martedì 30 giugno 2009

La manovrina delle illusioni

In tutto il mondo la parola d' ordine di chi ha in mano le leve della politica economica è oggi definire una "exit strategy", una strategia di uscita dalla crisi. Si tratta di pensare a misure che valgano non solo per portarci fuori dalla recessione. Ma anche e soprattutto per il dopo, quando finalmente saremo fuori dalla depressione più nera del Dopoguerra. Per il nostro governo, invece, la parola d' ordine è sempre stata e continua ed essere un' altra: "guadagnare tempo" e "negare sempre e comunque l' evidenza" della crisi. È esattamente con questo spirito che è stata varata la manovrina d' estate, un pacchetto di interventi altamente eterogenei, accomunati solo dalla loro natura transitoria e piccola entità. Insomma, le solite bandierine da esibire nei convegni. Anche le misure potenzialmente più utili - come la detassazione degli utili reinvestiti - sono rese del tutto inefficaci dai limiti temporali (giugno 2010) e dai tetti loro imposti. Per indurre le imprese a investire non si può aggiungere incertezza a incertezza, unendo ai rischi della crisi quelli di non vedersi riconosciuti gli aiuti promessi dallo Stato. Erano molto attesi i provvedimenti sul mercato del lavoro alla luce della forte crescita della disoccupazione a inizio 2009. Il provvedimento più importante consiste nella proroga della proroga, la possibilità concessa ai lavoratori in Cassa Integrazione di allungare ulteriormente la durata dei trattamenti loro riservati e addirittura rimpinguarli fino al 100 per 100 cento del salario precedente. Questo avverrà frequentando corsi di formazione forniti dalla stessa impresa presso cui operavano. La misura non può certo migliorare le opportunità di impiego di quei lavoratori che sono occupati in quelle tante imprese che non hanno un futuro oltre la crisi. Al contrario, si tratta di un tampone che serve solo ad illudere il lavoratore. Come ampiamente documentato, chi è in Cassa Integrazione dedica molto meno tempo (per la precisione un terzo del tempo) di chi è disoccupato nella ricerca di un impiego alternativo. Rischierà poi di dover cercare un lavoro in fretta dopo aver perso da troppo tempo contatto col lavoro vero, quando tutto è più difficile. Ma questa misura, assieme al premio ... ventilato per le imprese che non metteranno più lavoratori in esubero, è soprattutto uno schiaffo ai lavoratori che hanno sin qui già perso il lavoro. Ci riferiamo, ai quei 400 mila precari, quasi tutti giovani, che non si sono visti rinnovare il contratto dall' inizio della crisi, secondo i dati sin qui disponibili (che si fermano a tre mesi fa). Di questi, nella migliore delle ipotesi, solo uno su tre riceve un sussidio di disoccupazione ordinario per pochi mesi, a fronte di una durata della disoccupazione che nel cinquanta per cento dei casi è superiore ai 12 mesi. Ovviamente la proroga della Cassa Integrazione non li interessa. Al contrario, il provvedimento servirà a rendere ancora più difficile per loro trovare un impiego alternativo perché le imprese in difficoltà, incentivate a tenere in busta paga i lavoratori in esubero, reagiranno bloccando le assunzioni. Per questo governo quel 25 per cento di disoccupazione fra chi ha meno di 35 anni in Italia semplicemente non esiste. Lo ha detto chiaramente in queste settimane il ministro Sacconi, che ha invitato i giovani a fare gli imbianchini anziché perdere tempo nella ricerca di lavori in cui possano meglio utilizzare il proprio capitale umano a beneficio di tutti. Lo ha poi ribadito, qualche giorno dopo, il ministro Tremonti, che ha sostenuto che per essere contabilizzati come disoccupati dall' Istat basta rispondere svogliatamente ad una telefonata fatta a 1000 persone. Niente di più falso. Si tratta di 280.000 interviste, non poche delle quali svolte di persona, a casa dell' intervistato, e la condizione di disoccupato viene accertata sulla base di una serie di domande che definiscono oggettivamente lo stato di disoccupazione, sulla base di criteri molto restrittivi: ad esempio, basta lavorare anche solo un' ora nell' ultima settimana per non essere più contato tra i disoccupati. Che vivono una condizione di disagio effettivo, non di svogliatezza o pigrizia: i disoccupati rilevati dalle statistiche sulle forze di lavoro sono, ad esempio, due volte più vittime di crisi depressive e stressati di chi un lavoro ce l' ha. Del resto chi oggi svilisce le statistiche dell' Istat qualche anno fa, quando la disoccupazione calava, parlava di "cifre inequivocabili che confermano la bontà e l' efficacia delle azioni intraprese dal governo". E non può che avere il sapore del commissariamento dell' Istat la scelta, in questo clima, di creare una banca dati integrata sul mercato del lavoro, gestita dai ministeri del Tesoro e del Lavoro con gli istituti "vigilati o controllati dai ministeri". In ogni caso da ieri l' informazione economica in Italia è ancora meno libera. Non solo per le ennesime gravissime minacce del presidente del Consiglio, di cui si dà conto in altre parti del giornale. Il fatto è che il governo ha fatto un regalo alla Fieg, Federazione Italiana Editori di Giornali, ripristinando l' obbligo per le società quotate di fare pubblicità a pagamento sui giornali non solo di eventi societari, ma anche di informazioni sensibili. Lo ha fatto contravvenendo a una delibera della Consob che aveva ritenuto sufficiente la semplice comunicazione, a titolo gratuito per le società, su Internet. E ha respinto le dimissioni di Lamberto Cardia, l' eterno presidente della Consob, che era stato messo in minoranza all' interno della commissione proprio per aver cercato di andare incontro alle richieste della Fieg. L' interrogativo che ogni democratico dovrebbe porsi è: che cosa potrebbe pretendere il governo in cambio di questa concessione fatta agli editori, soprattutto in un momento in cui mass media e carta stampata versano in grave crisi?

Sette giorni per convincermi ma se corro è per vincere

"Lo decido entro la fine della settimana". Sergio Chiamparino fissa a se stesso il termine entro cui si saprà se a correre per guidare il Pd ci sarà anche lui oppure no.
La domanda che tutti si fanno è: cosa aspetta per decidere?
"Prima voglio capire quali sono le proposte politiche con cui si presentano Bersani e Franceschini".
Sabato al Lingotto lei ha detto che a frenarla rispetto alla candidatura è la volontà di rispettare fino in fondo il mandato di sindaco. Ha già cambiato idea?
"È un impegno che mi sono preso, ma che può essere rimesso in gioco se capissi che le due mozioni in campo non coprono che una parte degli stati d'animo della base del partito. Per altro non c'è incompatibilità formale tra i ruoli di sindaco e di segretario".
E poi, se si perde la battaglia a Roma, si può sempre tornare a Palazzo Civico a Torino. È così?
"Se deciderò per il sì, la mia non sarà una candidatura tattica. Non accetterò di essere usato come arma per schermaglie tra correnti, di fare il terzo o il quarto che poi tratta con i favoriti se nessuno raggiunge il cinquanta per cento".
Quindi gioca per vincere?
"Non voglio essere presuntuoso, ma ho ricevuto tali e tante pressioni che non può essere che così".
Con quali proposte Bersani e Franceschini possono convincerla a non scendere in campo?
"Le ho già riassunte nel mio intervento all'assemblea del Lingotto".
È il caso di ricordarle.
"Il primo punto è come si affronta la crisi della sinistra che riguarda tutta l'Europa. Con lo stato sociale messo in crisi dai deficit del bilancio statale l'unica strada per salvarlo è togliere qualcosa ai garantiti per dare a chi garanzie non ne ha. Brunetta in questo ci sta anticipando, sta facendo ... qualcosa di sinistra anche se spesso solo con annunci e spot".
E poi?
"C'è la questione laicità: per me sui grandi problemi etici alla fine deve decidere l'individuo. La religione accompagna i credenti, lo Stato deve accompagnare tutti, mettere a disposizione i servizi. Ma se bisogna staccare o no la spina lo decide l'individuo o chi gli sta vicino".
Questione alleanze: Pd più Udc, partito a vocazione maggioritaria, ritorno all'Unione. Cosa sceglie?
"È il terzo punto: io credo in un partito che mette insieme le diverse culture e poi si allea con altri in un sistema bipolare, alternativo alla destra. Se qualcuno preferisce un ritorno al vecchio centro-sinistra, quello con il trattino, e per questo auspica la rinascita di una grande forza di centro, lo dica con chiarezza".
Per diventare segretario bisogna avere con sé anche un bel pacchetto di tessere. Si sta attrezzando?
"È una questione che finora mi è stata del tutto estranea. Comunque mi sono informato: mi dicono che ad oggi i tesserati del Pd sfiorano il mezzo milione".
Qualcuno sostiene che la maggior parte sono nel Sud. Le risulta?
"Sì, mi hanno detto che in alcune regioni del Meridione c'è un numero di iscritti particolarmente alto, è un problema che va affrontato".
Lo dice come potenziale leader del Pd del Nord?
"È un altro punto su cui voglio capire bene cosa diranno Franceschini e Bersani: credo nella necessità di una effettiva autonomia statutaria, amministrativa e nella scelta delle candidature delle federazioni regionali. Quest'autonomia finora non c'è stata. Per me è un elemento decisivo".
L'altra sera lei ha incontrato Fassino, al quale è legato da una lunga amicizia non solo politica. Le ha dato il suo appoggio?
"Mi ha confermato che sosterrà Franceschini".
Non le fa paura il rischio di diventare solo il capocorrente di quei giovani del Pd che sabato le hanno più volte chiesto di candidarsi?
"Non farò mai il capocorrente. L'assemblea di sabato al Lingotto, poi, non mi è sembrata davvero l'atto fondativo di una corrente: ha espresso emozioni, stati d'animo, più che proposte. Se quegli stati d'animo non avranno risposta e si allargheranno ad altre parti del Pd, allora vedrò. Se invece le proposte dei due candidati che sono già in campo saranno tali da soddisfare queste esigenze, allora perché mai dovrei aggiungermi io?".

Penati: "Sto con Bersani: no a candidati per tattica"

Presidente Penati coordinerà la campagna congressuale di Bersani, allora?
«Pierluigi me lo ha chiesto e io ho dato la mia disponibilità. Credo che alla fine andrà così».
Perché Bersani e non Franceschini o il famoso terzo candidato che altri rincorrono?
«Io sono un amministratore fortemente ancorato al territorio. Ho scelto Bersani perché la sua esperienza politica viene dal territorio. Ed è quella di un pragmatico che possiede e dimostra una profonda cultura di governo. Pierluigi è una personalità politica che sento vicina al mio modo di essere »
Lei ritiene che Bersani e Franceschini rappresentino bene la complessità del Partito democratico o sarebbero utili anche altre candidature?
«Io non so se ci sarà o no una terza candidatura. Ciò che mi piacerebbe fosse evitato, però, è il gioco di schierare altri nomi non sulla politica ma sulla tattica. Questa scelta, alla fine, potrebbe vanificare il risultato delle primarie per riportare le decisioni sulla leadership al chiuso di un’assemblea»
Qualora nessuno dei candidati dovesse ottenere il 50% alle primarie, naturalmente...
«Appunto, altre candidature le vedrei non utili se concepite solo allo scopo di negare le primarie. Cosa diversa se nascessero dentro una competizione che si allarga»
Non c’è il rischio che il congresso si risolva nella conta interna al Pd,lontana dal Paese e dalla sua crisi?
«Credo che debba prevalere, al contrario, e da parte di tutti, lo sforzo per un congresso sulle ... opzioni politiche e sulla piattaforma programmatica. Credo, anche, che si debba costruire una tavola di valori che ci renda leggibili e alternativi al centrodestra»
Per il momento la discussione si limita alla disputa teorica su chi sarebbe più innovatore dell’altro. Siamo ancora alla propaganda. Un po’ pochino, non crede?
«Il congresso deve spingere in direzione di un profondo rinnovamento, a partire dalla piattaforma politica. Serve innovazione anche nei gruppi dirigenti, naturalmente. Questo, per me, significa valorizzazione dei giovani. Di quei trenta-quarantenni, cioè, davvero tanti, che già hanno maturato esperienze importanti nelle istituzioni, come amministratori, o nel partito. Prima la piattaforma politica, quindi, perché la scelta dei gruppi dirigenti dev’essere conseguente, E deve promuovere le nuove generazioni a partire da ciò che è già in campo. Senza innamorarsi, cioè, della sorpresa dell’ultimo momento»
Al Lingotto, sabato scorso, c’era una platea democratica abbastanza agguerrita, “quasi un congresso” si è scritto...
«A Torino si è riunito solo un pezzo del rinnovamento. Un patrimonio di energie e di esperienza cui sicuramente attingere, e che è a disposizione del partito. Il rinnovamento, tuttavia, è la capacità di creare un’alternativa di governo al centrodestra. È li che si misura, ed è lì che vince o perde. Oggi, noi, rischiamo di non essere percepiti come utili e credibili. Lo vediamo al Nord dove, se scende il Partito delle libertà sale la Lega e dove noi non siamo considerati nemmeno quando si vuole esprimere un voto di scontento rispetto al governo. Ecco, il vero rinnovamento passa attraverso la capacità di un gruppo dirigente di costruire il profilo, l’identità, la tavola dei valori, la piattaforma programmatica di un partito in grado di farsi percepire come credibile. Altrimenti ci mettiamo a rincorrere un’innovazione che non porta a nulla»
A Milano lei ha perso per un pelo. Un grande recupero tra primo e secondo turno. Fosse dipeso dalla città Penati sarebbe ancora presidente della Provincia. Destra schiacciasassi, ma per fino al Nord il centrosinistra può tornare a vincere ...
«Ilvo Diamanti parla dell’Italia come di un Paese politicamente contendibile e ha ragione. C’è una forte mobilità del voto e c’è la necessità che il Partito democratico si presenti, appunto, come un’alternativa credibile al centrodestra. Il risultato di Milano dimostra che di imbattibile e di già assegnato una volta per tutte non c’è nulla, nemmeno lì dove la destra è più forte. Se la proposta che avanza il Partito democratico è capace di parlare contemporaneamente ai ceti popolari e a quelli produttivi, allora si vince»

Intervista a Claudio Martini presidente della Toscana

Il congresso del Pd in autunno? «Per me sarebbe stato meglio farlo dopo il voto regionale ». Non ha dubbi il presidente toscano Claudio Martini «all’ultima direzione nazionale non c’ero per motivi personali, ma vi fossi stato avrei sostenuto la tesi di Finocchiaro, Chiamparino ed altri» dice. «Penso che bisogna fare prima una riflessione su cosa sta accadendo in noi e intorno a noi» commenta il capo della giunta della Toscana. Intanto Dario Franceschini e Pierluigi Bersani sono già in pista per la leadership del Pd, dopo il Lingotto sullo sfondo si fa largo la sagoma di un outsider che piace tanto agli under 40 «ma sento il rischio che si vada ad un congresso affrettato in cui sia troppo poco lo spazio per una riflessione vera su cosa sta succedendo intorno a noi» insiste Martini. Il suo pensiero va subito alla crisi economica «qual è la nostra idea per uscirne?» si chiede il presidente toscano «giustamente diciamo che il governo non l’affronta seriamente, ma noi però dobbiamo mettere in campo una proposta complessivamente organica sui grandi temi sociali ».
Martini, i nodi da sciogliere sono tanti.

«Il grande tema è su come costruire una nostra maggiore compattezza, è quanto ci chiede la gente. In giro sento una forte preoccupazione, che in realtà prevalga di nuovo una logica di tensione e di distanza l’uno dall’altro ».
Franceschini e Bersani, Chiamparino ci sta pensando. Lei con chi sta?

«A chi potrebbe interessare con chi sto io? A me interessa partecipare ad una discussione seria». Aspetta le proposte di chi aspira a guidare il Pd?
«Proprio così. Voglio vedere le piattaforme politiche di Bersani, Franceschini e di chiunque altro e quando avrò verificato se, a mio modesto parere, affrontano davvero i nodi che vedo nella società e nel travaglio che c’è nel nostro mondo, allora deciderò di aderire o di sostenere certe idee. Mi ... sembra che questa corsa allo schierarsi, a prescindere dai contenuti, sia uno dei problemi più grossi ».
I trentenni e i quarantenni vogliono contare di più e puntano su Chiamparino la loro voglia di rinnovamento.
«Io mi considero un po’ all’antica. Quindi, vorrei sapere cosa propone questo terzo uomo o donna, che abbia trenta o quarant’anni, cosa propone oltre ad essere un quarantenne? Proporrà un’idea su come gestire tutto il partito e non solo quelli della loro generazione, avrà un’idea su come rimettere insieme una nostra organizzazione, che è molto evanescente in tanta parte del paese? Qual è la loro idea sulla forma partito? Se alla fine il problema diventa solo una insulsa gara mediatica, francamente non mi interessa».
D’Alema e Veltroni si dovrebbero fare definitivamente da parte?
«Non sono mai stato né veltroniano e né dalemiano. Tutti i dirigenti del partito dovranno dare un loro contributo, certo complessivamente abbiamo bisogno che emerga una nuova generazione, che si mescoli anch’essa. Mi sembra un dibattito surreale e anche questo mi conferma che impostato così il congresso ci farà solo del male».
Il dibattito surreale non potrebbe essere figlio di un partito surreale?
«Io il partito lo vedo, l’ho incontrato concretamente nelle campagne elettorali e nelle amministrazioni. Il problema è collegare questo partito e la realtà, con tutti i suoi difetti, come: una certa autoreferenzialità, una spinta correntizia che sta prendendo campo un po’ in tutte le generazioni. Se noi discutiamo ancora su che età devono avere i dirigenti, se certi dirigenti si devono fare da parte, vuol dire che non parliamo di una linea politica, ed è questo il vero grande problema».
Da ex sindaco di Prato quanto di questi problemi hanno contribuito alla recente sconfitta amministrativa? Dopo sessantatre anni la città cade nelle mani delle destre.
«Penso che anche a Prato ci sia stato un acutizzarsi senza prospettiva della crisi economica e un esplodere fuori controllo della questione immigrati, in particolare quella cinese. Siamo stati presi in contropiede. Il problema è politico: noi perdiamo nelle situazioni in cui la crisi si mischia in una grande paura nel rapporto con gli stranieri. Perché succede? Questi mi sembrano dei grandi problemi politici».
A Prato però non sono mancati i veleni dentro lo stesso Pd.
«Sicuramente avranno contatto anche le divisioni di un gruppo dirigente, è inutile dire che non ci siano. Prato è una città difficile da maneggiare. Ora voglio vedere la destra alla prova».

Gad Lerner: "Pd: resto in attesa di altre candidature"

Vedrei con favore una candidatura diretta alla segreteria del Pd del sindaco torinese Sergio Chiamparino, non solo per la felice esperienza politica che egli esprime (abbiamo visto altri amministratori locali diventare pessimi leader nazionali), ma per l’esempio di coerenza che darebbe ai vari Cacciari, Penati & co: non si può proclamare sui giornali la secessione nordista e la necessità di ridimensionare la nomenclatura romana, salvo poi accodarsi ogni volta al carro del vincitore di turno.
Ma non mi basta. Altri, e soprattutto altre si facciano avanti. Deludente, da questo punto di vista, è stato per me il frettoloso allineamento di Rosi Bindi dietro al favorito Bersani. Quasi che una come lei potesse permettersi al massimo un giro in libertà, non di più. Mentre il paese avrebbe tutto da guadagnare se si facesse avanti (non per cooptazione) una leadership democratica femminile, quella a cui la Finocchiaro si rivela incapace di aspirare per moto proprio.
Non ho personalmente nulla contro Bersani, politico autorevole di cui non ho apprezzato i tatticismi nel passato; nè contro Franceschini che mi ha sorpreso positivamente nei mesi scorsi, anche se si poteva risparmiare l’ipocrisia del “non mi candiderò alle primarie”, quasi che gli italiani debbano dare sempre per scontato che i politici dicono le bugie. Ma oggi non mi interessa esprimere una preferenza di tipo personale sul futuro segretario che uscirà dal congresso del Pd. Molto di più mi preme lavorare perchè si attivino meccanismi di selezione e di contendibilità della leadership autenticamente democratici. In parole povere: che si candidino in ... molti e che si confrontino sul progetto ad armi pari, sollecitando la partecipazione dei cittadini elettori a una scelta che non sia garantita da porzioni di notabilato già acquisite in anticipo.
Vedo per esempio quel che succede in Lombardia, dove i soliti marpioni che da sempre si guardano in cagnesco (Penati-Panzeri-Pollastrini) e l’eterna promessa mancata (il sempregiovane Martina) già fanno a gara per schierarsi con Bersani guidati dall’istinto di sopravvivenza.
Prendiamoci il tempo di qualche settimana ancora. I sedicenti giovani di Piombino o del Lingotto tirino fuori i nomi e gli argomenti. Le donne, se ci sono, battano un colpo anche per guidare una rivolta culturale in nome della loro dignità offesa che nel paese serpeggia pur nella loro imbarazzante latitanza politica.
La mia speranza è che stavolta il congresso anticipi delle primarie “vere”, non la replica di alleanze equivoche come quella riunita per convenienza nel 2007 intorno a Veltroni.

La guerra barbarica delle mafie e dei mafiosi

Roberto Saviano, con un' operazione strettamente letteraria, ma di enorme peso politico, ha promosso a scenario di guerra ciò che per i media, da anni, è ordinaria cronaca nera. Chissà se esistono aspiranti Saviano a Crotone. In grado di raccontare - tra le mille - la storia di un bambino di undici anni che stava giocando a calcetto, ed è caduto vittima di una delle tante operazioni della guerra del Sud, eserciti tribali contro altri eserciti tribali, una carneficina che conta molte decine di migliaia di morti (decine di migliaia!), rastrellamenti in locali pubblici, sparatorie quotidiane, bombe che ribaltano autostrade, pallottole vaganti che stroncano innocenti, battaglie tra famiglie di banditi, bambini strozzati e sciolti nell' acido, migliaia di miliardi che condizionano e magari deviano l' economia di uno dei paesi più ricchi del mondo. Potessimo vederle tutte in fila, atrocità come quelle di Crotone, ci renderemmo conto che niente, in questo Paese, è lontanamente paragonabile alla guerra barbarica delle mafie e dei mafiosi, dei loro alleati e dei loro sottoposti, spesso interi quartieri, interi paesi. Pensandoci lucidamente, rimane inspiegabile l' assuefazione pigra che impedisce a tutti (politica, media, opinione pubblica) di chiamare guerra qualcosa che altro non è.

Bersani: «Un Pd che funzioni»

Il senatore Guido Galperti parla di un partito che recuperi la sua anima «popolare». Pierluigi Bersani, candidato alla leadership del Pd al prossimo congresso d’autunno, aggiunge «sinistra democratica e liberale». Ospiti ieri sera della festa dell’Oltremella, nei pensieri di entrambi i due termini si accompagnano all’idea che i tempi del partito liquido e delle vocazioni maggioritarie sono andati in soffitta.
Galperti la mette in questo modo: il partito liquido «è bello», ma bisogna anche sapere che i quotidiani «non sono di proprietà dei salariati agricoli» e che quindi se si è strutturati è meglio; che un partito deve tendere all’unità e darsi degli strumenti organizzativi adeguati. Aggiunge perplessità rispetto alla scelta di mettere come capolista in Veneto l’industriale Massimo Calearo, osserva che i tanti miliardi («sei o sette», rileva Bersani) messi per il cuneo fiscale non hanno portato a grandi risultati e questo per dire che forse «riconnettersi di più con i ceti popolari è cosa buona».
Bersani approva, si dice molto in sintonia con Galperti, e la spiega così: «Lo dicevo da subito: attenzione a fare il partito liquido, perché c’è già la società liquida e va a finire che poi ci facciamo tutti una bevuta - afferma -. Passavo per “partitista”, ma era vero il contrario. Per me il partito è lo strumento, il fine è la società». E, aggiunge, se è uno strumento deve funzionare e non può limitarsi ad «assorbire» la società. E qui strappa applausi: «Se ti fai assorbire vuol dire che hai perso la speranza del cambiamento. Io invece mi metto in associazione per cambiarla almeno un po’, questa società».
E se per Bersani il partito deve diventare una cassetta degli attrezzi adeguata, e di questo si dovrà discutere al congresso, al centro della riflessione deve esserci anche la crisi ... economica, «crisi che cambierà tante cose sul piano economico, sociale e politico». Già, la crisi, che sarà anche vero che è nata dalle piramidi finanziarie e dalle tante catene di Sant’Antonio, ma bisogna anche chiedersi cosa ci fosse prima. Bersani la traduce con un esempio: «Per 15 anni e più gli Stati Uniti non hanno distribuito ricchezza, ma hanno dato via mutui e carte di credito». Per un bel po’ le persone hanno speso soldi che non avevano, poi il gioco è finito. E così in Cina, che ha prodotto per tutto il pianeta, ma ha consumato ben poco.
INSOMMA, PER BERSANI la morale è che «nessuno può stare bene da solo e un sistema dove una persona mangia dieci volte al giorno non funziona». Insomma, è il ritorno della politica, che però deve metter mano a un grande problema: c’è la crisi, ma c’è anche il ridimensionamento, la «torta che si restringe» dopo che la bolla si è gonfiata a dismisura. Bersani parla del «nulla» fatto da questo governo, che la crisi l’ha negata, che ha messo risorse per «togliere l’Ici a Moratti», che ha voluto sperperare denaro per Alitalia. E che, «come ha fatto tre giorni fa, sparge pillole buone solo per i titoli per i giornali». I tempi sono difficili, c’è un meno cinque di Pil che forse il prossimo anno crescerà dello 0,5 («partendo dal pavimento del meno cinque», però), ci sono in prospettiva un milione di posti di lavoro in meno, «una cosa che fa paura solo a dirla». Servono misure, non gli spot del Governo.
Bersani guarda al futuro, ricorda che le pieghe della crisi possono essere diverse. In diverse parti del mondo ci sono state svolte progressiste, non in Europa però: «Le forze di sinistra sono ferme, sono state le forze del compromesso sociale travolte dalla globalizzazione - spiega -. La destra ha recitato tutte le parti in commedia, liberista e quella paurosa della globalizzazione, ma non ha preso in mano la barra delle riforme». Da qui la considerazione che la crisi può avere pieghe regressive e sta «a noi la responsabilità di fare in modo che invece siano positive». Una battuta, infine, sulle feste di palazzo: «Un partito non è un’autorità morale, ma ha il diritto di chiedere che un Paese sia governato con serietà, sobrietà e dignità».

L'Aquila, le amicizie pericolose all'ombra della prima new town

L'AQUILA - Nel primo cantiere aperto per ricostruire L'Aquila c'è un'impronta siciliana. L'ha lasciata un socio di soci poco rispettabili, uno che era in affari con personaggi finiti in indagini di alta mafia. I primi lavori del dopo terremoto sono andati a un imprenditore abruzzese in collegamento con prestanome che riciclavano, qui a Tagliacozzo, il "tesoro" di Vito Ciancimino.
Comincia da questa traccia e con questa ombra la "rinascita" dell'Abruzzo devastato dalla grande scossa del 6 aprile 2009. Comincia ufficialmente con un caso da manuale, una vicenda di subappalti e di movimento terra, di incastri societari sospetti. Tutto quello che leggerete di seguito è diventato da qualche giorno "materia d'indagine" - un'informativa è stata trasmessa dalla polizia giudiziaria alla procura nazionale antimafia - ma l'intreccio era già rivelato in ogni suo dettaglio da carte e atti di pubblico accesso.
Partiamo dall'inizio. Dai fatti, dai luoghi e dai nomi di tutti i protagonisti e dei comprimari di questo primo lavoro per il terremoto d'Abruzzo. Partiamo dalla statale 17, la strada tortuosa e alberata che dall'Aquila passa per Onna, il paese che non c'è più, il paese spazzato via alle 3,32 di quasi ottanta notti fa. È qui, sotto la collina di Bazzano, dove sorgerà la prima delle venti "piccole città" promesse da Berlusconi agli aquilani per la fine di novembre - sono le famose casette, i 4500 alloggi per ospitare fra i 13 mila e i 15 mila sfollati - che è stato dato il via in pompa magna alla grande ricostruzione. È qui che sarà costruita la prima "new town". È qui che hanno alzato il primo cartello: "Lavori relativi agli scavi e ai movimenti di terra lotto Ts". Ed è qui che l'imprenditore Dante Di Marco, alla fine di maggio, ha cominciato a spianare la collina con le sue ruspe e i suoi bulldozer. Così si chiama l'amico degli amici ... siciliani che nascondevano in Abruzzo i soldi di don Vito, l'ex sindaco mafioso di Palermo.
Dante Di Marco ha 70 anni, ha amicizie importanti in tutto l'Abruzzo, è residente a Carsoli che è un piccolo paese fra l'Aquila e Roma. L'appalto per rosicchiare la collina di Bazzano e sistemare una grande piattaforma di cemento - è là sopra che costruiranno quelle casette sostenute dai pilastri antisismici - è stato aggiudicato da un'"associazione temporanea di imprese". La capogruppo era la "Prs, produzione e servizi srl" di Avezzano, la seconda ditta era la "Idio Ridolfi e figli srl" (anch'essa di Avezzano, sta partecipando anche ai lavori per la ristrutturazione per il G 8 dell'aeroporto di Preturo), la terza era la "Codisab" di Carsoli, la quarta era l'impresa "Ing. Emilio e Paolo Salsiccia srl" di Tagliacozzo e la quinta l'"Impresa Di Marco srl" con sede a Carsoli, in via Tiburtina Valeria km 70.
L'impresa Di Marco è stata costituita nel 1993, ha una ventina di dipendenti e un capitale sociale di 130 mila euro, l'amministratore unico è Dante Di Marco (gli altri soci sono il figlio Gennarino e la figlia Eleana), la ditta non è mai stata coinvolta direttamente in indagini antimafia ma il suo amministratore unico - Dante - risulta come socio fondatore della "Marsica Plastica srl" con sede a Carsoli, sempre in via Tiburtina Valeria km 70. È questo il punto centrale della storia sul primo appalto del terremoto: un socio della "Marsica Plastica srl" ha praticamente inaugurato la ricostruzione.
Quest'impresa, la "Marsica Plastica srl", è molto nota agli investigatori dell'Aquila e anche a quelli di Palermo. È nata il 22 settembre del 2006 nello studio del notaio Filippo Rauccio di Avezzano. Tra i soci di Dante Di Marco c'era l'abruzzese Achille Ricci, arrestato tre settimane prima del terremoto per avere occultato i soldi di Vito Ciancimino in un villaggio turistico a Tagliacozzo. C'era Giuseppe Italiano (il nome di suo fratello Luigi è stato trovato in uno dei "pizzini" del boss Antonino Giuffrè quando era ancora latitante), che è un ingegnere palermitano in affari di gas con Massimo Ciancimino. C'era anche Ermelinda Di Stefano, la moglie del commercialista siciliano Gianni Lapis, il regista degli investimenti del "tesoro" di Ciancimino fuori dalla Sicilia.
Il 22 settembre del 2006, nello studio dello stesso notaio di Avezzano Filippo Rauccio, era stata costituita anche un'altra società, l'"Ecologica Abruzzi srl". Fra i suoi soci ci sono ancora alcuni della "Marsica Plastica srl" (la moglie di Lapis e il palermitano Giuseppe Italiano per esempio) e poi anche Nino Zangari, un altro imprenditore abruzzese arrestato il 16 marzo del 2009 per il riciclaggio del famigerato "tesoro" di don Vito. Erano due società, la "Marsica Plastica" e l'"Ecologica Abruzzo", che con la "Ricci e Zangari srl" - se non ci fosse stata un'inchiesta del Gico della finanza e i successivi arresti - avrebbero dovuto operare per la produzione di energia, lo smaltimento rifiuti, nel settore della metanizzazione. Un labirinto di sigle, patti, commerci, incroci. Tutto era stata pianificato qualche anno fa. E tutto alla luce del sole.
Ecco come ricostruisce le cose Dante Di Marco, l'imprenditore che ha vinto il primo sub appalto per la ricostrizione dell'Aquila: "Ho presentato una regolare domanda per accreditarmi ai lavori di Bazzano e sono entrato nel consorzio di imprese, che cosa c'è di tanto strano?". A proposito dei suoi vecchi soci siciliani ricorda: "Quella gente io nemmeno la conoscevo, mi ci sono ritrovato in società così, per fare il mio lavoro di movimento terra". E consiglia: "Chiedete in giro chi è Dante Di Marco, tutti diranno la stessa cosa: uno che pensa solo a lavorare con tutti quelli che vogliono lavorare con lui".
Proprio con tutti. Dante Di Marco ha una piccola impresa, tanti lavori e tantissimi amici in Abruzzo. È entrato in società non soltanto con i siciliani amici di Ciancimino ma anche con Ermanno Piccone, padre di Filippo, senatore della repubblica e coordinatore regionale del Pdl. Sono insieme dal 2006 - e con loro c'è pure il parlamentare del Pdl Sabatino Aracu, sotto inchiesta a Pescara, accusato di avere intascato tangenti per appalti sanitari - nella "Rivalutazione Trara srl", quella ha comprato alla periferia di Avezzano 26 ettari di terreno e un antico zuccherificio per trasformarlo in un termovalorizzatore. Fili che si mescolano, finanziamenti, compartecipazioni, una ragnatela. E appalti. Come quello di Bazzano, l'opera prima della ricostruzione. Per il governo Berlusconi è la splendente vetrina del dopo terremoto in Abruzzo. Per Dante Di Marco da Carsoli, socio dei soci dei Ciancimino, era un'occasione da non perdere.

Chiamparino, se è il terzo uomo è il momento di rompere gli indugi

Sergio Chiamparino sia gentile: libe­ri in fretta tutti noi, e prima di noi, gli iscritti e gli elettori del Pd, da questa caccia al «terzo uomo» che da qualche tempo ci affligge. Se intende candidar­si, lo faccia. Se no, lasci stare.
È lei, infatti, che deve stabilire ades­so, non tra qualche settimana, se pen­sa o no di avere i numeri oggi per ca­peggiare il più grande partito di oppo­sizione, domani per sfidare Silvio Ber­lusconi, o chi per lui, per la guida del Paese. È lei che deve chiarire se pensa o no di avere un'idea dell'Italia e del Pd che possa restituire al suo partito una qualche consapevolezza di sé, e agli italiani (non solo a quelli di sini­stra, o di centrosinistra) la speranza che un ricambio, un'alternativa, o più semplicemente, un'alternanza al go­verno rientrino nel novero delle cose possibili. Chi le vicende del Pd le guar­da da fuori può solo consigliarle di non indugiare troppo.
Lei avrebbe preferito che congresso e primarie fossero rinviate a un mo­mento migliore. Ma le cose sono anda­te diversamente. Di politica, e cioè di identità, di programmi, di alleanze, si discute poco e male. Di qua Dario Fran­ceschini, che non vuole, dice, riconse­gnare il Pd a quelli che c’erano prima di lui e alla loro eterna, inestinguibile inimicizia, di là Pierluigi Bersani, che non vuole, dice, continuare a perdere per via i ceti popolari e produttivi, e con tutto il rispetto per i tempi e gli uomini nuovi dichiara di sentirsi re­sponsabile in primo luogo verso 150 di storia. I maligni, come sempre, esa­gerano: Franceschini non è un succe­daneo di Veltroni, Bersani non è un re­plicante di D'Alema. Ma né Franceschi­ni né Bersani, sin qui, hanno speso una parola significativa per spiegare cos'è (quale comune intuizione del mondo, quale idea dell’Italia) che no­nostante tutto tiene insieme, secondo loro, il Pd; e che cosa bisognerebbe fa­re, e assieme a chi, per dargli credibili­tà come forza di governo. Non c’è biso­gno di coltivare una visione mitologi­ca dei giovani (che possono benissi­mo essere peggiori, politicamente e pure ... moralmente, degli anziani) per comprendere come e perché nessuno dei due riesca a parlare al cervello e al cuore dei giovani del Pd.
Lei, invece, a questi giovani piace. È un politico di lungo corso, ma ai loro occhi rappresenta il «nuovo». Non c’è, in assoluto, di che compiacersene: di nuovismo in nuovismo la sinistra ita­liana è riuscita quasi a scomparire sen­za rinnovarsi mai. Ma c’è da prender­ne atto, e da ragionarci (rapidamente) un po' su. Pesa la diffusa malinconia di fronte all’idea che la contesa con­gressuale possa risolversi in una con­ta. Pesa il fatto che la sua Torino, e il suo Piemonte, sono l'unico Nord in cui la destra non è riuscita a sfondare. E pesano le sue battaglie, le sue prese di posizione, le sue intuizioni di questi anni, da sindaco di una grande città in­vestita da una grande trasformazione ma anche da uomo di partito. Con tut­ti i limiti di un'esperienza, importante quanto si vuole, di governo locale, se c’è qualcuno che ha incarnato l’idea di che cosa potrebbe essere un moderno partito di governo di centrosinistra, questo qualcuno è stato soprattutto (anche se non soltanto) lei.
Sono carte importanti per molti elet­tori oltre che per i giovani in carriera del Pd. Se pensa che quella per salvare e rilanciare il Pd sia una buona batta­glia, caro Chiamparino, le giochi, an­che perché molto probabilmente un terzo tempo di questa partita non è né previsto né prevedibile: i torinesi se ne faranno una ragione. Può darsi che, impostando la sua campagna sulle idee prima che sulle tessere e sulle alle­anze interne, lei avrebbe più successo nell’opinione pubblica che tra i delega­ti al congresso e nel cosiddetto popolo delle primarie. Ma, anche in questo ca­so, avrebbe reso un servigio importan­te al suo partito, stimolando e (even­tualmente) costringendo gli altri con­tendenti a muoversi sul medesimo ter­reno, che è poi l’unico sul quale è pos­sibile stabilire se il Pd un futuro lo ha o non lo ha. Lei, l’altro giorno, ha det­to una cosa per nulla ovvia: «Questo partito non è più sul territorio non per cause organizzative, ma perché non ha più l’entusiasmo, la convinzione delle sue giuste ragioni». Provi a pro­spettarne con chiarezza qualcuna, e a metterla apertamente a confronto con quelle altrui. Vedrà che il suo partito gliene sarà riconoscente. E forse non solo il suo partito.

Uranio impoverito, le denunce dei soldati

L'ultima denuncia è di pochi giorni fa: la moglie di un militare romano di 49 anni ha rivelato che il marito è morto a novembre per un adenocarcinoma, un tumore maligno presumibilmente di origine polmonare. Il militare era stato in missione in Kosovo, a Pec, dal 2000 al 2001, in veste di radiologo. In una lettera al sito Vittimeuranio.com la donna chiede che sia fatta luce e giustizia sulla morte del marito. Secondo il bilancio ufficiale del ministero della Difesa, alla fine del 2007 le morti riconducibili all'uranio impoverito sono 77 e i malati 312. Diversi numeri dell'Osservatorio militare, ente coordinato da Domenico Leggiero, un elicotterista di Sesto Fiorentino a riposo: i morti sono circa 170 e i malati più di 2.500, dagli anni Novanta ad oggi. Ai drammatici effetti dell'uranio impoverito è dedicata un'inchiesta, «L'Italia chiamò» (libro e dvd, Edizioni Ambiente, 2009), di tre giornalisti: Leonardo Brogioni (uno dei fondatori dell’associazione culturale Polifemo), Angelo Miotto (PeaceReporter) e Matteo Scanni (coordinatore della Scuola di giornalismo dell'Università Cattolica e autore di film e cortometraggi). È un lavoro multimediale, ovvero composto da testi, video, audio e foto. I protagonisti sono quattro militari italiani che hanno partecipato alle missioni di pace in Bosnia, Kosovo e Iraq: tre di loro, malati di tumore, affrontano una difficile quotidianità. Il quarto, Luca Sepe, è morto nel 2004 e nel documentario viene raccontato dalle parole del padre: «Da quando si è ammalato ed è deceduto mio figlio, a casa mia non si sorride più, c’è sempre un silenzio di tomba, non ci sono più feste comandate né compleanni, per noi il tempo si è fermato» dice Antonio Sepe.
Emerico Laccetti ha 47 anni ed è sopravissuto a un linfoma non Hodgkin (tumore maligno del tessuto linfatico): «La prima volta che ho sentito parlare dell’uranio impoverito è ... stato leggendo un giornale gratuito distribuito nella metropolitana di Roma - racconta -. Nessuno dei miei superiori si è mai fatto vivo quando stavo male, l'unica telefonata interessata è stata quella della Commissione Mandelli, che dal 2000 lavorava per accertare gli aspetti medico-scientifici dei casi di tumore segnalati sui militari impegnati in Bosnia e Kosovo». Poi c'è Salvatore Donatiello, ex sergente di Sparanise (Caserta), anche lui colpito da linfoma non Hodgkin durante le esercitazioni al poligono interforze di Capo Teulada, in Sardegna. «Dormivamo e mangiavamo nelle tende, camminavamo su terreni non bonificati e c’erano dappertutto resti di proiettili di ogni tipo, anche americani» è la sua testimonianza. Ultimo protagonista di questo viaggio negli inferi è Angelo Ciaccio, colpito due anni fa da leucemia mieloide acuta (patologia tumorale delle cellule del midollo osseo): ha la testa rasata e deve portare sempre una mascherina sulla bocca dopo il trapianto al midollo; è stato sottoposto a decine di sedute di chemioterapia. «Ho prestato servizio a Sarajevo, alla caserma Tito Barrak - spiega -, ma penso di essermi ammalato Iraq per i continui bombardamenti».
Gli autori hanno allegato al lavoro anche un video, girato dai soldati e tuttora classificato come riservato, che mostra le procedure standard adottate durante l'"operazione Vulcano", una bonifica effettuata in Kosovo nel novembre 1996. I soldati seppelliscono in una buca le armi e le munizioni abbandonate dall'esercito americano e dagli alleati, poi le fanno brillare: una nuvola radioattiva copre il cielo. Nessuno indossa tute o maschere di protezione. A distanza di pochi anni il destino dei 14 uomini della squadra Vulcano è segnato: otto si ammalano, due muoiono di tumore, altri due mettono al mondo figli con gravi malformazioni, scoprendo dagli esami microbiologici che anche il liquido seminale può trasformarsi in agente contaminante. «Solo in Kosovo gli americani e i loro alleati hanno sparato 31 mila proiettili "speciali" e scaricato l’equivalente di dieci tonnellate di uranio impoverito - scrivono gli autori di «L'Italia chiamò» -, hanno sperimentato con disinvoltura armi in grado di perforare come burro la corazza di un tank, sprigionando nell’impatto radiazioni e polveri».
Fonte: Corriere.it

L'intervento di Giovanna Melandri al Lingotto

Fuga dall'Italia il paese della non ricerca!

Una laurea in Medicina, due spe­cializzazioni, anni di contratti a termine: borse di studio, co.co.co, consulenze, contratti a progetto, l’ultimo presso l’Istituto di geneti­ca dell’Università di Pavia. Rita Cle­menti, 47 anni, la ricercatrice che ha scoperto l’origi­ne genetica di alcune forme di lin­foma maligno, in questa lettera in­dirizzata al presidente della Re­pubblica Napolitano racconta la sofferta decisione di lasciare l’Ita­lia. Da mercoledì 1˚luglio lavorerà come ricercatrice in un importan­te centro medico di Boston.
Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.
Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?
Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza ... interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.
Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che...
Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza... Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.
Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.
Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca. È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Pavia, si torna a morire per lavoro: morti folgorati due operai stranieri

PAVIA - Due operai sono morti dopo essere stati folgorati da una scarica elettrica sul tetto di un palazzo in via Sartirana 26, a Mede, in provincia di Pavia. Da subito è apparso chiaro che un operaio fosse deceduto, si tratta di un romeno di 30 anni residente a Broni, mentre è stato necessario riportare a terra la piattaforma per constatare il decesso del secondo operaio, probabilmente straniero, e ancora da identificare. I carabinieri sono al lavoro per stabilire l'esatta dinamica dell'incidente ed eventuali responsabilità. Sul posto sono accorsi l'automedica di Pavia, due ambulanze e un elicottero da Milano che hanno tentato tutte le tecniche di rianimazione senza alcun risultato.
Secondo una prima ricostruzione entrambi si trovavano su un cestello elevatore, impegnati a fissare alcune lastre sul tetto di un palazzo quando, con tutta probabilità, hanno toccato i fili dell'alta tensione e sono morti folgorati nella piattaforma su cui stavano lavorando, a un'altezza di circa 8 metri. L'allarme è scattato pochi minuti dopo le 15 ma nessuno sembrerebbe aver visto l'incidente.
Fonte: Repubblica.it

lunedì 29 giugno 2009

Pd, l'ombra del terzo uomo Serracchiani E Civati: il vivaio sogna l'outsider

E' diventata di colpo un'anteprima del congresso di ottobre, con il primo duello fra Bersani e Franceschini e sullo sfondo l'ombra del terzo incomodo Sergio Chiamparino. Un gran successo d'immagine, ma era quello lo scopo? Sono corsi tutti al Lingotto per cercare la cosa che al riformismo italiano è sempre mancata, sotto qualsiasi sigla, simbolo, dirigenza. In una parola, il coraggio. Ma di coraggio più che altro s'è sentito parlare. Nei fatti, poca roba. Chi ne ha avuto di più sono stati i vecchi, se volete i meno giovani, a cominciare dai due candidati Franceschini e Bersani, che non dovevano neppure parlare. Hanno cominciato fra qualche fischio e mugugni vari, hanno finito fra gli applausi. Più emozionante il segretario, che aveva il look giusto, scamiciato. Più concreto lo sfidante. Tutto secondo copione.
Un'ovazione aveva salutato il discorso tosto e un po' retro del padrone di casa, Sergio Chiamparino, che i giovani vorrebbero candidare come bandiera del rinnovamento. A metà dell'assemblea quello del sindaco di Torino è parso un discorso di candidatura, all'altra metà una chiara rinuncia. Ma qui entriamo in una serie di paradossi difficili anzitutto da capire, figurarsi da raccontare. Il dato sicuro è che il favoleggiato ricambio generazionale, reclamato a parole da tutti, anche dagli ottuagenari, e voluto sul serio dagli elettori, non sembra alle porte. Alla vigilia della battaglia, i trentenni e quarantenni del Pd non hanno trovato di meglio che provare a convincere Chiamparino a lanciarsi nella sfida. Se il sindaco accettasse, potrebbe sparigliare i giochi. Ma comunque saremmo al ricambio generazionale alla rovescia, un sessantenne dopo i cinquantenni Veltroni e Franceschini.
Per giunta, una soluzione di ripiego, perché la candidata naturale dei giovani sarebbe stata Debora Serracchiani, ormai popolarissima, che è invece orientata ad appoggiare Franceschini. Chissà, forse è meglio a questo punto lasciar perdere le carte d'identità e badare ... all'identità politica. Il difetto di questi giovani del Pd è forse di sentirsi troppo giovani, anche a quarant'anni. Quando, per fare un paragone, a quell'età Veltroni era già vice presidente del Consiglio e D'Alema segava serenamente la sedia di Occhetto.
Quello che s'è capito dalla giornata del Lingotto è che in ogni caso esiste uno spazio largo per una terza candidatura, e magari per una quarta e quinta. Spazio mediatico, politico, di consensi popolari e di argomenti. Perfino uno spazio biografico. Le biografie di Franceschini e Bersani sono quelle di uomini di partito. Ottimi uomini di partito, bravissimi organizzatori.
Ma i leader di questa epoca non sono mai uomini di partito e basta. Sono narratori. E la prima cosa che raccontano agli elettori è la propria vita. Sul mercato della comunicazione, le vite dei funzionari di partito oggi non interessano né a destra né a sinistra.
Personaggi come il medico Ignazio Marino, l'avvocato Debora Serracchiani, il giovane economista Marco Simoni o il professore di filosofia Giuseppe Civati, per citare alcuni possibili candidati della "terza via", sono tutti più seducenti per i media. Esiste poi uno spazio di argomenti politici. Altrimenti detti: valori. Lo scontro fra Franceschini e Bersani si giocherà molto sul tema delle future alleanze del Pd, che non scalda moltissimo i cuori. Molto meno di valori che si possono scrivere con la maiuscola, come la Laicità, i Diritti Civili, la Solidarietà, la Giustizia. Temi sui quali la platea del Lingotto si è spellata le mani, da chiunque fossero evocati, da Chiamparino come da Serracchiani, nelle brevi ma appassionate arringhe di Pippo Civati, Sandro Gozi, Paola Concia, Francesco Boccia e altri. Insomma lo spazio c'è e siccome in politica il vuoto non esiste, prima o poi uno di questi andrà ad occuparlo.
Una terza candidatura di pura testimonianza? Non è detto. Nella prima fase del congresso di ottobre decideranno gli apparati del partito. Bersani parte gran favorito, grazie all'appoggio di D'Alema e del decisivo Antonio Bassolino, che oggi controlla le 80 mila tessere Pd campane su un totale nazionale di 370 mila. Un dato che può anche indurre a meste riflessioni. Ma nella fase finale, le primarie, decidono due o tre milioni di persone e tutto può succedere.
Comunque vada a finire, la base chiede ai contendenti un confronto leale, sincero, senza colpi bassi. Chiede quantomeno ai dirigenti del Pd di non lanciare, con le loro divisioni, l'ennesima ciambella di salvataggio a un Berlusconi in gravi difficoltà. Se il buon giorno si vede dal Lingotto, la partita non comincia male.

L'astensione senza opposizione

Concluso il turno elettorale di giugno, il Pd si è tuffato in una nuova sfida. Questa volta interna. Il congresso d'autunno per eleggere il segretario.
Per mettere fine alla "supplenza" di Franceschini (non necessariamente alla sua carriera di leader). Nulla da eccepire sulle scelte autonome del principale partito di opposizione. Salvo che questo sarebbe, anzitutto, il momento di fare, appunto, l'opposizione. Non solo all'interno, come avviene da anni, segnati da conflitti e agguati (fatto un segretario, altri leader appaiono pronti a rimpiazzarlo). Dovrebbe invece fare opposizione al governo, ma soprattutto al premier e al suo partito. Che per la prima volta, dopo il voto del 2008, appaiono in difficoltà.
A modo suo, lo ha ammesso anche Silvio Berlusconi, quando, accennando alle vicende che gli stanno creando disagio, ha concluso: "Agli italiani piaccio così". Aggiungendo: "Il 61% degli italiani ha fiducia in me". Senza ulteriori chiarimenti circa la titolarità e la responsabilità dei sondaggi, il campione, il quesito impiegato, ecc.... Il premier, d'altronde, non si è mai preoccupato delle regole e dei vincoli circa l'uso e le fonti dei dati che distribuisce con tanta generosità.
Nessun garante e nessuna authority, d'altronde, gliene hai mai chiesto conto, a quanto ci risulta. Tuttavia, il 61% significa, comunque, 15 punti in meno del grado di fiducia che Berlusconi si attribuiva un paio di mesi fa. Quando, peraltro, affermava che il Pdl avrebbe sfondato il muro del 40% dei voti. Anzi: si sarebbe avvicinato al 45%. Anche in questo caso: 10 punti più di quelli effettivamente ottenuti alle elezioni europee.
D'altra parte, al di là della misura effettiva (al Cavaliere piace molto apparire più alto di quel che è), dalla fine di aprile gli indici di fiducia nei suoi riguardi hanno cominciato effettivamente a scendere. Molto più di quelli nei confronti del governo. Al tempo stesso, hanno iniziato a flettere, nei sondaggi, anche le intenzioni di voto per il Pdl. Senza che, peraltro, ne beneficiasse l'opposizione. Salvo l'Idv di Antonio Di Pietro. Insieme alla Lega: opposizione "nella" maggioranza. Principale dato effettivamente in aumento: l'incertezza.
Come abbiamo rilevato in diverse occasioni, la quota di elettori indecisi (cfr. fra gli altri, i sondaggi di Ipsos) in poche settimane si è allargata: dal 20% a un terzo degli elettori. Spinta, soprattutto, da coloro che nel 2008 avevano votato per il Pdl. Senza che, nel frattempo, nulla fosse cambiato sostanzialmente: nell'economia, nei consumi, nella sicurezza. D'altronde, un solo argomento, da ... due mesi, occupa le prime pagine dei giornali (ma non dei telegiornali): Berlusconi e le donne (per dirla in modo generico e allusivo). Non si è parlato d'altro in campagna elettorale. E ciò ha indebolito non tanto l'immagine del governo, ma direttamente quella del premier.
Tuttavia, l'immagine personale del premier, assai più di quella del governo, coincide con l'identità della maggioranza. O meglio: del partito di maggioranza. Da ciò il fastidio e il disamore di molti elettori del Pdl che si è tradotto nel voto e, in particolare, nel non-voto. Incoraggiati - o scoraggiati - dallo specifico tipo di competizione, le europee. Usate, spesso, per lanciare messaggi ai partiti e soprattutto al governo. In questo caso: al premier. Da ciò l'astensione, che è cresciuta pesantemente rispetto all'anno scorso, ma anche rispetto alle precedenti europee del 2004. Ai danni soprattutto del Pdl. Come conferma l'analisi statistica dei flussi elettorali condotta dall'Istituto Cattaneo di Bologna (con il modello di Goodman) partendo dai risultati delle sezioni elettorali nelle principali città.
Tra coloro che avevano votato per il Pdl alle politiche del 2008, alle recenti europee si è astenuto: l'8,4% (sul totale degli elettori) a Torino, il 9% a Milano, circa il 7% a Brescia e a Verona. E ancora: intorno al 5-6% a Padova, Reggio Emilia e Firenze; ma l'11% a Napoli, il 14% a Roma e addirittura il 18% a Reggio Calabria e il 22% a Catania. L'astensione ha colpito di nuovo e in modo pesante il centrodestra anche ai ballottaggi delle amministrative. Soprattutto i candidati del Pdl: a Milano, Torino, Firenze, Bari, Padova. Il profilo di coloro che hanno abbandonato il Pdl in questa occasione (sondaggio LaPolis, Università di Urbino, 15-20 giugno, campione nazionale, 1400 casi) segnala che si tratta dell'elettorato "moderato", che nello spazio politico si posiziona intorno al "centro".
Dal punto di vista sociale, la figura "tipica" dell'astensionismo nel Pdl è costituita dalla casalinga che risiede nel Sud. L'astensione massiccia che ha investito il Pdl, tuttavia, non segnala solo il disagio della base elettorale di centrodestra verso il partito di riferimento e il suo leader. Sottolinea, al tempo stesso, la debolezza del principale partito di opposizione.
Il Pd, infatti, si dimostra incapace di sfruttare il disagio degli elettori moderati di centrodestra. Non solo, ma, a sua volta, ha perso voti un po' in tutte le direzioni. Dovunque. A Nord, nel Centro e nel Mezzogiorno.
Verso l'astensione (anche se in misura molto più ridotta del Pdl). Ma soprattutto: verso l'Idv e l'Udc. Poi: verso i partiti di sinistra. E ancora, nelle città "rosse": verso la Lega. In alcuni casi, per quanto in misura ridotta: anche verso il Pdl. Il Partito democratico non riesce ad attrarre a sé una parte almeno degli elettori delusi ed elusi dal Pdl perché è afasico, abulico e un poco anonimo. Gli mancano un volto e le parole. In tema di sicurezza, immigrazione, ma perfino sui costi della politica e sull'economia: gli elettori ritengono il centrodestra più credibile e attrezzato del centrosinistra (sondaggio LaPolis Università di Urbino, 15-20 giugno 2009).
Il Pd: fatica a tenere i piedi per terra. A tenere rapporti solidi con il territorio e con la società. Per cui non riesce a incalzare Berlusconi. A "sfruttarne" il disagio e gli imbarazzi. Come ai tempi della campagna elettorale del 2008. Quando Berlusconi era l'Innominato. Mai nominato per timore di fare antiberlusconismo. Con grande beneficio per l'Innominato.
In effetti, da allora il filo dell'opposizione è stato afferrato dall'Idv e perfino dalla Lega, alleata inquieta ma fedele di Berlusconi. Il problema del Pd, prima e oltre il congresso, è di "fare" opposizione. Non al proprio interno, riaprendo personalismi vecchi (magari in nome del "nuovo"). Ma a Berlusconi e al centrodestra. Dicendo tre-quattro parole chiare e condivise su altrettante questioni: lavoro, sicurezza, economia, Welfare. (Al momento non ne viene in mente nessuna). Senza inseguire la Lega e la Destra sul loro terreno (non c'è partita). E scegliendo un leader capace di sfidare e contrastare apertamente Berlusconi. Senza timore di fare dell'antiberlusconismo. Un modello di valori pubblici e privati e, al tempo stesso, uno stile di vita. A cui Berlusconi dà volto, voce e biografia. Occorre qualcuno in grado di fare altrettanto. In modo evidentemente - ed efficacemente - alternativo. Perché il paese, questo paese, è politicamente contendibile. Lo si è visto in questo turno elettorale. Ma ci vuole qualcuno che lo contenda veramente. Un contendente. Noi soffriamo da sempre di miopia (politica e non solo), ma per ora non ne vediamo.

Giorgia Meloni batta un colpo!

Se con la recessione in giro per il mondo è un brutto momento per tutti, in Italia sembra essere un momento tragico più che altro per i giovani. La disoccupazione giovanile è aumentata dal 18 al 25 per cento e circa 400 mila precari, quasi tutti giovani, hanno perso un lavoro nel primo trimestre del 2009 rispetto al primo trimestre del 2008. La rilevazione trimestrale delle forze lavoro sembra un vero bollettino di guerra per i lavoratori atipici: sono andati distrutti 150 mila lavori a termine, 100 mila collaboratori e 150 mila lavoratori autonomi, tra i quali vi sono diverse partite IVA “parasubordinate” che forniscono le loro prestazioni a un solo committente. Il lavoro a tempo indeterminato, protetto dalla cassa integrazione, è invece aumentato. Se non fosse grazie all’occupazione straniera, che ha registrato una nuova crescita, l’occupazione italiana sarebbe addirittura diminuita di 426 mila unità. Dei 400 mila lavoratori precari che hanno perso lavoro, al massimo uno su tre ha accesso al sussidio di disoccupazione ordinario. Questi giovani sono stati beffati due volte. Hanno avuto un lavoro decisamente meno protetto di quello dei loro padri e, una volta disoccupati, vengono completamente abbandonati dallo Stato. In modo quasi provocatorio, il Ministro Sacconi ha ieri annunciato di voler creare un bonus da destinare a quelle imprese che assumono lavoratori in cassa integrazione. Come se i 400 mila precari neodisoccupati non esistessero e non fossero il vero problema emerso dalla rilevazione trimestrale dell’Istat. Sindacati e Confindustria annuiscono. Giorgia Meloni, titolare del dicastero per i giovani, almeno lei batta un colpo!
Fonte: Tito Boeri e Pietro Garibaldi - Lavoce.info

Marta Meo: “Sparigliare questo gioco di ex”

Meo, sabato sarà la vostra grande giornata al Lingotto: come vi collocate all’interno del partito? La vostra è una corrente o qualcosa di diverso?
“Ci collochiamo come quelli che invece di giocare alla lotteria dei nomi per l’ennesima conta interna credono sia più importante provare a rimettere il dibattito politico al centro della vita del Pd. In un partito così nuovo che ha visto già due leader e due tornate elettorali che hanno visto la destra prima vincere e poi avanzare ulteriormente, credo sia doveroso aprire una fase in cui ci si rende disponibili a mettersi un po’ in discussione anche per levarsi di dosso l’immagine di quelli che continuano a perdere ma non smettono di impartire lezioni agli italiani”.
Si dice spesso che una delle chiavi per pesare all’interno del partito è il radicamento sul territorio e dunque la presenza nei circoli, come vi ponete rispetto a questa questione?
“La cosa interessante è che in questo progetto si sono incontrate persone che hanno ruoli e modi di vivere la vita di partito anche molto diversi. Ci sono parlamentari, amministratori locali, militanti, semplici elettori, coordinatori di circolo, persone che hanno come principale attività la politica e altre che la fanno con grandi sacrifici rubando tempo alla vita di tutti i giorni. Il radicamento sul territorio è importante, la riunione del Lingotto ha anche questo senso, incontrare, dare voce e stabilire un contatto con le persone. Al Lingotto ci saranno rappresentanze da 40 province italiane che per un gruppo senza una struttura organizzativa come il nostro mi sembra un buon inizio”.
Torniamo solo per una attimo alle elezioni Europee e amministrative. Dalle ultime politiche il Pd ha perso 7 punti e le amministrazioni che hanno cambiato colore sono 32, tra le quali nessuna a favore del Pd. Lei come commenta questi dati? Non pensa che ci sia stata poca autocritica da parte del gruppo dirigente?
“Rispetto all’ultima fase Veltroni abbiamo recuperato e questo merito va riconosciuto a Franceschini, tuttavia penso che prima di buttarsi nella battaglia congressuale questo risultato andrebbe studiato ed approfondito ed in particolare in riferimento al nord. E’ chiaro che qualcosa deve succedere, sarebbe un peccato non cogliere questa come l’occasione per segnare un cambio di passo rispetto a scelte che ci hanno portato fin qui. Vede io non sono tra quelli che si aspettano di assistere al processo di autocritica o di autoassoluzione collettiva da parte del gruppo dirigente, ma mi aspetto una presa d’atto seria e conseguente del fatto che stiamo sparendo dal nord e che ... anche le cosiddette “roccaforti” non sono più tali perché, come diceva un mio amico l’altro giorno, non è che siamo stati traditi dagli elettori, forse siamo noi che li abbiamo traditi”.
Debora Serracchiani ha ottenuto un risultato sorprendente alle Europee e afferma spesso che il suo successo è dovuto in buona parte alla rete. Tuttavia Ivan Scalfarotto, che con la rete ha fatto di necessità virtù, nonostante si sia mosso moltissimo nei vari canali telematici ha ottenuto un risultato nettamente inferiore. Siamo sicuri che la rete sia discriminante?
“Credo che il primo veicolo del messaggio di Debora Serracchiani sia stata la rete dove è nato il “caso”, ma subito dopo a farla conoscere agli elettori ci ha pensato la televisione che resta l’unico modo, assieme alla mobilitazione del partito, per far arrivare così capillarmente agli elettori un messaggio. Ivan è stato supportato dalla rete che conosce e che lo conosce da anni ma non ha avuto forti appoggi dentro il partito e nei media, del resto la Lombardia aveva degli europarlamentari uscenti molto forti e un capolista fortemente voluto da Roma”.
Abbiamo sentito che al congresso Veltroni sosterrà la candidatura di Franceschini e si è parlato anche di Debora Serracchiani come suo vice. Crede che basti per attuare un profondo rinnovamento all’interno del Pd?
“Operazioni di maquillage della vecchia classe dirigente attraverso qualche sporadica quanto innocua presenza “giovanile” ne sono state fatte tante in passato. Credo che oggi se il Pd non vuole essere relegato ai margini della vita politica italiana si debba mettere rapidamente al passo con il paese: con chi lavora, con chi ha dei figli, con chi produce. Usare i cosiddetti giovani come maquillage può servire solo a una classe politica oramai inadeguata e autoreferenziale a continuare a stare saldamente ancorata alla poltrona. Debora Serracchiani ne è perfettamente consapevole ed è intelligente e sono sicura che farà di tutto affinché la cosa non abbia questo epilogo. Le faccio un esempio: con il congresso andremo ad eleggere i segretari regionali questo significa che un candidato leader del Pd che voglia puntare sul serio sul rinnovamento dovrebbe cominciare fin da subito ad “esplorare” quali sono le realtà in cui ringiovanire il partito, in che modo e con che uomini (e donne, naturalmente!)”.
La vicenda privata di Berlusconi è diventata un fatto politico a tutti gli effetti, ci sono ombre sui trasferimenti di denaro, le inchieste aumentano di giorno in giorno e si è parlato anche di droga. “Repubblica” è stata la prima a spingere su questo tasto e il lavoro sembra dare i suoi frutti. Non pensa che in questo momento, il Pd, ed in particolare i candidati al congresso, dovrebbero incalzare Berlusconi su questo tema?
“No, chi esegue delle indagini deve essere lasciato lavorare, i media facciano il loro e la politica (che in questo paese purtroppo si deve preoccupare molto anche dei media) faccia il suo di mestiere: faccia politica. Occupiamoci del paese e dei suoi problemi, continuare ad interessarsi delle vicende personali dell’uomo pubblico Berlusconi (che stanno assumendo tratti preoccupanti, non dico di no) ci ha impedito di parlare di Europa, di crisi, di globalizzazione. La stella di Berlusconi non ha più brillato, è vero, ma ad informare gli elettori su chi sia il nostro premier ci pensavano già i giornali facendo il loro mestiere, dico questo perché credo che gli elettori non abbiano gradito il fatto che noi per parlar di Noemi abbiamo rinunciato a fare politica per un mese”.
Ma torniamo al congresso. Debora Serracchiani ha affermato di voler recitare un ruolo di rilievo al congresso. Pensa sia eticamente corretto, specie nei confronti dei propri elettori, essere eletti al parlamento europeo (tra l’altro con un successo non indifferente) e poi occuparsi di qualcosa che potrebbe essere in contraddizione?
“Fare politica che sia a Roma o a Bruxelles non credo sia in contraddizione, non dimentichiamoci che lei è stata candidata dopo che aveva posto con franchezza, freschezza e convinzione una questione di rinnovamento. Oggi mi sembra non solo legittimo ma doveroso che lei si interessi attivamente alla fase nella quale il partito sta entrando e se poi dovesse arrivare per lei il momento di fare delle scelte tra Roma e Bruxelles sono certa che metterebbe al primo posto il valore della fiducia che le è stata accordata dagli elettori”.
C’è una grossa fetta della base del Pd che chiede fortemente il rinnovamento e sarebbe molto delusa da un congresso ridotto al confronto Bersani-Franceschini, cosa che potrebbe compromettere in modo irrimediabile la credibilità del partito. Voi presenterete un candidato? E se lo farete, l’annuncio potrebbe venire già sabato al Lingotto?
“Guardi: Bersani mi risulta essere candidato, ancorché non formalmente da mesi (se non da anni), Franceschini ha dovuto annunciare la sua candidatura affinché oggi si mettesse al primo posto del dibattito politico non tanto il risultato elettorale quanto il dibattito precongressuale. Io non credo che dal Lingotto, almeno in questa fase usciranno dei nomi, è una questione che non è all’ordine del giorno del 27 giugno, ma è chiaro che a questo eterno dualismo D’Alema e Veltroni arriverà una risposta. Sono sicura che qualcosa si muoverà presto e non sarà necessariamente una candidatura “generazionale”, ma piuttosto qualcosa che nasce per sparigliare questo gioco di ex e dare nuovo respiro al partito”.
Matteo Renzi ha dimostrato che le primarie vere possono portare a degli ottimi (e veri) risultati. Ha dimostrato che si può ottenere la maggioranza interna anche senza schierarsi con gli apparati. Fermo restando il suo mandato di sindaco di Firenze, che ruolo potrebbe avere nella politica nazionale del Pd dei prossimi anni?
“Con Matteo credo potrei non essere d’accordo su molte cose, ma ho seguito fin dall’inizio la sua candidatura con grande interesse ammirandone il coraggio e la determinazione. Renzi è sicuramente uno di quelli che dovrà dire la sua in questo congresso e io credo che ci si debba parlare e che vada ascoltato con grandissima attenzione. Fare il sindaco di città complesse ed impegnative come Firenze (che per molti aspetti mi ricorda la mia città: Venezia) ti impone di pensare alla politica in modo necessariamente originale, ti impone di fare della tua città un laboratorio politico d’avanguardia: esattamente quello che ci piacerebbe fosse il Pd”.

Peppone e don Camillo si bastonavano, ma si rispettavano.

In seguito alle note vicissitudini del signor B, la situazione è più o meno questa: le due Italie sono sempre più divise. Si fanno sempre più risoluti e acidi i pro e i contro. Da un lato si spregia e si deride il satrapo vanitoso e scostumato. Dall' altro si difende con foga il martire di un laido complotto. Mai nessuno, nemmeno negli anni non sereni e perfino sanguinari delle ideologie contrapposte, aveva spaccato l' Italia così profondamente, e forse così irrimediabilmente. Comunque la si pensi, il bilancio dell' evo di B è un bilancio di lacerazione. E' come se fosse riuscito a catalizzare il peggio e il meglio (a seconda del punto di vista). Democristiani e comunisti litigavano, ma convivevano. Peppone e don Camillo si bastonavano, ma si rispettavano. A me, con un berlusconiano, non viene neanche più in mente di litigare, e a lui non viene in mente di litigare con me. Domina un silenzio tignoso, una radicale ostilità che non riguarda solo più la politica, riguarda la maniera di intendere la vita, i rapporti con il prossimo, la misura delle cose. Lui è troppo presuntuoso per accorgersene: ma il risultato di vent' anni di sorrisi, vanterie e promesse è un popolo rotto in due.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Perché il PD in Loggia propone di ristrutturare il “Rigamonti”

... Perché il PD in Loggia propone di ristrutturare il “Rigamonti” e mantenere il grande calcio a Mompiano? Secondo le dichiarazioni alla stampa dell'assessore Labolani per follia.
Non so se siamo folli noi o se è dissennato consumare territorio quando la città abbonda di spazi e contenitori da recuperare. Resto convinto che Brescia abbia esaurito la fase dell'espansione edilizia e che oggi le sfide della politica siano l'infrastrutturazione ambientale e il recupero alla contemporaneità della città consolidata, nel già costruito in abbandono o degrado. Senza aggiungere cemento a cemento, volumi vuoti a volumi vuoti.
Ma vengo a Mompiano. Il problema stadio, per i pazienti abitanti del quartiere, è legato a due fattori: il traffico e la sosta; oggi meno problematici di un tempo e comunque entrambi eliminabili completamente, visto che la metropolitana ha una fermata a pochi metri dalle tribune. Quanto invece alla struttura e al contesto urbano in cui è collocata è utile considerare alcuni fattori.
Il campo da gioco, fra i migliori d'Italia, e gli spazi attorno (complessivamente più di 70.000 mq) offrono ampi margini per studiare un progetto di qualità. Attorno al prato si può disegnare un nuovo "catino", efficiente e moderno per godibilità e sicurezza; ci sono poi spazi utili per realizzare strutture di ricezione e indotto leggero e per fare riqualifica ambientale, anche con opere di boscatura. Il progetto può essere pensato in modo da garantire la giusta flessibilità d'uso della struttura e del suo intorno. Oggi, nelle città medie e piccole la tendenza è tenere gli stadi in ... “centro” e farli con meno spettatori.
Non secondario è poi il fatto che a Mompiano siamo in un contesto urbano di grande valore strategico per la città: lungo il corridoio del Metrobus, su aree con una centralità e una funzione pubblica da preservare. Basta pensare che a nord dello stadio ci sono il parco Castelli e il bocciodromo, a ovest l’ ”antistadio” per gli sport dei più giovani e per dilettanti e amatori. E poi, verso la via Triumplina, la futura piscina pubblica, con il suo lido all'aperto e le aree oggi cantiere del metrobus. Questo grande polmone della città guardato dall'alto è al centro dei popolosi quartieri del nord est di Brescia e la sua fruibilità ha un'appendice strategica nelle aree agricole che dal cimitero di Mompiano, in direzione Bovezzo, corrono lungo il corso del Garza fino ad abbracciare le pendici del colle di San Giuseppe e le prime propagini cittadine del Parco delle Colline.
Oggi suolo, acqua e aria sono bene primario, non valore di risulta. E comunque, al di là dei giudizi che si danno sulle nostre idee e proposte, per favore, non si dica che le opere pubbliche realizzate in cambio di volumi edificabili e affari sono gratis.
Se poi qualcuno intende finanziare il nuovo stadio, magari nel Parco delle Cave, vendendo l’area di Mompiano, lo dica subito.

Punto Incontro l’attacco del Pd

Non è certo il modo migliore per festeggiare un compleanno: dopo vent’anni di attività, il «Punto incontro» per migranti di via Saffi subirà un ridimensionamento. Secondo i consiglieri del Partito democratico, la scelta della giunta Paroli di tagliare questo servizio creerà problemi non solo agli extracomunitari, ma anche ai tanti bresciani che collaborano con loro.
Nell’ufficio rimarranno solo cinque dipendenti e le principali prestazioni verranno probabilmente decentrate, lasciando immutato lo «Sportello badanti», il servizio per i permessi di soggiorno legati ai detenuti e all’asilo politico. Secondo il consigliere Giuseppe Ungari, tutte le altre attività saranno passate ad altri uffici comunali già oberati, oppure alle realtà locali del terzo Settore «dando adito a un evidente scaricabarile che favorirà molto illecito».
L’ATTIVITÀ DELLO SPORTELLO era ben lungi dall’essere inutile: il front office ha registrato da gennaio 2008 a maggio 2009 ben 6.400 contatti, di più rispetto a quanti ne abbia avuti l’Informagiovani. « La scelta sembra frutto di una precisa posizione politica – ha dichiarato il consigliere del Pd -».
Per capire quanto siano intasati i servizi già esistenti e quanto sia difficile per un immigrato mettersi in regola a Brescia, i consiglieri del Pd hanno provato ad accedere al servizio anagrafe ... online del Comune lo scorso mercoledì.
Risultato? Per i cittadini italiani era possibile prendere appuntamento per un cambio di residenza il giorno successivo, mentre per gli extracomunitari, che necessitano un incontro dedicato, la prima data libera era il 22 agosto. «Per favorire la legalità bisogna dar modo di poter accedere ai servizi – hanno sottolineato i consiglieri Gianbattista Ferrari e Valter Mucchetti -: anziché implementare l’attività in questo senso, la giunta smantella quello che già c’era».
Senza dimenticare i dieci neo disoccupati. «A fronte dei progetti faraonici che la giunta sta annunciando - ha dichiarato Ungari - penso si possa trovare un impiego a chi, per 1.100 euro al mese, svolgeva un servizio prezioso». Per i dieci precari, i consiglieri del Pd chiedono al sindaco Paroli un impegno concreto di reinserimento, ad esempio nel contesto della Fondazione Brescia solidale.

Popolarità del premier al 49%

Malgrado tutto, Ber­lusconi continua a godere della fi­ducia di grosso­modo metà de­gli italiani. Il suo consenso non appare forse am­pio come, nelle sue dichiara­zioni, lui stesso tende ad accre­ditare: d’altra parte aveva esa­gerato anche la previsione sul risultato alle Europee. Resta il fatto che il Cavaliere è certa­mente ancora assai popolare. Quel che è più significativo, però, è che la popolarità è va­riata in quest’ultimo periodo in misura assai inferiore a quanto molti osservatori si aspettavano. Da gennaio a maggio, la percentuale di chi ha espresso un giudizio positi­vo sull’operato del presidente del Consiglio è oscillata da un minimo del 46% ad un massi­mo del 54%, attestandosi me­diamente su di un valore del 51%. Oggi il gradimento è pari al 49%, con un decremento di solo il 2% sulla media dell’ulti­mo periodo.
Analizzando i consensi nel­le diverse categorie, si posso­no comunque rilevare gli am­biti delle diminuzioni più con­sistenti. Come si era già nota­to nelle scorse settimane, Ber­lusconi ha perduto qualche punto nel suo pubblico femmi­nile. Oggi il suo seguito tra le donne è pari al 47% (era il 52% a gennaio) a fronte del 51% tra i maschi. Il Cavaliere ha anche eroso, rispetto ai mesi scorsi, consensi tra i giovanissimi, dai 18 ai 24 anni, ove le valuta­zioni negative superano oggi quelle positive e ove, invece, sei mesi fa, godeva di un segui­to maggioritario. Ancora, il ca­po del governo appare avere perduto in misura maggiore la fiducia del (ristretto) segmen­to di popolazione dotato di ti­toli di studio elevati: tra i laure­ati il 58% ne disapprova l’ope­rato. Per ciò che concerne le ca­tegorie professionali, si regi­strano le defezioni maggiori nei consensi di imprenditori, liberi professionisti e lavorato­ri autonomi.
Mentre non appa­re mutato di molto il seguito del Cavaliere tra gli operai.
No­nostante le rivelazioni e gli scandali che ne hanno comun­que in qualche misura appan­nato ... l’immagine (ma forse più all’estero che entro i confini nazionali), il premier continua a ottenere l’approvazione del­la maggioranza (54%) dei cat­tolici praticanti, benché, an­che in questo caso, il consenso appaia diminuito rispetto ai mesi scorsi (era il 61%). Al con­trario, si rileva una percentua­le particolarmente elevata di giudizi sfavorevoli (60%) tra chi afferma di non frequentare del tutto le funzioni religiose.
Sul piano dell’orientamento politico, il Cavaliere incassa l’approvazione del 93% degli elettori del suo partito (era il 94% a gennaio). Ma anche quella del 14% dei votanti per l’opposizione (era il 17% a gen­naio). Viceversa, coloro che di­chiarano di essersi astenuti al­le ultime elezioni o di volere comunque disertare le urne al­le prossime, mostrano in mag­gioranza (65%, era il 62 a gen­naio) un atteggiamento sfavo­revole per il capo del governo: come molti hanno sottolinea­to è proprio questa posizione ad avere costituito una spinta importante nella decisione di non votare. Malgrado queste defezioni in alcune categorie di elettora­to, la popolarità di Berlusconi resta dunque assai estesa, co­me raramente è accaduto per altri leader in passato. Come mai? A cosa si deve la persi­stenza della grandissima parte del consenso, nonostante tut­to? Tra le motivazioni espres­se, la principale, la più diffusa, sottolinea l’irrilevanza, nella formazione del giudizio, degli episodi legati alla vita persona­le: «Se mi fa allargare l’apparta­mento, se ha tolto la spazzatu­ra a Napoli, se risolve la crisi economica, che frequenti pure tutte le ragazze che vuole», ci ha detto un intervistato. Vi è anche una quota, molto mino­ritaria — stimabile attorno al 3% dell’elettorato — che, pro­prio sulla base degli avveni­menti recenti, dichiara di pro­vare ammirazione e invidia per il Cavaliere. C’è, poi, per circa il 10-15% dell’elettorato, la scelta per mancanza di alter­native: «Voto Berlusconi per­ché all’opposizione non pro­pongono niente di serio», «Berlusconi mi piace sempre meno, ma quegli altri mi sem­brano ancora peggio».
Benché minoritario nella sua estensione, quest’ultimo ordine di motivazioni è forse quello strategicamente più im­portante. Fino a quando non emergerà nel nostro Paese un’opposizione credibile e sti­mata dalla maggioranza dei cit­tadini (ancora oggi il giudizio sull’opposizione è prevalente­mente negativo persino tra i votanti per quest’ultima), l’estensione della popolarità di Berlusconi sarà difficilmen­te scalfibile.

domenica 28 giugno 2009

Veltroni: "Non tifo per nessuno ma no all'armata Brancaleone"

Lo fermano quando torna dal mercato, senza scorta, con le borse della spesa e gli chiedono: "Quando torni Walter?": Sono passati cinque mesi e una stagione politica intera dalle dimissioni di Veltroni. Cinque mesi di silenzio. Questa è la prima intervista dell'ex segretario del Pd. Alla vigilia dell'anniversario del Lingotto, dov'era cominciato tutto.
La prima ovvia domanda è: con chi starà nella lotta per la successione fra Bersani e Franceschini?
"Io dirò le mie idee con assoluta nettezza. Ma, come ho detto al segretario del partito, al quale mi lega un rapporto di solidarietà e stima, ho deciso di non parteciperò alla fase interna del congresso. Per me vale quello che ha detto Prodi: game over".
Eravamo già pronti all'ennesimo duello Veltroni-D'Alema.
"Sono stufo io per primo di questo gioco. Tanto più quando dovesse grottescamente manifestarsi per interposta persona. Si confrontano dirigenti validi, sperimentati. Non hanno bisogno di king maker. Tirarmi fuori anche unilateralmente da questo schema è per me un altro atto d'amore per il Pd".
Secondo lei riprenderà il gioco al massacro?
"Il Pd è il futuro dell'Italia, ma a una condizione: che sia davvero il grande partito riformista che questo sfortunato Paese non ha mai avuto. Da più di dieci anni in questo campo politico sono stati divorati leader di livello. Ad uno a uno sono stati eliminati come i dieci piccoli indiani. Questo trasmette l'idea di una forza inaffidabile".
Non tutti hanno capito le sue dimissioni. Tanto più dopo le europee. Il Pd ha quasi festeggiato il 26,1%, un anno dopo aver salutato come una catastrofe il 33,2. Qual era il problema?
"Il problema ero io. Per questo mi sono tolto di mezzo. La mia stessa presenza avrebbe pregiudicato il progetto cui ho dedicato la vita politica. In settori del partito era diventato più importante fare l'opposizione al segretario che a Berlusconi. Ho fatto un gesto raro in Italia, dimissioni vere. Senza rancore, anzi per amore. Spero soltanto che ora non riprenda il gioco al massacro".
Quando ha capito di essere diventato un problema per i big del Pd?
"Paradossalmente, nel giorno più bello, il giorno del Circo Massimo. Ero commosso. Avevo davanti una marea di persone con un'unica bandiera. La prima volta di un'opposizione riformista in piazza. I sondaggi ci avevano riportati al 30%. Ma con la coda dell'occhio vedevo alle mie spalle il palco dei dirigenti, alcuni non avevano la faccia della festa, ma l'espressione di chi ha appena ... perso un congiunto. Era un successo di tutti, ma lo vedevano come un successo mio e avrebbero preferito un fallimento. Quel giorno ho capito che sarebbe stato un calvario per il Pd".
E il calvario è arrivato. Che cosa l'ha amareggiata di più?
"Dopo quella manifestazione ci sono stati in tv i foglietti con i suggerimenti agli esponenti del Polo, le candidature a segretario senza ancora il congresso, la totale assenza di solidarietà sulla sconfitta in Abruzzo. Avevano arrestato mezza giunta e farne carico ai nuovi dirigenti del Pd è stata un'ingiustizia".
Cosa pensa di Prodi che in tv ha detto che lei aveva fatto cadere il suo governo?
"Mi addolora non che Romano l'abbia detto in tv, ma che lo pensi. A parte la stima, l'affetto, ma perché avrei dovuto farlo? Avrei avuto tutto da guadagnare con un anno in più. Il fatto è che quella maggioranza non si reggeva. C'erano stati i ministri in piazza contro il proprio governo, a ogni votazione al Senato eravamo nelle mani di un Rossi o un Turigliatto. E dove sono oggi Dini e Mastella? Col centrodestra. In tutto questo, la battuta di Prodi m'è parsa almeno ingenerosa. Ma lasciamo perdere il passato, torniamo al presente".
Il presente ripropone il passato. A cominciare dalle alleanze. Visto che il Pd è sceso al 26% e Di Pietro dà qualche problema, l'ala dalemiana pensa di ripartire dai cocci dell'Unione. Non è realpolitik?
"Ma davvero c'è chi pensa di ripresentarsi con un'armata Brancaleone da Cuffaro a Ferrero? Si vede che la storia non insegna nulla. Ma non voglio partire da qui. Piuttosto dalla fine di Berlusconi".
Berlusconi è alla fine, secondo lei?
"Vicino alla fine, sì. Non da ora, non per gli scandali. Ha fallito. Governa da nove anni, con in mezzo i venti mesi di Prodi, e il Paese sta molto peggio che nel 2001. Gli indicatori economici sono i più critici dell'Occidente. Nella crisi, ha dimostrato per intero la propria inadeguatezza. Per questo io penso che finirà presto, non per Noemi o le altre. Il Paese vive male ed è pure stufo di sentirsi dire che non è vero. E' disorientato, confuso. Per fortuna che al Quirinale c'è un uomo come Napolitano".
E una volta caduto Berlusconi?
"Gli italiani volgeranno lo sguardo dall'altra parte. In cerca di novità, non di armate Brancaleone. Dopo Berlusconi non ci sarà bisogno soltanto di un nuovo governo, ma di un grande ciclo riformista. L'Italia ne ha conosciuti solo due: il centrosinistra dal '63 e il primo governo Prodi. Ho sempre pensato che se quel governo avesse potuto finire il mandato, la storia del nostro Paese sarebbe cambiata nel profondo. E ho sempre pensato che il Pd non fosse altro che l'Ulivo diventato partito. L'Ulivo, un'alleanza di riformisti, con una visione chiara del Paese, alternativa a quella della destra. Non l'Unione, ch'era soltanto un cartello elettorale".
Sarebbe vero se il 33% del suo Pd fosse stato un punto di partenza. Ma pare che si trattasse di un exploit irripetibile.
"Ma come, già ci rassegniamo? Il Pd doveva nascere dieci anni prima, ma l'hanno impedito perché era un'idea troppo "americana", poco in linea con la tradizione socialista europea. Ora che il socialismo europeo è ridotto com'è ridotto, gli stessi profeti di allora annunciano che bisogna buttare a mare l'idea stessa di una grande forza riformista del 33-35 per cento, che avevamo realizzato in un solo anno di lavoro, pere tornare all'armata Brancaleone, ai vertici con dodici leader. Significa uccidere il progetto Pd. Io rimango dell'idea che un vero Pd può essere fra il 35 il 40% e che solo così si potrà aprire in Italia un ciclo riformista. Ma per far questo bisogna parlare meno di sé stessi e degli stati maggiori degli altri partiti e bisogna entrare nelle case degli italiani, avere l'umiltà di usare la lingua della loro vita e dei loto problemi".
Che cosa dovrà fare il prossimo segretario del Pd?
"Dire cose nuove sui problemi sui quali sta franando il consenso della sinistra in Europa, a cominciare dalla sicurezza e dal nuovo welfare. Dico subito che la posizione di Penati o Chiamparino sul primo tema o quella di Ichino sul secondo mi paiono forti e convincenti. Impegnarsi ad affrontare emergenze nazionali, l'evasione fiscale e la corruzione, che non sono battaglie né di destra né di sinistra, ma di sopravvivenza".
Per la propria sopravvivenza, che cosa dovrà fare?
"Far avanzare una nuova generazione. Ci sono tante risorse splendide, tanti nomi nuovi di dirigenti e amministratori, qualcuno già molto popolare. Creare un gruppo compatto, entusiasta. Blindarsi così dai segatori di rami, che nel centrosinistra rimane l'occupazione più diffusa".