mercoledì 30 settembre 2009

Penati: «Al Pd serve gestione collegiale» Franceschini: «Il segretario sono io»

Stiamo lavorando per ricostruire una immagine di partito che in questi ultimi mesi ha toccato livelli molto bassi, si fa fatica a stare insieme a confrontarsi serenamente, ma fino ad ora si era riusciti a mantenere il congresso dei circoli su livelli ottimali. Come sempre però c'è qualcuno a cui piace gettare benzina sul fuoco ed ecco il solito PD confuso, diviso, persino ridicolo in certe sue espressioni. Facciamoci del male! E' l'unica cosa che riusciamo sempre a fare meglio. Berlusconi e il suo governo ringraziano. (M.B.)
MILANO - Secondo Filippo Penati, coordinatore della mozione Bersani, sarebbe opportuna una «gestione collegiale» del Pd. Un intervento che all'interno del Pd fa esplodere una nuova polemica (che si aggiunge alle fibrillazioni legate al sempre più probabile addio di Rutelli) a pochi giorni dal congresso dell'11 ottobre e a meno di un mese dalle primarie del 25. Il coordinatore della mozione Bersani afferma infatti che «Franceschini di fatto non è più il segretario perché non ha ottenuto il consenso da parte di due terzi del partito che sta gestendo» ed è dunque necessario predisporre una gestione collegiale del partito che guidi il Pd fino alle primarie di fine ottobre.
Frasi che provocano un vero e proprio terremoto all'interno del Pd. Secondo Piero Fassino, «Penati mina l'unità del partito». Ignazio Marino, candidato alla segreteria, invita Bersani a smentire «immediatamente le dichiarazioni del coordinatore nazionale della sua mozione. Altrimenti - prosegue - non si capisce perché abbia riempito le città di manifesti che invitano a voltarlo alle primarie del Partito Democratico». Il capogruppo del Pd alla Camera, Antonello Soro, definisce «stonate» le affermazioni di Penati, anche perché arrivate «nelle ore in cui i gruppi parlamentari del Pd sono impegnati in una dura battaglia per la difesa della legalità nel nostro paese».
Non tarda ad arrivare la reazione di Dario Franceschini. Il segretario del Pd, decisamente irritato, sconvoca la segreteria prevista per mercoledì e telefona a Bersani e ... D'Alema per ricordare che il segretario - come prevede lo statuto - sarà eletto con le primarie del 25 ottobre e chiedendo di prendere le distanze da Penati. Fonti vicine a Franceschini fanno notare che la situazione è grave dal momento che di fatto una gestione «condivisa» c'è già: da quando è stato indetto il congresso, infatti, ad ogni riunione di segreteria partecipano anche Bersani e Ignazio Marino o, in loro assenza, i coordinatori delle rispettive mozioni. Questo - viene spiegato - proprio per garantire la massima condivisione possibile.
Poco dopo, arriva l'intervento dell'altro candidato alla segreteria, vale a dire Bersani: «Sgombriamo il campo da ogni equivoco più o meno interessato. Franceschini, come è ovvio e come è giusto, è a pieno titolo il segretario del Pd così come prevede lo statuto, e ha la nostra piena collaborazione come è stato fin qui». E anche D'Alema aggiunge che «il ruolo di Franceschini non è in discussione».
Il capogruppo del Pd al senato invita tutti a un atteggiamento meno litigioso. «Il Pd sta compiendo un percorso democratico che unitariamente abbiamo deciso - dice la Finocchiaro - ma il Pd in queste settimane non ha chiuso, non si e' preso una pausa, sta lavorando, in Parlamento i suoi gruppi stanno facendo l'opposizione a questo Governo e Dario Franceschini e' il segretario di tutto il Pd. Per questo inviterei tutti ad evitare affermazioni e dichiarazioni sinceramente fuori luogo. E' evidente come una competizione per la leadership porti a una radicalizzazione dello scontro tra i candidati. I miei dubbi sul percorso scelto nascevano anche da queste preoccupazioni. Ma per evitare questi rischi serve anche una maggiore responsabilità di tutto il gruppo dirigente: e' necessario abbassare i toni ed evitare affermazioni che feriscono prima di tutto il Pd stesso».
Fonte: Corriere.it

Ho una trentina di cause. E non riesco ad avere una polizza per le spese legali

Luigi Ferrarella, sulle pagine di questo giornale, ha sollevato un problema che condivido e mi tocca da vicino: la pressione politica (che in Italia è particolarmente anomala) sul condizionamento della libertà d’informazione forse non è l’aspetto più importante, anche se ciclicamente emerge quando coinvolge personaggi noti. Per questo facciamo grandi battaglie di principio e ignoriamo gli aspetti «pratici». Premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza. Alla sottoscritta era stata manifestata l'intenzione di togliere la tutela legale.
La direzione della terza rete ha fatto una battaglia affinché questa intenzione rientrasse, motivata dal dovere del servizio pubblico di esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità. Nell’incertezza sul come sarebbe andata a finire ho cercato un’assicurazione che coprisse le spese legali e l’eventuale danno in caso di soccombenza dovuta a fatti non dolosi. Intanto sul mercato italiano, di fatto, nessun operatore stipula polizze del genere, mentre su quello internazionale questa prassi è più diffusa. Bene, dopo aver compilato un questionario con l’elenco del numero di cause, l’ammontare dei danni richiesti e l’esito delle sentenze, una compagnia americana e una inglese, tenendo conto del comportamento giudicato fino a questo momento virtuoso, si sono dichiarate disponibili ad assicurare l’eventuale danno, ma non le spese legali. Sembra assurdo, ma il danno è un rischio che si può correre, mentre le spese legali in Italia sono una certezza: le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla ... reale esistenza del fatto diffamatorio.
A chi ha il portafogli gonfio conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato. L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere. Quattro anni fa mi sono stati chiesti 130 milioni di euro di risarcimento per un fatto inesistente, e la sentenza è ancora di là da venire. Se alle mie spalle invece della Rai ci fosse stata un’emittente più piccola avrebbe dovuto dichiarare lo stato di crisi. Visto che ad oggi le cause pendenti sulla mia testa sono una trentina, è facile capire che alla fine una pressione del genere può essere ben più potente di quella dei politici, e diventare fisicamente insostenibile. Questo avviene perché non esiste uno strumento di tutela. L’art. 96 del codice di procedura civile punisce l’autore delle lite temeraria, ma in che modo? Con una sanzione blanda, quasi mai applicata, che si fonda su una valutazione tecnica «paghi questa multa perché hai disturbato il giudice per un fatto inesistente».
Nel diritto anglosassone invece la valutazione è «sociale», e il giudice ha il potere di condannare al pagamento di danni puntivi «chiedi 10 milioni di risarcimento per niente? Rischi di doverne pagare 20». La sanzione è parametrata sul valore della libertà di stampa, che viene limitata da un comportamento intimidatorio. La condanna pertanto deve essere esemplare. Ecco, copiamo tante cose dall’America, potremmo importare questa norma. Sarebbe il primo passo verso una libertà tutelata prima di tutto dal diritto. Al tiranno di turno puoi rispondere con uno strumento politico, quale la protesta, la manifestazione, ma se sei seppellito dalle cause, anche se infondate, alla fine soccombi.

L'editto milanese

Le accuse bugiarde e livorose che il presidente del Consiglio ha scagliato domenica contro l'opposizione meritano di essere annotate sull'agenda politica. Valgono come documento per l'oggi e come ammonimento per il domani. Il documento dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, la natura manipolatoria e intimidatoria del berlusconismo. Infiammare la folla del Lido di Milano con il viso trasfigurato e il dito puntato, gridando "vergogna, vergogna, vergogna" all'indirizzo di "questa opposizione che brucia la bandiera americana e quella di Israele e dice "meno sei" dopo la morte dei nostri soldati", è un'operazione di propaganda che tradisce innanzi tutto falsità ideologica e irresponsabilità politica.
La falsità è nelle cose. Mai come in questi ultimi mesi, e soprattutto all'indomani del tragico attentato in cui sono morti i sei parà italiani in Afghanistan, l'opposizione ha dato prova di equilibrio istituzionale, di maturità civile, di condivisione morale. Semmai è stata la Lega di Bossi, titolare della "golden share" di questa maggioranza, a invocare un "riportiamo a casa i nostri ragazzi", solo qualche ora dopo la strage di Kabul. Tra l'Udc, il Pd e l'Idv, non una sola voce si è alzata in Parlamento per "speculare" politicamente su quel lutto e su quel dolore. E fuori dal palazzo persino la sinistra radicale, pur confermando la propria legittima contrarietà alla missione, ha evitato di rilanciare a sproposito i "mantra" pacifisti che le sono stati tanto cari.
Stavolta nelle piazze d'Italia nessun corteo ha irriso i soldati della Folgore. Nessun estremista in kefià ha bruciato bandiere israeliane. Nessun orfanello di Stalin ha dato alle fiamme il fantoccio di Bush. Nessun corteo ha espostro l'indegno striscione "10-100-1000 Nassiriya". Un ignoto imbecille, uno solo, duramente stigmatizzato dalla stessa sinistra, ha scritto uno schifoso "meno sei" su un muro. Un gesto orribile, ma fortunatamente isolato. E questo è tutto. Dunque Berlusconi ha mentito, mettendo nello stesso calderone della "vergogna" un solo fatto realmente accaduto, fatti accaduti in passato e fatti accaduti mai. Ha mescolato ... il tutto, per poi riversare la miscela fangosa non su questo o su quello, ma sull'opposizione come "categoria" politica, generica ed onnicomprensiva.
Qui sta anche l'irresponsabilità. Al Cavaliere, palesemente, non interessa il governo del Paese. La sua parabola di primo ministro si consuma non nella soluzione dei problemi, ma nel comizio permanente. Si nutre non dei risultati concreti della sua azione, ma dell'acclamazione del popolo che canta "Silvio, Silvio". Per funzionare, questo "metodo di non-governo" ha bisogno di furori ideologici e, soprattutto, di nemici sistemici. L'elite borghese è nemica. L'alta finanza è nemica. La magistratura è nemica. La stampa è nemica. E, ovviamente, l'opposizione è nemica. Qualunque opposizione. Quella di Di Pietro come quella di Casini. Quella di Franceschini come quella di Bersani. Quella di Pannella come quella di Casarini. Nella notte di Berlusconi, più ancora che in quella raccontata da Hegel, tutte le vacche sono nere. Anzi rosse. E in quel "io sono il popolo", in quel "noi dureremo per sempre" e in quel "voi siete fuori dalla storia" si esaurisce l'intera dimensione spazio-temporale della democrazia.
Cosa si può costruire, in questo profondo buio della Repubblica? Quali riforme condivise? Quali piattaforme bipartisan? Per fortuna, dal Quirinale, il capo dello Stato ha ristabilito il principio di realtà. E dopo le parole chiare di Giorgio Napolitano sono apparse goffe, per non dire patetiche, le retromarce tentate dalla solita corte berlusconiana dei Frattini e dei Cicchitto. Ormai il danno, l'ennesimo danno, si è purtroppo compiuto.
Ecco allora l'ammonimento, che oggi è insito nell'"editto di Milano", come ieri lo fu in quello "bulgaro" contro Biagi, Luttazzi e Santoro, e poi in quello "albanese" contro i direttori dei giornali. Chi sogna la "tregua", con questo presidente del Consiglio, sta purtroppo prendendo un drammatico abbaglio. Senza nemici da aggredire, o senza amici da ingannare, il Cavaliere non ha mai regnato. E non regnerà mai.
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica

I nostri Sì e No per cambiare l’Italia: i diritti della persona

Cacciari: «Berlino docet, al Pd serve la svolta lib»

«Il voto tedesco dovrebbe farci capire che il Pd deve muoversi nella direzione liberale. Se si va in quella opposta, quella di Oskar Lafontaine, il centrosinistra si suicida». Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, filosofo e tra le menti più lucide del Partito democratico, cerca di trarre una lezione dal successo dei liberali tedeschi, e del crollo della Spd dice: «Le socialdemocrazie non scontano un vizio di “estremismo”, ma di conservatorismo, per aver voluto cercare di conservare disperatamente il vecchio modello di welfare, che andava invece radicalmente trasformato in ottica liberale».
Il successo dei liberali tedeschi e la crescita di quelli britannici vanno di pari passo con il declino delle forze socialdemocratiche nei due paesi e in Europa. Vedi un nesso tra le due tendenze?
Chiaramente il nesso c’è. Sia i liberali tedeschi che quelli britannici sono considerati più rappresentativi di certe tendenze che chiamerei post-welfare-statalistico. Il grande problema delle socialdemocrazie è di non aver compreso che per salvare lo stato sociale, per guarirlo dei suoi elementi burocraticostatalistici, sarebbero state necessarie profonde riforme di tutta la pubblica amministrazione: maggiore efficienza, riduzione dei costi, sburocratizzazione, delegiferazione.
Interventi che andavano affrontati con il necessario coraggio dopo che era entrato in crisi, già all’inizio degli anni Ottanta, il modello classico di welfare. Questa esigenza era diventata ancora più impellente dopo la caduta del muro di Berlino, che non poteva che mettere in cattiva luce complessivamente il termine “sinistra”, con cui non si sono mai definiti né i democratici americani, né, per fare un altro esempio vincente, quelli giapponesi.
Un problema anche di comunicazione...
Sì, bisognava abbandonare i vecchi termini e definirsi, il prima possibile, “democratici liberali”. Il successo dei liberali tedeschi e britannici occupa un vuoto, che si è prodotto ... per questa scarsa capacità di analisi, di progettazione e audacia riformatrice da parte delle socialdemocrazie.
La crisi economica porta acqua al centrodestra e alle formazioni dell’estrema sinistra. Perché penalizza la sinistra riformista che, sulla carta, dovrebbe essere invece avvantaggiata dalla crisi?
Perché la sinistra riformista insiste a immaginare, o almeno questa è la percezione, che la crisi del liberismo scatenato – che non ha niente a che vedere con il liberalismo – verrà superata restaurando in qualche modo i vecchi modelli di welfare. È un grande errore storico, politico e culturale.
Ma non si avverte nel mondo anche una spinta verso una nuova redistribuzione?
La redistribuzione può avvenire soltanto in un’ottica rigorosamente meritocratica e non astrattamente egualitaria. Un’ottica di radicale sburocratizzazione, semplificazione delle procedure, di vera liberalizzazione nel settore della pubblica amministrazione. Dove ottengo le risorse per difendere i giovani, fornire occupazione e aumentare gli ammortizzatori sociali, se non da lì?
Sia in Germania sia in Portogallo c’è anche un successo della sinistra radicale.
È residuale, e non lo enfatizzerei neanche tanto. La perdita del nucleo forte socialdemocratico premia da una parte le correnti liberali e dall’altro le più nostalgiche e reazionarie.
Io non ho mai enfatizzato neanche certe affermazioni dei neonazisti in Germania. Il comportamento elettorale di queste forze dipende in larghissima misura da quello dei grandi partiti centrali. Se i socialdemocratici dimostrano ancora di non sapere affrontare il mutamento in modo adeguato, allora l’area liberale può strutturarsi stabilmente intorno al 10-15%. Cosa analoga potrebbe avvenire in Italia.
Il sistema elettorale tedesco si sta dimostrando inadeguato a rappresentare il bipolarismo. Se ne rendono conto i suoi sostenitori nostrani?
Nessun sistema elettorale può modificare condizioni sociali e culturali profonde. O il sistema elettorale ha una qualche coerenza con le tendenze di fondo dell’opinione pubblica, o non funziona. Abbiamo perso anche troppi anni della nostra vita a fare ingegnerie istituzionali. Se le forze che riteniamo centrali non lo sono, il sistema bipolare non può funzionare.
Domenica Silvio Berlusconi, in un comizio, ha dipinto in modo bizzarro la sinistra italiana. Ma questo tipo di rappresentazione funziona ancora con il suo pubblico?
Ho troppa ammirazione per il fiuto di Berlusconi e di Bossi nei confronti della pancia di questo paese per poter dare loro consigli. Mi auguro che prima o poi queste demonizzazioni cessino e si torni, o si cominci, a ragionare di politica. Certo è che se il nostro linguaggio è ancora obsoleto, è possibile che certe rappresentazioni facciano breccia. Più il Pd si presenterà con un progetto riformistico chiaro, più lo spazio per questo tipo di demonizzazioni si chiuderà.
Fonte: Guido Moltedo e Daniele Castellani Perelli - Europa

Presentazione a Roma della lista "Semplicemente Democratici"

Barack perdona, Michelle no

Accogliendolo al G-8, prima che cominciasse il vertice dell’Aquila, Berlusconi prese da parte Obama e gli fece: «Ti prego, non dare retta alla stampa italiana, a quel che scrive sul mio conto. Robaccia». Il presidente americano, attonito, tagliò corto: «Non parlo l’italiano, non leggo i vostri giornali». Se cercava comprensione o, addirittura, complicità, il cavaliere fece un buco nell’acqua.
No, con Barack Obama proprio non va. E le ultime bravate di certo non l’aiuteranno a costruire quel rapporto personale che vantava di avere con George W. Bush. La sua ultima “wisecrack”, spiritosaggine, ha fatto già il giro del mondo e all’ambasciata di via Veneto non c’hanno trovato proprio niente da ridere: «Ma che diamine gli passa per la testa, a Silvio Berlusconi?», si chiede Mary Vallis, del canadese National Post, una domanda retorica che sintetizza bene lo stupore che attraversa la stampa di tutto il mondo.
Dalla rete americana Abc all’indiano Hindustan Times, la Michelle «abbronzata» del comizio milanese di Silvio suscita sconcerto. Tanto più che tutti avevano notato, a Pittsburgh, sia lo sguardo del premier che si soffermava lungamente sulla mise della First Lady, con il presidente americano evidentemente imbarazzato, sia il fatto che Michelle avesse poi abbracciato e baciato tutti gli ospiti europei, per stringere diplomaticamente la mano al Silvio tricolore.
Curioso che nessuno abbia spiegato al presidente del consiglio come quelle che a lui e ai suoi fan sembrano brillanti battute di spirito suonino come offese inspiegabili e oltraggiose oltreoceano. Dare dell’«abbronzato » a un nero, spiega Judith Stiles, una giornalista statunitense attenta ai fenomeni razziali, è forse perfino peggio che dirgli «sporco negro». «Perché quest’insulto osceno comunque riconosce l’identità dell’altro, pur ...volendola sfregiare, mentre dargli dell’abbronzato è come dirgli “sei un bianco come noi, solo che hai la tintarella, insomma non sei un negro come quelli là”». Il cosiddetto subtext, il sottinteso, delle battute ripetute sull’abbronzatura di Barack e Michelle è dunque semplicemente micidiale per le orecchie americane.
In Italia non si coglie fino in fondo quanto sia profondamente razzista lo “spirito” del cavaliere, altrimenti si eviterebbe – sul fronte opposto – di fare a propria volta gli spiritosi per sottolinearne il fondo fascista.
Ieri l’Unità aveva in prima pagina una foto di Michelle con il titolo «Abbronzatissima, ah ah». Certo, era chiaro l’intento dell’operazione, eppure l’effetto era opposto, rischiava di echeggiare proprio quel che si voleva deprecare. È come una battuta antisemita che uno vuole stigmatizzare con un’altra battuta, con il risultato di finire sullo stesso piano e amplificare quel che s’intende deprecare.
Tornando all’ottuso e razzista umorismo berlusconiano, si sente dire oltreoceano che questa volta il suo errore è doppio e imperdonabile. Passi per il primo scivolone, quando, appena eletto, definì Barack «giovane, bello e abbronzato». Il presidente se la legò al dito, anche se fece finta di non sentire. Allora, da parte italiana gli emissari di Berlusconi si diedero da fare per stemperare l’oltraggio, spiegando che davvero, nel linguaggio di Silvio, quello era un «complimento». Berlusconi – si disse agli stupefatti collaboratori del presidente – è un tipo che esibisce con orgoglio la sua perma-tan, l’abbronzatura artificiale che si porta tutto l’anno, ha un passato di cruise ship entertainer, di intrattenitore da navi da crociera, insomma è un irriducibile battutaro.
È che adesso ha osato fare lo spiritoso con Michelle, che, peraltro, diversamente da Barack, ha un passato abbastanza tosto di vita nel ghetto. Per lei, sul colore della pelle, le battute li fanno quelli del Ku Klux Klan.
E Michelle, poi, non è una semplice First Lady. È la più ascoltata e, ovviamente, assidua adviser del presidente.
Insomma, il passo falso questa volta gli sarà fatale a Washington.
Fonte: Guido Moltedo - Europa

IL PARTITO DEL BUONSENSO CONTRO L’IMPROVVISAZIONE

Che cosa serve davvero alle famiglie italiane, oggi unico ammortizzatore sociale della crisi economica e della precarietà del lavoro, che colpisce milioni di giovani? I sociologi, ma anche le persone di buonsenso, dicono che gli italiani, oggi, hanno bisogno di stabilità e certezze per il futuro. Cioè, provvedimenti che contrastino la povertà e l’incertezza economica. Sicurezza, sì, ma non solo quella relativa all’ordine pubblico. Che per il Governo è, invece, la priorità.
Abbiamo passato mesi a dibattere e dividerci sulla necessità ineludibile delle ronde nelle città, quasi non potessimo più vivere senza. Per scoprire, a distanza di tempo, che alla gente non gliene importa nulla. Si sono affossate da sole, prima ancora di nascere. I sindaci non ne vedono la necessità. Valeva, allora, la pena spaccare il Paese, alimentare la paura ad arte, aizzare gli animi per un briciolo di consenso in più? E ora di fronte al fallimento, c’è ancora qualche irriducibile a dire che «la gente va sensibilizzata».
Ma come, se non ne sente necessità e urgenza? Tanto rumore per nulla. Anzi, un risultato c’è: siamo riusciti a delegittimare le forze dell’ordine.
Siamo alle solite. Le leggi si fanno sull’onda dell’emotività e rispondono non al criterio del "bene comune", ma alla logica del consenso politico. Ormai contano più i sondaggi sulla popolarità che le reali necessità dei cittadini e del Paese, sempre più spaccato e preda di un degrado umano e civile quasi inarrestabile.
Lo stesso dicasi per altri provvedimenti (varati in fretta e furia sull’onda dell’emotività), di difficile applicazione e con scarsissimi risultati. Hanno creato più problemi di quelli che pensavano di risolvere, oltre a creare tensioni tra mondo politico e magistratura, che ha già ... sollevato eccezioni di costituzionalità sul reato di clandestinità o aperto indagini sui respingimenti.
Sulla regolarizzazione di badanti e colf (più subita che voluta dalla stessa maggioranza), gravano improvvisazione, confusione e requisiti troppo rigidi. Oltre all’assurda tassa di 500 euro sul conto delle famiglie. Le domande presentate sono ben lontane dai numeri stimati dal ministero degli Interni. Un’altra occasione sprecata, che lascerà una vasta area di sommerso e irregolarità.
Stendiamo un pietoso velo sulla tanto strombazzata social card, l’elemosina di Stato (40 euro al mese), che ha convinto ben pochi italiani, visto che ne usufruiscono solo 600 mila persone contro gli oltre un milione e trecentomila stimati. Ai poveri anche una briciola fa bene, ma lo Stato deve combattere la povertà, non fare l’elemosina.
Adesso il Governo pare correre ai ripari con un decreto che allarghi la fascia dei beneficiari. Un’idea giusta o un altro tentativo per raccattare consenso? Il dubbio viene, perché le mani bisognerebbe metterle sul "quoziente familiare" per un fisco più giusto verso le famiglie con figli. Ma il "quoziente", per bocca degli stessi esponenti del Governo, è destinato per ora a rimanere un sogno.
Mentre il Governo nicchia, c’è chi lancia il gioco "Vinci per la vita", che assicura un vitalizio al fortunato di turno. Ma possiamo affidare il futuro del Paese all’improvvisazione o alla sorte? Davvero, abbiamo bisogno del "partito del buonsenso".

Fonte: Famiglia Cristiana

Romani contro programma della Dandini «Non ha a che fare con servizio pubblico»

ROMA - Dopo Annozero, finisce nel mirino del governo la nuova stagione del programma di Serena Dandini, Parla con me. «Mi risulta che stasera la Dandini mandi in onda tre minuti di recita dai bagni ricostruiti di Palazzo Grazioli, con ragazze non meglio identificate (la fiction «Lost in wc», ndr). L'ho appreso dai giornali. Vorrei capire cosa c'entri questo con il servizio pubblico». Così il vice ministro alle Comunicazioni ha risposto a una domanda sul clima di timore che serpeggia a Raitre e si cui ha parlato la Dandini alla vigilia della partenza del suo programma. A chi obiettava che quello della Dandini è un programma di satira, Romani ha ribattuto ricordando «la battuta con cui Travaglio concluse il suo intervento alla trasmissione di Luttazzi Satirycon: "Questo è un paese di m...": è satira questa?».
Mercoledì alle 14.30 lo stesso Romani è atteso a San Macuto, sede della commissione di Vigilanza che lo ha convocato su proposta del presidente Sergio Zavoli per discutere della questione Annozero e del rinnovo del contratto di servizio. «Si tratta di ridare a tali problemi la sede legittima, quella della Commissione di vigilanza, nella quale il Parlamento assume ed esplica la sua dirimente centralità» ha detto Zavoli, che martedì mattina ha ricevuto il vice ministro per un colloquio dopo aver espresso nei giorni scorsi perplessità sull'istruttoria aperta dal ministero dopo la prima puntata di Annozero. «Il governo non ha potere di censura ma ha piena facoltà di chiedere alla Rai cosa è successo - ha dichiarato Romani uscendo dalla sede della commissione, ma senza entrare nei contenuti del confronto -. Nell'incontro dell'8 ottobre con il presidente e il direttore generale acquisiremo ai massimi livelli informazioni su Annozero ed eventuali altri programmi rispetto alla verifica che intendiamo fare sull'adeguato rispetto del contratto di servizio in materia di libertà, obiettività e rispetto del pluralismo».
Alla fine dell'istruttoria il ministero dello Sviluppo economico, spiega Romani, «deciderà se chiedere all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni di intervenire con una sanzione nei confronti della Rai che può arrivare al 3% del fatturato». Questo il percorso che ... il vice ministro vuole seguire, anticipando che il caso appare simile a quello della «derisione delle istituzioni» che fu tra le motivazioni del provvedimento dell'Autorità nei confronti di Grillo e di Travaglio in occasione delle affermazioni sul presidente del Senato Schifani a Che tempo che fa. «Nel provvedimento - spiega Romani - l'Agcom dice che i contenuti dei loro interventi non erano improntati alla correttezza e contesta anche che puntassero a una derisione delle istituzioni, e riteniamo che questo possa essere il caso. E nel parere al dg Masi sul contratto di Travaglio l'Agcom ricorda che è in grado di irrorare sanzioni alla Rai pari al 3% del fatturato».
Secondo Alessio Butti, capogruppo Pdl in Commissione di Vigilanza Rai, «la convocazione di Romani non è un fatto irrituale visto che stiamo avviando le procedure per il rinnovo del contratto di servizio». Diversa l'opinione del vicepresidente della commissione Giorgio Merlo (Pd): «È importante ripristinare l'ordine e riportare le cose nei giusti termini e in questo senso ben venga la convocazione in Vigilanza proposta dal presidente Zavoli. L'audizione servirà a fare luce sull'istruttoria perché bisogna evitare che ci siano ingerenze da parte del governo sulla Rai e insieme gettare le basi del nuovo contratto di servizio che deve rispettare la centralità del Parlamento. Non c'è scritto da nessuna parte che il governo possa convocare la Rai».
L'Italia dei Valori ha organizzato una manifestazione davanti alla sede della Vigilanza: bavagli bianchi sulla bocca e cartelli e bandiere che recitano «Liberate la Rai», «Fuori i partiti dalla Rai», «Ministero della censura preventiva». «Abbiamo presentato una risoluzione alla Vigilanza - spiega il senatore e componente della Vigilanza Pancho Pardi - per chiedere che il vertice Rai si sottragga a ogni illegittimo controllo del ministero dello Sviluppo economico sui contenuti della programmazione e provvedendo invece a riferire in materia al solo organo competente ovvero alla Commissione di Vigilanza». Secondo Pardi «la nuova formulazione del contratto di servizio vuole stabilire una sorta di controllo preventivo sui programmi mentre la Rai deve essere il centro dell'informazione pluralistica». La denuncia dei parlamentari Idv, che portano anche un orologio con il volto di Antonio Di Pietro e lo slogan «l'ora legale», riguarda anche l'oscuramento della loro forza politica dalla tv: «Sono quattro mesi che siamo scomparsi dai tg - spiega Massimo Donadi, capogruppo alla Camera -. Una situazione che ci avvicina a qualche caricatura di regime sudamericana. Si fa carta straccia del dovere primario del giornalismo, ovvero di fare informazione completa».

Fonte: Corriere della Sera

L'Anm risponde a Brunetta: «Non sa di cosa parla»

Il solito teatrino, c'è un ministro che spara a zero sulla magistratura, usa frasi incivili e violente. Inevitabilmente la parte offesa reagisce e risponde per le rime. Interviene allora un altro ministro che stigmatizza il comportamento esagerato degli offesi. Esiste in questo paese il senso del ridicolo? (M.B.)
ROMA - «Evidentemente è più facile insultare e fare propaganda, che assumersi la responsabilità del proprio operato». Così, il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, il vicepresidente Gioacchino Natoli e il segretario generale Giuseppe Cascini, replicano alle affermazioni del ministro Brunetta che aveva definito l'Anm un «mostro» che con le sue correnti contamina il Csm. «Un ministro della Repubblica, tanto più della Pubblica amministrazione - aggiungono i vertici dell'Anm - non può ignorare che l'organizzazione della giustizia è attribuita dalla Costituzione al ministro della Giustizia, e quindi al governo».
Il ministro, aggiunge l'Anm, «non sa di cosa parla». «Gli organici della giustizia e la presenza del personale amministrativo sono decisi dal governo - dice ancora l'Anm - Lo scorso anno il governo, su proposta dello stesso ministro della Pubblica amministrazione, ha tagliato drasticamente gli organici del personale degli uffici giudiziari». Inoltre «recenti circolari del governo - conclude l'associazione - chiedono ai magistrati di non fissare udienze pomeridiane, per l'impossibilità di assicurare la presenza e la retribuzione del personale di cancelleria in orario straordinario».
All'Anm replica il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, secondo il quale la risposta all'attacco di Brunetta è «esageratamente forte, soprattutto là dove fa riferimento a leggi che bloccano i processi».
Interviene sulla vicenda anche il vice presidente del Csm, Nicola Mancino: «La veemenza e la violenza anche verbale non facilitano il confronto costruttivo che sempre deve caratterizzare il rapporto fra le istituzioni». Secondo Mancino, le «affermazioni sopra le ... righe possono solo ridurre ulteriormente il prestigio dello Stato, bene che va difeso soprattutto quando si hanno responsabilità politiche ed istituzionali». Infine il vice presidente del Csm sostiene che «per quanto riguarda, poi, il tema delle correnti presenti nella magistratura, mentre occorre un impegno comune per sconfiggere ogni degenerazione, non si può certo definire tale il pluralismo all'interno della libertà associativa, bene costituzionalmente garantito ai magistrati come ad ogni cittadino. Le correnti si giustificano solo come filoni culturali, vanno combattute quando tralignano, ma non si possono certo evitare per decreto legge».
Fonte: Corriere della Sera

Consigliere Pd querela Berlusconi: «Offeso dalle accuse sull’Afghanistan»

Col tempo la mente umana si abitua a qualsiasi aberrazione. Ma a Berlusconi, oggi 73enne, non possiamo sanare ogni cosa. Cita Shakespeare l’indignato Ettore Martinelli, l’avvocato e consigliere comunale del Pd a Milano che ieri durante la seduta di Palazzo Marino ha chiesto la parola per annunciare la querela che questa mattina depositerà al Tribunale di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi. Da querelante a querelato, il premier viene chiamato alle sue responsabilità per le dichiarazioni urlate domenica sera alla Festa del Pdl al Palalido di Milano, meeting tra l’altro passato alle cronache per la rievocazione daparte del leader Pdl della colorita battuta sull’« abbronzatura degli Obama».
Ma non è stato questo ad indignare il consigliere del Pd Martinelli. Ad offenderlo sono state le parole che il presidente del Consiglio ha espresso nei confronti dell’opposizione, «che brucia le sagome dei nostri militari, che inneggia a meno sei, che brucia la bandiera americana, che brucia la bandiera di Israele. Non ci stiamo, non accettiamo che ci sia un’opposizione di questo tipo nel nostro Paese, vergogna, vergogna, vergogna!». È questo il testo incriminato: «Io faccio parte dell’opposizione e queste parole mi fanno male», dice Martinelli.Che poi aggiunge: «Berlusconi grida all’opposizione carogna, ma lui infama per molto meno ». Ma lui può: c’è il Lodo Alfano a permetterglielo. «Io aspetto il giudizio della Corte Costituzionale - risponde lui - e, anche se dovesse essere dichiarato legittimo, aspetterò la fine del mandato». L’uscita del consigliere Democratico ieri a Palazzo Marino ha riscosso successo. Agli applausi dell’opposizione è corrisposto l’imbarazzo della maggioranza silenzionsa: nessuno si è permesso di intervenire. È arrivata invece la solidarietà del Pd e delle altre forze di opposizione. Mentre sono serviti a poco i tentativi da parte di esponenti nazionali e locali del Pdl, da Cicchitto al ministro Franco Frattini, di ridimensionare le parole del loro leader, che a parer di chi lo difende si riferiva a forze extraparlamentari.
Fonte: Giuseppe Vespo - L'Unità

La Margherita non torna

No che non torna, La Margherita. È stata un’esperienza sorprendente, sin dai suoi primi passi. Un risultato iniziale, nel 2001, ben sopra il 10% (asticella sotto cui non è mai scesa a livello nazionale, incluse le elezioni regionali).
Un lavoro innovativo e paziente; della pazienza esercitata da molti dirigenti è giusto essere orgogliosi: ha concorso a portare culture e personalità molto diverse ad agire unite, a cercare di rappresentare un’anima apertamente riformatrice e politicamente equilibrata del centrosinistra italiano.
Cruciale, nelle intenzioni di molti di noi, il disegno di dar vita al Partito democratico, come approdo di razionalità politica, di semplificazione del quadro frammentato della politica italiana, di volontà e capacità di governare e riformare il paese. Una cosa importante, per un partito abbastanza importante della scena nazionale in un arco di circa sette anni: La Margherita-Democrazia è Libertà non ha lasciato debiti. Non ha creato giornali che hanno sfondato bilanci, né burocrazie intente prioritariamente alla propria autodifesa (…). Molti elettori moderati che convintamente avevano votato un partito come La Margherita, non hanno votato il Pd. Molti iscritti – iscritti veri, in carne e ossa, tanto più «pesanti» in regioni in cui erano pochi di numero, come in Piemonte, Lombardia, Veneto – non hanno voluto la tessera del Pd. Fa seriamente riflettere l’opinione di Lorenzo Dellai, l’uomo che vanta l’autentico copyright politico del simbolo della Margherita, che ha creato nella sua Provincia di Trento e ha mantenuto sui livelli più alti d’Italia, oltre il 25%, con costante vittoria del centrosinistra e sicuro argine sia al berlusconismo sia alla Lega.
«Il Pd», ha detto, «rappresenta un tentativo di rinnovamento importante, positivo, anche se somiglia a un moderno partito socialista. Si è dimostrata eccessiva l’ambizione di fare la sintesi e di rappresentare culture politiche diverse». Io non ho mai inteso l’esperienza della Margherita e l’approdo al Pd in chiave di un antico «centrismo», che non esiste più da un pezzo. So, allo stesso tempo, che un Pd ancorato a sinistra è il più grande tradimento dell’idea che ha animato me e moltissime altre persone da dieci anni a questa parte (…).
*tratto dal libro “La svolta. Lettera a un partito mai nato” (Marsilio)
Francesco Rutelli

martedì 29 settembre 2009

Brescia città: Con 309 voti, a sorpresa, battuto Bersani 289 e Marino 112

Quando hanno tirato le somme, nemmeno loro ci credevano. I democratici che sostengono la mozione Franceschini sono soddisfatti: con 309 preferenze (il 43,5 per cento) il segretario nazionale del Pd è risultato il più votato nei congressi della città di Brescia. «Battuta», contro ogni pronostico, la mozione Bersani che ha ricevuto 289 (40,7 per cento) preferenze mentre per il senatore Ignazio Marino si sono espressi in 112 (15,8 per cento). Decisivo per il risultato è stato il congresso del circolo Nord, che si è svolto l’altro ieri sera e nel quale Franceschini ha ricevuto addirittura il doppio dei voti rispetto all’ex ministro democratico, 83 a 41.
Nella sede di via Risorgimento si respira aria di soddisfazione. Il segretario cittadino Giorgio De Martin sottolinea che quello di questi giorni è un «ottimo risultato». In particolare, incalza: «Le mozioni che guardano avanti, la nostra e quella di Marino, insieme hanno ottenuto il 60 per cento. Questo ci fa piacere, vuol dire che i democratici hanno capito che nei momenti di difficoltà è necessario non chiudersi, ma buttare il cuore oltre l’ostacolo. In città non c’è stata paura».
A Brescia questa vittoria (pur limitata a 2 circoli su 5) poi ha un gusto ancora più piacevole, dal momento che «né un parlamentare né un consigliere regionale sosteneva Franceschini» e «autorevoli personaggi del calibro dell’ex sindaco Corsini avevano scelto di appoggiare Bersani». La sfida vera ora, aggiunge ancora De Martin, sono le primarie del 25 ottobre: «Il coinvolgimento dei cittadini, Franceschini insegna, è la cartina tornasole di ciò che il partito rappresenta». Tommaso Gaglia, segretario del giovanile, ha notato che molti ragazzi di recente si sono avvicinati al partito e «se abbiamo ottenuto questo buon risultato è anche merito loro».
Soddisfatte pure le due responsabili della mozione, Giovanna Foresti e Lucia Ferrari: «La ... vittoria della nostra mozione in città è un grande segno, anche nel quadro nazionale - osserva quest’ultima -. Franceschini porta avanti un nuovo modo di fare politica, un modo che chiede alla persona di essere attenta alla realtà territoriale. Le decisioni vengono maturate dal basso. È bello, poi, dare un segno di continuità appoggiando una persona che in un momento di difficoltà del partito ha saputo mettersi in gioco». Foresti, dal canto suo, evidenzia il positivo risultato in termini di partecipazione. Su 1.121 iscritti aventi diritto in città, si sono espressi ben in 710 (63,3 per cento). «Un ottimo segnale, che alzerà il voto anche nell’intera provincia». E a proposito di provincia, si chiuderanno nei prossimi giorni gli ultimi congressi.
Fonte: BresciaOggi

UN'AMNISTIA DI FATTO DIETRO LO SCUDO FISCALE

Non necessariamente lo scudo fiscale servirà a fare tornare i capitali in Italia, perché il rimpatrio è obbligatorio solo se le somme sono presso paradisi fiscali. In ogni caso, il gettito raccolto è una tantum e non potrà finanziare interventi permanenti. Ma il timore è che i capitali rientrati grazie allo scudo non appartengano a piccoli evasori intenzionati a rifinanziare la propria impresa in difficoltà. Potrebbero invece essere di grandi organizzazioni mafiose che ottengono così denaro pulito per le loro attività economiche, compresa l'acquisizione di imprese in difficoltà.
La versione dello “scudo fiscale” che il Parlamento sta approvando contiene importanti novità che lo rendono ancora più inquietante, nelle sue possibili conseguenze, della proposta originaria e persino dei suoi due precedenti di inizio 2000.
COSA È LO SCUDO FISCALE
Lo “scudo fiscale” consente il rimpatrio o la regolarizzazione delle attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero, al 31 dicembre 2008, illegalmente, e cioè senza avere rispettato gli obblighi di comunicazione dei capitali trasferiti o comunque detenuti all’estero (monitoraggio) e di dichiarazione dei relativi redditi. Chi ne usufruisce può legalizzare questi capitali, pagando su di essi un'imposta una tantum pari al 5 per cento del loro ammontare. Cosa ha guadagnato rispetto a un cittadino onesto? Non ha pagato l’imposta sui redditi di capitale per tutto il tempo in cui il capitale ha fruttato redditi all’estero e paga di fatto solo il minimo della sanzione che avrebbe dovuto pagare nel caso in cui la ...violazione delle norme sul monitoraggio fosse stata scoperta, sanzione fino ad ora compresa fra il 5 e il 25 per cento del capitale. Certo un bel premio, ma questa è solo una parte della storia. Per capire davvero i vantaggi dello scudo occorre anche domandarsi da dove viene quel capitale.
DA DOVE VIENE IL CAPITALE “SCUDATO”?
Generalmente, il capitale portato all’estero illegalmente non proviene da redditi su cui il cittadino ha pagato le imposte, ma è esso stesso frutto di evasione.
Un contribuente che ha nascosto al fisco, ad esempio, 100 milioni di euro, non teme tanto l’imposta straordinaria del 5 per ento, quanto che il fisco si insospettisca e vada a cercare di capire come aveva ottenuto tutti quei soldi; gli chieda cioè conto delle impose evase: Irpef, Irap, Iva, a cui andrebbero aggiunti gli interessi e le sanzioni, per importi che facilmente potrebbero superare il 50 per cento della somma evasa. Questo pericolo viene però escluso e proprio in ciò sta la peculiarità del rimpatrio made in Italy, che lo rende diverso da quello di paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti in cui si richiede a chi vuole legalizzare i capitali esportati di pagare tutte le imposte evase negli anni precedenti, e il significato stesso del termine “scudo”. In primo luogo, nel nostro paese le dichiarazioni di emersione avvengono in forma anonima, sono “coperte per legge da un elevato grado di segretezza” (bozza di circolare dell’Agenzia delle Entrate) e non possono essere utilizzate a sfavore del contribuente, né in sede amministrativa, né in sede giudiziaria per i profili civili, amministrativi e tributari. Inoltre, se l’amministrazione, seguendo la sua ordinaria attività di accertamento, si trova comunque a scoprire l’evasore, questi può evitare gli effetti dell’accertamento fino ai 100 milioni sottratti al fisco, dimostrando, solo in quel momento, di averli rimpatriati o regolarizzati . In sostanza, lo scudo è un potente condono fiscale. Ma c’è di più, e di peggio.
L’evasione è un atto che ha anche possibili risvolti penali. E allora per mettere ancora più al sicuro l’evasore, si è provveduto dapprima a prevedere che lo scudo estinguesse i reati relativi all’omessa e infedele dichiarazione dei redditi. Poi, con l’emendamento approvato al Senato, la copertura è stata estesa ad altri gravi reati, fra cui, ad esempio, la dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture per operazioni inesistenti o la falsa rappresentazione di scritture contabili obbligatorie, l’occultamento o distruzione di documenti, false comunicazioni sociali (falso in bilancio). Poiché tali reati vengono spesso compiuti coinvolgendo controllate estere, semmai situate in paradisi fiscali, verso cui il soggetto fa confluire i capitali, l’emendamento allarga anche a questi casi la possibilità di partecipare allo scudo fiscale. Il condono diventa quindi anche una sorta di amnistia, per reati che per la loro gravità potrebbero essere puniti con pene fino a sei anni di reclusione. E’ per questo che nel dibattito parlamentare si è chiesto di valutare se per la sua approvazione non fosse necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, richiesta appunto dalla nostra Costituzione per le amnistie.
E SE IL CAPITALE “SCUDATO” VENISSE DA ALTRE OPERAZIONI ILLEGALI…
Anche il capitale frutto delle attività della criminalità organizzata (per esempio spaccio di droga, sfruttamento di prostituzione, traffico d’armi, finanziamento del terrorismo) è di frequente detenuto all’estero illegalmente. E se le organizzazioni criminali volessero approfittare dello scudo per riciclare questo denaro? Il rischio, già fortissimo, grazie alla segretezza garantita, è ora gravemente ampliato dall’emendamento approvato in Senato. Non solo perché estende lo scudo anche alle controllate e collegate estere, società di comodo molto spesso utilizzate per le operazioni di riciclaggio, ma anche perché dispone che le operazioni di regolarizzazione e di rimpatrio non comportino l’obbligo di segnalazione di operazioni sospette in materia di antiriciclaggio da parte degli intermediari e professionisti che ricevono la dichiarazione anonima.
A COSA SERVE LO “SCUDO”?
Non necessariamente lo scudo servirà a fare tornare i capitali in Italia, perché il rimpatrio è obbligatorio solo se le somme sono presso paradisi fiscali, ossia paesi che non permettono un adeguato scambio di informazioni fra amministrazioni. In tutti gli altri casi è sufficiente regolarizzare e i capitali possono rimanere dove sono.
Il gettito raccolto con lo scudo (si parla di 3-5 miliardi di euro) è una tantum e non potrà dunque andare a finanziare interventi permanenti, come ad esempio riduzioni strutturali di imposta o maggiori spese connesse ai rinnovi dei contratti dei dipendenti pubblici.
Bisogna invece temere che i capitali che rientrano grazie allo scudo non servano tanto ai piccoli evasori intenzionati a rifinanziare la propria impresa in difficoltà, ma servano piuttosto alle grandi organizzazioni mafiose, nazionali e internazionali, a costituirsi denaro pulito per le proprie attività economiche, tra cui potrebbe rientrare l’acquisizione di quelle stesse imprese in difficoltà.

Fonte: Silvia Giannini-Maria Cecilia Guerra - www.lavoce.info

Il Pd non basta, bene il Grande Centro

«Da soli non bastiamo e siamo condannati a fare l'opposizione a vita». Enrico Letta guarda «con simpatia» al grande centro di Pier Ferdinando Casini.
È pronto a traslocare?
«Quella sul centro è una discussione utile, anche a noi del Pd. Dobbiamo creare una alleanza che tolga il maggior numero di voti a Berlusconi. E più forte è il centro, meglio è. Questo è il mio approccio e il motivo della mia simpatia per questa operazione. Ma è ovvio che la vivo come esponente del Pd che ha scelto di sostenere Bersani al congresso».
Franceschini la liquida come «il trentaduesimo tentativo di rifare la Dc»...
«Nel Pd ci sono due linee. Da una parte la vocazione maggioritaria, l'autosufficienza. Dall'altra l'idea di costruire una alleanza che abbia un rapporto importante con 1'Udc, perché da soli non bastiamo. È la storia dell'Italia, anche attuale, che ci dice che è la strada giusta. Berlusconi governa e comanda solo grazie all'alleanza con la Lega. Ed ogni lunedì passa le serate con Bossi e Calderoli: non credo sia gradevolissimo, ma lo fa perché sa che dipende da quella alleanza. La volta che ha cercato l'autosufficienza, nel 96, ha perso. Persino De Gasperi, nel 48 pur avendo i numeri - unico caso nella storia italiana - non fece da solo».
Franceschini non parla dl autosufficienza ma di leadership del movimento riformatore. Abdicarvi vuol dire tradire la natura stessa del Pd?
«Un conto sono le parole, altro i fatti. E i fatti dicono che la linea dell'allargamento all'Udc trova la mozione Bersani protagonista. Le stesse parole ... di Franceschini lo dimostrano».
Bersani per ha messo sul piatto della trattativa anche la premiership. Non vuol dire, appunto, rinunciare al ruolo di motore di un progetto riformista?
«Penso sia giusto fare le cose coi tempi giusti. Mancano più di tre anni alle elezioni. Dobbiamo prima costruire l'alleanza e poi deciderne gli equilibri. Chi avrà più filo da tessere tesserà, ma almeno saremo una potenziale maggioranza. Da soli guideremmo, sì, ma l'opposizione. L'abbiamo già fatto e la coazione a ripetere non giova».
Mancano tre anni al voto, ma Casini vede una maggioranza «contro la Lega». Il Pd di Bersani la sosterrebbe? O la via maestra non resta il voto?
«La strada maestra rimane il voto, ma è anche vero che si tratta di capire cosa succede dall'altra parte e valutare gli eventi. Certo, non saremo noi a tener su Berlusconi costi quel che costi. E deve esser chiaro che deve cadere per un collasso vero della sua maggioranza, non per una manovra di palazzo. Altrimenti risorgerebbe per l'ennesima volta».
Non teme un centro che di volta in volta tratta le alleanze? Gli elettori non sono ormai conquistati al bipolarismo?
«Penso che il bipolarismo debba rimanere, mentre sono contro il bipartitismo. L'Italia non è l'America, penso a due poli composti al loro interno da alleanze tra tre, quattro soggetti».
Non crede che Casini e Fini stiano in realtà lavorando al dopo Berlusconi e abbandoneranno il Pd al suo destino?
Niente strappi «Penso che il dopo Berlusconi sarà un berluscon-leghismo senza Berlusconi. E Fini e Casini non staranno lì. Ecco perché bisogna dialogare con Casini e capire cosa vuol fare Fini da grande, se vuoi essere conseguente con questa linea di rottura o no».
E Rutelli sarà ancora nel Pd?
«Stando a quel che ha detto, penso di sì. Dopo di che, non vedo scandalo nelle sue critiche. Molte io le condivido: sono argomenti seri da non liquidare come quelli di un possibile transfuga. Sarebbe imprudente e miope».
Fonte: Il Mattino

I nostri Sì e No per cambiare l’Italia: L'immigrazione

Perché i Liberal Pd stanno con Franceschini

Con questo documento del 17 settembre 2009 il comitato nazionale dell’Associazione Liberal Pd aderisce alla mozione di Dario Franceschini: 1. Il Partito democratico non può limitarsi ad attrezzare un’opposizione; deve offrire agli italiani una alternativa di governo realistica e razionale. Praticabile, possibilmente, prima del 2013.
2. Oggi l’alternativa di governo non è soltanto una normale questione istituzionale. L’Italia sta correndo il rischio di scivolare fuori dalla normalità istituzionale per entrare in un presidenzialismo senza regole e senza contrappesi che induce il premier alla insofferenza verso ogni altro potere. Verso il parlamento, ridotto a stanza di registrazione dei decreti; verso la magistratura, continuamente ostacolata e vilipesa; verso i media, platealmente minacciati quando non asserviti. Ed è questa forse l’anomalia più grave, anche perché consente la quasi totale dissociazione tra comunicazione propagandistica e realtà dei fatti.
3. Primo compito del Partito democratico non può che essere quello di denunciare, caso per caso, con serietà ed oggettività, queste gravi anomalìe, ponendo tra l’altro la questione della incompatibilità tra funzioni politiche e controllo proprietario dei media che esiste in ogni democrazia. E compito cruciale del partito, sul piano politico generale, non può essere che quello di rovesciare il governo attraverso la costruzione di un grande partito alternativo e la ferma rilevazione delle profonde divisioni e perfino delle chiare crepe che scuotono il centrodestra. In coerenza con ciò, occorre che il ... partito si dia un’organizzazione moderna, radicata sul territorio e basata non su apparati chiusi ma su strutture aperte all’adozione permanente dei nuovi strumenti di partecipazione di massa.
4. L’associazione Liberal Pd ha discusso apertamente di tutto questo con Franceschini, Marino e Bersani.
Dai tre incontri sono venuti elementi preziosi, che ciascuno dei soci di Liberal Pd valuterà, anche in rapporto alle situazioni locali, per la scelta del candidato da sostenere in vista delle primarie. Ciascuna scelta sarà ovviamente, come è nella nostra cultura, pienamente legittima. 

5. Il Comitato nazionale ritiene che l’impostazione del segretario uscente Dario Franceschini sia la più coerente con il progetto originario del Partito democratico cui abbiamo convintamente aderito e pertanto sostiene la sua elezione.  Siamo dunque per un partito perno dello schieramento riformatore in un sistema bipolare a vocazione maggioritaria; siamo per un partito pluralista ma mirato ad una nuova sintesi per dare risposte ai nuovi complessi problemi della società del ventunesimo secolo.
Invitiamo quindi Franceschini ad impegnarsi sulle seguenti linee di azione che rispecchiano la visione liberaldemocratica, e per le quali i Liberal Pd assumeranno nei prossimi mesi specifiche iniziative: a) la laicità dello stato, garanzia della libertà di coscienza individuale, specialmente per quanto attiene al rapporto fra scienza e bioetica, ma anche la laicità della scuola, di fronte alla pretesa di interpretare l’insegnamento religioso in termini che vanno addirittura oltre il Concordato del 1984, per ritornare di fatto al Concordato del 1929. b) il rilancio dell’Unione politica europea, con la riattivazione del processo costituente dopo la ratifica del trattato di riforma, e nel quadro di politiche concordate tra Europa e Stati Uniti sulle grandi questioni del mondo globale, dall’energia al clima; c) la difesa delle libertà civili scritte nella Costituzione e la modernizzazione del sistema politico e istituzionale italiano, non in senso presidenziale né plebiscitario, ma in un sistema parlamentare bipolare come nelle grandi democrazie europee; d) il riformismo del mercato e della società aperta, nel suo necessario rapporto col mondo della scienza e della tecnica, puntando sulla concorrenza, investimenti per l’innovazione, riforma del welfare, risanamento della funzione pubblica, solidità della finanza statale. Il Partito democratico sarà alternativa di governo se avrà il volto di un partito in grado di ristabilire la sicurezza dell’equilibrio istituzionale, e il progresso nell’ordine economico- sociale; un partito riformatore, laico nei diritti civili, antifascista nella memoria storica, europeista e occidentalista nella visione futura.

Fonte: Europa

Il movimento dei farabutti

Strani giorni. Chi avrebbe mai immaginato che l'opposizione, per trovare senso, parole e significato dovesse ispirarsi a Berlusconi? Non ci riferiamo a ieri. Perché è noto che i partiti di centrosinistra hanno da tempo imitato il modello espresso dal premier. Hanno abbandonato il territorio e la partecipazione per tuffarsi nei media e soprattutto nella tivù. In nome della personalizzazione e del marketing. Con risultati, fino ad oggi, modesti.
Ci riferiamo, invece, a oggi: alla "nuova" opposizione dei nostri giorni. In larga parte "suggerita" - e ispirata - proprio dall'esperienza politica di Berlusconi. Assistiamo, da un lato, al rovesciamento del meccanismo che ha tradotto il privato in un fatto pubblico. Politico. Fino a ieri: usato dal leader del PdL (prima, di FI) per coltivare consenso e di fiducia. Oggi: dagli avversari politici contro di lui. Privato e pubblico, retroscena e ribalta. Tutt'uno. A flusso continuo. D'altro canto, il confronto politico si è spostato - totalmente - sui media. Che sono divenuti l'unico vero campo di battaglia politica. Tivù e stampa. Stampa e tivù. Giornali e tele-giornali. Opposti fra loro. Visto che le informazioni in tivù, in molte reti, sono filtrate. Con l'alibi di non sovrapporre pubblico e privato. Politica e gossip. Come se fossero cose diverse. Come se la ribalta e il retroscena fossero ambienti separati. (Come se le interviste "politiche" del premier non fossero ospitate da Chi e annunciate in copertina da foto di famiglia. Nonno Silvio insieme a figli, figlie e nipoti).
Da ciò l'ostilità di Berlusconi verso la stampa. E verso i giornalisti della carta stampata. In particolare (ma non solo) verso un giornale. La Repubblica (dei veleni). Che si trova, più che dalla parte dell'opposizione, a fare l'opposizione. Scavando nel privato-pubblico del premier. Il quale è bersaglio ma anche attore di ... ogni polemica. Che concorre a rilanciare e a moltiplicare. D'altronde, sarebbe difficile ricordare le precise, specifiche vicende che lo riguardano se non fosse per la sua determinata scelta di ribattere colpo su colpo. Anche perché in tivù quasi non se ne parla. Perché è Berlusconi a scrivere l'agenda politica. A determinarne i temi e il linguaggio. Senza, però, riuscire a controllarne sempre le conseguenze. Tanto che egli stesso contribuisce a promuovere l'opposizione. Non solo: ne suggerisce le esperienze e le novità. Dà loro nome e significato. È il caso dei "farabutti". Da cui il premier si sente circondato, "sulla stampa, in tivù e nella politica", come ha affermato a Porta a Porta. Farabutti.
L'insulto si è trasformato subito in un segno di riconoscimento, per un numero crescente di persone. Che hanno affollato uno spazio appositamente dedicato dall'edizione online di Repubblica. Dove, un giorno dopo l'altro, migliaia di persone hanno inviato e continuano a inviare la propria foto. Al posto del nome, la scritta: farabutto. Esibita orgogliosamente come un marchio. Una sorta di movimento di opposizione cresciuto dentro a quello che il leader considera il principale soggetto di opposizione. Se scorriamo le pagine dell'album fotografico, in continua evoluzione ed espansione, possiamo cogliere alcune informazioni utili a definire il profilo, non solo fisiognomico, ma sociale, culturale e politico di questa popolazione. Senza pretese, ovviamente, di rigore scientifico. Ci sarà tempo per analisi più raffinate.
Anzitutto, si tratta perlopiù di giovani. Spesso di giovanissimi. Accanto a molte persone adulte e di mezza età. Molto poche della mia generazione: "anziani" che si ostinano a definirsi giovani (non è il mio caso). Poi: vi sono molte donne. Anzi: più donne che uomini. I "farabutti" si presentano raramente da soli. Qualche volta in coppia, ma quasi sempre in gruppi più numerosi. A volte intere famiglie. Diverse generazioni riunite. Genitori, figli di età diverse. Qualche volta i nipoti. Questo fenomeno riflette diversi linguaggi e diversi tipi di azione. È all'incrocio fra il movimento e il social network. Fra i girotondi e Facebook. Tra la manifestazione di piazza e Twitter. Unito da un comune obiettivo: la libertà di informazione. Ma esprime, al tempo stesso, una domanda di opposizione. Aperta e condivisa. Orientata dal "mezzo" di cui si serve. La rete.
Permette di esserci, di esprimersi, con la propria faccia, con il proprio gruppo di riferimento. Senza censure. I "farabutti", d'altronde, sono competenti nelle tecnologie della comunicazione. Sono quelli che navigano in internet, si scrivono per e-mail, chattano attraverso Messenger e si parlano con Skype. Quelli che propongono il loro profilo su Facebook, dove coltivano relazioni vecchie e nuove. Quelli che guardano Fazio, la Gabanelli, Floris e la Dandini. Quelli di (centro) sinistra. Lettori di Repubblica (e non solo).
Una comunità specifica. Larga e stretta al tempo stesso. "Esuli". Del Pd, in cui faticano a riconoscersi. Di un paese nel quale stentano a sentirsi cittadini. Spaesati. Di incerta identità. Berlusconi ha contribuito a dar loro un nome. Farabutti. Un titolo - rivendicato con tono di sfida che alcuni perfezionano aggiungendo: "coglioni" (così, nel 2006, Berlusconi definì gli imprenditori intenzionati a votare per il centrosinistra). E altri ancora: "fannulloni" (gli statali, secondo Brunetta). È il meccanismo mimetico che produce nuove forme di opposizione. Inventate, in modo involontario, dalla maggioranza. Dal premier e dai suoi consiglieri. Che forniscono a molte persone, a molti giovani, parole d'ordine ma anche senso di appartenenza. L'identità che i partiti di sinistra non riescono più a offrire. Tanto meno a imporre.
Il che suona come avvertimento e ammonizione.
Senza identità, senza bandiere, senza parole da dire. Senza simboli da esibire e senza riti da celebrare. Senza faccia e senza nome. Senza identità. Un soggetto politico non può esistere. Così, ci pensa Berlusconi. E quelli che un tempo si chiamavano - o si dichiaravano - "compagni", oppure "amici", oggi si chiamano - e si dichiarano - "farabutti". Etimologicamente: pirati. Che sfidano l'onnipresenza del Pmm - Partito mediale di massa - e del suo leader. Trasformano gli insulti in segni di riconoscimento. Parole che rendono meno opprimente l'afasia dell'opposizione.

Lo scudo e l'utilizzatore finale

Era prevedibile. Il "turbo Fleres" ha messo le ali allo scudo fiscale. È bastato l'emendamento dell'apposito "peone" di turno (ora tocca all'eroico Salvo Fleres, come due legislature fa toccò agli ineffabili Carrara e Cirielli, Cirami e Pittelli, Anedda e Nitto Palma) e l'ennesima "legge vergogna" è già un successo.
L'estensione dei benefici del rientro dei capitali dall'estero al falso in bilancio e ad altri reati di natura tributaria ha fatto letteralmente esplodere, in pochissimi giorni, le richieste di consulenza a banche e società fiduciarie. Tutti si affrettano alla grande abbuffata. A questo punto, gli obiettivi fissati dal Tesoro diventano possibili. Un flusso di ritorno pari a 100 miliardi di euro. Un gettito per l'erario pari a circa 5 miliardi di euro. Un bel gruzzolo per gli intermediari finanziari, in termini di spese e di commissioni. Un "tesoretto" insperato per imprenditori e professionisti, riciclatori ed evasori. Alla faccia degli italiani onesti, si consuma un altro colpo di spugna. "Amnistia mascherata", l'hanno definita alcuni magistrati. Si sbagliano. Qui di mascherato non c'è proprio niente.
In un Paese già poco incline al rispetto dell'etica pubblica e della morale privata, il centrodestra diffonde scientificamente la cultura dell'impunità. E se ne rende conto, tanto è vero che mentre apre le braccia a migliaia di esportatori di capitali, fa la faccia feroce con un manipolo di "vip" che non hanno saldato fino in fondo i loro conti col Fisco. Pura propaganda.
Quello che conta è il segnale politico: con lo Stato, in Italia, puoi sempre scendere a patti. Anche se non hai mai fatto il tuo dovere. Paghi l'obolo, e amici come prima. Non subirai più accertamenti. E così via, fino al prossimo condono tombale. Ma ora la domanda è un'altra. Chi beneficerà dello scudo? Berlusconi e la sua famiglia accederanno alla preziosa e generosa "copertura"? Sarebbe un altro, formidabile caso di conflitto di interessi. Come ... accadde già ai tempi del precedente condono varato dall'allora Cdl nella legislatura 2001-2006: il Cavaliere, alla conferenza stampa di fine anno 2002, giurò che Mediaset non avrebbe mai usato la sanatoria appena varata. Poi si scoprì l'esatto contrario: l'azienda beneficiò del condono sia nel 2003 che nel 2004. E se anche oggi si scoprisse che il premier (oltre che di qualche ben nota prestazione sessuale) è anche "utilizzatore finale" dello scudo fiscale? Purtroppo non lo scopriremo mai. Il "turbo Fleres", ovviamente, garantisce l'anonimato.

Non torniamo al trattino

Nelle ultime settimane il tema ormai ciclico del Grande centro è tornato di moda complice un periodo di appannamento del capo del governo. Tale interesse non è una sorpresa in sé, quanto piuttosto lo è il fatto che appassioni diversi nostri dirigenti in un periodo importante della vita del nostro partito. Il congresso infatti è un’occasione importante per il partito e per il paese per chiarire la linea politica e più in generale la cultura e la visione sottese al progetto democratico al suo primo appuntamento importante. Il successo del congresso e delle primarie sarebbe in grado di rilanciare il progetto politico e l’opposizione al governo sulla base di un mandato chiaro e forte.
Un punto mi colpisce nel dibattito aperto attorno alla prospettiva del Grande centro. Per più di un decennio i principali sostenitori del progetto democratico ci hanno spiegato come nel sistema politico italiano fosse necessaria l’unità dei diversi riformismi per superare la storica divisione tra sinistra e centro, in nome di un soggetto politico in grado di attribuire per la prima volta ai riformisti un protagonismo ed un’ambizione di governo che è stata probabilmente una delle principali fonti dei ritardi e delle peculiarità del nostro sistema politico e partitico.
Nel portare avanti questo progetto si è scelto di sciogliere in un unico soggetto politico, il Partito democratico, i due principali partiti dello schieramento di centrosinistra, Ds e Margherita. È stato un processo non indolore che ha visto allontanarsi e perdere per strada storie, esperienze – anche personali –, pezzi dei partiti fondatori.
Quanti non ci hanno creduto, erano prevalentemente convinti che quella non fosse la strada giusta, che probabilmente occorreva restare in due contenitori diversi, la sinistra e il centro appunto.
Leggendo ad esempio l’intervista di Enrico Letta rilasciata qualche giorno fa al Mattino, così risoluta e chiara nelle implicazioni politiche e nella necessità che il Pd ... sostenga con calore il progetto di Grande centro, viene da chiedersi se i dieci anni passati e i tanti sacrifici patiti siano stati vani. Si scorge in tutto questo un’implicita ammissione di fallimento di una strategia politica che, dalla seconda metà degli anni novanta in poi, vedeva proprio nel superamento degli antichi steccati tra centro e sinistra la sua principale ragion d’essere.
È su questa scommessa che si è fondata l’esperienza dell’Ulivo ed è per questa intuizione che oggi è necessario difendere l’afflato e l’ambizione originari del progetto democratico. Non dobbiamo lasciare strada a improbabili ritorni a schemi superati che riporterebbero il Pd e i riformisti in posizione subalterna e minoritaria nei confronti dei centristi.
E ad un centro-sinistra “con il trattino”. Dove sull’altare dell’alleanza strategica con il centro si debba sacrificare qualunque ipotesi di dialogo con chi si trova alla sinistra del Pd e con la stessa Italia dei valori. Io credo, viceversa, che dovremmo coltivare con più convinzione l’idea di un Pd più largo e più inclusivo. Dobbiamo rafforzare la vocazione riformatrice del Pd quale soggetto capace di assumere su di sé un’idea innovativa di paese e al contempo in grado di riannodare i fili di un’alleanza larga che abbia al centro il programma.
Ne va della sopravvivenza dello stesso progetto di Partito democratico.
È oggi più che mai necessario sostenere con forza questa prospettiva, per non tornare indietro, per mantenere inalterata l’ambizione di costruire un progetto di governo autonomo, che sia realmente laico e riformatore e su questo chiamare le altre forze d’opposizione disponibili ad interloquire con noi, a confrontarsi e ad aggregarsi per lanciare alla destra la sfida per il governo del paese.

Fonte: Paolo Nerozzi - Europa

Brunetta: «L'Anm è un mostro»

Ancora una esternazione violenta e volgare. Ancora insinuazioni da parte di un ministro che prima di parlare dovrebbe guardare alla casta a cui appartiene. Siamo stanchi di questi continui attacchi di un governo incapace e pasticcione. Sarebbe ora che il ministro lavorasse sul serio al progetto per una ammnistrazione pubblica più efficente invece di fare il Penelope della politica. Ma credo che pretendere serietà da chi non sa distinguere un lavoratore da un fannullone sia chiedere troppo. (M.B.)
MILANO - Dopo i «fannulloni» e «certa sinistra» nel mirino di Renato Brunetta finiscono i magistrati. E, in particolare, la loro associazione di categoria, definita un «mostro» che finisce con l'avere effetti anche sul funzionamento del Csm, l'organo di autogoverno della magistratura. Di conseguenza, «bisogna tagliare questa cinghia di trasmissione».
Il ministro della Pubblica amministrazione ha parlato a margine della presentazione del libro di Stefano Livadiotti «Magistrati l'ultracasta» e ha sottolineato che «le correnti dell'Anm di fatto decidono gli equilibri all'interno del Csm e qui si produce il mostro, con effetti sulle questioni economiche, disciplinari e di carriera della categoria, che sono determinate per via sindacale». Quindi, «per risolvere il problema bisogna tagliare questa cinghia di trasmissione».
«Il 90% dei problemi della giustizia in Italia sono organizzativi - ha detto ancora Brunetta - e sono risolvibili con l'information and communication technology: anche per i magistrati si può pensare a badge, controllo delle presenze, controlli di produttività e controlli dei ritardi». «Se si va in qualsiasi tribunale italiano si trova il caos e dalle 14 non c'è più nessuno - ha detto poli polemicamente - e più il sistema di lavoro è complesso più ha bisogno di organizzazione scientifica, che nella magistratura e nella produzione della ... giustizia non c'è: il settore è opaco».
Brunetta ha poi sottolineato che i magistrati «sono servitori dello Stato come tutti gli altri, forse si sono montati un pò la testa», provocando la reazione del vicepresidente dall'Anm, Gioacchino Natoli, a sua volta presente alla presentazione del libro. Alla contestazione sui tribunali vuoti nel pomeriggio, Natoli ha replicato spiegando al ministro che «questo succede perchè un suo collega di governo ha tagliato gli stanziamenti per gli straordinari». «Lei dice cose non vere», è stata la risposta di Brunetta. I due contendenti si sono poi accordati per fare un giro dei tribunali italiani («a sorpresa», ha precisato Brunetta) per verificare sul campo la situazione.
Fonte: Corriere.it

La resa dei conti con l'informazione

Comincia nel peggiore dei modi la settimana della difesa della libertà di stampa che si chiuderà con la manifestazione di sabato in Piazza del Popolo. Comincia con Berlusconi che, liquidato con due vecchie e sciocche battute l'incontro con Obama e signora, torna sulla sua ossessiva battaglia per far chiudere le "gazzette della sinistra" e i pochi programmi televisivi che danno ancora voce a mezzo Paese. Con un governo che, per iniziativa del ministro Scajola, pretende contro la legge di stabilire direttamente i palinsesti della tv pubblica. Con una destra che, dalle colonne dei due giornali più diffusi e obbedienti al premier, Giornale e Libero, lancia una campagna per boicottare gli abbonamenti Rai.
La posta in gioco non è la sopravvivenza di Annozero, cui neppure i record di ascolti garantiranno la messa in onda giovedì prossimo. Piuttosto la sopravvivenza economica e politica nell'Italia berlusconiana di un'informazione critica e di opposizione. Ovvero l'essenza di una democrazia. Se qualcuno o addirittura la maggioranza pensa ancora che tutto questo sia normale, allora significa che la democrazia in Italia non ha un gran futuro. Il presente è già inquietante.
Non è normale in nessuna democrazia che un governo rivendichi la concessione di nullaosta per questo o quel programma della tv pubblica. Per la verità, sarebbe illegale anche da noi, visto che la vigilanza sulla Rai spetta di diritto alla commissione parlamentare. Che è sempre presieduta da un esponente dell'opposizione, proprio per garantire l'indipendenza della tv pubblica dal potere esecutivo. Così era quando la destra era all'opposizione. Ma ora che è al governo, Berlusconi ha deciso che le garanzie non valgono più e deve essere il governo a vigilare sulla Rai, su se stesso, su tutto, e a decidere quali programmi mandare in onda. Per farlo ha mandato in campo il ministro dello Sviluppo Economico, Scajola, il quale, invece di occuparsi di uno sviluppo che non c'è, apre un'inchiesta sull'ultima puntata di Annozero. Accusata dal medesimo di spargere "spazzatura, vergogna, ... infamia, porcherie".
L'accusa è talmente generica che si ha quasi voglia di dar ragione al ministro. In effetti nell'ultima puntata di Santoro hanno parlato quasi soltanto voci del centrodestra: il presidente del Consiglio, il ministro Renato Brunetta, il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, l'ex opinionista di corte Filippo Facci e la famosa Patrizia D'Addario, che come qualcuno forse non ricorda, oltre a essere un'amante del premier, è stata candidata del centrodestra alle elezioni amministrative della primavera scorsa. Sono questi "spazzatura, vergogna, infamia, porcherie"? Può darsi, Ma si tratta di spazzatura portata sulla scena pubblica da Berlusconi, compreso l'amico Giampaolo Tarantini, oggetto del ben documentato monologo di Marco Travaglio.
Ma si tratta appena di un pretesto. Con la sua iniziativa Berlusconi, attraverso il ministro Scajola, vuol imporre qualcosa di ancora peggio di una censura. Vuole stabilire un precedente sulla base del quale da ora in poi sarà il governo, cioè il premier, a stabilire i palinsesti Rai. Contro la legge, la decenza (Berlusconi è sempre il padrone di Mediaset) e la celebre volontà popolare, certificata dal primato di audience, della quale all'occorrenza il plebiscitario leader dimostra di fregarsene altamente.
Non bastasse, il padrone ha dato ordine ai giornali sottostanti, Giornale e Libero all'unisono, di lanciare una campagna contro il canone Rai. Anche questa indecente e illegale, perfino per una maggioranza amica degli evasori fiscali, coccolati con infiniti condoni. Come vogliamo chiamarla, ministro Scajola, porcheria o infamia? Qualcuno poi dovrebbe spiegare come mai il ministro dello Sviluppo, il sottosegretario alle Comunicazioni, la stessa Rai, perfino il cacciatore di fannulloni Brunetta, non aprono una bella inchiesta sui collaboratori di Giornale e Libero che con la sinistra lestamente prendono lauti stipendi da viale Mazzini e con la destra firmano per giornali impegnati nel boicottaggio della Rai. Tanto per non far nomi, il neo vice direttore di RaiUno, Gianluigi Paragone, autore di un editoriale che campeggia nella prima pagina di Libero dedicata a "come non pagare il canone". Non solo la destra ha piazzato nella mangiatoia della tv pubblica lottizzati d'infimo profilo, ma pretende pure che a pagarli siano i soli elettori del centrosinistra.
L'obiettivo di imbavagliare la stampa d'opposizione viene perseguito con questi metodi frettolosamente sgangherati, quasi provocatori, da servitù affannata per esaudire, in un modo o nell'altro, i desideri del capo. L'urgenza di Berlusconi di nascondere la sua vera "storia di un italiano" è tale che non c'è più tempo per mediazioni, per i ricami diplomatici di un Letta o i cavilli giuridici di un Ghedini. Il potere berlusconiano va avanti di spada per tagliare l'ultimo nodo democratico, la stampa d'opposizione, che lo separa dall'egemonia assoluta. Si tratta di un disegno tanto chiaro che potrebbe capirlo perfino l'opposizione politica, pur nel suo marasma ideologico. Un'opposizione cui ormai il premier, nel delirio polemico, attribuisce finanche le scritte sui muri di Milano contro i parà uccisi. Se passano questi sistemi, non ci sarà più margine di trattativa, ma una disonorevole resa. Si gioca molto o tutto in pochi giorni, da qui a sabato. Poi rimane solo il cartello di fine trasmissioni.

Inps, cresce la disoccupazione in un anno un milione di assegni

ROMA - Cassa integrazione alle stelle e balzo in avanti delle domande di disoccupazione. E' quanto emerge dalla relazione del presidente e commissario straordinario dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, in occasione della presentazione dell'attività e dei risultati dell'Istituto di previdenza a un anno dalla sua nomina. Cifre che fanno capire quanto la crisi abbia minato le basi economiche del Paese.
Disoccupazione. Sono quasi un milione (984.286) le domande di disoccupazione liquidate dall'Inps in un anno, tra l'inizio di agosto 2008 e la fine di luglio 2009, con un incremento del 52,2% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Cassa integrazione. Dal primo settembre 2008 al 31 agosto 2009 le ore autorizzate di cassa integrazione guadagni hanno superato quota 615,5 milioni (615.554.896) mettendo a segno un aumento complessivo del 222,3%, rispetto al corrispondente periodo dell'anno precedente. In totale la cassa integrazione ordinaria ha registrato un incremento del 409,4% (408.919.363 ore), mentre la cassa integrazione straordinaria è balzata dell'86,7%, a 206.635.533 ore. "La sfavorevole congiuntura economica che il Paese ha dovuto affrontare in questi mesi - si legge nella relazione dell'Inps - ha riversato sulle casse e sugli uffici dell'Inps la responsabilità di sostenere i lavoratori in difficoltà. Le ore autorizzate per i trattamenti di integrazione salariale hanno subito un massiccio incremento".
Più pensionati nel 2010. Nel 2010 aumentano gli aventi diritto alle pensioni di anzianità che, secondo il bilancio previsionale dell'Inps, saranno 176mila con un incremento del 49% rispetto ai 118mila che possedevano tali requisiti nel 2009. L'incremento
dipende dalla combinazione delle nuove finestre previste dalla normativa e quelle varate nel 2007.
Entrate e uscite. In un anno l'Inps ha messo a segno "una serie di innovazioni organizzative che hanno prodotto effetti sensibili sui conti dell'Istituto". Si registrano, nel periodo, maggiori entrate e minori uscite che sommate "sfiorano i 4 miliardi di euro", con un risultato che per l'esattezza supera i 3,788 miliardi. Tra le maggiori entrate, si contano in particolare 3,192 miliardi derivanti dagli incassi per recupero crediti, che hanno segnato un +12,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Discorso ai volontari di Dario Franceschini - Milano 28 settembre 2009

Abbiamo detto tante volte che vogliamo costruire un partito nuovo e aperto.
Un partito che corrisponda, non solo nella rappresentanza, ma nella sua essenza e nel suo modo di essere, alla società italiana. Allora è giusto ripartire da qui.
Dall’incontro con le persone, con quei pezzi d’Italia a cui vogliamo parlare e a cui vogliamo dare voce. Perché il Pd che costruiamo sia davvero il loro partito. Comincio questo viaggio dalla Stazione Centrale di Milano. Comincio incontrando voi, il mondo della solidarietà, della cooperazione sociale, del volontariato, del terzo settore, del non profit, dell’associazionismo che rappresenta il tessuto connettivo più robusto e vitale del nostro paese.
Si tratta di una realtà che vive lontana dai riflettori. Che lavora quotidianamente nelle pieghe più nascoste della società. Che si occupa e si prende cura di ciò che spesso il potere pubblico trascura.
Che mette le mani e il cuore nella sofferenza e nel dolore di quel prossimo che altrimenti sprofonderebbe nella solitudine. Perché voi siete lì dove c’è la vita.
Penso a quelle centinaia di volontari che fin dalle prime ore sono giunti in Abruzzo.
A chi è accorso fra le macerie, a chi si è occupato delle mense, a chi ha cercato di mettere in salvo le opere d’arte, a chi ha cercato di far sentire meno soli gli aquilani, con piccoli e grandi gesti, con tanta umanità. Ho conosciuto molte esperienze del vostro mondo.
Ho ascoltato molte storie di straordinario spessore umano. Storie di silenzioso coraggio. Perché ci vuole coraggio per guardare in faccia la povertà, la sofferenza, il dolore. Talvolta la disperazione. Ci vuole coraggio a restare ... lì dove ci sono soltanto malattia, emarginazione, disagio sociale. Quando ho visitato un carcere, quando sono stato in un centro per malati terminali, quando mi hanno invitato in una comunità di ragazzi tossicodipendenti, lì ho trovato i volontari. I loro volti, la loro forza, la loro speranza. Ci sono parole che nell’impatto con la modernità sembrano aver perso il loro significato.
E’ difficile oggi parlare di solidarietà, di bene comune, di giustizia, di uguaglianza. Almeno così appare guardando la superficie di questa modernità, segnata da modelli culturali costruiti sull’esaltazione di un individualismo che diventa egoismo. Di una libertà che non vale niente se non è finalizzata alla ricchezza, al consumo, al successo personale. Un successo che si costruisce sull’annientamento dell’altro. Spesso con ogni mezzo. Questo dominio di modelli competitivi fino alla disumanità nelle relazioni personali, ma anche in quelle sociali, economiche, nazionali ed internazionali, a troppi appare una strada senza ritorno. Ma non è così.
E’ proprio il tempo della crisi che stiamo attraversando a dirci che un’alternativa è necessaria e possibile. Ed è possibile perché esistete persone che non si rassegnano, che cercano un’altra strada, come il mondo del volontariato e del terzo settore.
Questo giacimento prezioso di umanità che non si è arresa e che in questi anni ha continuato a lavorare, a costruire comunità, a produrre quel valore che è la coesione sociale.
E’ una storia che viene da lontano e che si alimenta di tante sorgenti diverse.
E’ la storia dell’associarsi dei cittadini, che ha dato fondamento alle nostre comunità e costruito le prime dimensioni dello spazio pubblico e della nostra democrazia.
Dalle congregazioni religiose, alle società operaie di mutuo soccorso, alle cooperative, agli oratori, all'associazionismo diffuso che ha interpretato i sommovimenti sociali degli anni 70 e 80. Una storia che deve avere un futuro di crescita e espansione.
Per questo è giunto il momento di dire qualcosa di più. Il volontariato, il terzo settore, il non profit non sono coloro che debbono rammendare gli strappi prodotti dalle inadempienze, dalle insufficienze della politica. Le istituzioni non possono semplicemente utilizzare lo spirito di servizio e il valore della gratuità che questo vostro mondo esprime.
Ci sono nell’agenda parlamentare questioni molto delicate, sulle quali si misurerà la sincerità di chi tra noi, a parole, plaude alla vostra realtà ed al valore sociale che esprime, ma poi nell’azione concreta se ne dimentica. Ci sono nodi da sciogliere, sul piano legislativo, che non possiamo continuare a rinviare. E' necessaria una riforma organica della legislazione del terzo settore, oggi troppo frastagliata, e il Parlamento deve poter vivere una nuova stagione costituente per il non profit. Per definirne i contorni, per coprirne gli spazi vuoti, per darne una visione coerente e compiuta.
E' sintomatico che il codice civile non preveda nessuna forma di impresa al di fuori di quella di profitto e che l'associazionismo diffuso dei cittadini che caratterizza la società italiana sia definito in negativo, come associazionismo non riconosciuto e non per i suoi meriti partecipativi. Ma c’è una priorità assoluta: il 5 per mille, quello strumento grazie al quale tante vostre realtà vivono. Il 5 per mille va stabilizzato subito, perché è uno straordinaria leva di sussidiarietà fiscale, un moltiplicatore di coesione sociale. Basta con la transitorietà. Non può essere una norma da contrattare anno per anno in finanziaria. Non è una gentile elargizione della politica, ma un diritto dei cittadini. Un modo per avvicinare tra loro cittadini, stato e società civile organizzata.
Ci sono in parlamento molte proposte e noi siamo pronti a votarle. Il governo ci dica quale è la copertura finanziaria e non perdiamo altro tempo, approviamolo subito con un iter accelerato. Ma al 5 per mille si collega una riflessione più generale e più delicata che riguarda il rapporto tra la vostra realtà e le istituzioni di governo. Intanto occorre dire che c’è un inaccettabile ritardo. Lo stato deve ancora assegnare alle associazioni il 5 per mille che i cittadini hanno scelto di destinare nel 2007. E questa situazione sta provocando gravissime difficoltà a molte associazioni ed enti che su quei fondi e su quelle risorse avevano fatto affidamento. Non solo.
C’è come una diffidenza inspiegabile nei confronti del terzo settore, che si traduce in atteggiamenti punitivi quando si parla di trattamento fiscale.
So che c’è un tavolo aperto con l’Agenzia delle Entrate, dopo la pubblicazione di un testo vessatorio e soffocante nei confronti del non profit, che aumenta in maniera sproporzionata il carico burocratico sulle associazioni.
E che prefigura un accertamento fiscale a tappeto su tutte le organizzazioni del terzo settore. Mi auguro che si trovi una soluzione ragionevole, in grado di garantire, come giusto, trasparenza e regole certe.
Certo, colpisce questo governo che, mentre con il condono, lo scudo fiscale, premia i furbi contemporaneamente vorrebbe mettere sotto torchio le associazioni della solidarietà. Lo dico al ministro Tremonti: se cercate gli evasori nel terzo settore avete sbagliato indirizzo. Se la vostra lotta  all’evasione fiscale è questa avete sbagliato tutto. Cercate i veri evasori e lasciate in pace chi dovreste soltanto aiutare. Poi c’è un altro punto importante che deve essere al centro dell’azione politica e legislativa: il servizio civile.
Ci sono stati tagli drastici e incertezze: se si va avanti così nel 2011 quella che è una eccellenza italiana, considerata un modello dagli altri Paesi Europei, rischia di chiudere.
E’ assurdo, perché il servizio civile è una straordinaria palestra di cittadinanza, una occasione di crescita altamente formativa per i ragazzi e le ragazze che la vivono. I giovani imparano a spendersi per il prossimo, a essere responsabili e partecipi della vita comunitaria, a voler bene all’Italia. Le radici di questa esperienza si rintracciano nella migliore storia del nostro Paese: è la storia iniziata con quelle migliaia di ragazzi che accorsero in una Firenze ferita, devastata dalla furia delle acque, per aiutare la popolazione e salvare i tesori della città. Quegli Angeli del fango che noi ancora bambini guardavamo dalla tv in bianco e nero, invidiando quei pochi anni in più che avevano consentito a loro e non a noi di essere là, sporchi e felici, ad aiutare gli altri.
E’ la storia del lungo cammino per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, un cammino fatto di scelte coraggiose, di processi, di incomprensioni.
Della testimonianza scomoda del dirompente “l’obbedienza non è più una virtù” di don Milani ai ragazzi che finivano in carcere perché rifiutavano le armi.
E’ la storia del movimento pacifista e non violento in Italia da Aldo Capitini a Tom Benetollo. Ecco perché bisogna investire e credere nel servizio civile, che va rafforzato normativamente e finanziariamente. Come si vede l’elenco delle cose da fare ma anche delle inadempienze della politica, delle promesse deluse, è lungo. E lo sapete meglio di me, perché lo vivete ogni giorno.
Mi chiedo quali siano le ragioni di questa strisciante ostilità. Di questa sorda incomunicabilità. L’insensibilità di un ministro o di un governo possono fare molti danni. E li stanno facendo.
Tuttavia c’è qualcosa di più profondo.
C’è un deficit culturale che riguarda tutta la politica e rispetto al quale anche la sinistra deve saper fare autocritica.
Per troppo tempo, infatti, il rapporto tra le istituzioni politiche con le realtà non profit, a livello nazionale così come a quello locale, è stato di tipo contrattualistico: compriamo i vostri servizi, ma non vi riconosciamo altro ruolo oltre quello di fornitori o semplici esecutori. E questo, molte volte, in nome di un malinteso senso dell’autonomia. Certo, il tema dell’autonomia dei corpi intermedi, delle forze sociali, delle aggregazioni che nascono dal basso e operano nelle nostre comunità è un punto qualificante della nostra cultura democratica.
Questo valore sta scolpito nella Costituzione. Ma l’autonomia non è, e non può essere, irrilevanza politica. Eppure non partiamo da zero. Un tratto di strada, il primo, lo abbiamo fatto. E, lasciatemi dire, lo abbiamo fatto insieme.
Quando ero sottosegretario alle riforme ho lavorato assieme a molti di voi per riscrivere quell’articolo 118 della Costituzione che impegna le istituzioni a favorire “L’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli ed associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base dei principi di sussidiarietà”. Sono orgoglioso di aver contribuito al riconoscimento costituzionale del diritto di essere cittadini attivi, a quella che credo sia stata una grande conquista.
Far conoscere, condividere e soprattutto applicare questa norma è la sfida che abbiamo davanti. Se ci riusciremo sarà una rivoluzione. Ma anche qui, serve più coraggio. Il coraggio di uscire da quello schema logoro e inadeguato che per troppo tempo ha semplificato tutto nel conflitto tra società e stato.
Più società e meno stato è uno slogan consumato, che non serve più a niente.
E che ci porta, anzi, fuori strada. Diciamo, piuttosto, più società e più stato.
Abbiamo assistito in questi anni, impotenti, ad una deriva che ha demolito e fatto a pezzi l’idea stessa dello stato. La destra berlusconiana, non tutta la destra, lo ha rappresentato come un nemico.
Come un’entità ostile che ti complica la vita e che ti deruba attraverso le tasse, che ti imprigiona nella burocrazia.
Questa operazione culturale, finalizzata alla difesa di interessi privati ben individuabili, ha avuto successo perché si è giocata sull’illusione che l’unica libertà possibile fosse fuori dallo spazio pubblico. Perché questo è accaduto?
Perché lo stato, e più in generale tutto ciò che è pubblico, è apparso  inefficiente, improduttivo. Perché i suoi apparati sono lenti, obsoleti. Spesso sovradimensionati. E soprattutto perché lo spazio del potere pubblico è stato progressivamente occupato dalla politica. Dai partiti. Guardiamo a ciò che accade nella Sanità, che è il simbolo di questa degenerazione.
Perché la sanità pubblica deve essere in mano ai partiti? Non le grandi scelte strategiche, perché quelle sono responsabilità politica, ma la nomina degli amministratori delle aziende sanitarie. Che a loro volta nominano i primari. E spesso non in base al merito ma in base alla fedeltà e all’appartenenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. E non è che l’intervento del privato in una situazione del genere serva a migliorare da solo le cose. Basti guardare alla gestione delle convenzioni. A quanti sprechi spesso si producono. A quanta corruzione sopravvive.
Se vogliamo cambiare davvero, abbandoniamo la falsa contrapposizione pubblico-privato e mettiamo mano ad una nuova idea di pubblico, ad una nuova organizzazione istituzionale, alla quale concorrano e della quale si sentano parte tutte le forze vitali della società.
A cominciare dalle organizzazioni della cittadinanza e della solidarietà.
Quando parliamo di un nuovo welfare, universalistico e in grado di garantire livelli essenziali delle prestazioni per tutti i cittadini, italiani o immigrati, costruiamolo con il concorso attivo del terzo settore che è più prossimo ai bisogni veri delle persone e delle comunità.
Quando parliamo di una sanità disintossicata dall’invadenza partitocratica, costruiamo ad un modello dove gli utenti, i cittadini, le loro associazioni, abbiano un ruolo attivo nella gestione dei servizi, nelle scelte strategiche e nel controllo.
Quando parliamo della riforma dei servizi pubblici locali non affidiamoci solo al culto della liberalizzazione ad ogni costo come soluzione ad ogni problema. I risultati positivi di un’azienda che eroga servizi pubblici essenziali non possono essere basati solo sugli utili che distribuisce ma devono essere valutati sulla qualità dei sevizi e sulla loro accessibilità a tutti. E allora perché non costruire in questi campo un coinvolgimento pieno degli utenti?
Acqua, luce gas, igiene ambientale sono il contenuto concreto di quei diritti di cittadinanza che contraddistinguono la modernità. E di questi diritti i cittadini non sono clienti.
Coinvolgere i cittadini e le loro associazioni il più possibile nella gestione della cosa pubblica significa non solo garantire trasparenza e controllo, ma significa soprattutto risvegliare un senso di cittadinanza attiva. Significa scuotere una società passiva, che rischia di essere sempre più composta di telespettatori e consumatori, con iniezioni di responsabilità e coinvolgimento.
Ma perché tutto ciò sia possibile è necessario liberare spazi ad un nuovo protagonismo del civile. La politica dei partiti deve fare un passo indietro da luoghi occupati da troppo tempo. Oggi abusivamente. Se ieri una sovraesposizione dei partiti poteva essere giustificata dalla necessità di ricostruire una democrazia fragile, dando forza e rappresentatività a istituzioni deboli, oggi l’Italia è diversa.
I partiti non sono più gli unici soggetti dotati di capacità di rappresentanza. Certamente non sono i più forti, né, purtroppo, i più autorevoli.
Invece, sono emersi altri soggetti, altre espressioni ed articolazioni della vita democratica. Soggetti che cercano un loro protagonismo, anche istituzionale.
Credo che il tema che dovremmo porre al centro di una riflessione coraggiosa e innovativa sia proprio quello di come ricostruire una grande alleanza sociale per la ristrutturazione di un’idea diversa di stato e di interesse pubblico.
Ripeto: questo non vuol dire in nessun modo negare l’autonomia del sociale.
Al contrario. La strada di una vera sussidiarietà è fatta di nuova partecipazione.
Di cittadinanza attiva e responsabile.
Di una nuova cultura dei diritti e dei doveri che non considera più la persona soltanto per ciò che riesce a produrre o a consumare.
Di apertura alle iniziative e alla capacità propositiva di movimenti e associazioni.
Occorre cambiare il profilo di molte istituzioni di rilievo pubblico prevedendo il coinvolgimento delle autonomie sociali in molti settori strategici.
Penso in particolare alla Rai.
La mia proposta è che nel consiglio d’amministrazione della televisione pubblica sia rappresentata la voce del sociale. Perché trovi spazio nella programmazione anche quell’Italia positiva, che agisce in silenzio, che è piena di valori e testimonianze straordinarie e che non trova spazio in un palinsesto piegato alle sole logiche della audience e del mercato pubblicitario.
Per una nuova politica non si tratta dunque di sostituire una nomenclatura vecchia con una nuova ma si tratta di cambiare davvero.
Cambiare la politica per cambiare l’Italia. Investendo su quelle risorse personali e associative che hanno tenuto vivi valori positivi sotto la crosta di una società impregnata di egoismi, paure e indifferenza.
Cambiare il rapporto tra cittadini, potere e comunità: questa è l’alternativa ad un sistema in crisi. Non si tratta solo di regole. Molto spesso la politica si riempie la bocca di valori. Ma i valori si vivono, non si predicano.
Nel volontariato abbiamo esempi bellissimi di cosa vuol dire vivere i valori, anche quando è scomodo. Anche quando è pericoloso. Anche quando questa testimonianza può essere pagata con la vita.
Penso a quella straordinaria esperienza di solidarietà attiva che è la nostra cooperazione internazionale.
Penso a quei nostri volontari che in tutto il mondo dimostrano con la loro vita che è un altro mondo è possibile. Che la pace è possibile. Che la giustizia è possibile. Che la lotta alla fame è possibile.
E noi, grazie ai tagli del governo, siamo diventati l’ultimo paese europeo nella classifica per gli aiuti ai paesi in via di sviluppo.
Eppure le politiche di cooperazione non sono solo un dovere morale ma anche una precisa scelta strategica. Per poter gestire con i paesi in via di sviluppo temi decisivi di interesse comune: l’immigrazione, la tutela ambientale, l’uso delle risorse naturali o la gestione dei conflitti.
Lasciar morire la cooperazione è un gravissimo errore che indebolisce la nostra politica estera e la nostra credibilità internazionale.
E invece bisognerebbe investire con risorse e creatività, aiutando ogni strumento nuovo, penso al microcredito e alla finanza solidale.
E l’ultima cosa la voglio dire su quei volontari che operano sulla frontiera più difficile: quella dove gli scenari sono di guerra. Come in Afghanistan.
Siamo orgogliosi della partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali. Di ciò che fanno i nostri militari per la pace, pagando talvolta con la vita.
Ma quelle missioni avrebbero un profilo diverso se, accanto ai militari, non ci fossero le donne e gli uomini della cooperazione civile.
Sta prendendo corpo la tendenza a centralizzare la responsabilità delle missioni internazionali nelle mani dei comandi militari o alle dipendenze della Difesa, togliendo autonomia alla cooperazione civile.
Questa scelta può essere talvolta giustificata da ragioni di sicurezza. Ma se diventasse una scelta politica sarebbe un gravissimo errore, che indebolirebbe il nostro intervento. Usciamo da vecchi retaggi ideologici. Abbandoniamo antiche, reciproche diffidenze. Sostenere le missioni militari non significa essere contro la pace. Rivendicare l’autonomia della cooperazione civile non significa essere antimilitaristi. Ma se un intervento vuole essere davvero umanitario, vale di più una carezza ad un bambino di dieci bombe intelligenti. E questo lo sanno anche i nostri soldati. Ecco.
Ci sono modi diversi di costruire il bene comune che è il bene di tutti, nessuno escluso. Il modo in cui lo fanno le volontarie e i volontari esprime qualcosa di più e di diverso. Qualcosa che sfida l’opprimente dittatura del pensiero unico. Qualcosa che rovescia le leggi di questo tempo dominato dall’imperativo del profitto. Dall’obbligo dell’apparire per essere. Dalla necessità di strillare anche quando non si ha nulla da dire. Dalla competizione tra diseguali. I volontari agiscono nel silenzio. Fanno e non dicono.
Danno senso a quella parola antica e attualissima che è servizio.
Dimostrano ogni giorno cosa sia la gratuità e quale straordinario valore abbia.
Perché non tutto si compra o si vende. Perché non tutto è mercato.
Il premio Nobel Joseph Stiglitz teorizza che il tradizionale parametro del Pil è inadeguato a misurare lo stato di salute di un Paese. Lo aveva scritto Bob Kennedy più di quarant’anni fa. Stiglitz dice che ci sono altri tre parametri che devono essere usati per misurare il Pil: tempo, ambiente e felicità.
Perché ci riguarda la qualità dell’aria che respiriamo, del cibo che mangiamo.
Perché è inutile guadagnare più degli altri se poi ci si ammala di asma bronchiale, si rimane imbottigliati nelle code, se non abbiamo mai scambiato due parole con i nostri vicini e ci sentiamo soli. Il vostro contributo alla felicità forse non è facile da misurare, ma c’è e fa la differenza della qualità della vita.
Ho conosciuto un ragazzo che aveva scelto di trascorrere le sue vacanze come volontario in una missione in Africa. Gli ho chiesto il perché. Mi ha risposto: per egoismo. Per la mia felicità, perché ho avuto molto di più di quello che ho dato. Abbiamo molto da imparare dal mondo del volontariato.
Non vi siete arresi, non avete rinunciato a un’idea diversa del mondo, delle comunità, delle persone. Della democrazia. Non avete smesso di coltivare sogni e pensieri lunghi. Di guardare lontano. Oggi la politica travolta dal disincanto e dal cinismo sembra aver rinunciato all’aspirazione a un mondo migliore. Come se fosse una ingenuità, una cosa di cui sorridere.
Se fossimo più ingenui e più innocenti forse saremmo anche più coraggiosi.
E questo è il mio sogno: un Partito democratico coraggioso e libero.
Che non dimentica nemmeno per un minuto di essere nato per cambiare tutto.
E che vuole cominciare a cambiare tutto. Adesso.