venerdì 31 luglio 2009

Pd, meglio le correnti delle cordate

Il profilo politico del Partito democratico è uno dei temi centrali del prossimo congresso nazionale. La cosiddetta identità del Pd non può essere riducibile ad una disputa astratta né si può liquidare con un documento votato in una pubblica assemblea. L’identità politica e culturale è, nello stesso tempo, il frutto di una elaborazione ideale e il risultato di scelte e di atti politici che scandiscono il cammino quotidiano di un partito. Ora, si è detto ripetutamente che la vera sfida di questo partito è sostanzialmente quella di far vivere la “pluralità” culturale che resta l’essenza e che ne rappresenta la diversità rispetto al passato anche recente. Una pluralità che affonda le sue radici nel riconoscimento che nessuno può esercitare una egemonia culturale all’interno del partito, pena il dissolvimento anticipato del progetto politico dello stesso partito. E questo è uno dei temi che rischia di minare alla radice la credibilità del partito e il suo ruolo nella concreta dialettica politica italiana. Del resto non è facile far convivere in uno stesso partito culture e storie politiche diverse che si riconoscono nel medesimo progetto politico.
E la scommessa è proprio quella di superare diffidenze ed ostilità che non possono essere rimosse con un semplice codicillo. A cominciare dal pieno riconoscimento del pluralismo interno al partito.
Trovo stucchevole l’ipocrisia di coloro che continuano imperterriti a denunciare la pericolosità delle aree culturali organizzate all’interno del partito, un’ipocrisia somma quando poi si viene a scoprire che a queste aree culturali viene sostituita, come elemento aggregativo, la carta di identità o la fedeltà al proprio capocordata o capo corrente di turno, condito ovviamente dalla marca da bollo del rinnovamento e del cambiamento.
C’è poco da fare: o il Pd riconosce l’esistenza strutturale delle varie correnti di pensiero presenti al suo interno oppure lo stesso confronto politico è destinato a correre lungo i binari del moralismo, dell’ipocrisia e del pressapochismo. Ne abbiamo già avuto i primi sintomi in questo ... avvio della stagione congressuale dove, accanto alle presenze culturali tradizionali, si possono contare anche le aggregazioni frutto della contingenza e della moda.
Insomma, il Pd può avere un futuro credibile se riesce a salvaguardare questa pluralità culturale. Sotto questo versante si misurano anche la qualità e la valenza del confronto congressuale in atto tra le varie mozioni. Registro che, malgrado le varie rassicurazioni, stenta a tramontare definitivamente il rischio di trasformare progressivamente il Pd in una sorta di ennesimo aggiornamento del percorso storico della sinistra italiana. È singolare che ogniqualvolta il dibattito si avvia lungo questi binari si incaglia sulla volontà di qualche esponente di rilievo di marcare con forza l’ipoteca della cultura della sinistra storica nell’orientare la prospettiva politica del partito. Un vizio congenito che però mal sopporta di essere definitivamente rimosso. E gli esempi si potrebbero moltiplicare se è vero, com’è vero, che quando si parla del Pd si continua a far riferimento spesso e volentieri alla sinistra, alle sue difficoltà, alle sue contraddizioni e alle sue potenzialità nell’attuale contesto politico italiano. Ed è oltremodo sintomatico che proprio attorno a questo dilemma si gioca la capacità attrattiva del partito di andare oltre il tradizionale recinto della sinistra storica italiana o limitarsi a gestire tutto ciò che è riconducibile a quella, seppur gloriosa, esperienza. Nessuna “Cosa 4”, dunque, e nessun ritorno identitario.
E questo a prescindere da chi vince la sfida congressuale del prossimo ottobre.
Ma il tema della identità politico e culturale del partito è strettamente collegato anche al nodo delle alleanze. L’ormai famoso “trattino” del centrosinistra non è soltanto un esercizio accademico o una divagazione politologica. Se il capitolo del profilo politico del partito non viene chiarito sino in fondo il rischio di dar vita ad un centro-sinistra dove il Pd copre sostanzialmente l’area riconducibile alla tradizionale sinistra è più che concreto. Se, invece, il Pd ha l’ambizione di essere un partito realmente di centrosinistra allora si può centrare l’obiettivo di allargare i confini culturali, sociali e politici del partito allargando un consenso non riconducibile alle tradizionali etichette. Il tema delle alleanze, infatti, non attiene soltanto alla geometria ma riveste un’importanza cruciale per la stessa credibilità di un’alternativa concreta all’attuale destra di governo. Pertanto, profilo politico e culturale del partito, riconoscimento della pluralità culturale interna e una rinnovata strategia delle alleanze sono temi strettamente intrecciati e non possono essere disgiunti l’uno dall’altro.
Se qualcuno pensa di costruire il partito con lo sguardo rivolto all’indietro e con l’obiettivo, neanche troppo nascosto, di dar vita all’ennesimo esperimento di una sinistra post-ideologica ma profondamente ancorata a quel patrimonio ideale, il futuro del Pd è in parte già compromesso con l’ovvia possibilità di una potenziale scissione dopo la fase congressuale. Se, invece, si vuole giocare sino in fondo la scommessa di un partito plurale occorre abbandonare per sempre il richiamo della foresta senza pensare a guardare al futuro con lo sguardo irrimediabilmente rivolto verso il passato e la nostalgia.

La mappa delle regioni democratiche Pochi accordi, si decide alle primarie

Si chiudono questa sera alle 20 i termini per la presentazione delle candidature a segretario del Pd in ciascuna delle venti regioni.
In linea di massima, ciascuna mozione presenta ovunque un proprio nome. Negli ultimi giorni, infatti, le ipotesi di convergenza su un singolo rappresentante sono di gran lunga diminuite rispetto a quanto era possibile rilevare nelle settimane precedenti. Il quadro, comunque, non è ancora completo. Rimangono da definire, infatti, alcuni tasselli, che si chiariranno solo oggi. In alcuni casi, le singole mozioni hanno preferito ritardare la pubblicazione del nome del proprio candidato (soprattutto in casa Marino). In altri, però, rimangono da sciogliere alcuni nodi, sia sulla possibilità di accordi trasversali, sia su una pluralità di candidati tra cui scegliere, rispettando anche gli equilibri interni alla singola mozione.
Per il momento, si segnalano solamente cinque donne candidate: Debora Serracchiani (Friuli Venezia Giulia), Mariangela Bastico (Emilia Romagna) e Francesca Barracciu (Sardegna) sostenute da Franceschini, Ileana Argentin (Lazio) e Fernanda Gigliotti (Calabria) per Marino.
Piemonte ancora diviso
Nel 2007 era stata una delle regioni in cui le primarie avevano fatto segnare una spaccatura netta, con la necessità perfino di ricorrere al riconteggio dei voti tra le liste che sostenevano Gianluca Susta e Gianfranco Morgando. A prevalere era stato quest’ultimo, un cattolico democratico che a questo giro ha scelto di sostenere Bersani, ma aveva proposto la propria riconferma con l’intenzione di ottenere anche l’appoggio delle altre mozioni. Dopo una prima fase di dialogo, in cui questa possibilità sembrava potersi concretizzare, mercoledì i franceschiniani hanno preferito proporre il nome dell’ex ministro Cesare Damiano.
Ieri Susta ha invitato Morgando a desistere dal candidarsi e Giorgio Merlo ha invitato a «non rompere l’unità del partito alla vigilia di una delicata e difficile competizione regionale». Ma il segretario uscente intende comunque andare avanti.
Veneto, Puppato in calo
Le quotazioni della giovane Laura Puppato, proposta originariamente dai piombini come possibile candidato unitario in Veneto, sono indicate in netto calo. Franceschini si è affidato ad Andrea ... Causin, già componente della prima segreteria Veltroni, mentre all’interno della mozione Bersani ancora manca un’indicazione unitaria. Una parte dei sostenitori dell’ex ministro sostiene ancora una convergenza con la terza mozione proprio sul nome della Puppato (che ha annunciato il proprio sostegno a Bersani), ma negli ultimi giorni si è fatta strada l’ipotesi del giovane Stefano Fracasso da Arzignano, centro del Vicentino del quale è stato sindaco fino a poche settimane fa. In questo caso, Marino sarebbe pronto a presentare un proprio nome, che – dicono i referenti veneti della terza mozione – s’incuneerebbe tra i bersaniani, creando non poche difficoltà al loro interno.
I “buchi” della mozione 1
Lazio, Puglia, Basilicata. Insieme al Veneto, sono le tre regioni in cui all’interno della mozione Bersani non si è ancora riusciti a trovare un candidato. Il nome lucano dovrebbe uscire dal ballottaggio tra Salvatore Adduce e Roberto Speranza. Ancora più ingarbugliata la situazione capitolina, dove tra la vecchia guardia dalemiana e le altre componenti della mozione uno (dal presidente della regione Marrazzo a quello della provincia Zingaretti, fino alla new entry di marca rutelliana Milana) il confronto proseguirà probabilmente fino all’ultimo momento disponibile per trovare il nome da schierare.
Emiliano ci spera ancora
In Puglia, invece, il sindaco di Bari e segretario uscente Michele Emiliano sembra aver completato il proprio peregrinare tra le mozioni, accasandosi definitivamente con Franceschini. Proposto inizialmente dai sostenitori di Marino come possibile candidato unitario, fautore di un accordo con D’Alema per un nome “gradito” come proprio successore, adesso rischia di ritrovarsi con il solo sostegno della mozione 2. «Sto pregando perché D’Alema faccia la cosa giusta», ha detto in attesa che l’ex premier raggiunga oggi Bari per chiudere la trattativa.
In realtà, tra i bersaniani non mancano le alternative. In pole position c’è l’ex parlamentare europeo Enzo Lavarra. Il gruppo vicino a Enrico Letta è tornato però ieri a insistere per candidare Francesco Boccia, contro il quale gioca però il proprio incarico di deputato, che contrasta con la regola interna alla mozione, secondo la quale non saranno candidate personalità che ricoprono già altri ruoli istituzionali.
Il poker siciliano
Per lo stesso motivo, è stata stoppata in Sicilia la candidatura di Giuseppe Lumia, senatore per il quale gran parte dei supporter bersaniani dell’isola avevano chiesto una deroga ai dirigenti nazionali. Da Roma è però giunto un no netto, accompagnato dalla designazione come candidato ufficiale della mozione di Bernardo Mattarella, figlio dell’ex presidente della regione assassinato da Cosa nostra e vicino a Rosy Bindi. Lumia, comunque, non si è tirato indietro e oggi presenterà la propria candidatura da indipendente «per un Partito democratico siciliano, e sottolineo siciliano», ha detto ieri in chiara polemica con i referenti nazionali della mozione Bersani. Al suo fianco si potrebbe schierare gran parte del gruppo dirigente di provenienza diessina, ma anche molti lettiani.
Se entro stasera non ci saranno scossoni, dunque, la Sicilia sarà l’unica a presentare quattro candidati per la segreteria regionale del Pd. Oltre a Mattarella e Lumia, infatti, è già in campo Giuseppe Lupo (chiamato da Franceschini nella propria segreteria e oggi suo sostenitore), mentre la mozione Marino dovrebbe proporre Giuseppe Missina.
Solo tre i candidati unitari
Dunque, il proposito di scindere il confronto sui territori da quello nazionale, è andato quasi ovunque disatteso. In nessuna regione due mozioni sostengono lo stesso candidato (anche se nello schieramento di Marino rimangono diverse incertezze, che alla fine potrebbero far propendere per una convergenza su qualche nome già in campo), mentre sono solo tre i segretari scelti all’unanimità: Raimondo Donzel in Valle d’Aosta, Palmiro Ucchielli nelle Marche, Silvio Paolucci in Abruzzo.

Caro Bersani, esistiamo anche noi

Caro Bersani, credo che tu ben sappia che da parte nostra e mia non esistano nei tuoi confronti pregiudizio o sentimenti negativi. In particolare durante la comune esperienza nel governo Prodi, dove sin dall’inizio ci trovammo molto vicini all’impegno che ti contraddistinse, impegno ciò malgrado, impantanatosi per strategie politiche “interne”, per storie forse troppo oggettivamente diverse. Ma anche per altre purtroppo: “esterne”, queste, al governo Prodi ma non all’area, né agli stessi Ds, o ai mitici “novatori” ex-Dc ed ex-Pci.
Dopo di ciò costoro, nominati levatori, ostetrici, psichiatri infantili, custodi e tutori del neonato Pd, imposero una linea, per dirla tutta e senza malanimo, ferocemente quanto ottusamente antiradicale, fino a costringere (noi “prodiani” della Rosa nel pugno) a scelte che furono, per i socialisti tanto necessariamente ostili quanto avventurose, o per noi radicali tanto nobilmente e costosamente responsabili quanto oggettivamente mortificanti. Si corsero rischi letali (per fortuna in parte, si spera, superati) per lo stesso neonato, purtroppo, ancora alle europee, voi tutti e lo stesso Franceschini, avete scelto di allearvi con lo schieramento berlusconiano per salvare quel bipolarismo partitocratico (che è Regime di disordine costituito) dandogli l’estrema unzione antidemocratica di una legge-truffa, giungendo poi persino alla grottesca, incomprensibile, antipopolare scelta referendaria. Lasciamo aggiungere che non possiamo, onestamente, offendere tanti compagni del Pd, a cominciare dallo stesso “nostro” Romano, a D’Alema e Veltroni, Marini e Rutelli, Parisi fino al carissimo Marino, e a te, togliendovi la dignità di corresponsabili pieni di quel che di positivo e negativo sarebbe errato e ingiusto attribuire al solo Dario.
Leggo la tua dichiarazione di ieri: «Voglio un partito le cui radici siano socialiste e cattolico- popolari», che anche sia (ma pensa un po’!) «democratico e liberale». Tu punti a: «alleanze larghe, democratiche e di progresso». «Cominciamo a costruire – poi precisi – una politica comune delle opposizioni». Ma quali opposizioni? Non Storace, ovviamente; ma parrebbe anche non Ferrero e dintorni. Potrebbe esserlo quella di buona parte di Sinistra e libertà. Quella radicale, naturalmente, non esiste, in quanto tale. Allora di chi si tratta? Qui si torna ad un ...
vecchio vizietto del Regime: basta escogitare una legge elettorale “giusta” e anche gli altrimenti perdenti pensano di farcela. Tu saresti, Pierluigi, da quel che se ne sa, non ostile al sistema elettorale “tedesco”, dogma casiniano non sgradito alla Lega. Dario invece ha dichiarato di essere per il maggioritario, non esclusa per ora nessuna delle sue versioni: mattarelliana o francese. E anche quella anglosassone, americana? Riformiste, quelle, riformatrici queste. Glielo chiederemo, come anche a Ignazio, un po’ troppo laconico, per ora, in proposito. Così stante le cose, una strategia che potresti finire per scegliere potrebbe ben essere quella “antiberlusconiana”. Certo nei tuoi toni: più moderata, civile, tollerante ma innanzitutto tale: antiberlusconiana. Quindi ottima per l’Idv e per un altro leader “delle opposizioni” come l’ottimo Casini. Potrebbero essere coinvolti anche – perché no? – la Lega, vecchia “costola della sinistra”. Tutta o in parte, già accadde. E quale interesse potrebbe avere Rutelli ad andarsene, con questo eventuale “nuovo conio” del Pd.
Ma torniamo alla tua dichiarazione. «Cattolico- popolari» affermi. Cioè? Se tu parlassi di “cattolico-liberali” e/o di “cattolico-conciliari” capirei un po’ meglio. Posso osare una interpretazione, un sospetto, una malizia? Nella tua Bologna l’ex “roccaforte rossa” avete portato a sindaco, presidente della provincia, rettore della università tre possibili “cattolico-popolari”, rispettivamente il sindaco professor Delbono, la presidente della provincia Draghetti, il magnifico rettore Dionigi. Di che render vincente, sullo sfondo la regia del cardinal Caffarra, che di tutto potrà essere accusato, ma non certo di appartenere alla teologia della liberazione o alle correnti dei credenti conciliari o dei cattolici- liberali.
«Cominciamo a costruire una politica comune delle opposizioni», proclami. Ma se, intanto, si cominciasse a costruire la politica comune del Pd? E se intanto spendessi un po’ del tuo tempo, marginale, per dialogare, riflettere e far riflettere noi radicali in quanto tali? Qualche volta, forse, sarebbe opportuno e conveniente ascoltarci, e farti ascoltare, più direttamente.
Io, come forse ricordi, ti… estorsi una promessa di farti vivo con me, se lo avessi solo ritenuto non inutile; nel dicembre 2007! A volte, sai, può non essere inutile contare perfino su di noi, in quanto Radicali. Come quando, con la Rosa nel pugno, determinammo l’esito delle elezioni del 2006: quando l’Unione, che aveva riscosso un milione di voti meno dello schieramento berlusconiano, grazie al milione di voti della Rnp (fra i quali almeno 350.000 tolti al centrodestra) fummo determinanti per battere i “capaci davvero, ma davvero, di tutto” e conseguire l’obiettivo di portare al governo i “buoni quasi a niente”! Non ci fu perdonato: sarà che i (sospetti) creditori spesso sono insopportabili, a volte da eliminare; tanto quanto si ha invece cura della buona salute dei debitori! Termino con una domanda la cui risposta ti e vi solleciterei, da subito. L’Istituto Cattaneo ha scoperto che alle europee in 9 città capoluogo di provincia su 10 prese in considerazione, le liste Bonino-Pannella con una durissima campagna anti-regime per la riforma e l’alternativa liberale, democratica, e antipartitocratica, laica hanno riscosso maggiore apporto di voti da elettori del centrodestra che da quelli del centrosinistra. Del che vado, e andiamo, particolarmente grati e fieri. Nessuno, ma proprio nessuno, ha mostrato di ritenere meritevole di una, sia pur minima, riflessione o commento questo fatto. Tu? Voi?

Tutti nel Partito del Sud?

Nelle varie interviste a politici del Sud sul partito del Sud per cambiare il Sud, ogni parola gravita attorno a fondi pubblici da destinare, e a poteri e potericchi da ridistribuire. Si parla, in sostanza, di una coperta corta e vecchia da tirare un pochettino verso Sud. Niente altro. Non una parola di politica, neanche mezza parola colta o semicolta su una questione che pure mobilita le classi dirigenti e gli intellettuali italiani da un paio di secoli. Si capisce che da Gramsci e Rosario Romeoa Micciché e Lombardo c'è un salto di categoria. Ma insomma, almeno la foglia di fico di una citazione colta, di un libro letto, di un cruccio ideale pure se simulato, aiuterebbe i nuovi meridionalisti a rendere un po' meno mediocre la loro sortita. Non per rubare loro il mestiere, ma per esempio: in favore di quali ceti e interessi, e contro quali altri nascerebbe il "partito del Sud"? Tutti amiconi, tutti compaesani, tutti bravi guaglioni, oppure non tutto il Sud è uguale, e qualche problema di mafia, di clientelismo, di caporalato, di sfruttamento vede italiani contro italiani? Erano del Sud Impastato e i suoi killer, sono del Sud gli operai di Melfi e i Casalesi. Tutti nel Partito del Sud?
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Il veleno nordista che divide l'Italia

È curioso che nessuno dei meridionali che stanno al governo, da La Russa alla Prestigiacomo, reagisca agli insulti leghisti. In tanto straparlare di Partito del sud, fra tanti caldi strafalcioni «a favore dello sviluppo autogeno del Meridione», non c' è infatti ministro o parlamentare della maggioranza che osi rispondere alla tracotanza di questi loro colleghi padani. Iquali, dal canto loro, non perdono occasione per mostrare il dito medio ai professori del Sud. Eppure erano meridionali gli insegnanti che hanno formato la Prestigiacomo in un liceo di Siracusa e Fitto in un liceo di Bari, e La Russa a Paternò. Ed erano meridionali anche i (cattivi) professori che hanno formato i leghisti di Milano, di Torino, di Vicenza.... Si sa che, in base all' anagrafe, tutta la scuola italiana è meridionale.
Ebbene, si può continuare a sopportare questo repertorio infinito contro il Sud, contro la scuola, contro la decenza? Il leghismo, lo abbiamo detto mille volte, è la tracimazione rancorosa di tutti i più vieti luoghi comuni del suburbio. Perciò davvero importa poco che la proposta della Lega di imporre ai professori italiani un esame di dialetto non abbia alcuna possibilità di essere accolta. Non è insomma significativo che si tratti di un altro - l' ennesimo - starnuto alla Totò: un tentativo di starnuto, una smorfia implosa, un altro botto razzista che «tanto, non ci sarà», «è solo folclore», «è linguaggio pittoresco» ... La volgarità gratuita dei leghisti sta sapientemente avvelenando l' Italia. Sappiamo infatti per esperienza che a nulla serve rispondere che le intelligenze non sono come gli agrumi e il granturco, e non hanno radici territoriali. Ed è inutile immaginare cosa diventerebbe l' Italia se un professore milanese non ... potesse insegnare a Venezia e soprattutto se davvero i professori meridionali dovessero lasciare le cattedre del Nord perché non conoscono il meneghino, il vicentino, il torinese. Ai leghisti non interessa la discussione sulle loro corbellerie. Ci provano e basta. E ci riprovano ogni volta che possono, con l' idea fissa che il professore terrone va cacciato dal Nord, una volta perché è - disse la Gelmini - «dequalificato», un' altra perché «non conosce la matematica»e ora perché «non parla il dialetto della regione dove insegna». Come si sa, la difesa del dialetto veneto e lombardo è all' origine della Lega. Bossi rivelò che «l' idea di mandare a casa i terroni fu il fondamento del nostro movimento». Poi lo chiamarono «smantellamento dei privilegi verso i meridionali nei concorsi pubblici». Ora sono arrivati al test di dialetto per gli insegnanti. La Lega, che col tempo è diventata sempre meno strampalata e sempre più concretamente razzista (contro gli immigrati), ha comunque conservato l' antimeridionalismo come idea di fondo. Perciò è miserabile, ridicolo e penoso che non si ribellino i ministri sudisti. Perché mai - facciamo un esempio - non difende il Sud l' aggraziata ministra Prestigiacomo, imprenditrice meridionale che mai ha trafficato con gli appalti? Ecco, vorremmo direa questi «ostaggi incaprettati» nel centrodestra brianzolo che rischiano di fornire alimento alla Lega quando immaginano una riedizione del partito della spesa, della Cassa del Mezzogiorno, un partito del Sud. Ed è invece uno squallore, del quale prima o poi dovranno rispondere ai loro elettori, questo silenzio assenso, divertito e neppure imbarazzato, ogni volta che gli uomini di Bossi cercano di mettere l' anello al naso ai meridionali. Forza dunque La Russa, forza Fitto...: non vi invitiamo a ricordare ai vostri colleghi padani l' inguaribile cretinismo pellagroso che il medico milanese Andrea Verga (c' è il suo busto in bronzo in via Festa del Perdono) denunziò nei mangiatori di mais. Non vi invitiamo insomma al facile conflitto nord sud. Ma solo a un barlume di dignità. In nome di quegli insegnanti che forse inutilmente vi spiegarono che il Sud non è il turgore della commedia di Micciché e di Lombardo. Ecco il dramma italiano: mentre il governo della Lega avvelena l' Italia, i governanti del Sud rischiano, con ignominia, di legittimare la Lega.

Nei cantieri senza orari la corsa alla New Town

L'AQUILA - Le gru, potenti e sottili, sembrano disegnate da uno stilista. Pareti, pavimenti e soffitti prefabbricati vengono alzati verso l'alto e incastrati nelle gabbie di ferro o di cemento. Nell'ultima luce della sera, il cantiere di questo che sarà il pezzo più grande delle new town aquilane sembra un enorme gioco del Lego. C'è quasi silenzio, sulla collina di Bazzano spianata per costruire le C. A. S. E., che vorrebbe dire Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili. Per gli aquilani, Case e basta, perché già immaginano di entrare qui, trovare il salotto, il bagno, la camera da letto...
Nessuno sta fermo, là sulla piattaforma. I capi cantiere, e anche i carpentieri, i saldatori, i muratori sanno che qui si sta giocando la "scommessa" dell'Aquila. Entro la fine di settembre - se possibile un paio di settimane prima - le Tv dovranno mostrare il taglio del nastro, annunciare che i terremotati hanno trovato una nuova casa, così come promesso il primo giorno dopo la grande scossa. Tremila persone con le chiavi in mano (anche se altre 50.000 resteranno fuori) basteranno ad annunciare il ritorno alla normalità, così come l'apertura di 120 metri di corso Federico II fra la Villa comunale e piazza Duomo un mese fa è servita ad annunciare la "riapertura del centro storico".
Bisogna fare presto e tentare la fortuna, come nei giochi d'azzardo. Parli con gli operai che stanno aspettando il pullmino, oltre la rete del cantiere, e dicono che "qui si lavora anche dodici, tredici ore al giorno". Dicono che "la settimana prossima si lavorerà anche di notte". Sono orgogliosi, questi lavoratori arrivati dalla Puglia, dal Veneto, dalla Lombardia, e assieme a loro ci sono tanti marocchini, tunisini, egiziani. "L'altro giorno, quando i No global sono passati qui davanti, ci hanno fischiato. E noi abbiamo risposto: siamo qui per lavorare, per dare una casa a chi non ce l'ha. E allora ci hanno applaudito".
La rete del cantiere sembra un confine, oltre il quale le regole conquistate nei cantieri italiani non ... hanno valore. "Se ti permetti di dire che non si può lavorare con ritmi assurdi che mettono in pericolo la vita degli operai - dice Rita Innocenzi, segretaria della Fillea Cgil - tutti ti saltano addosso. "Tu non vuoi la ricostruzione dell'Aquila", dicono, e non puoi più parlare". Gli ultimi pullmini e furgoni - almeno per ora - lasciano il cantiere alle 10 della sera.
Sono 1.500, gli operai chiamati a costruire le Case, e altri mille sono in arrivo perché altri cantieri stanno aprendo. Chi è partito tardi, deve fare più in fretta. In un piccolo cantiere di Sant'Antonio si lavora anche alle tre di notte. Gli operai che nei primi giorni non hanno trovato alloggio hanno dormito in macchina. A Pagliare di Sassa c'è l'accampamento più grande: qui riposano gli operai di Bazzano e di Cese di Preturo. Decine di container dentro un grande capannone. "Quelli che arrivano alle 22,30 - dice Rita Innocenzi - mangiano cibo precotto consegnato prima delle 20. Nei cantieri non c'è mensa: si mangia prima di partire e quando si rientra, dopo troppe ore di lavoro". Il sindacato ha chiesto di aprire un ufficio nel capannone dormitorio. Ci sono già stati incidenti, nei cantieri Case. Il 27 giugno a Sant'Elia B. M, un romeno di 34 anni, è stato sfiorato da un fulmine. E' finito in rianimazione ma si è salvato. Il 3 luglio a Bazzano un operaio di Montereale è caduto da tre metri. Prognosi riservata. "Si sono avviate inchieste ma il lavoro non si è fermato più di 5 minuti, il tempo di fare arrivare l'elicottero di soccorso".
C'è preoccupazione vera, per questi operai deportati da tutta Italia per costruire le case degli sfollati. L'unica ditta aquilana che è riuscita ad avere una fetta degli appalti Case è la Edimo di Poggio Picenze, verso la quale il 26 febbraio 2009 (pochi giorni prima del terremoto) la Fillea Cgil aveva presentato una denuncia pesantissima. Nell'esposto - protocollo 077336 della Procura della Republica - si legge che "tutti i casi di infortunio sul lavoro su espressa indicazione dell'azienda, mediante dichiarazioni che i dipendenti sono stati costretti a rendere persino al Pronto soccorso, sono stati denunciati come "malattia"". Si racconta il caso di G. F., che il 15 maggio 2007 rimase vittima di infortunio con lesioni gravi (seguito da intervento chirurgico) ed è ancora "in malattia" perché "costretto dalla Società a dichiarare di essere caduto all'interno della propria abitazione". C'è anche il caso di A. P., che prima di essere portato all'ospedale "venne accompagnato a casa da uno dei titolari dell'azienda per cambiarsi di vestiario, condotto al Pronto soccorso e costretto a dichiarare di essersi procurato il danno fuori dal luogo di lavoro".
La "scommessa" dell'Aquila mette però in ombra ogni altro problema. Peccato sia una scommessa persa. Le Case antisismiche potranno accogliere i tremila terremotati di settembre, altri 11.000 - si spera - entro Capodanno. Ma i numeri sono ben più pesanti. Oggi la "popolazione assistita" è di 50.403 persone, di cui 19.749 in alberghi, 9.643 in case private, 21.011 in tendopoli. Il progetto Case, deciso in poche ore, era chiarissimo: si costruiscono appartamenti antisismici per gli aquilani, soprattutto quelli del centro storico distrutto. Gli altri torneranno nelle loro case dichiarate agibili e in quelle che hanno bisogno solo di piccoli interventi. E' stata fatta una classifica: A per le agibili, B per agibili con piccoli lavori, C e D per lavori di media importanza. Le Case antisismiche dovevano essere riservate agli abitanti delle case E, completamente inagibili. Ma le sorprese non sono mancate. "Ci sono 10.000 persone - dice il sindaco Massimo Cialente - che abitano in case A e non tornano nel loro appartamento. C'è la paura per le scosse che continuano ma c'è anche un altro problema. Mi vergogno a dirlo, ma questi aquilani hanno fame. Gli assegni della cassa integrazione sono in ritardo, tante attività sono bloccate e non portano reddito. E allora c'è chi resta in hotel o in tenda perché trova un pasto gratis, perché a casa non avrebbe i soldi per fare la spesa". C'è chi ha capito tutto già da tempo e ha saputo trasformare il dramma in un business. "Ci sono - dice il sindaco - gli sciacalli degli affitti. Per 70 metri quadri chiedono anche 1.500 euro, quando prima il costo era di 400 - 500 euro. Chiedono 1.000 euro per 40 metri. Stiamo facendo un censimento e la Protezione civile dovrà requisire le case. Ho bisogno di almeno 1.000 abitazioni per affrontare questa emergenza che non finisce mai".
A settembre gli alunni dovranno tornare a scuola. "Gli edifici scolastici, in pietra o tensostruttura - dice la presidente della Provincia, Stefania Pezzopane - saranno pronti, ma a cosa servirà, se non ci saranno le case? Saranno la scuola e l'università a decidere il futuro della nostra città". Secondo i primi dati, almeno 700 famiglie hanno iscritto i loro ragazzi lontano dall'Aquila. "Io dissi subito che le Case antisismiche non potevano bastare e proposi un piano B - che prevedeva casette di legno soprattutto nelle decine di frazioni e paesi - ma dissero che le meravigliose C. A. S. E. avrebbero risolto ogni problema. Purtroppo ho avuto ragione. Si scopre adesso che lavori che dovevano durare al massimo 30 giorni richiedono invece mesi e mesi di interventi. Faccio l'esempio di mia madre Vilde, che ha 80 anni e abita (abitava) al quinto piano di un condominio con 50 persone. Era contenta, perché il suo appartamento era in classe B. Oggi i tecnici le hanno spiegato che prima bisogna intervenire ai piani bassi e che lei non potrà tornare a casa prima di un anno. Questo per una casa B. Immaginiamo cosa potrà succedere quando si faranno verifiche serie per le C e le D. E' per questo che in città ci sono preoccupazioni e angosce. L'insicurezza ti fa star male come la faglia del terremoto. Noi aquilani eravamo abituati a discutere e anche a litigare con molta tranquillità. Oggi trovi sempre più persone che stanno mute, o piangono o si mettono a sbraitare. Il futuro che sta arrivando ci fa paura. Bisognerebbe fare tante cose e il tempo scappa. E' come la nostra estate, troppo breve. Tre anni fa, il 9 settembre, l'Aquila era bianca di neve".

De Magistris e Marino, il moralismo logora chi lo fa

Bella figura, il neo onorevole De Magistris. Il magistrato d’assalto, eletto a Strasburgo nell’Italia dei valori, si è messo in aspettativa.
Niente di male, il parlamento è pieno di magistrati in aspettativa fin dai tempi dell’unità d’Italia. Ma lui, De Magistris, aveva giurato per tutta la campagna elettorale: io non farò così, io lascerò la toga. Adesso scrive sulla sua pagina Facebook che i tempi delle dimissioni dalla magistratura non se li farà «dettare da nessuno, se non dalla mia coscienza». Bravo, tosto, così si fa. Peccato che in campagna elettorale abbia detto una grossa, inutile bugia.
Ci dispiace, ma a costo di passare per cinici è necessario dire quello che pensiamo: certi aspiranti moralizzatori della politica sembrano non capirlo, ma il moralismo fa male alla politica, oltre che a loro stessi. Contribuisce, il moralismo, a creare esattamente il clima di sfiducia nella politica che questi aspiranti purificatori dichiarano di voler combattere. Lo alimenta, creando spazi per altri moralizzatori che a loro volta alimenteranno la sfiducia nella politica.
Perché? Forse semplicemente perché la perfezione non solo, fortunatamente, non è richiesta ai politici, ma proprio non appartiene agli uomini. Lo dice anche il Vangelo: chi è senza peccato, scagli la prima pietra.
Non che non sia giusto, intendiamoci, aspirare a una politica più pulita e più morale: certe preoccupazioni non sono mai abbastanza sentite e vincolanti. Il problema, crediamo, è quando questa sacrosanta aspirazione diventa una presunzione di superiorità morale: “io” sono diverso, “io” posso giudicare. Lo abbiamo visto anche in casa Pd, con la vicenda che ha riguardato Ignazio Marino. Il professore candidato alla segreteria, accusato di disinvoltura coi rimborsi spese, si è ... difeso e ha avuto la solidarietà degli altri candidati e del partito. Ma ne avrebbe avuta di più, e di più calda, come probabilmente meritava, se qualche giorno prima non avesse goffamente cercato popolarità e consensi parlando di “questione morale” nel Pd a proposito dell’arresto di un coordinatore di circolo accusato di essere uno stupratore seriale.
Dovrebbero riflettere anche certi sostenitori del professore candidato, tanto pronti a lanciare accuse di complotto e a difendere Marino con l’argomento che «dà fastidio a qualcuno per le sue idee». Perché mai un candidato alla segreteria del Pd non dovrebbe rispondere, come a qualunque altro uomo politico sarebbe chiesto di fare, alle accuse documentate, per quanto malevole, di un giornale? E, non ultima questione, che differenza c’è tra il gridare al complotto dei sostenitori di Marino, il «decido io» dell’onorevole De Magistris, e la pretesa di essere superiori alla legge e alla parola data agli italiani che tanto ci dà fastidio nel nostro presidente del consiglio

Lo stato di eccezione

Il miserabile spettacolo del decreto anti-crisi è un misto tra il teatro di Ionesco e l' opera dei pupi. C' è l' assurdo: il governo impone con una mano la conversione di un primo «provvedimento urgente» infarcito di errori ed orrori, con l' altra ne presenta un secondo che riscrive quello appena approvato. C' è la farsa siciliana: il Parlamento svilito nella quinta di un' opera buffa, dove gli eletti del popolo, povere marionette, si scambiano legnate fragorose ma inutili. Il decreto anti-crisi è discutibile nel merito. L' ennesimo patchwork di ben 25 articoli scombinati e incoerenti, l' ennesimo pacchetto di oltre 100 commi di norme palesemente «tossiche» insaccate insieme a norme apparentemente virtuose: come i «titoli salsiccia» che hanno fatto crollare i mercati finanziari mondiali. Da una parte qualche piccola pietra per arginare l' onda d' urto della crisi recessiva: dagli aiuti fiscali per le imprese che ripatrimonializzano alla detassazione degli utili reinvestiti in nuovi macchinari, dal «premio di occupazione» per le aziende che non licenziano all' aumento delle dotazioni infrastrutturali. Ma dall' altra parte una pioggia di interventi che, con la strategia di contrasto alla crisi, non hanno proprio nulla a che vedere: dalla modifica degli automatismi per chi andrà in pensione dopo il 2015 alla tassazione delle riserve auree della Banca d' Italia. In mezzo, un' altra insopportabile legge-bavaglio, stavolta ai danni della Corte dei conti, e una raffica indecente di condoni, dallo scudo fiscale per il rimpatrio dei capitali alla sanatoria per le multe automobilistiche. Sarà anche vero che «il Paese non è in declino», come sostiene Giulio Tremonti: ma se la «exit strategy» dal «declinismo» passa attraverso questa accozzaglia di buone intenzioni e di pessime diversioni non c' è da essere così ottimisti. Ma il decreto anti-crisi è soprattutto intollerabile nel metodo. Le numerose nefandezze che contiene sono state veicolate con la solita prassi del maxiemendamento, propinato all' ultimo minuto ad un' assemblea ridotta ... a muto votificio e imposto all' aula sorda e grigia con il diktat dell' ennesimo voto di fiducia. Il ventitreesimo in poco più di un anno: un record assoluto, per un governo che gode della maggioranza più solida della storia repubblicana. Ma proprio questa attitudine alla sottomissione sistematica del potere legislativo, ad esclusivo beneficio di quello esecutivo, è la cifra politica del berlusconismo come forma tecnica del moderno totalitarismo. Come si può imporre al Senato di approvare un decreto, quando lo stesso presidente del Consiglio avverte che la Camera poi lo modificherà radicalmente? Per fortuna, combinando insensatezze di merito e scorrettezze di metodo, il presidente della Repubblica si è impuntato, e ha spiegato al governo che questa formula non può contare sull' avallo del Quirinale. Ma la toppa, a questo punto, rischia di diventare peggiore del buco. Come si può annunciare adesso «un decreto che corregge il decreto»? Dove finiscono, in questo surreale cortocircuito, il primato del Parlamento e la dialettica tra le istituzioni? Quale torsione costituzionale è mai questa, in uno Stato che ha ancora la pretesa di definirsi «di diritto»? Più che «Stato di diritto», questo è ormai uno schmittiano «Stato di eccezione». Dove la sospensione dell' ordine giuridico per volontà del sovrano, da misura provvisoria e straordinaria imposta da uno stato di necessità, sta diventando un normale «paradigma di governo». Dettato ora da un' urgenza personale del governante: evitare condanne nei processi, com' è il caso del lodo Alfano. Ora da un' urgenza politica della rissosa maggioranza che lo sostiene: evitare defaillances nel voto parlamentare o rinvii delle vacanze estive, come nel caso del decreto anticrisi, che a questo punto si trasforma in decreto salva-destra (perché riequilibra le tensioni sempre più destabilizzanti tra Lega e Pdl e tra Pdl del Nord e Pdl del Sud) e in decreto salva-ferie (perché scongiura una proroga agostana dei lavori delle Camere). In tutti i casi, questo «Stato di eccezione» tende ormai a confondersi o a coincidere con la regola. Quando questo succede, gli equilibri costituzionali si alterano. E la democrazia, fatalmente, ne soffre. Fino a snaturare se stessa.

Il nodo scorsoio costituzionale

Nei vicoli della vecchia Napoli si praticava il “gioco delle tre carte”, ora lo si pratica a palazzo Chigi. Ci ha provato e ci sta provando in queste ore col “decreto anticrisi”, o maxidecreto, approvato dalla camera, e che sarà votato oggi (con la fiducia) dal senato. Fiducia amara per il governo, che nel momento stesso in cui porta a casa il maxidecreto deve varare un decreto di correzione, che contenga tutte le obbiezioni fatte al primo dal Quirinale. E deve farlo oggi. Solo così il Quirinale firma. Firma cioè, contestualmente, la conversione in legge del decreto 1 e la presentazione al parlamento del decreto 2 che lo corregge. Bella figura per il governo del fare. Del fare male. Cosa di cui sono capaci tutti.
C’è chi sostiene che, per non alimentare nella destra l’illusione di poter stravolgere pezzo a pezzo lo stato di diritto e trasformare la repubblica parlamentare in sultanato, Napolitano avrebbe fatto meglio a non autorizzare la legge di conversione, costringendo il governo a correggere il contenuto del decreto prima del voto parlamentare. Ma Napolitano evita di portare alla rottura estrema i conflitti col governo. Sa che in Italia non c’è uno Scipione l’Africano, e dunque resiste all’invasione cartaginese col temporeggiamento di Fabio Massimo. Perché quando i romani se ne infastidirono e scelsero lo scontro frontale prematuro, finirono a Canne.
Ciò spiega a sufficienza l’apparente smarronata
dell’autorizzazione a presentare la conversione del decreto e della richiesta di modificarlo anche radicalmente (poteri della Corte dei conti, ai cui controlli Tremonti vorrebbe sottrarsi; poteri del ministero dell’ambiente sulle fonti energetiche, che gli erano stati tolti; diritti e garanzie per colf e badanti e per le famiglie italiane ... che le accolgono).
Tra i costituzionalisti c’è anche chi dice che la scelta del governo di far proseguire l’iter parlamentare della conversione, preparando al tempo stesso un altro decreto con tutte le modifiche richieste dal Quirinale, sia un’altra eresia. Sta di fatto che Napolitano l’ha tollerata appunto alla condizione molto precisa che il voto di conversione in legge del primo decreto e la presentazione al parlamento del secondo decreto avvenissero contestualmente. Tremonti e il governo hanno dovuto accettare, anche se hanno cercato di fare i furbi: volevano portare a casa il maxidecreto e varare il decreto correttivo non nel consiglio dei ministri di oggi, ma in quello del 7 agosto, se non addirittura alla ripresa di fine mese.
Il gioco è stato smascherato. Il governo s’è dovuto inchinare a riconoscere che solo la contestualità può impedire il nodo scorsoio costituzionale: e cioè che il maxidecreto convertito perda efficacia oppure che il secondo decreto diventi retroattivo, operando i suoi effetti dalla stessa data del primo.
Da questo aut aut non si scappa. Cosa succederebbe, altrimenti, nella “carenza” tra decreto approvato e decreto correttivo? A finire nel cul de sac è dunque “il governo dei capaci di tutto”, come li chiama Pannella. Se infatti palazzo Chigi provasse a non varare oggi il decreto correttivo, Napolitano non promulgherebbe la legge di conversione del maxi.
Oggi dunque, e non oltre, il governo deve sputare l’anima. Sembrano giochini, ma a rischio non è la forma del procedimento di legiferazione, ma la sostanza dei diritti e interessi legittimi che ogni sbrego costituzionale comporta.

Lo Spauracchio del Razzismo per Allontanare la Verità

Combattere davvero il razzismo richiederebbe anche di non evocarlo a sproposito. È proprio questo invece ciò che è avvenuto nei giorni scorsi di fronte alla mozione con cui il Consiglio provinciale di Vicenza ha invitato a non assegnare a dei meridionali i posti di preside disponibili in Veneto. Il fatto che la mozione fosse stata approvata sostanzialmente all' unanimità (dunque con il voto anche dei consiglieri del centrosinistra) non è bastato a indurre a qualche prudenza dirigenti del Pd come Anna Finocchiaro e Beppe Fioroni, che subito hanno tuonato contro il pericolo razzista. Un pericolo, peraltro, denunciato anche dal governatore della Regione Veneto Galan. Da parte sua una commentatrice solitamente accorta come Miriam Mafai ha invitato, dalle colonne della Repubblica, a prepararsi al peggio, delineando il fosco scenario di un' Italia in cui presto saranno cacciati dalle scuole del Nord non solo i presidi ma anche tutti gli insegnanti «nati al di sotto della linea del Po». Ma questi discorsi si reggevano su una premessa falsa. La mozione del Consiglio provinciale di Vicenza, infatti, traeva origine dalla situazione creatasi dopo l' ultimo concorso per dirigenti scolastici di qualche anno fa. In tale concorso, che si svolgeva (giusto o sbagliato che fosse) a livello regionale era consentito alle commissioni di rendere idoneo un numero di candidati superiore solo del 10% al numero dei posti disponibili. In alcune regioni del Sud, però, le commissioni hanno generosamente distribuito le idoneità senza rispettare questo vincolo. Il concorso e il relativo posto di dirigente scolastico erano a livello regionale. Ma le centinaia di idonei del Sud hanno poi ottenuto una leggina che consente loro di occupare posti in qualunque altra regione (in particolare in quelle che non hanno altri idonei disponibili avendo rispettato le norme del suddetto concorso). Come ha dichiarato Massimo Calearo, deputato veneto del Pd, la mozione vicentina chiede solo che gli aspiranti presidi veneti possano «competere ad armi pari con quelli del resto del Paese». A cosa è servito in questo caso evocare il razzismo se non a confondere le cose?
Fonte: Giovanni Belardelli - Corriere della Sera

L'Unità "ride" dello sbattezzo e fa arrabbiare la Binetti

L'odissea dai toni surreali di Beto, operaio trentenne che in una striscia satirica pubblicata sull'Unità vuole sbattezzarsi, scoprendo avventura dopo avventura che lasciare la Chiesa cattolica è tutt'altro che semplice, non ha fatto ridere Paola Binetti. Che, in una lettera firmata insieme ad altri 14 deputati del Pd, indirizzata al direttore Concita de Gregorio, protesta esprimendo "disagio" per il fumetto a puntate dal titolo esplicito: "Lo Sbattezzo".
Per undici puntate, l'ultima uscita oggi, Beto, "supereroe" per caso in difesa della laicità - con tanto di maschera e mantello - ha affrontato ostacoli e cavilli di ogni tipo per ottenere il documento ufficiale che attesti il suo sbattezzo. I fumetti, editi dalla casa editrice Becco Giallo di Padova, sono anche diventati un libro, "Quasi quasi mi sbattezzo", di Alessandro Lise e Alberto Talami, e raccontano la storia (vera) dell'operaio disegnatore Beto per rinunciare ufficialmente ad essere cattolico.
Ma, satira o non satira, il tema non è andato giù alla Binetti, ad Enzo Carra, Pierluigi Castagnetti e Luigi Bobba, altri firmatari della lettera, che hanno preso carta e penna per protestare. "Non c'è dubbio - si legge nel testo pubblicato oggi a pagina 18 del giornale - che l'attuale clima politico e culturale sia piuttosto complesso e che nel Pd si stiano cercando varie strade per costruire spazi positivi di confronto tra culture, storie e tradizioni diverse".
"Le differenze ci sono ed emergono con facilità a proposito di molte questioni, non solo di quelle cosiddette eticamente sensibili - prosegue la missiva - ma i messaggi di risposta che arrivano sono sempre impostati a rassicurare, a garantire rispetto per tutte le posizioni, a sottolineare la libertà di coscienza di tutti".
"In questo clima ci stupiscono due aspetti concreti, a nostro avviso contraddittori, che appaiono sull'Unità - sottolineano i deputati del Pd - da un lato il richiamo costante alla Chiesa ... perchè esprima un suo giudizio critico, severo, sui comportamenti del Capo di Governo e dall'altro la striscia sullo sbattezzo, giunta ormai alla sua undicesima puntata patrocinata dall'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (UAAR), costituitasi legalmente nel 1991". Binetti e gli altri si interrogano poi sulla "ragione di questa insistenza che suscita una profonda perplessità sul rapporto tra il giornale della De Gregorio e il Pd, "attuale e futuro".
La direzione dell'Unità risponde apprezzando la premessa politica della lettera, che riconosce lo sforzo affinché le varie anime del Partito democratico in questa fase di rilancio possano percepirsi come una risorsa e non come un ostacolo, ma respingendo l'idea che ci sia alcuna insistenza sul tema sbattezzo. Sottolinea i toni paradossali e ironici della striscia, definita invece dai 15 deputati "una vera e propria caduta di tono" e ricorda che i fumetti già pubblicati dal giornale nel mese di luglio hanno avuto molto successo fra il pubblico giovane. Sul giornale è già uscita a puntate la storia di Peppino Impastato, ora sta per arrivare il racconto di una giovane libanese, Zeina. Seguiranno poi Tien An Men e la vita di Fabrizio De Andrè. Che, c'è da sperare, rassereneranno gli animi e non metteranno più a disagio i quindici deputati offesi da Beto.
Fonte: Repubblica

Inchieste di Bari, parla l'ex assessore "Nessuno mi ha ancora contestato nulla"

"Al mio partito sono venuti a chiedere i bilanci relativi alle risorse attribuite. Quindi non c'è alcun problema personale. Non riesco a capire quale sia il nesso tra queste vicende e il sottoscritto. Ancora attendo che mi venga contestato qualcosa. Forse la grande capacità e intelligenza di Gasparri ci possono aiutare". Alberto Tedesco, ex assessore pugliese alla Sanità e ora senatore del Pd subentrato al neo europarlamentare Paolo De Castro, risponde così al presidente dei senatori Pdl che aveva sollecitato un'inchiesta sui criteri di compilazione delle liste del Pd per le Europee e per le Politiche.
La polemica è nata dopo la decisione del pm Digeronimo di acquisire i bilanci dei partiti politici di centrosinistra in Puglia e di aprire un'inchiesta che riguarda lui e altre 14 persone sulle ipotesi di reato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, alla concussione, al falso, alla truffa. Per il senatore Tedesco quello compiuto oggi dai magistrati inquirenti "è solo un atto istruttorio e neanche fra i più importanti. Non credo che siano i magistrati a fare clamore quanto piuttosto le cronache giornalistiche. La cosa che mi stupisce è che sono state fatte perquisizioni in cinque o sei sedi diverse e viene fuori soltanto il mio nome. Anche il senatore Gasparri, nel 2005, venne intercettato e sorpreso mentre chiedeva voti ai Tarantini".
Tedesco non sa tacere di una coincidenza che gli sembra "davvero strana": il clamore delle cronache giudiziarie serve in qualche modo a riequilibrare o a smorzare l'altro filone di ... indagine che riguarda il premier Silvio Berlusconi. Alla domanda se ritiene di sentirsi davvero utilizzato nel ruolo di contraltare al presidente del Consiglio, Tedesco taglia corto: "Io aspetto, dal 6 febbraio, giorno in cui mi sono dimesso da assessore dopo aver ricevuto l'avviso di garanzia, che mi vengano mosse contestazioni alle quali dover dare risposte. Ho avuto un avviso di garanzia il giorno che hanno perquisito il mio alloggio. Da nessuna parte ho letto, perchè nessuno evidentemente lo ha scritto, che l'ufficiale dei Carabinieri mi ha rilasciato seduta stante un'attestazione di negatività della perquisizione del mio alloggio".
"Non sono mai stato sentito - è lo sfogo del senatore del Pd - dagli inquirenti nè dagli ufficiali di polizia giudiziaria che conducono le indagini. Ho prodotto delle memorie che ho acquisito dalla stampa. Attendo che mi si contesti qualcosa o che almeno mi si chiedano chiarimenti su aspetti non chiari. Il che lo troverei assolutamente normale in una materia che è di una complessità assoluta".
Fonte: Repubblica

Istat, in Italia è allarme povertà 2,9 milioni gli indigenti assoluti

Mezzogiorno, famiglie di quattro persone con due figli, nuclei familiari con a capo un lavoratore autonomo e persone al di sotto dei 45 anni: ecco le principali vittime della povertà assoluta secondo la fotografia scattata dall'Istat e relativa al 2008.
Il rapporto presentato oggi a Roma dall'Istituto di statistica ha cifre allarmanti: lo scorso anno in Italia 1.126.000 famiglie è risultato in condizioni di povertà assoluta, per un totale di 2.893.000 persone, pari al 4,9 per cento dell'intera popolazione. Quasi 5 italiani su 100 possono essere considerati "i poveri tra i poveri" dal momento che non possono avere uno standard di vita minimamente accettabile.
In totale sono 8 milioni e 78mila le persone povere in Italia, il 13,6 per cento dell'intera popolazione. Le famiglie che si trovano in condizioni di povertà relativa sono stimate nel 2008 in 2 milioni e 737mila (11,3 per cento). Il fenomeno è maggiormente diffuso al sud (23,8 per cento), dove l'incidenza di povertà relativa è quasi cinque volte superiore a quella del resto del Paese.
La percentuale di famiglie relativamente povere (la soglia di povertà per un nucleo di due componenti è rappresentata dalla spesa media mensile per persona che nel 2008 è risultata pari a 999,67 euro), riferisce l'Istat, è comunque sostanzialmente stabile negli ultimi quattro anni e immutati sono i profili della famiglie povere. Il fenomeno è stabile rispetto al 2007 a causa del peggioramento osservato tra le tipologie familiari che tradizionalmente presentano un'elevata diffusione della povertà e del miglioramento della condizione delle famiglie di anziani.
L'incidenza di povertà risulta però in crescita tra le famiglie più ampie (dal 14,2% al 16,7% tra quelle di quattro persone e dal 22,4% al 25,9% tra quelle di cinque o più), soprattutto ... per le coppie con due figli (dal 14% al 16,2%) e ancor più tra quelle con minori (dal 15,5% al 17,8%).
In aumento la povertà nelle famiglie di monogenitori (13,9%), nei nuclei con a capo una persona in cerca di occupazione (dal 27,5% al 33,9%), tra quelle che percepiscono esclusivamente redditi da lavoro, e cioè con componenti occupati e senza ritirati, (dall'8,7% al 9,7%) e ancor più tra le famiglie con a capo un lavoratore in proprio (dal 7,9% all'11,2%). Soltanto le famiglie con almeno un componente anziano mostrano una diminuzione dell'incidenza di povertà (dal 13,5% al 12,5%) che è ancora più marcata in presenza di due anziani o più (dal 16,9% al 14, 7%).

Pd, Fiano si candida «Sfida per la Regione»

«Solo se si vince in Lombardia si vince in Italia. Solo se il vento cambia in Lombardia può cambiare in Italia». Emanuele Fiano, deputato pd già capogruppo a Palazzo Marino, ha ufficializzato ieri la sua candidatura per la segreteria regionale del partito lanciando subito la sfida per il voto del Pirellone: «Addirittura si considera l' appuntamento del marzo 2010 - ha denunciato alludendo in particolare ad alcune dichiarazioni dell' ex presidente della Provincia, Filippo Penati - come un' occasione già persa, che consente di proiettarsi per alcuni già verso le elezioni di Milano 2010. Ma un partito che sceglie di non gareggiare nel 2010 non sarà considerato vincente nel 2011». Fiano, che a livello nazionale sostiene il segretario Dario Franceschini, ha spiegato di voler andare «oltre le mozioni». In effetti, nell' elenco di chi lo appoggia figurano anche personalità e politici diversamente schierate per la segreteria nazionale.
Oltre a una nutrita squadra di deputati e senatori,
per Fiano scendono in campo personalità del calibro di Salvatore Veca e Cini Boeri, Eva Cantarella e Carlo Feltrinelli, Guido Martinotti e Michele Salvati. Fiano non si è risparmiato in autocritica. Ha insistito infatti sulla necessità di fare in Regione «una opposizione dura, competente, intransigente, una opposizione che in questi anni, a parte alcune lodevoli eccezioni, si è sentita e vista troppo poco». Inoltre, «la società lombarda boccia l' operato di Formigoni e della sua giunta, come si capisce girando le province della nostra regione». Malgrado questo, malgrado la crisi che alla ripresa di settembre si farà sentire con maggiore forza, «la larga parte dei lombardi che boccia la Giunta Formigoni non vede in noi la forza alternativa credibile per guidare il cambiamento di cui ha bisogno. Mio ... compito sarà proprio quello di trasformare il Pd nel partito più credibile per far ripartire lo sviluppo in Lombardia». Come testimonial, Fiano ha scelto cinque volti che rappresentano cinque storie di quotidianità: Lucia, che combatte per un quartiere migliore; Mariangela, che si affaccia al mondo del lavoro; Maurizio, che chiede più giustizia per migliaia di imprenditori come lui; Lorenzo, che fa il sindaco mettendosi a disposizione del prossimo; Giuseppe che manda avanti un circolo perché la politica è anzitutto servizio; Lorenzo che ha scelto la dimensione del volontariato. Si comincia da qui: «E non ci sarà una contesa aggressiva, né una guerra con morti e feriti, ostaggi e prigionieri - ha concluso Fiano, rivolgendo il proprio saluto a Maurizio Martina e Vittorio Angiolini che lo sfideranno in questa corsa a tre per la segreteria regionale - perché il nostro sarà un confronto aperto. Chi vincerà, alla fine, sarà il segretario di tutti».

Benvenuti nel Paese degli «spennaturisti»

Una coppia giapponese, in vacanza a Roma, ha cenato dietro piazza Navona e s'è vista presentare un conto da 695 euro (compresa mancia di 115 euro, prelevata senza autorizzazione). Geniale. Vediamo in quale altro modo possiamo spennare i nostri ospiti. Chiuderli nel Colosseo e rilasciarli solo dietro pagamento di un riscatto? Portarli da Malpensa 2 a Malpensa 1 passando da Linate? Buttarli nei canali di Venezia, intimandogli di gridare "Mose!" per aprire le acque? Iscriverli alle ronde notturne di Massa? Invitarli al Palio di Siena e convincerli a fare i cavalli? A pagamento, s'intende.
Noi italiani crediamo d'essere aquile, invece spesso siamo talpe: non vediamo oltre il nostro naso. La notizia dei due giapponesi a Roma ha fatto il giro dell'Asia: il ristorante "Passetto" non se ne rende conto, ma ha compiuto un passo da gigante verso la demolizione della reputazione turistica italiana, oggi affidata ai loghi funerari (Magic Italy! in inglese!) di Michela Brambilla. Ci vuol altro. Chi viaggia lo sa: l'offerta è molta, la concorrenza feroce. Oggi nessuno vuol buttare i soldi. O farsi fregare.
Scrive Luigi Finocchiaro (ruiji@hotmail.com): "La notizia dell'«Italia spennaturisti» sta avendo ampio risalto nel Sol Levante: viviamo in un'epoca dove l'informazione corre veloce. Il Giappone non è l'Italia. Non basta mandare una delegazione a Tokyo e fare «bella figura». Non basta che le nostre rappresentanze istituzionali siano professionali. Non basta una paginetta pubblicitaria del ministero/ente preposto. Il turismo di Giappone, Corea, Taiwan e Singapore è qualificato, e gli asiatici sono per natura informatissimi (ho trovato un sito che traduce in giapponese i nostri commenti su 'Italians'!). Oggi i Paesi dove il turista viene spennato non sono quelli del gruppo cui l'Italia si pregia di far parte. In parole povere: succede solo nei Paesi del Terzo mondo".
Domanda: le associazioni di categoria o l'Enit hanno cercato di riparare il danno? Confcommercio, Confesercenti? Il Comune di Roma, al di là dell'indignazione di un assessore? Forse mi è sfuggito, ma non mi sembra. E' possibile riguadagnare terreno, ma occorre ... un'iniziativa generosa e clamorosa. L'interesse dell'Asia per l'Italia è noto (dobbiamo presentarci compatti, però: le differenze regionali sfuggono, a Seul e a Taipei). La tolleranza dei turisti giapponesi è proverbiale. Ma guai ad approfittare della generosità altrui. Tradire chi si fida è una colpa odiosa. Non per niente Dante - turista estremo e fantasioso - riservava a questi peccatori le punizioni più sadiche.
Forza, quindi. Mostriamo all'Asia la nostra gentilezza, e un po' di doveroso pentimento. Del resto, si sa: non siamo santi. A proposito. Non l'ho già sentita, questa?

giovedì 30 luglio 2009

Bianca Berlinguer intervista Ignazio Marino

Debora Serracchiani al Democratic Party di Roma alle Terme di Caracalla

Bianca Berlinguer intervista Rosy Bindi

"Occorre recuperare un piacere, un diritto alla verità, che questo Paese sta perdendo"

"Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo." (Giuseppe Fava)

C’è un Paese in cerca di verità. E c’è un Paese che questa verità si ostina a camuffarla. C’è una Giustizia che non riesce a individuare e colpire i mandanti dell’assassinio politico-mafioso del direttore dei Siciliani, Giuseppe Fava. Ma nello stresso palazzo di giustizia di Catania c’è un tribunale che colpisce i suoi eredi perché si ostinarono a portare avanti per quasi tre anni la missione di disvelamento dei neppure troppo segreti rapporti tra Cosa Nostra, Imprese e Istituzioni in Sicilia.
I fatti? Li narra Sebastiano Gulisano: “Circa un mese fa, il Tribunale di Catania ha notificato un atto di pignoramento della casa ad amministratori e sindaci della Cooperativa Radar, editrice del giornale e composta dagli stessi giornalisti, per fare fronte a un debito di circa centomila euro nei confronti dell’Ircac, un ente in liquidazione della Regione Siciliana. La cifra è lievitata negli anni, visto che I Siciliani ha smesso le pubblicazioni nell’estate del 1986, due anni e mezzo dopo l’omicidio mafioso del direttore e fondatore Giuseppe Fava. Paradosso, dunque, perché agli antimafiosi viene riservato lo stesso trattamento dei mafiosi: la confisca dei beni. Paradosso, perché fra le abitazioni oggetto del pignoramento c’è la casa natale di Giuseppe Fava, a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa. Il 30 settembre, data ultima per onorare il debito, la casa di Fava potrebbe dunque passare alla Regione Siciliana. Assurdo ma vero”.
Per dire no a questo paradosso si sono riuniti i vertici della federazione e dell’ordine, insieme alle associazioni Libera e Articolo21. Dire no, lasciando aperta la vicenda dei Siciliani. Impegnarsi, trasformando il paradosso in paradigma.
“Certo – ci dice Claudio Fava, figlio del direttore dei Siciliani – i giornalisti ci diano una mano a non chiuderla questa vicenda. Bisogna fare in modo che la storia dei Siciliani non sia soltanto un piccolo debito da saldare per un puntiglio di una sentenza del tribunale ma sia una grande esperienza collettiva di giornalismo, di verità, di battaglia politica e civile di cui raccoglierne tutte ... le ragioni e tutta l’urgenza.
“E’ questo il motivo per cui noi consideriamo particolarmente offensiva questa sentenza. – spiega Claudio Fava - Non la sentenza in sé. Quando devi pagare i debiti dei fornitori… sono passati venticinque anni, può darsi che il debito sia lievitato e arrivi a centomila euro. Ma è questo puntiglio che diventa pignoramento delle case, due mesi di tempo per pagare. Come se veramente il diritto alla verità di questo paese passasse attraverso l’adempimento di questi puntigli.
“Perché il messaggio che viene fuori – sottolinea Claudio Fava - è “Ragazzi se succede un’altra volta, se vi ammazzano il direttore, siete una redazione, avete tutti 25 anni cambiate mestiere, cambiate città, altrimenti passerà un quarto di secolo e vi presenteranno il conto economico di quel direttore che vi hanno ammazzato”.
La borghesia mafiosa, 25 anni fa, non si accontentò di uccidere Pippo Fava. Non un sostegno, non un modulo di pubblicità finirono sul periodico fondato da Fava e quei ragazzi ostinati continuarono a fare inchieste, foto, servizi, a scavare nel fango di un patto scellerato che consentiva la spartizione degli appalti attorno ad un tavolino i cui commensali appartenevano certamente alla Mafia e alle istituzioni. Eppure quegli ormai ex carusi che 25 anni fa inseguirono e perpetuarono l’utopia di Pippo Fava ricevendone in cambio il danno della disoccupazione e la beffa del pignoramento non hanno perso il gusto per la verità:
“Penso – ci dice ancora Claudio Fava - che occorre recuperare un piacere, un diritto alla verità, che questo Paese sta cominciando a perdere. Che passa attraverso la memoria delle cose accadute. Quindi custodire la memoria e il lavoro dei Siciliani come una grande risorsa collettiva. “Ma passa anche attraverso quello che accade oggi.
“Qui non si tratta di raccontare una pagina di storia ma di scrivere una pagina di cronaca. E questo – dice ancora Claudio - è un Paese in cui un signore condannato all’ergastolo per diversi omicidi, capo di un mandamento mafioso come Mangano possa essere elogiato dal capo del governo come eroe per aver scelto di morire in carcere senza fare i nomi. Accade che un giovane giornalista e scrittore sia condannato a vivere all’estero perché è stato condannato a morte dalla camorra.
Può accadere che questo Paese sia privato di alcuni segni di elementare civiltà e verità. “Tutto questo crea un ponte importante tra ciò che accadde 25 anni fa, la storia dei siciliani, e ciò che sta accadendo adesso. Ecco – conclude Claudio Fava - perché ci sembra che non si tratti di chiedere soltanto solidarietà a trovare il conto corrente sul sito della Fondazione Fava e dare un contributo. Si tratta di fare in modo che l’informazione sulle mafie e l’informazione in genere tornino ad essere un patrimonio di libertà e di verità. Non una merce di scambio come spesso accade oggi”.

Botticino: presentazione della mozione congressuale Marino

Il "piano per il Sud"

Il "piano per il Sud" proposto da Berlusconi avrà (immagino) una sua quantificazione, nel senso che ci sarà poi qualche ragioniere di Stato incaricato di fare la conta delle briciole necessarie a rabbonire i nuovi questuanti. Nel frattempo, a noi italiani di età non più verde (del Nord del Centro e del Sud) il "piano per il Sud" richiama vecchi telegiornali in bianco e nero e addirittura cinegiornali dall' audio stentoreo, con casse del Mezzogiorno, interventi speciali, fondi straordinari, sforzi supplementari, e onorevoli (democristiani e affini) che tagliano nastri e benedicono iniziative tra gli applausi di sottoposti e clienti. Una tristezza. L' unico "piano per il Sud" di una certa diversità, e di una qualche verve, ha fatto capolino con le confische di capitali ai mafiosi, e con l' affidamento di quei beni e di quei terreni a tipi tosti come don Ciotti. Se Berlusconi fosse quel gran dritto che dice di essere, farebbe quello che la sinistra non avrebbe mai il coraggio di fare: chiedere a don Ciotti di farlo lui, un "piano per il Sud". Dell' Utri non sarebbe contento. Lombardo e Micciché dovrebbero trovarsi un lavoro. D' altra parte, non è possibile accontentare sempre tutti.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Pd, Marino va al contrattacco "Ecco la lettera per farmi fuori"

Ormai, è roba per aule di tribunali. Nella guerra fra Pittsburgh e il professor Ignazio Marino, che stamattina darà l'incarico all'avvocato Vittorio Angiolini di querelare l'università Usa ma anche alcuni giornali, spunta una nuova lettera. La prova, secondo la ricostruzione dei legali, che l'allora capo dell'Ismett di Palermo fu fatto fuori con un accordo fra gli americani e la Regione siciliana, perché si opponeva al rinnovo di una convenzione con troppi punti oscuri e clientele.
Dietro la storia delle note spese gonfiate, come ancora due giorni la Upmc di Pittsburgh ha voluto confermare con un comunicato ufficiale, si aprirebbe allora tutt'altro scenario. E con il sospetto forte, da parte del candidato alla segreteria del Pd, di una manina politica che sta soffiando sul caso, nove anni dopo i fatti.
La lettera, che spunta fra le carte di Palermo, porta la data del 15 maggio 2002, ovvero alcuni mesi prima delle sue dimissioni (arrivate in settembre). La spedisce il responsabile degli affari internazionali della Upmc, Thomas Detre, che scrive all'assessore regionale alla Sanità siciliano, il professor Ettore Cittadini, e riassume un incontro che i due hanno avuto da poco. "Come abbiamo convenuto il cda dell'Ismett sarà ristrutturato, con tre componenti alla Regione siciliana e due alla Umpc". Un ribaltone, con gli americani che cedono la maggioranza nell'Istituto dei trapianti, a favore della giunta guidata da Cuffaro. Ma perché e chi dovrà lasciare quel posto in consiglio di amministrazione per favorire l'ingresso del terzo uomo della Regione? Proprio Ignazio Marino.
"Siamo tutti d'accordo - scrive ancora Detre - che il professor Marino si dimetterà dalla posizione di amministratore delegato e consigliere di amministrazione, e farà solo il direttore medico". Con un ulteriore promemoria per l'assessore siciliano: "Come ho avuto modo di dirle, la revisione degli accordi si giustifica solo nella contestuale prospettiva di una estensione dei termini contrattuali". Come a dire, il rinnovo della convenzione per altri nove anni val bene un ribaltone ... nel cda. E magari qualche altra "attenzione" in più, come l'autorizzazione ad aprire una struttura di cardiologia che gli americani stanno chiedendo da tempo.
Il tutto avviene, ricostruisce lo stesso Marino, alle sue spalle. Il direttore dell'Ismett sarebbe rimasto completamente all'oscuro delle intenzioni degli americani di tagliarlo fuori, e la lettera del resto è intestata solo a Cittadini (e solo per vie indirette è finita fra le carte arrivate in possesso degli avvocati). Ma perché la Umpc decide di mettere brutalmente alla porta il mago dei trapianti dopo lunga e proficua collaborazione? Per la storia delle note spese gonfiate?
"Le discrepanze fui io stesso a segnalarle - si difende Marino - ma in ballo a Palermo c'era ben altro. Un accordo molto redditizio con la Regione, al cui vertice era nel frattempo arrivato Cuffaro. Con una gestione dell'Istituto che da un certo punto in poi non potevo più condividere. E lo dissi chiaramente". Medici da assumere con un bando di concorso su misura, a prescindere dalle specifiche competenze sui trapianti. Pressioni per arruolare infermieri e portantini su input politici. Marino denuncia l'andazzo, in una lettera all'assessore al Bilancio Alessandro Pagano nel luglio 2002 si dice "molto preoccupato per la situazione all'Ismett, dove non riesco più a gestire il personale medico sui livelli di eccellenza che la struttura richiede". Informa anche alcuni ministri del governo Berlusconi. Silenzio. Alla fine del braccio di ferro, nel settembre del 2002 lascia il suo posto.
"Glielo consigliai anch'io - conferma l'ex comandante dei carabinieri Roberto Jucci, all'epoca a Palermo come commissario per le acque - perché al centro trapianti stava per sbarcare personale non qualificato, e il professor Marino non poteva accettare un'imposizione del genere".

Don Ciotti: boss e malaffare in agguato sulla ricostruzione

La ricostruzione può provocare danni più grandi del terremoto. Il monito che Ignazio Silone affidò alla sua gente dopo il sisma della Marsica, risuona ancora nelle orecchie degli abruzzesi. «Quando uno mi parla di rischio di infiltrazioni mi viene da sorridere perché qui la presenza, sia pure con colori e toni diversi, di forme di illegalità, di corruzione, di violenza criminale, non è la teoria di qualcuno, ma un dato di fatto». Don Luigi Ciotti è a Paganica, una delle frazioni dell’Aquila più duramente colpite dal terremoto. Nel campo della antica squadra di rugby si inaugura una biblioteca. L’hanno realizzata grazie a una sottoscrizione nazionale, a tirarla su braccia possenti, quelle dei portuali genovesi e dei rugbisti, ospiterà anche la sede di Libera e dell’osservatorio sulla ricostruzione. «Il terremoto, certe case e palazzi crollati ci parlano di speculazione, del cemento usato, degli appalti vinti forse con troppa facilità» - dice don Ciotti. «E allora dobbiamo vigilare sulla ricostruzione, fare in modo che sia pulita, senza infiltrazioni mafiose o camorriste, rispettosa dell’ambiente e della storia delle persone».
Le immagini dei palazzi de L’Aquila crollati dopo la scossa del 6 aprile, raccontano storie di cemento troppo debole, di clacestruzzo depotenziato. «Anche in questa regione – dice il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza – la criminalità nel settore edilizio ha fatto affari, rendendo il sisma una vera catastrofe per tutto il territorio e la popolazione ». Secondo l’ultimo rapporto “Ecomafia”, nel 2008 in Abruzzo sono state denunciate 367 persone, 71 sono stati i sequestri immobiliari e 319 le infrazioni accertate. Si tratta di numeri allarmanti che collocano l’Abruzzo al nono posto nella classifica nazionale dell’illegalità nel ciclo del cemento. E ora la ricostruzione. I rischi sono altissimi. La vicinanza con la Campania e la presenza di imprese e interessi economici nel settore immobiliare e turistico del figlio di Vito Ciancimino, provocano un allarme non ingiustificato. Angelo Venti, giornalista e animatore di Libera, ci affida una denuncia inquietante. «Si pensava che il pericolo di infiltrazioni mafiose partisse con la ricostruzione, il nostro lavoro di inchiesta sta dimostrando che il rischio lo stiamo correndo da ... subito con il sisma e con l’organizzazione dell’emergenza. C’è una gestione centralizzata degli appalti. Chi fa i controlli alle ditte che vincono gli appalti diretti?”. Anche il presidente di Legambiente parla delle infiltrazioni. «Un rischio che si è fatto più consistente perché sono state allentate le regole sui lavori in subappalto. La quota è stata aumentata del 15-20%”. Ma è la camorra, la criminalità più vicina all’Abruzzo del dopo terremoto, a farla da padrona nel campo del cemento e del calcestruzzo. A maggio scorso la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha sequestrato un impianto di produzione di calcestruzzo riferibile alle proprietà del clan Polverino. Per magistrati e investigatori, nella struttura si produceva materiale che «violava gli standard di sicurezza antisismica ». Calcestruzzo e cemento depotenziato, imposto alle ditte di costruzione. I pm napoletani hanno anche scoperto che il calcestruzzo della camorra è stato usato per costruire un mega-store dell’Ikea e alcuni parcheggi nella zona del Vomero. Per Michele Bonomo, presidente di Legambiente della Campania, «gli sviluppi dell’inchiesta confermano ancora una volta la gravità della situazione e la pericolosità delle conseguenze che una gestione criminale del ciclo del cemento può portare in tutto il Sud. È l’ennesima conferma che la camorra negli ultimi anni ha assunto il controllo dell’intero ciclo, a partire proprio dalla materia prima: il cemento. È necessario in tempi brevi una verifica sulle opere realizzate con il calcestruzzo dei boss scadente e pericoloso". «In Campania - prosegue Buonomo - i reati legati al ciclo del cemento sono da 15 anni leader a livello nazionale, dimostrazione che sul calcestruzzo nella nostra regione si saldano troppi interessi soprattutto economici e criminali».

Governatori in rivolta su Fas e sanità

È un prendere o lasciare quello che ieri le regioni hanno messo sul tavolo del governo. O Berlusconi interviene per ricostruire un dialogo soffocato da un deterioramento progressivo dei rapporti tra il governo e le regioni, o i governatori già da mesi sul piede di guerra attiveranno un conflitto istituzionale per difendere competenze calpestate e risorse confiscate.
La conferenza unificata stato-regioni non è servita a rasserenare il clima: i governatori chiedono un incontro urgente al presidente del consiglio anche se prendono atto che il ministro Fitto ha riconosciuto l’atteggiamento responsabile fin qui tenuto dalle regioni.
I governatori, però, non ci stanno ad essere il bersaglio del governo che ha unilateralmente rotto i patti. Utilizzando come un bancomat il Fas nazionale per le spese correnti e non per gli investimenti, sequestrando i Fas regionali e avviando una campagna contro le regioni sulla sanità invece di un confronto sul patto della salute.
Una rivolta, quella dei governatori, nell’aria da giorni ma che ieri è arrivata a un punto di svolta se non addirittura di non ritorno. Nelle stesse ore in cui il premier a palazzo Grazioli riuniva i ministri per il piano sul Sud, i governatori riuniti nella conferenza delle regioni intonavano canti di guerra. In vista della conferenza unificata del pomeriggio, è toccato al presidente Vasco Errani dare sfogo al malumore dei governatori stufi di veder calpestate le loro competenze, confiscate le proprie risorse destinate ad altri finanziamenti e utilizzati per un gioco a perdere dati sulla sanità regionale non sempre aggiornati.
Quello di ieri rappresenta un momento di svolta in negativo nei rapporti tra governo e governatori che, a questo punto, parlano apertamente di ingovernabilità e lamentano non solo una campagna sulla sanità contro le regioni, ma anche un utilizzo discutibile e ingiustificato dei fondi Fas.
Se Errani, che pure si dice disponibile a un incontro costruttivo con il governo già la prossima settimana, avanza l’ipotesi di un ricorso istituzionale delle singole regioni nei confronti di un decreto anticrisi che in numerosi passaggi contiene norme invasive delle competenze regionali, il presidente della regione siciliana Lombardo avverte: il Cipe di domani deve sbloccare le somme ... Fas destinate alle regioni meridionali. Lombardo, che pure usa parole dure nei confronti di un governo che non ha compiuto quella svolta meridionale di cui «tutti si riempiono la bocca», chiede fatti.
Ovvero chiede che il Cipe di domani dia il via libera ai fondi Fas per la programmazione regionale della Sicilia anche perché «abbiamo fatto tutto ciò che ci è stato richiesto, rimodulando secondo le indicazioni il piano di attuazione regionale per l’impiego dei 4 miliardi e 93 milioni di euro destinati alla Sicilia». E se Lombardo parla di un Fas sequestrato (ovviamente dal ministro Tremonti, ndr), Errani denuncia che sul Fas c’è grande confusione: «Sentiamo parlare di federalismo e federalismo fiscale, ma prendiamo atto che c’è un fortissimo centralismo». In serata il Cavaliere, che per tutta la giornata si è negato così come il ministro Tremonti ai governatori, annuncia che l’ultima riunione del Cipe prima delle vacanze estive, in programma per domani, sarà sui fondi Fas. Difficile, però, dire se ci sarà lo sblocco delle prime risorse. Il sospetto che quelle risorse servano al ministro Tremonti per tamponare, anche solo momentaneamente, buchi di bilancio si fa sempre più consistente. E sull’accordo raggiunto lo scorso marzo con il governo sugli ammortizzatori sociali, Errani mette le mani avanti: non va toccato.

Se dentro il fuoco ci sono vigili con diritti diversi

Intervengono proprio come i loro colleghi permanenti, affrontano gli stessi pericoli, e proprio come i loro colleghi a volte hanno un incidente grave, a volte muoiono mentre svolgono servizio. Sono i Vigili del fuoco volontari, 6500 persone pronte a intervenire in caso di incendi, allagamenti, frane, terremoti quando il personale permanente non basta a far fronte all’emergenza. Eppure per loro non ci sono le stesse tutele assicurate ai pompieri permanenti e ai loro familiari in caso di morte o grave infortunio, né sono garantiti come i loro colleghi dal punto di vista previdenziale e pensionistico.
La questione sarà discussa oggi a Montecitorio grazie a una mozione del Pd
. A dire il vero, quando Sandra Zampa e gli altri deputati democrats hanno iniziato a raccogliere le firme, sottoscrizioni a sostegno dell’iniziativa sono arrivate anche dal fronte Pdl. Poi nelle ultime ore i deputati della maggioranza ci hanno ripensato, e oggi presenteranno una loro mozione assai simile a quella targata Pd. Con una differenza, non da poco: mentre la mozione dell’opposizione chiede al governo di «predisporre gli strumenti necessari» per armonizzare il sistema assistenziale e di tutela di volontari e permanenti, quella della maggioranza chiede al governo di «valutare, compatibilmente con le disponibilità di bilancio, ogni possibile iniziativa, anche graduale » in questo senso. È assai probabile che ad ottenere il via libera sarà la versione per così dire annacquata del Pdl.
A meno che, tra le fila del centrodestra non ci sia un nuovo ripensamento, magari favorito dal fatto che l’equiparazione delle due categorie costerebbe allo Stato una cifra tutt’altro che astronomica (circa 2 milioni di euro). Ad illustrare il testo targato Pd sarà Sandra Zampa, che ricorderà in aula la fine di Massimo La Scala, morto il 2 luglio mentre con la sua squadra cercava di ripristinare l’agibilità delle vie di comunicazione colpite da una violenta tempesta in provincia di Torino. Ha lasciato moglie e due figli piccoli. Era un Vigile del fuoco volontario.
Fonte: Scollini - L'Unità

Ecco la prima Proposta di legge sulla “libera rete”. Intervista a Vincenzo Vita, primo firmatario

E’ stata in presentata al Senato la proposta di legge, a firma dei senatori del PD, Vita e Vimercati, sullo sviluppo e la libertà della Rete internet in Italia: “Disposizioni per garantire la neutralità delle reti di comunicazione, la diffusione delle nuove tecnologie telematiche e lo sviluppo del software aperto”. In pratica, è un progetto globale che vuole portare il nostro paese al passo con gli altri europei (Svezia, Francia, Germania e Gran Bretagna), dove lo sviluppo della rete è garantito da ingenti investimenti per far arrivare la larga banda ovunque, in modo che la popolazione possa servirsene con estrema facilità e a basso costo. Si tratta di dare corpo ad un “nuovo diritto” democratico, che negli Stati Uniti ha contribuito molto anche all’elezione del presidente Obama, e che permette alle piccole e medie aziende di “comunicare” tra loro e con i consumatori velocemente e con minori spese, di aiutare i cittadini a “dialogare” con la pubblica amministrazione e risolvere tutti i problemi (anagrafe, tasse, documentazioni varie, iscrizioni scolastiche e universitarie, pagamenti utenze); ma anche per creare le basi per un uso diverso e più attivo dei grandi media (TV,radio e stampa). Il governo Berlusconi ha genericamente parlato di incentivare un progetto di costruzione della larga banda destinando, ma solo sulla carta, circa 800 milioni di Euro ( ma ce ne vorrebbero almeno 10 miliardi in sette/otto anni, secondo il presidente dell’AGCOM, Calabrò, come ha sostenuto nelle sue Relazioni annuali). A questo proposito, però, il “Progetto” elaborato da Francesco Caio, già consulente del governo britannico per le Tlc, proprio su richiesta del governo italiano, è rimasto chiuso nel “cassetto dei desideri”!
Il disegno di legge ha potuto giovarsi dei suggerimenti provenienti da più parti e si è avvalso anche delle osservazioni e degli spunti, offerti sul wiki frontiere digitali, sul blog unaleggeperlarete.wordpress.com o nel gruppo facebook, Una legge per la rete, ma anche dai contributi espressi dai navigatori di Articolo 21 e Aprileonline.
Gli argomenti erano certo importanti (la neutralità della rete, il free software, la banda larga per tutti) ma la partecipazione e la qualità dei commenti hanno superato qualsiasi attesa.
Ulteriori, rilevanti contributi sulla libertà della rete e del software sono venuti dai seminari svolti a Roma e a Milano, animati dai bloggers, internauti ed esponenti politici che si ... occupano di tali temi. Più volte anche il Commissario europeo alla Società dell’Informazione, Viviane Reding, ha sottolineato che questo settore è la chiave per la competitività e la crescita economica in Europa, ed è responsabile per circa il 50% dell’attuale crescita di produttività nella UE. Il futuro economico e sociale dipende in larga parte dal futuro delle reti. Per contrastare l’attuale profonda crisi economica, il Vertice europeo ha previsto finanziamenti imponenti indirizzati al settore dell’innovazione: nel nuovo ciclo di programmazione dei fondi strutturali per il periodo 2007-2013, infatti, l’Unione Europea ha destinato circa 7 miliardi di euro a progetti collegati alle nuove tecnologie. Ne abbiamo parlato con il primo firmatario della Proposta, il senatore Vincenzo Vita.
Quali sono, Vita, i punti qualificanti della vostra proposta?
“I tre punti essenziali sono: garantire la neutralità della rete, ovvero l’accesso per tutti a canoni limitati o persino gratuitamente, essendo questo un capitolo cruciale dei nuovi diritti di cittadinanza. In secondo luogo, un grande piano di viluppo digitale attraverso un investimento triennale impegnativo e un programma rigoroso di alfabetizzazione informatica. Terzo elemento di qualità del testo è il software libero, vale a dire, la rottura con la logica proprietaria dei codici della “nuova conoscenza”.
Intanto, questa è la prima proposta di legge sulla rete, discussa e integrata proprio dal “popolo” della rete.
“Il testo che abbiamo presentato con il senatore Vimercati è il frutto di una lunga consultazione in rete. Tant’è che la stesura finale è per circa due terzi diversa da quella iniziale. Insomma, abbiamo voluto attivare una sorta di “Terza Camera” virtuale, per dare voce a quei tanti straordinari soggetti che non animano le piazze , bensì la “net society”, quella vasta società della rete che ormai partecipa a tutti gli eventi politici, senza magari entrare nelle sedi istituzionali della “vecchia politica”.
C’è un attacco alla libertà di scaricare da Internet. In Francia per fortuna è intervenuta la Corte costituzionale contro il progetto di censura del governo
“In effetti, tra i punti proprio inseriti nel testo, dopo il tentativo di legge francese e quello anche europeo, c’è la norma contro i filtraggi. La libertà non si può e non si deve toccare.
Tutti i partiti, specie a sinistra, parlano di utilizzare la rete come strumento partecipativo, ma poi non sviluppano siti, aree, le culture necessarie. Perché?
“Perché ancora non è entrata nella cultura politica l’ottica del linguaggio digitale, che non è un settore di lavoro, ma il nuovo sistema nervoso del villaggio globale. Si parala tanto di Obama e del suo successo dovuto alla rete, ma prendo atto amaramente che i documenti congressuali del PD non si occupano compiutamente di questa grande straordinaria novità. E’ anche con la forza della rete che si può e si deve combattere l’egemonia culturale della destra”.