Il profilo politico del Partito democratico è uno dei temi centrali del prossimo congresso nazionale. La cosiddetta identità del Pd non può essere riducibile ad una disputa astratta né si può liquidare con un documento votato in una pubblica assemblea. L’identità politica e culturale è, nello stesso tempo, il frutto di una elaborazione ideale e il risultato di scelte e di atti politici che scandiscono il cammino quotidiano di un partito. Ora, si è detto ripetutamente che la vera sfida di questo partito è sostanzialmente quella di far vivere la “pluralità” culturale che resta l’essenza e che ne rappresenta la diversità rispetto al passato anche recente. Una pluralità che affonda le sue radici nel riconoscimento che nessuno può esercitare una egemonia culturale all’interno del partito, pena il dissolvimento anticipato del progetto politico dello stesso partito. E questo è uno dei temi che rischia di minare alla radice la credibilità del partito e il suo ruolo nella concreta dialettica politica italiana. Del resto non è facile far convivere in uno stesso partito culture e storie politiche diverse che si riconoscono nel medesimo progetto politico.
E la scommessa è proprio quella di superare diffidenze ed ostilità che non possono essere rimosse con un semplice codicillo. A cominciare dal pieno riconoscimento del pluralismo interno al partito.
Trovo stucchevole l’ipocrisia di coloro che continuano imperterriti a denunciare la pericolosità delle aree culturali organizzate all’interno del partito, un’ipocrisia somma quando poi si viene a scoprire che a queste aree culturali viene sostituita, come elemento aggregativo, la carta di identità o la fedeltà al proprio capocordata o capo corrente di turno, condito ovviamente dalla marca da bollo del rinnovamento e del cambiamento.
C’è poco da fare: o il Pd riconosce l’esistenza strutturale delle varie correnti di pensiero presenti al suo interno oppure lo stesso confronto politico è destinato a correre lungo i binari del moralismo, dell’ipocrisia e del pressapochismo. Ne abbiamo già avuto i primi sintomi in questo ... avvio della stagione congressuale dove, accanto alle presenze culturali tradizionali, si possono contare anche le aggregazioni frutto della contingenza e della moda.
Insomma, il Pd può avere un futuro credibile se riesce a salvaguardare questa pluralità culturale. Sotto questo versante si misurano anche la qualità e la valenza del confronto congressuale in atto tra le varie mozioni. Registro che, malgrado le varie rassicurazioni, stenta a tramontare definitivamente il rischio di trasformare progressivamente il Pd in una sorta di ennesimo aggiornamento del percorso storico della sinistra italiana. È singolare che ogniqualvolta il dibattito si avvia lungo questi binari si incaglia sulla volontà di qualche esponente di rilievo di marcare con forza l’ipoteca della cultura della sinistra storica nell’orientare la prospettiva politica del partito. Un vizio congenito che però mal sopporta di essere definitivamente rimosso. E gli esempi si potrebbero moltiplicare se è vero, com’è vero, che quando si parla del Pd si continua a far riferimento spesso e volentieri alla sinistra, alle sue difficoltà, alle sue contraddizioni e alle sue potenzialità nell’attuale contesto politico italiano. Ed è oltremodo sintomatico che proprio attorno a questo dilemma si gioca la capacità attrattiva del partito di andare oltre il tradizionale recinto della sinistra storica italiana o limitarsi a gestire tutto ciò che è riconducibile a quella, seppur gloriosa, esperienza. Nessuna “Cosa 4”, dunque, e nessun ritorno identitario.
E questo a prescindere da chi vince la sfida congressuale del prossimo ottobre.
Ma il tema della identità politico e culturale del partito è strettamente collegato anche al nodo delle alleanze. L’ormai famoso “trattino” del centrosinistra non è soltanto un esercizio accademico o una divagazione politologica. Se il capitolo del profilo politico del partito non viene chiarito sino in fondo il rischio di dar vita ad un centro-sinistra dove il Pd copre sostanzialmente l’area riconducibile alla tradizionale sinistra è più che concreto. Se, invece, il Pd ha l’ambizione di essere un partito realmente di centrosinistra allora si può centrare l’obiettivo di allargare i confini culturali, sociali e politici del partito allargando un consenso non riconducibile alle tradizionali etichette. Il tema delle alleanze, infatti, non attiene soltanto alla geometria ma riveste un’importanza cruciale per la stessa credibilità di un’alternativa concreta all’attuale destra di governo. Pertanto, profilo politico e culturale del partito, riconoscimento della pluralità culturale interna e una rinnovata strategia delle alleanze sono temi strettamente intrecciati e non possono essere disgiunti l’uno dall’altro.
Se qualcuno pensa di costruire il partito con lo sguardo rivolto all’indietro e con l’obiettivo, neanche troppo nascosto, di dar vita all’ennesimo esperimento di una sinistra post-ideologica ma profondamente ancorata a quel patrimonio ideale, il futuro del Pd è in parte già compromesso con l’ovvia possibilità di una potenziale scissione dopo la fase congressuale. Se, invece, si vuole giocare sino in fondo la scommessa di un partito plurale occorre abbandonare per sempre il richiamo della foresta senza pensare a guardare al futuro con lo sguardo irrimediabilmente rivolto verso il passato e la nostalgia.
venerdì 31 luglio 2009
Pd, meglio le correnti delle cordate
La mappa delle regioni democratiche Pochi accordi, si decide alle primarie
Si chiudono questa sera alle 20 i termini per la presentazione delle candidature a segretario del Pd in ciascuna delle venti regioni.
In linea di massima, ciascuna mozione presenta ovunque un proprio nome. Negli ultimi giorni, infatti, le ipotesi di convergenza su un singolo rappresentante sono di gran lunga diminuite rispetto a quanto era possibile rilevare nelle settimane precedenti. Il quadro, comunque, non è ancora completo. Rimangono da definire, infatti, alcuni tasselli, che si chiariranno solo oggi. In alcuni casi, le singole mozioni hanno preferito ritardare la pubblicazione del nome del proprio candidato (soprattutto in casa Marino). In altri, però, rimangono da sciogliere alcuni nodi, sia sulla possibilità di accordi trasversali, sia su una pluralità di candidati tra cui scegliere, rispettando anche gli equilibri interni alla singola mozione.
Per il momento, si segnalano solamente cinque donne candidate: Debora Serracchiani (Friuli Venezia Giulia), Mariangela Bastico (Emilia Romagna) e Francesca Barracciu (Sardegna) sostenute da Franceschini, Ileana Argentin (Lazio) e Fernanda Gigliotti (Calabria) per Marino.
Piemonte ancora diviso
Nel 2007 era stata una delle regioni in cui le primarie avevano fatto segnare una spaccatura netta, con la necessità perfino di ricorrere al riconteggio dei voti tra le liste che sostenevano Gianluca Susta e Gianfranco Morgando. A prevalere era stato quest’ultimo, un cattolico democratico che a questo giro ha scelto di sostenere Bersani, ma aveva proposto la propria riconferma con l’intenzione di ottenere anche l’appoggio delle altre mozioni. Dopo una prima fase di dialogo, in cui questa possibilità sembrava potersi concretizzare, mercoledì i franceschiniani hanno preferito proporre il nome dell’ex ministro Cesare Damiano.
Ieri Susta ha invitato Morgando a desistere dal candidarsi e Giorgio Merlo ha invitato a «non rompere l’unità del partito alla vigilia di una delicata e difficile competizione regionale». Ma il segretario uscente intende comunque andare avanti.
Veneto, Puppato in calo
Le quotazioni della giovane Laura Puppato, proposta originariamente dai piombini come possibile candidato unitario in Veneto, sono indicate in netto calo. Franceschini si è affidato ad Andrea ... Causin, già componente della prima segreteria Veltroni, mentre all’interno della mozione Bersani ancora manca un’indicazione unitaria. Una parte dei sostenitori dell’ex ministro sostiene ancora una convergenza con la terza mozione proprio sul nome della Puppato (che ha annunciato il proprio sostegno a Bersani), ma negli ultimi giorni si è fatta strada l’ipotesi del giovane Stefano Fracasso da Arzignano, centro del Vicentino del quale è stato sindaco fino a poche settimane fa. In questo caso, Marino sarebbe pronto a presentare un proprio nome, che – dicono i referenti veneti della terza mozione – s’incuneerebbe tra i bersaniani, creando non poche difficoltà al loro interno.
I “buchi” della mozione 1
Lazio, Puglia, Basilicata. Insieme al Veneto, sono le tre regioni in cui all’interno della mozione Bersani non si è ancora riusciti a trovare un candidato. Il nome lucano dovrebbe uscire dal ballottaggio tra Salvatore Adduce e Roberto Speranza. Ancora più ingarbugliata la situazione capitolina, dove tra la vecchia guardia dalemiana e le altre componenti della mozione uno (dal presidente della regione Marrazzo a quello della provincia Zingaretti, fino alla new entry di marca rutelliana Milana) il confronto proseguirà probabilmente fino all’ultimo momento disponibile per trovare il nome da schierare.
Emiliano ci spera ancora
In Puglia, invece, il sindaco di Bari e segretario uscente Michele Emiliano sembra aver completato il proprio peregrinare tra le mozioni, accasandosi definitivamente con Franceschini. Proposto inizialmente dai sostenitori di Marino come possibile candidato unitario, fautore di un accordo con D’Alema per un nome “gradito” come proprio successore, adesso rischia di ritrovarsi con il solo sostegno della mozione 2. «Sto pregando perché D’Alema faccia la cosa giusta», ha detto in attesa che l’ex premier raggiunga oggi Bari per chiudere la trattativa.
In realtà, tra i bersaniani non mancano le alternative. In pole position c’è l’ex parlamentare europeo Enzo Lavarra. Il gruppo vicino a Enrico Letta è tornato però ieri a insistere per candidare Francesco Boccia, contro il quale gioca però il proprio incarico di deputato, che contrasta con la regola interna alla mozione, secondo la quale non saranno candidate personalità che ricoprono già altri ruoli istituzionali.
Il poker siciliano
Per lo stesso motivo, è stata stoppata in Sicilia la candidatura di Giuseppe Lumia, senatore per il quale gran parte dei supporter bersaniani dell’isola avevano chiesto una deroga ai dirigenti nazionali. Da Roma è però giunto un no netto, accompagnato dalla designazione come candidato ufficiale della mozione di Bernardo Mattarella, figlio dell’ex presidente della regione assassinato da Cosa nostra e vicino a Rosy Bindi. Lumia, comunque, non si è tirato indietro e oggi presenterà la propria candidatura da indipendente «per un Partito democratico siciliano, e sottolineo siciliano», ha detto ieri in chiara polemica con i referenti nazionali della mozione Bersani. Al suo fianco si potrebbe schierare gran parte del gruppo dirigente di provenienza diessina, ma anche molti lettiani.
Se entro stasera non ci saranno scossoni, dunque, la Sicilia sarà l’unica a presentare quattro candidati per la segreteria regionale del Pd. Oltre a Mattarella e Lumia, infatti, è già in campo Giuseppe Lupo (chiamato da Franceschini nella propria segreteria e oggi suo sostenitore), mentre la mozione Marino dovrebbe proporre Giuseppe Missina.
Solo tre i candidati unitari
Dunque, il proposito di scindere il confronto sui territori da quello nazionale, è andato quasi ovunque disatteso. In nessuna regione due mozioni sostengono lo stesso candidato (anche se nello schieramento di Marino rimangono diverse incertezze, che alla fine potrebbero far propendere per una convergenza su qualche nome già in campo), mentre sono solo tre i segretari scelti all’unanimità: Raimondo Donzel in Valle d’Aosta, Palmiro Ucchielli nelle Marche, Silvio Paolucci in Abruzzo.
Caro Bersani, esistiamo anche noi
Caro Bersani, credo che tu ben sappia che da parte nostra e mia non esistano nei tuoi confronti pregiudizio o sentimenti negativi. In particolare durante la comune esperienza nel governo Prodi, dove sin dall’inizio ci trovammo molto vicini all’impegno che ti contraddistinse, impegno ciò malgrado, impantanatosi per strategie politiche “interne”, per storie forse troppo oggettivamente diverse. Ma anche per altre purtroppo: “esterne”, queste, al governo Prodi ma non all’area, né agli stessi Ds, o ai mitici “novatori” ex-Dc ed ex-Pci.
Dopo di ciò costoro, nominati levatori, ostetrici, psichiatri infantili, custodi e tutori del neonato Pd, imposero una linea, per dirla tutta e senza malanimo, ferocemente quanto ottusamente antiradicale, fino a costringere (noi “prodiani” della Rosa nel pugno) a scelte che furono, per i socialisti tanto necessariamente ostili quanto avventurose, o per noi radicali tanto nobilmente e costosamente responsabili quanto oggettivamente mortificanti. Si corsero rischi letali (per fortuna in parte, si spera, superati) per lo stesso neonato, purtroppo, ancora alle europee, voi tutti e lo stesso Franceschini, avete scelto di allearvi con lo schieramento berlusconiano per salvare quel bipolarismo partitocratico (che è Regime di disordine costituito) dandogli l’estrema unzione antidemocratica di una legge-truffa, giungendo poi persino alla grottesca, incomprensibile, antipopolare scelta referendaria. Lasciamo aggiungere che non possiamo, onestamente, offendere tanti compagni del Pd, a cominciare dallo stesso “nostro” Romano, a D’Alema e Veltroni, Marini e Rutelli, Parisi fino al carissimo Marino, e a te, togliendovi la dignità di corresponsabili pieni di quel che di positivo e negativo sarebbe errato e ingiusto attribuire al solo Dario.
Leggo la tua dichiarazione di ieri: «Voglio un partito le cui radici siano socialiste e cattolico- popolari», che anche sia (ma pensa un po’!) «democratico e liberale». Tu punti a: «alleanze larghe, democratiche e di progresso». «Cominciamo a costruire – poi precisi – una politica comune delle opposizioni». Ma quali opposizioni? Non Storace, ovviamente; ma parrebbe anche non Ferrero e dintorni. Potrebbe esserlo quella di buona parte di Sinistra e libertà. Quella radicale, naturalmente, non esiste, in quanto tale. Allora di chi si tratta? Qui si torna ad un ...
vecchio vizietto del Regime: basta escogitare una legge elettorale “giusta” e anche gli altrimenti perdenti pensano di farcela. Tu saresti, Pierluigi, da quel che se ne sa, non ostile al sistema elettorale “tedesco”, dogma casiniano non sgradito alla Lega. Dario invece ha dichiarato di essere per il maggioritario, non esclusa per ora nessuna delle sue versioni: mattarelliana o francese. E anche quella anglosassone, americana? Riformiste, quelle, riformatrici queste. Glielo chiederemo, come anche a Ignazio, un po’ troppo laconico, per ora, in proposito. Così stante le cose, una strategia che potresti finire per scegliere potrebbe ben essere quella “antiberlusconiana”. Certo nei tuoi toni: più moderata, civile, tollerante ma innanzitutto tale: antiberlusconiana. Quindi ottima per l’Idv e per un altro leader “delle opposizioni” come l’ottimo Casini. Potrebbero essere coinvolti anche – perché no? – la Lega, vecchia “costola della sinistra”. Tutta o in parte, già accadde. E quale interesse potrebbe avere Rutelli ad andarsene, con questo eventuale “nuovo conio” del Pd.
Ma torniamo alla tua dichiarazione. «Cattolico- popolari» affermi. Cioè? Se tu parlassi di “cattolico-liberali” e/o di “cattolico-conciliari” capirei un po’ meglio. Posso osare una interpretazione, un sospetto, una malizia? Nella tua Bologna l’ex “roccaforte rossa” avete portato a sindaco, presidente della provincia, rettore della università tre possibili “cattolico-popolari”, rispettivamente il sindaco professor Delbono, la presidente della provincia Draghetti, il magnifico rettore Dionigi. Di che render vincente, sullo sfondo la regia del cardinal Caffarra, che di tutto potrà essere accusato, ma non certo di appartenere alla teologia della liberazione o alle correnti dei credenti conciliari o dei cattolici- liberali.
«Cominciamo a costruire una politica comune delle opposizioni», proclami. Ma se, intanto, si cominciasse a costruire la politica comune del Pd? E se intanto spendessi un po’ del tuo tempo, marginale, per dialogare, riflettere e far riflettere noi radicali in quanto tali? Qualche volta, forse, sarebbe opportuno e conveniente ascoltarci, e farti ascoltare, più direttamente.
Io, come forse ricordi, ti… estorsi una promessa di farti vivo con me, se lo avessi solo ritenuto non inutile; nel dicembre 2007! A volte, sai, può non essere inutile contare perfino su di noi, in quanto Radicali. Come quando, con la Rosa nel pugno, determinammo l’esito delle elezioni del 2006: quando l’Unione, che aveva riscosso un milione di voti meno dello schieramento berlusconiano, grazie al milione di voti della Rnp (fra i quali almeno 350.000 tolti al centrodestra) fummo determinanti per battere i “capaci davvero, ma davvero, di tutto” e conseguire l’obiettivo di portare al governo i “buoni quasi a niente”! Non ci fu perdonato: sarà che i (sospetti) creditori spesso sono insopportabili, a volte da eliminare; tanto quanto si ha invece cura della buona salute dei debitori! Termino con una domanda la cui risposta ti e vi solleciterei, da subito. L’Istituto Cattaneo ha scoperto che alle europee in 9 città capoluogo di provincia su 10 prese in considerazione, le liste Bonino-Pannella con una durissima campagna anti-regime per la riforma e l’alternativa liberale, democratica, e antipartitocratica, laica hanno riscosso maggiore apporto di voti da elettori del centrodestra che da quelli del centrosinistra. Del che vado, e andiamo, particolarmente grati e fieri. Nessuno, ma proprio nessuno, ha mostrato di ritenere meritevole di una, sia pur minima, riflessione o commento questo fatto. Tu? Voi?
Tutti nel Partito del Sud?
Nelle varie interviste a politici del Sud sul partito del Sud per cambiare il Sud, ogni parola gravita attorno a fondi pubblici da destinare, e a poteri e potericchi da ridistribuire. Si parla, in sostanza, di una coperta corta e vecchia da tirare un pochettino verso Sud. Niente altro. Non una parola di politica, neanche mezza parola colta o semicolta su una questione che pure mobilita le classi dirigenti e gli intellettuali italiani da un paio di secoli. Si capisce che da Gramsci e Rosario Romeoa Micciché e Lombardo c'è un salto di categoria. Ma insomma, almeno la foglia di fico di una citazione colta, di un libro letto, di un cruccio ideale pure se simulato, aiuterebbe i nuovi meridionalisti a rendere un po' meno mediocre la loro sortita. Non per rubare loro il mestiere, ma per esempio: in favore di quali ceti e interessi, e contro quali altri nascerebbe il "partito del Sud"? Tutti amiconi, tutti compaesani, tutti bravi guaglioni, oppure non tutto il Sud è uguale, e qualche problema di mafia, di clientelismo, di caporalato, di sfruttamento vede italiani contro italiani? Erano del Sud Impastato e i suoi killer, sono del Sud gli operai di Melfi e i Casalesi. Tutti nel Partito del Sud?
Fonte: Michele Serra - Repubblica
Il veleno nordista che divide l'Italia
È curioso che nessuno dei meridionali che stanno al governo, da La Russa alla Prestigiacomo, reagisca agli insulti leghisti. In tanto straparlare di Partito del sud, fra tanti caldi strafalcioni «a favore dello sviluppo autogeno del Meridione», non c' è infatti ministro o parlamentare della maggioranza che osi rispondere alla tracotanza di questi loro colleghi padani. Iquali, dal canto loro, non perdono occasione per mostrare il dito medio ai professori del Sud. Eppure erano meridionali gli insegnanti che hanno formato la Prestigiacomo in un liceo di Siracusa e Fitto in un liceo di Bari, e La Russa a Paternò. Ed erano meridionali anche i (cattivi) professori che hanno formato i leghisti di Milano, di Torino, di Vicenza.... Si sa che, in base all' anagrafe, tutta la scuola italiana è meridionale.
Ebbene, si può continuare a sopportare questo repertorio infinito contro il Sud, contro la scuola, contro la decenza? Il leghismo, lo abbiamo detto mille volte, è la tracimazione rancorosa di tutti i più vieti luoghi comuni del suburbio. Perciò davvero importa poco che la proposta della Lega di imporre ai professori italiani un esame di dialetto non abbia alcuna possibilità di essere accolta. Non è insomma significativo che si tratti di un altro - l' ennesimo - starnuto alla Totò: un tentativo di starnuto, una smorfia implosa, un altro botto razzista che «tanto, non ci sarà», «è solo folclore», «è linguaggio pittoresco» ... La volgarità gratuita dei leghisti sta sapientemente avvelenando l' Italia. Sappiamo infatti per esperienza che a nulla serve rispondere che le intelligenze non sono come gli agrumi e il granturco, e non hanno radici territoriali. Ed è inutile immaginare cosa diventerebbe l' Italia se un professore milanese non ... potesse insegnare a Venezia e soprattutto se davvero i professori meridionali dovessero lasciare le cattedre del Nord perché non conoscono il meneghino, il vicentino, il torinese. Ai leghisti non interessa la discussione sulle loro corbellerie. Ci provano e basta. E ci riprovano ogni volta che possono, con l' idea fissa che il professore terrone va cacciato dal Nord, una volta perché è - disse la Gelmini - «dequalificato», un' altra perché «non conosce la matematica»e ora perché «non parla il dialetto della regione dove insegna». Come si sa, la difesa del dialetto veneto e lombardo è all' origine della Lega. Bossi rivelò che «l' idea di mandare a casa i terroni fu il fondamento del nostro movimento». Poi lo chiamarono «smantellamento dei privilegi verso i meridionali nei concorsi pubblici». Ora sono arrivati al test di dialetto per gli insegnanti. La Lega, che col tempo è diventata sempre meno strampalata e sempre più concretamente razzista (contro gli immigrati), ha comunque conservato l' antimeridionalismo come idea di fondo. Perciò è miserabile, ridicolo e penoso che non si ribellino i ministri sudisti. Perché mai - facciamo un esempio - non difende il Sud l' aggraziata ministra Prestigiacomo, imprenditrice meridionale che mai ha trafficato con gli appalti? Ecco, vorremmo direa questi «ostaggi incaprettati» nel centrodestra brianzolo che rischiano di fornire alimento alla Lega quando immaginano una riedizione del partito della spesa, della Cassa del Mezzogiorno, un partito del Sud. Ed è invece uno squallore, del quale prima o poi dovranno rispondere ai loro elettori, questo silenzio assenso, divertito e neppure imbarazzato, ogni volta che gli uomini di Bossi cercano di mettere l' anello al naso ai meridionali. Forza dunque La Russa, forza Fitto...: non vi invitiamo a ricordare ai vostri colleghi padani l' inguaribile cretinismo pellagroso che il medico milanese Andrea Verga (c' è il suo busto in bronzo in via Festa del Perdono) denunziò nei mangiatori di mais. Non vi invitiamo insomma al facile conflitto nord sud. Ma solo a un barlume di dignità. In nome di quegli insegnanti che forse inutilmente vi spiegarono che il Sud non è il turgore della commedia di Micciché e di Lombardo. Ecco il dramma italiano: mentre il governo della Lega avvelena l' Italia, i governanti del Sud rischiano, con ignominia, di legittimare la Lega.
Nei cantieri senza orari la corsa alla New Town
L'AQUILA - Le gru, potenti e sottili, sembrano disegnate da uno stilista. Pareti, pavimenti e soffitti prefabbricati vengono alzati verso l'alto e incastrati nelle gabbie di ferro o di cemento. Nell'ultima luce della sera, il cantiere di questo che sarà il pezzo più grande delle new town aquilane sembra un enorme gioco del Lego. C'è quasi silenzio, sulla collina di Bazzano spianata per costruire le C. A. S. E., che vorrebbe dire Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili. Per gli aquilani, Case e basta, perché già immaginano di entrare qui, trovare il salotto, il bagno, la camera da letto...
Nessuno sta fermo, là sulla piattaforma. I capi cantiere, e anche i carpentieri, i saldatori, i muratori sanno che qui si sta giocando la "scommessa" dell'Aquila. Entro la fine di settembre - se possibile un paio di settimane prima - le Tv dovranno mostrare il taglio del nastro, annunciare che i terremotati hanno trovato una nuova casa, così come promesso il primo giorno dopo la grande scossa. Tremila persone con le chiavi in mano (anche se altre 50.000 resteranno fuori) basteranno ad annunciare il ritorno alla normalità, così come l'apertura di 120 metri di corso Federico II fra la Villa comunale e piazza Duomo un mese fa è servita ad annunciare la "riapertura del centro storico".
Bisogna fare presto e tentare la fortuna, come nei giochi d'azzardo. Parli con gli operai che stanno aspettando il pullmino, oltre la rete del cantiere, e dicono che "qui si lavora anche dodici, tredici ore al giorno". Dicono che "la settimana prossima si lavorerà anche di notte". Sono orgogliosi, questi lavoratori arrivati dalla Puglia, dal Veneto, dalla Lombardia, e assieme a loro ci sono tanti marocchini, tunisini, egiziani. "L'altro giorno, quando i No global sono passati qui davanti, ci hanno fischiato. E noi abbiamo risposto: siamo qui per lavorare, per dare una casa a chi non ce l'ha. E allora ci hanno applaudito".
La rete del cantiere sembra un confine, oltre il quale le regole conquistate nei cantieri italiani non ... hanno valore. "Se ti permetti di dire che non si può lavorare con ritmi assurdi che mettono in pericolo la vita degli operai - dice Rita Innocenzi, segretaria della Fillea Cgil - tutti ti saltano addosso. "Tu non vuoi la ricostruzione dell'Aquila", dicono, e non puoi più parlare". Gli ultimi pullmini e furgoni - almeno per ora - lasciano il cantiere alle 10 della sera.
Sono 1.500, gli operai chiamati a costruire le Case, e altri mille sono in arrivo perché altri cantieri stanno aprendo. Chi è partito tardi, deve fare più in fretta. In un piccolo cantiere di Sant'Antonio si lavora anche alle tre di notte. Gli operai che nei primi giorni non hanno trovato alloggio hanno dormito in macchina. A Pagliare di Sassa c'è l'accampamento più grande: qui riposano gli operai di Bazzano e di Cese di Preturo. Decine di container dentro un grande capannone. "Quelli che arrivano alle 22,30 - dice Rita Innocenzi - mangiano cibo precotto consegnato prima delle 20. Nei cantieri non c'è mensa: si mangia prima di partire e quando si rientra, dopo troppe ore di lavoro". Il sindacato ha chiesto di aprire un ufficio nel capannone dormitorio. Ci sono già stati incidenti, nei cantieri Case. Il 27 giugno a Sant'Elia B. M, un romeno di 34 anni, è stato sfiorato da un fulmine. E' finito in rianimazione ma si è salvato. Il 3 luglio a Bazzano un operaio di Montereale è caduto da tre metri. Prognosi riservata. "Si sono avviate inchieste ma il lavoro non si è fermato più di 5 minuti, il tempo di fare arrivare l'elicottero di soccorso".
C'è preoccupazione vera, per questi operai deportati da tutta Italia per costruire le case degli sfollati. L'unica ditta aquilana che è riuscita ad avere una fetta degli appalti Case è la Edimo di Poggio Picenze, verso la quale il 26 febbraio 2009 (pochi giorni prima del terremoto) la Fillea Cgil aveva presentato una denuncia pesantissima. Nell'esposto - protocollo 077336 della Procura della Republica - si legge che "tutti i casi di infortunio sul lavoro su espressa indicazione dell'azienda, mediante dichiarazioni che i dipendenti sono stati costretti a rendere persino al Pronto soccorso, sono stati denunciati come "malattia"". Si racconta il caso di G. F., che il 15 maggio 2007 rimase vittima di infortunio con lesioni gravi (seguito da intervento chirurgico) ed è ancora "in malattia" perché "costretto dalla Società a dichiarare di essere caduto all'interno della propria abitazione". C'è anche il caso di A. P., che prima di essere portato all'ospedale "venne accompagnato a casa da uno dei titolari dell'azienda per cambiarsi di vestiario, condotto al Pronto soccorso e costretto a dichiarare di essersi procurato il danno fuori dal luogo di lavoro".
La "scommessa" dell'Aquila mette però in ombra ogni altro problema. Peccato sia una scommessa persa. Le Case antisismiche potranno accogliere i tremila terremotati di settembre, altri 11.000 - si spera - entro Capodanno. Ma i numeri sono ben più pesanti. Oggi la "popolazione assistita" è di 50.403 persone, di cui 19.749 in alberghi, 9.643 in case private, 21.011 in tendopoli. Il progetto Case, deciso in poche ore, era chiarissimo: si costruiscono appartamenti antisismici per gli aquilani, soprattutto quelli del centro storico distrutto. Gli altri torneranno nelle loro case dichiarate agibili e in quelle che hanno bisogno solo di piccoli interventi. E' stata fatta una classifica: A per le agibili, B per agibili con piccoli lavori, C e D per lavori di media importanza. Le Case antisismiche dovevano essere riservate agli abitanti delle case E, completamente inagibili. Ma le sorprese non sono mancate. "Ci sono 10.000 persone - dice il sindaco Massimo Cialente - che abitano in case A e non tornano nel loro appartamento. C'è la paura per le scosse che continuano ma c'è anche un altro problema. Mi vergogno a dirlo, ma questi aquilani hanno fame. Gli assegni della cassa integrazione sono in ritardo, tante attività sono bloccate e non portano reddito. E allora c'è chi resta in hotel o in tenda perché trova un pasto gratis, perché a casa non avrebbe i soldi per fare la spesa". C'è chi ha capito tutto già da tempo e ha saputo trasformare il dramma in un business. "Ci sono - dice il sindaco - gli sciacalli degli affitti. Per 70 metri quadri chiedono anche 1.500 euro, quando prima il costo era di 400 - 500 euro. Chiedono 1.000 euro per 40 metri. Stiamo facendo un censimento e la Protezione civile dovrà requisire le case. Ho bisogno di almeno 1.000 abitazioni per affrontare questa emergenza che non finisce mai".
A settembre gli alunni dovranno tornare a scuola. "Gli edifici scolastici, in pietra o tensostruttura - dice la presidente della Provincia, Stefania Pezzopane - saranno pronti, ma a cosa servirà, se non ci saranno le case? Saranno la scuola e l'università a decidere il futuro della nostra città". Secondo i primi dati, almeno 700 famiglie hanno iscritto i loro ragazzi lontano dall'Aquila. "Io dissi subito che le Case antisismiche non potevano bastare e proposi un piano B - che prevedeva casette di legno soprattutto nelle decine di frazioni e paesi - ma dissero che le meravigliose C. A. S. E. avrebbero risolto ogni problema. Purtroppo ho avuto ragione. Si scopre adesso che lavori che dovevano durare al massimo 30 giorni richiedono invece mesi e mesi di interventi. Faccio l'esempio di mia madre Vilde, che ha 80 anni e abita (abitava) al quinto piano di un condominio con 50 persone. Era contenta, perché il suo appartamento era in classe B. Oggi i tecnici le hanno spiegato che prima bisogna intervenire ai piani bassi e che lei non potrà tornare a casa prima di un anno. Questo per una casa B. Immaginiamo cosa potrà succedere quando si faranno verifiche serie per le C e le D. E' per questo che in città ci sono preoccupazioni e angosce. L'insicurezza ti fa star male come la faglia del terremoto. Noi aquilani eravamo abituati a discutere e anche a litigare con molta tranquillità. Oggi trovi sempre più persone che stanno mute, o piangono o si mettono a sbraitare. Il futuro che sta arrivando ci fa paura. Bisognerebbe fare tante cose e il tempo scappa. E' come la nostra estate, troppo breve. Tre anni fa, il 9 settembre, l'Aquila era bianca di neve".
De Magistris e Marino, il moralismo logora chi lo fa
Bella figura, il neo onorevole De Magistris. Il magistrato d’assalto, eletto a Strasburgo nell’Italia dei valori, si è messo in aspettativa.
Niente di male, il parlamento è pieno di magistrati in aspettativa fin dai tempi dell’unità d’Italia. Ma lui, De Magistris, aveva giurato per tutta la campagna elettorale: io non farò così, io lascerò la toga. Adesso scrive sulla sua pagina Facebook che i tempi delle dimissioni dalla magistratura non se li farà «dettare da nessuno, se non dalla mia coscienza». Bravo, tosto, così si fa. Peccato che in campagna elettorale abbia detto una grossa, inutile bugia.
Ci dispiace, ma a costo di passare per cinici è necessario dire quello che pensiamo: certi aspiranti moralizzatori della politica sembrano non capirlo, ma il moralismo fa male alla politica, oltre che a loro stessi. Contribuisce, il moralismo, a creare esattamente il clima di sfiducia nella politica che questi aspiranti purificatori dichiarano di voler combattere. Lo alimenta, creando spazi per altri moralizzatori che a loro volta alimenteranno la sfiducia nella politica.
Perché? Forse semplicemente perché la perfezione non solo, fortunatamente, non è richiesta ai politici, ma proprio non appartiene agli uomini. Lo dice anche il Vangelo: chi è senza peccato, scagli la prima pietra.
Non che non sia giusto, intendiamoci, aspirare a una politica più pulita e più morale: certe preoccupazioni non sono mai abbastanza sentite e vincolanti. Il problema, crediamo, è quando questa sacrosanta aspirazione diventa una presunzione di superiorità morale: “io” sono diverso, “io” posso giudicare. Lo abbiamo visto anche in casa Pd, con la vicenda che ha riguardato Ignazio Marino. Il professore candidato alla segreteria, accusato di disinvoltura coi rimborsi spese, si è ... difeso e ha avuto la solidarietà degli altri candidati e del partito. Ma ne avrebbe avuta di più, e di più calda, come probabilmente meritava, se qualche giorno prima non avesse goffamente cercato popolarità e consensi parlando di “questione morale” nel Pd a proposito dell’arresto di un coordinatore di circolo accusato di essere uno stupratore seriale.
Dovrebbero riflettere anche certi sostenitori del professore candidato, tanto pronti a lanciare accuse di complotto e a difendere Marino con l’argomento che «dà fastidio a qualcuno per le sue idee». Perché mai un candidato alla segreteria del Pd non dovrebbe rispondere, come a qualunque altro uomo politico sarebbe chiesto di fare, alle accuse documentate, per quanto malevole, di un giornale? E, non ultima questione, che differenza c’è tra il gridare al complotto dei sostenitori di Marino, il «decido io» dell’onorevole De Magistris, e la pretesa di essere superiori alla legge e alla parola data agli italiani che tanto ci dà fastidio nel nostro presidente del consiglio
Lo stato di eccezione
Il miserabile spettacolo del decreto anti-crisi è un misto tra il teatro di Ionesco e l' opera dei pupi. C' è l' assurdo: il governo impone con una mano la conversione di un primo «provvedimento urgente» infarcito di errori ed orrori, con l' altra ne presenta un secondo che riscrive quello appena approvato. C' è la farsa siciliana: il Parlamento svilito nella quinta di un' opera buffa, dove gli eletti del popolo, povere marionette, si scambiano legnate fragorose ma inutili. Il decreto anti-crisi è discutibile nel merito. L' ennesimo patchwork di ben 25 articoli scombinati e incoerenti, l' ennesimo pacchetto di oltre 100 commi di norme palesemente «tossiche» insaccate insieme a norme apparentemente virtuose: come i «titoli salsiccia» che hanno fatto crollare i mercati finanziari mondiali. Da una parte qualche piccola pietra per arginare l' onda d' urto della crisi recessiva: dagli aiuti fiscali per le imprese che ripatrimonializzano alla detassazione degli utili reinvestiti in nuovi macchinari, dal «premio di occupazione» per le aziende che non licenziano all' aumento delle dotazioni infrastrutturali. Ma dall' altra parte una pioggia di interventi che, con la strategia di contrasto alla crisi, non hanno proprio nulla a che vedere: dalla modifica degli automatismi per chi andrà in pensione dopo il 2015 alla tassazione delle riserve auree della Banca d' Italia. In mezzo, un' altra insopportabile legge-bavaglio, stavolta ai danni della Corte dei conti, e una raffica indecente di condoni, dallo scudo fiscale per il rimpatrio dei capitali alla sanatoria per le multe automobilistiche. Sarà anche vero che «il Paese non è in declino», come sostiene Giulio Tremonti: ma se la «exit strategy» dal «declinismo» passa attraverso questa accozzaglia di buone intenzioni e di pessime diversioni non c' è da essere così ottimisti. Ma il decreto anti-crisi è soprattutto intollerabile nel metodo. Le numerose nefandezze che contiene sono state veicolate con la solita prassi del maxiemendamento, propinato all' ultimo minuto ad un' assemblea ridotta ... a muto votificio e imposto all' aula sorda e grigia con il diktat dell' ennesimo voto di fiducia. Il ventitreesimo in poco più di un anno: un record assoluto, per un governo che gode della maggioranza più solida della storia repubblicana. Ma proprio questa attitudine alla sottomissione sistematica del potere legislativo, ad esclusivo beneficio di quello esecutivo, è la cifra politica del berlusconismo come forma tecnica del moderno totalitarismo. Come si può imporre al Senato di approvare un decreto, quando lo stesso presidente del Consiglio avverte che la Camera poi lo modificherà radicalmente? Per fortuna, combinando insensatezze di merito e scorrettezze di metodo, il presidente della Repubblica si è impuntato, e ha spiegato al governo che questa formula non può contare sull' avallo del Quirinale. Ma la toppa, a questo punto, rischia di diventare peggiore del buco. Come si può annunciare adesso «un decreto che corregge il decreto»? Dove finiscono, in questo surreale cortocircuito, il primato del Parlamento e la dialettica tra le istituzioni? Quale torsione costituzionale è mai questa, in uno Stato che ha ancora la pretesa di definirsi «di diritto»? Più che «Stato di diritto», questo è ormai uno schmittiano «Stato di eccezione». Dove la sospensione dell' ordine giuridico per volontà del sovrano, da misura provvisoria e straordinaria imposta da uno stato di necessità, sta diventando un normale «paradigma di governo». Dettato ora da un' urgenza personale del governante: evitare condanne nei processi, com' è il caso del lodo Alfano. Ora da un' urgenza politica della rissosa maggioranza che lo sostiene: evitare defaillances nel voto parlamentare o rinvii delle vacanze estive, come nel caso del decreto anticrisi, che a questo punto si trasforma in decreto salva-destra (perché riequilibra le tensioni sempre più destabilizzanti tra Lega e Pdl e tra Pdl del Nord e Pdl del Sud) e in decreto salva-ferie (perché scongiura una proroga agostana dei lavori delle Camere). In tutti i casi, questo «Stato di eccezione» tende ormai a confondersi o a coincidere con la regola. Quando questo succede, gli equilibri costituzionali si alterano. E la democrazia, fatalmente, ne soffre. Fino a snaturare se stessa.
Il nodo scorsoio costituzionale
Nei vicoli della vecchia Napoli si praticava il “gioco delle tre carte”, ora lo si pratica a palazzo Chigi. Ci ha provato e ci sta provando in queste ore col “decreto anticrisi”, o maxidecreto, approvato dalla camera, e che sarà votato oggi (con la fiducia) dal senato. Fiducia amara per il governo, che nel momento stesso in cui porta a casa il maxidecreto deve varare un decreto di correzione, che contenga tutte le obbiezioni fatte al primo dal Quirinale. E deve farlo oggi. Solo così il Quirinale firma. Firma cioè, contestualmente, la conversione in legge del decreto 1 e la presentazione al parlamento del decreto 2 che lo corregge. Bella figura per il governo del fare. Del fare male. Cosa di cui sono capaci tutti.
C’è chi sostiene che, per non alimentare nella destra l’illusione di poter stravolgere pezzo a pezzo lo stato di diritto e trasformare la repubblica parlamentare in sultanato, Napolitano avrebbe fatto meglio a non autorizzare la legge di conversione, costringendo il governo a correggere il contenuto del decreto prima del voto parlamentare. Ma Napolitano evita di portare alla rottura estrema i conflitti col governo. Sa che in Italia non c’è uno Scipione l’Africano, e dunque resiste all’invasione cartaginese col temporeggiamento di Fabio Massimo. Perché quando i romani se ne infastidirono e scelsero lo scontro frontale prematuro, finirono a Canne.
Ciò spiega a sufficienza l’apparente smarronata dell’autorizzazione a presentare la conversione del decreto e della richiesta di modificarlo anche radicalmente (poteri della Corte dei conti, ai cui controlli Tremonti vorrebbe sottrarsi; poteri del ministero dell’ambiente sulle fonti energetiche, che gli erano stati tolti; diritti e garanzie per colf e badanti e per le famiglie italiane ... che le accolgono).
Tra i costituzionalisti c’è anche chi dice che la scelta del governo di far proseguire l’iter parlamentare della conversione, preparando al tempo stesso un altro decreto con tutte le modifiche richieste dal Quirinale, sia un’altra eresia. Sta di fatto che Napolitano l’ha tollerata appunto alla condizione molto precisa che il voto di conversione in legge del primo decreto e la presentazione al parlamento del secondo decreto avvenissero contestualmente. Tremonti e il governo hanno dovuto accettare, anche se hanno cercato di fare i furbi: volevano portare a casa il maxidecreto e varare il decreto correttivo non nel consiglio dei ministri di oggi, ma in quello del 7 agosto, se non addirittura alla ripresa di fine mese.
Il gioco è stato smascherato. Il governo s’è dovuto inchinare a riconoscere che solo la contestualità può impedire il nodo scorsoio costituzionale: e cioè che il maxidecreto convertito perda efficacia oppure che il secondo decreto diventi retroattivo, operando i suoi effetti dalla stessa data del primo.
Da questo aut aut non si scappa. Cosa succederebbe, altrimenti, nella “carenza” tra decreto approvato e decreto correttivo? A finire nel cul de sac è dunque “il governo dei capaci di tutto”, come li chiama Pannella. Se infatti palazzo Chigi provasse a non varare oggi il decreto correttivo, Napolitano non promulgherebbe la legge di conversione del maxi.
Oggi dunque, e non oltre, il governo deve sputare l’anima. Sembrano giochini, ma a rischio non è la forma del procedimento di legiferazione, ma la sostanza dei diritti e interessi legittimi che ogni sbrego costituzionale comporta.
Lo Spauracchio del Razzismo per Allontanare la Verità
Combattere davvero il razzismo richiederebbe anche di non evocarlo a sproposito. È proprio questo invece ciò che è avvenuto nei giorni scorsi di fronte alla mozione con cui il Consiglio provinciale di Vicenza ha invitato a non assegnare a dei meridionali i posti di preside disponibili in Veneto. Il fatto che la mozione fosse stata approvata sostanzialmente all' unanimità (dunque con il voto anche dei consiglieri del centrosinistra) non è bastato a indurre a qualche prudenza dirigenti del Pd come Anna Finocchiaro e Beppe Fioroni, che subito hanno tuonato contro il pericolo razzista. Un pericolo, peraltro, denunciato anche dal governatore della Regione Veneto Galan. Da parte sua una commentatrice solitamente accorta come Miriam Mafai ha invitato, dalle colonne della Repubblica, a prepararsi al peggio, delineando il fosco scenario di un' Italia in cui presto saranno cacciati dalle scuole del Nord non solo i presidi ma anche tutti gli insegnanti «nati al di sotto della linea del Po». Ma questi discorsi si reggevano su una premessa falsa. La mozione del Consiglio provinciale di Vicenza, infatti, traeva origine dalla situazione creatasi dopo l' ultimo concorso per dirigenti scolastici di qualche anno fa. In tale concorso, che si svolgeva (giusto o sbagliato che fosse) a livello regionale era consentito alle commissioni di rendere idoneo un numero di candidati superiore solo del 10% al numero dei posti disponibili. In alcune regioni del Sud, però, le commissioni hanno generosamente distribuito le idoneità senza rispettare questo vincolo. Il concorso e il relativo posto di dirigente scolastico erano a livello regionale. Ma le centinaia di idonei del Sud hanno poi ottenuto una leggina che consente loro di occupare posti in qualunque altra regione (in particolare in quelle che non hanno altri idonei disponibili avendo rispettato le norme del suddetto concorso). Come ha dichiarato Massimo Calearo, deputato veneto del Pd, la mozione vicentina chiede solo che gli aspiranti presidi veneti possano «competere ad armi pari con quelli del resto del Paese». A cosa è servito in questo caso evocare il razzismo se non a confondere le cose?
L'Unità "ride" dello sbattezzo e fa arrabbiare la Binetti
L'odissea dai toni surreali di Beto, operaio trentenne che in una striscia satirica pubblicata sull'Unità vuole sbattezzarsi, scoprendo avventura dopo avventura che lasciare la Chiesa cattolica è tutt'altro che semplice, non ha fatto ridere Paola Binetti. Che, in una lettera firmata insieme ad altri 14 deputati del Pd, indirizzata al direttore Concita de Gregorio, protesta esprimendo "disagio" per il fumetto a puntate dal titolo esplicito: "Lo Sbattezzo".
Per undici puntate, l'ultima uscita oggi, Beto, "supereroe" per caso in difesa della laicità - con tanto di maschera e mantello - ha affrontato ostacoli e cavilli di ogni tipo per ottenere il documento ufficiale che attesti il suo sbattezzo. I fumetti, editi dalla casa editrice Becco Giallo di Padova, sono anche diventati un libro, "Quasi quasi mi sbattezzo", di Alessandro Lise e Alberto Talami, e raccontano la storia (vera) dell'operaio disegnatore Beto per rinunciare ufficialmente ad essere cattolico.
Ma, satira o non satira, il tema non è andato giù alla Binetti, ad Enzo Carra, Pierluigi Castagnetti e Luigi Bobba, altri firmatari della lettera, che hanno preso carta e penna per protestare. "Non c'è dubbio - si legge nel testo pubblicato oggi a pagina 18 del giornale - che l'attuale clima politico e culturale sia piuttosto complesso e che nel Pd si stiano cercando varie strade per costruire spazi positivi di confronto tra culture, storie e tradizioni diverse".
"Le differenze ci sono ed emergono con facilità a proposito di molte questioni, non solo di quelle cosiddette eticamente sensibili - prosegue la missiva - ma i messaggi di risposta che arrivano sono sempre impostati a rassicurare, a garantire rispetto per tutte le posizioni, a sottolineare la libertà di coscienza di tutti".
"In questo clima ci stupiscono due aspetti concreti, a nostro avviso contraddittori, che appaiono sull'Unità - sottolineano i deputati del Pd - da un lato il richiamo costante alla Chiesa ... perchè esprima un suo giudizio critico, severo, sui comportamenti del Capo di Governo e dall'altro la striscia sullo sbattezzo, giunta ormai alla sua undicesima puntata patrocinata dall'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (UAAR), costituitasi legalmente nel 1991". Binetti e gli altri si interrogano poi sulla "ragione di questa insistenza che suscita una profonda perplessità sul rapporto tra il giornale della De Gregorio e il Pd, "attuale e futuro".
La direzione dell'Unità risponde apprezzando la premessa politica della lettera, che riconosce lo sforzo affinché le varie anime del Partito democratico in questa fase di rilancio possano percepirsi come una risorsa e non come un ostacolo, ma respingendo l'idea che ci sia alcuna insistenza sul tema sbattezzo. Sottolinea i toni paradossali e ironici della striscia, definita invece dai 15 deputati "una vera e propria caduta di tono" e ricorda che i fumetti già pubblicati dal giornale nel mese di luglio hanno avuto molto successo fra il pubblico giovane. Sul giornale è già uscita a puntate la storia di Peppino Impastato, ora sta per arrivare il racconto di una giovane libanese, Zeina. Seguiranno poi Tien An Men e la vita di Fabrizio De Andrè. Che, c'è da sperare, rassereneranno gli animi e non metteranno più a disagio i quindici deputati offesi da Beto.
Inchieste di Bari, parla l'ex assessore "Nessuno mi ha ancora contestato nulla"
"Al mio partito sono venuti a chiedere i bilanci relativi alle risorse attribuite. Quindi non c'è alcun problema personale. Non riesco a capire quale sia il nesso tra queste vicende e il sottoscritto. Ancora attendo che mi venga contestato qualcosa. Forse la grande capacità e intelligenza di Gasparri ci possono aiutare". Alberto Tedesco, ex assessore pugliese alla Sanità e ora senatore del Pd subentrato al neo europarlamentare Paolo De Castro, risponde così al presidente dei senatori Pdl che aveva sollecitato un'inchiesta sui criteri di compilazione delle liste del Pd per le Europee e per le Politiche.
La polemica è nata dopo la decisione del pm Digeronimo di acquisire i bilanci dei partiti politici di centrosinistra in Puglia e di aprire un'inchiesta che riguarda lui e altre 14 persone sulle ipotesi di reato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, alla concussione, al falso, alla truffa. Per il senatore Tedesco quello compiuto oggi dai magistrati inquirenti "è solo un atto istruttorio e neanche fra i più importanti. Non credo che siano i magistrati a fare clamore quanto piuttosto le cronache giornalistiche. La cosa che mi stupisce è che sono state fatte perquisizioni in cinque o sei sedi diverse e viene fuori soltanto il mio nome. Anche il senatore Gasparri, nel 2005, venne intercettato e sorpreso mentre chiedeva voti ai Tarantini".
Tedesco non sa tacere di una coincidenza che gli sembra "davvero strana": il clamore delle cronache giudiziarie serve in qualche modo a riequilibrare o a smorzare l'altro filone di ... indagine che riguarda il premier Silvio Berlusconi. Alla domanda se ritiene di sentirsi davvero utilizzato nel ruolo di contraltare al presidente del Consiglio, Tedesco taglia corto: "Io aspetto, dal 6 febbraio, giorno in cui mi sono dimesso da assessore dopo aver ricevuto l'avviso di garanzia, che mi vengano mosse contestazioni alle quali dover dare risposte. Ho avuto un avviso di garanzia il giorno che hanno perquisito il mio alloggio. Da nessuna parte ho letto, perchè nessuno evidentemente lo ha scritto, che l'ufficiale dei Carabinieri mi ha rilasciato seduta stante un'attestazione di negatività della perquisizione del mio alloggio".
"Non sono mai stato sentito - è lo sfogo del senatore del Pd - dagli inquirenti nè dagli ufficiali di polizia giudiziaria che conducono le indagini. Ho prodotto delle memorie che ho acquisito dalla stampa. Attendo che mi si contesti qualcosa o che almeno mi si chiedano chiarimenti su aspetti non chiari. Il che lo troverei assolutamente normale in una materia che è di una complessità assoluta".
Istat, in Italia è allarme povertà 2,9 milioni gli indigenti assoluti
Mezzogiorno, famiglie di quattro persone con due figli, nuclei familiari con a capo un lavoratore autonomo e persone al di sotto dei 45 anni: ecco le principali vittime della povertà assoluta secondo la fotografia scattata dall'Istat e relativa al 2008.
Il rapporto presentato oggi a Roma dall'Istituto di statistica ha cifre allarmanti: lo scorso anno in Italia 1.126.000 famiglie è risultato in condizioni di povertà assoluta, per un totale di 2.893.000 persone, pari al 4,9 per cento dell'intera popolazione. Quasi 5 italiani su 100 possono essere considerati "i poveri tra i poveri" dal momento che non possono avere uno standard di vita minimamente accettabile.
In totale sono 8 milioni e 78mila le persone povere in Italia, il 13,6 per cento dell'intera popolazione. Le famiglie che si trovano in condizioni di povertà relativa sono stimate nel 2008 in 2 milioni e 737mila (11,3 per cento). Il fenomeno è maggiormente diffuso al sud (23,8 per cento), dove l'incidenza di povertà relativa è quasi cinque volte superiore a quella del resto del Paese.
La percentuale di famiglie relativamente povere (la soglia di povertà per un nucleo di due componenti è rappresentata dalla spesa media mensile per persona che nel 2008 è risultata pari a 999,67 euro), riferisce l'Istat, è comunque sostanzialmente stabile negli ultimi quattro anni e immutati sono i profili della famiglie povere. Il fenomeno è stabile rispetto al 2007 a causa del peggioramento osservato tra le tipologie familiari che tradizionalmente presentano un'elevata diffusione della povertà e del miglioramento della condizione delle famiglie di anziani.
L'incidenza di povertà risulta però in crescita tra le famiglie più ampie (dal 14,2% al 16,7% tra quelle di quattro persone e dal 22,4% al 25,9% tra quelle di cinque o più), soprattutto ... per le coppie con due figli (dal 14% al 16,2%) e ancor più tra quelle con minori (dal 15,5% al 17,8%).
In aumento la povertà nelle famiglie di monogenitori (13,9%), nei nuclei con a capo una persona in cerca di occupazione (dal 27,5% al 33,9%), tra quelle che percepiscono esclusivamente redditi da lavoro, e cioè con componenti occupati e senza ritirati, (dall'8,7% al 9,7%) e ancor più tra le famiglie con a capo un lavoratore in proprio (dal 7,9% all'11,2%). Soltanto le famiglie con almeno un componente anziano mostrano una diminuzione dell'incidenza di povertà (dal 13,5% al 12,5%) che è ancora più marcata in presenza di due anziani o più (dal 16,9% al 14, 7%).
Pd, Fiano si candida «Sfida per la Regione»
«Solo se si vince in Lombardia si vince in Italia. Solo se il vento cambia in Lombardia può cambiare in Italia». Emanuele Fiano, deputato pd già capogruppo a Palazzo Marino, ha ufficializzato ieri la sua candidatura per la segreteria regionale del partito lanciando subito la sfida per il voto del Pirellone: «Addirittura si considera l' appuntamento del marzo 2010 - ha denunciato alludendo in particolare ad alcune dichiarazioni dell' ex presidente della Provincia, Filippo Penati - come un' occasione già persa, che consente di proiettarsi per alcuni già verso le elezioni di Milano 2010. Ma un partito che sceglie di non gareggiare nel 2010 non sarà considerato vincente nel 2011». Fiano, che a livello nazionale sostiene il segretario Dario Franceschini, ha spiegato di voler andare «oltre le mozioni». In effetti, nell' elenco di chi lo appoggia figurano anche personalità e politici diversamente schierate per la segreteria nazionale.
Oltre a una nutrita squadra di deputati e senatori, per Fiano scendono in campo personalità del calibro di Salvatore Veca e Cini Boeri, Eva Cantarella e Carlo Feltrinelli, Guido Martinotti e Michele Salvati. Fiano non si è risparmiato in autocritica. Ha insistito infatti sulla necessità di fare in Regione «una opposizione dura, competente, intransigente, una opposizione che in questi anni, a parte alcune lodevoli eccezioni, si è sentita e vista troppo poco». Inoltre, «la società lombarda boccia l' operato di Formigoni e della sua giunta, come si capisce girando le province della nostra regione». Malgrado questo, malgrado la crisi che alla ripresa di settembre si farà sentire con maggiore forza, «la larga parte dei lombardi che boccia la Giunta Formigoni non vede in noi la forza alternativa credibile per guidare il cambiamento di cui ha bisogno. Mio ... compito sarà proprio quello di trasformare il Pd nel partito più credibile per far ripartire lo sviluppo in Lombardia». Come testimonial, Fiano ha scelto cinque volti che rappresentano cinque storie di quotidianità: Lucia, che combatte per un quartiere migliore; Mariangela, che si affaccia al mondo del lavoro; Maurizio, che chiede più giustizia per migliaia di imprenditori come lui; Lorenzo, che fa il sindaco mettendosi a disposizione del prossimo; Giuseppe che manda avanti un circolo perché la politica è anzitutto servizio; Lorenzo che ha scelto la dimensione del volontariato. Si comincia da qui: «E non ci sarà una contesa aggressiva, né una guerra con morti e feriti, ostaggi e prigionieri - ha concluso Fiano, rivolgendo il proprio saluto a Maurizio Martina e Vittorio Angiolini che lo sfideranno in questa corsa a tre per la segreteria regionale - perché il nostro sarà un confronto aperto. Chi vincerà, alla fine, sarà il segretario di tutti».
Benvenuti nel Paese degli «spennaturisti»
Una coppia giapponese, in vacanza a Roma, ha cenato dietro piazza Navona e s'è vista presentare un conto da 695 euro (compresa mancia di 115 euro, prelevata senza autorizzazione). Geniale. Vediamo in quale altro modo possiamo spennare i nostri ospiti. Chiuderli nel Colosseo e rilasciarli solo dietro pagamento di un riscatto? Portarli da Malpensa 2 a Malpensa 1 passando da Linate? Buttarli nei canali di Venezia, intimandogli di gridare "Mose!" per aprire le acque? Iscriverli alle ronde notturne di Massa? Invitarli al Palio di Siena e convincerli a fare i cavalli? A pagamento, s'intende.
Noi italiani crediamo d'essere aquile, invece spesso siamo talpe: non vediamo oltre il nostro naso. La notizia dei due giapponesi a Roma ha fatto il giro dell'Asia: il ristorante "Passetto" non se ne rende conto, ma ha compiuto un passo da gigante verso la demolizione della reputazione turistica italiana, oggi affidata ai loghi funerari (Magic Italy! in inglese!) di Michela Brambilla. Ci vuol altro. Chi viaggia lo sa: l'offerta è molta, la concorrenza feroce. Oggi nessuno vuol buttare i soldi. O farsi fregare.
Scrive Luigi Finocchiaro (ruiji@hotmail.com): "La notizia dell'«Italia spennaturisti» sta avendo ampio risalto nel Sol Levante: viviamo in un'epoca dove l'informazione corre veloce. Il Giappone non è l'Italia. Non basta mandare una delegazione a Tokyo e fare «bella figura». Non basta che le nostre rappresentanze istituzionali siano professionali. Non basta una paginetta pubblicitaria del ministero/ente preposto. Il turismo di Giappone, Corea, Taiwan e Singapore è qualificato, e gli asiatici sono per natura informatissimi (ho trovato un sito che traduce in giapponese i nostri commenti su 'Italians'!). Oggi i Paesi dove il turista viene spennato non sono quelli del gruppo cui l'Italia si pregia di far parte. In parole povere: succede solo nei Paesi del Terzo mondo".
Domanda: le associazioni di categoria o l'Enit hanno cercato di riparare il danno? Confcommercio, Confesercenti? Il Comune di Roma, al di là dell'indignazione di un assessore? Forse mi è sfuggito, ma non mi sembra. E' possibile riguadagnare terreno, ma occorre ... un'iniziativa generosa e clamorosa. L'interesse dell'Asia per l'Italia è noto (dobbiamo presentarci compatti, però: le differenze regionali sfuggono, a Seul e a Taipei). La tolleranza dei turisti giapponesi è proverbiale. Ma guai ad approfittare della generosità altrui. Tradire chi si fida è una colpa odiosa. Non per niente Dante - turista estremo e fantasioso - riservava a questi peccatori le punizioni più sadiche.
Forza, quindi. Mostriamo all'Asia la nostra gentilezza, e un po' di doveroso pentimento. Del resto, si sa: non siamo santi. A proposito. Non l'ho già sentita, questa?
giovedì 30 luglio 2009
Debora Serracchiani al Democratic Party di Roma alle Terme di Caracalla
"Occorre recuperare un piacere, un diritto alla verità, che questo Paese sta perdendo"
"Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo." (Giuseppe Fava)
C’è un Paese in cerca di verità. E c’è un Paese che questa verità si ostina a camuffarla. C’è una Giustizia che non riesce a individuare e colpire i mandanti dell’assassinio politico-mafioso del direttore dei Siciliani, Giuseppe Fava. Ma nello stresso palazzo di giustizia di Catania c’è un tribunale che colpisce i suoi eredi perché si ostinarono a portare avanti per quasi tre anni la missione di disvelamento dei neppure troppo segreti rapporti tra Cosa Nostra, Imprese e Istituzioni in Sicilia.
I fatti? Li narra Sebastiano Gulisano: “Circa un mese fa, il Tribunale di Catania ha notificato un atto di pignoramento della casa ad amministratori e sindaci della Cooperativa Radar, editrice del giornale e composta dagli stessi giornalisti, per fare fronte a un debito di circa centomila euro nei confronti dell’Ircac, un ente in liquidazione della Regione Siciliana. La cifra è lievitata negli anni, visto che I Siciliani ha smesso le pubblicazioni nell’estate del 1986, due anni e mezzo dopo l’omicidio mafioso del direttore e fondatore Giuseppe Fava. Paradosso, dunque, perché agli antimafiosi viene riservato lo stesso trattamento dei mafiosi: la confisca dei beni. Paradosso, perché fra le abitazioni oggetto del pignoramento c’è la casa natale di Giuseppe Fava, a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa. Il 30 settembre, data ultima per onorare il debito, la casa di Fava potrebbe dunque passare alla Regione Siciliana. Assurdo ma vero”.
Per dire no a questo paradosso si sono riuniti i vertici della federazione e dell’ordine, insieme alle associazioni Libera e Articolo21. Dire no, lasciando aperta la vicenda dei Siciliani. Impegnarsi, trasformando il paradosso in paradigma.
“Certo – ci dice Claudio Fava, figlio del direttore dei Siciliani – i giornalisti ci diano una mano a non chiuderla questa vicenda. Bisogna fare in modo che la storia dei Siciliani non sia soltanto un piccolo debito da saldare per un puntiglio di una sentenza del tribunale ma sia una grande esperienza collettiva di giornalismo, di verità, di battaglia politica e civile di cui raccoglierne tutte ... le ragioni e tutta l’urgenza.
“E’ questo il motivo per cui noi consideriamo particolarmente offensiva questa sentenza. – spiega Claudio Fava - Non la sentenza in sé. Quando devi pagare i debiti dei fornitori… sono passati venticinque anni, può darsi che il debito sia lievitato e arrivi a centomila euro. Ma è questo puntiglio che diventa pignoramento delle case, due mesi di tempo per pagare. Come se veramente il diritto alla verità di questo paese passasse attraverso l’adempimento di questi puntigli.
“Perché il messaggio che viene fuori – sottolinea Claudio Fava - è “Ragazzi se succede un’altra volta, se vi ammazzano il direttore, siete una redazione, avete tutti 25 anni cambiate mestiere, cambiate città, altrimenti passerà un quarto di secolo e vi presenteranno il conto economico di quel direttore che vi hanno ammazzato”.
La borghesia mafiosa, 25 anni fa, non si accontentò di uccidere Pippo Fava. Non un sostegno, non un modulo di pubblicità finirono sul periodico fondato da Fava e quei ragazzi ostinati continuarono a fare inchieste, foto, servizi, a scavare nel fango di un patto scellerato che consentiva la spartizione degli appalti attorno ad un tavolino i cui commensali appartenevano certamente alla Mafia e alle istituzioni. Eppure quegli ormai ex carusi che 25 anni fa inseguirono e perpetuarono l’utopia di Pippo Fava ricevendone in cambio il danno della disoccupazione e la beffa del pignoramento non hanno perso il gusto per la verità:
“Penso – ci dice ancora Claudio Fava - che occorre recuperare un piacere, un diritto alla verità, che questo Paese sta cominciando a perdere. Che passa attraverso la memoria delle cose accadute. Quindi custodire la memoria e il lavoro dei Siciliani come una grande risorsa collettiva. “Ma passa anche attraverso quello che accade oggi.
“Qui non si tratta di raccontare una pagina di storia ma di scrivere una pagina di cronaca. E questo – dice ancora Claudio - è un Paese in cui un signore condannato all’ergastolo per diversi omicidi, capo di un mandamento mafioso come Mangano possa essere elogiato dal capo del governo come eroe per aver scelto di morire in carcere senza fare i nomi. Accade che un giovane giornalista e scrittore sia condannato a vivere all’estero perché è stato condannato a morte dalla camorra.
Può accadere che questo Paese sia privato di alcuni segni di elementare civiltà e verità. “Tutto questo crea un ponte importante tra ciò che accadde 25 anni fa, la storia dei siciliani, e ciò che sta accadendo adesso. Ecco – conclude Claudio Fava - perché ci sembra che non si tratti di chiedere soltanto solidarietà a trovare il conto corrente sul sito della Fondazione Fava e dare un contributo. Si tratta di fare in modo che l’informazione sulle mafie e l’informazione in genere tornino ad essere un patrimonio di libertà e di verità. Non una merce di scambio come spesso accade oggi”.
Botticino: presentazione della mozione congressuale Marino
Il "piano per il Sud"
Il "piano per il Sud" proposto da Berlusconi avrà (immagino) una sua quantificazione, nel senso che ci sarà poi qualche ragioniere di Stato incaricato di fare la conta delle briciole necessarie a rabbonire i nuovi questuanti. Nel frattempo, a noi italiani di età non più verde (del Nord del Centro e del Sud) il "piano per il Sud" richiama vecchi telegiornali in bianco e nero e addirittura cinegiornali dall' audio stentoreo, con casse del Mezzogiorno, interventi speciali, fondi straordinari, sforzi supplementari, e onorevoli (democristiani e affini) che tagliano nastri e benedicono iniziative tra gli applausi di sottoposti e clienti. Una tristezza. L' unico "piano per il Sud" di una certa diversità, e di una qualche verve, ha fatto capolino con le confische di capitali ai mafiosi, e con l' affidamento di quei beni e di quei terreni a tipi tosti come don Ciotti. Se Berlusconi fosse quel gran dritto che dice di essere, farebbe quello che la sinistra non avrebbe mai il coraggio di fare: chiedere a don Ciotti di farlo lui, un "piano per il Sud". Dell' Utri non sarebbe contento. Lombardo e Micciché dovrebbero trovarsi un lavoro. D' altra parte, non è possibile accontentare sempre tutti.
Pd, Marino va al contrattacco "Ecco la lettera per farmi fuori"
Ormai, è roba per aule di tribunali. Nella guerra fra Pittsburgh e il professor Ignazio Marino, che stamattina darà l'incarico all'avvocato Vittorio Angiolini di querelare l'università Usa ma anche alcuni giornali, spunta una nuova lettera. La prova, secondo la ricostruzione dei legali, che l'allora capo dell'Ismett di Palermo fu fatto fuori con un accordo fra gli americani e la Regione siciliana, perché si opponeva al rinnovo di una convenzione con troppi punti oscuri e clientele.
Dietro la storia delle note spese gonfiate, come ancora due giorni la Upmc di Pittsburgh ha voluto confermare con un comunicato ufficiale, si aprirebbe allora tutt'altro scenario. E con il sospetto forte, da parte del candidato alla segreteria del Pd, di una manina politica che sta soffiando sul caso, nove anni dopo i fatti.
La lettera, che spunta fra le carte di Palermo, porta la data del 15 maggio 2002, ovvero alcuni mesi prima delle sue dimissioni (arrivate in settembre). La spedisce il responsabile degli affari internazionali della Upmc, Thomas Detre, che scrive all'assessore regionale alla Sanità siciliano, il professor Ettore Cittadini, e riassume un incontro che i due hanno avuto da poco. "Come abbiamo convenuto il cda dell'Ismett sarà ristrutturato, con tre componenti alla Regione siciliana e due alla Umpc". Un ribaltone, con gli americani che cedono la maggioranza nell'Istituto dei trapianti, a favore della giunta guidata da Cuffaro. Ma perché e chi dovrà lasciare quel posto in consiglio di amministrazione per favorire l'ingresso del terzo uomo della Regione? Proprio Ignazio Marino.
"Siamo tutti d'accordo - scrive ancora Detre - che il professor Marino si dimetterà dalla posizione di amministratore delegato e consigliere di amministrazione, e farà solo il direttore medico". Con un ulteriore promemoria per l'assessore siciliano: "Come ho avuto modo di dirle, la revisione degli accordi si giustifica solo nella contestuale prospettiva di una estensione dei termini contrattuali". Come a dire, il rinnovo della convenzione per altri nove anni val bene un ribaltone ... nel cda. E magari qualche altra "attenzione" in più, come l'autorizzazione ad aprire una struttura di cardiologia che gli americani stanno chiedendo da tempo.
Il tutto avviene, ricostruisce lo stesso Marino, alle sue spalle. Il direttore dell'Ismett sarebbe rimasto completamente all'oscuro delle intenzioni degli americani di tagliarlo fuori, e la lettera del resto è intestata solo a Cittadini (e solo per vie indirette è finita fra le carte arrivate in possesso degli avvocati). Ma perché la Umpc decide di mettere brutalmente alla porta il mago dei trapianti dopo lunga e proficua collaborazione? Per la storia delle note spese gonfiate?
"Le discrepanze fui io stesso a segnalarle - si difende Marino - ma in ballo a Palermo c'era ben altro. Un accordo molto redditizio con la Regione, al cui vertice era nel frattempo arrivato Cuffaro. Con una gestione dell'Istituto che da un certo punto in poi non potevo più condividere. E lo dissi chiaramente". Medici da assumere con un bando di concorso su misura, a prescindere dalle specifiche competenze sui trapianti. Pressioni per arruolare infermieri e portantini su input politici. Marino denuncia l'andazzo, in una lettera all'assessore al Bilancio Alessandro Pagano nel luglio 2002 si dice "molto preoccupato per la situazione all'Ismett, dove non riesco più a gestire il personale medico sui livelli di eccellenza che la struttura richiede". Informa anche alcuni ministri del governo Berlusconi. Silenzio. Alla fine del braccio di ferro, nel settembre del 2002 lascia il suo posto.
"Glielo consigliai anch'io - conferma l'ex comandante dei carabinieri Roberto Jucci, all'epoca a Palermo come commissario per le acque - perché al centro trapianti stava per sbarcare personale non qualificato, e il professor Marino non poteva accettare un'imposizione del genere".
Don Ciotti: boss e malaffare in agguato sulla ricostruzione
La ricostruzione può provocare danni più grandi del terremoto. Il monito che Ignazio Silone affidò alla sua gente dopo il sisma della Marsica, risuona ancora nelle orecchie degli abruzzesi. «Quando uno mi parla di rischio di infiltrazioni mi viene da sorridere perché qui la presenza, sia pure con colori e toni diversi, di forme di illegalità, di corruzione, di violenza criminale, non è la teoria di qualcuno, ma un dato di fatto». Don Luigi Ciotti è a Paganica, una delle frazioni dell’Aquila più duramente colpite dal terremoto. Nel campo della antica squadra di rugby si inaugura una biblioteca. L’hanno realizzata grazie a una sottoscrizione nazionale, a tirarla su braccia possenti, quelle dei portuali genovesi e dei rugbisti, ospiterà anche la sede di Libera e dell’osservatorio sulla ricostruzione. «Il terremoto, certe case e palazzi crollati ci parlano di speculazione, del cemento usato, degli appalti vinti forse con troppa facilità» - dice don Ciotti. «E allora dobbiamo vigilare sulla ricostruzione, fare in modo che sia pulita, senza infiltrazioni mafiose o camorriste, rispettosa dell’ambiente e della storia delle persone».
Le immagini dei palazzi de L’Aquila crollati dopo la scossa del 6 aprile, raccontano storie di cemento troppo debole, di clacestruzzo depotenziato. «Anche in questa regione – dice il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza – la criminalità nel settore edilizio ha fatto affari, rendendo il sisma una vera catastrofe per tutto il territorio e la popolazione ». Secondo l’ultimo rapporto “Ecomafia”, nel 2008 in Abruzzo sono state denunciate 367 persone, 71 sono stati i sequestri immobiliari e 319 le infrazioni accertate. Si tratta di numeri allarmanti che collocano l’Abruzzo al nono posto nella classifica nazionale dell’illegalità nel ciclo del cemento. E ora la ricostruzione. I rischi sono altissimi. La vicinanza con la Campania e la presenza di imprese e interessi economici nel settore immobiliare e turistico del figlio di Vito Ciancimino, provocano un allarme non ingiustificato. Angelo Venti, giornalista e animatore di Libera, ci affida una denuncia inquietante. «Si pensava che il pericolo di infiltrazioni mafiose partisse con la ricostruzione, il nostro lavoro di inchiesta sta dimostrando che il rischio lo stiamo correndo da ... subito con il sisma e con l’organizzazione dell’emergenza. C’è una gestione centralizzata degli appalti. Chi fa i controlli alle ditte che vincono gli appalti diretti?”. Anche il presidente di Legambiente parla delle infiltrazioni. «Un rischio che si è fatto più consistente perché sono state allentate le regole sui lavori in subappalto. La quota è stata aumentata del 15-20%”. Ma è la camorra, la criminalità più vicina all’Abruzzo del dopo terremoto, a farla da padrona nel campo del cemento e del calcestruzzo. A maggio scorso la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha sequestrato un impianto di produzione di calcestruzzo riferibile alle proprietà del clan Polverino. Per magistrati e investigatori, nella struttura si produceva materiale che «violava gli standard di sicurezza antisismica ». Calcestruzzo e cemento depotenziato, imposto alle ditte di costruzione. I pm napoletani hanno anche scoperto che il calcestruzzo della camorra è stato usato per costruire un mega-store dell’Ikea e alcuni parcheggi nella zona del Vomero. Per Michele Bonomo, presidente di Legambiente della Campania, «gli sviluppi dell’inchiesta confermano ancora una volta la gravità della situazione e la pericolosità delle conseguenze che una gestione criminale del ciclo del cemento può portare in tutto il Sud. È l’ennesima conferma che la camorra negli ultimi anni ha assunto il controllo dell’intero ciclo, a partire proprio dalla materia prima: il cemento. È necessario in tempi brevi una verifica sulle opere realizzate con il calcestruzzo dei boss scadente e pericoloso". «In Campania - prosegue Buonomo - i reati legati al ciclo del cemento sono da 15 anni leader a livello nazionale, dimostrazione che sul calcestruzzo nella nostra regione si saldano troppi interessi soprattutto economici e criminali».
Governatori in rivolta su Fas e sanità
È un prendere o lasciare quello che ieri le regioni hanno messo sul tavolo del governo. O Berlusconi interviene per ricostruire un dialogo soffocato da un deterioramento progressivo dei rapporti tra il governo e le regioni, o i governatori già da mesi sul piede di guerra attiveranno un conflitto istituzionale per difendere competenze calpestate e risorse confiscate.
La conferenza unificata stato-regioni non è servita a rasserenare il clima: i governatori chiedono un incontro urgente al presidente del consiglio anche se prendono atto che il ministro Fitto ha riconosciuto l’atteggiamento responsabile fin qui tenuto dalle regioni.
I governatori, però, non ci stanno ad essere il bersaglio del governo che ha unilateralmente rotto i patti. Utilizzando come un bancomat il Fas nazionale per le spese correnti e non per gli investimenti, sequestrando i Fas regionali e avviando una campagna contro le regioni sulla sanità invece di un confronto sul patto della salute.
Una rivolta, quella dei governatori, nell’aria da giorni ma che ieri è arrivata a un punto di svolta se non addirittura di non ritorno. Nelle stesse ore in cui il premier a palazzo Grazioli riuniva i ministri per il piano sul Sud, i governatori riuniti nella conferenza delle regioni intonavano canti di guerra. In vista della conferenza unificata del pomeriggio, è toccato al presidente Vasco Errani dare sfogo al malumore dei governatori stufi di veder calpestate le loro competenze, confiscate le proprie risorse destinate ad altri finanziamenti e utilizzati per un gioco a perdere dati sulla sanità regionale non sempre aggiornati.
Quello di ieri rappresenta un momento di svolta in negativo nei rapporti tra governo e governatori che, a questo punto, parlano apertamente di ingovernabilità e lamentano non solo una campagna sulla sanità contro le regioni, ma anche un utilizzo discutibile e ingiustificato dei fondi Fas.
Se Errani, che pure si dice disponibile a un incontro costruttivo con il governo già la prossima settimana, avanza l’ipotesi di un ricorso istituzionale delle singole regioni nei confronti di un decreto anticrisi che in numerosi passaggi contiene norme invasive delle competenze regionali, il presidente della regione siciliana Lombardo avverte: il Cipe di domani deve sbloccare le somme ... Fas destinate alle regioni meridionali. Lombardo, che pure usa parole dure nei confronti di un governo che non ha compiuto quella svolta meridionale di cui «tutti si riempiono la bocca», chiede fatti.
Ovvero chiede che il Cipe di domani dia il via libera ai fondi Fas per la programmazione regionale della Sicilia anche perché «abbiamo fatto tutto ciò che ci è stato richiesto, rimodulando secondo le indicazioni il piano di attuazione regionale per l’impiego dei 4 miliardi e 93 milioni di euro destinati alla Sicilia». E se Lombardo parla di un Fas sequestrato (ovviamente dal ministro Tremonti, ndr), Errani denuncia che sul Fas c’è grande confusione: «Sentiamo parlare di federalismo e federalismo fiscale, ma prendiamo atto che c’è un fortissimo centralismo». In serata il Cavaliere, che per tutta la giornata si è negato così come il ministro Tremonti ai governatori, annuncia che l’ultima riunione del Cipe prima delle vacanze estive, in programma per domani, sarà sui fondi Fas. Difficile, però, dire se ci sarà lo sblocco delle prime risorse. Il sospetto che quelle risorse servano al ministro Tremonti per tamponare, anche solo momentaneamente, buchi di bilancio si fa sempre più consistente. E sull’accordo raggiunto lo scorso marzo con il governo sugli ammortizzatori sociali, Errani mette le mani avanti: non va toccato.
Se dentro il fuoco ci sono vigili con diritti diversi
Intervengono proprio come i loro colleghi permanenti, affrontano gli stessi pericoli, e proprio come i loro colleghi a volte hanno un incidente grave, a volte muoiono mentre svolgono servizio. Sono i Vigili del fuoco volontari, 6500 persone pronte a intervenire in caso di incendi, allagamenti, frane, terremoti quando il personale permanente non basta a far fronte all’emergenza. Eppure per loro non ci sono le stesse tutele assicurate ai pompieri permanenti e ai loro familiari in caso di morte o grave infortunio, né sono garantiti come i loro colleghi dal punto di vista previdenziale e pensionistico.
La questione sarà discussa oggi a Montecitorio grazie a una mozione del Pd. A dire il vero, quando Sandra Zampa e gli altri deputati democrats hanno iniziato a raccogliere le firme, sottoscrizioni a sostegno dell’iniziativa sono arrivate anche dal fronte Pdl. Poi nelle ultime ore i deputati della maggioranza ci hanno ripensato, e oggi presenteranno una loro mozione assai simile a quella targata Pd. Con una differenza, non da poco: mentre la mozione dell’opposizione chiede al governo di «predisporre gli strumenti necessari» per armonizzare il sistema assistenziale e di tutela di volontari e permanenti, quella della maggioranza chiede al governo di «valutare, compatibilmente con le disponibilità di bilancio, ogni possibile iniziativa, anche graduale » in questo senso. È assai probabile che ad ottenere il via libera sarà la versione per così dire annacquata del Pdl.
A meno che, tra le fila del centrodestra non ci sia un nuovo ripensamento, magari favorito dal fatto che l’equiparazione delle due categorie costerebbe allo Stato una cifra tutt’altro che astronomica (circa 2 milioni di euro). Ad illustrare il testo targato Pd sarà Sandra Zampa, che ricorderà in aula la fine di Massimo La Scala, morto il 2 luglio mentre con la sua squadra cercava di ripristinare l’agibilità delle vie di comunicazione colpite da una violenta tempesta in provincia di Torino. Ha lasciato moglie e due figli piccoli. Era un Vigile del fuoco volontario.
Ecco la prima Proposta di legge sulla “libera rete”. Intervista a Vincenzo Vita, primo firmatario
E’ stata in presentata al Senato la proposta di legge, a firma dei senatori del PD, Vita e Vimercati, sullo sviluppo e la libertà della Rete internet in Italia: “Disposizioni per garantire la neutralità delle reti di comunicazione, la diffusione delle nuove tecnologie telematiche e lo sviluppo del software aperto”. In pratica, è un progetto globale che vuole portare il nostro paese al passo con gli altri europei (Svezia, Francia, Germania e Gran Bretagna), dove lo sviluppo della rete è garantito da ingenti investimenti per far arrivare la larga banda ovunque, in modo che la popolazione possa servirsene con estrema facilità e a basso costo. Si tratta di dare corpo ad un “nuovo diritto” democratico, che negli Stati Uniti ha contribuito molto anche all’elezione del presidente Obama, e che permette alle piccole e medie aziende di “comunicare” tra loro e con i consumatori velocemente e con minori spese, di aiutare i cittadini a “dialogare” con la pubblica amministrazione e risolvere tutti i problemi (anagrafe, tasse, documentazioni varie, iscrizioni scolastiche e universitarie, pagamenti utenze); ma anche per creare le basi per un uso diverso e più attivo dei grandi media (TV,radio e stampa). Il governo Berlusconi ha genericamente parlato di incentivare un progetto di costruzione della larga banda destinando, ma solo sulla carta, circa 800 milioni di Euro ( ma ce ne vorrebbero almeno 10 miliardi in sette/otto anni, secondo il presidente dell’AGCOM, Calabrò, come ha sostenuto nelle sue Relazioni annuali). A questo proposito, però, il “Progetto” elaborato da Francesco Caio, già consulente del governo britannico per le Tlc, proprio su richiesta del governo italiano, è rimasto chiuso nel “cassetto dei desideri”!
Il disegno di legge ha potuto giovarsi dei suggerimenti provenienti da più parti e si è avvalso anche delle osservazioni e degli spunti, offerti sul wiki frontiere digitali, sul blog unaleggeperlarete.wordpress.com o nel gruppo facebook, Una legge per la rete, ma anche dai contributi espressi dai navigatori di Articolo 21 e Aprileonline.
Gli argomenti erano certo importanti (la neutralità della rete, il free software, la banda larga per tutti) ma la partecipazione e la qualità dei commenti hanno superato qualsiasi attesa.
Ulteriori, rilevanti contributi sulla libertà della rete e del software sono venuti dai seminari svolti a Roma e a Milano, animati dai bloggers, internauti ed esponenti politici che si ... occupano di tali temi. Più volte anche il Commissario europeo alla Società dell’Informazione, Viviane Reding, ha sottolineato che questo settore è la chiave per la competitività e la crescita economica in Europa, ed è responsabile per circa il 50% dell’attuale crescita di produttività nella UE. Il futuro economico e sociale dipende in larga parte dal futuro delle reti. Per contrastare l’attuale profonda crisi economica, il Vertice europeo ha previsto finanziamenti imponenti indirizzati al settore dell’innovazione: nel nuovo ciclo di programmazione dei fondi strutturali per il periodo 2007-2013, infatti, l’Unione Europea ha destinato circa 7 miliardi di euro a progetti collegati alle nuove tecnologie. Ne abbiamo parlato con il primo firmatario della Proposta, il senatore Vincenzo Vita.
Quali sono, Vita, i punti qualificanti della vostra proposta?
“I tre punti essenziali sono: garantire la neutralità della rete, ovvero l’accesso per tutti a canoni limitati o persino gratuitamente, essendo questo un capitolo cruciale dei nuovi diritti di cittadinanza. In secondo luogo, un grande piano di viluppo digitale attraverso un investimento triennale impegnativo e un programma rigoroso di alfabetizzazione informatica. Terzo elemento di qualità del testo è il software libero, vale a dire, la rottura con la logica proprietaria dei codici della “nuova conoscenza”.
Intanto, questa è la prima proposta di legge sulla rete, discussa e integrata proprio dal “popolo” della rete.
“Il testo che abbiamo presentato con il senatore Vimercati è il frutto di una lunga consultazione in rete. Tant’è che la stesura finale è per circa due terzi diversa da quella iniziale. Insomma, abbiamo voluto attivare una sorta di “Terza Camera” virtuale, per dare voce a quei tanti straordinari soggetti che non animano le piazze , bensì la “net society”, quella vasta società della rete che ormai partecipa a tutti gli eventi politici, senza magari entrare nelle sedi istituzionali della “vecchia politica”.
C’è un attacco alla libertà di scaricare da Internet. In Francia per fortuna è intervenuta la Corte costituzionale contro il progetto di censura del governo
“In effetti, tra i punti proprio inseriti nel testo, dopo il tentativo di legge francese e quello anche europeo, c’è la norma contro i filtraggi. La libertà non si può e non si deve toccare.
Tutti i partiti, specie a sinistra, parlano di utilizzare la rete come strumento partecipativo, ma poi non sviluppano siti, aree, le culture necessarie. Perché?
“Perché ancora non è entrata nella cultura politica l’ottica del linguaggio digitale, che non è un settore di lavoro, ma il nuovo sistema nervoso del villaggio globale. Si parala tanto di Obama e del suo successo dovuto alla rete, ma prendo atto amaramente che i documenti congressuali del PD non si occupano compiutamente di questa grande straordinaria novità. E’ anche con la forza della rete che si può e si deve combattere l’egemonia culturale della destra”.
La Camera approva il Dpef. Il Pd attacca: 'Ignorato il Sud'
L'aula della Camera ha approvato la risoluzione di maggioranza presentata al Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2010-2013. La risoluzione (targata Pdl-Lega) chiede impegni al governo per contenere il debito pubblico, per le infrastrutture per il Sud, per approvare entro novembre il ddl sulla riforma di bilancio. Inoltre, si impegna l'esecutivo a trasmettere al parlamento le delibere del Cipe contenute nel Dpef.
Ma la risoluzione di maggioranza non è stata gradita dal Mpa: il Dpef "e' una lista della spesa fatta per il Nord", ha detto il capogruppo dell'Mpa alla Camera, Carmelo Lo Monte, spiegando che il suo gruppo, in segno di protesta, non ha partecipato al voto in aula. "Non hanno accolto la nostra risoluzione- dice Lo Monte- e in quella di Pdl e Lega non c'e' quello che ci aspettavamo". L'Mpa ribadisce ancora una volta (dopo il non voto sulla fiducia e il primo via libera al decreto legge anti-crisi) la sua posizione critica verso la politica economica del governo. Ma oggi l'indice e' puntato anche contro i capigruppo parlamentari di Pdl e Lega. "Noi non abbiamo condiviso la stesura del Dpef-sottolinea- ma il colmo e' quando Cicchitto e Cota stilano la risoluzione di approvazione del Dpef senza ancora una volta consultarci e aggiungono al Documento di programmazione economica e finanziaria, che gia' e' freddo, non le soluzioni per i problemi del Sud, ma allegano quelle che secondo il governo sono le opere strategiche per il Paese. E guarda caso queste opere sono praticamente tutte situate nel centro nord, manca soltanto-aggiunge con sarcasmo Lo Monte- che venisse inserito il rifacimento del verde pubblico di Viale Manzoni a Milano". Il capogruppo Mpa alla Camera conclude: "Non e' un atteggiamento che abbiamo gradito perche' nello stesso giorno in cui il premier Berlusconi annuncia un piano per il Mezzogiorno contemporaneamente in parlamento la sua maggioranza approva un Dpef per il triennio 2010-2013 che e' una 'lista della spesa' per le opere del Nord. Mi chiedo a questo punto ... come Berlusconi possa fare un Piano Sud con questo Dpef".
Il ministro dell’economia Giulio Tremonti ha invece difeso l’operato dell’esecutivo dichiarando che l'Italia non e' in declino: “Il nostro sistema, all'interno del blocco europeo, tiene, ha detto Tremonti, intervenendo in Aula al Senato in sede di replica del Governo sul Dpef. "Ci e' stato detto troppe volte l'Italia e' in declino, l'Italia non cresce - ha detto Tremonti - e ci e' stato detto di prendere a modello quanto succedeva in altri Paesi che crescevano di piu' perche' avevano fatto le riforme strutturali". Ma secondo il ministro dell'Economia, "la crisi ha evidenziato che quella crescita non era il prodotto sostanziale e strutturale delle riforme, quella crescita era prodotta dalla leva e dalla droga del debito, da plusvalori immobiliari inventati, una cascata di fenomeni che a ovest e a est del blocco continentale europeo ha prodotto situazioni di crisi drammaticamente evidenti su tutto lo scacchiere.
Dall'Islanda alla Spagna, dal Baltico fino ai Balcani – ha aggiunto - l'area della crisi si manifesta con intensita' superiore a quella che si manifesta in Italia e negli altri Paesi del blocco continentali. Ci possono essere dei differenziali e ci sono: grandi Paesi hanno una caduta del Pil maggiore della nostra, ma - ha concluso Tremonti - fondamentalmente la grandezza di riferimento costituita dal blocco continentale europeo indica la tenuta del nostro sistema".
mercoledì 29 luglio 2009
Un partito ecodem
Giusto, come dicono in molti, non considerarlo una resa dei conti, un “ok corral” dove chi vince piglia tutto. Ma il congresso di ottobre peserà eccome sul futuro del Pd, anzi deciderà in buona misura cosa sarà nei prossimi anni. È qui la ragione vera del sostegno di gran parte degli ecologisti democratici a Franceschini; nella convinzione che se il Partito democratico ripiegherà dall’ambizione di essere altro, di essere di più che la somma tra post-comunisti e post-popolari, se diventerà, come a noi sembra che proponga nei fatti Bersani, l’omologo italiano delle socialdemocrazie europee con una sventagliata di cattolici di sinistra e al massimo qualche spruzzatina di innovazione liberale, allora sarà molto più difficile promuovere l’ambiente da capitolo non eliminabile di qualsiasi programma a vera e fondamentale parola chiave del Pd, della sua lettura della società e della sua proposta di cambiamento.
L’ambiente è questione squisitamente contemporanea, estranea ai riformismi e alle culture popolari del Novecento; per questo, da una parte, ha bisogno di occhiali diversi da quelli tradizionali per essere visto, letto, capito, e dall’altra rappresenta un formidabile nuovo strumento e leva di cambiamento.
Purtroppo rimane ancora oggi uno scarto molto grande tra l’attenzione, la sensibilità, la passione persino, che suscitano le questioni ambientali in chi vota Pd, e l’elaborazione del gruppo dirigente, che come d’altronde gran parte della classe dirigente italiana – rappresentanze imprenditoriali e sindacali, media – è su questo drammaticamente in ritardo. In ritardo rispetto a ciò che chiedono i cittadini, le imprese più dinamiche, soprattutto i giovani, e in ritardo rispetto alle proposte delle più autorevoli leadership internazionali. Molti hanno ironizzato, Paolo Franchi sul Corriere più esplicitamente di altri, su un’espressione colorita usata giorni fa da Francesco Rutelli. Ma è del tutto evidente che la “botta di culo” cui si riferiva colui che tra i leader del Pd è il più sensibile e attento alle questioni ambientali – forse proprio perché non è mai stato né ... democristiano né comunista – non era quella di avere dato vita al Pd, scelta niente affatto fortunosa e che al contrario nasce da una forte volontà soggettiva di alcuni dirigenti e di alcuni milioni di cittadini che parteciparono alle primarie dell’ottobre del 2007, bensì al fatto che quell’atto di fondazione fosse coinciso con la crisi pressoché definitiva della classica socialdemocrazia europea e con l’avvento sulla scena di Barack Obama. Ed è proprio ai fenomeni internazionali più nuovi e densi di speranza per il futuro – la coalizione messa insieme da Cohn-Bendit in poche settimane in Francia attorno agli ambientalisti e che ha ottenuto uno straordinario risultato elettorale, e ancora di più ovviamente la presidenza Obama – che il Pd dovrebbe guardare per trarre nuova linfa e proporre le idee adatte a questo paese, nel pieno della crisi economica.
Dovremmo, dobbiamo guardare alla felice intuizione e pratica di Obama in cui sono tutt’uno l’impegno per la giustizia sociale – la difficilissima battaglia sulla riforma sanitaria – e l’impegno per affrontare i cambiamenti climatici che tiene insieme motivazioni etiche («salviamo il pianeta») e convenienze economiche («liberiamoci dalla dipendenza dal petrolio e dai paesi che lo producono»). Questa visione, qui da noi, fa fatica ad affermarsi.
Nella mozione con cui Dario Franceschini ha proposto la sua candidatura alla segreteria del Pd, questi temi sono invece chiaramente affermati, e sono esplicitati con chiarezza alcuni “sì” e altrettanti “no” che servono a disegnare la futura identità del partito e la proposta politica concreta rivolta agli italiani. Ma perché le migliori intenzioni non restino tali, serve un protagonismo degli ambientalisti nel percorso congressuale: di questo si discuterà nell’incontro che terremo domani a Roma, all’Hotel Nazionale – La sfida del Pd per il futuro dell’Italia.
Ambiente e green economy, cultura, territori –, che sarà concluso da Realacci e Franceschini, di questo e dell’opportunità di presentare liste ambientaliste, legate al territorio e alle migliori esperienze di valorizzazione delle qualità italiane, in vista delle primarie del 25 ottobre.
Vogliamo che le nostre ragioni pesino altrettanto nel gruppo dirigente del Pd come nelle opinioni dei nostri elettori, e il congresso è un’occasione irrinunciabile per ottenerlo.
Pd, Marino annuncia querele Franceschini: "Non trituriamoci"
Continua a colpi di mail e annunci di querele la polemica, innescata dal Foglio di Giuliano Ferrara, che vede contrapposto Ignazio Marino e l'università di Pittsburgh. Una vicenda che si inserisce nella corsa verso il congresso dei democratici di cui Marino è uno dei candidati. E proprio a quell'appuntamento pensa Dario Franceschini quando chiede un impegno comune: "Togliamoci dalla testa che chiunque vinca cominci ad essere tritato dopo il congresso perchè "ci sono le elezioni regionali".
Il caso Marino. Oggi l'università americana ribadisce le ragioni dell'allontanamento del medico italiano. Con una lettera pubblicata sul Foglio, conferma le "dozzine di irregolarità intenzionali e deliberate" nei rimborsi chiesti dal chirurgo. Marino, però, non ci sta. E passa al contrattacco. "Si vuole impedire che si parli dei contenuti della mia candidatura". Questo perchè "l'Upcm, che sto valutando se querelare per diffamazione, ha un'importante situazione di affari da proteggere in Sicilia".
Franceschini: "Basta triturare i leader". Pochi mesi dopo il congresso il Pd dovrà affrontare elezioni "difficili" come le regionali e per questo è bene che "chiunque vinca" venga messa da parte una volta per tutte l'abitudine di "triturare" il leader. Dario Franceschini lancia un appello all'unità. E lo fa sottolineando come gli stessi che poche settimane fa gli attribuivano il merito di aver condotto bene il partito durante la campagna elettorale per le europee, adesso gli rinfacciano i "4 milioni di voti persi".
Poi il nuovo commento su quello che dovrà essere il partito del futuro: "Solido, con circoli e ... militanti, ma non basta più un modello di 50 anni fa. Allora chi voleva partecipare si iscriveva a un partito. Oggi c'è chi prende un impegno solo in occasione delle elezioni o di determinati eventi, che vuole dare una mano non tutto l'anno, ma in determinate circostanze. Questa è una ricchezza del Pd, è oro da difendere".
Franceschini torna sui rapporti tra le diverse anime che compongono il Pd e sulle difficoltà di amalgamarle: "Non ce l'ha ordinato il dottore di fare il Pd. Ciascuno di noi poteva restare nei Ds o nella Margherita. Se lo abbiamo fatto è perchè crediamo nell'importanza della diversità, sapendo che le idee nuove nascono dalla sintesi dopo un confronto tra diversità". Cita Obama, il segretario del Pd. E il suo tentativo riuscito di mettere in campo "una gerarchia di valori rovesciata, l'America di oggi sembra un'altra rispetto a quella di due anni fa. E' quello che dobbiamo fare noi".
Fascismo farsa, per ora
Il sabato alle elementari ci facevano cantare questa canzoncina: Hanno ammazzato Giovanni Berta / fascista tra i fascisti / vendetta sì vendetta / farem dei comunisti.
A casa, quando ci capitava di ricantarla, i genitori ci insegnavano, molto sottovoce, l’altra faccia del disco: Hanno ammazzato Giovanni Berta / figlio di pescecani / evviva il comunista / che gli tagliò le mani. Ventisette anni, figlio di un piccolo industriale, Berta apparteneva a una ronda o squadra d’azione fiorentina: inseguito da una ronda rossa, si aggrappò al parapetto di un ponte ma gli schiacciarono le mani, cadde e annegò nell’Arno.
Assunto nel Pantheon del Martiriologio Fascista, Pier Luigi Nervi costruì in suo onore il nuovo stadio di Firenze, un nuovo ponte sull’Arno fu aperto in suo nome, tutte le città gli intitolarono una strada. Oggi ne restano solo a Isernia, Marsala e Salerno.
Sic transit… Non transit, però, l’angoscia che possa tornare quel sangue. Non so perché Gad Lerner scriva, a proposito dello scontro a Massa tra le Sss di destra con Sarc e Asp rosse: «da non confondersi con le “ronde fasciste” di antica memoria ». E perché no, se si ammette che nello scontro massese sono confluiti «significati minacciosi», e voglia di fare a botte con la concorrenza “autorizzata”, appunto quella del decreto Maroni sulla sicurezza? È questo il primo episodio eclatante a una settimana dal voto del parlamento e dalla decisione del presidente Napolitano di firmare la legge, come da suo dovere costituzionale, ma di accompagnare la firma, in attesa di eventuali dichiarazioni di incostituzionalità dalla Consulta, con una lettera che è uno schiaffo pesante all’inciviltà del Viminale, di palazzo Chigi e della maggioranza che li sostiene.
A nostro parere, il richiamo al fascismo è legittimo, e non è detto che battezzarsi Sss sia solo una barzelletta.
Sss (Soccorso sociale sicurezza) ricorda fin troppo provocatoriamente la tragica sigla Ss. Come dice il sindaco di Massa, il Pd Roberto Pucci, «Non sono solo bischeri con le pettorine». E quelli che hanno reagito alzando stinte bandiere rosse, «Sono caduti nella provocazione come ... pere cotte». «La sicurezza del mio comune – dice il sindaco – sarà affidata alle forze dell’ordine, e non a ronde o pseudo ronde». Saggio proposito. Ma scrive ancora Lerner, circa i rapporti tra ronde e autorità dello stato: quando è lo stesso ministro dell’interno a invocare le ronde come antidoto alla delinquenza; quando un prefetto e un questore (Treviso) presenziano a un incontro di partito per la formazione delle ronde; quando il comune di Milano finanzia la ronda Blue Berets guidata da iscritti alla destra nazionale, «sarebbe ingenuo sperare che altri non si mettano in competizione nella corsa al peggio ». Dunque, Massa era prevedibile.
Però lo stato non ha previsto niente (cioè un’adeguata forza pubblica), benché le Sss fossero apparse fin dalla primavera in quella che, secondo il Viminale, «è tra le cinque città più sicure d’Italia».
Insomma, tra i fascisti di destra nazionale e i razzisti di Borghezio – che a Milano presiede, honoris causa, la scuola di formazione delle “guardie verdi” o “ronde padane” – cos’altro ci vuole per mettere in guardia da una situazione psicologica di tipo fascista? La crisi morale del paese, diventata oggetto quotidiano della stampa internazionale, c’è, e c’è la crisi economica. Il Mezzogiorno continua a svuotarsi verso il Nord: a fermare l’onda non basteranno certo i provvedimenti contro i prèsidi o insegnanti meridionali di qualche provincia veneta. La Padania si troverà sempre più affollata di immigrati italiani, comunitari ed extracomunitari.
Le “ronde padane” di Maroni, se inermi, sono inutili, se attive rischiano di finire come la Guardia Regia di Nitti: che, inventata per reclutare militari smobilitati e disoccupati e impegnarli in servizio d’ordine pubblico senza preparazione, si misero a sparare a destra e a manca attirandosi l’odio di tutti, esercito, carabinieri e polizia compresi. È vero che Berlusconi non sarà più, ormai, nemmeno il Mussolini in borghese (Salazar, Dolfus, Horty, Metaxas, ecc.), che fu una sottospecie diffusa dei dittatori del Novecento, assai ben visti dalle gerarchie ecclesiastiche, dai potentati economici e da non poca parte delle popolazioni; ma, alla sua uscita di scena, che fine farà il Pdl? Passerà nelle mani democratiche di Fini o tecnocratiche di Tremonti o scenderà dal predellino su cui è nato, fracassandosi in potentati leghisti o mafiosi o economici come quelli agrari-commerciali-industriali che negli anni Venti fecero il fascismo? E come si tappa il buco nero del Mezzogiorno se Berlusconi, per citare, continua a nominare commissari alla sanità proprio i presidenti di regione responsabili della voragine, e la signora Brambilla continua a raccontare al Sud la favola del turismo, che da solo non salva neanche Venezia? Scrisse De Felice (vol.II) che l’affermazione definitiva del fascismo si dovette a tre cose: l’inserimento del movimento nel gioco politico-parlamentare, il diffondersi di squadre fasciste nella valle padana, il coaugulo del blocco sociale conservatore. Di queste tre condizioni, mutati nomi e situazioni, il blocco sociale è un fatto consolidato e si chiama Pdl, l’inserimento degli estremisti nel gioco politico-parlamentare c’è e si chiama Lega al governo (il decreto sicurezza è opera sua), il diffondersi delle squadre ora viene addirittura sancito da leggi. Siamo alla solita barzelletta? Alla storia che la prima volta è tragedia e la seconda è farsa? Caro Lerner, auguriamoci che sia farsa, naturalmente. Ma per quanti anni un popolo può vivere di farsa, anziché di politica, senza ammalarsi?
Prato, allarme sui figli dei clandestini "Diventeranno bambini invisibili"
Bambini invisibili. Neonati sottratti a ogni controllo di legalità e sconosciuti all'anagrafe. Migliaia di figli d'immigrati irregolari, senza identità. A lanciare nuovamente l'allarme sull'impossibilità per i genitori senza permesso di soggiorno di riconoscere i propri figli al momento della nascita è Giovanni Daveti, funzionario responsabile per gli affari che riguardano la comunità cinese alla prefettura di Prato. "Nel pacchetto sicurezza - spiega Daveti al Tirreno - è inserita una norma che obbliga i clandestini a mostrare il permesso di soggiorno negli atti di Stato civile. Attualmente non abbiamo alcuna circolare che ci spieghi come comportarci nel dettaglio: dall'8 agosto, quando entrerà in vigore la legge, noi avremo neonati che non potranno essere riconosciuti dai genitori, se entrambi clandestini. L'unica via praticabile sembra quella di affidarli ai servizi sociali. Solo nei primi sei mesi del 2009 a Prato sono nati 412 bambini in questa condizione".
Il Viminale tuttavia smentisce le informazioni definendole "destituite di fondamento"."Nessuna previsione in tal senso è contenuta nella legge appena pubblicata sulla gazzetta ufficiale - si legge in una nota del ministero dell'Interno - infatti per gli atti di stato civile, tra cui rientra quello di nascita, non è richiesta l'esibizione del permesso di soggiorno, trattandosi di dichiarazioni rese, anche a tutela del neonato, nell'interesse pubblico della certezza delle situazioni di fatto". Le dichiarazioni, continua la nota, possono essere rese "anche dal medico, dall'ostetrica o da qualsiasi altra persona che abbia assistito al parto". Inoltre, in base al testo unico sull'immigrazione, "le straniere irregolari che hanno un figlio, hanno titolo a un permesso di soggiorno con validità fino a sei mesi dopo il parto, che può essere rilasciato al padre".
Al centro della polemica torna dunque la nuova legge sulla sicurezza. In particolare l'articolo 1 comma 22, lett. G, che introduce l'obbligo per il cittadino straniero di esibire il permesso di soggiorno in sede di richiesta di provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile, tra i quali sono inclusi anche gli atti di nascita. Vengono invece esclusi da quest'obbligo gli atti "inerenti all'accesso alle prestazioni sanitarie e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie". Insomma almeno il pericolo di medici-spia e presidi-spia è stato scongiurato.
Rimane il fatto che l'ufficiale dello stato civile non potrà ricevere la dichiarazione di nascita né di ... riconoscimento del figlio naturale da parte di genitori stranieri privi di permesso di soggiorno.
Qui interviene però il Testo unico sull'immigrazione (articolo 19, Divieti di espulsione e di respingimento), che prevede permessi di soggiorno per maternità, ovvero concessi alle donne irregolari che, essendo incinte, hanno bisogno di essere sottoposte a cure e visite mediche. Tale permesso di soggiorno copre l'intera durata della gravidanza e i primi sei mesi di vita del bambino, non consente di lavorare e non è rinnovabile né convertibile. Ciò significa che allo scadere del tempo previsto dal permesso di soggiorno, la madre ritorna ad essere una irregolare unitamente a suo figlio che, però, ha il diritto di andare a scuola e di essere curato.
Dunque: la madre irregolare potrà denunciare la nascita di un figlio, in quanto titolare di questo permesso di soggiorno per sei mesi. Chiaro? Non proprio. Anche questa possibilità ha dei limiti. "Primo - spiega Marco Paggi, avvocato dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione - il permesso speciale spetta solo alla madre e non anche al padre naturale, che se irregolare non potrà denunciare il proprio figlio. Secondo, il permesso di soggiorno per cure mediche raramente viene dato a una madre in assenza di un alloggio: dunque le donne senza domicilio potrebbero rimanere nella clandestinità. Terzo, chiedendo questo permesso di soggiorno speciale, le donne incinta si autodenunciano, con il rischio di venire espulse dopo i sei mesi. Tutto questo rende di fatto l'anagrafe vietata ai genitori irregolari".
Non solo. Secondo Giovanni Daveti ottenere il permesso di soggiorno temporaneo per le donne in stato di gravidanza sarà molto più difficile. "Fino ad oggi - sostiene - una donna andava dal medico e si faceva fare un certificato dove si diceva che aspettava un bambino. Questo consentiva di avere un permesso di soggiorno in genere di 6 mesi. Oggi con i medici che possono denunciare i clandestini questa prassi sarà molto più difficile. Per le donne sarà un rischio troppo alto".
Il Pd e la festa che “contamina”
«Non è un peccato discutere, ma discutiamo per unirci, altrimenti nessuno ci perdonerà». Corsi e ricorsi storici: con queste parole Piero Fassino chiuse nel 2004 la festa nazionale dell’Unità di Genova, alla vigilia del congresso dei Ds. Cinque anni dopo, si torna nel capoluogo ligure, stavolta sotto il marchio del Pd (anche se il responsabile feste, oggi come allora nella Quercia, è Lino Paganelli e quello dell’organizzazione è sempre Maurizio Migliavacca). E ancora una volta, di fronte ai dirigenti e al popolo che animerà gli spazi del porto antico c’è un congresso non proprio semplicissimo da affrontare.
Quello che cambia è però il modello della festa. Dopo l’esperimento di Firenze l’anno scorso, che ricevette anche alcune critiche, la seconda Festa democratica proverà a stabilire un «matrimonio fra la festa e la città», come spiega Paolo Gentiloni. La presenza del Pd si estenderà per 200mila metri quadri, comprendendo il porto antico, piazza di Caricamento e la Loggia dei Banchi, senza confini e con la possibilità di accedere perfino dal mare. Duemila saranno i volontari impegnati tra punti ristoro, organizzazione, comunicazione, ma anche guide turistiche e animatori. La stima degli organizzatori prevede circa un milione di visitatori. I dibattiti si concentreranno in due fasce orarie: alle 18 spazio alla politica, compresa la presentazione dei tre candidati alla segreteria Bersani (27 agosto), Marino (il 30) e Franceschini (5 settembre). Ma «la festa – spiega Gentiloni – è un patrimonio unitario del Pd», quindi il dibattito congressuale sarà solo un aspetto del confronto, che si aprirà anche al governo e a esponenti del mondo economico e finanziario.
Il programma, comunque, è ancora da definire. Alle 21, poi, ci si concentrerà sui temi della vita quotidiana, partendo da una “parola democratica” che farà da filo logico della discussione.
Un format ideato da Andrea Vianello. Tutte le serate saranno concluse da Diego Bianchi, in arte Zoro, che avrà un suo spazio fisso. «Si mantengono tutti gli ingredienti della festa popolare – tranquillizza Paganelli – che deve rimanere un luogo che mescola la socialità con la forza ... aggregativa di un partito politico». Il Pd non tornerà quindi al modello-Margherita, basato esclusivamente sui dibattiti, ma anche quello tradizionale del Pci-Pds-Ds era già stato superato negli ultimi anni della Quercia. I volontari hanno assunto un ruolo sempre più marginale, a favore di una progressiva “commercializzazione” degli eventi, caratterizzata dalla stipula di convenzioni con le strutture locali. Che aiutano, indubbiamente, anche a tessere una rete spendibile politicamente ed economicamente nei mesi successivi.
E Genova non farà eccezione, con diversi stand affidati agli esercizi commerciali della città e convenzioni con i locali già presenti nell’area interessata dalla festa.
L’apertura al mondo esterno a quello ristretto del partito era già partita negli anni scorsi, quindi, e procederà ancor di più nei prossimi. Basti pensare che l’anno scorso circa la metà dei volontari impegnati in tutte le feste del Pd non erano iscritti (o “fondatori” come si chiamavano allora, in attesa dell’avvio del tesseramento) e dei dieci milioni di persone che affollarono in tutto il paese gli eventi dem, un quarto non aveva nemmeno votato per il partito di Veltroni. Anche nelle feste, insomma, si realizza quella “contaminazione” tra militanti ed elettori (attuali e potenziali) che è al centro del dibattito congressuale e che si proverà a tradurre in maniera efficace nel modello di partito che ciascun candidato, a suo modo, intende costruire.
Congresso Pd, ora si apre lo scontro patrimoniale
La questione patrimoniale irrompe nel congresso Pd. «Ci sono fondazioni Ds con immobili e credo che, al netto dei debiti pagati, tutto il patrimonio e tutte le risorse debbano andare a finire al Pd, che abbiamo fatto tutti insieme, visto che non ci sarebbe ragione né giuridica né politica perché ciò non accadesse». Eccole le parole pronunciate da Dario Franceschini domenica a Bertinoro. Poche parole che non sono sfuggite ai sostenitori della mozione Bersani, i quali però hanno sentito aria di trappola e si sono ben guardati dal replicare. Il che non vuol dire però che la polemica, fuori dai circuiti dell’ufficialità, non stia divampando.
Franceschini sta caratterizzando la propria candidatura come quella che più garantirebbe il rinnovamento, e anche ieri si è acceso uno scontro con i sostenitori dell’ex ministro dopo che Beppe Fioroni ha detto che non ci si deve offendere quando si parla di «nuovo contro vecchio», inteso come «rifugio securizzante nel già visto». Bersani non si può permettere di lasciare questa bandiera nelle mani dell’avversario, e per dimostrare che la sua candidatura non guarda al passato ha rotto un tabù non da poco: «Serve una nuova narrazione - ha detto sabato durante un’iniziativa della sinistra del Pd - quando parliamo dei Ds i giovani non ci capiscono». E dopo una mossa del genere si è ben guardato dal difendere la scelta della Quercia di affidare i beni immobiliari a delle Fondazioni create ad hoc in tutta Italia. «Chiedete a Fassino cosa ne pensi dell’uscita di Franceschini», si limitano a dire a Santi Apostoli, quartier generale della mozione 1. Riferimento tutt’altro che casuale, visto che alcuni mesi fa il responsabile Esteri del Pd aveva avuto su questo argomento un acceso botta e risposta, in pieno Transatlantico, con Pierluigi Mantini, deputato della Margherita ora passato con l’Udc.
Ma anche Fassino si è ben guardato dall’intervenire sulla questione, invitando invece entrambi gli schieramenti a «stare tutti un po’ calmini».
Non stanno però troppo calmi i tesorieri. Mauro Agostini, che controlla i cordoni della borsa del Pd, è d’accordo con la richiesta di Franceschini. Non a caso ha dedicato alla «ambiguità di fondo» ... delle Fondazioni Ds e alla blindatura, «con un percorso opaco», dei beni immobiliari della Quercia anche diversi passaggi di un libro («Il tesoriere») che ha pubblicato il mese scorso. Ugo Sposetti non ha replicato quando l’ha letto, così come ora, lui che sostiene al congresso Bersani, non ha degnato di una risposta l’uscita di Franceschini. Al dipartimento Tesoreria dei Ds l’hanno sentito però sbottare con un sonoro «ma al netto de che?», quando ha letto il passaggio in cui il segretario Pd ha sostenuto che «al netto dei debiti» il patrimonio delle Fondazioni dovrebbe andare a finire al nuovo partito.
Il tesoriere Ds sostiene infatti che i 2.399 immobili di proprietà della Quercia sono stati blindati da un lato per pagare alle banche un debito di 160 milioni di euro per i mutui stipulati in passato (e che dovrebbe essere estinto entro il luglio 2011), dall’altro per non disperdere un patrimonio anche storico. «Non vogliamo mica fargli fare la fine dei beni della Dc», dicono con una battuta tutt’altro che neutra a Via Nazionale, ricordando i 35 milioni di euro di immobili svaniti nel nulla tra le varie scissioni e i vari passaggi tra lo Scudocrociato e il Ccd, l’Udc, il Ppi, la Margherita. Che ha “solo” 1 milione 700 mila euro di debiti, ma nessun bene immobile per farvi fronte. E anzi, da quanto si legge nel bilancio del partito, i diellini sono ancora in attesa di ricevere dal Pd il pagamento dell’affitto del Nazareno, ex sede della Margherita scelta da Veltroni dopo la non entusiasmante esperienza del Loft. Ma il tesoriere diellino Luigi Lusi evita di aprire in questo momento una polemica sull’argomento con Franceschini, che sostiene al congresso.
Comunque l’argomento è delicato per tutti e nessuno ha interesse a farlo rimanere sotto i riflettori durante lo scontro congressuale. Non a caso, quando Sposetti un mese fa ha scritto nella relazione al bilancio Ds che gli immobili della Quercia trasferiti alle Fondazioni «sono per la quasi totalità utilizzati dalle organizzazioni territoriali del Pd, il più delle volte a titolo gratuito», è stato il Nazareno a guardarsi dal replicare. Almeno in via ufficiale.
Dl anticrisi, via libera della Camera. Al Senato cambierà. Franceschini: gestione surreale della crisi
Via libera della Camera al decreto legge anticrisi. I voti favorevoli sono stati 285, i contrari 250. Il provvedimento passa ora all'esame del Senato, che ha gia' previsto sedute fino a domenica prossima per approvarlo nei tempi piu' stretti possibili. Nel caso dovesse essere ritoccato nel passaggio a Palazzo Madama, la Camera e' gia' preallertata per una rapidissima terza lettura all'inizio della prossima settimana.
Nel Governo c'e' comunque anche una linea di pensiero che vorrebbe il testo 'blindato' al Senato e rinvierebbe ad altri provvedimenti le questioni aperte. Fra i nodi principali, l'articolo 4 sull'energia con le competenze del ministero dell'Ambiente sulle centrali, l'oro della Banca d'Italia e i paletti alla Corte dei conti sul danno erariale. E poi anche le norme sulle imprese energivore, gli studi di settore e gli agenti d'assicurazione monomandatari.
Ma il presidente del Consiglio Berlusconi, interpellato dai giornalisti sull'eventualita' che il decreto legge venga modificato al Senato, ha risposto: "Penso di sì". Alla domanda se si interverra' con modifiche chieste dal ministro dell'Ambiente all'articolo sull'energia, il premier interpellato a Montecitorio ha risposto: "Si anche". Sulla tassazione delle riserve auree, invece, ha replicato: "Vediamo. Stiamo lavorando".
Molto duro il giudizio del segretario del Pd Dario Franceschini, che nel corso delle dichiarazioni in aula ha detto: "C'è stata una gestione surreale della crisi, l'Italia e' in recessione e voi procedete con gli annunci. Fate un provvedimento a cui mettete un bel nome, 'anti-crisi', che fa un bell'effetto, e poi lo accompagnate da una serie di bei sorrisi in tv". "Ormai - ha continuato Franceschini - c'e' la doppia verita', quella degli annunci in tv e poi c'e' quella degli atti parlamentari. Il giudizio puo' esserci solo su questi ultimi". "La verita' e' che l'Italia e' in recessione per la vostra incapacita' di scegliere una linea". Lo scudo fiscale è uno schiaffo in faccia a chi soffre davvero la crisi, mentre sarebbe un dovere politico e morale mettere in campo misure contro l'emergenza per aiutare le categorie piu' deboli".
Il segretario del Pd, rivolto ai banchi della maggioranza, ha riassunto quello che, a suo giudizio, "e' il vostro anno di governo". C'e' stato, osserva, "un calo della produzione, un calo dei consumi, un calo dei trasferimenti alle imprese, un calo del potere d'acquisto dei salari, un calo degli interventi pubblici. Ma in quest'anno - ha aggiunto - c'e' stato anche qualcosa che e' cresciuto: sono cresciuti il debito, la spesa pubblica, la disoccupazione. Lo dicono i numeri, e non sono i numeri dell'opposizione, sono i numeri di Bankitalia e di tutti gli istituti di osservazione internazionale". Franceschini ha osservato poi che "contro i numeri non si protesta, i numeri si ... cerca di cambiarli". Infine ha sottolineato che il governo "attacca senza pudore tutti gli istituti e i soggetti, come il Cnel, che rivelano la fredda verita' dei numeri".
Il segretario del Partito Democratico ha poi elencato le cose che emergono dalle "pagine degli atti parlamentari": "Voi tagliate i fondi allo spettacolo ma e' un settore vitale per il Paese; per il Sud non c'e' nulla". Quanto allo 'scudo' fiscale, "in un momento di crisi, voi fate un condono per il rientro dei capitali, alla faccia dei tanti cittadini che invece rispettano le leggi. Fate un condono senza avere il coraggio di chiamarlo con il suo nome e garantendo l'anonimato. E' un lavaggio di denaro di cui non si conosce e non si conoscera' la provenienza".
Sono un centinaio le novita' introdotte nel decreto leggi anticrisi durante l'esame a Montecitorio. Novita' di rilievo sono arrivate su input del Governo, come la sanatoria per badanti e colf, l'avvio di riforma delle pensioni, lo scudo fiscale. Sulle banche la 'stretta' ulteriore promossa dai relatori nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera e' stata tolta dal maxiemendamento del Governo. Altre novita' che sembrava dovessero essere inserite come il Patto per la salute e la riforma dei servizi pubblici locali sono invece tramontate.
Banche e moratoria: oltre alle norme sui giorni di valuta, sul divieto della commissione di massimo scoperto con il tetto dello 0,5% trimestrale all'affidamento e sulla surroga dei mutui, la principale novita' riguarda la norma-ponte sulla moratoria per i crediti bancari verso le piccole e medie imprese, attraverso una convenzione ministero dell'Economia-Abi.
Imprese: la Tremonti ter e' stata 'arricchita' prevedendo la fruibilita' dal saldo 2009 e per le imprese in perdita, lo stop all'agevolazione per i beni incentivati ceduti fuori dello spazio economico europeo e la necessita' che i macchinari siano nuovi. Accanto a questa e' stata inserita un'agevolazione alla patrimonializzazione delle imprese: le persone fisiche che, entro sei mesi, parteciperanno fino a 500mila euro ad aumenti di capitale di societa' si vedranno riconosciuto un abbattimento dell'utile del 3%, che nell'arco di cinque anni sara' escluso dall'imponibile.
Fisco: la misura 'principe' e' lo scudo fiscale con aliquota dell'1% l'anno per cinque anni, di fatto il 5% a meno di prova contraria dell'interessato, sulle attivita' finanziarie e patrimoniali detenute almeno al 31 dicembre 2008 e rimpatriate (dai paesi extra-Ue) e rimpatriate o regolarizzate (dalla Ue e dai paesi dello spazio economico europeo con cui c'e' un effettivo scambio di informazioni) a partire dal 15 ottobre prossimo e fino al 15 aprile 2010. La misura e' stata presentata dai relatori in piu' versioni (la prima sembrava contenere un ampio condono). Potranno rientrare nel beneficio anche proprieta', come immobili e yacht. A questa misura se ne sono accompagnate altre che rafforzano la lotta all'evasione come la facilitazione della possibilita' di accesso ai dati della Banca d'Italia e altre
autorita' ed enti, quali Consob e Isvap. Infine, chi possiede piu' di dieci auto sara' 'segnalato' al Fisco.
Pensioni: interamente nuovo e' il capitolo previdenziale, uno dei rari emendamenti presentati direttamente dal Governo. Per le pensioni viene equiparata progressivamente l'eta' pensionabile di donne e uomini nel pubblico impiego, aumentando quella delle donne di un anno ogni due a partire dal 2010. I risparmi cosi' ottenuti vanno al Fondo per l'economia reale, e saranno destinati a interventi nel sociale. Altra novita', giunta a sorpresa, e' l'aggancio dell'eta' pensionabile (per privati e pubblici) all'aspettativa di vita: la prima finestra su cui agira' la norma sara' quella del 2015 che potra' slittare di tre mesi. Poi si vedra', sulla base delle stime Istat sull'aspettativa di vita. Arriva anche la facolta' per le Amministrazioni di pensionare i dipendenti pubblici al raggiungimento di 40 anni di contributi, compresi quelli figurativi. Sono esclusi professori universitari, magistrati e "dirigenti medici responsabili di struttura complessa", cioe' i primari.
Badanti e colf: per accedere alla sanatoria serve una dichiarazione di emersione e il pagamento di un contributo di 500 euro per ciascun lavoratore. La regolarizzazione varra' per gli occupati irregolari da almeno tre mesi e dara' diritto al permesso di soggiorno. Ogni nucleo familiare potra' regolarizzare una colf e due badanti. Per queste ultime il datore di lavoro dovra' allegare la certificazione della struttura sanitaria pubblica o del medico convenzionato Ssn che attesti la non autosufficienza di chi fruisce dell'assistenza. La regolarizzazione azzera i procedimenti legati al reato di clandestinita' e, nelle more della definizione del procedimento, lo straniero irregolare non potra' essere espulso. Per regolarizzare una colf e' richiesto un reddito di almeno 20mila euro per i single e 25mila per i nuclei familiari. Le badanti, invece, potranno essere regolarizzate anche da persone non facenti parte del nucleo familiare presso il quale sono impegnate (caso classico: il figlio che paga la badante per un genitore anziano).
Golden tax: la tassazione delle plusvalenze sulle riserve auree e' stata oggetto di varie riscritture per venire incontro ai rilievi della Bce. Resta l'imposta del 6% ma e' stato inserito il tetto dei 300 milioni e l'applicabilita' a Bankitalia solo "nella misura reputata funzionale" dalla stessa e con il "parere non ostativo" della Bce. Altre misure: mini-sanatoria per le multe elevate fino al 31 dicembre 2004; contributo di 1,3 milioni per il Ponte sullo Stretto di Messina; un passo verso la liberalizzazione del trasporto pubblico insieme a contributo per gli ecobus; paletti alla perseguibilita' del danno erariale da parte della Corte dei Conti; prolungamento al 2010 della Finanziaria light e della flessibilita' di bilancio previste per il 2009; sblocco dei residui per il pagamento degli Enti locali virtuosi per 2,25 miliardi all'interno del patto di stabilita' interno; istituzione di un fondo in ambito sociale come primo passo verso il federalismo fiscale; possibilita' di azzeramento degli organi amministrativi, di controllo e di vigilanza delle societa' interamente controllate da un singolo ente locale per i quali sia stata decisa la riduzione del numero dei componenti o degli emolumenti.
Per vincere dobbiamo essere, e dichiararci, di centrosinistra
L’Internazionale socialista è incorniciata in casa mia e nei miei uffici. Il sostantivo compagno è per me una cosa seria sempre. Ma l’analisi di Livia Turco non è coerente con la storia e le sue conclusioni non sono e non saranno portatrici di vittorie elettorali. Col socialismo liberale di Bobbio, che afferma i dubbi illuministici del percorso socialista e, in antitesi, le certezze comuniste di presunte verità, incapaci di leggere l’evoluzione dell’umanità, il Pci non c’entra.
Esso nasce da una scelta massimalista, filosovietica, per la quale i socialisti italiani, vedi il disprezzo di Togliatti per Turati ed i suoi compagni, sono socialfascisti.
La fine della guerra impone collaborazioni necessarie fra i partiti parlamentari che, tre anni dopo Yalta, producono la carta costituzionale, già sintesi democratica e non certo filosovietica.
Il pianeta viene sostanzialmente diviso in due blocchi, rimasti tali, grosso modo, fino alla fine degli anni ’80. E quindi il Pci, rispettoso dei patti internazionali e fedele al Pcus che lo finanzia abbondantemente per oltre quarant’anni nel dopoguerra, fa politica nel rispetto delle regole ottenendo ampi consensi territoriali. I socialisti, dopo la scissione di Palazzo Barberini, sono fino al 1956 compagni di viaggio, sofferenti e diversi, del Pci. Chiudono i rapporti con l’Urss dopo i fatti ungheresi.
Ma quella convivenza servì alla democrazia del paese, così come l’appoggio dei repubblicani e dei socialdemocratici alla Dc, appoggio che evitò derive destrorse.
Pensare però ad un partito comunista storicamente riformista, fa sorridere, salvo l’eccezione di parte dei miglioristi. Le riforme degli anni ’50 e ’60 sono condivise spesso dall’arco costituzionale nell’interesse del paese e culminano nel 1969, durante il governo di centrosinistra, con lo Statuto dei lavoratori di Brodoloni, di chiaro impianto socialista riformista. E continueranno, in senso libertario, grazie alla spinta culturale dei radicali, per il divorzio e per l’aborto, mentre rimarrà senza seguito, anche se vincente, la riforma afferente la responsabilità dei magistrati. Quello che ha detto Franceschini è un pensiero legittimo ma personale.
Berlinguer, nel 1963 su L’Unità ed in prima pagina, lo ripeto, accusò i socialisti di tradire il ... marxismo perché pensavano al centrosinistra. Al di là della sua probità e della sua onestà intellettuale, Berlinguer è stato un conservatore.
Dall’assurdità eurocomunista, passando per Praga dopo l’Ungheria, al serpente monetario, alla scala mobile, ai missili di Comiso per i quali accusò Craxi di essere peggio di Pelloux (cosa avrebbe detto del Kossovo?). E, nel rispetto di Yalta, condivise con la Dc la conclusione della vicenda Moro. E questa cultura, supportata da quella della diversità, entrambe con ascendenze gramsciane, fece presa su una parte della magistratura. Magistratura che cominciò a sentirsi autore e regista e non solo lettore autonomo e fedele di un testo da applicare. Legittime indagini si trasformarono in un processo politico, purtroppo supportato da missini, populisti e leghisti. E Mani Pulite divenne un dramma. Dramma che spalancò, insieme alla demenziale gioiosa macchina da guerra di Occhetto, il governo a Berlusconi che, per vincere, ebbe bisogno di forze al di fuori del famoso arco costituzionale.
La Iotti, in casa sua ad Ansedonia, definì Mani Pulite un errore strategico, una iattura per la democrazia. E sperò in una commissione di inchiesta sul fenomeno, definendola un’azione di marketing necessaria! Necessaria per evitare la vittoria di Berlusconi nel 2001. Eravamo nell’estate del ’98 e la profezia si avverò. Ed è naturale ricordare anche l’avversione del Pci verso il Psi, tale da diventare Pds pur di non aggettivarsi socialista, per poi chiedere l’iscrizione all’Internazionale Socialista e raccomandarsi a Craxi per ottenerla! Io penso che chi proviene dal Pci debba leggere, per capire, il libro di Napolitano, Dal Pci al Socialismo europeo.
Un’autobiografia politica. Quando a Firenze si pensò ai Ds Napolitano sottolineò con D’Alema che, storicamente, il Psi aveva vinto ed il Pci aveva perso. Per fortuna una parte del Pci aveva sempre mantenuto rapporti con i socialisti e la socialdemocrazia europea, e fatti propri i valori dell’unità europea. Ricordò una frase di Nenni: «Per fortuna gran parte dell’elettorato del Pci è diverso da noi solo perché crede che Mosca abbia ragione».
Quindi il Pd non può che essere acomunista. L’evoluzione del Pci-Pds- Ds è stata una necessità derivante dal cambiamento socioeconomico dell’Europa conseguente al fallimento dell’Urss. Dire che questo percorso è stato fondamentale per la democrazia italiana ed oggi da solo consente di ricomporre le correnti riformiste del paese è un’enfasi insostenibile. Parte del gruppo dirigente del vecchio Pci si è convertita al socialismo riformista, vista l’improduttività delle proprie teorie. Tutto qui. Ma l’antisocialismo italiano rimase inalterato anche nella scelta del nuovo nome. Chiamarsi democratici di sinistra legittimò i democratici di destra, che non esistono, pur di non chiamarsi socialisti. E quando un gruppo di socialisti aderenti al progetto Ds, me compreso, suggerì di chiamarci solo democratici o solo socialisti o democraticisocialisti, fummo considerati folli. Io aderii ai Ds perché nel suo Statuto c’era già la sintesi riformista oggi invocata per il Pd, così come già sintesi divenne la Margherita. Ma questo solo negli statuti, perché gran parte dell’elettorato e gran parte della dirigenza continuano a sentirsi comunisti e democristiani.
Questo è il problema del Pd, oltre a non avere un leader vero capace di esaltare il pluralismo ideologico per raggiungere conclusioni logicamente condivise. È obiettivamente un problema di carisma che non verrà risolto dal Congresso. Dirsi solo di sinistra evoca, mia cara compagna, ricordi, storie e sensazioni estremiste che non convincono la maggioranza dell’elettorato, aizzato dal berlusconismo. Berlusconismo che attacca “questa sinistra” definendola non democratica ed augurandosi di potersi confrontare con un’autentica sinistra socialdemocratica e liberale! Non è difficile da capire, visto che alleanze con presunte sinistre, elettoralmente scomparse, non sono con noi compatibili. Visto che l’Idv, nella migliore delle ipotesi, è con noi in antitesi culturale ed educazionale.
Dobbiamo essere e dichiararci, nella forma, nella sostanza e per l’immaginario collettivo, di centrosinistra per vincere. Rutelli ha solo letto il futuro prossimo con una veloce intuizione politica utile per tutti noi. E dobbiamo fare presto, perché siamo in presenza di una pericolosa deriva qualunquista prodotta dalla disaffezione per la politica. Il problema non è Berlusconi che, per assurdo, oggi può essere considerato una soluzione provvisoria per le nostre carenze attuali. Il problema siamo noi, incapaci di divenire e quindi di essere per davvero.
Liberalizzazioni in fumo, governo in mano alle lobby
Parafarmacie senza insegna né croce verde. È questa l’ultima trovata del governo per sabotare una delle meglio riuscite liberalizzazioni del centrosinistra. L’ennesimo tassello di una restaurazione pro poteri forti volta a premiare le mille corporazioni italiane. Farmacisti, tassisti, banche, assicurazioni: sono soprattutto loro a poter brindare per questi primi 15 mesi di governo Berlusconi.
Parafarmacie nel mirino
All’esame del prossimo consiglio dei ministri ci sarà il decreto legislativo che si occupa di ridisegnare il ruolo delle farmacie, dando loro più funzioni come la possibilità di prenotare visite e analisi mediche per conto dei propri clienti. Nel testo però è stato inserita anche una norma che di fatto suona il de profundis per le parafarmacie: non potranno più fregiarsi del nome né della croce verde. Un colpo basso per consumatori e farmacisti che si sono messi in proprio: negli ultimi tre anni sono nati 2.700 punti vendita, fra parafarmacie e “corner della salute” negli ipermercati, dando lavoro a circa 6 mila giovani e offrendo i farmaci da banco con sconti del 20%. Una mazzata che però era nell’aria: da mesi la maggioranza sta tentando in tutti i modi di tornare al monopolio delle farmacie, prima col disegno di legge Gasparri-Tomassini e poi con l’emendamento Saltamartini, due misure che in comune hanno la soppressione de facto degli esercizi nati dalle lenzuolate di Bersani. Una tendenza restauratrice che ha contagiato anche quelli dell’Idv, visto che nelle ultime settimane hanno ritirato un disegno di legge ancora più liberalizzatore delle norme di Bersani per rimpiazzarlo con uno di segno opposto, che va a proteggere la casta speziale.
Assicurazioni, ritorno al passato
La rivincita delle posizioni dominanti messe sotto scacco dai decreti Bersani del secondo governo Prodi trova un esempio cogente nelle assicurazioni che, nell’ultimo anno, sono finite più volte nel mirino dell’Antitrust.
A dispetto delle liberalizzazioni volute dal precedente governo, non c’è dubbio che l’esecutivo Berlusconi sia dalla parte dei poteri forti. Il che è scritto nelle pieghe di tutti quei provvedimenti ... che, articolo dopo articolo, hanno smontato e stanno smontando le lenzuolate. A cominciare dall’agente plurimandatario, istituito dal decreto Bersani ma rimasto sulla carta e scampato a una restaurazione voluta addirittura dal capogruppo del Pdl Gasparri.
Proprio Gasparri con un emendamento a sua firma, presentato al ddl sviluppo e giudicato poi inammissibile, ha tentato di ripristinare l’agente monomandatario. Fino alla possibilità per il consumatore di stipulare contratti di assicurazione annuali: la disciplina introdotta dai decreti Bersani invece individuava nell’anno il termine di scadenza di ogni contratto. A denunciare il tentativo dell’esecutivo di rimettere indietro le lancette dell’orologio in tema di liberalizzazioni è stato a più riprese il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà che su banche e assicurazioni ha espresso in più occasioni timori che il ddl sviluppo rappresentasse un’involuzione.
Infatti in tema di banche, dopo l’intervento sulla commissione di massimo scoperto, inserita nel dl anticrisi, il governo ha fatto la sua marcia indietro ritirando alcune norme: ovvero la riduzione da tre giorni lavorativi a tre giorni di calendario della data valuta e disponibilità di assegni e bonifici; la previsione di una commissione di massimo scoperto massima dello 0,5% trimestrale anche su eventuali sconfinamenti dal credito accordato; la possibilità di aumentare al massimo del 5% i tassi originariamente concordati tra banca e cliente.
Continua la guerra dei taxi
Slitta a fine anno l’entrata in vigore delle norme sul servizio taxi e noleggio con conducente, i cosiddetti Ncc. Le norme dovevano entrare in vigore lo scorso 30 giugno. La storia è paradossale e si trascina da mesi. Lo scorso inverno con l’approvazione del decreto Milleproroghe il governo sembrava aver accontentato i tassisti e penalizzato i noleggiatori con conducente, nonostante la segnalazione contraria dell’Antitrust. Si prenda Roma, dove il caso è particolarmente sentito. Per gli Ncc con licenza non romana – circa tremila – sarebbe stato quasi impossibile lavorare stabilmente nella capitale. Si arrivava persino a vietare la fermata in strada ad attendere il cliente. «In Italia chiuderanno 40mila aziende», denunciavano i rappresentanti degli Ncc.
Poi, a sorpresa dopo una settimana, la retromarcia del governo che annunciava un emendamento abrogativo delle norme in questione. Seguirono vibranti proteste della lobby dei tassisti e del sindaco Alemanno.
Da allora, e a questo punto almeno fino a fine anno, se per quella data saranno conclusi i lavori del tavolo tecnico presso il ministero delle infrastrutture, è guerra fredda.
È stallo in una materia che riguarda migliaia di cittadini. Il problema è che invece di avere questi ultimi come interlocutori, l’esecutivo ha come riferimento due categorie di fatto monopoliste sul mercato. Due gruppi di interessi con solidi addentellati sul territorio e nella politica – si pensi alle proteste dei tassisti che paralizzarono la città durante l’ultimo mandato di Veltroni, o di converso, ai festeggiamenti degli stessi per la vittoria di Alemanno. Il paradosso, se si vuole, è che non decidendo, ma accontentandosi di prorogare la decisione, si perpetua una situazione non da libero mercato ma perlomeno segnata da un minimo di concorrenza.
Il congresso Pd e i grandi temi assenti
Ha ragione, penso, Piero Ostellino (Corriere, 25 luglio). La sorte del Pd non riguarda «tutti», come hanno scritto su questo giornale Sergio Romano e Michele Salvati. Riguarda i suoi dirigenti, i suoi iscritti, i suoi elettori; nonché coloro che su questo progetto politico, hanno, a diverso titolo, fatto affidamento. Riguarda tutti, invece, l' esistenza di un' opposizione degna di questo nome, in grado oggi di controllare e di incalzare chi governa, domani o, perché no, dopodomani di candidarsi per davvero alla guida del Paese. Si può guardare con maggiore o minore simpatia al Pd, si può essere più o meno ottimisti. Ma è soprattutto badando a questo aspetto essenziale che il congresso del Pd va sin d' ora seguito e valutato. Senza malanimo, senza pregiudizi. Ma anche senza ingiustificate (e, soprattutto, inutili) indulgenze.
La logica del «prendere o lasciare», del «o mangi la minestra o salti la finestra» non aiuta. Il Pd è un partito che cerca di darsi (secondo alcuni), di ritrovare (secondo altri) un' identità. Non è la fine della storia della sinistra, del centrosinistra, dell' opposizione democratica. Se fallirà nell' impresa che si è prefisso, certo le sorti dell' opposizione subiranno un colpo. Ma, prima o poi, ci saranno altri a prendere il suo posto nella competizione. E dunque. Va bene, benissimo che ci siano due, anzi, tre candidati alla leadership che si confrontano, e all' occorrenza si scontrano, senza risparmio di energie, cercando ciascuno di delineare come meglio sa il partito che ha in mente: i congressi veri si fanno così, il giorno in cui anche a destra capiterà qualcosa di simile sarà un bel giorno per tutti. Andrebbe ancora meglio, molto meglio, però, se i litiganti riuscissero a rendere un po' più chiaro qual è il merito della contesa. Non aiutano, in questo senso, le polemiche, infuocate quanto vacue, sulla persistenza o meno di una non meglio precisata «vocazione maggioritaria» del Pd; e, se possibile, aiutano ancora di meno le diatribe generazionali, le denunce accorate sul pericolo del ritorno al passato, gli strali nuovisti dei più giovani contro i più anziani e i sarcasmi dei più anziani sull' effettivo tasso di novità di cui i più giovani sono, o dovrebbero essere, portatori. Più utile, molto più utile, sarebbe ... togliere di mezzo i problemi che non esistono (da solo o con alleati occasionali, il Pd non vincerà le elezioni da qui all' eternità, o quasi) o che vengono agitati strumentalmente (è difficile credere che in tutti questi anni i Ds e la Margherita prima, il Pd poi, non abbiano espresso una nuova classe dirigente di giovani solo per via della scarsa o nulla generosità politica degli anziani). Più utile, molto più utile, sarebbe concentrarsi, anche per mettere a fuoco, se ci sono, i veri motivi di divisione, sulle riforme e sul riformismo di cui l' Italia, prima ancora del Pd, ha bisogno; e, di conseguenza, sul tipo di partito (di quello liquido, o gassoso, non parla più nessuno, il modello tradizionale è improponibile) da mettere in campo. Per questa via, forse la «vocazione maggioritaria» andrebbe smarrita; ma magari si potrebbe trovare, o ritrovare, quella funzione nazionale, quell' intuizione del mondo e quell' idea di Paese senza le quali un nuovo partito, anzi, un partito nuovo con ambizioni di governo non può prendere corpo. Di tutto questo, onestamente, nel confronto congressuale del Pd si è vista, almeno sinora, scarsa traccia. Come se ci si rifiutasse di prendere atto che l' affermazione del centrodestra, così come l' afasia del centrosinistra e della sinistra, affondano le loro radici in trasformazioni profonde della morfologia sociale, politica e culturale del Paese, e hanno parecchio da spartire con l' egemonia. Non si tratta, a guardar bene, di un problema soltanto italiano. Ne sanno qualcosa (se non la sapevano, gliel' ha bruscamente segnalata il voto europeo) i laburisti inglesi, i socialdemocratici tedeschi, i socialisti francesi. Francesco Rutelli lamenta che il Pd sembra incapace di mettere a frutto la «botta di culo» (sic) di aver dato vita a un partito, il Pd, che gli ha dato la possibilità di risparmiarsi la triste sorte delle grandi socialdemocrazie.
Ma, a parte il fatto che la nascita del Pd non è stata (almeno, così ci era parso di capire) un evento fortunoso, ma una scelta politica ammantata di significati epocali, le cose non stanno propriamente così. Molte delle difficoltà italiane del Pd somigliano da vicino a una variante nazionale di quelle di tanta parte del socialismo europeo, e non c' è colpo di fortuna, o frettolosa conversione al centro, che possa evitarlo. Una differenza c' è: grandi, o ex grandi, partiti socialisti e socialdemocratici europei vivono la crisi di identità consolidati, il Pd un' identità non l' ha ancora e la sta cercando, sin qui senza successo. Che questa differenza giochi a suo favore, è tutto da dimostrare.
Lo stato di salute della democrazia e l'incapacità di provare vergogna
Un sintomo del grado di sviluppo della democrazia e in generale della qualità della vita pubblica si può desumere dallo stato di salute delle parole, da come sono utilizzate, da quello che riescono a significare. Dal senso che riescono a generare. Oggi, nel nostro paese, lo stato di salute delle parole è preoccupante. Stiamo assistendo a un processo patologico di conversione del linguaggio a un'ideologia dominante attraverso l'occupazione della lingua.
E l'espropriazione di alcune parole chiave del lessico civile. È un fenomeno riscontrabile nei media e soprattutto nella vita politica, sempre più segnata da tensioni linguistiche orwelliane. L'impossessamento, la manipolazione di parole come verità e libertà (e dei relativi concetti) costituisce il caso più visibile, e probabilmente più grave, di questa tendenza. Gli usi abusivi, o anche solo superficiali e sciatti, svuotano di significato le nostre parole e le rendono inidonee alla loro funzione: dare senso al reale attraverso la ricostruzione del passato, l'interpretazione del presente e soprattutto l'immaginazione del futuro.
Se le nostre parole non funzionano - per cattivo uso o per sabotaggi più o meno deliberati - è compito di una autentica cultura civile ripararle, come si riparano meccanismi complessi e ingegnosi: smontandole, capendo quello che non va e poi rimontandole con cura. Pronte per essere usate di nuovo. In modo nuovo, come congegni delicati, precisi e potenti. Capaci di cambiare il mondo.
Proviamo allora a esercitarci in questo compito di manutenzione con una parola importante e più di altre soggetta allo svuotamento (e alla distorsione) di significato di cui dicevamo. Proviamo a restituire senso alla parola vergogna.
Nell'accezione che qui ci interessa la vergogna corrisponde al sentimento di colpa o di ... mortificazione che si prova per un atto o un comportamento sentiti come disonesti, sconvenienti, indecenti, riprovevoli. E' una parola da ultimo molto utilizzata al negativo: per escludere, sempre e comunque, di avere alcuna ragione di vergogna o per intimare agli avversari - di regola con linguaggio e toni violenti - di vergognarsi. La forma verbale "vergognatevi" è oggi spesso utilizzata nei confronti di giornalisti che fanno il loro lavoro raccogliendo notizie, formulando domande e informando il pubblico. Sembra dunque che vergognoso sia vergognarsi. La vergogna e la capacità di provarla appaiono qualcosa da allontanare da sé, una sorta di ripugnante patologia dalla quale tenersi il più possibile lontani.
Sulla questione Blaise Pascal la pensava diversamente, attribuendo alla capacità di provare vergogna una funzione importante nell'equilibrio umano. Nei Pensieri leggiamo infatti che "non c'è vergogna se non nel non averne". In tale prospettiva è interessante soffermarsi sull'elencazione, che possiamo trovare in qualsiasi dizionario, dei contrari della parola. Troviamo parole come cinismo, impudenza, protervia, sfacciataggine, sfrontatezza, sguaiataggine, spudoratezza, svergognatezza.
Volendo trarre una prima conclusione, si potrebbe dunque dire che il non provare mai vergogna, cioè il non esserne capaci, è patologia caratteriale tipica di soggetti cinici, protervi, sfacciati, spudorati. Al contrario, la capacità di provare vergogna costituisce un fondamentale meccanismo di sicurezza morale, allo stesso modo in cui il dolore fisiologico è un meccanismo che mira a garantire la salute fisica. Il dolore fisiologico è un sintomo che serve a segnalare l'esistenza di una patologia in modo che sia possibile contrastarla con le opportune terapie. La ritardata o mancata percezione del dolore fisiologico è molto pericolosa e implica l'elevato rischio di accorgersi troppo tardi di gravi malattie del corpo.
Così come il dolore, la vergogna è un sintomo, e chi non è capace di provarla - siano singoli o collettività - rischia di scoprire troppo tardi di avere contratto una grave malattia della civilizzazione. Qualsiasi professionista della salute mentale potrebbe dirci che le esperienze vergognose, quando vengono accettate, accrescono la consapevolezza e la capacità di miglioramento, e in definitiva costituiscono fattori di crescita. Quando invece esse vengono negate o rimosse, provocano lo sviluppo di meccanismi difensivi che isolano progressivamente dall'esterno, inducono a respingere ogni elemento dissonante rispetto alla propria patologica visione del mondo, e così attenuano il principio di realtà fino ad abolirlo del tutto.
Come ha osservato una studiosa di questi temi - Francesca Rigotti - l'azione del vergognarsi è solo intransitiva e non può mai essere applicata a un altro. Io posso umiliare qualcuno ma non posso vergognare nessuno. Sono io che mi vergogno, in conseguenza di una mia azione che avverto come riprovevole. Pertanto la capacità di provare vergogna ha fondamentalmente a che fare con il principio di responsabilità e dunque con la questione cruciale della dignità.
Diversi autori si sono occupati alla vergogna. La parola è presente in alcuni bellissimi passi di Dante e ricorre circa trecentocinquanta volte in Shakespeare. Ma è davvero interessante registrare cosa dice della vergogna Aristotele nell'Etica Nicomachea. "La vergogna non si confà a ogni età, ma alla giovinezza. Noi infatti pensiamo che i giovani devono essere pudichi per il fatto che, vivendo sotto l'influsso della passione, sbagliano, e lodiamo quelli tra i giovani che sono pudichi, ma nessuno loderebbe un vecchio perché è incline al pudore, giacché pensiamo che egli non deve compiere nessuna delle cose per le quali si ha da vergognarsi".
martedì 28 luglio 2009
Un segretario legittimato non solo dal voto ma anche dal gruppo dirigente
«Io sono allergica all’idea di leader». Sarà per via della leggera influenza che Debora Serracchiani sceglie una metafora che ricorda una diagnosi. Preferisce parlare di autorevolezza: del segretario naturalmente, scandisce con voce arrochita ma decisa. Sulla terrazza della Rocca di Bertinoro che ospita la Fondazione politica di Salvatore Vassallo, soffia una brezza decisa che potrebbe anche simbolizzare l’ansia di cambiamento. Con la giovane lanciata dai circoli pordenonesi, che ha portato al partito una dote di 140 mila preferenze alle europee, sono al capezzale del partito il segretario e candidato Dario Franceschini e Giovanni Bachelet, docente di fisica e teorico dell’area Bersani. Manca Ignazio Marino, impegnato in altri luoghi nella stessa campagna congressuale. «Non è un problema di centralismo democratico», sottolinea l’avvocatessa proiettata verso l’Europarlamento a furor di popolo,«ma di buonsenso che non abbiamo avuto». E alla platea composta da circa duecento tra allievi del professor Vassallo e cittadini elettori e iscritti del Pd, propone una parola dimenticata. Disciplina. «Credo che dopo il congresso il partito debba avere un segretario legittimato non solo dal voto ma anche dal gruppo dirigente», spiega la trentenne che a febbraio stregò l’assemblea dei giovani democratici. «Questo non significa che ci debba essere una linea unica», dice e apre un inciso dedicato a Rosi Bindi, che chiedeva a Rutelli se il suo posto sia davvero dentro il Pd. «Non è una bella cosa un partito in cui si chiede alla gente di andarsene». Ma una volta discussa la linea, il partito deve parlare una voce sola.
È stato fin dall’inizio il cavallo di battaglia di Debora Serracchiani, ma questa volta c’è un forte richiamo alle regole. Se qualcuno parla fuori dal coro, «il segretario deve intervenire». Come, mandando l’incauto dirigente Ad attaccare i manifesti, chiedono dalla platea? «Perché no», risponde senza esitazione l’europarlamentare, ricorrendo al principio del contrappasso. Discute così il partito in vista di un congresso tanto invocato quanto complesso. C’è chi teme il rischio di scissioni, chi magari non disdegnerebbe qualche epurazione. Ma Dario Franceschini rassicura, da una parte, e getta acqua sul fuoco, dall’altra. «Queste non saranno primarie confermative», non come avvenne, dice in sostanza, con l’incoronazione di Prodi e ... Veltroni. Il prossimo segretario sarà più che legittimato dai consensi ricevuti. Dunque niente scissioni ma solo regole certe, che in parte ci sono in parte sono da riscrivere. Come dimostra un’indagine della Fondazione di Vassallo tra 1000 iscritti al Pd. Che assegna un’ampia maggioranza a chi vuole che il futuro segretario nazionale si candidi alla presidenza del Consiglio, un certo grado di consenso alle primarie per le cariche elettive, che scema quando si parla di cariche di partito. Proposte che nascono dal disagio di molti, sintetizza il docente di fisica Giovanni Bachelet, mente teorica della mozione Bersani: «Per loro il Pd non è né degli iscritti né degli elettori ma di un gruppo di dirigenti ». Forse anche per questo Franceschini appare netto quando dice che «il rinnovamento non deve arrivare dall’alto».E ricorda tra l’altro ai partiti fondatori che «Il Pd è un soggetto giuridicamente nuovo e non ha ereditato né attivi né passivi. Ci sono fondazioni Ds con immobili, credo che, al netto dei debiti pagati, tutto il patrimonio e tutte le risorse debbano andare a finire al Pd, che abbiamo fatto tutti insieme».
Corte dei Conti, col "Lodo Bernardo" niente indagini su premier e enti
Un'indagine fresca, con 400 inviti a dedurre, sulle consulenze concesse dagli alti dirigenti del ministero dell'Economia? Se ne occupa la procura della Corte dei Conti del Lazio. Ma i pm contabili potrebbe vedersi costretti a fare marcia indietro perché, prima di indagare, devono essere certi di avere tra le mani "una specifica e precisa notizia di danno". Non solo: devono sapere, prima ancora di avviare l'accertamento, che quel danno "sia stato cagionato per dolo o colpa grave". Le inchieste sulle consulenze della Moratti, sulla clinica Santa Rita, sull'azienda dei trasporti di Genova? Tutto in fumo. Non basta: se a qualche procuratore della Corte dei conti, della Puglia o del Lazio, fosse venuto in mente di contestare al premier Berlusconi un "danno all'immagine", con l'apertura di un processo e la conseguente richiesta di un risarcimento allo Stato, per via del suo comportamento "allegro" tra villa Certosa e via del Plebiscito, ormai non potrà più farlo.
Perché un "lodo", l'ennesimo del governo di centrodestra, può mettere in sicurezza i vertici del ministero dell'Economia, ma anche il presidente del Consiglio. Il "lodo" è quello del deputato Pdl Maurizio Bernardo, nato a Palermo ma eletto in Lombardia, in quota al presidente Formigoni, che nel suo emendamento al dl anticrisi scrive: "Le procure regionali della Corte dei conti esercitano l'azione per il risarcimento del danno all'immagine nei soli casi previsti dall'articolo 7 della legge 27 marzo 2001 numero 97". I "soli casi previsti" sono quelli della "sentenza irrevocabile di condanna". E quindi, ragionano alla Corte, poiché Berlusconi potrebbe non essere coinvolto penalmente per le feste nelle sue abitazioni, anche se ha danneggiato ... l'immagine dello Stato, nessuno potrà chiedergli un risarcimento.
La Corte dei conti è in subbuglio per il lodo Bernardo.
Il procuratore generale Furio Pasqualucci si scontra duramente con il presidente, di nomina governativa, Tullio Lazzaro. Il primo scrive al presidente della Camera Fini per chiedergli di bloccare il lodo, il secondo è sospettato di essere, almeno in parte, l'ispiratore delle norme. Sicuramente di quella, bloccata da Fini perché non discussa in commissione Bilancio, che attribuisce al presidente l'iniziativa disciplinare contro i magistrati a cui il pg, finora unico titolare, non si può opporre. La norma potrebbe rispuntare al Senato e garantisce al presidente, che guida la sezione disciplinare, un potere totale sui processi contro i colleghi. Pasqualucci è stanco e ha deciso di lasciare anzitempo l'incarico. Ha già fatto sapere che se ne andrà a gennaio.
Non basta. Raramente, nelle leggi ad personam del Cavaliere, una quindicina di righe hanno assommato un intento che il pg Pasqualucci definisce "punitivo" contro la Corte e per l'Associazione dei magistrati "mette a rischio le indagini". Norme che l'opposizione alla Camera ha duramente contestato - Donatella Ferranti del Pd, Massimo Donadi dell'Idv - con l'idea, domani quando ci sarà il voto finale, di protestare ulteriormente. Ma tant'è: nel lodo Bernardo è scritto che la Corte potrà perseguire il danno erariale "di uno degli organi previsti dall'articolo 114 della Costituzione o altro organismo di diritto pubblico". Che significa restringere l'area dei soggetti indagabili e tirar via d'un colpo municipalizzate, enti mutualistici, comunità montane, Bankitalia. Come in ogni buona legge ad personam anche il lodo Bernardo si applica ai processi in corso. Dopo il "colpo" inferto dal ministro Brunetta (nel consiglio di presidenza della Corte, il loro Csm, i togati ridotti da 9 a quattro) e da Alfano (il presidente avoca a Roma, alle sezioni riunite, le questioni su cui c'è stato un giudizio difforme in periferia), il dl anticrisi rischia, come dice l'Associazione magistrati, di "ridurre la nostra autonomia e indipendenza".
Berlusconi, i cattolici e l'etica delle mutande
E dunque sembra che parte del mondo cattolico consideri con fastidio il portamento sessuale del signor B. Quello che resta oscuro - per le anime semplici come chi scrive - è che cosa, nel corso degli ultimi vent' anni, il suddetto mondo cattolico abbia pensato di tutto il resto: dell' accumulo di potere, dello sfoggio di ricchezza, dei mercanti nel tempio, dell' umiltà ignorata, delle leggi piegate a interessi privati, della comunità mercificata, dell' ingordigia lodata, della sobrietà dimenticata. C' era forse qualcosa di evangelico, nella parabola del signor B? Qualcosa di pio nei suoi palinsesti? Qualcosa di salvifico in lui medesimo, come ebbe a dire nei suoi giorni estremi il povero Baget Bozzo? Possibile che per tanti cattolici sia sempre e solo il sesso, a produrre sobbalzi etici, ripensamenti morali? Non era già abbastanza anticristiano un signore venuto al mondo per santificare i quattrini e la pacchianeria del potere, banalità per altro già arcidiffuse? C' entrava qualcosa con De Gasperi? Con Sturzo? Con il cristianesimo sociale, con lo scoutismo austero, con il pallore delle suorine, con i canti ciellini? Sono stati muti e sordi per vent' anni. Li ha risvegliati uno sfarfallio di mutande.
Carta canta contro carta stampata
Con il post precedente abbiamo chiarito la vicenda sulla quale Il Foglio ha montato ad arte una polemica contro Ignazio.
Per trasparenza pubblichiamo alcuni documenti – che sono stati distribuiti anche ai giornali ma non pubblicati – e che dimostrano la verità e la sincerità della ricostruzione dei fatti:
qui pubblichiamo la lettera in cui gli avvocati definiscono le vere modalità di fine rapporto dopo le dimissioni di Marino: una lettera completamente diversa da quella pubblicata sul Foglio, dove non vi è più alcun riferimento a ricevute o problemi amministrativi in quanto Marino li aveva già segnalati all’amministrazione e quindi risolti in precedenza;
qui e qui le lettere di due ospedali di Pittsburgh che confermano la collaborazione con Marino. Sono gli stessi ospedali che, secondo il Foglio, lo avrebbero “allontanato”. Se così fosse non è strano che gli sia stata confermata la massima fiducia che si può dare a un medico permettendogli di operare i pazienti?
qui la lettera di Thomas Starzl, pionere dei trapianti, maestro di Marino e direttore del centro trapianti di Pittsburgh, che spiega il motivo delle dimissioni di Marino dall’ISMETT di Palermo. Speriamo che dopo la pubblicazione di questo materiale si possa tornare a parlare delle proposte di Marino per il PD e per cambiare l’Italia.
Fas a secco. Ecco chi ha tradito il Sud
Dall’Ici alla “monnezza”, dagli ammortizzatori sociali all’Anas, dalle coperture delle opere infrastrutturali del Nord all’emergenza terremoto e, da ultimo, al decreto anticrisi. Sono solo alcuni dei mille rivoli nei quali si è dissolto il cosiddetto Fas nazionale. Soldi in gran parte del Mezzogiorno. Finanziamenti per le aree sottoutilizzate.
Risorse impiegate per ben altre finalità.
Dei circa 64 miliardi di euro del Fondo disponibili per la programmazione settennale 2007- 2013, i 26-27 miliardi del Fas nazionale sono letteralmente andati in fumo nei primi quattordici mesi del governo Berlusconi. Usati come un bancomat per tamponare questa o quella emergenza, per tappare i buchi di bilancio, per rispondere alle più svariate esigenze innescate da una crisi economica senza precedenti. Sugli altri miliardi il governo non ha finora allungato la mano per il semplice motivo che non può visto che non sono nelle sue disponibilità bensì in quelle delle regioni.
Si può partire da qui per cercare di capire perché i malumori da tempo crescenti nel governo e nella sua maggioranza, a cominciare dall’Mpa di Lombardo e in seno al Pdl, si siano incanalati in qualcosa di più di una protesta tanto da richiedere l’intervento del premier nel fine settimana. Se l’asse Bossi-Tremonti ha finora scippato al Sud i finanziamenti, adesso Mpa e il fronte dei parlamentari di centrodestra chiedono fatti e non parole. Immediata la replica lombarda con Castelli: no al meridionalismo piagnone.
A fronte dell’ennesima manovra che non dà nulla al Sud ma anzi toglie altri due miliardi al Fas, quell’inquietudine che da tempo alberga in molte sedi istituzionali meridionali e tra molti parlamentari meridionali della maggioranza si è scatenata in una ridda di rivendicazioni: dal partito del Sud al ministero del Mezzogiorno e, ancora, alla riedizione di una nuova cassa per il Mezzogiorno. Malumori cresciuti nelle ultime settimane, alimentati dalla debolezza del premier e pronti ad esplodere per settembre quando è atteso un vero e proprio fuoco alle polveri in seno ... alla maggioranza.
Se, dunque, in autunno è atteso un precipitare della situazione anche in vista di un atteso rimpastino interno al governo, nel frattempo il Sud affronta la crisi a mani nude.
A mettere il dito nella piaga per il Pd sono i deputati meridionali Francesco Boccia e Sergio D’Antoni e l’eurodeputato nonché vicepresidente del parlamento europeo Gianni Pittella.
Unanime la denuncia dell’impossibilità di Berlusconi di sbloccare – come il premier ha fatto sapere – 18 miliardi di finanziamenti Fas per il Sud, per il semplice motivo che non già stati assegnati. Secondo Boccia «Berlusconi e il governo la devono smettere di fare propaganda e, invece di sparare promesse estive, si diano da fare per ripristinare subito i 24 miliardi dei fondi Fas scippati al Sud in 14 mesi dal ministro Tremonti». Ventiquattro miliardi che, per D’Antoni, salgono a 26 (contando i due del decreto anticrisi) e che sono stati sottratti al Sud. Sbloccare i fondi, come annunciato da Berlusconi in un prossimo piano per il Sud, rappresenta per D’Antoni «una presa in giro: quei soldi sono delle regioni e il governo non può toccarli per vincolo europeo: quindi non faranno nessuna cortesia». Tanto più che nel decreto anticrisi non solo non c’è nulla per il Sud, ma addirittura per la sesta volta sono stanziati i soldi (1,3 miliardi di euro) per la realizzazione del ponte sullo Stretto compatibilmente con le esigenze di bilancio.
Pittella invece chiede «con quali fondi Fas Berlusconi intenda finanziare il piano straordinario per il Sud visto che i 18 miliardi in questione sono stati assegnati a giugno per gli ammortizzatori sociali, per le infrastrutture strategiche, per la messa in sicurezza degli edifici scolastici e carcerari oltre che per il termovalorizzatore di Acerra e il G8.
La carta d'autunno in un assedio a Palazzo Chigi
Arriva il generale agosto, arrivano per molti le vacanze, ma la crisi rimane. Rimane per quelli che hanno ancora un lavoro e che vanno in ferie col magone, la paura di ritrovare, al ritorno, la fabbrica sbarrata. Per quelli che già sono in cassa integrazione. Per i precari che non vanno nemmeno in cassa integrazione. Tutti insieme si ritroveranno a settembre a chiedere al governo di aprire gli occhi. È l’impegno ultimo della Cgil che annuncia la necessità di una mobilitazione seria. Sarà una delusione per qualcuno che ha interpretato il “faccia a faccia” di Chianciano, tra Epifani e Tremonti, nel corso della Conferenza di programma confederale, solo come un abbraccio affettuoso tra il ministro dell’economia e il maggior sindacato italiano. Come un’inedita alleanza. E’ sfuggito il fatto che si è trattato, semmai, di una prova, certo insolita in questi tempi, di reciproco rispetto. Chi come il sottoscritto ha seguito l’incontro attraverso il prezioso ausilio di Radio Articolo Uno ha compreso bene come quella occasione fosse la dimostrazione lampante che la Cgil non rifiuta il confronto, la trattativa, la concertazione. Il problema è che questa possibilità è stata sempre negata. Nessuno ha potuto seguire nei mesi della crisi l’evolversi di un negoziato, di opposte posizioni tra sindacati e governo, anche attraverso il mutamento delle diverse proposte. Abbiamo avuto l’annuncio di una qualche misura, magari accolta con discreto favore da Cisl e Uil e criticata assai dalla Cgil. Ma non c’è stato un fecondo, visibile rapporto dialettico sui contenuti. Quello che si è sentito invece a Chianciano, anche se non è giunto a uno sbocco concreto. Sarà possibile riprendere un tale metodo, nei tavoli appropriati, a settembre? Bisognerebbe che gli interlocutori non ... avessero in mente com’è stato nel passato - solo la voglia di umiliare la Cgil, magari cercando di strappare in anteprima, sottobanco, il favore di Cisl e Uil.Una divisione sindacale che sembra non arrestarsi. Come testimonia l’inizio polemico delle trattative per il contratto dei metalmeccanici, nonchè l’intesa separata per gli artigiani. Eppure Epifani, sempre a Chianciano non ha rinunciato ad auspicare una ripresa dei rapporti unitari facendo leva su tre esempi significativi: accordo Fincantieri, contratto del commercio, alcuni contratti pubblici. Tre vicende di divisione profonda. Ma è stato possibile ricucire i rapporti, rivedendo alcuni aspetti. Una premessa per ottenere ora una svolta nelle politiche atte a fronteggiare la crisi. Sarà la carta dell’autunno, accompagnata dalla necessaria mobilitazione? Sapendo che mobilitazione non vuol dire solo scioperi ma magari assediare questo governo con mille iniziative. Come quella, (accennata da Epifani), di cartelli e picchetti davanti a Palazzo Chigi, con un memento quotidiano sui dati della crisi e delle sue vittime.
Il governo fa dietrofront: rinviate le tasse ai terremotati
I sindaci avevano minacciato di restituire al capo dello stato la fascia tricolore, il Pd, durante la discussione sul cosiddetto "decreto anticrisi", aveva accusato l'insensibilità di Tremonti e Berlusconi con parole di fuoco: "Fate pagare le tasse ai terremotati e non agli esportatori di capitali". Evidentemente, dopo tante promesse iniziali, Bertolaso deve aaver avvertito il governo che la situazione si stava facendo insostenibile. Così con vasto ritardo l'esecutivo sta tentando di mettere una pezza.
Sarà rinviato l'inizio del recupero dei tributi e dei contributi nell'area colpita dal sisma. «E' stato concordato tra il ministro Tremonti ed il sottosegretario Bertolaso - riferisce una nota del ministero dell'economia - che, con ordinanza di protezione civile, l'inizio del recupero dei tributi e contributi finora sospesi, sarà rinviato; è stato inoltre deciso che la durata del periodo di rateizzazione verrà più che raddoppiata».
La misura non aveva solo un valore simbolico. Per tragedie analoghe, ad esempio il terremoto dell'Umbria, i terremotati hanno avuto la sospensione dei tributi per dieci anni, Berlusconi aveva promesso la stessa cosa, ma poi, spenti i riflettori del G8, la misura era passata in cavalleria.
«Esiste una distanza siderale tra quello che viene mostrato alle televisioni e ai giornali e l'effettiva realtà del terremoto», aveva detto all'Aquila il leader del Partito democratico, Dario Franceschini. «Terremotati di altre regioni d'Italia - aveva ricordato - a proposito della situazione economica del post-sisma hanno avuto la possibilità di poter pagare il 40% delle imposte dopo 12 anni e hanno avuto 18 mesi di esenzione. Ai cittadini dell'Aquila - ha aggiunto - una norma approvata con la fiducia in Parlamento impone di ricominciare a pagare le tasse ... dovute e gli arretrati delle tasse dal primo gennaio e rientrare in 24 mesi del 100%». Una situazione drammatica, ha detto Franceschini in cui «persone che non hanno più lavoro, imprese che non esistono più e non hanno la possibilità di farlo dovrebbero finanziare sostanzialmente da soli la ricostruzione».
Il sindaco dell'Aquila Massimo Cialente aveva parlato a tal proposito del «primo esempio di federalismo fiscale», dove i tributi finanziano direttamente la ricostruzione. «Contrariamente a quanto annunciato davanti alle telecamere - aveva commentato Franceschini - la situazione reale dei comuni coinvolti è questa».
Anche il canbdidato alla segreteria del Pd Bersani aveva attaccato in aula il governo sul punto: "Il titolo di oggi è che i terremotati che stanno sotto le tende pagano le tasse, e chi ha esportato illegalmente capitali all'estero no".
Franceschini: da noi sì alle coppie di fatto
Bisogna condividere il manifesto dei valori, il codice etico, il programma, i principi ispiratori del partito. In un partito si entra per costruirlo, non per demolirlo.» Con queste parole, Dario Franceschini spegne definitivamente i riflettori sul caso Grillo e volta pagina per presentare il suo Pd come una forza nuova e plurale. Per questo, sottolinea che anche se per vincere le prossime elezioni si costruiranno delle alleanze, non si tornerà alle coalizioni frammentate e litigiose di un tempo con le quali dopo aver vinto non si riusciva a governare perché mancava una reale coesione programmatica. In linea con queste dichiarazioni è anche Fassino che dichiara che il Pd di Franceschini sarà «privo di nostalgie del passato e ritorni all’indietro».
Il segretario uscente chiarisce anche la propria posizione sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto: «Quando si tratta del confine tra la libertà di ricerca e la tutela delle malattie, ci sono questioni su cui è bene ascoltarsi e trovare delle sintesi. Ma per quanto riguarda le coppie di fatto, esse non rientrano fra questi temi». In una giornata trascorsa a Udine in compagnia di Debora Serrachiani, Franceschini ci tiene a sottolineare che, anche se i parlamentari europei completeranno il loro mandato, «è normale e funzionale che chi ha un ruolo di partito dia anche più voce al suo partito a livello istituzionale», rivendicando così la scelta di candidare la stessa Serracchiani e Cofferati a segretari regionali.
Per spegnere le polemiche di chi paventa possibili fratture interne al Pd, Piero Fassino tranquillizza: «Si evoca un fantasma che non c’è. Non corrisponde al vero, né a intenzioni dei candidati, l’eventualità di scissioni e separazioni.
L’impegno della mozione Franceschini è per un dibattito sereno, fondato sulle idee e sul rispetto ... degli altri». Il messaggio è chiaro: la parola scissione «appartiene a un’altra epoca del paese» e il dibattito non deve essere leso da polemiche e conflittualità inutili.
Anche per questo motivo Fassino si è soffermato sulla possibile conferma a segretario regionale del sindaco di Bari Michele Emiliano, con il sostegno di tutte le mozioni nazionali. Secondo lui, infatti, sarebbe importante per il partito presentarsi «compatto e unito verso le elezioni regionali del 2010».
Dal canto suo, Pier Luigi Bersani è intervenuto sulla questione meridionale, prospettando «un Pd che sia autore di una riscossa veramente federalista, ma nazionale» e opponendosi quindi a un Partito del Sud. «L’attuale divario tra Nord e Sud – ha aggiunto – rischia di condurre a una separazione che sarebbe un danno enorme per il paese. Bisognerebbe quindi introdurre una politica diversa e portare al Sud più modernizzazione e meno burocrazia, più civismo e regole di mercato».
La marcia del cattolico libertino tra squillo, Vaticano e Padre Pio
Secondo il cinismo della cultura prevalente nel circuito di potere berlusconiano, il cattolicesimo italiano è sufficientemente adulto per saper distinguere fra i comportamenti personali, eventualmente deplorevoli, e la funzione pubblica praticata da un leader politico.
Quindi la prostituzione di regime messa in piedi a Palazzo Grazioli apparterrebbe a uno stile di vita "folk", da considerare con un sorriso di complicità. Si tratterebbe in questo senso di un tocco sovrano di eccentricità, il "Berlusconi's Touch", in cui il "presidente puttaniere", come il Sultano si è definito, costituisce un gustoso tratto personale, a cui anche i cattolici convenzionali guardano con una sottaciuta simpatia.
Sono bugie, finzioni, mitologie. È la cortina di menzogne che i principali collaboratori del presidente del consiglio, a cominciare dall'avvocato Ghedini, hanno cercato di alzare intorno al capo del governo. Una volta chiesero a Bettino Craxi, rifugiatosi a Hammamet, un giudizio su uno dei suoi numeri due, Giuliano Amato: "Un professionista a contratto", rispose con tutta la malevolenza possibile Craxi. Ora Berlusconi di professionisti a contratto ne ha molti. Ma il suo stile e le sue notti di fiaba sono difficilmente neutralizzabili dai professionisti al suo servizio: e non vengono stigmatizzate ieri soltanto dall'Observer ("un governo marcio") e dal Daily Telegraph ("premier libidinoso"): la stampa inglese mette in rilievo il tentativo berlusconiano di riguadagnare consenso nei confronti del mondo cattolico meno mondano e più tradizionale, per quel "popolo" ancora convinto delle verità contenute nel sesto e nel nono comandamento.
Ma non sarà il progetto di visitare il sacrario di Padre Pio a sanare la ferita, vera, che si è aperta nella psicologia del cattolicesimo qualunque. Per almeno due terzi dei cattolici italiani, abituati da decenni a trovare un'ancora nella Democrazia cristiana, Forza Italia e il Pdl erano rimasti una garanzia ideologica e "spirituale", anche contro nemici invisibili, "i comunisti" continuamente evocati dallo spirito quarantottesco del Cavaliere. Scoprire la vera qualità dei comportamenti del Capo è stato un trauma.
Perché un conto è conoscere l'impronta culturale delle tv berlusconiane, nate e cresciute cullando il consumismo, l'edonismo, il culto del corpo, tutti i totem di una religione alternativa al magistero della Chiesa, al massimo i cattolici vecchio stampo, di fronte allo spettacolo di centinaia di ... centimetri quadrati di epidermide, si vergognano un po', e si consolano con la versione ufficiale esibita in ogni occasione dai leader di Forza Italia: tutti specializzati nel manifestare un cattolicesimo conformista e pronti a ogni pratica da baciapile per assicurare la loro fedeltà, laica e devota insieme, alla gerarchia.
Per strappare il velo di questa ipocrisia, e rivelare l'insostenibilità di queste acrobazie fra la bigotteria e la spregiudicatezza politica, ci voleva qualche gesto vistoso. Non il pronunciamento di un settimanale assai critico verso il berlusconismo come "Famiglia cristiana" o di altri organi e personalità del cattolicesino conciliare, dossettiano e più meno di sinistra, Ci voleva l'intervento del quotidiano della Cei, "Avvenire", e del suo direttore Dino Boffo. Si può capirne l'importanza e lo spessore anche ex contrario, valutando il silenzio praticamente tombale (e non si tratta di ridicole tombe fenicie) con cui è stato accolto dall'informazione italiana. Boffo ha pubblicato tre lettere, in cui i lettori mettono in rilievo alcuni aspetti critici particolari. Il primo aspetto investe la "sfrontatezza" del premier e l'incongruenza tra vizi privati e pubbliche virtù. Subito dopo viene la critica alla riluttanza della gerarchia a prendere una posizione netta verso lo stile di vita di Berlusconi, cioè riguardo a "comportamenti improponibili per un uomo con due mogli, cinque figli, responsabilità pubbliche enormi e un'età ragguardevole".
Il direttore di "Avvenire" non si è tirato indietro. Il Berlusconi licenzioso induce a parlare di "desolazione". Esiste, anzi dovrebbe esistere, un a priori etico che ha valore prima delle strategie politiche e delle dichiarazioni formali, Il "sondaggismo", cioè il consenso volatile costruito dalle indagini demoscopiche ben orientate, non assolve nulla, Ecco, la fiducia che premierebbe comunque il buon cattolico, "il padre di famiglia", che ammette ridendo "non sono un santo" è un'invenzione della scaltrezza dei professionisti a contratto del giro berlusconiano.
In realtà c'è un'Italia cattolica sicuramente moderata ma forse non ancora istupidita dai giochi di prestigio dei maghi della destra. È un pezzo di società poco conosciuto, che non si fa sentire, difficilmente voterà a sinistra, ma è perfettamente in grado di togliere la fiducia a un leader politico, e di sgretolarne la base di compenso, Per questa base cattolica, il pellegrinaggio a Pietrelcina e nei luoghi di Padre Pio contiene una strumentalità talmente plateale da generare addirittura un'insofferenza ulteriore. Il paese, come scrive Boffo a proposito della sfasatura fra il Berlusconi politico e il Berlusconi più ludico, potrebbe sentirsi "raggirato".
Ebbene, la Chiesa è un organismo complesso, e la realtà cattolica non è identificabile con gli stereotipi. Forse in questa occasione i berluscones hanno scherzato troppo con un mondo che in genere conoscono poco, e che negli anni ha dovuto imparare a cambiare ripetutamente l'orientamento del proprio consenso. Il ritiro della fiducia avviene di solito in modo silenzioso. Questa volta potrebbe essere già cominciato, all'insaputa del mondo berlusconiano.
Parlare con la gente per costruire la nostra alternativa di governo
Un segnale forte di rinnovamento della politica: è quanto dobbiamo pretendere dal congresso del partito democratico. E rinnovamento della politica non vuol dire solamente avanzare l'ennesima proposta di sostegno a questo o quel settore certo, molto importante. Adesso siamo chiamati a fare una cosa più urgente: rinnovare noi stessi. Cambiare i nostri schemi, cambiare il nostro linguaggio, soprattutto lavorare sulle nostre idee e sulle nostre proposte. Abbiamo bisogno di ricreare la fiducia intorno al Pd, di ritrovare la credibilità necessaria per indicare un forte alternativa al disastroso governo delle destre. Quale modo migliore di questo? Quale modo migliore di far capire a tutti che siamo capaci di avere idee chiare, di compiere scelte nette, di parlare in modo semplice e quindi di rispettare gli impegni che questa semplicità ci impone? Per conquistare il pubblico ci vuole un'identità precisa, parole chiare, valori che arrivano dalla gente, metodi e comportamenti nuovi, promesse semplici, e un' azione politica che si preoccupo di mantenere quelle promesse. Il Pd non è un incidente di percorso. E' una scelta consapevole per il nostro futuro, la sola scommessa credibile per il futuro dell'Italia. Allora il punto non è tirare la coperta un po' più al centro o allungarla a sinistra. Il punto è presentare agli italiani un nuovo progetto. E' poi inutile insistere sulla retorica del ricambio, del rinnovamento. E' dannoso fare del giovanilismo. Nuove classi dirigenti e nuove leadership non si improvvisano né si creano guardando all'anagrafe. Nascono e si affermano nella battaglia delle idee, nella sfida culturale. Ne abbiamo bisogno per riportare al centro della discussione il senso migliore della politica: il confronto delle idee sulle cose da fare, per noi e per il paese. Una discussione che è fortemente necessaria in Umbria, abbandonando la logica di gruppi di persone fedeli, legate a dei nomi; proponendo un dibattito tra persone leali, che vogliono rilanciare il dibattito politico sulle proposte da fare a tutta la società umbra in vista delle prossime elezioni regionali. Può sembrare poco: invece, al punto in cui siamo, è moltissimo. E' il prezzo del nostro futuro politico. Un futuro a cui dobbiamo guardare con fiducia, che dobbiamo preparare riaffermando la centralità della persona. Partire dalle "persone" ha tre significati fondamentali. Valorizzare strumenti di partecipazione più diretta. Esaltare la loro forza - perché è evidente che il cambiamento sta già avvenendo, che non aspetta la politica o le grandi riforme, ... che si manifesta nei successi di tanti piccoli e grandi casi di innovazione che crescono.
Riconoscere la loro responsabilità, perché è innanzitutto sulle "gambe" delle persone che i cambiamenti veri viaggiano e non certo attraverso le leggi o le decisioni politiche. Dobbiamo poi accrescere, in maniera significativa, il grado di apertura dell'Italia e dell'Umbria. Apertura dei propri mercati e attrazione di investitori e di tecnologie. Ma anche apertura in senso più ampio alle idee, ai modelli culturali diversi; attrazione dei talenti da tutto il mondo; mobilità internazionale degli studenti, dei lavoratori, dei cittadini italiani e umbri di tutte le età.
Sono le grandi priorità della candidatura di Ignazio Marino alla segreteria del Pd; sono le ragioni che mi hanno spinto a sostenerlo. Per noi il politico non più quello che risolve i problemi mentre i propri concittadini rimangono seduti a guardarlo in televisione, ma è "solo" un leader, in grado di indicare un obiettivo collettivo, di mobilitare, entusiasmare. La nostra idea è, dunque, che il politico è "qui" "per noi", per darci la fiducia che si può cambiare. È definitivamente diverso rispetto al passato anche l'approccio alla coesione, all'eguaglianza. A nostro avviso, alla eguaglianza nei punti di arrivo va sostituita una sistematica ricerca di parità nelle situazioni di partenza. L'assenza di pari opportunità, assieme a deliberate politiche volte a privilegiare i già privilegiati e le varie corporazioni, ha creato una società diseguale, in cui le disparità di reddito crescono sempre di più, i ceti medi stanno scomparendo e fasce sempre più larghe della popolazione appaiono a rischio di esclusione. Dobbiamo costruire un nuovo modello, una nuova "società solidale" e la stessa flessibilità richiede - per essere socialmente accettabile - che a tutti vada assicurata una rete di sicurezza, un livello di reddito, di servizio compatibile con la dignità delle persone, con il loro diritto ad avere un'altra possibilità. Una rete che non può più essere delegata ad una famiglia italiana anch'essa fortemente cambiata, spesso in difficoltà. Ci servono costanza, impegno e creatività straordinari, dobbiamo mettere insieme le forze migliori dentro e fuori del Pd per trovare la ricetta giusta che porterà il nostro paese fuori dalla crisi. II progetto che con Ignazio Marino presentiamo è un punto di partenza. Le idee che lanciamo saranno arricchite con le idee e le esperienze di tutti coloro che vorranno partecipare alla campagna congressuale. Non vogliamo, a porte chiuse, parlare "della gente" ma in modo aperto parlare "con la gente" e con la gente costruire la nostra alternativa politica. Un metodo nuovo per una politica nuova. Che faccia entrare il nostro paese nella modernità.
Il rischio di passare per post-comunisti
Romano Prodi in un recente intervento ha disegnato la curva gaussiana dei nostri problemi nel rispetto del principio della distribuzione normale in statistica. Ha pertanto elencato i risultati di una serie di osservazioni ormai note. Il supporto di Bersani sul Messaggero era anch’esso scontato. Così come le critiche a Francesco Rutelli per l’ironico e veritiero articolo comparso su Europa. Tutto ciò rappresenta gran parte dell’esistente invecchiato, non prodromico delle innovazioni necessarie per dare una alternativa seria e credibile al paese.
Il fatto che la sinistra non sia maggioritaria nel nostro paese è addebitabile alla sua eterogeneità. La sinistra possibile è solo quella che ha accettato il socialismo liberale e riformista.
E che oggi è intrisa di valori azionisti tale da poter essere definita liberal. Altri prodotti non sono vendibili per soddisfare la maggioranza degli italiani. Il fallimento dell’Unione è lo specchio di questa realtà.
Il Pci, il Psi, il Psdi e il Pri erano, sommati, maggioranza nel paese ma in contrasto fra loro, per non ricordare altre romantiche per alcuni, inutili e dannose per altri, formazioni di sinistra, a partire dal Psiup. Formazioni di presunta sinistra perché inconsciamente alleate, sempre e comunque, della conservazione.
Conservazione che ha catturato e cattura i dubbi dell’elettorato moderato di fronte a paroloni incomprensibili, sostantivi superati dalla storia e proposte di variazioni improvvise e repentine della quotidianità. Se Giorgio Napolitano fosse diventato segretario del Pci nel ’72, se Enrico Berlinguer avesse accettato l’alleanza con Craxi (oggi anche Veltroni lo scopre come vero innovatore della sinistra italiana), se il Pci non fosse diventato Pds ma anche in Italia, e non solo in Europa, Partito socialista, oggi avremmo una sinistra riformista sicuramente maggioritaria nel paese. È vero, il Pd non può che essere un partito di centrosinistra: se vuole rappresentare solo la sinistra – spiegandoci poi cosa intende oggi per sinistra – parte ... dell’immaginario collettivo lo individua ancora fondamentalmente come post-comunista e quindi non affidabile per una gran parte del paese. Piaccia o non piaccia questa è la realtà con la quale noi progressisti veri dobbiamo confrontarci. Solo catturando l’attenzione degli astenuti, di quelli che hanno votato dall’altra parte e non sopportano le aberrazioni leghiste, e mantenendo quella dei nostri elettori, possiamo candidarci, così come siamo, alla guida del paese. Scrivendo un programma serio, possibile e riformatore che non impaurisca gli italiani, il risparmio, le piccole aziende, gli artigiani, il mondo del lavoro che vive quotidianamente solo del proprio fare. Questo non significa abdicare al progressismo, ma significa produrre soluzioni economiche compatibili con la cultura del paese e socialmente in progressione geometrica. Dando però alla gente il tempo per capire, per rendersi conto della necessità di fare scelte nell’interesse generale.
Per ottenere ciò la politica deve riprendersi il ruolo di centralità democratica del paese.
Questo in sostanza significa mettere la barra al centro. Fare le cose possibili in tempi brevi cercando di ridurre sempre più la disoccupazione, il precariato, il divario ricchezza povertà senza però spaventare tutti gli attori della vicenda economica del nostro paese. Nel rispetto del principio dei meriti e dei bisogni.
Il berlusconismo è fine a se stesso, utile all’interessato, alla sua corte dei miracoli, a un popolo sostanzialmente qualunquista che spera sempre in una riduzione non delle procedure ma delle regole necessarie in ogni paese civile, regole che però infastidiscono i sentimenti anarcoidi ed individualisti di gran parte del nostro paese. Le teste pensanti del Pdl lo sanno e già ipotizzano il nuovo. E per loro il nuovo, mettiamoci l’animo in pace, è e sarà il tentativo dell’espropriazione del campo progressista, in termini liberal e riformisti, dell’opposizione.
L’analisi di Rutelli e quindi le sue conclusioni sono obiettivamente un barrage fondamentale all’evoluzione del Pdl. E dovrebbero essere condivise, nell’interesse del paese, almeno da tutti coloro che, nel Pd, si definiscono liberal-democratici, socialisti riformisti e cattolici democratici. Anzi, da tutto il Pd, visto che doveva essere, per definizione, la sintesi dei cosiddetti riformismi italiani, senza spazio alcuno per integralismi politici e religiosi già superati dall’evoluzione intelligente dell’umanità.
Marino risponde alle polemiche create ad arte dal Foglio.
“Ieri ho presentato il mio programma per il congresso del PD con un discorso apprezzato in sala e da chi guardava e commentava sul web. Purtroppo alcuni giornali hanno preferito occuparsi di polemiche create ad arte.
Il Foglio di oggi pubblica una lettera di 7 anni fa dell’UPMC, il centro medico dell’Università di Pittsburgh (USA) per cui ho lavorato per anni e che, insieme alla Regione Siciliana, è stato tra i promotori del centro mediterraneo per i trapianti (ISMETT) di Palermo. All’ISMETT sono stato amministratore delegato e direttore dell’attività clinica dal 1997 al 2002. La lettera, secondo il Foglio, contesta alcune irregolarità amministrative, in particolare su rimborsi-spese per circa 5 mila euro, erroneamente presentati. Chiariamo subito un primo aspetto: quella lettera è una normale corrispondenza di fine collaborazione di lavoro. In un contesto come quello statunitense, dove valgono i principi di merito e responsabilità, è normale che i privilegi che si accompagnano ad un incarico cessino al termine dell’incarico stesso, e che questo avvenga anche attraverso comunicazioni formali. Tra l’altro a quella lettera ne è seguita una seconda, firmata dal mio avvocato, che rettifica in maniera sostanziale il contenuto della prima.
Quanto alla vicenda dei doppi rimborsi quello che il Foglio non dice è che fui io stesso ad accorgermi di alcune imprecisioni e a comunicarle all’amministrazione. Niente da nascondere. Nessuna polemica. L’occasione mi permette però di chiarire perché nel settembre del 2002 decisi di accettare la direzione del centro trapianti della “Thomas Jefferson University” di Philadelphia. La questione è semplice: ad un certo punto del mio lavoro a Palermo, quando il centro si avviava a festeggiare i primi cento trapianti eseguiti, dal 2001 iniziarono forti interferenze nella gestione amministrativa. Oppressive e continue richieste di favoritismi ... rendevano via via più difficile, e poi impossibile, la conduzione del Centro secondo criteri di trasparenza e merito.
Qualcuno forse ricorderà che ho dovuto rispondere personalmente in tribunale per l’esclusione dall’appalto per la costruzione dell’ospedale di una società risultata priva della necessaria documentazione antimafia. Ma ho continuato a lavorare, tra difficoltà crescenti e mantenendo la mia ferma volontà di fare il massimo per garantire all’Italia, e alla Sicilia, un centro di trapianti d’eccellenza.
Alla fine, dopo aver constatato che non vi erano più le condizioni per continuare, sono tornato a fare il mio lavoro di chirurgo negli Stati Uniti. Le ragioni di quella scelta sono le stesse che mi hanno portato oggi a candidarmi a guidare il Pd: non adeguarsi mai, ma portare in Italia regole, merito, responsabilità, trasparenza.”
lunedì 27 luglio 2009
Perché sto con Dario
Parto dalle fine. Scelgo Franceschini. O meglio: scommetto su Franceschini perché ritengo che la sua proposta congressuale tenga viva l’opzione del partito aperto ai cittadini in una prospettiva che, riprendendo di fatto l’ispirazione coalizionale ulivista, potrà dare forma compiuta al campo del centrosinistra in un sistema politico bipolare rafforzato da una legge elettorale maggioritaria che restituisca ai cittadini la scelta degli eletti e ne confermi il potere di decidere le maggioranze di governo. E’ una scelta che non mi è personalmente facile, dopo tutte le critiche rivolte alla leadership ed alla linea politica di Veltroni, ma che faccio, mosso dalla convinzione che solo concentrando il giudizio sulle proposte dei singoli candidati (prescindendo quindi dal “sentimento” di prossimità per la compagine dei sostenitori, variegata ed eterogenea in ogni campo) sia possibile superare la tentazione della rinuncia e partecipare alla discussione con intento costruttivo. E’ dunque in questo spirito di gratuità e di amicizia verso tutti i candidati che svolgo alcune riflessioni sul Pd, augurandomi che possano essere utili non solo a spiegare la mia scelta, ma che possano anche dare anche un contributo al dibattito congressuale.
Il Partito. Forma-partito e sistema politico non sono tutto, ma rinviano in modo significativo all’idea di repubblica che abbiamo. Questo nesso, pensato come un motore riformatore, mi sembra fondamentale. Io immagino un partito al servizio delle istituzioni democratiche della repubblica e non viceversa. Non una repubblica dei partiti, ma un partito della repubblica. Un partito per una repubblica con istituzioni forti e con poteri divisi e responsabili, a partire dai poteri legislativo ed esecutivo (guarderei agli Stanti Uniti). A questo, finora, abbiamo soltanto alluso. Il Pd dovrebbe avere più coraggio. Anche per questo la scelta della forma-partito è importante. Si è parlato molto male dello statuto. Certo, è un compromesso. A suo tempo ne criticai la natura “ibrida”. Tuttavia credo che oggi quello statuto vada difeso e applicato. Non mi sento quindi di aderire a proposte che non confermino la scelta del segretario da parte degli elettori e che non considerino sufficiente l’attuale riconoscimento agli iscritti di un ... diritto che già li distingue dagli elettori del partito su un punto qualificante, vale a dire l’elettorato passivo. Un partito degli iscritti, chiuso agli elettori, o strumentalmente aperto, nel senso di considerarli un pubblico da mobilitare per mettere in scena forme di partecipazione guidata, è filosofia che non condivido. Il tema delle primarie è quello della partecipazione-decidente che è altra cosa della rappresentazione-partecipante. Quindi: un partito aperto, degli iscritti e degli elettori. Ma anche un partito non correntizio, adottando misure che favoriscano la coesione politica delle proposte quale potrebbe essere una norma che non autorizzi che ad un candidato siano collegate più liste. Un partito flessibile, infine, capace di aprirsi ed allargarsi anche ad altre forze, o di fare alleanze, adattando i propri comportamenti e le proprie scelte ai sistemi elettorali con i quali si è di volta in volta costretti a misurarsi: che non vuole dire condividerli né rinunciare a battersi per modificarli. Vuole dire soltanto che non è il caso di giocare a basket con una montura da football americano.
Credibilità. Il deficit di credibilità del Pd come partito di governo è drammatico ed allarmante. Tutte le rilevazioni demoscopiche ci dicono che la destra è considerata più competente del nostro partito in tutte le questioni di maggiore rilievo per il governo del paese: dalla sicurezza all’immigrazione, dalla crisi economica alla disoccupazione. Perché? Scontiamo, credo, un doppio handicap: i. non abbiamo fatto un bilancio critico e condiviso della nostra esperienza di governo; ii. non abbiamo dato una spiegazione convincente del cortocircuito che si è creato tra costituzione del Pd, collasso dell’Unione e crisi del governo Prodi. L’idea che il governo potesse sopravvivere solo “scansando” la politica, così come quella che il partito potesse decollare solo distinguendosi dal governo hanno reso esplosiva una miscela già infiammabile che ci ha portato alla sconfitta elettorale con un campo di centrosinistra ridotto in macerie. Siamo stati giudicati non credibili come forza di governo. Una analisi equanime nel segno della verità è mancata ed è questa una delle ragioni delle difficoltà del partito e della sua crisi di credibilità. La controprova di quanto questo sia vero è a mio parere la debolezza delle proposte del partito di fronte alla crisi. Nulla impedisce al Pd di formulare proposte di rilievo, ma se ciò non avviene in modo convincente forse una parte della ragione è da ricercare nella acerba coesione programmatica che caratterizza il partito e che, ricordo per memoria, fu presente anche durante il governo dell’Unione quando le proposte divergenti che mettevano in difficoltà l’esecutivo provenivano dall’interno stesso dell’Ulivo (ds e dl) e non solo dalla cosiddetta “sinistra radicale” e dai centristi.
La crisi globale. L’inerzia e la minimizzazione sono le cifre del governo italiano nell’affrontare la crisi globale. E’ su quella crisi che dovrebbe essere dimensionata la proposta del Pd al paese. Una proposta che non può ignorarne la profondità né la specificità italiana. E’ nella diagnosi dei problemi del paese e nella risposta a questi problemi che il Pd trova la sua ragione di essere e la sua identità. Certo, in una cornice europea sarebbe meglio. Purtroppo l’Europa è cenerentola. Quella che c’è, è indispensabile. Quella che manca sembra irrealizzabile. Comunque non si può restare inerti. Ora nessuno vuole più eliminare il capitalismo, ma riformarlo sì. Quello italiano, poi! E’ una cosa che si potrebbe dire. Non è quello che sta facendo Obama, che ha affrontato la crisi con un ciclopico piano di risanamento, di trasformazione e di rilancio dell’economia americana delle dimensioni di circa la metà del Pil italiano? Non è quello che sta facendo Sarkozy che fa appello ai francesi perché la crisi sia affrontata con uno sforzo nazionale di tipo bellico e quindi progetta un grande prestito nazionale da dedicare alla costruzione del futuro? Dinanzi alla crisi globale il governo italiano è rimasto pressoché inerte. Eppure l’Italia è in condizioni assai gravi: il debito corre di nuovo verso il 120 per cento, le disuguaglianze sociali e territoriali crescono, il “grande” capitalismo privato italiano è fragile, come e più di sempre. Il Pd non dovrebbe sentire la responsablità di dire la verità al Paese e di proporre una terapia d’urto? In pochi punti, ma pesanti: misure straordinarie per la riduzione del debito; favorire - intanto con una seria diminuzione del carico fiscale e contributivo sul lavoro - una inversione di tendenza nella distribuzione della ricchezza a vantaggio del lavoro, dopo 30 anni di slittamenti a favore delle rendite e dei capitali; un piano di investimenti pubblici straordinari in istruzione, ricerca e infrastrutture. Poi le famiglie, la natalità, l’immigrazione di qualità… Ma queste proposte bisogna elaborarle e bisogna crederci. Bisogna che siano fatte proprie dal partito e che con convinzione diventino il progetto proposto dal Pd agli italiani. L’Italia non può continuare a scaricare i problemi sul futuro, rinviando di giorno in giorno e di anno in anno il momento in cui prendere di petto i problemi di fondo. Uno sforzo programmatico straordinario, con sedi di elaborazione, discussione e deliberazione adeguate, è la condizione necessaria, ancorché non sufficiente, perché il partito recuperi la credibilità perduta come forza di governo e come forza a cui gli italiani tornino a guardare con fiducia per avere una risposta ai problemi che li assillano. Si parta quindi dalle esperienze dei governi di centrosinistra, se ne faccia un bilancio, se ne individuino i limiti e se ne traggano gli insegnamenti del caso. Si rifletta sul rapporto tra misure adottate e programmi realizzati. Si rifletta sulla cultura amministrativa e sulla pubblica amministrazione. Spesso il governo italiano (indipendentemente da chi lo guida) è come un motore che gira al massimo, produce norme e decisioni in quantità (nonostante quello che si dice sulla lentezza del processo legislativo), ma la spinta non arriva alle ruote perché la frizione slitta e quindi il motore gira a vuoto. Questo della “frizione” che slitta sarebbe un tema maiuscolo. Mi rendo conto che queste sono questioni che vanno oltre questo congresso, ma si può intanto cominciare ad impostarle.
Vocazione ulivista. Non dovrebbero esservi dubbi sul fatto che il Pd si consideri la forza centrale e determinante del campo di centrosinistra e che in quanto tale punti a costruire intorno a sé un’alleanza alternativa alla destra, in grado di conquistare la maggioranza degli elettori e di proporre il proprio leader alla guida del governo. E’ così che io interpreto la “vocazione maggioritaria” del Pd, locuzione sommamente equivoca che andrebbe utilmente soppressa dal vocabolario del partito. Perché delle due l’una: o la vocazione maggioritaria è un’ovvietà o è una velleità. Ovvietà se significa che il Pd si concepisce come la forza maggiore del centrosinistra e che punta a conquistare la maggioranza tenendo conto delle condizioni date dalla legge elettorale vigente e quindi formando una coalizione programmaticamente coesa (che è anche quello che si cercò di fare nel 2006). Invece, nel suo primo scorcio di vita, il Pd ha praticato la “vocazione maggioritaria” in modo velleitario, sopravvalutando la propria forza, ignorando i vincoli della legge elettorale, alludendo all’autosufficienza e perseguendo lo spericolato progetto di distinguere la propria sorte da quella del governo e della coalizione. Il risultato di questa strategia di “discontinuità” e “nuova stagione” è stata la sconfitta dell’aprile 2008. Vorrei dirlo senza animosità: in una gara a due, arrivare secondi è una sconfitta e non è una mezza vittoria. Ho sempre sostenuto che il Pd si sarebbe avvantaggiato da una lotta aperta per il governo e per la coalizione perché, anche quando il governo fosse caduto, il Pd avrebbe potuto presentarsi agli elettori con l’orgoglio dello sforzo compiuto ed insieme agli alleati che avessero voluto continuare a concorrere al governo anziché cercare una scorciatoia che non poteva non apparire agli elettori come una “diserzione” ed una “fuga dalla responsabilità”. E’ quello lo “spirito del lingotto” che non solo non rimpiango ma che ritengo debba essere consapevolmente superato e abbandonato. Il Pd ha pagato questa linea e sta tuttora pagando per non avere affrontato in modo autocritico le conseguenze di questa linea. Questo l’ho sempre detto. Ora vorrei aggiungere, per senso di equilibrio, che la responsabilità di quanto accaduto non fu però soltanto della costituenda leadership del Pd. A favorire il cortocircuito ci fu anche un deficit politico nel governo, del quale facevano parte con ruoli determinanti le più eminenti personalità del partito. Vocazione maggioritaria non può dunque considerasi alternativa ad alleanza, ma va intesa come “guida ulivista” alle alleanze. Nel senso che la coalizione deve reggersi su due requisiti: i.un forte patto politico e programmatico (che la renda tendenzialmente irreversibile); ii. unità davanti agli elettori che decidono il governo. Per dirla in chiaro: il prezzo di un’eventuale alleanza politica nazionale con l’Udc non può essere lo scambio della strategia bipolare e maggioritaria con quella proporzionale e multipolare. Sarebbe interesse esistenziale del Pd, di un Pd che si consideri partito “aperto”, in grado di “essere” tendenzialmente l’intera coalizione, fare ogni sforzo per un sistema elettorale maggioritario con collegio uninominale ad uno o due turni.
Andare avanti. Si dice, non tornare indietro. Condivido. Non è nel segno della nostalgia che costruiremo il futuro. Ma per non tornare indietro bisogno andare avanti e per andare avanti bisogna riconoscere, per non ripeterli, gli errori del passato. C’è un errore capitale che non dobbiamo ripetere: concepire le primarie costituenti del Pd come un plebiscito, cioè avere fatto le primarie senza crederci. Tantissimi – quasi tutti - sono stati bravissimi a nascondersi dietro Veltroni, a lasciarlo andare avanti e poi a lasciarlo solo, a dissentire tacitamente e a non sfidarlo apertamente, preferendo dare vita, a fianco ad un vertice formalmente onnipotente, a correnti stra-potenti e lasciando convivere concezioni diverse del partito, del sistema politico e dell’asse programmatico su cui caratterizzare il Pd. Quindi, eccoci di nuovo al punto di partenza. No, non si tratta di “fondare” ora il Pd. Il Pd è già stato fondato. Si tratta di confermare quella scelta o di revocarla. Si tratta di fare scelte rinviate e negate. Si tratta di cambiare metodo. Si tratta di cominciare ad ascoltarsi. Si tratta di superare la cultura unanimistica che nasconde le differenze con patti opachi anziché assumerle come fondamento dialogico della esistenza del partito, base della coesione che nasce dall’ascolto e dalla sintesi.
Personale. In questi due anni di battaglie minoritarie aspre e anche di rotture dolorose ho dovuto decidere se accettare la politica anche come rinuncia e compromesso nella logica di scegliere la minore distanza o ciò che è meno lontano dal bene. In qualche modo, vale anche per il partito. E qui torno alla scelta dichiarata all’inizio. Con un’aggiunta. Dovendo scegliere tra un partito i cui tratti distintivi siano la creatività e la libertà ed uno in cui l’accento sia posto sulla disciplina e l’obbedienza, francamente sceglierei il primo. Insomma, vorrei continuare ad essere libero e a dire quello che penso, augurandomi che il Pd, nel suo modo di essere, sappia contraddire l’analisi spietata di Simone Weil (1909-43), che in un tempo tragico e lontano, ancorchè non remoto, definì i partiti politici “organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia”. Programma ambizioso, mi rendo conto. Ma vale la pena di provarci.
Cinque domande a Bersani
Concordo con chi, di fronte al futuro del Pd e al suo congresso, sottolinea una questione di bussola e una carenza di contenuti strategici. Alla base ci sta soprattutto l’inquietudine politica di chi intensamente ha creduto e operato per il partito nuovo, quello mai esistito in Italia, quello di cui l’Italia ha bisogno: un partito riformatore, liberale, popolare.
Il Pd non lo è, o non lo è ancora. Si può motivatamente aggiungere che all’Italia manca anche un partito liberal-conservatore.
Il Pdl non lo è, o non lo è ancora. Non è del resto chiaro se l’Italia voglia resistere ancora al bipolarismo o imboccare la più diffusa via occidentale della alternanza, nelle sue diverse opzioni. In realtà forti sono in Italia le impronte del multipolarismo. Si tratta di problemi interconnessi, storie distinte ma collegate, alimentate da provenienze culturali e politiche diverse nella storia d’Italia, che ora tuttavia debbono, indistintamente da destra a sinistra, misurarsi sulla capacità di interpretare e dar rappresentanza alla società nuova, ben diversa dalle lontane pur importanti derivazioni storiche. È questo, per parte sua, il tema di fondo del Partito democratico. Del possibile partito riformatore, liberale, popolare. Le delusioni sono state cocenti. Chi più ha creduto nel partito della terza via italiana è stato scottato assai di più di quanti lo hanno vissuto con scetticismo. È possibile un ricominciamento? Gli interrogativi sono enormi e le questioni di fondo assai esigenti. Del resto credo sia difficilmente contestabile la necessità per il paese di un polo riformatore, sia nella ipotesi bipolare, sia nella ipotesi tedesca del “multipolarismo governante”. La questione quindi del Partito democratico è oggettivamente in campo in termini ampi di sistema politico. In quest’ottica di ricerca di una via, pongo alcune questioni a Pierluigi Bersani. Mi si potrà chiedere perché non anche a Fanceschini. È semplice: perché Franceschini le ha già affrontate e ha già fallito. La prima questione che sottopongo a Bersani è questa: la identità culturale distintiva e riconoscibile, che oggi non c’è. Franceschini e altri zelanti dirigenti hanno imposto il ticket a Veltroni, che ne faceva tranquillamente a meno; avevano già messo in un angolo nel suo ultimo congresso l’esperienza più avanzata verso il Pd, la Margherita; e scelsero l’illusione di rappresentare nel Pd i cattolici popolari. Cioè dando dall’inizio vita alla nefasta correntizzazione interna per culture politiche di derivazione storica differente. Anziché dare alla cultura cattolico democratica la naturale forza del lievito per l’insieme, preferì l’ardire della rappresentanza cattolica interna al Pd. Più il quanto di potere che non la qualità della sintesi nuova. Già allora con molti altri scelsi la compagnia di Rutelli, Cacciari, Penati, appunto per un passo più pertinente.
Bersani vuol scassare questo residuato bellico delle appartenenze schematiche e andare avanti sulla strada del “partito nuovo”? Finalmente verso una nuova sintesi identitaria? Se farà ... così, farà una cosa buona e giusta. In questa prospettiva, chi vorrà, potrà dirgli sì direttamente. Non attraverso interposta cultura. Ognuno, in un partito culturalmente e politicamente “nuovo” a identità chiara, dovrebbe essere alfiere di se stesso e valutare nella rappresentanza di vertice la sintesi complessiva.
Questo tema della nuova sintesi identitaria, che ancora non c’è, è legato a una seconda questione: il partito democratico nel centrosinistra europeo a fronte delle macerie oggettive del socialismo in Europa su piena scala; anche nella versione della grande stagione del New Labour. Su questo tema non si possono dire le solite, stucchevoli litanie che si son sentite sinora. Bisogna dare originalità a una presenza europea liberal riformatrice. Terza questione, il programma economico e sociale. Bersani ha dimostrato di saperla affrontare con grande modernità di cultura e di atti. Una economia di mercato che abbia la completezza nella moderna concezione della cultura di coesione sociale e di innovazione. In particolare ha dimostrato di vivere con profondità la tipicità italiana delle diversità territoriali, delle autonomie, dei distretti della produzione, della tecnologia avanzata, della cultura e dell’arte. Vi è conseguentemente una quarta questione, che a mio avviso Bersani deve affrontare in termini più attuali: il partito aperto in una società apertissima. Vanno accantonate le controversie leggere partito leggero/partito pesante; liquido, fluido, denso, sintetico, profumato, ecc. Un partito di oggi non può ragionare con la sintassi di ieri. Non c’è santo che tenga. Un partito deve “aderire” e “rappresentare” questo mondo non una sua immaginazione. A Veltroni gliel’hanno sciupata la proposta, ma in molti punti aveva, su questo e su altro, una parte di ragione. Non va dispersa, in questo e in altro, la parte di buono e lungimirante che vi era all’inizio e che i documenti della Assemblea costituente avevano fissato.
O va tutto al macero? Credo che Bersani non lo possa né voglia fare. Gli iscritti, i militanti, la capillarità … possiamo aggiornarci? Possiamo tradurre e declinare in altro modo? La ventata delle prime primarie non è un patrimonio? Era solo una necessità del momento? Se “pesante” è una parola pertinente, il partito nuovo può essere anche … “pesantissimo”.
Se questo significa capacità di aderenza e di rappresentanza nella società nuova, ok, è cosa buona e giusta. Se no, no. Si continuerà a perdere perché si vive fuori dal mondo reale.
Ultima questione, la coalizione giusta, anch’essa strettamente legata al tema partito nuovo-identità culturale visibilesocietà contemporanea- società aperta-mercati totali-squilibrii epocali. Non esiste la coalizione giusta in natura, bensì la coalizione naturale per ciò che il partito ha già dentro di sé. Non è un partito alleato che ti fa buono. È la tua propensione culturale e politica che ti dà l’alleanza pertinente. Pertinente alle questioni qui poste e sintetizzate.
Perché dirsi di sinistra, con Bobbio e Ciampi
Perché la parola sinistra dovrebbe evocare di per sé il massimalismo, il minoritarismo, la rassicurazione e il bisogno d’identità? Anche io come Francesco Rutelli non amo la toponomastica, pertanto, preferisco dire che il Pd è la nuova casa riformista, o, per usare una efficace espressione di Bersani «il partito del nuovo secolo, il partito nuovo che ha 150 anni di storia». Dobbiamo imparare a chiamare il Pd “semplicemente democratico”.
Sono d’accordo, ma il semplicemente democratico non è un già dato, bensì l’inizio di un nuovo cammino. Non solo perché contano le storie e le biografie personali ma per la storia del nostro paese e dell’Europa.
Dove la componente fondamentale e più consistente del riformismo si è identificata nella tradizione socialdemocratica e in quella del cattolicesimo democratico. Se personalità come Tommaso Padoa-Schioppa e il presidente Carlo Azeglio Ciampi identificano il Pd con la sinistra non lo fanno certo per faziosità o spirito polemico, bensì riflettono questo dato storico. D’altra parte uno dei padri fondatori del riformismo, Norberto Bobbio, nel suo celebre libro “destra – sinistra” pone una questione di straordinaria attualità: la dialettica fondamentale e in qualche modo ineliminabile che attraversa l’umanità è quella tra uguaglianza e disuguaglianza e dunque tra destra e sinistra.
«L’uomo di sinistra è colui che considera ciò che gli uomini hanno in comune fra loro piuttosto che quello che li divide; per l’uomo di destra, al contrario, ciò che li differenzia l’uno dall’altro è anche politicamente più rilevante di quello che li unisce. La differenza tra destra e sinistra si rivela in ciò che per la prima l’eguaglianza è la regola e la disuguaglianza l’eccezione ….. la sinistra non solo non ha concluso il suo cammino ma lo ha appena incominciato».
Compito del Pd è quello di costruire una nuova tradizione, un nuovo pensiero a partire dalle sfide che abbiamo di fronte: l’impoverimento della democrazia, il peso delle diseguaglianze, la questione ambientale, la necessità di ridefinire la dignità della persona. Ci sono nuovi serbatoi di ... pensiero a cui attingere e non solo quelli depositati dalle tradizioni culturali.
Ma, questi ultimi esistono e sono anche preziosi. Nominarli, riconoscerli non è in contraddizione con la fatica di costruire il nuovo.
Nominare la sinistra, ad esempio, significa nominare il suo valore costitutivo, l’eguaglianza che è oggi la sfida più impegnativa per promuovere la crescita, lo sviluppo e la sicurezza in ogni parte del mondo. Da questo punto di vista dovremmo tutti dirci di sinistra perché tutti nel Pd dovremmo sentire l’urgenza e la priorità della lotta alle povertà e alle diseguaglianze più dure. Così come dovremmo un po’ tutti dirci cattolici per nominare la pregnanza che ha oggi il valore della persona umana che è il portato più autentico della tradizione del cattolicesimo democratico. Valori, eguaglianza e dignità della persona, che non casualmente costituiscono il fondamento della nostra Costituzione.
Nel definire il Pd un partito anche di sinistra c’è, inoltre, la consapevolezza che la sinistra non è solo la storia dei suoi partiti ma anche di realtà sociali, di movimenti, di pratiche che sono stati e sono importanti nel nostro paese. Perché la sinistra è sempre stata plurale. È stata sinistra cattolica, cristiana, ecologista, femminista. Nel voler dire che il Pd è anche di sinistra vi è, inoltre, la risposta polemica ad una tesi che esiste nel Pd. Quella secondo cui il Pd deve definirsi anticomunista, emanciparsi cioè da una storia che sarebbe stata di connivenza con il totalitarismo sovietico e soprattutto sarebbe stata d’impedimento al pieno sviluppo della democrazia italiana.
Sarebbe stata la ragione per cui per emanciparsi gli eredi del Pci avrebbero dovuto delegare per governare il paese la leadership a personalità di centro e del cattolicesimo democratico.
Questa tesi non è accettabile perché non vera. Come ha riconosciuto Dario Franceschini nel suo ricordo di Enrico Berlinguer il Pci è stato una forza riformista e un cardine della democrazia. L’evoluzione dal Pci-Pds-Ds è stato un progetto consapevole che ha visto protagonista il gruppo dirigente proveniente dal Pci.
Questa operazione politica e culturale è stata al servizio della democrazia italiana perché è grazie ad essa, in modo particolare, se oggi tutte le componenti riformiste dell’Italia si possono ricomporre e pensare insieme un progetto nuovo.
Dire che il Pd è anche di sinistra riconduce, poi, a un’altra questione di fondo: il nostro assetto democratico e la qualità della nostra democrazia. Io credo che il Pd non possa accontentarsi di una democrazia che promuova l’alternanza di governo sulla base di un’alternativa programmatica ma debba avere l’ambizione di cambiare la nostra società. I suoi assetti di potere, le sue ingiustizie, la sua cultura.
Che l’Italia non debba combattere solo la politica di Berlusconi, ma anche il berlusconismo come senso comune e sistema di valori.
La politica del Pd deve allora avere l’ambizione di cambiare le cose, di promuovere una battaglia culturale e sociale. Questo è il senso di un partito radicato nella società. Non solo far contare gli scritti ma costruire una “potenza” di idee e di passione politica che coinvolga in modo molecolare la società e la trasformi. Che faccia diventare protagonista chi oggi è subalterno o escluso. Avendo ben presente che gli esclusi dalla democrazia oggi sono le forze cruciali della società come le donne, i giovani, gli adolescenti, i bambini, gli immigrati.
Far diventare protagonisti i subalterni, far contare gli esclusi, rompere le catene della marginalità sociale è una straordinaria eredità della sinistra.
Nominarla vuol dire non solo avere memoria e tanto meno nostalgia ma la forza per essere lucidi nell’individuare i compiti dell’oggi e nel fare le scelte giuste.
Chi ha visto i 35 miliardi sperperati dal Tesoro?
Sono molti, anzi moltissimi gli italiani che di fronte allo scandalo Berlusconi (non saprei chiamarlo altrimenti) rispondono: "A noi non importano i suoi vizi, privati o pubblici che siano; a noi importa che governi bene nell'interesse del paese e dei cittadini". Si può non essere d'accordo su questo modo di ragionare che reputa la coerenza morale come un "optional" al quale un personaggio pubblico può sottrarsi.
Ma adattiamoci a questa diffusa indifferenza morale e seguiamo pure quel modo di ragionare: sta governando bene? Poniamoci solo questa domanda e cerchiamo di rispondervi con fatti e cifre.
Il governo ha varato un nuovo decreto legge per contenere la crisi e ha presentato il bilancio di un anno e mezzo di attività. Possediamo dunque tutti i dati per rispondere e non sono dati controversi perché è lo stesso governo a fornirceli. Il deficit è arrivato al 5,2 ed è molto probabile che salga ancora. In parte questo pessimo risultato è dovuto a cause internazionali ma in altra parte è dovuto a cause esclusivamente interne e cioè all'andamento della spesa pubblica e delle entrate.
La spesa è aumentata in un anno del 4,9 per cento. In cifre assolute si tratta di 35 miliardi di euro. Stiamo parlando di spesa corrente della Pubblica amministrazione. Come è stato possibile uno sfondamento di queste dimensioni che equivale ad una pesantissima manovra finanziaria?
Voglio citare il commento che di questo sfondamento sorprendente ha fatto Romano Prodi in un articolo pubblicato sul "Messaggero" di mercoledì scorso: "Questo dato mette in evidenza una non prevista espansione della spesa ordinaria della pubblica amministrazione di fronte ad una preoccupante caduta degli investimenti. Tutto questo in presenza di una diminuzione del peso degli interessi sul debito pubblico per effetto della caduta dei tassi sui mercati internazionali. Davvero viene da pensare che qualche "fannullone" si sia dimenticato di esercitare il proprio compito di contenere la spesa corrente e indirizzarla invece verso gli investimenti necessari per sostenere lo sviluppo futuro del paese".
Io capisco che il nostro premier non voglia rispondere sulle veline, sulle "escort" e sul processo Mills. Ma qui stiamo ponendo a lui e al suo ministro dell'Economia una domanda di ... tutt'altra natura: che ne avete fatto di quei 35 miliardi di maggiori spese in un anno di vacche magrissime? In teoria ci potreste rispondere che quei miliardi li avete usati per "stimolare" l'economia. Invece no, neppure quello avete fatto. I denari freschi per stimolare o sostenere l'economia ammontano in tutto e per tutto in 3 miliardi, pari allo 0,2 per cento del prodotto nazionale lordo in confronto con il 3 per cento che è la media dei paesi Ocse. Dieci volte meno di tutti gli altri. Allora ripeto: che cosa ne avete fatto di quei 35 miliardi?
Altre domande non meno stringenti potrebbero esser fatte. Per esempio sul piano-casa che prevede centomila alloggi per famiglie con basso reddito. I progetti saranno certificati da un professionista di fiducia del committente. Sono veramente necessarie queste case, con le quali il territorio sarà definitivamente devastato mentre esiste una quantità di case sfitte per le quali non c'è domanda di mercato? Un altro esempio riguarda la messa sotto schiaffo (nel decreto approvato venerdì dalla Camera) della Corte dei conti che il governo sta riducendo a un simulacro manomettendo i suoi poteri di controllo sulla pubblica amministrazione.
Chi è il "fannullone operoso" che stravolge dall'interno il sistema delle garanzie dilapidando risorse al punto che bisognerebbe segnalarlo al ministro Brunetta per le opportune sanzioni?
Può darsi che i molti che se ne infischiano delle veline, delle "escort" e del processo Mills se ne freghino anche della dilapidazione delle pubbliche risorse se non sono loro ad esserne toccati e anzi se per caso ne sono addirittura beneficiati. La comunità nazionale affonda ma i molti che appartengono alla vasta cerchia clientelare ne godono. Il rampante Tarantini è solo uno dei tanti e fa il nababbo tra la sua fattoria pugliese e la villa di Porto Cervo in prossimità di Villa Certosa. Non saranno certo lui e i tanti come lui a preoccuparsi del "fannullone" che sperpera a Roma.
Però non c'è solo questo, il catalogo è lungo. Adesso faremo parlare Mario Draghi, governatore "pro tempore" della Banca d'Italia fino a quando i "fannulloni" non lo sbatteranno fuori perché sta diventando troppo ingombrante. Parlando mercoledì scorso davanti alle competenti commissioni parlamentari il governatore ha sollevato un tema del quale finora sono in pochi ad essersi accorti nell'ambito delle istituzioni e quei pochi si sono ben guardati di renderlo oggetto di pubblico dibattito: l'usura nelle sue più varie forme, la penetrazione della mafia, della camorra e della 'ndrangheta nel tessuto imprenditoriale, specialmente nel settore delle aziende medio-piccole e piccole che hanno poca capacità di resistere alla crisi.
Draghi ha lanciato un allarme rosso su questo fenomeno che sta penetrando massicciamente nel tessuto produttivo non solo sotto forma di racket o di prestiti usurari, ma anche di acquisto di aziende che non sono più in grado di sostenersi e che vengono utilizzate dalla criminalità come preziose stazioni di riciclaggio per capitali accumulati con il commercio della droga, gli appalti di favore e l'usura vera e propria. Interrogato sull'efficacia dei controlli per impedire l'estendersi del fenomeno, il governatore ha detto a chiare lettere che i controlli esistenti sono assai poco efficaci e andrebbero rapidamente revisionati.
Interrogato anche sullo scudo fiscale (che verrà istituito con il decreto in corso di approvazione parlamentare) e sui suoi probabili effetti negativi sul riciclaggio di capitali, il governatore, molto prudente nel pronunciarsi su una legge in corso di approvazione, ha tuttavia manifestato un aperto scetticismo sui controlli che lo scudo prevede per impedire il riciclaggio di capitali mafiosi. Ha osservato che in altri paesi che hanno fatto ricorso in questi mesi a provvedimenti analoghi non è stato concesso l'anonimato a chi decide di far rientrare capitali, non sono state abbonate le tasse evase ed è stata prevista una rigorosa certificazione sull'origine dei predetti capitali. Nulla di simile è contenuto nella normativa predisposta nel decreto, sicché il rischio che capitali di origine criminale rientrino in Italia beneficiando per di più della robusta sanatoria che il decreto prevede, è ampiamente incombente.
All'allarme di Draghi si sono associate le parti sociali e in particolare la Confindustria, i commercianti, gli artigiani e l'associazione bancaria Abi. Ma le questioni sollevate dal governatore non si limitavano all'usura e al riciclaggio. Riguardavano anche le norme previste nel decreto sulle banche. Si è infatti scoperto che alcuni articoli della legge imponevano alle banche misure molto pesanti che rischiavano di incepparne seriamente il funzionamento. Il governo (i soliti "fannulloni") non se ne erano evidentemente resi conto, ma sotto le energiche proteste dell'Abi e della stessa Confindustria, ha deciso di annullare quelle disposizioni rinviando di 48 ore il voto di fiducia. Intanto si è saputo che le "sofferenze" bancarie, cioè i crediti che i debitori non sono più in grado di restituire, sono aumentate in questi mesi del 125 per cento rispetto al periodo precedente e tutto fa prevedere che continueranno ad aumentare con ritmi ancor più intensi. La conseguenza inevitabile è una valutazione ancor più rigorosa del merito del credito, specie nel settore delle imprese medio-piccole, le più bisognose di sostegno.
Parole che direi definitive sono state dette in proposito dall'amministratore delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, nell'intervista pubblicata venerdì sul nostro giornale. La fonte è insospettabile per oggettività politica e prudenza di giudizi: Passera è il banchiere che ha voluto e finanziato la nuova Alitalia, così come aveva voluto e finanziato la nuova Telecom senza più il controllo di Tronchetti Provera. Ed è quello stesso banchiere che ha già stipulato con Confindustria il finanziamento delle Pmi con una linea di credito complessiva di 500 miliardi di euro. Ed ecco il suo giudizio sulla situazione e su ciò che ci aspetta a partire dal prossimo settembre. "Oggi produzione, fatturato interno, export e investimenti sono tutti in drammatico calo. Ciò che è stato fatto finora è nella direzione corretta, ma affinché queste misure abbiano effetto ci vuole molto di più di fronte ad una recessione di tale gravità. L'Italia ha ritardi infrastrutturali gravissimi. L'efficienza del sistema-paese è il nostro vincolo più grave e poi lo scarso dinamismo della società che viene da fattori che ci vedono in fondo a tutte le classifiche mondiali: mobilità, meritocrazia, capacità decisionale. Qui c'è il nostro problema maggiore che logora non solo l'economia ma anche la democrazia".
Più prudente ma più chiaro e più sincero di così...! La Lega punta sul federalismo ed ha la capacità politica di imporlo a Berlusconi. La Lega è in grado di ricattare politicamente Berlusconi così come una qualunque "escort" è e sarà in grado di fare su tutt'altro piano. Tra i due tipi di ricatto, così diversi tra loro, c'è tuttavia un nesso evidente che dimostra appunto la ricattabilità del premier.
Le conseguenze sul piano della governabilità sono sotto gli occhi di tutti. I dati e i giudizi sopra riportati sono anch'essi sotto gli occhi di tutti e c'è anche sotto gli occhi di tutti la necessità di quello che Corrado Passera ha chiamato uno "shock positivo", cioè un'immediata politica di rilancio che contenga la gravissima recessione che non sta affatto alle nostre spalle ma davanti a noi. Se lo shock positivo non ci sarà - e non c'è alcun segno che possa arrivare in tempo utile - avremo uno shock negativo che un paese economicamente prostrato e politicamente imbambolito non è in grado di fronteggiare.
Il premier e i suoi sodali del partito guidato dall'avvocato Ghedini non sembrano rendersene conto e daranno priorità ad una dissennata riforma della giustizia che provocherà una traumatica torsione istituzionale. La Lega dal canto suo vorrà portare a casa quanto più potrà di federalismo e di barriere anti-immigrazione e soprattutto anti-integrazione.
Sono due mine vaganti ad altissimo contenuto esplosivo e questo spiega le preoccupazioni del presidente della Repubblica e nell'ambito del centrodestra del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Occorrerebbe arrestare qui ed ora questa deriva. Non è un complotto politico né un catastrofismo perverso e infondato, ma una lucida visione dei fatti. L'esito è nelle mani degli italiani se sapranno essere all'altezza del compito.
Il Paese delle leghe e la nazione impossibile
Esiste l'Italia? E, soprattutto, è una nazione? È una questione vecchia quanto l'Italia. Tornata attuale all'avvicinarsi del 2011, anniversario dei 150 anni dell'Unità d'Italia. Carlo Azeglio Ciampi, non a caso, ha minacciato di lasciare il Comitato per le celebrazioni, "se non cambia nulla". Se, cioè, non viene colmato - o almeno nascosto - il "vuoto di idee" in merito, denunciato da Ernesto Galli della Loggia.
Ciampi, d'altronde, aveva restituito dignità al 2 giugno, festa della Repubblica. Ha valorizzato un'idea dell'Italia come "nazione di città e di regioni". Dove la molteplicità e le differenze sono un elemento di unità. Un distintivo. Il che significava dare cittadinanza anche alla Lega e alle sue rivendicazioni "riformiste".
Anzitutto il federalismo. Nel corso della prima metà degli anni Novanta, d'altronde, la minaccia della secessione del Nord, lanciata dalla Lega, aveva reso esplicita la questione: che succede "se cessiamo di essere una nazione?" (titolo di un noto saggio Gian Enrico Rusconi del 1993). Favorendo, per reazione, un ritorno prepotente dell'identità nazionale (certificata da numerosi sondaggi). Oltre 15 anni dopo, la questione riappare. Molto meno lacerante, però. E per questo più preoccupante. La nazione. Fondata su un comune nucleo civico. Un'identità condivisa. Non suscita grande passione. Semmai, vi sono segnali che vanno in senso diverso e divergente.
Anzitutto, gli orientamenti dei cittadini in questo senso, si sono raffreddati sensibilmente. All'inizio del 2000 (indagine LaPolis-liMes), l'Italia costituiva uno dei due principali riferimenti dell'appartenenza territoriale per il 42% delle persone. Alla fine del 2008 per il 35%. Oltre 8 punti in meno. Nello stesso periodo, però, si è ridimensionato anche l'attaccamento per le città ... (dal 41 al 26 %) e le regioni (dal 34 al 23%).
Mentre è cresciuta, soprattutto, l'identificazione nelle macroregioni. In particolare, nel Nord. Era espressa dal 9% dei cittadini nel 2000, oggi dal 14%. Che però sale al 26% fra i cittadini del Nord "padano" (senza l'Emilia Romagna). In altri termini, l'Italia non riesce più a tenere insieme i diversi pezzi di questo paese. Dove, anzi, si riaprono le fratture antiche. Prima fra tutte: fra Nord e Sud. Negli ultimi 3 anni, infatti, la quota degli italiani che esprime "distacco" nei confronti del Nord o del Sud sale, infatti, dal 20 al 31% (indagini LaPolis-liMes). Segno di un reciproco risentimento, che cresce vistosamente. Oggi il 26% di coloro che risiedono nel Nord "padano" e il 20% di chi abita nelle regione "rosse" (oggi "rosa") dichiara la propria "distanza" dal Mezzogiorno. Viceversa, il 29% dei cittadini del Mezzogiorno si dice lontano dal Nord.
Ancora: oltre un terzo dei cittadini del Nord (più del 40% nel Nord-Est) ma anche delle regioni "rosse" del Centro ritiene che il Mezzogiorno sia "un peso per lo sviluppo del paese".
La divisione fra Nord e Sud, mai risolta, oggi appare una frattura. Resa più drammatica dalla crisi economica e finanziaria, che alimenta il conflitto fra interessi territoriali. Divenuti, a loro volta, argomento di consenso e antagonismo politico. I partiti della prima Repubblica erano anch'essi federazioni di interessi e di comitati territoriali. La DC ma anche il PCI. Tuttavia le differenze e le domande locali erano integrate e mediate all'interno del partito su base nazionale.
Oggi, invece, le forze politiche usano sempre più spesso il riferimento territoriale come un'arma di lotta politica. Nel Nord, ovviamente, la Lega. Ma anche i governatori del PdL. Nel Sud, l'MpA guidato da Raffaele Lombardo, in nome degli interessi della Sicilia ha rotto l'alleanza con il PdL. Mentre Bassolino propone apertamente un nuovo "movimento del Sud". E altri governatori di Centrosinistra, come il presidente della Puglia, Nichi Vendola, polemizzano apertamente con il governo "nordista", guidato dall'asse padano Bossi-Tremonti.
D'altra parte, il risultato del PdL e Berlusconi, a livello nazionale, come si è visto alle recenti elezioni europee, dipende sempre più dalle alleanze "territoriali". Al Nord con la Lega, al Sud con MpA e con altre liste. Mentre il Pd continua ad essere confinato nelle regioni rosse. Quasi una "Lega del Centro", come ebbe a dire anni fa Marc Lazar. E per questo fatica a imporsi.
Da ciò la differenza profonda, rispetto agli anni Novanta. Allora le tensioni territoriali erano agitate dalla Lega nel Nord. Un soggetto politicamente periferico. Oggi, invece, la Lega governa ed è in grande ascesa. Mentre al Sud crescono altre leghe. Così l'Italia rischia di venire lacerata dalle crescenti tensioni fra nordisti e sudisti. Mentre la pluralità delle "patrie locali", su cui puntava Ciampi, non riesce più ad alimentare senso di appartenenza. Le città, le province e le regioni stentano a offrire identità ai cittadini. Oppure lo fanno alimentando le spinte localiste e anticentraliste. Tutti contro tutti. Ciascuno per proprio conto. Le province, dal 1980, quando se ne propose l'abolizione, sono aumentate da circa 90 a 110. Mentre sono centinaia i comuni che vorrebbero a scavalcare i confini regionali. Aggregandosi alle regioni più ricche e favorite dallo stato (perlopiù, le Regioni a statuto speciale).
Per questo, celebrare l'Unità della Nazione oggi è un'impresa difficile, se non impossibile. Perché non ci sentiamo uniti. E neppure una nazione. D'altronde, il carattere specifico degli italiani, secondo gli italiani stessi, è definito anzitutto dall'arte di arrangiarsi e dall'attaccamento alla famiglia. Un popolo di persone ingegnose e familiste. Capaci di inventare e di adattarsi alle difficoltà. Ciascuno per conto proprio. Si ricordano di avere un Casa Comune solo quando si tratta di chiudere le porte. Agli stranieri. Alzando - ovunque - muri per difenderci da loro. Dovremmo, semmai, difenderci da noi stessi. In questo mondo sempre più grande e aperto. L'Europa, sempre più debole. Senza un senso di appartenenza comune. Siamo destinati a perderci. A divenire marginali. Più ancora di oggi. La Nazione. Forse non c'è. Comunque, l'abbiamo rimossa. Ma la dovremmo (ri)costruire. Per legittima difesa.
Congresso, il rimescolo dei popolari
Abbiamo sempre detto che la vera scommessa del Partito democratico era quella di riuscire – seppur tra mille difficoltà – a “mescolare” le culture, le biografie e le appartenenze del passato.
Una condizione politica preliminare per evitare che il cosiddetto richiamo della foresta avesse il sopravvento ogni qualvolta si doveva fare una scelta di qualche peso politico.
Ora, se un qualunque osservatore della politica italiana getta uno sguardo, anche disinvolto, alle cose che caratterizzano il Pd si rende immediatamente conto che questa “mescolanza” si è tradotta adesso in concreta iniziativa politica. Gli ex ds sono ripartiti sulle tre candidature come gli ex margherita e, soprattutto, i popolari e i cattolici democratici.
A conferma che il Pd non è un “partito identitario” e le varie sensibilità culturali del passato sono disseminate in tutto il partito e si riconoscono nelle varie mozioni congressuali.
Trovo pertanto curiose se non singolari le osservazioni di tutti coloro che individuano la presenza dei cattolici democratici e di ciò che rappresentano nelle varie mozioni a sostegno dei candidati alla segreteria nazionale come un fatto che indebolisce la presenza politica e culturale dei popolari a vantaggio di altri filoni culturali. Va detto subito che nel Pd non può esserci un’azionista culturale di maggioranza né, tantomeno, è possibile riproporre una sorta di “pensiero unico” che rischierebbero, entrambi, di porre fine anticipatamente all’avventura e al progetto stesso del Pd. Come, del resto, non rientra nelle nostre corde appaltare il futuro nelle mani di un’unica persona. Il Pd è una struttura politica democratica perché “plurale” ed è plurale perché individua le varie biografie e tradizioni culturali diverse una ricchezza e non un inciampo da rimuovere quanto prima.
Sotto questo aspetto, la presenza dei popolari nelle varie mozioni congressuali è la controprova che lo spirito originario del Pd non è stato abbandonato ma ha permeato profondamente il modo d’essere dei democratici, compresi quelli che si riconoscono nel ... patrimonio del popolarismo di ispirazione cristiana.
Certo, esistono problemi di natura personale e di rapporti tra i vari leader – nazionali e locali – che forse sono anche alla base di una incomunicabilità tra le varie anime del cattolicesimo democratico e sociale che si riconoscono nel progetto politico del Pd. Ma, come tutti ben sappiamo, non sono le piccole beghe personali a frenare i progetti politici o a mettere in discussione il corso della storia. Semmai, si tratta di capire come la cultura popolare può fecondare il profilo culturale e il progetto politico del Pd. A cominciare anche e soprattutto da questo congresso e dal dibattito politico che lo accompagna. Perché una cosa dev’essere chiara: ci si può – e ci si deve – dividere tra le varie mozioni congressuali ma non si può rinunciare alla propria specificità culturale sacrificandola sull’altare degli organigrammi o della naturale “vocazione minoritaria” rispetto ad altri filoni culturali. Sarebbe curioso se la presenza popolare si riducesse ad una sorta di ornamento insignificante e irrilevante rispetto alle varie piattaforme congressuali. E sarebbe ancor più anacronistico se il ruolo dei cattolici democratici fosse ridotto ad una specie di “indipendenti di sinistra” degli anni duemila. E questo a prescindere dai vari candidati alla segreteria nazionale.
Questa responsabilità politica e culturale giustifica, però, anche il pieno riconoscimento delle cosiddette “aree culturali” organizzate all’interno del Pd.
Nulla a che fare con le correnti graniticamente organizzate dei partiti della prima repubblica ma anche la ribellione nei confronti di tutti coloro che vogliono stupidamente scrivere la storia del presente e del futuro prescindendo radicalmente da tutto il passato. Questo ridicolo e grottesco nuovismo – senza cultura e senza storia – normalmente appartiene solo a quelli che hanno una concezione qualunquistica e demagogica della politica e che pensano che siano i criteri vuoti ed insignificanti della carta d’identità o dell’inesperienza eretta a sistema i criteri di fondo decisivi per qualificare una nobile iniziativa politica. Pertanto, compito dei popolari, come di qualunque altra esperienza politica e culturale, è solo quella di contribuire da protagonisti alla elaborazione della proposta politica del Pd senza ridicole subalternità o variopinte sudditanze.
Se così non fosse, dovremmo amaramente prendere atto che le furbizie in politica durano lo spazio di un mattino e alcuni posizionamenti congressuali si rivelerebbero effimeri e privi di qualsiasi valenza politica se non quella di ipotecare e rivendicare uno spazio di potere a futura memoria. Non mi pare che questo sia il metodo migliore per salvaguardare e nobilitare una tradizione di pensiero che continua ad essere attuale e moderna negli attuali sconvolgimenti politici, economici e sociali del nostro paese.
Nessun rimpianto, dunque, per la “divisione” dell’area popolare nell’attuale congiuntura politica in vista del congresso del Pd. Ma anche nessun cedimento sul terreno laico della politica ai riferimenti valoriali e culturali che caratterizzano da sempre quest’area.
Se, come ben sappiamo, sono i valori e la cultura gli elementi decisivi che qualificano l’iniziativa politica di un partito anche l’area popolare e cattolico democratica non avrà alcuna difficoltà a trovare un denominatore comune nella concreta azione di partito. Malgrado le contingenti, e forse salutari, divisioni congressuali.
Non c’è Pd senza discontinuità
Considerandomi una delle “merci avariate” (per usare la metafora del fondo di questo giornale di giovedì scorso) di cui i commentatori di Repubblica sulle valutazioni di Francesco Rutelli vorrebbero in fretta liberarsi per poter – finalmente! – dopo anni di costrizione riveder i vessilli della “sinistra” sventolare su palazzo Chigi e sui principali “palazzi” nazionali, mi sento in dovere di “dire la mia”, anche per il ruolo che ricopro lungo una frontiera difficile qual è quella della costruzione non solo nominalistica dell’Alleanza progressista in Europa.
È costante la sensazione che si vive, soprattutto dove il Pci-Pds-Ds ha esercitato un’egemonia di fatto dalla caduta della prima repubblica a oggi, che, nella migliore delle ipotesi, si debba in fretta tornare al “trattino” (o trattone?) nel centro-sinistra e, quindi, a un reciproco “ritorno a casa” che per qualcuno vuole dire fare del Pd un partito “di sinistra” e per qualcun altro dover per forza scegliere l’Udc o quello che al centro nascerà, anche per intercettare il malessere diffuso in entrambi gli schieramenti. Sarebbe interessante capire perché illustri leader politici, brillanti opinion men, intellettuali attenti e media schierati si ostinino a perseguire una pressione culturale, prima ancora che politica, per modificare il linguaggio adottato dal Pd fin dal “contratto preliminare” che ne ha gettato le fondamenta (la costituzione di un partito di “centrosinistra” e non “di sinistra”), quando non può sfuggire alla loro intelligenza che la scelta del linguaggio, della comunicazione, in politica è essenziale per spiegare il progetto.
La risposta più vera forse è la più semplice: in Italia buona parte del mondo culturale, intellettuale, giornalistico, editoriale, progressista è “figlio” di quella “sinistra” che, ancorché “indipendente”, è cresciuta nell’orbita del Pci e, quindi, fa fatica, anche inconsapevolmente, ad accettare che un Partito democratico possa nascere in discontinuità rispetto a quella storia. Avendo militato anch’io nella sinistra Dc (non dossettiana né forzanovista però!) non mi infastidisce certo la parola “sinistra”, anzi! Né mi troverei a disagio in Gran Bretagna se i giornali mi definissero “di sinistra” visto che lì la “sinistra” è stata il Labour Party e poi il New Labour! Ma non si può far finta di dimenticare la storia italiana (soprattutto nell’Italia che ha rimosso lo ... sforzo craxiano, quello nobile, s’intende – che c’è stato! – di riformare la sinistra italiana), in cui “sinistra” ha significato soprattutto Pci (con le sue evoluzioni), il che ha determinato la necessità di introdurre cesure nel linguaggio dei riformisti italiani, nel momento in cui hanno deciso di andare “oltre il ’900” e alle loro contrapposizioni, e prima tra tutte quella che definisce il Pd un partito di “centrosinistra” e non di “sinistra”.
Oggi assistiamo a una lenta, progressiva, ma inesorabile “pressione” per declinare il Pd in modo diverso, per spingerlo in una zona del campo che lo fa naturalmente essere la quarta fase della storia Pci-Pds-Ds. E ciò avviene mentre si va a un congresso in cui una delle parti, neanche poi così tanto velatamente, lascia intendere che, in fondo, non è dovere principale del Pd recuperare larghi settori del mondo cattolico, fasce rilevanti dell’elettorato “mobile” che la Margherita intercettava e che oggi non votano il Pd, un ceto medio produttivo, magari «non in regola», per dirla con Bersani, ma che non per questo va criminalizzato o respinto. Per qualcuno di noi, intendendo per “noi” il Pd (ancorché “merce avariata” è ancora lecito dire “noi” in questo partito?) il compito di intercettare il consenso di questi settori della società, sempre più maggioritari (ovviamente non singolarmente considerati), non è nostro, ma di altri soggetti della costruenda nuova coalizione. Ma qualcuno di costoro risponderà mai alla domanda se, stando così le cose non era meglio mantenere in vita Ds e Margherita? E credono che sia sufficiente rispondere che ormai è troppo tardi per porsi la domanda? Ho letto molte analisi sui flussi elettorali, ma mi fido molto più del mio naso, di uomo che conosce bene il nord del paese, che non ha mai fatto tessere fasulle, che quando sollecita adesioni a un partito (fosse la Dc, il Ppi, la Margherita o il Pd), lo fa a persone in carne e ossa e non a elenchi telefonici.
Bene! Se la mia sensazione è quella che più del 50% dell’elettorato che era della Margherita non ci vota più, non sarà forse anche perchè sta prevalendo nel linguaggio, nelle liturgie, nel profilo politico e culturale un Pd in cui in troppi hanno deciso di relegare nella marginalità tutto ciò che viene dalla cultura laico-riformista, cattolico liberale e democratica, per non parlare dell’ambientalismo “del fare” e i riferimenti sociali di cui ne sono l’espressione? La sfida del congresso è tutta qui e la bella intervista di Franceschini al Corriere della Sera di qualche giorno fa rende giustizia alle tante “merci avariate”, come me, di cui qualcuno vorrebbe facilmente liberarsi.
Ma ciò non toglie che mentre qualcuno si sente tranquillamente a casa, ad altri, soprattutto là dove quel qualcuno è maggioritario, è riservato al massimo il trattamento che si riserva agli ospiti, ma si sa, dopo un po’, l’ospite “puzza” e, appunto, diventa “merce avariata”.
La Corte dei Conti contro lo scudo fiscale del governo: 'Rallenta la lotta all'evasione'
Lo scudo fiscale per il rientro dei capitali dall'estero potrebbe vanificare la lotta all'evasione fiscale con la quale, oltretutto, il governo punta a coprire sempre di più le misure per il rilancio dell'economia. Questo il parere della Corte dei Conti, ascoltata nei giorni scorsi davanti alle commissioni Bilancio e Finanze di Camera e Senato sul Dpef e il cui testo integrale è stato appena pubblicato.
«Provvedimenti ritenuti opportuni per favorire il rilancio dell'economia, come nel caso dello scudo fiscale - ha detto il presidente della magistratura contabile, Tullio Lazzaro - possono essere percepiti dai contribuenti come un segnale di allentamento del rigore fiscale, o addirittura di promessa di un nuovo condono. Se ciò, avvenisse, gli effetti di deterrenza delle misure anti-evasione rischierebbero di essere largamente vanificati».
Un problema non di poco conto considerato che «quattro dei sei provvedimenti che hanno dato corpo alla manovra di finanza pubblica varata fra giugno 2008 e giugno 2009 risultano legati da un marcato filo conduttore: il crescente ruolo assegnato alla lotta all'evasione come strumento di politica di bilancio, diventata ormai una non episodica 'terza vià di copertura, alternativa ad espliciti inasprimenti fiscali o a riduzioni di spesa. Si tratta di un indirizzo che, rispetto al passato, denota una pronunciata strutturalità. Ne è conferma, d'altra parte, ... l'annunciata (e argomentata) estensione futura, secondo quanto emerge dal Dpef 2010-2013. Da ciò la necessità di una riflessione sulle implicazioni e sui rischi che ne discendono sotto il profilo dell'attuazione dei provvedimenti e della fattibilità del conseguimento del maggior gettito preventivato.
Nei quattro richiamati provvedimenti, il maggior gettito intestato al contrasto dell'evasione fiscale si commisura a poco meno di 3 miliardi di euro per il 2009, ma si proietta oltre i 14 miliardi per l'insieme del triennio 2009-11». Insomma secondo i magistrati contabili queste risorse non sono poi così 'certè nonostante siano considerate in costante crescita: «l'incidenza di tale fonte di entrata rispetto al complesso del gettito netto ascrivibile ai provvedimenti di entrata è crescente, passando dal 34% del 2009, all'81,7% del 2010, al 112% del 2011, al 116,3% del 2012 (74% nella media del periodo). Peraltro secondo le previsioni ufficiali il contrasto all'evasione dovrebbe assicurare più del 28% della copertura della manovra di bilancio varata negli ultimi dodici mesi, arrivando a superare il 30% nel 2010». Una tendenza che ha subito una vera e propria impennata con l'ultimo decreto: «il crescente ricorso alla lotta all'evasione come strumento di copertura ha registrato un'impennata con l'ultimo dei provvedimenti varati: gli oltre 7 miliardi di recupero di gettito attesi, secondo le previsioni ufficiali, consentono sia una significativa redistribuzione del prelievo (a fronte di concomitanti operazioni di sgravio), sia una fonte primaria di copertura di nuove spese».
In sostanza una sonora bocciatura, quella dei magistrati contabili, per il provvedimento più contestato dell'ultimo decreto anticrisi messo in piedi dal governo. Medesimi rilievi erano stati avanzati dall'opposizione secondo cui dovrebbe apparire scandaloso che con lo stesso provvedimento si imponga il pagamento delle tasse ai terremotati che stanno sotto le tende esi prometta un condono a chi ha evaso e esportato illegalmente all'estero i soldi. Oltretutto con benefici assai dubbi per l'economia, visto che il precedente scandalo-scudo fu un fallimento.
Le idee che non abbiamo saputo cogliere
Mi legava a Ralf Dahrendorf una lunga amicizia, cementata e resa viva da un lavoro che dalla metà degli anni Novanta ci ha accomunato per quasi dieci anni, la co-presidenza della Conferenza italo-inglese di Pontignano, che inizialmente presiedeva lui solo e nella quale fu proprio lui a volermi al suo fianco. Pontignano ci dava l’occasione di sentirci e di vederci ripetutamente per discutere i temi della Conferenza dell’anno dopo e quindi per formularci reciprocamente domande e risposte sulle cose più importanti che stavano accadendo nel mondo. (...) In più, nei tre giorni della Conferenza, stavamo molto insieme e civettavamo con i partecipanti, presiedendo a turno i lavori. Mi sentivo – e non poteva essere che così – un fratello minore.
Avevo imparato molto da lui, e da lui continuavo a imparare ogni giorno attraverso le risposte, spesso imprevedibili e sempre molto acute, che dava alle domande scaturite dai nostri incontri. Quando, nei tardi anni Settanta, in un saggio che ebbe un suo impatto, proposi per l’Italia il passaggio dal compromesso storico alla democrazia conflittuale, avevo assimilato la lezione di Dahrendorf, non quella dei cattivi maestri, apripista del conflitto armato. Era la lezione di Classe e conflitto di classe nella società industriale, il libro del 1957, con il quale Dahrendorf aveva preso le distanze da Marx e aveva colto l’essenza della democrazia non nella negazione, ma nella organizzazione dei conflitti. I conflitti – aveva spiegato – sono figli non dei rapporti di proprietà, ma di quelli di potere, e sono quindi ineliminabili, di sicuro non cancellabili dal sogno di un’armonica società di eguali.
Gli era costata fatica farlo capire alla Germania, alla cui storia dedicò un libro di poco successivo (Society and Democracy in Germany), con lo scopo di distogliere il suo paese dalla cultura della risposta unica, della necessità della risposta unica, per non creare pericolose fratture sociali. Sono le società fragili a sentire questo bisogno, ma una forte democrazia deve avere, sullo sfondo dei suoi valori condivisi, esigenze e risposte alternative, da incanalare nelle procedure istituzionali. Peccato che Darhendorf non abbia scritto un libro sull’Italia capace di svegliare il nostro paese così come fu svegliata la Germania da quello che ora citavo.
Di sicuro io non ci riuscii con il mio saggio e nessuno a oggi c’è riuscito. Siamo ancora qui, lacerati dalle nostre divisioni, incapaci di incanalarle e tutti sempre ipocritamente sull’attenti quando ... veniamo richiamati alle ragioni della coesione e dell’unità nazionale.
Se ci riflettiamo, è ancora questa la ragione per la quale siamo a larghissima maggioranza refrattari alla seconda lezione di Dahrendorf, quella che riguarda il mondo in cui viviamo.
Dahrendorf non si stancava di dire, e di scrivere, che il mondo è ricco proprio perché è ricco di diversità, ma questo lo rende complicato, molto complicato e noi dobbiamo imparare il difficile mestiere di vivere con la sua complessità e con le sue complicazioni, senza tentare di chiuderci in società etnicamente omogenee con pochi valori semplici e condivisi da tutti, perché un mondo in cui tutte le società fossero così sarebbe un mondo di guerre e di distruzioni. Anche questa è una cosa che io stesso ho provato a insegnare – l’ho fatto da ministro dell’interno – e ne sono uscito ancora una volta sconfitto. Eppure è vera, verissima, facile come poche da dimostrare.
Perché noi italiani preferiamo chiudere gli occhi e gli orecchi a questa verità? Perché ci è mancato un Dahrendorf a spiegarcelo? O perché nessuna forza politica, nessuno dei grandi collettori che formano e aggregano il consenso nelle società del nostro tempo, ha assimilato e fatto propria la sua lezione? Non è una lezione facile da praticare, implica un grande e pragmatico realismo nel saper promuovere i diritti di chi arriva senza far sentire insicuro chi c’è già e nel creare i ponti della convivenza, senza i quali si crea invece l’abisso dell’incomprensione reciproca e della diffidenza. Sono qualità di destra o di sinistra? Amerei che fossero di sinistra, quel che è certo è che in Italia la sinistra ha dimostrato di non possederle, che non le possiede neanche la destra, mentre in Germania le hanno per primi i cristianodemocratici che governano insieme ai socialdemocratici. Non ne attribuisco tutto il merito a Dahrendorf, perché la Germania è positivamente cambiata nel gestire la società dei diversi per molte altre ragioni. È tuttavia un fatto che sulla politica italiana, alla quale era peraltro molto interessato, Dahrendorf ha esercitato un’influenza assai bassa (...) non si è mai riconosciuto nella socialdemocrazia e ha guardato con interesse al tentativo del Pci di Occhetto di costruire un partito (liberal) democratico di sinistra. Quel tentativo tuttavia non poteva che deluderlo, giacché non ne è uscito un nuovo amalgama, ne è uscito quel che restava del vecchio amalgama organizzativo, accompagnato da una mai ricomposta giustapposizione di linguaggi, che ha trovato poi il suo culmine nella coalizione dell’Ulivo e all’interno dello stesso Partito democratico.
Per capire quello che ci è successo, e che ci sta succedendo, dovrebbero trovare risposta a questo punto domande che in Italia non ci si è mai posti come si sarebbe dovuto: ma a chi deve la sinistra la cultura che l’ha sorretta durante la traversata dal vecchio al nuovo? Chi sono davvero i santi e gli eroi del suo nuovo pantheon, un pantheon che non a caso ha poi evitato di costruire? (...) Può nascere una cultura politica, capace di interpretare il mondo complicato di cui ci parlava Dahrendorf, mettendo insieme spunti di Amartya Sen, di Michel Foucault, di Zygmunt Bauman, di Joseph Stiglitz e magari dello stesso Dahrendorf? (...) La politica, per governare le società e un mondo tanto complessi, deve avere alcune grandi coordinate, che storicamente e culturalmente abbiano radici e siano capaci di reggere. Adattare e innovare quando serve i modelli che ne derivano è di sicuro essenziale. Ma non si possono mettere insieme frammenti di modelli interpretativi molteplici. Se lo si fa le diversità che ci circondano non le si governa, al contrario ci si affoga dentro e si facilitano così i dirizzoni unilaterali. Di governo, e di forza di governo, c’è invece un crescente bisogno e a dirlo era il liberale Dahrendorf, lo studioso che, non meno di altri classici della democrazia, riteneva la stessa democrazia possibile e praticabile più nelle società piccole che ai troppo estesi livelli soprastatuali, per i quali – diceva – ottenere un uniforme rispetto di una uniforme rule of law è già un grande risultato.
Per questo mi guardava con scetticismo quando gli apparivo come co-autore della Costituzione europea. E tuttavia considerava l’Unione europea un esempio prezioso per un mondo nel quale troppi Stati oppongono i loro mille protezionismi alla missione delle istituzioni multilaterali.
E in un profetico discorso di venti anni fa, si era chiesto se non servisse una qualche catastrofe, come un drammatico cambiamento del clima o l’impoverimento di un paese ricco, per forzare la mano a beneficio di un maggiore multilateralismo nel governo del mondo. È esattamente il tornante su cui ci stiamo trovando.
Lo immagino a spiegarci, una volta di più, che con la complessità bisogna saper vivere e che è un’illusione pensare di governarla semplificandone i termini attraverso l’espulsione delle diversità che la rendono tale. E immagino i fraintendimenti che ciò provocherebbe nell’Italia di oggi, dove la destra lo ascriverebbe alla sinistra e la sinistra, dimentica della propria strutturale incapacità di attuare il suo insegnamento, lo sbandiererebbe inutilmente contro la destra. Una scena davvero triste, bilanciata soltanto dal malizioso sorriso che si leggerebbe nei suoi occhi.
domenica 26 luglio 2009
Un uomo solo e due Italie
Un uomo solo al comando. Nonostante il suo cognome, non sta scalando alcuna vetta se non quella del debito pubblico, mese dopo mese ai massimi storici. Giulio Tremonti è sempre più il dominus assoluto di questa legislatura.
Tremonti gode di una concentrazione su di sé di poteri ancora più forte che nel 2001-2. Questa volta non ha di fronte a sé una vera opposizione alla sua politica economica: da altri eventi sembra in gran parte assorbita l'attenzione di chi sulla carta avrebbe questa funzione. E soprattutto manca un presidente del Consiglio o anche solo un premier ombra che medi fra i diversi ministeri imponendo limiti alla sua azione. Solo il presidente della Camera ha cercato in questi giorni di porre freni all'operato di Tremonti, dopo che nottetempo via XX settembre aveva riempito il decreto anti-crisi, destinato al voto di fiducia, di provvedimenti su cui non c'era stato alcun dibattito parlamentare.
Può essere un vantaggio avere una forte guida della politica economica in un periodo di emergenza. Può servire ad attuare quelle scelte di cui il Paese ha bisogno agendo anche coi tempi rapidi che la crisi impone. Ma sin qui il grande potere del ministro dell'Economia è stato utilizzato per ben altri fini. Nessuna riforma strutturale varata. Incapacità di imporre priorità e coerenza nelle misure contro la recessione. L'azione anticrisi è consistita nell'apporre una lunga serie di bandierine, misure introdotte solo sulla carta, in (lunga, talvolta vana) attesa di decreti attuativi, con finanziamenti del tutto inadeguati. Il potere è così servito per aprire nuovi rubinetti di spesa e per introdurre nuove tasse, operando redistribuzioni del tutto arbitrarie e poco trasparenti. Nel disegno di legge di assestamento del bilancio 2009 votato in questi giorni dal Senato si è, ad ... esempio, persa ogni traccia del "Fondo strategico per il Paese a sostegno dell'economia reale", istituito con decreto nel 2008 e sempre per legge successivamente destinato a finanziare le spese per la ricostruzione delle aree terremotate. Si tratta di 9 miliardi di euro. Che fine hanno fatto? Come si intende finanziare la ricostruzione delle zone terremotate?
Ancora più emblematica è la gestione del Fondo Aree Sottoutilizzate (FAS), da cui lo stesso Fondo economia reale è stato alimentato. Il Fas, dotato inizialmente di quasi 65 miliardi, è stato sin qui gestito come un Bancomat, una cassa cui attingere alla bisogna. I suoi impieghi spaziano dal finanziamento dell'operazione sull'Ici prima casa, ai contributi agli allevatori coinvolti dalle quote latte, ai finanziamenti a Roma e Catania, alla proroga della rottamazione dei frigoriferi e ai contratti di servizio Trenitalia.
Non c'è nulla di male nel centralizzare l'utilizzo di risorse, come quelle del Fas, destinate per l'85 per cento alle regioni del Sud. Questi fondi in passato hanno spesso finito per finanziare burocrazia corrotta o comunque inefficiente. Per convincersi dei limiti della gestione della cosa pubblica in molte regioni del Sud, basta guardare i dati sui disavanzi sanitari in Campania e Molise e sull'eccessiva ospedalizzazione in molte regioni del Sud, riassunti nel documento del ministero del Welfare di cui altrove dà notizia il giornale.
Ma centralizzare l'utilizzo di queste risorse non significa ignorare la loro destinazione a provvedimenti a sostegno dello sviluppo del Paese, a partire da quelle aree che ne hanno maggiore bisogno. I costi più forti della recessione li hanno sin qui pagati le famiglie del Mezzogiorno. Come certificato dall'Istat in questi giorni, nel 2008 i consumi delle famiglie del Mezzogiorno sono calati anche senza tenere conto dell'inflazione. Al Sud e fra i giovani (che vivono in maggioranza nel Mezzogiorno) sono state anche concentrate le perdite occupazionali registrate sin qui. Destinate, comunque, ad aumentare nei prossimi mesi.
La centralizzazione condita alla totale discrezionalità nell'utilizzo dei fondi rischiano perciò di alimentare, come se ce ne fosse ancora bisogno, tendenze secessioniste e particolaristiche nel Paese, riducendo la politica nazionale a mediazione fra forze territoriali contrapposte, fra un partito del Sud e un partito del Nord. Se non è questo l'intento, bene che il ministro chiarisca subito a quanto ammontano le risorse Fas residue e come intende utilizzarle. Perché ad esempio non impiegarle per finanziare beni pubblici, come programmi straordinari di manutenzione della nostra fatiscente edilizia scolastica? Sarebbe un'operazione a beneficio del Sud e di tutto il Paese. Se non vuole alimentare le divisioni territoriali, fondamentale anche che il ministro ci dica finalmente quali sono i conti del federalismo. L'incertezza alimenta i sospetti peggiori. E a mesi dal varo della legge delega 42/2009 il ministero non può che aver definito gli scenari attuativi della legge delega che sono al vaglio della maggioranza.
Chi è Rutigliano, il quarto uomo in gara al congresso del Partito democratico
Questa volta deve aver fatto meglio i conti con i tempi tecnici per la raccolta delle firme. Amerigo Rutigliano, romano, sessantatre anni, ex presidente di Unità Democratica Sinistra Europea, formazione sconosciuta ai più, ci riprova e si candida alla segreteria del Pd come già aveva tentato di fare nel 2007 alle primarie che incoronarono Walter Veltroni. Allora non arrivò a consegnare le firme in tempo e fu perciò escluso dalla corsa dal comitato dei garanti.
Per questo, come Marco Pannella, anche lui escluso ma per incompatibilità, fece ricorso non solo ai garanti ma anche in tribunale civile per farsi riammettere arrivando a minacciare di chiedere la sospensione delle primarie. Questa volta ci riprova con 1.542 sottoscrizioni depositate in tempo utile per tentare di conquistare il vertice del partito con l'obiettivo politico dichiarato dell'unità del centrosinistra.
Nato a Roma e formatosi nella Fgci, nel 1996 Rutigliano si candida al Senato costituendo un soggetto politico di indirizzo europeo: Unità Democratica Sinistra Europea, soggetto politico che poi si schiera a sostegno della candidatura a Sindaco di Roma di Francesco Rutelli. Partecipa alla missione Arcobaleno con una fondazione di volontariato e nel 2007, costituisce l'associazione politico culturale 'Officina Socialè per poi candidarsi alle primarie senza essere, però, ammesso.
Ovviamente sa di non avere alcuna possibilità di successo e punta tutto sulla contrapposizione con i vertici e la burocrazia del Pd, che a suo dire sarebbe refrattaria alle novità. Basterà? Difficile. «Nei piani alti di via del Nazareno - dice - considerano la mia candidatura 'labile speranza e forse è vero, considerando che i primi tre candidati saranno eletti da delegati ... nominati tramite liste bloccate e quindi scelte cadute dall'alto secondo l'ordine di scuderia. Ma se qualcuno pensa anche minimamente che il sottoscritto non faccia sul serio, allora non ha capito nulla di me o non mi conosce abbastanza».
«Se ci facessero parlare non al chiuso di una convenzione da terza internazionale ma agli elettori italiani, solo allora forse -aggiunge il candidato- questi si accorgerebbero che le nostre possibilità tanto labili non sono. La mozione che presenterò al giudizio dell'Assemblea, risponde alle aspettative di un moderno partito d massa. Comprendo perfettamente che il congresso, per come è delineato, non considererà le linee programmatiche, come dovrebbe essere per un partito democratico davvero: in questa convenzione nazionale prevarranno al contrario i protagonismi, le correnti anche se negate, vecchi rancori mai sopiti tra differenti fazioni».
«Ma ci saremo anche noi che non siamo ex di nulla, noi che siamo la novità. Noi che non ci ascolteranno, che ci ghettizzerano: già li sento dire 'noi siamo l'aristocrazia del partito che non mollerà facilmente il poterè. Dobbiamo dunque lottare contro tutto questo e non sarà affatto facile. Forse perderemo la battaglia, ma -conclude Rutigliano- abbiamo la pelle dura dell'orso, siamo abituati a lottare e la 'prima linea non ci spaventa».
Caso escort, l'Avvenire non ci sta "Desolante. E il consenso non assolve"
L'Avvenire piccona Berlusconi per lo scandalo delle escort, lo accusa di "non avere fatto chiarezza" e lo prende di petto sul punto su cui è più sensibile: la convinzione di avere l'appoggio degli italiani. "La vicenda - scrive il direttore Dino Boffo - non solo non ci convince ma, per quanto ci è dato di capire, continua a piacere poco o punto a larga parte del Paese reale". Pur con qualche fastidio e dubbio per certi particolari delle rivelazioni, è un affondo duro quello pubblicato sul giornale dei vescovi, che attacca la mania del premier di sbandierare sondaggi. "Non ci piace - sottolinea Boffo nella rubrica delle lettere al direttore - che determinati comportamenti siano messi a confronto" con il consenso inafferrabile dei sondaggi "quasi che da questi possa venire l'avallo a scelte poco consone".
Gli editoriali critici finora apparsi sull'Avvenire non sono mai stati firmati dal direttore e questo è un segno della reticenza della gerarchia ecclesiastica a schierarsi frontalmente contro il premier. Ma ogni prudenza ha un limite. Cresce tra i vescovi il disgusto per la sfrontatezza dell'esibizionismo berlusconiano. E monta tra i fedeli l'insofferenza sia per lo scandalo politico-morale sia per i silenzi della gerarchia.
E allora acquista un peso notevole la decisione dell'Avvenire di pubblicare tre interventi di lettori esplicitamente critici. "Ho ascoltato con le mie orecchie dal sito dell'Espresso - scrive Fiorella Pasotti - la voce del nostro premier Berlusconi che parlava con la signora D'Addario (nota prostituta a pagamento) invitandola ad aspettarlo nel grande letto di Putin. Mi piacerebbe molto che il suo giornale parlasse più chiaramente delle spudoratezze di questo nostro primo ministro, che appare tutt'altro che timorato di Dio". La lettrice Maria Teresa Nizzoli accusa Berlusconi di avere negato "comportamenti improponibili per un uomo con due mogli, cinque figli, responsabilità pubbliche enormi e un'età ragguardevole". Conclusione della Nizzoli: "Il mondo ... cattolico dovrebbe essere un po' più rigoroso circa i comportamenti degli uomini pubblici". Conclusione della Pasotti: "Non nascondo la profonda amarezza di tutta la mia famiglia per il fatto che la Chiesa non bacchetti abbastanza questo personaggio licenzioso". Il terzo lettore Luigi Ristagno esige chiarezza dai magistrati e che "Berlusconi ci aiuti con parole chiare e senza battute a capire come stanno le cose".
La replica dell'Avvenire è uno schiaffo alla strategia del premier. Boffo, pur distanziandosi da ciò che chiama "strumentalità mediatica" delle accuse, bolla la situazione come "desolazione", non accetta le battutine berlusconiane tipo "non sono un santo" e parla di un "desiderio irrinunciabile che i nostri politici siano sempre all'altezza del loro ruolo": il che non significa moralismo. Ma soprattutto l'Avvenire fa appello a una presa di posizione bipartisan (che rappresenta un'insidia diretta alla strategia di compattamento della maggioranza tentata dal premier). "C'è davvero per la classe politica - si chiede il giornale dei vescovi - ancor prima della decenza, un a priori etico che va salvaguardato sempre e in ogni caso?".
La domanda è pesante e diretta. Se questa consapevolezza - è la conclusione - non emergerà dal dibattito, il Paese "attonito" si sentirà "raggirato". Un segnale preciso della gerarchia: si sta raggiungendo il livello di guardia.
Non voltiamoci dall'altra parte
Caro direttore, le cronache di questi giorni raccontano di un paese che non reagisce ai gravi comportamenti del presidente del Consiglio. Non esiste nessun paese al mondo che tolleri le menzogne dei propri governanti.
Siamo un caso unico. Sono state davvero poche le voci che hanno cercato di non far passare il tempo per evitare che l'assuefazione addormenti la coscienza pubblica.
Sì, in questo momento noi crediamo che occorra uno scatto d'orgoglio di tutti gli italiani che pensano che la menzogna sia un danno al paese e alla sua credibilità. Se Berlusconi sia un santo o no interessa davvero poco.
Qui si parla di una questione politica e le domande che emergono impongono risposte non equivoche. Si può impunemente mentire al paese? Si è messa a rischio la sicurezza nazionale? Quanto si sono sovrapposti gli interessi privati alle funzioni pubbliche? Le questioni sono decisive. Riguardano la credibilità delle istituzioni e l'autorevolezza della classe dirigente.
Non è superfluo ricordare quanto impone l'articolo 54 della nostra Costituzione: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore". Quello che emerge dalle inchieste giudiziarie non può essere considerato il fatto personale di un "utilizzatore finale". Coinvolge tutti e non può essere accantonato dalla politica. Soprattutto dal Partito Democratico.
Ecco perché invitiamo il nostro partito a utilizzare le sue feste e le sue iniziative per rilanciare nel paese una profonda riflessione sui danni che sta provocando il Presidente del Consiglio. In questo momento tutti coloro che vogliono bene al nostro paese, in qualsiasi formazione militino, devono trovare il coraggio di non girarsi dall'altra parte.
Gianrico Carofiglio
Sergio Cofferati
David Sassòli
Debora Serracchiani
Luigi Zanda
Bindi vs Rutelli, Franceschini: «allibito»
MILANO - Acque sempre agitate nel Pd mentre entra nel vivo la battaglia pre-congressuale. Francesco Rutelli esprime dubbi su un partito che possa essere considerato di sinistra. Rosy Bindi - oggi schierata con Pierluigi Bersani assieme all'altro ex dei Popolari Enrico Letta - gli manda a dire che se non gli piace l'idea di un partito in cui anche la sinistra possa riconoscersi può anche trarne le conclusioni, ovvero accomodarsi altrove. E il segretario uscente, Dario Franceschini, si dice a sua volta «allibito» dalle parole della Bindi, pronunciate nel corso di un'intervista alla Stampa. E ammonisce: «Dobbiamo toglierci dalla testa quell’idea pericolosa per la quale c’è qualcuno che vince e gli altri stanno fuori».
IL RICHIAMO ALLA BINDI - La Bindi, che nell'intervista ne ha anche per Franceschini per i suoi continui riferimenti ai giovani e all'esigenza di un ricambio generazionale («con certe polemiche si rischia di cadere nel dipietrismo e nel grillismo (...), bisognerebbe invece discutere di cosa è andato male negli ultimi due anni», ovvero dell'avvio del Pd firmato Veltroni-Franceschini, ndr), ha ipotizzato che le prese di posizioni di Ruelli contro il «partito di sinistra» siano soltanto «un pretesto». Perché «lui per primo ha sperimentato sulla propria pelle, nelle elezioni di Roma, quanto conti il rapporto con l'elettorato di sinistra. E poi perché immagino che sappia che nemmeno io ed Enrico Letta vogliamo un partito socialdemocratico». Ma a Franceschini la presa di posizione non è piaciuta: non si può dire «a uno dei fondatori del Pd» che «se non sei d’accordo accomodati fuori»: «Questo modo di pensare - sostiene Franceschini va contro il Pd. Noi dobbiamo rispettare le diversità. Nessuno di noi può dire all’uno o all’altro ’Accomodati fuori’». In serata arriva poi una precisazione della stessa Bindi: «Non ho chiesto a nessuno di accomodarsi e ... nel Pd c'è posto per tutti, ma ci vuole chiarezza». E a Franceschini che si è detto «allibito» replica: «cerca pretesti per non rispondere nel merito».
«SOLIDO MA NON DEL SECOLO SCORSO» - Parlando ad un incontro con un gruppo giovanile a sostegno della sua candidatura, Franceschini torna poi sul dibattito "partito liquido-partito solido"’, anche se, ammette che «come al solito siamo capaci di far durare un dibattito troppo a lungo». «Tutti vogliamo un partito solido, radicato, ma fare un partito solido - afferma - non vuol dire farlo del secolo scorso. Deve essere organizzato su un modello di società diverso, perché i tempi sono cambiati».
IL CASO MARINO - Nel frattempo la battaglia tra i candidati alla segreteria si gioca sempre più sul personale e oltre agli aspiranti segretari sembrano dunque impegnati in prima linea anche i rispettivi colonnelli. Intanto tiene banco la polemica su Ignazio Marino, uno dei contendenti alla guida del partito, che stando ad una denuncia del Foglio sarebbe stato costretto a lasciare tutti gli incarichi presso l'università di Pittsburgh per una questione di note spese non conformi. Franceschini ha espresso solidarietà all'avversario con una telefonata, la Bindi dal canto suo chiede che Marino faccia chiarezza.
Italia ferma, serve una scossa o sarà la democrazia a logorarsi
«Sarà un settembre difficile». Corrado Passera frena gli entusiasmi governativi. «Si stanno accumulando gli effetti di una recessione lunga e i prossimi mesi saranno inevitabilmente assai critici», dice l' amministratore delegato di Intesa Sanpaolo. «Alcuni micro-segnali danno qualche speranza, a partire dagli indici di fiducia. Mi aspetto miglioramenti nella seconda parte dell' anno».
Dottor Passera, ma secondo lei quando usciremo dalla «tempesta perfetta»?
«Nessuno lo sa con certezza. Ma una cosa è sicura: la crisi colpirà in modi molto diversi i vari strati della società italiana. Ci sono le famiglie che hanno visto crescere il loro potere d' acquisto grazie alla stabilità dei redditi e al calo dell' inflazione, altre che hanno perso parzialmente o totalmente la fonte di reddito. Ci sono imprese che si stanno rafforzando, altre mantengono buone posizioni ma soffrono finanziariamente, altre ancora non ce la fanno proprio. E qui sta la parte più difficile del nostro lavoro di banchieri. La responsabilità di saper discernere le diverse categorie e fare il massimo possibile per stare vicini a tutte le aziende che possono attraversare la crisi».
Voi banchieri siete nel mirino. Tremonti cita Brecht: perché rapinare una banca, quando si può più facilmente fondarla...
«Certe banche in giro per il mondo si sono meritate giudizi molto duri. Se fosse però un giudizio rivolto alle banche italiane sarebbe sbagliato e ingeneroso sulla base dei fatti».
D' accordo, ma perché persino Draghi vi striglia, dicendo «è troppo facile fare i banchieri, quando le cose vanno bene»?
«I richiami di Draghi sono sempre equilibrati: assicurare supporto all' economia e tutelare la solidità dei nostri bilanci. Fare credito è la nostra ragion d' essere e fonte insostituibile di ricavi per noi. La grande crisi deriva dall' aver fatto, soprattutto negli Usa, cattivo credito, credito senza ritorno».
Allora Confindustria e Bankitalia hanno torto?
«Senta, Intesa Sanpaolo ha firmato il 3 luglio con Confindustria un grande accordo a favore delle Pmi, che prevede tra l' altro la moratoria sulle rate in scadenza e il finanziamento degli insoluti. Quanto a Bankitalia, l' invito ad avere più coraggio lo raccogliamo in pieno. Ma mi faccia dire che, almeno per la nostra banca, abbiamo la coscienza a posto. Abbiamo affidamenti in essere per 500 miliardi al sistema Italia, quasi un terzo del Pil. Anche nei progetti più difficili non ci siamo mai tirati indietro se c' era anche solo una possibilità di rilancio. Facciamo la nostra parte, e ... continueremoa farla».
Ma perché, nonostante i Tremonti bond, persiste la crisi di liquidità e le imprese soffrono di asfissia finanziaria?
«Per alcune aziende la liquidità è un grave problema e non sempre si può compensare con credito la mancanza di risultatie di patrimonio. Un' altra forte fonte di tensione finanziaria è l' ormai cronico ritardo dei pagamenti da parte sia dei privati che del pubblico: almeno 100 miliardi di indebitamento delle Pmi derivano da questo fenomeno. Spesso il credito non è il problema. Le dò due dati: quasi il 70% dei nostri 500 miliardi di linee di credito sono alle imprese: di questi i due terzi sono destinati alle Pmi. Oggi circa 61 miliardi di questi affidamenti deliberati non sono utilizzati. Attenzione quindi alle diagnosi affrettate perché ne possono derivare terapie sbagliate».
Secondo lei i soldi ci sono ma le imprese non li vogliono?
«Parliamoci chiaro: se le fatture da scontare diminuiscono o la sostituzione del tornio viene rimandata, il credito non può che ridursi. Oggi produzione, fatturato interno, export e investimenti sono tutti in drammatico calo: malgrado ciò il credito complessivo alle aziende, grandi e piccole, tiene ancora. Quelle che crescono vistosamente sono purtroppo le sofferenze e le perdite su questi crediti».
Ma allora che mi dice della situazione di Risanamento? Perché avete dato così tanti soldi a Zunino, sapendo che nuotava in pessime acque? Siamo ai figli e figliastri?
«Quando l' azienda ci farà le sue proposte le valuteremo: quello che è certo è che i suoi attivi sono superiori ai suoi debiti e sono di grande qualità. In questi anni abbiamo finanziato progetti di grande valenza per Milano e speriamo che possano essere portati in fondo».
Non può negare che sulle commissioni di massimo scoperto la vostra posizione è indifendibile.
«Non è facile gestire la tenaglia dei margini bancari ai minimi e delle perdite su crediti ai massimi. Siamo stati tra i primi ad appoggiare il superamento della Commissione di massimo scoperto con forme di remunerazione più trasparenti. Ma il numero di rapporti che non coprono più i costi della raccolta, del rischio, del capitale e operativi sta diventando preoccupante. E concordiamo con Confindustria che è sempre pericoloso regolare i rapporti tra privati per via legislativa».
