durevoli nella psicologia collettiva. Resta un'eredità d'incertezza, di cautela nello spendere e nell'investire. Non c'è manovra di aiuti pubblici che possa sanare rapidamente queste ferite. L'intera società è pervasa dalla diffidenza.
(...) Nel futuro del Vecchio continente potrebbe esserci la "sindrome giapponese". L'uscita dalla crisi può prendere le forme di una ripresa finta, anemica, senza crescita. Una bonaccia in cui tutti i nostri mali diventerebbero cronici, insolubili: dal debito pubblico alla crisi previdenziale, dal precariato alle tensioni sociali. Il naufragio del modello giapponese deriva proprio dall'incapacità delle classi dirigenti di Tokyo di capire la deflazione-depressione degli anni Novanta. La loro lentezza nell'affondare il bisturi dentro un sistema bancario disastrato; la timidezza delle misure per il rilancio dei consumi interni; il rifiuto dell'immigrazione come rimedio alla denatalità. Sono tutti sintomi oggi presenti anche in Europa. La prospettiva di un orizzonte piatto, senza sviluppo, può piacere ai fautori della de-crescita, che vedono nella "idolatrìa del Pil" la radice di tutti i nostri mali: a cominciare dalla distruzione dell'ambiente. Ma se si realizza il loro desiderio, le delusioni potrebbero essere amare. Nella grande bonaccia dove troveremo le risorse per investire in tecnologie verdi, per aumentare i fondi pubblici alla scuola, all'università, alla ricerca scientifica?
(...) Se la Grande Recessione ha avuto tra le sue cause economiche l'aumento delle disparità sociali, aggredire questo problema diventa doppiamente prioritario. E' il modo per rilanciare una crescita sana, basata su un potere d'acquisto meglio diffuso, anziché sull'economia del debito. Ed è anche una terapia per molte malattie sociali che ci affliggono.
(...) La Depressione degli anni Trenta fu uno di quei momenti della storia in cui interi sistemi di valori vengono ribaltati, si crea una nuova etica civile. Temprata dalle sofferenze, quella che gli americani battezzarono The Greatest Generation riscoprì la fede nell'azione collettiva, l'utilità del sacrificio, la solidarietà, il dovere dello Stato di agire per il bene comune. Le grandi crisi servono a rimettersi in discussione, costringono a osare là dove il pensiero non si era mai avventurato: su quella del XXI secolo il verdetto è aperto.

Accuse al Cavaliere nel libro Einaudi rifiuta Saramago

Einaudi non pubblicherà Il quaderno, il libro che raccoglie testi let­terari e politici scritti sul blog dallo scrittore porto­ghese José Saramago, pre­mio Nobel per la letteratura nel 1998. Ne dà notizia «L’Espresso» oggi in edico­la anticipando che l’editore della raccolta di saggi sarà sempre torinese, Bollati Bo­ringhieri, ma soprattutto svelando il motivo della momentanea rottura tra l’autore di Cecità e la casa dello Struzzo. «La nuova opera — scrive Mario Porta­nova — contiene giudizi a dir poco trancianti su Silvio Berlusconi, che di Einaudi è il proprietario». Sarama­go è severo con Berlusconi ma anche con gli italiani, il cui sentimento «è indiffe­rente a qualsiasi considera­zione di ordine morale». Ma «nella terra della mafia e della camorra che impor­tanza può avere il fatto pro­vato che il primo ministro sia un delinquente?». L’au­tore del Quaderno arriva a paragonare il nostro capo del governo a «un capo ma­fioso ».
«L’Einaudi — spiega per parte sua un comunicato della casa editrice che ha pubblicato quasi tutti i ro­manzi del premio Nobel — ha deciso di non pubblicare O caderno di Saramago per­ché fra molte altre cose si dice che Berlusconi è un 'delinquente'. Si tratti di lui o di qualsiasi altro espo­nente politico, di qualsiasi parte o partito, l’Einaudi si ritiene libera nella critica ma rifiuta di far sua un’ac­cusa che qualsiasi giudizio condannerebbe».
Saramago, 87 anni, che in questi giorni è nella sua casa di Lanzarote, nell’arci­pelago delle Canarie, ha ac­cettato di rispondere via e-mail ad alcune nostre do­mande. «Non pubblico la mia nuova raccolta di saggi con Einaudi — ci scrive il premio Nobel — perché in essa critico senza censure né restrizioni di alcun tipo Berlusconi, il quale è il ca­po del governo ma anche il proprietario della casa edi­trice, come di tanti altri mezzi di comunicazione in Italia. La verità è che quella che si è creata potrebbe es­sere definita una situazione pittoresca se il fatto che un politico accumuli tanto ... po­tere non facesse temere per la qualità della democra­zia ».
Lo scrittore portoghese, che si rivelò nel 1982 con Memoriale del convento e che non ha mai nascosto le sue simpatie per la sinistra (si iscrisse clandestinamen­te al partito comunista por­toghese nel 1969 riuscendo a evitare le galere del ditta­tore Salazar), ci scrive che nessuno gli ha mai propo­sto di cancellare i passaggi su Berlusconi: «Ho cono­sciuto la censura durante la dittatura portoghese, l’ho sofferta e combattuta e nes­suno in una situazione di apparente normalità demo­cratica mi potrebbe chiede­re di amputare una mia ope­ra ».
Facciamo notare che cer­ti giudizi ci sembrano quan­tomeno eccessivi. Sarama­go non si scompone: «Le qualificazioni che ho dato di Berlusconi non nascono dalla mia testa ma si basa­no su informazioni giornali­stiche che ogni giorno appa­iono sulla stampa europea. Io semplicemente osservo e concludo. Con dispiacere, naturalmente». Insistiamo: perché arrivare a paragona­re Berlusconi a un «capo della mafia»? Saramago ri­sponde: «Davvero le sem­bra esagerato? È sicuro? Al­meno mi concederà che ha una mentalità mafiosa».
L’autore del Vangelo se­condo Gesù è severo anche con l’Italia: «Quando tutte le opinioni che si diffonde­vano sulla capacità creati­va, sulla modernità e talen­to artistico erano favorevo­li, non ricordo nessuno che si lamentasse di questi giu­dizi. Ora le cose sono cam­biate. L’Italia non è più il Pa­ese che emoziona, ma sor­prende non certo per le mi­gliori ragioni. Né l’Italia né coloro che amano questo Paese meritano lo spettaco­lo politico di fascinazione malata per Berlusconi».
Saramago pubblicherà il suo prossimo romanzo da Einaudi? «Del mio nuovo romanzo, che credo vedrà la luce in autunno, non si è ancora parlato e non so do­ve porterà questa faccen­da ».
Il premio Nobel non sa che altre opere di critica a Berlusconi sono state rifiu­tate da Einaudi, dalle poe­sie politiche postume di Giovanni Raboni al Duca di Mantova di Franco Cordel­li, sino al Corpo del capo di Marco Belpoliti, che l’auto­re ha preferito pubblicare da Guanda, però commen­ta: «Dev’essere duro vivere quando il potere politico e quello imprenditoriale si riuniscono. Non invidio la sorte degli italiani, però in­fine è nella volontà degli elettori mantenere questo stato di cose o cambiarlo».