domenica 9 agosto 2009

Se il mezzogiorno ritorna al passato

La durata di questo Governo dipende dalla sua capacità di affrontare con proposte innovative il problema del Mezzogiorno. Ha promesso il federalismo e questa volta è costretto a fare sul serio. Ma il federalismo è impossibile se i divari territoriali non solo non si riducono, ma addirittura aumentano, come avvenuto negli ultimi vent' anni. Quando usciremo davvero dalla recessione il reddito pro-capite degli italiani sarà tornato al livello del 1998. È impensabile recuperare tutto questo terreno perduto senza il contributo del Mezzogiorno. Infine, la maggioranza è sempre più lacerata dalla guerra tra nordisti e sudisti e non ci sono più risorse per mettere a tacere le proteste delle giacche blu o delle giacche grigie. Mentre i 4 miliardi elargiti alla Regione Sicilia la scorsa settimana hanno solo scatenato l' appetito degli altri governatori. Perché a loro sì e niente a noi? Di innovazione nell' affrontare i problemi del Sud non c' è tuttavia traccia alcuna. Al contrario, si sentono riproporre solo idee stantie, ritorni al passato, come se sessant' anni di politica straordinaria, una strada lastricata di fallimenti, fossero trascorsi per nulla. La prima grande idea maturata a Palazzo Chigi e dintorni è stata quella di ricostruire la Cassa per il Mezzogiorno, magari cambiandone la denominazione. In trent' anni aveva speso l' equivalente di 175 miliardi di euro attuali per fare addirittura calare di un punto percentuale la quota del prodotto interno lordo del Mezzogiorno sul totale nazionale. Poi è bastato che uno studio di Banca d' Italia richiamasse dati pubblicati dall' Istat più di un anno fa sui divari nel costo della vita fra diverse aree del Paese per far riaffiorare la proposta delle gabbie salariali, tabelle che per un quarto di secolo nel Dopoguerra hanno fissato i livelli retributivi in diverse parti del Paese. Eppure questo esecutivo si era vantato nei mesi scorsi, prendendosi meriti (e demeriti) certo non propri, di avere riformato la contrattazione salariale! Perché allora dovremmo tornare a metodi "sovietici" di determinazione dei salari? Infine sarebbe in «fase di avanzata progettazione» in via XX Settembre la Banca del Mezzogiorno. Anche in questo caso non si tratta di un' idea nuova. Banco di Napoli e Banco di Sicilia hanno una storia lunga quasi come quella dell' Italia unita. La Sicilia, poi, in virtù del suo ... statuto speciale, non è mai stata soggetta ai vincoli nell' accesso al credito imposti dalla Legge Bancaria del 1936. Ha poi conosciuto nel dopoguerra uno sviluppo imponente della propria rete di sportelli bancari: quasi 500 in più nei soli anni ' 60, tanti quanti in tutto il resto del Mezzogiorno. Eppure un' isola così "banchizzata" e irrorata di credito (più che d' acqua) non vanta certo condizioni di sviluppo superiori al resto del Mezzogiorno. Il suo reddito pro-capite è superiore solo a quello di Calabria e Campania, la speranza di vita tra le donne è addirittura inferiore a quella media del Mezzogiorno, è seconda solo alla Sardegna nel tasso di abbandono degli studi, offre meno servizi per la cura degli anziani di molte altre regioni meridionali. E potremmo continuare. Se si vogliono avere idee innovative per il Sud bisognerebbe finalmente andare alle radici del problema, che sono tutte di natura ambientale, legate al contesto in cui oggi si può fare impresa al sud. Sono nel capitale umano così spaventosamente più basso (e sempre più basso) che al Nord, sia in quantità che in qualità. Sono nei tempi biblici dei tribunali al Sud che rendono impossibile il rispetto dei più elementari diritti di proprietà. Sono nella corruzione diffusa e nell' inefficienza delle amministrazioni pubbliche. Sono nella mancanza di fiducia fra i cittadini che rende terribilmente costosa ogni transazione, riducendo la dimensione potenziale dei mercati. Sono divari difficili da colmare. La Spagna in parte ci è riuscita e probabilmente è proprio per questo che ha saputo conoscere una forte convergenza nei livelli di reddito fra le sue regioni, inizialmente più distanti fra di loro delle nostre. Per cominciare a ridurre questi divari, per renderli nel frattempo meno penalizzanti, ci vogliono istituzioni migliori. In difetto di capitale umano e sociale, ci vuole più Stato di qualità, più beni pubblici. È allora proprio da qui che bisognerebbe partire, punendo anziché premiare le amministrazioni più inefficienti, come quella siciliana. Per il Sud, di straordinario ci vuole solo una riforma delle istituzioni pubbliche, fatta di commissariamenti veri anziché di governatori che sono di fatto commissari di se stessi. E che davvero applichi il principio secondo cui l' amministrazione che ha prodotto un dissesto finanziario deve essere azzerata e deve essere sottoposta al "fallimento politico" del ritorno alle urne.

La ripresa che non c’è

Notizie in apparenza contraddittorie sul fronte economico.
Da una parte l’Ocse dice che l’Italia, assieme alla Francia, è uno dei rari paesi nei quali si colgono segnali di una prossima ripresa.
Dall’altra l’Istat ci informa che non solo il Pil si è ridotto del 6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma è anche diminuito dello 0,5% nei confronti del trimestre gennaio-marzo del 2009. Il fondo non è ancora stato toccato. A ben guardare, tuttavia, è illusorio pensare che un singolo stato sia in grado di uscire, solo o in ristretta compagnia, dalla crisi che ha colpito l’economia mondiale. La globalizzazione ha consentito a tutti, chi più chi meno, di svilupparsi, rende i tentativi di crescita autonoma necessariamente di lungo periodo, perché per ottenerla occorrono profonde modifiche strutturali.
Se vogliamo davvero tentare di capire se la ripresa è vicina occorre guardare a quelli che sono stati i protagonisti dell’ultimo favoloso trentennio americano, Cina e Germania.
L’economia Usa è stata spinta soprattutto dalla domanda dei privati per consumi e case. Le famiglie che dal dopoguerra al 1980 risparmiavano poco meno di un decimo dei loro redditi, nel 2007 avevano smesso di accumulare e si erano pesantemente indebitate.
Parte non trascurabile dei beni acquistati erano importati dall’estero. Corrispondentemente la bilancia dei pagamenti correnti dall’equilibrio era arrivata ad un deficit pari al 6% del Pil. Un valore non sostenibile per un paese che voglia mantenere la propria indipendenza.
Ora le famiglie, sia perché devono pagare i debiti, sia perché si è ridotta la ricchezza in titoli o immobili, sono tornate a risparmiare. Nel 2008 si è superato di poco il 6% del reddito e non è detto non cresca ancora.
Per giunta il crescente tasso di disoccupazione rappresenta un limite alla domanda di beni di consumo. Se l’economia Usa non è precipitata e se c’è qualche segnale di ripresa, lo si deve a massicci interventi pubblici. Che non è facile continuino dato che opinione pubblica e parlamento sono fortemente preoccupati di un debito pubblico che rischia di toccare livelli simili a quelli del periodo bellico. La Cina è sicuramente in una situazione migliore perché ha crediti e non debiti sull’estero, ma la sua domanda interna da vari anni a questa parte è cresciuta meno del ... prodotto nazionale. Questo si è potuto sviluppare a tassi elevatissimi grazie alle esportazioni, in particolare verso gli Stati Uniti.
La crescita del risparmio Usa rende più arduo continuare sulla stessa strada. Inoltre il contributo cinese al mondo si riduce dato che le importazioni di quel paese stanno riducendosi ad un ritmo più intenso delle esportazioni.
Occorrono, quindi, radicali mutamenti nelle abitudini e nei sistemi di assistenza sanitaria e previdenziale (sia l’uno che l’altro vanno quasi costruiti da zero perché inesistenti) che sono all’origine dell’elevatissima propensione al risparmio. Per quanto bravi e capaci siano i governi cinesi, non sarà facile modificare il sistema rapidamente.
Discorso analogo può farsi per la Germania il cui modello è fondato essenzialmente su specializzazioni tanto spinte da necessitare di sbocchi mondiali, oltre che su un accordo sociale che vede, anche in questi giorni, preferire riduzioni salariali alla disoccupazione. Per giunta il Fondo monetario internazionale ha, pochi giorni addietro, sottolineato che «c’è necessità di fare di più per stabilizzare le banche ed i mercati » e senza risolvere questi problemi ci sarà uno stop alla ripresa.
In sostanza se è abbastanza probabile che la recessione non degeneri in depressione, è facile che, per usare un linguaggio diventato di moda, l’uscita sia a L.
Al calo produttivo dovrebbe, cioè, seguire una lunga semistasi a livelli più bassi rispetto a quelli che si erano toccati.
L’Italia che già da qualche anno stentava a crescere come gli altri, dovrebbe maggiormente impegnarsi a modificare il proprio modello di sviluppo.
Non sembra che il nostro governo sia conscio di questa difficilissima situazione. Il Partito democratico, da parte sua, potrebbe trovare una vera ragion d’essere se volesse dedicarsi solo a questi problemi. Al pane, come ha scritto ieri Carlo Azeglio Ciampi.

Il sindaco di Bari: "Il Pd scardini il patto bipartisan per gestire gli affari della sanità"

«Scusi, ma sono un po’ stanco» - dice Michele Emiliano affondato nella poltrona da sindaco. Certo, non devono essere giorni facili qui in Puglia. Ieri sono stati arrestati un pusher e un socio di Giampaolo Tarantini. La magistratura sta frugando anche nei cassetti del centrosinistra e mette sotto accusa il governo affaristico della sanità.
Sindaco, che ne dice di questi arresti in casa Tarantini? È un filone ricco di colpi di scena...
«Vede, quando ci sono capi d’imputazione il giudice agisce e prende decisioni. Se c’è sostanza si arriva a conclusioni chiare. Questi sono accusati di aver fornito la droga a Tarantini, non è poca cosa. E il pm ha agito con nettezza».
Lei è il primo cittadino di una città cuore giudiziario d’Italia?
«Ma no, Bari non è il cuore giudiziario di nulla. Diciamo che siamo nella modernità e quando si sta nella modernità si finisce per vivere vicino agli amici di Berlusconi. I fratelli Tarantini, ormai mi pare chiaro, erano la chiave d’accesso a Berlusconi. Ma Bari non è solo questo, non tutti i baresi hanno questa chiave d’accesso. Questa città è tante altre cose, belle e pulite».
Quindi non c’è del marcio anche nella “primavera pugliese” come fa pensare l’inchiesta sulla sanità?
«Assolutamente no. La nostra stagione è cominciata per reagire all’isolamento del centrosinistra, al suo atteggiamento servente nei confronti del centrodestra e per dare un volto pulito alla politica. Se Emiliano e Vendola sono in campo lo si deve al corpo vivo del centrosinistra che non si è rassegnato al dominio di Fitto».
Sì, però sembra quasi che abbiate ereditato gli stessi vizi: affari e politica, le mani sulla sanità...
«Senta, qualcuno oggi dice che Vendola non poteva non sapere. Il punto è che di questa inchiesta, a differenza di quella Tarantini, nessuno sa niente. Non sono ancora stati individuati i capi di imputazione, né si conoscono gli elementi su cui si basa l’accusa».
Anche lei, ex magistrato, contro la magistratura?
«Niente affatto. La magistratura faccia il suo lavoro. Io noto invece che c’è stato uno ... scatenamento mediatico contro Vendola».
Ma il caso Tedesco non è un’invenzione dei giornali: l’ex assessore è accusato di essere il centro di un giro di affari, i suoi familiari hanno le mani nella sanità...
«Ma certo, si figuri. Però, guardi che l’assessore Tedesco era lì da tre anni per conto di un’area ben determinata».
Quale?
«Diciamo un’area post Ds, o meglio post Pci. Pensi che dopo un lungo colloquio con Tedesco che diede ampie rassicurazioni, Vendola intervenne in Consiglio Regionale e convinse tutti. Vede, il fatto è che Nichi, quando è stato eletto per la prima volta nel 2005 era un grande profeta del cambiamento ma non aveva mai amministrato nulla. E si è dovuto misurare coi problemi del governo avendo alle spalle un partitino e accanto un molosso come il Pd».
È d’accordo nel dire, come fa Vendola, che siamo di fronte a un teorema giudiziario?
«Diciamo che non ho elementi per dire che Vendola si sbagli. Dico che il pm deve accelerare e chiarire al più presto. Basta con il detto e non detto, se c’è da dire si dica. Ma intanto contro il malaffare combattono Vendola e il suo nuovo assessore alla sanità. Di loro mi fido».
Però c’è già chi pensa al dopo-Vendola. Avremo la Poli Bortone al suo posto in un’alleanza Pd-Udc? Lei che ne sa?
«Niente. Però non penso che sia solo una invenzione della stampa. Vedremo. Intanto dico che personalmente non vedo altre possibilità al di fuori di Nichi».
Ma allora perché ci sono tutte queste manovre contro la ricandidatura?
«Perché noi diamo fastidio. Anche a me all’inizio non mi voleva nessuno. Né i Ds né la Margherita. Lo stesso è accaduto con Nichi. La nostra amicizia oggi è una brutta notizia per molti».
Lei parla spesso della presenza in Puglia di un governo bipartisan della sanità, di un comitato d’affari. Ci spiega che cos’è e dove abita?
«Non parlo di comitato d’affari. Io dico che negli affari della sanità ci sono sempre gli uomini delle stesse aziende e degli stessi schieramenti politici».
Anche del Pd?
«Diciamo che c’è una prassi trentennale di gestione della sanità che coinvolge tutti. Nessuno finora l’ha scardinata e va scardinata con la politica. Vendola ha cominciato. Ma io penso che il compito principale del Pd debba essere proprio quello di annientare questo sistema».
In qualche dichiarazione lei ha lasciato intendere che in Puglia c’è sempre l’ombra di D’Alema nella gestione del potere. È così?
«No, non è così. Non ho detto questo: D’Alema è sempre assente nelle questioni di gestione. Da quando sono sindaco non mi ha mai fatto una telefonata per chiedermi di occuparmi di una persona o di affari concreti. Mai. Diciamo che D’Alema è molto presente politicamente, questo sì. Vuole sapere perché spesso si parla male di lui? È il suo fascino che attira meriti e demeriti…».
Emiliano ma perché si è candidato come quarto uomo alla segreteria regionale del Pd?
«Non mi piace il congresso nazionale, sembra quasi un regolamento di conti. Qui in Puglia mi sono permesso di dire, visto che sono il segretario regionale uscente, che sarebbe stato utile che io restassi alla guida del partito. Qualcuno ha detto che non si può avere il doppio incarico ma pare che sia una regola valida solo per me. Insomma, ho capito che tutto questo è il sintomo di un cambiamento politico che accoglierò».
In che modo?
«Voglio verificare se la mia candidatura ha un fondamento. Dobbiamo incontrarci, noi candidati, e vedere che cosa è meglio per il partito».
Si sussurra che lei potrebbe ritirarsi dalla corsa e far convergere i suoi voti proprio sul candidato di D’Alema, Sergio Blasi...
«Blasi è un bellissimo risultato, fa parte della Puglia che cambia».
La sua sembra quasi una dichiarazione di voto...
«Se non mi candidavo io Blasi non sarebbe mai stato scelto. Quindi no, penso che se uno decide di candidarsi è perché vuole andare fino in fondo... ».

Rai, tocca all’informazione salvare il futuro del servizio pubblico

Sulle prime sembrava scherzasse. Il presidente del Consiglio ama scherzare, ma poi i toni hanno preso una brutta piega e Silvio Berlusconi è arrivato a rappresentarsi la tv del Servizio pubblico a sua immagine e somiglianza. Il che forse è troppo, anche per uno insaziabile come lui.
Nella conferenza stampa di ieri si è parlato anche di Rai: «State bene? Che aria si respira in Rai con i direttori che ho fatto io?», ha esordito il premier, riferendosi alle recenti nomine Rai, dove ai posti di responsabilità sono stati messi uomini molto vicini alla maggioranza di Governo.
Non che in passato i direttori venissero eletti in altro modo, ma il viavai di candidati a Palazzo Grazioli è stato particolarmente intenso e sfacciato. Poi sono partite le bordate al Tg3. Alla giornalista che gli aveva posto una domanda ha così risposto: «Lei appartiene a una testata che ieri ha fatto quattro titoli tutti negativi e di contrasto all’attività di governo. Credo che sia una cosa che non dobbiamo più sopportare, non possiamo più sopportare: che la Rai, la nostra televisione pubblica sia l’unica televisione al mondo che, con i soldi di tutti, attacchi il governo. Siamo maggioranza, non vogliamo fare ciò che l’altra maggioranza di sinistra ha fatto in passato, quando la Rai ha continuato ad attaccare l’opposizione». Ha poi aggiunto: «Quindi non è vero che c’è la libertà di stampa o di televisione e che compito di un media è quello di attaccare chi governa...». E poi l’affondo finale, su cui vale la pena riflettere: «Il mandato che io vorrei che la nostra televisione pubblica avesse, e che è il mandato che corrisponde (ho sondaggi precisi al riguardo) alla volontà degli italiani che pagano la Rai con i soldi di tutti, è che la Rai faccia veramente il servizio pubblico e che non attacchi né governo né opposizione».
Questa funzione anestetizzante del Servizio pubblico (SP) è una novità assoluta (anche se ricorda passati regimi), non la si trova nello statuto di nessuna tv europea.
Da parecchi anni la Rai non s’interroga più sul ruolo di SP e le giustificazioni che il dg Mauro Masi ha dato sul divorzio da Sky sono sintomatiche di un disinteresse totale per queste problematiche. Com’è noto, il concetto di SP qui da noi è ben presto degenerato in lottizzazione. Anzi, proprio in ... questi giorni, siamo tornati alla lottizzazione più selvaggia: al Tg1 e a Raiuno sono stati nominati ben 11 vicedirettori, per gratificare la maggioranza e accontentare un po’ l’opposizione (in stile riserva indiana). Una lottizzazione così spudorata da essere fatta in videoconferenza (alcuni consiglieri non erano presenti a Roma, forse già in vacanza), una lottizzazione così affamata di posti da smembrare la direzione unica della radio per ricavarne altri. Anche la Lega, in passato così sprezzante nei confronti della pratica, si è adeguata: Antonio Marano ha accumulato così tante deleghe da lasciare le briciole agli altri vicedirettori generali. Più la si disprezza nei convegni, più la si pratica. La spartizione delle spoglie Rai è un rito tribale che appartiene ormai alla fisiologia della nostra democrazia: si confonde ora con il pluralismo ora con il clientelismo, ora con lo strumento di controllo ora con la spudoratezza. Nessun moralismo al proposito, ma a rimetterci sono i prodotti (siamo persino arrivati alla lottizzazione della fiction!) e l’esistenza stessa del SP. Nato nell’età della scarsità dei beni televisivi, il SP si trova ora immerso nell’abbondanza. La deregulation dei media ha permesso la fine del monopolio, con la nascita di tv private prima (tra cui Mediaset, che ha giustamente conquistato il suo spazio) e di corporations internazionali poi. Così l’economia su scala mondiale dà il via a media giants , capaci di gestire l’intera filiera delle telecomunicazioni.
La digitalizzazione ha visto la nascita di nuovi canali e di nuovi media su cui è possibile fruire contenuti televisivi. Il pubblico è ormai artefice di un proprio palinsesto grazie alla sistematica ricerca, su più canali e più media, dei contenuti preferiti, da visionare dove e quando gli pare. In questo panorama, il SP pare perdere la sua identità e diventare una tv fra le tante.
Ma allora, cosa significa oggi SP e qual è il suo mandato? Ha ancora senso tenere in piedi una struttura elefantiaca per garantire il godimento di un bene ormai frantumato e fornito da altri? Perché pagare un canone? La risposta potrebbe essere ancora positiva. Ma a due condizioni irrinunciabili. Che non sia il SP auspicato da Berlusconi (l’informazione dovrebbe occuparsi di meteo e di traffico, ma anche così si correrebbero rischi di attacchi al governo, specie in caso di pioggia). Che sappia adeguarsi ai cambiamenti, il più in fretta possibile. Come è accaduto per la Bbc. A questo punto entra in gioco il ruolo dell’informazione che, insieme alla qualità dei contenuti e alla qualità dell’audience, è uno dei baluardi irrinunciabili di una concezione moderna del SP. Il suo compito è di assicurare il pluralismo e, possibilmente, l’obiettività, prendere le distanze dal potere politico, nell’elogio e nella critica, garantire la rappresentanza alle minoranze. La strada è una sola: quella dell’autorevolezza.
Il direttore generale, i direttori delle reti e dei tg non dovrebbero più essere scelti in base alla loro appartenenza politica ma alla correttezza professionale. Non sono i sondaggi a dirlo, ma il buon senso. Che esiste ancora, ma, come diceva don Lisander, se ne sta nascosto per paura del senso comune.

Marcinelle, il messaggio di Napolitano: "Integrazione è diritto fondamentale"

"L'integrazione è un diritto fondamentale". Lo ha ribadito, in occasione della commemorazione del 53esimo anniversario della tragedia di Marcinelle, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Il suo messaggio è stato letto da Gianfranco Fini durante la visita nei luoghi dove l'8 agosto 1956 persero la vita 262 minatori, la maggior parte dei quali (136) italiani.
Fini, che ha presieduto la cerimonia di commemorazione, ha lanciato il suo personale monito, chiedendo rispetto per tutti i lavoratori anche per chi non ha documenti. Parole simili sono state pronunciate dall'ex ministro per gli Italiani nel mondo, Mirko Tremaglia, che ha colto l'occasione per rilanciare la sua personale battaglia contro il reato di clandestinità. La Lega non ha gradito e ha risposto per bocca di Calderoli: "Il lavoratore va sempre rispettato, ma se è irregolare va anche processato ed espulso".
Napolitano: "Riflettere sulla piena integrazione degli immigrati". "Il ricordo delle generazioni che hanno vissuto l'angoscioso periodo delle migrazioni dalle regioni più povere dell'Italia e hanno affrontato condizioni di lavoro gravose ed estremamente rischiose - ha scritto nel suo messaggio Napolitano - deve costituire ulteriore motivo di riflessione sui temi della piena integrazione degli immigrati così come su quelli della sicurezza nei luoghi di lavoro. Si tratta di esigenze sociali e civili e di diritti fondamentali, il cui concreto soddisfacimento sollecita massima attenzione ed impegni coerenti da parte delle istituzioni e di tutte le forze sociali".
Fini: "Rispettare lavoratori anche senza documenti". Considerare gli immigrati come "ospiti momentanei'' significa ''non aver capito nulla''. Lo ha detto Fini, aggiungendo che le istituzioni si devono ''impegnare perchè la storia di domani sia fatta da italiani che saranno tali
... pur se nati altrove''.
Ha poi, in aperta polemica con le altre forze della maggioranza, dichiarato: "Il lavoratore va rispettato anche se non ha les papiers, i documenti". "L'emigrazione italiana - ha continuato - non è stata soltanto caratteristica del nostro meridione. Quanti veneti, quanti piemontesi, quanti lombardi emigrarono. Questo vorrei che lo ricordassero quegli esponenti politici che oggi in Italia rappresentano una parte degli elettori del nord. Da Marcinelle viene l'insegnamento a rispettare l'immigrato: all'epoca gli italiani che lavoravano in Belgio non erano extracomunitari soltanto perchè quella parola non era stata ancora inventata, ma spesso erano considerati diversi, i 'musi neri' e in alcuni casi c'era la scritta 'non entrino gli italiani'. La loro sorte non era molto diversa dalla sorte che hanno i lavoratori stranieri che oggi vengono in Italia. Poi, è chiaro che dobbiamo integrarli garantendo la sicurezza, ma dobbiamo soprattutto rispettarli come uomini e come donne".
Ha infine posto l'accento sulla necessità di garantire la sicurezza sui posti di lavoro perchè "lavorare non può altro che essere l'esercizio di un diritto-dovere in condizioni di sicurezza. L'attualità di Marcinelle è di tutta evidenza, 53 anni sono passati ma si muore ancora sul lavoro e questo non è degno di una Europa che voglia essere l'Europa delle donne, degli uomini e, quindi, dei lavoratori".
Frattini: "Mai spenta emozione per la tragedia". Profonda partecipazione ed emozione sono i sentimenti espressi dal ministro degli Esteri Franco Frattini, in un messaggio letto dall'ambasciatore italiano in Belgio Sandro Maria Siggia.
"Alla memoria di tanti lavoratori scomparsi, che con dignità e sacrificio hanno portato per il mondo l'immagine migliore di un'Italia operosa e fiera - aggiunge Frattini - rivolgo un deferente omaggio, cui vi invito tutti ad unirvi in un unico afflato. Ho da parte mia disposto che tutte le rappresentanze diplomatiche e consolari osservino, in occasione della ricorrenza, un minuto di silenzio per commemorare le vittime che hanno onorato il nostro paese".
Tremaglia: "Reato di clandestinità sbagliato".
"Il ricordo degli emigranti italiani morti l'8 agosto 1956 serva anche nei confronti di chi, sbagliando, vuole leggi contro l'immigrazione clandestina, che non esiste come reato". Lo ha detto, prima di partire per il Belgio insieme a una delegazione italiana, Mirko Tremaglia, deputato del Pdl.
"La nostra gente non aveva un contratto, i nostri emigrati avevano questo tipo di vile compromesso: tanto carbone, tanti uomini in cambio. Una spaventosa tragedia che purtroppo si è ripetuta in molte parti del mondo - ha affermato Tremaglia riprendendo la sua personale battaglia contro il reato che proprio oggi entra in vigore -. Il nostro è un impegno morale e assoluto: difendiamo chi lavora e chi emigra. Per questo abbiamo deciso un'azione anche parlamentare contro il reato di emigrazione clandestina". Tremaglia ha anche proposto una conferenza internazionale dei Paesi africani del Mediterraneo con l'Italia e con i Paesi dell'Ue per investimenti europei in Africa, "per dare lavoro a 20 milioni di africani e impedire così l'invasione dell'Europa".
Calderoli: "Lavoratore irregolare va processato ed espulso". La Lega critica, per bocca del senatore Gianvittore Vaccari, "l'uso della commemorazione odierna della tragedia di Marcinelle per polemiche sul pacchetto sicurezza e il contrasto all'immigrazione clandestina". E poi rincara la dose con Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione normativa e coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord: "Il lavoratore in quanto uomo o in quanto donna merita sempre rispetto anche se irregolare: ma con il dovuto rispetto va anche processato ed espulso, quando non sia in possesso dei requisiti necessari, perchè così dice la legge, approvata dal Parlamento".

Erdogan, un altro ex amico di Silvio

Con amici come questi non servono i nemici. Silvio Berlusconi aveva appena fatto in tempo a vantarsi della sua opera diplomatica nell’accordo turcorusso che giovedì sera ha dato il via libera all’oleodotto Samsun- Ceyhan e al gasdotto South Stream. «Sono due risultati della nostra azione di mediazione», aveva gonfiato il petto davanti ai microfoni del Tg1, confidando nel fatto che i due protagonisti dell’accordo, i suoi due amici Tayyip Erdogan e Vladimir Putin, non avrebbero mai osato smentirlo. E invece è successo. Ieri mattina, mentre i giornali italiani celebravano la vittoria del premier, un alto rappresentante del governo turco ha voluto precisare alla Reuters che la pretesa di Berlusconi di un presunto successo personale è esagerata e ha sorpreso l’esecutivo di Ankara. Secondo la fonte, gli accordi erano stati già decisi, quando ad Ankara, a sorpresa, è sopraggiunto Berlusconi per presenziare al rito mediatico della firma.
L’incidente, ormai un classico, segnala come sia sempre più in crisi l’unico asse portante della politica estera del governo: l’amicizia personale tra il premier e una manciata di leader mondiali. Con l’uscita di scena di Aznar e Bush (e del leggendario Topolanek), su piazza erano rimasti solo in due a scambiarsi pacche sulle spalle con il Cavaliere: il primo ministro turco Erdogan e quello russo Putin.
Quest’ultimo, però, a giugno non ci aveva pensato due volte a mettersi d’accordo con Merkel e Obama per favorire l’acquisizione della tedesca Opel da parte del consorzio russo Magna, alla faccia della Fiat e dell’amico italiano. La precisazione di ieri del governo turco, invece, fa sorgere più di un dubbio sull’amicizia con Erdogan, che potrebbe aver “pilotato” l’intervista alla Reuters.
La diplomazia “personalistica” di Berlusconi mostra oggi tutta la sua debolezza. Verrebbe da dire che il premier anche in questo caso faccia una certa tenerezza.
Si è speso con grande generosità per l’ingresso della Turchia di Erdogan in Europa, per cui ha rischiato lo scontro con la Lega. Per difendere la guerra russa in Georgia è stato costretto a smarcarsi da molti governi occidentali. Per Putin ha indossato il colbacco, ha ... preparato il lettone e ha aperto le porte di Villa Certosa alle figlie.
Per Erdogan ha fatto da testimone alle nozze del figlio (improvvisando un imbarazzante baciamano alla sposa, musulmana, che non gradì), e per convincerlo ad accettare Rasmussen alla guida della Nato ha fatto innervosire Merkel in mondovisione.
Ieri il premier ha reagito con stizza quando gli è stata fatta notare la precisazione del governo turco. Berlusconi ha finto di non capire la fonte della notizia, ma era tanto consapevole del pasticcio che, non a caso, aveva iniziato la conferenza stampa citando una lettera appena arrivatagli dal premier britannico Gordon Brown, che lo ringraziava dei risultati del G8 di un mese prima (scherzi della Royal mail).
L’ennesima figuraccia internazionale di Berlusconi, tuttavia, ricade ancora una volta sulle spalle del paese. Non contento di aver sponsorizzato un progetto come South Stream, che lega ancora di più l’Italia ai capricci di un fornitore come la Russia, il premier ci espone al ridicolo proprio in una fase in cui la sua (e dunque anche la nostra) immagine internazionale è ai minimi storici, grazie alle sue performance erotiche e non solo. «Una cosa del genere poteva essere un problema dal punto di vista diplomatico – ha dichiarato la fonte del governo turco – Ma, visto che era Berlusconi, la cosa ha fatto sorridere i due leader». «È solo Berlusconi », avranno pensato Erdogan e Putin. Cioè: «È solo l’Italia».

Il mondo meraviglioso del Cavaliere tra potere, menzogne, pubblicità e tv

Abbiamo lasciato Berlusconi che organizza le sue serate a Palazzo o in Villa. Telefona ai suoi ruffiani, anche dieci volte al giorno, come posseduto da un'ossessione. S'informa delle ospiti. Ce ne sono di nuove?
Ne prescrive la mise. Si accerta che siano informate delle sue abitudini sessuali. Promette candidature politiche, ingaggi in tivvù, regali e "buste", cinquemila o diecimila euro secondo il gradimento. Contatta minorenni che non conosce, dopo averne scrutato il viso e il corpo da portfolio consegnatigli da salariati di Mediaset. Lo abbiamo visto in difficoltà quando anche la figlia Barbara (ma non i liberali di casa nostra) gli ricorda che, per un politico, per chi governa, privato è pubblico. Lo incontriamo ora a Palazzo Chigi con una gran voglia di far dimenticare quel che l'opinione pubblica internazionale conosce e soltanto tre italiani su dieci sanno (sette su dieci sono informati dalla televisione che egli controlla, e quindi non sanno alcunché). La scena è bizzarra per noi italiani e diventerà sorprendente per chi italiano non è.
Da solo, seduto a Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi si racconta e riempie di se stesso ogni quadro possibile: planetario, europeo, nazionale, cittadino. Il suo ego non ha confini. Il mondo è lui nell'autorappresentazione che ci offre, nient'altro che lui con il suo carico di vitalismo, ottimismo, carisma, umanità, saggezza, savoir-faire, una capacità di lavoro senza eguali. In quattordici mesi, elenca l'Egocrate, centocinquantotto incontri internazionali, ventidue vertici multilaterali, dieci vertici bilaterali. Sono stato in piedi, dice, anche quarantaquattro ore con il solo ausilio di ventuno caffè. Dovunque, successi. Soltanto successi. Anzi, un unico successo ininterrotto, senza pause, costante nel tempo, operoso in ogni angolo di mondo. Se le truppe di Mosca si sono fermate a quindici chilometri da Tbilisi scongiurando un conflitto Russia-Georgia, il merito è di Berlusconi che ha evitato l'inizio di una nuova Guerra Fredda. Se Barack Obama ha firmato a Mosca il trattato per la limitazione delle armi nucleari, il merito è di Berlusconi che ha favorito "l'avvicinamento" della nuova amministrazione americana al Cremlino. Se l'Alleanza ... atlantica è ancora vegeta, lo si deve al lavoro di persuasione di Berlusconi che ha convinto il leader turco Erdogan a dare il via libera alla candidatura di Rasmussen. Se "l'Europa non resterà mai più al freddo", il merito è di Berlusconi che ha convinto Erdogan e Putin a stringersi la mano dinanzi al progetto del gasdotto South Stream. Nel mondo meraviglioso di Silvio Berlusconi non c'è ombra né crisi. Non c'è il disonore personale né le menzogne pubbliche. Non c'è recessione né sfiducia. Non c'è né sofferente né sofferenza. Non ci sono più immigrati clandestini, non c'è crimine nelle città, non c'è più nemmeno la mafia. Regna "la pace sociale" e "nessuno è rimasto indietro" e, per quanto riguarda se medesimo, "non c'è nulla di cui deve scusarsi". Anche l'Alitalia è diventata, nel vaniloquio, un miracolo d'efficienza. Grazie ai "colpi di genio" di Berlusconi, anche i terremotati delle tendopoli all'Aquila sono felici perché "molti sono partiti in crociera e altri sono ospitati in costiera e sono tutti contenti".
A incontrarlo al bar, un bauscia di questa incontinenza (bauscia è bava, saliva: e anche il bavante, il salivante, il moccioso) si chiederebbe al barista di azzittirlo o di allontanarlo, ma quel bauscia è il nostro capo del governo. Ora all'estero - anche ricordando come Berlusconi, intossicato dalla sexual addiction, trascorre in realtà le sue giornate - liquideranno il protagonismo dell'Egocrate come l'ultima arlecchinata di un clown italiano. Noi, che da Berlusconi siamo e saremo governati, non possiamo farlo o per lo meno non possiamo limitarci alla derisione o all'invettiva. Più che disseccare le sue vanterie (per quanto riguarda il bilancio del governo, lo ha già fatto qui Tito Boeri, il 3 agosto) o autoconsolarci con uno sberleffo per quel "priapismo dell'Io", è più utile aprire gli occhi su quanto sta accadendo e accadrà. Meglio descrivere e decifrare quel che ci aspetta. Berlusconi va ascoltato con pazienza, infatti. Da gran fiume delle sue parole affiorano sempre, prima o poi, le "verità dell'asino", come ci ha spiegato Franco Cordero. Gli asini hanno una cattiva fama. Li dicono ottusi, poco intelligenti. Bestie trascurabilissime.
Ma, in realtà, il passo storto dell'asino è soltanto uno: "Svela piani che menti più sottili occultano". Càpita anche a Berlusconi e, solo, a Palazzo Chigi, ne offre un saggio. Se si riflette, le parole dell'Egocrate svelano una tecnica di dominio, un dispositivo di potere. La rappresentazione di se stesso e del lavoro del suo governo è esplicitamente "pubblicitaria", coerente con un'antica confessione di Berlusconi: "Non riesco a non vendere. Non ci riesco! Non riesco a svestire i panni del direttore commerciale" (D'Anna, Moncalvo, Berlusconi in concert). Soltanto nel linguaggio della pubblicità - senza profondità, istantaneo e istantaneamente dimenticato - può non esistere la realtà.
Così è nelle parole del premier: la recessione è alle nostre spalle; i disoccupati sono protetti e con un decente reddito; le imprese fiduciose; anche i terremotati sono contenti; le città sono sicure, mentre Obama Merkel Putin Erdogan - il mondo - pendono dalle labbra e dalle mosse del nostro premier. Nei modi d'espressione della pubblicità cade ogni scarto tra ciò che è davvero e ciò che si immagina possa essere, tra la situazione di fatto e il progetto. Ogni problema, per Berlusconi, è superabile con uno sforzo d'immaginazione, con una scarica di ottimismo e se ancora qualche problema persiste lo si deve alle forze del Male che non amano il Capo e quindi il popolo. Ogni dissenso è dunque un atto persecutorio contro il Capo e un'aggressione al popolo, un complotto contro gli italiani e l'Italia.
Questa scena, grottesca ma non per questo innocua, può diventare convincente soltanto se c'è un'informazione che la propone all'opinione pubblica come plausibile. E' quel che esplicitamente, come da verità dell'asino, Berlusconi chiede ai media italiani. Non facciano più domande, come già fanno i bravi giornalisti sportivi. Non diano conto del "negativo" perché, soprattutto per il giornalismo del servizio pubblico radiotelevisivo, "non sarà più sopportato". E che si sappia che è "anti-italiano" raccontare le difficoltà di un Paese in recessione, le sofferenze di chi - impresa, famiglia, lavoratore - ne è travolto. E' "anti-italiano" ricordare come il presidente passa il suo tempo a Palazzo e in Villa e con chi.
Pubblicità più televisione, il medium più potente, sono le armi del dispositivo con cui sempre di più avremo a che fare. Dobbiamo cominciare a fare i conti con il mondo di immagini che ha preso il posto delle realtà, svuotandola, a valutare gli effetti di una tecnica che ci defrauda dell'esperienza e della capacità di prendere posizione, che liquida ogni capacità di distinguere tra realtà e apparenza, che ci obbliga a un'abitudine che ci infantilizza. A ben vedere, pubblicità più televisione è la sola politica che ha in mente Berlusconi tra una cena a Palazzo Grazioli e una notte "a pagamento" a Villa Certosa.

sabato 8 agosto 2009

L'isteria del potere

Un uomo politico che di criminali se ne intende, come provano le condanne inflitte per reati molto gravi ad alcuni dei suoi più stretti amici, ieri si è permesso di attaccare i cronisti politici di Repubblica, indicandoli così: "Quelli sono dei delinquenti".
Bisogna risalire a Richard Nixon nei nastri del Watergate per trovare un simile giudizio nei confronti di un giornale. Oppure bisogna pensare alla Russia dove impera a carissimo prezzo la verità ufficiale di Vladimir Putin, non a caso amico e modello del nostro premier.
Questa isteria del potere rivela la disperazione di un leader braccato da se stesso, con uno scandalo internazionale che lo sovrasta mandando a vuoto il tallone di ferro che schiaccia le televisioni e spaventa i giornali conformisti, incapaci persino di reagire agli insulti contro la libertà di stampa.
Quest'uomo che danneggia ogni giorno di più l'immagine del nostro Paese e toglie decoro e dignità alle istituzioni, farà ancora peggio, perché reagirà con ogni mezzo, anche illecito, al potere che gli sta sfuggendo di mano, un potere che per lui è un fine e non un mezzo.
Noi continueremo a comportarci come se fossimo in un Paese normale. In fondo, questo stesso personaggio ha già cercato una volta di comperare il nostro giornale e il nostro gruppo editoriale, ed è stato sconfitto, dopo che - come prova una sentenza - con i suoi soldi è stato corrotto un magistrato: a proposito di delinquenti. Non tutto si può comperare, con i soldi o con le minacce, persino nell'Italia berlusconiana.
Fonte: Ezio Mauro - Repubblica

Acea, arriva la stangata sull' acqua chiesto un aumento del 10 per cento

Batte cassa il presidente di Acea. Insoddisfatto per una semestrale che ha registrato il crollo dell' utile netto (-24%a 55 milioni) e del Mol (-7%), anche a causa della flessione dei consumi elettrici, Giancarlo Cremonesi tira fuori dal cilindro una proposta destinata a pesare esclusivamente sulle tasche dei cittadini: aumentare il prezzo dell' acqua. Un piccolo ritocco, 13 centesimi al metro cubo, necessario per ristrutturare la disastrata rete idrica. Il sasso è stato lanciato lunedì scorso dal palco di CortinaIncontra, la manifestazione che mixa economia e mondanità organizzata dai coniugi Cisnetto nel cuore della valle ampezzana. «L' acqua in Italia è più a buon mercato che in tutto l' Occidente», ha premesso l' ex leader dei costruttori romani, aggiungendo poi che tutto il mondo delle «multiutility sta impostando un lavoro sulla rete idrica senza costi per lo Stato». E siccome è ora che «vengano riconosciute nelle tariffe gli investimenti che siamo pronti a fare, chiediamo un aumento da 1,30 euro a 1,43 euro a metro cubo, 13 centesimi di cui una famiglia neanche si accorgerebbe». Qualcosa più di un' idea, dal momento che già «a settembre, con questo piccolo aumento, si potrebbero aprire cantieri per ammodernare la rete idrica per alcuni miliardi di euro», ha concluso Cremonesi. Una proposta che non trova ostacoli da parte del governo. «Cremonesi ha ragione», ha infatti subito replicato il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli. «Il tema ha degli aspetti sociali molto forti per cui l' acqua da noi ha sempre avuto un prezzo "politico". Tutto ciò però ciè costato molto perché abbiamo un sistema degli acquedotti obsoleto che ci fa perdere il 42% dell' acqua». Contrarissimo il Pd. «Invece di mettere le mani nelle tasche dei cittadini Cremonesi farebbe bene a fare mea culpa per capire come sia stato possibile, in soli sei mesi di gestione, far scendere l' utile netto della semestrale del 24,2% sebbene abbia ereditato dalla gestione Mangoni un utile di 186mln di euro», attacca il vicepresidente della commissione Bilancio, Alfredo Ferrari. «Prima di cercare all' esterno soluzioni, sarebbe meglio fare autocritica e chiarire quali siano le politiche aziendali».
Fonte: Giovanni Vitale - Repubblica

Rizzo Nervo accusa Il dg sta lavorando solo per Mediaset

«La veritàè che ormai le decisioni sulle politiche della Rai vengono prese in altre sedi e subite dall' azienda pubblica». Nino Rizzo Nervo, consigliere Rai per il Pd, conosce bene Viale Mazzini. E suo il giudizio sulle ultime vicende della tv pubblica è netto. Che idea si è fatto della vicenda Rai-Sky dopo la "difesa" del dg Mauro Masi? «Masi l' accordo non lo voleva fare. Basta guardare il calendario: Sky invia la sua offerta il 22 aprile, il dg risponde 55 giorni dopo in modo interlocutorio. Non vi era interessea portare avanti in modo serio la trattativa». Qual era l' obiettivo di Masi? Favorire Mediaset, come attacca l' opposizione? «Quello che mi sembra chiaro è che, in questa partita, la Rai è stato lo strumento della concorrenza tra Sky e Mediaset». E chi ci sarebbe dietro questa guerra? «Diciamo che c' è stata una spinta del governo a far assumere alla Rai queste decisioni. Se si sfogliano i giornali degli ultimi mesi si vede come molto spesso il viceministro Romani abbia dichiarato di non vedere il motivo per cui la Rai dovesse restare attaccata a Sky». Evidenza del conflitto di interessi? «La spinta alla rottura è venuta da un governo presieduto dal proprietario di Mediaset». Anche il piano per modificare il contratto di servizio e oscurare da Sky tutti i canali Rai? «Ritengo possa essere una decisione consequenziale, vista la prossima scadenza del contratto tra Raie governo. È facile che venga modificato in modo da favorire chi ha premuto per una rottura con l' azienda di Murdoch». Stesso discorso per le nomine? «Un altro schiaffo all' azienda. Con un pacchetto chiuso di nomi concordati al di fuori del consiglio. Ormai c' è un comitato esecutivo, non previsto da alcuna legge né statuto: il direttore generale più i cinque consiglieri di maggioranza. Per noi e per il presidente gli spazi sono ridottissimi ma intendiamo utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione per difendere l' azienda».

Fonte: Repubblica.it

La Regione esclude gli stranieri dal buono casa per i disoccupati

Un bonus di 1500 euro all' anno per aiutare chi ha perso il lavoro a pagare l' affitto. Lo prevede una delibera che sarà presentata oggi in giunta regionale dall' assessore alla casa Mario Scotti e che prevede uno stanziamento di 5 milioni di euro. Dal beneficio, però, sono esclusi gli immigrati che, pur essendo regolari e con un regolare contratto, non siano residenti da 5 anni in Lombardia. Ed è polemica: secondo Ugo Duci, della Cisl, «per la prima volta in Italia si attua una misura anticrisi che discrimina tra italiani e stranieri». Il sindacato annuncia che «si mobiliterà e chiamerà a raccolta tutto il mondo delle associazioni, del volontariato, dell' impegno civile e sociale a partire proprio da quel mondo cattolico che trova nell' ultima enciclica di Benedetto XVI parole chiare e forti a favore dell' accoglienza, dell' integrazione e della solidarietà a favore dei lavoratori migranti». L' esclusione degli immigrati, spiega Scotti, dipende dal fatto che lo stanziamento «è l' integrazione del fondo sociale affitti nazionale che, per la prima volta, richiede come requisito proprio la permanenza da cinque anni in regione per poter accedere ai contributi. È una norma nazionale alla quale dobbiamo attenerci. Avremmo preferito estenderla a tutti - continua l' assessore dell' Udc - ma resta comunque un segnale per i disoccupati». Per Mario Agostinelli, capogruppo di Sinistra-Un' altra Lombardia, «si tratta di una vergogna: era una misura che avevamo auspicato ma in maniera ben diversa. Potranno ottenere il contributo tremila licenziati contro i 27mila che hanno perso il lavoro solo negli ultimi 4 mesi. La Regione, soprattutto, non perde occasione, anche quando deve garantire diritti di sopravvivenza,a marchiarei suoi provvedimenti in modo discriminatorio, innescando guerre tra poveri». Opposto il parere del leghista Stefano Galli: «Soldi per tutti non ce ne sono e Scotti ragiona da buon lombardo, non da italiano: meglio garantire chi è in fabbrica da vent' anni che chi è appena arrivato». Carlo Porcari, del Pd, si chiede invece «da dove la Regione prenderà le risorse, visto che il fondo sociale affitti è stato da poco decurtato. Si sta dividendo più volte la stessa torta...». -
Fonte: Davide Carlucci - Repubblica

Alemanno: «Ronde una parola tribale A Roma comitati come a New York»

«Ho visto in anteprima il decreto Maroni: la parola ronde non compare. Nel documento si parla di 'Associazioni di osservatori volonta­ri'. E definirle ronde è sbagliato». Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, non usa mezzi termini. Ha letto l’in­tervista al Corriere del ministro del­­l’Interno Roberto Maroni, ne ha incas­sato le punzecchiature e - a modo suo - replica. Cercando di non alza­re troppo il polverone della polemica, ma ribadendo la sua posizione sulle ronde.
Se è sbagliato definirle così, signi­fica che Maroni - che proprio di ronde ha parlato - sbaglia?
«Non voglio dire questo. Ma non capisco perché bisogna usare quel ter­mine che è chiaramente dispregiati­vo».
Maroni perché lo fa?
«Forse è un problema di sbrigativi­tà comunicativa... Ma bisogna fare at­tenzione ai termini che si usano. Le parole creano messaggi e i messaggi possono generare equivoci».
Secondo Maroni «Alemanno dice di non volere le ronde e poi fa le ron­de» e, per il ministro, alla fine lei sa­rà costretto a seguire i dettami del decreto...
«Io non le voglio chiamare ronde. Sono organizzazioni di volontari per la sicurezza territoriale. A Roma an­che la comunità ebraica, che non può essere sospettata di intolleranza, sin dagli anni '70 fa monitoraggio con una sua associazione di genitori».
E sull’applicazione del decreto?
«Seguirò le procedure indicate. Ma, come sindaco, cercherò di ag­giungere delle delibere per assegnare alle stesse persone funzioni di volon­tariato sociale e ambientale».
Una «via romana» alle ronde?
«Non voglio cadere in questa trap­pola. La parola ronde non la uso. Sarà la via romana al ... volontariato territo­riale».
Il ministro ha parlato anche dei «criticoni», che non vogliono che le cose cambino...
«Maroni sta facendo un ottimo la­voro sulla sicurezza. Ma proprio quan­do si cambiano le cose bisogna avere prudenza. Le critiche possono anche aiutare».
Perché il «Secolo» si è messo di traverso?
«Per la preoccupazione che ci sia una retorica sbagliata. Bisogna evita­re sia il 'buonismo' che il 'cattivi­smo', e non attrarre persone con pul­sioni difficili da controllare».
E la posizione di Alessandro Cam­pi di FareFuturo, secondo cui le ron­de sono solo «una bandierina pian­tata dalla Lega»?
«Non credo sia così. Il mio riferi­mento è Alfredo Mantovano, sottose­gretario agli Interni, ex magistrato, cattolico, ex An: per lui, il decreto Ma­roni è corretto».
Ronde o «osservatori volontari»: non rischia di essere solo un cavillo linguistico?
«No perché il messaggio che si lan­cia è diverso. Le ronde possono evoca­re un’idea di polemica contro lo Sta­to, un concetto di giustizia fai-da-te. Le organizzazioni di volontari indica­no invece la partecipazione attiva del­la gente alla vita pubblica, sono un aiuto alle istituzioni».
Le ronde sono un concetto di de­stra? E chi ne farà parte sarà orienta­to da una sola parte politica?
«La giustizia fai-da-te è un’idea tri­bale, una degenerazione di chi non crede nello Stato, ma ai gruppi, alle bande, ai clan. La destra, invece, cre­de nello Stato. Ed ha un suo bacino importante nelle forze dell’ordine. So­no convinto che nei volontari ci sa­ranno persone di destra e di sinistra, che credono nella cittadinanza atti­va».
Ma che bisogno ci sarebbe di gruppi di volontari, se la città e le istituzioni funzionassero?
«La forbice tra risorse disponibili e bisogni emergenti si allarga sempre di più. Solo per illuminare tutte le strade di Roma ci vorrebbero 200 mi­lioni di euro di investimenti. Senza contare la videosorveglianza. Ecco perché l’impegno volontario dei citta­dini è fondamentale, come avviene in America».
È diventato filoamericano?
«Sono innanzitutto europeista, ma quando sono stato a New York ho vi­sto cose interessanti. Lì esiste la poli­zia volontaria e i citizens committee, comitati di cittadini che girano con ra­dio, pettorina, torcia e danno l’allar­me se succede qualcosa. Bisogna pen­sare al nostro quartiere come alla no­stra casa. Se entra un ladro che faccia­mo? Ci attiviamo ed avvertiamo la po­lizia».
Ma le ronde, o gruppi di volonta­ri, non rischiano di diventare un problema in più per le forze dell’or­dine?
«Dovremo vigilare perché ciò non avvenga. I gruppi dei volontari sono l’antidoto all’odio sociale, non uno sfogo. Un modo per combattere la so­litudine, magari in un quartiere dor­mitorio e abbandonato».
Vuole dire che Roma, con questi gruppi, sarà più sicura?
«Questo è l’obiettivo. Prendiamo il caso Bianchini, il presunto stupratore seriale. Era preferibile avere dei non-luoghi, dei garage deserti, delle vie isolate, dove lo stupratore ha po­tuto agire indisturbato, oppure avere in giro delle persone su cui poter con­tare in caso di pericolo?».

Tutto ciò che doveva accadere, di orribile e ridicolo, è già ampiamente accaduto.

L' idea che esista un "piano" berlusconiano per smontare pezzo dopo pezzo la Rai (vedi la recente, sospetta rinuncia al vantaggioso sodalizio con Sky) è certamente un' idea tendenziosa, e maliziosa. Il problema, però, è che è un' idea inevitabile, e direi strutturale. Discende da quella oggettiva, obbrobriosa stortura che è la governance di Berlusconi (cioè del padrone di Mediaset) sul servizio pubblico, cioè sulla concorrenza. Se fosse la Toyota a nominare il management della Fiat, o l' Inter a decidere la campagna acquisti del Milan, ovviamente verrebbe da pensare che ogni mossa sia viziata da interessi altrui.È anche per questo, del resto, che non è la Toyota a nominare il management Fiat, e non è Moratti a decidere la formazione del Milan: esistono leggi, e prima ancora delle leggi ovvie consuetudini, che impediscono simili assurdità, e soperchierie. Al contrario, in questo paese nessuno più si scandalizza che sia il proprietario di Mediaset a nominare (nella sua residenza privata) i dirigenti dell' azienda concorrente: una delle scrivanie più importanti della Rai fu da lui attribuita alla sua ex segretaria personale. Tutto ciò che doveva accadere, di orribile e ridicolo, è già ampiamente accaduto.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Dante e Verga? Basta. Mi son de Trieste

Signor ministro, mi permetto di scriverLe per suggerirLe l'opportunità di ispirare pure la politica del Ministero da Lei diretto, ovvero l'Istruzione — a ogni livello, dalla scuola elementare all'università — e la cultura del nostro Paese, ai criteri che ispirano la proposta della Lega di rivedere l'art. 12 della Costituzione, ridimensionando il Tricolore quale simbolo dell'unità del Paese, affiancandogli bandiere e inni regionali. Programma peraltro moderato, visto che già l'unità regionale assomiglia troppo a quella dell'Italia che si vuole disgregare.
Ci sono le province, i comuni, le città, con i loro gonfaloni e le loro incontaminate identità; ci sono anche i rioni, con le loro osterie e le loro canzonacce, scurrili ma espressione di un’identità ancor più compatta e pura. Penso ad esempio che a Trieste l'Inno di Mameli dovrebbe venir sostituito, anche e soprattutto in occasione di visite ufficiali (ad esempio del presidente del Consiglio o del ministro per la Semplificazione) dall’Inno «No go le ciave del portòn», triestino doc.
Ma bandiere e inni sono soltanto simbo­li, sia pur importanti, validi solo se esprimo­no un'autentica realtà culturale del Paese. È dunque opportuno che il Ministero da Lei diretto si adoperi per promuovere un'istru­zione e una cultura capaci di creare una ve­ra, compatta, pura, identità locale.
La letteratura dovrebbe ad esempio esse­re insegnata soltanto su base regionale: nel Veneto, Dante, Leopardi, Manzoni, Svevo, Verga devono essere assolutamente sostitui­ti dalla conoscenza approfondita del Moro­so de la nona di Giacinto Gallina e questo vale per ogni regione, provincia, comune, frazione e rione. Anche la scienza deve esse­re insegnata secondo questo criterio; l'ope­ra ... di Galileo, doverosamente obbligatoria nei programmi in vigore in Toscana, deve essere esclusa da quelli vigenti in Lombar­dia e in Sicilia. Tutt'al più la sua fisica po­trebbe costituire materia di studio anche in altre regioni, ma debitamente tradotta; ad esempio, a Udine, nel friulano dei miei avi. Le ronde, costituite notoriamente da pro­fondi studiosi di storia locale, potrebbero essere adibite al controllo e alla requisizio­ne dei libri indebitamente presenti in una provincia, ad esempio eventuali esemplari del Cantico delle creature di San Francesco illecitamente infiltrati in una biblioteca sco­lastica di Alessandria o di Caserta.
Per quel che riguarda la Storia dell’Arte, che Michelangelo e Leonardo se lo tengano i maledetti toscani, noi di Trieste cosa c’en­triamo con il Giudizio Universale? E per la musica, massimo rispetto per Verdi, Mozart o Wagner, che come gli immigrati vanno be­ne a casa loro, ma noi ci riconosciamo di più nella Mula de Parenzo, che «ga messo su botega / de tuto la vendeva / fora che bacalà».
Come ho già detto, non solo l’Italia, ma già la regione, la provincia e il comune rap­presentano una unità coatta e prevaricatri­ce, un brutto retaggio dei giacobini e di quei mazziniani, garibaldini e liberali che hanno fatto l'Italia. Bisogna rivalutare il rio­ne, cellula dell'identità. Io, per esempio, so­no cresciuto nel rione triestino di Via del Ronco e nel quartiere che lo comprende; perché dovrei leggere Saba, che andava inve­ce sempre in Viale XX Settembre o in Via San Nicolò e oltretutto scriveva in italiano? Neanche Giotti e Marin vanno bene, perché è vero che scrivono in dialetto, ma pretendo­no di parlare a tutti; cantano l’amore, la fra­ternità, la luce della sera, l’ombra della mor­te e non «quel buso in mia contrada»; si ri­volgono a tutti — non solo agli italiani, che sarebbe già troppo, ma a tutti. Insomma, so­no rinnegati.
Ma non occorre che indichi a Lei, Signor Ministro, esempi concreti di come meglio distruggere quello che resta dell’unità d’Ita­lia. Finora abbiamo creduto che il senso pro­fondo di quell’unità non fosse in alcuna con­traddizione con l'amore altrettanto profon­do che ognuno di noi porta alla propria cit­tà, al proprio dialetto, parlato ogni giorno ma spontaneamente e senza alcuna posa ideologica che lo falsifica. Proprio chi è pro­fondamente legato alla propria terra natale, alla propria casa, a quel paesaggio in cui da bambino ha scoperto il mondo, si sente pro­fondamente offeso da queste falsificazioni ideologiche che mutilano non solo e non tanto l’Italia, quanto soprattutto i suoi innu­merevoli, diversi e incantevoli volti che con­corrono a formare la sua realtà. Ci riconosce­vamo in quella frase di Dante in cui egli dice che, a furia di bere l'acqua dell’Arno, aveva imparato ad amare fortemente Firenze, ag­giungendo però che la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare. Sbagliava? Oggi certo sembrano più attuali altri suoi versi: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!».
Con osservanza
Claudio Magris

Se questo è un uomo ...

La situazione economica, i militari nelle città, la Rai e la vita privata. È un intervento agostano a tutto campo, durato quasi un'ora, quello di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Il premier tira le somme dei primi 14 mesi di legislatura («Credo che nessun governo ha mai fatto tanto») e pone l'accento sui dati Ocse. «L’Italia è la prima in Europa per segni di ripresa» e questa, sottolinea Berlusconi, «è una buona notizia che va nella direzione della fiducia che io insisto bisogna avere per uscire presto dalla crisi».
Non solo economia, però. La conferenza stampa dà modo al premier di esprimere pesanti critiche sulla Rai. «State bene? Che aria si respira in Rai con i direttori che ho fatto io....?», scherza sulle prime il premier. Poi l'affondo: «Non dobbiamo più sopportare, non possiamo più sopportare che sia l’unica tv pubblica del mondo che con i soldi di tutti attacca il governo» ha però poi precisato il premier. Lo spunto gli arriva da una domanda di una giornalista del Tg3: «Lei fa parte di una testata che ieri ha fatto 4 titoli tutti negativi contro il governo» è stata la presa di posizione del premier. «Non sono ricattabile da nessuno e non ho scheletri nell'armadio. Non devo scusarmi, neppure con i miei familiari, per la mia vita privata» spiega poi Berlusconi rispondendo a una domanda sull'intervista rilasciata dalla figlia Barbara a Vanity Fair. «Lei mi vuole un bene dell'anima» aggiunge. Il Cavaliere si toglie poi qualche sassolino dalla scarpa e precisa che quanto dichiarato da Paolo Guzzanti «è infondato e vergognoso: non ci sono mai state telefonate, né intercettazioni, come può dimostrare la magistratura, c’è solo la vergogna per chi mette in circolo certe cose. È grave e si deve vergognare chi le propaga a mezzo stampa» dice il premier. «I giornali continuano a dire che odio le donne - sottolinea poi il capo del governo -. Se c'è qualcosa che adoro sono le donne, anche ... ministre».
Le dichiarazioni del premier sulla Rai fanno scattare la reazione delle opposizioni e del presidente della Rai. «Siamo di fronte a un uomo politico che sfugge impaurito il confronto con il Parlamento e con l'opposizione, che teme le critiche della stampa libera», è il commento del segretario del Pd, Dario Franceschini. Per Antonio Di Pietro (Idv): «Solo una faccia di bronzo come Berlusconi può pensare di mistificare così la realtà. Già controlla la quasi totalità dell'informazione privata, adesso ha messo le mani anche su quella pubblica. Che tristezza vedere Berlusconi costretto a fare una conferenza stampa il 7 agosto per ricordarci i grandi successi del suo governo». Replica anche il presidente della Rai, Paolo Garimberti: «L’informazione del servizio pubblico non è, e non deve mai essere, né pro né contro alcuno ma ha l’obbligo di raccontare i fatti. Le notizie non hanno colore né odore e vanno date tutte, sempre, ma tenendole accuratamente separate dalle opinioni. Tutto il resto è speculazione politica che non mi interessa e non mi tocca».
In conferenza stampa il presidente del Consiglio affronta anche la questione sicurezza, spiegando che il governo pensa, tra le altre cose, ad un notevole aumento del numero di militari impegnati nell'affiancamento delle forze dell'ordine nei centri urbani. Secondo Berlusconi, la mobilitazione dei militari nelle città «ha avuto un forte gradimento dai cittadini e ha portato ad una diminuzione del numero dei reati, soprattutto di quelli commessi per strada che sono i più pericolosi». Si inserisce a questo punto una critica all'opposizione che rispetto al pacchetto sicurezza «si è scatenata solo sulle ronde, definite ’fasciste’, e sul reato di clandestinità», mentre la legge «è piena di provvedimenti per i cittadini».
Berlusconi parla poi dell'emergenza rifiuti risolta in Campania e spiega che il termovalorizzatore di Acerra «è un prototipo importantissimo che potremo utilizzare quando tra poco ci saranno emergenze in altre regioni».
A Palazzo Chigi il premier torna sulle polemiche che riguardano il Sud. «Non pensiamo ad una cassa per il mezzogiorno, ma ad un istituto snello» spiega, aprendo alla possibilità che nel nuovo Ente che sarà creato per il Sud siedano anche esponenti dell’opposizione.
Quanto all'accordo sul super gasdotto siglata tra la Russia e la Turchia, Berlusconi smentisce quanto affermato da una fonte turca all’agenzia Reuters, e cioè di una sua "intrusione" indebita nella firma dell’accordo che è invece, torna a sottolineare il premier, «un grande successo italiano». A conti fatti, per Berlusconi, l'esecutivo «è forte» e «durerà per i prossimi quattro anni» e il premier si dice «arcisoddisfatto» della squadra di ministri. Tuttavia non nasconde che qualche piccola aggiunta, magari qualche sottosegretario in più, dopo le vacanze, verrà nominato. Un esempio? Il ministero senza portafoglio dei Rapporti per il Parlamento attualmente ricoperto da Elio Vito: «A volte Vito è ubiquo - scherza il premier - ha bisogno di un sottosegretario».
Fonte: Corriere.it

venerdì 7 agosto 2009

... ha ridato peso pubblico alla verità

La lettera di scuse dell' avvocato-deputato (avvotato, depucato) Gaetano Pecorella ai genitori di don Diana è importante. Non so quanto lo sia per Pecorella, lo è sicuramente per la memoria di un prete coraggioso e soprattutto per l' opinione pubblica. Da qualche tempo, in molti, viviamo nella convinzione o perlomeno nel sospetto che dire la verità, difendere la verità, pretendere la verità non serva più a niente. O meglio, serva solo a corroborare le convinzioni di una sparuta minoranza, ma non abbia più valenza pubblica. Insomma una verità di nicchia, una verità per "moralisti", per rompiballe, peggio ancora una verità per sconfitti. Replicando con lucida veemenza a Pecorella, Roberto Saviano ci ha un poco rincuorati. Ha scelto di puntare i riflettori su un "dettaglio" (uno dei tanti dettagli che messi insieme fanno una montagna), come se su quel dettaglio, e proprio su quello, si giocasse una partita decisiva. Come se da quel dettaglio dipendesse la sorte di tutti. Ha scelto lui (non Pecorella) il calibro della discussione, l' importanza della posta, il significato della sfida. Ha vinto. Ma ciò che più conta: ha ridato peso pubblico alla verità.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Dal Pd al Partito democratico

Documento congressuale della sinistra Pd a sostegno della candidatura di Pier Luigi Bersani, sottoscritto fra gli altri da Sergio Gentili, Livia Turco, Famiano Crucianelli, Carlo Ghezzi, Loriano Valentini

Abbiamo lavorato per costruire il Partito democratico. Molti di noi hanno partecipato alle primarie nelle liste di sinistra e sono tra fondatori dell’associazione “a sinistra”. Ci siamo impegnati per dare all’Italia e alle forze popolari un moderno partito riformista e pluralista, a forte partecipazione, con solide radici nei mondi dei lavori, dell’intellettualità, delle donne e dei giovani.
Un partito di una sinistra innovativa che si propone la rigenerazione della democrazia, l’equità sociale, la solidarietà, l’affermazione dei diritti civili e della pace. Un partito per la qualità sociale e ambientale. Un partito europeista, perché un’Europa forte della sua unità politica e istituzionale, espressione avanzata di diritti nel mondo del lavoro, di riforme e integrazione sociale, protagonista di politiche di cooperazione e di pace, è condizione essenziale per il futuro dell’Italia nel mondo.
Questo partito, ancora, non c’è.
Molti, delusi, si sono allontanati. Il nostro elettorato ha avuto un pesante smottamento. Il Pd ha subito ripetute sconfitte. Tutto ciò non è accaduto per il “destino avverso”, ma a causa del modo con cui si è concepito, diretto e costruito il Pd. Si è smarrito nella società e nella politica il senso della missione del Partito democratico. Il primo congresso, per noi, rappresenta l’occasione per ... reagire e cambiare: col dialogo, l’ascolto, il rispetto e una forte partecipazione degli iscritti. È il momento di ragionare insieme e non alimentare strumentalmente scontri personalistici e contrapposizioni generazionali.
Vanno fatte scelte chiare: sui valori, sui programmi, sulla rappresentanza del lavoro, sulle alleanze politiche e sociali, sulla questione morale, sulla laicità della politica, sulle forme organizzative funzionali alla massima partecipazione decisionale degli iscritti e alle consultazioni dell’elettorato.
Le linee culturali, programmatiche e politiche esposte da Pier Luigi Bersani aiutano a trovare le risposte giuste. Lo sosteniamo.
Un voto che preoccupa
Il voto in Europa registra una sconfitta delle forze democratiche e socialiste e un’avanzata della destra estrema. Questo mentre le forze democratiche, progressiste e di sinistra si affermano in decisive aree strategiche del mondo. È così in India, in Sud Africa, in gran parte del continente latino americano e, in primo luogo, negli Stati Uniti con la vittoria di Barack Obama. Il declino dell’Europa e della sinistra europea sono una sola cosa, al fondo vi è stata l’incomprensione e la passività nei confronti dei processi di globalizzazione e delle grandi contraddizioni che si sono aperte così come il ritardo e la debolezza di fronte all’esplosione della crisi finanziaria ed economica. Il fallimento dell’era neoliberista in assenza di un’alternativa chiara sta innestando fenomeni culturali, sociali e politici regressivi: chiusura delle frontiere, divisione e frammentazione della società, populismo e rifiuto della politica. Le tentazioni oscurantiste e razziste tornano a crescere nel campo della destra.
Alle forze progressiste europee mancano ancora scelte forti e chiare di salvaguardia sociale. È mancata e manca una linea riformista di fuoriuscita dalla crisi neoliberista. Non si vedono proposte innovative per il rilancio del ruolo dello stato, per la riforma dei mercati finanziari e delle istituzioni europee. C’è incertezza nell’affermare politiche per una nuova qualità dell’economia, per vere protezioni sociali, per i diritti sociali, civili e del lavoro. Per superare tali ritardi le forze progressiste e socialiste europee sono chiamate a contrastare i valori regressivi delle destre e ad avanzare una nuova idea di società: più giusta, più equa, più solidale, più inclusiva, più sostenibile. In Italia gli elettori non hanno premiato i propositi plebiscitari e presidenzialistici di Berlusconi e del Pdl. Tuttavia, la forza complessiva dei partiti di destra non si è indebolita in quanto la Lega ha raccolto consensi tra le inquietudini sociali e le spinte xenofobe che percorrono anche l’elettorato italiano e quel che è particolarmente grave, in una parte consistente della classe operaia del nord. Il voto ha premiato le forze politiche segnate da forti elementi di identità territoriale o da un radicalismo populista e propagandistico. La sinistra radicale con le sue profonde divisioni non ha raggiunto livelli politicamente significativi. È aumentato l’astensionismo, anche quello di sinistra.
Il Pd ha subito una pesante sconfitta elettorale e politica: persi 4 milioni di voti e cedute tante amministrazioni locali. Tuttavia, abbiamo retto alla prova “sopravvivenza”. Siamo una grande forza popolare e il progetto Pd è rimasto in piedi. Sarebbe, però, dannoso e colpevole non essere consapevoli che consistenti forze popolari e di sinistra non si sono sentite più rappresentate dal Pd e che sono entrate in crisi le tradizionali alleanze sociali e politiche faticosamente costruite fin dall’Ulivo.
Il risultato elettorale ci consegna un’Italia con le destre maggioritarie, le forze democratiche e di sinistra divise, frammentate e in affanno, un Pd in discesa e partiti politici populistici e personali.
Il fallimento del referendum oltre a evidenziare un distacco forte dei cittadini dalla politica e dalle istituzioni rende indispensabile una riforma del sistema politico-istituzionale per recuperare un senso profondo della democrazia parlamentare e della partecipazione politica.
…e dopo il neoliberismo?
La recessione colpisce tutti i paesi del mondo. L’impegno è evitare la depressione che sarebbe un disastro per le famiglie, i lavoratori, le imprese, l’occupazione giovanile e delle donne. Il sistema neoliberista ha gettato l’economia e la finanza mondiale in una crisi strutturale. Si è rivelata dannosa e illusoria la fede in quella autoregolazione dei mercati, che è alla base della finanziarizzazione dell’economia, del trionfo della speculazione finanziaria, della marginalizzazione dell’economia reale e dell’innovazione. La precarizzazione, l’insicurezza e i bassi redditi del lavoro e delle pensioni hanno fatto arretrare le condizioni di vita e di libertà di milioni di persone, di giovani e di donne, hanno creato diseguaglianze e stanno logorando i sistemi democratici.
La globalizzazione senza regole e responsabilità non è stata in grado di ridurre la povertà mondiale, vera causa delle migrazioni, né di dare risposte alla crisi ecologica del pianeta. Viceversa, ha alimentato una competitività selvaggia, divisioni etniche, conflitti armati, guerre di civiltà e di religione.
Senza l’intervento della politica, senza il rilancio delle istituzioni internazionali, senza un nuovo ruolo degli stati e senza un’ispirazione di pace, non se ne uscirà.
Obama, rinnovando le politiche keynesiane, ha scelto di affrontare la crisi e di costruire il dopo- neoliberismo, stando dalla parte dell’occupazione e dell’industria innovativa ed ecologica, dalla parte dell’assistenza sociale, dei diritti e dell’uguaglianza, dalla parte della pace e del dialogo tra i popoli. Analoghe scelte ci si aspetta dalle forze riformiste e socialiste europee. Le quali dopo una lunga stagione di accettazione e di “convivenza” con le logiche neoliberiste, ancora non sono in grado di avanzare una nuova idea di società. Anche il Pd è chiamato a dire con cosa e come superare la lunga stagione neoliberista. Noi chiederemo al congresso di scegliere la prospettiva, possibile e necessaria, di una società multietnica con forti valori sociali che liberi gli italiani dalle diseguaglianze e dalla paura verso gli immigrati, li rispetti come cittadini in base alla loro dignità di persone. Una società poggiata su mercati finanziari riformati e politiche di sostegno alla domanda e all’occupazione; fondata sulla qualità ecologica dell’industria e dell’agricoltura, delle fonti energetiche, dei servizi, delle reti e dei trasporti. Una società che fa leva sulla ricerca, sull’istruzione, sulla formazione, sui beni culturali e naturalistici, sul Mezzogiorno. Chiediamo che il Pd lavori per una società che faccia delle donne un’inestimabile risorsa, in cui le persone siano libere, gli orientamenti sessuali siano rispettati e ci siano vere opportunità per i giovani.
L’alternativa alle destre è urgente e possibile
Siamo preoccupati e allarmati per l’inadeguatezza del governo, per l’aggressività di Berlusconi e per i consensi avuti da forze regressive e xenofobe. Sono premiati i principali responsabili della crisi morale, economica, sociale e democratica dell’Italia. Eppure il governo Berlusconi non ha fatto nulla per il lavoro, per ridurre il precariato dei giovani, per rimuovere la situazione dei bassi redditi con cui vivono gran parte delle famiglie. Con i suoi provvedimenti ha sottratto soldi alla scuola e all’università, alla ricerca scientifica, alla sanità, al trasporto pubblico, alle infrastrutture, ai servizi sociali, ai comuni e alle provincie, alle forze dell’ordine. Le norme sulla “sicurezza” sono gravi e pericolose, mentre sulle intercettazioni telefoniche il governo mina la libertà d’informazione e la capacità d’indagine.
È un governo che nega un futuro ai giovani e le pari opportunità alle donne. Trascina sempre più in basso il Mezzogiorno. Si rivela incapace di contrastare la recessione, l’aumento vertiginoso della cassa integrazione, la crescente disoccupazione, l’indebitamento e il calo di commesse delle aziende, e non rimuove le loro difficoltà di accesso al credito. Diffonde i veleni della paura, del razzismo, della divisione sociale, dell’odio per le diversità.
Il suo capo ha dato un colpo mortale all’etica politica delle destre e capeggia l’antipolitica.
L’azione economica del governo, quindi, colpisce l’insieme delle fasce popolari e della piccola e media impresa, le forze della ricerca, della cultura, dell’informazione e dell’istruzione. Eppure molte di queste forze non guardano al Pd come un’alternativa credibile.
Anche per questo, oltre per il bene del paese, il Pd è chiamato ad assumere una forte iniziativa sociale e politica, anche prima del congresso, per riorganizzare e rilanciare l’opposizione. E va avviata la costruzione di un nuovo centrosinistra basato sui programmi. Non frammentato e litigioso. Rimane in piedi la necessità di costruire una nuova coalizione in grado di candidarsi al governo delle istituzioni, concorde sugli obiettivi da perseguire e fondata su una solida e rinnovata cultura di governo.
Il congresso dovrà scegliere, quindi, se fare del Pd il soggetto della costruzione di una larga alleanza programmatica, non mediatore “a prescindere” dai contenuti, ma portatore insieme di proposte e di capacità di sintesi unitarie, oppure rimanere da solo. La “vocazione maggioritaria” è stata praticata come autosufficienza e ci ha isolati.
Noi proponiamo che venga sostituita dalla “vocazione unitaria”. Solo sul terreno programmatico sarà possibile realizzare nuove alleanza e ristabilire rapporti positivi a sinistra.
Non un marchio ma un partito di tante e tanti
La costruzione del nuovo partito non è stata all’altezza delle aspettative. Troppi errori d’impostazione e di direzione politica. Sulle questioni fondamentali, dalla laicità dello stato ai diritti della persona, dalla centralità del lavoro alla difesa dei diritti dei lavoratori, dal decadimento della politica alla crisi della democrazia e, infine, nel modo stesso di pensare e fare opposizione, troppe volte le scelte e il comportamento del gruppo dirigente del Pd sono state incerte, confuse e contraddittorie. C’è bisogno di una svolta e di una profonda innovazione nel modo d’essere del partito.
Che innovazione è confondere la partecipazione con il plebiscitarismo, il pluralismo con i personalismi correntizi, la costruzione con la distruzione delle necessarie forme organizzative, l’apertura ai cittadini con la mortificazione degli iscritti, le funzioni degli amministratori con la direzione politica del partito, il consenso elettorale con le preferenze ai candidati, la scelta democratica dei segretari con la permanente contesa/contendibilità dei ruoli? Che innovazione è aver sottratto forza e funzione alle sedi collettive e ai gruppi dirigenti, aver ridotto il numero dei circoli e degli iscritti, aver indebolito il rapporto col mondo dei lavori, aver esposto le primarie a logiche personalistiche e di gruppo? Che innovazione è alimentare la divisione generazionale invece di puntare a un rinnovamento nella solidarietà e nella qualità? La sigla Pd è stata usata a volte come un marchio sotto cui mettere gruppi personalistici e privi di politica. Consideriamo deleterio, poi, che nel partito si possa manifestare un contrasto e una rottura generazionale. La formazione e il rinnovamento dei gruppi dirigenti è questione vitale per un partito. Il rinnovamento significa nuove culture, nuove sensibilità, nuove politiche, maggiore rappresentanza sociale, forte legame e valorizzazione dei territori, competenze, paritaria presenza femminile e capacità di direzione politica.
Solo l’intreccio tra diverse generazioni è in grado di fare rinnovamento vero.
Al Pd serve un rinnovamento vero e che va fatto sul serio. Per questo servono nuove forme di legittimazione dei gruppi dirigenti e nuove modalità di selezione. Noi crediamo che vera innovazione è valorizzare la trasparenza delle persone, il disinteresse, la valutazione dei risultati ottenuti, la rappresentanza sociale e di genere, e non più la cooptazione o la selezione per censo come avviane alle elezioni regionali e amministrative.
È vera innovazione stabilire la temporaneità dei ruoli e non l’inamovibilità o l’accumulazione delle cariche istituzionali con quelle politiche. Così come è innovazione nell’epoca della fedeltà al capo, fare un partito di liberi, che apprezzi le persone per la loro lealtà e non per il conformismo, per l’onestà intellettuale e non solo per le appartenenze di tipo correntizio o generazionale.
Il partito deve mettere tutte le proprie forze nella possibilità di fare politica come possono e anche a tempo pieno, prerogativa che non può essere lasciata solo agli eletti. In molti sono costretti a legare la propria passione politica alle cariche elettive creando spinte personalistiche, logiche elettoralistiche e competitive. Noi siamo portatori di una nuova etica della politica.
Crediamo che l’appartenenza al partito abbia un alto valore ideale, sia condizione di libertà e di senso di se stessi, che occorra far prevalere sempre il bene collettivo rispetto a quello individuale e che solo da ciò derivi il confronto politico e non viceversa. Solo questa etica sarà in grado di motivare e di chiedere ai giovani e alle persone di dedicarsi alla “politica” a tempo pieno, liberi e fieri. E così si sconfigge l’antipolitica.
Un partito per il cambiamento democratico
Il primo congresso del Pd dovrà essere un congresso vero, partecipato e vissuto con spirito inclusivo e costruttivo.
Un congresso che parli all’Italia degli italiani, dei loro problemi e del loro futuro, parli dell’umanità e del pianeta, della vita e del lavoro, della solidarietà e dell’eguaglianza, della libertà e della responsabilità. Un congresso che parli del cambiamento necessario e di come realizzarlo. Un cambiamento di fondo della società, della cultura e dell’economia.
Perché le condizioni di lavoro, i livelli salariali, la qualità e la forza competitiva dell’industria e dei servizi, la risorsa Mezzogiorno, l’estensione e la qualificazione dello stato sociale, la “questione morale”, il rispetto e l’estensione dei diritti civili, la laicità dello stato, la partecipazione politica, la valorizzazione femminile e il futuro dei giovani sono i contenuti della crisi e i connotati di un moderno intreccio tra questione sociale e crisi democratica.
La funzione del Pd è quella di dare risposte organiche alla crisi e ciò implicherà un nuovo passo in avanti nella rivoluzione democratica iniziata con la lotta di Resistenza e sancita nei valori della Costituzione. Il Pd avrà futuro solo se sarà il nuovo strumento politico del protagonismo, del senso e della funzione dirigente delle classi popolari, solo se sarà una vera novità nella loro lunga storia in Italia e in Europa.
Per questo compito storico e politico serve un grande partito pluralista nella rappresentanza sociale e culturale, di credenti e non, solido nei valori dell’eguaglianza, della libertà, del lavoro, dei diritti della donna, della laicità della politica, della responsabilità verso la natura, della pace. Un partito che governi nel rispetto delle persone la società multirazziale in cui viviamo.
Un partito nazionale ed europeo in grado, in Europa e nel mondo, di collaborare con le forze che si richiamano al socialismo, stimolandone il rinnovamento e con le forze democratiche.
Le scelte che vanno fatte
Il congresso dovrà fare chiarezza su molte cose. Qui ne indichiamo alcune su cui lavoreremo per avanzare proposte complete e precise da sottoporre al congresso stesso. E sono:
• la questione morale che ha ormai raggiunto i livelli di guardia e rischia di corrompere il sentire profondo della nostra società;
• il valore del lavoro, inseparabile dalla libertà e dignità delle persone;
• la sostenibilità sociale e ambientale dello sviluppo;
• il nuovo ruolo dello stato dopo il fallimento del neoliberismo;
• l’estensione e qualità dello stato sociale per garantire solidarietà e diritti alla salute, alla casa, alla previdenza, all’istruzione e all’immigrazione;
• la laicità della politica e la difesa del pluralismo etico;
• la parità tra i sessi e i diritti degli omosessuali;
• il consolidamento sociale dell’Unione Europea che oggi versa in gravi difficoltà;
• il ruolo di pace e di dialogo dell’Italia e dell’Europa per essere interlocutori autorevoli nel mondo globalizzato con il mondo islamico, nella trattativa per due stati in Palestina, nella costruzione di economie solide in Africa, in America Latina e in Asia, in grado di contrastare la fame e la povertà e di ridurre la pressione migratoria;
• la riforma dello statuto del partito per definire i caratteri della partecipazione, del pluralismo, del radicamento e dell’organizzazione, la centralità degli iscritti, dei gruppi dirigenti, della struttura federale per affermare l’autonoma partecipazione alle scelte politiche, programmatiche e di leadership e per garantire la partecipazione alle primarie.
Fonte: Europa

Tre cautele contro il rischio scissione

C’è una parola banale, ma spiacevole, che talvolta fa breccia nel confronto interno al Pd in vista del prossimo congresso nazionale: “scissione”. Una parola che, giustamente e responsabilmente, tutti rispediscono al mittente, soprattutto i candidati alla segreteria nazionale. Eppure quel brutto termine continua ad aleggiare. Perché? Credo che non possiamo sfuggire qualunquisticamente alla domanda.
Certo, se il Pd dovesse registrare una frattura al suo interno sarebbe anche un fallimento politico. Che segnerebbe una crisi del centrosinistra – a partire proprio dal Partito democratico – e permetterebbe alla destra di continuare a governare con tranquillità per i prossimi lustri. Ma le ragioni che portano a parlare di scissione devono essere respinte non solo per l’esito che innescherebbero, ma anche e soprattutto per confermare che in un “partito plurale” si può tranquillamente convivere e continuare a fare politica senza rinunciare alle proprie radici culturali.
Questo è il postulato essenziale che deve orientare il dibattito congressuale nel Pd. La pluralità va non solo predicata e scritta negli statuti ma praticata quotidianamente.
Non è facile, è noto, costruire una sintesi politica partendo dalla pluralità di culture, storie e biografie che costellano il panorama del Pd. Ma su questo fronte si gioca anche la credibilità e la solidità del progetto politico del partito, pena il ritorno alla dimensione identitaria e la sostanziale sconfitta della scommessa dei democratici.
Una seconda esigenza indispensabile è quella di non cedere alla vecchia tentazione egemonica che può lambire alcuni settori del partito, in particolare quelli provenienti dalla sinistra. Questo non ha nulla a che fare con le “coalizioni” variegate che accompagnano le squadre dei candidati alla segreteria del partito. Ci sono ancora troppi segnali che denotano questo rischio. È appena il caso di leggere attentamente gli editoriali dell’Unità – che se non erro è un giornale vicino al Pd – per rendersi conto che su alcuni temi il dissenso nel partito è mal tollerato se non deriso e ... ridicolizzato. È un tasto decisivo per evitare che da un dissenso mal tollerato si passi quasi naturalmente all’impossibilità di convivere dignitosamente.
La tentazione dell’egemonia, pertanto, va definitivamente archiviata e le ragioni della “mescolanza” vanno riaffermate senza tentennamenti e rimpianti. Del resto, non è ammessa la tesi di un azionista culturale all’interno del Pd. Se qualcuno, nell’area della sinistra, pensa che su questo terreno il pluralismo culturale è più un obiettivo da coltivare che uno stato di fatto è bene che si ravveda al più presto. Pierluigi Bersani, anche su questo versante, deve essere chiaro, per evitare che prevalgano tentazioni e vizi che possono rallentare il processo originario del Pd a vantaggio di un ritorno “identitario” che potrebbe non soltanto attenuare la spinta del partito ma addirittura porre le basi per una potenziale scissione dovuta a ragioni culturali e non solo legata agli eterni e ridicoli organigrammi interni.
In terzo luogo, per incanalare il dibattito lungo binari corretti e civili, il confronto interno non va estremizzato. Non ci troviamo di fronte al congresso di un partito tradizionale e sostanzialmente identitario come nel passato. In un partito come il Pd, ogni estremizzazione del confronto interno è destinata a creare sconvolgimenti e fibrillazioni. Quando si evidenzia il ruolo dell’unità del partito e nel partito non si fa un richiamo moralistico o formale. Senza la consapevolezza di una forte unità da preservare a prescindere dell’esito congressuale, il destino del Pd potrebbe ancora essere incerto e balbettante. Questo riguarda anche il livello regionale.
Forse era opportuno distinguere il congresso nazionale da quelli regionali ma credo che oggi l’obiettivo resti preservare un’unità decisiva per il futuro e la credibilità del partito.
La parola scissione, quindi, si può tranquillamente archiviare e rimuovere. Purché gli atteggiamenti e le scelte politiche dei leader in questo periodo decisivo siano responsabili e coerenti. E questo perché in gioco non c’è soltanto il destino e il futuro di un partito. Un elemento, questo, sufficientemente secondario essendo il partito sempre e solo uno strumento e mai un fine. In gioco, infatti, c’è la forza di una coalizione che è e resta la vera alternativa democratica e riformista alla destra berlusconiana. E questa alternativa regge oggi esclusivamente sulla forza e sulla proposta politica del Pd. Fuorché qualcuno pensi che l’alternativa politica vera e praticabile può essere rappresentata dai Grillo, dai Di Pietro, dai De Magistris con l’avallo magari dei Santoro… No, l’alternativa, se vuol essere vincente e seria, non può abbandonarsi al giustizialismo moralista e alla permanente voglia di manette. Il Pd ha un compito decisivo. Lo potrà assolvere, senza rischi, se saprà coltivare una vera unità e, soprattutto, se riuscirà a costruire un progetto politico che sappia coinvolgere tutte le storie politiche e culturali che si riconoscono nel Pd. Solo così la parola scissione sarà solo una burla e non una minaccia.