sabato 31 ottobre 2009

Rutelli: sì, lascio il Pd Questo non è il mio partito

ROMA — Francesco Rutelli, 55 anni, volta di nuovo pagina.
Lascia il Partito democratico?
«Sì».
Eppure lei è stato uno dei fondatori di que­sto partito, nato da pochissimo tempo. La cre­atura è ancora piccola e lei va già via di casa?
«Il Pd non è mai nato. Nonostante la passio­ne e la disponibilità di tanti cittadini, non è il nuovo partito per cui abbiamo sciolto la Mar­gherita e i Ds. Non ho nulla contro un partito democratico di sinistra, ma non può essere il mio partito».
Si è pentito di aver sciolto la Margherita?
«Vede, abbiamo posto tre condizioni, sospen­dendo l’attività della Margherita: niente appro­do nel socialismo europeo; ma siamo finiti lì. Basta collateralismo, basta vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali, interessi economici; ma le file organizzate di pensionati Cgil, alle primarie, dimostrano che non ne sia­mo fuori. Pluralismo politico; ma anziché crea­re un pensiero originale, si oscilla tra babele cul­turale e voglia di mettere all’angolo chi dissen­te. La promessa, dunque, non è mantenuta: non c’è un partito nuovo, ma il ceppo del Pds con molti indipendenti di centrosinistra».
La Margherita può rispuntare?
«No. Ma occorre riflettere su quelle tre condi­zioni politiche. Erano tassative. E non sono sta­te rispettate».
Perché aborre la socialdemocrazia?
«Non aborro assolutamente la socialdemo­crazia. Anzi: se fossimo nel 1982, le direi che la ammiro. Ma siamo nel 2009: è un’esperienza storica che non ha alcuna possibilità di parlare ai contemporanei. Non ci sono più le fabbriche, i sindacati, le strutture sociali del Novecento».
Quando va via ufficialmente?
«Subito, anche se con dolore. Il Pd è stato il sogno di molti anni. C’è però una cosa che mi angoscia: l’incomprensione della gravità assolu­ta della condizione del ... Paese. È possibile uscir­ne, è possibile, come dice il nostro Manifesto per il cambiamento e il buongoverno, trovare le soluzioni giuste per l’economia, il lavoro, le piccole imprese, la crescita e la coesione del Pae­se. Ma se non cambia quest’offerta politica, tut­to è già scritto: vince una destra dominata dal patto Berlusconi-Lega».
Quali sono le prospettive politiche?
«Cambiare l’offerta politica significa unire forze democratiche, liberali, popolari. Contrap­porsi al populismo di destra, alla xenofobia, al radicalismo di sinistra, al giustizialismo. E defi­nire una proposta credibile. Io la mia decisione l’ho presa. La manterrei, anche se fossi solo. Ma non sarò solo. Vedo molte forze che erano in fuga dalla politica tornare in campo. Quindi, una crescita per tutti».
La meta è la fine del bipolarismo e la nasci­ta di un nuovo centro?
«L’alternanza, in democrazia, è indispensabi­le. Il Pd era concepito per riconquistare il cuo­re, il centro della società italiana. Il suo sposta­mento a sinistra impone che altri assolvano questo impegno fondamentale. Oggi, né la sini­stra, né il cosiddetto centrismo parlano ai giova­ni, alle partite Iva, alle persone sensibili all’am­biente. Occorrono progetti pragmatici, ed emo­zioni. Occorre un’onestà senza macchie. Una lai­cità senza intolleranza».
Quale sarà il nome del nuovo partito? Chi vi finanzia? E dove sarà la sede?
«È troppo presto per parlare di nomi, di fi­nanziamenti e di sedi. La scelta politica è fatta, per il resto c’è tempo».
Lei, come ha scritto Pierluigi Battista, ha al­le spalle una storia di partiti cambiati o ab­bandonati. I radicali, i Verdi, la Margherita. Ma è possibile, nel volgere di pochi lustri, par­lare di una sempre nuova offerta politica o, come disse una volta, di un nuovo conio, sen­za che si capisca mai bene il portato ideale di questi mutamenti?
«Sì, in trent’anni mi onoro di aver aderito ai radicali, ai Verdi, alla Margherita. E allora? Quanti ex fascisti non vengono interpellati allo stesso modo? Quanti ex rivoluzionari di sini­stra oggi siedono nel governo Berlusconi? Che vengano da destra o da sinistra, nel Pdl sanno che il loro potere non sopravvivrà nel dopo Ber­lusconi. Guardando a sinistra, ho ricordato che molti altri hanno avuto almeno tre partiti, pri­ma del Pd: Pci, Pds, Ds. La differenza è che in cuor loro si sentono in perfetta continuità. Ec­co: questa mancata discontinuità è uno dei maggiori problemi che avrà il Pd. Però gli augu­ro sinceramente il meglio, nell’interesse del Pa­ese e dell’alternativa al populismo di destra».
Come risponde alle accuse d'incoerenza o di opportunismo?
«Su di me si esercita una polemica che non finisce mai. Ricorda, ai tempi del Giubileo, 'l’ex-radicale che è diventato amico di Giovan­ni Paolo II'? Come se non si potesse essere cre­denti, secondo certi laicisti furiosi — come ha scritto Giancarlo Bosetti — senza stringere pat­ti di potere con le gerarchie vaticane! C’è una contraddizione di fondo, però, in queste pole­miche contro di me: essere un laico cristiano risponde a una scelta di opportunismo? Oppu­re è il contrario, visto che per difendere alcune convinzioni ho certamente pagato, e tuttora pa­go, un prezzo molto maggiore dei supposti be­nefici? » .
Se avesse vinto Dario Franceschini, sareb­be rimasto nel Pd? O aveva già deciso prima di conoscere l’esito delle primarie?
«Guardi, l’esito del congresso era chiaro da parecchi mesi. E l’ho anticipato nel mio libro, La svolta» .
Qual è il suo giudizio su Pier Luigi Bersani?
«Persona seria. Non so come intenda fare il suo lavoro d’inclusione nel partito che guida. A me, ad esempio, da quando si è candidato, non ha fatto neppure una telefonata. Ma non mi of­fendo certo: è politica».
Che cosa le ha detto Massimo D'Alema nel colloquio dell’altro giorno?
«Abbiamo parlato di economia, dell’incredi­bile caso Marrazzo, della sua candidatura — che giudico eccellente — per la guida della poli­tica estera europea. Quanto al Pd, mi ha garbata­mente detto che ci sarebbe spazio per me, ma gli ho spiegato che questo non è il Pd che avrei voluto far nascere. Potremo collaborare da po­stazioni diverse, e ho fiducia che questo amplie­rà le forze».
Chi l’ha chiamata in questi giorni? Chi ha cercato di frenarla e chi al contrario l’ha solle­citata a fare questa traumatica scelta?
«Ho ricevuto migliaia di messaggi d’incorag­giamento, adesioni, sostegni. Molti, prestigio­si. Tante email di critiche da elettori del Pd: cer­cherò, nei prossimi giorni, di rispondere a tut­ti. A frenarmi? Alcuni amici di lungo corso, co­me Paolo Gentiloni. Ma è stato più formale che altro. Sanno perfettamente, da anni, che non sa­rei mai entrato in un Pd post-Pci. Quanto a lo­ro, purtroppo, s’illudono».
Ha parlato con Silvio Berlusconi?
«No».
Qual è il suo stato d’animo?
«Determinazione, e desiderio di far crescere una squadra: assolutamente, non un 'partito di Rutelli'. Del resto, i nomi di Bruno Tabacci, Lo­renzo Dellai, Linda Lanzillotta, già dicono mol­to. Le firme al Manifesto indicano una potenzia­lità enorme, che può raggiungere anche settori moderati, e in sofferenza, del centrodestra».
Pier Ferdinando Casini sostiene che assie­me potreste prendere cinque milioni di voti. È il leader dell’Udc il suo alleato naturale?
«Casini è un interlocutore essenziale. Ed è giusto guardare lontano: con proposte serie, si può puntare a unire molte altre energie. Sino a creare, in alcuni anni, la prima forza del Paese».
Fonte: Marco Cianca- Corriere della Sera

venerdì 30 ottobre 2009

La riforma lumaca dell' Università

C'è voluto un anno e mezzo perché il governo trovasse un accordo al suo interno su di un disegno di legge di riforma dell' università. Il testo finalmente approvato ieri contiene molti principi condivisibili. Ma anche una miriade di rinvii a decreti attuativi e a procedure ancora tutte da avviare. Alcuni degli aspetti più importanti e innovativi, quelli relativi al fondo per il diritto allo studio e all' accreditamento (primo passo verso il superamento del valore legale del titolo di studio) vengono demandati all' attuazione di una legge delega. Ci vorranno così almeno altri tre anni prima che la riforma trovi completa attuazione. Saremoa quel punto verso la fine della legislatura, quando il peso delle lobby accademiche si fa sentire di più. Basti pensare a quanto accaduto alla fine della scorsa legislatura quando con il decreto mille deroghe (o mille proroghe) vennero ripristinati i concorsi con due idoneità, la base per i voti di scambio (io voto per il tuo candidato, tu voti per il mio) su cui si sono rette alcune delle più scandalose immissioni in ruolo e promozioni di docenti universitari in Italia. E nel passaggio tra due legislature si contano a centinaia le leggi delega non esercitate, sparite nel nulla. Il rischio che anche questa ennesima riforma finisca nel nulla è quindi molto alto. Bene perciò tenere viva l' attenzione e monitorare l' iter parlamentare della riforma. Un altro rischio, non minore, è che la riforma, pur varata nei (lunghi) tempi previsti, venga poi stravolta nella sua attuazione. L' accademia è sempre in grado di trovare sotterfugi per tradurrea proprio uso e consumo norme ideate con finalità opposte a quelle con cui vengono alla fine messe in atto. Il paradosso è che questa riforma rischia di essere più fragile proprio dove è più innovativa. Perché per attuare i cambiamenti più significativi si affida al dirigismo, concedendo il minimo di autonomia possibile agli atenei. È la filosofia che spinge il legislatore a introdurre una serie di paletti che rischiano di precluderne la stessa approvazione. Pensiamo ad esempio ... alle modalità di reclutamento dei docenti. Si sceglie di subordinare l' immissione in ruolo ad una valutazione della produzione scientifica, come avviene nelle migliori università del mondo. Il modello tenure-track serve a migliorare la selezione in ingresso ed evita di tenere i ricercatori a lungo in un limbo fatto di basse retribuzionie tempo sottratto alla ricerca per servigi vari resi ad ordinari e associati. Bene. Anzi benissimo. Ma la legge prescrive che il ricercatore che dopo 6 anni (7 nel caso cambiasse sede) non ricevesse l' abilitazione nazionale non potrà più entrare di ruolo in alcuna università. Perché precludere del tutto a chi ha investito comunque a lungo in una carriera accademica la possibilità di entrare in ruolo in università magari di minore qualità? Oppure si intende dare l' abilitazione a tutti? Notiamo che è la stessa norma, seppur questa volta moderata da un periodo più lungo prima della valutazione, che ha portato all' affossamento della riforma Moratti. Se si vuole evitare che vengano messi in ruolo docenti di bassa qualità, non ci si può che affidare agli incentivi dei singoli atenei. Per questo la strada maestra per riformare la nostra università consiste nel modificare davvero i criteri per l' attribuzione dei fondi, spingendo tutte le sedi a fare meglio nella ricerca e nella didattica per sopravvivere. È la strada che ogni governo si ostina a non voler intraprendere. Anchei timidi tentativi compiuti in questa legislatura per modificare i criteri di riparto del fondo di finanziamento ordinario dell' università si sono tradotti nel nulla o poco più. A ben guardare infatti la quota che premia la qualità della ricerca è irrisoria, e il meccanismo è talmente complesso e poco trasparente che non potrà mai spingere le università a fare meglio. Un passo in avanti che forse non rimarrà solo sulla cartaè quello di velocizzare i processi decisionali all' interno delle università. Ci saranno Consigli di Amministrazione e Senati accademici più snelli di quelli attuali e si eviteranno duplicazioni nelle decisioni. Si cerca anche di dare maggiore importanza nei processi decisionali interni agli atenei agli ambiti in cui effettivamente ci sono maggiori interazioni nelle attività di ricerca. Sarannoi dipartimentie non più le facoltà (che mettono insieme discipline con modalità di ricerca molto diverse fra di loro) a decidere su materie importanti, dal reclutamento all' organizzazione dei corsi. Ma anche qui tutto dipende dagli incentivi che avranno le diverse sedi. Se non c' è lo stimolo a fare ricerca, i rettori chiameranno nei consigli di amministrazione i politici locali replicando il modello delle Asl, anziché invitare persone competentie non legatea doppio filo alla realtà locale. Insomma l' Università ha bisogno di autonomia e la riforma non può che essere fatta creando le condizioni per cui questa autonomia venga bene esercitata. Le scorciatoie sono attraenti, ma non ci portano lontano.
Fonte: Tito Boeri - Repubblica

Il Cavaliere e il nuovo rivale «Il migliore, ma un bolscevico»

ROMA — In privato lo chiama spes­so il Migliore. Per tesserne le lodi, ri­cordare che lo avrebbe voluto (lo dis­se in pubblico) come proprio mini­stro, apprezzarne il tasso di concretez­za e pragmatismo. Ma l’aggettivo, con la m maiuscola, è scelto anche sul filo dell’ironia: era il soprannome di To­gliatti e per il Cavaliere Bersani resta comunque uomo d’apparato, legato a doppio filo a una storia che ne in­fluenza il modo di stare in politica. A Palazzo Chigi nessuno si fa illu­sioni, soprattutto dopo le prime usci­te. Lo dice apertamente Paolo Bonaiu­ti, portavoce del capo del governo, che in realtà sarebbe il primo a ralle­grarsi di un cambio di stagione.
Nel­l’esecutivo le parole del neosegretario del Pd si valutano per ora al microsco­pio, ma finora non sono state trovate tracce significative di quel «rapporto civile» che lo stesso Bersani alcuni giorni fa disse non solo di volere, ma di «pretendere» con il capo del gover­no. Che Massimo D’Alema abbia soste­nuto la candidatura di Bersani può es­sere motivo in più per coltivare alcu­ni auspici, sperare che prima o poi— lo dice Osvaldo Napoli, fra i deputati più attivi del Pdl — nel Partito demo­cratico «si punti finalmente a costrui­re un’alternativa di governo piuttosto che proclamare solo un’opposizione gridata e antiberlusconiana». Ma gli auspici si fermano qui, nel pedigree moderato e pragmatico di Bersani, perché in realtà il primo che non si fa illusioni è lo stesso premier: vuole una riforma costituzionale della giu­stizia e «non credo che Bersani avrà la forza di dialogare su questo tema»; di­chiara ogni tanto di auspicare un dia­logo maggiore «ma almeno sino alle elezioni regionali» non crede sia pos­sibile costruire nulla di concertato con la minoranza parlamentare.
Il piccolo segnale di ieri pomerig­gio, quel voto alla Camera che nega con ... 375 voti l’autorizzazione a proce­dere per Altero Matteoli, è stato regi­strato a Palazzo Chigi come una possi­bile apertura di credito. In quel nume­ro c’erano infatti molti deputati che appartengono alla sinistra: se è solo bon ton parlamentare, o anche altro, si vedrà nei prossimi giorni. Ma resta la sensazione di un chiaroscuro in cui sarebbe azzardato prevedere un disge­lo fra i due Poli. Ieri Bersani ha detto che Berlusconi non lo ha chiamato per fargli gli augu­ri di buon lavoro: «Ha preferito telefo­nare a Ballarò». Ma due giorni fa ave­va ironizzato sul fatto che il capo del governo non si è mai autosospeso dal­la carica, come ha fatto in un primo tempo Marrazzo. Motivo per il quale forse non ha ricevuto una telefonata, dicono nel governo. Insomma gli auspici di dialogo fan­no in fretta a trasformarsi in illusioni, coltivate da pochi, pochissimi espo­nenti delle due parti. Sandro Bondi ie­ri ha già pronunciato parole che sem­brano definitive: «In due giorni Bersa­ni ha confermato che la crisi del Pd è irreversibile e che l’alleanza con Di Pietro non cambia, al peggio non c’è mai fine». Come del resto in privato il Cavaliere pronostica da mesi: dall’ex pm «non si staccheranno mai». Conta poco che Berlusconi e Bersa­ni siano dello stesso segno, Bilancia, siano nati nello stesso giorno, il 29 settembre. Del resto il Cavaliere ricor­da al segretario del Pd «il signor Wolf di Pulp Fiction , quello che arriva e di­ce io risolvo i problemi e la gente gli crede». E nei momenti di irritazione più forte Bersani ricorda al Cavaliere non il Migliore, ma semplicemente «un bolscevico!». Possono andare d’accordo il signor Wolf e un bolscevi­co? Forse in un film di Tarantino.
Fonte: Marco Galluzzo - Corriere della Sera

Giovani, siate più seri e leali

In un articolo Furio Colombo scriveva saggiamente che «lo smantellamento del tetto» di una casa appena costruita è «un atto di vandalismo» che non porterà benefici per nessuno.
Un errore fatale che spesso ha dominato le logiche delle federazioni giovanili.
Mentre il Pd nasceva all’insegna dei buoni propositi, il susseguirsi di disonesti strafalcioni ha forgiato i meccanismi della Sinistra giovanile, tramutandola in un mero contenitore “acchiappa voti”. Al disorientamento iniziale, al catastrofismo sfrenato e al qualunquismo che regnava sovrano tra le nuove generazioni, durante la formazione dell’apparato giovanile del Pd si è materializzata l’anti-politica, quella che si nutre di raccomandazioni, direttive, prese di posizione suggerite dal partito e, soprattutto, dicerie.
Giovani furbi in gamba si sono uniti a giovani sprovveduti, ipnotizzati dal luccichio del potere. Con leggerezza, sono piovuti dal cielo incarichi di partito e nomine “speciali” che hanno contribuito a forgiare la prassi del lobbysmo anche tra i più giovani. In un istante la Sinistra giovanile si è tramutata nell’arena in cui si scontravano all’ultimo sangue i bersaniani, i dalemiani e i veltroniani.
La competizione per la segreteria e per l’assegnazione delle cariche di partito è stata, infatti, fraintesa ed è stata, anzi, interpretata da gran parte dei dirigenti della giovanile come un modo per creare consenso intorno al proprio nome, accrescendo il proprio prestigio di fronte ai “capi” e screditando gli avversari.
Migliaia le iniziative, in cui il simbolo ha significato più delle idee, il leader più del partito. Ogni congresso si tramutava in un occasione per fare ... carriera, raccomandazioni di buon voto piovevano dal cielo, ad attenderti telefonate inaspettate dai municipi e frenetiche richieste di sostegno elettorale.
Cravatte strette, comizi elettorali, salotti, telefonate di favore, indicazioni dall’alto.
“Fare le tessere”, era la missione.
Scrivo questa lettera aperta ai giovani del Pd perché questa situazione richiede di essere valutata, dibattuta, rovesciata.
La scrivo perché perché tra dieci anni molti di coloro che oggi militano nelle federazioni giovanili, occuperanno un posto al parlamento e decideranno della politica del paese. Perché per fare meglio di quello che è stato fatto è necessario volerlo fare fin da subito. Perché ripetere gli errori già commessi è pericoloso. Perché la “generazione delle primarie” ha urlato a gran voce l’intenzione di smettere con i clientelismi.
Proprio ora, che il partito è ancora lento, liberiamo l’entusiasmo, smentiamo i pregiudizi che gravano sul ceto politico. Diventiamo classe dirigente, facendo meglio di quello che è stato fatto abbandonando i fanatismi che per anni hanno annientato il positivo sviluppo delle federazioni giovanili. Non più prese di posizione aprioristiche, bersaniani, veltroniani e dalemiani.
Senza memoria sarà più facile abbandonare le maschere dell’arroganza e riprovare ad immaginare cosa potrebbe essere.
Senza sprofondare nel clanismo sfrenato perché il “noi” e il “voi” ha creato attrito tra i giovani, stallo, inattività.
Chi combatte il proprio amico, fa un favore al nemico ed è questo il Pd pericoloso, il Pd di cui Colombo si è accorto, quel Pd su cui grava l’antagonismo che potrebbe dissolvere l’illusione di un centrosinistra che governi. Un partito complesso richiede procedure semplici e trasparenti, ma richiede anche uno sforzo in più: cercare di essere leali.
Fonte: Giulia Cerino - Europa

E il Viminale "Finanze allo stremo abbiamo debiti per un miliardo"

ROMA - Ammonta a quasi un miliardo l'indebitamento del ministero dell'Interno: per l'esattezza 708 milioni per quello pregresso accumulato prima del 2007 al quale si somma quello accumulato nel 2008 di 279 milioni. Fra i debiti, i costi per "consultazioni elettorali", l'"assistenza agli stranieri", l'"indennità ai poliziotti", "spese per pulizia, riscaldamento, fitti, telefoni, custodia veicoli sequestrati, manutenzioni auto e immobili". La Polizia non ha neppure i soldi "per provvedere all'adeguamento della legge 626 sulla sicurezza dei posti di lavoro". Che "la salute finanziaria" del ministero dell'Interno "risulti drogato" non lo dicono questa volta i sindacati di polizia. Oppure l'opposizione. Lo ammette lo stesso Viminale, nella riservatissima "relazione unitaria sul quadro finanziario" del ministero presentata nei giorni scorsi alla commissione Antimafia.
La relazione - un quadro spietato della reale situazione economica del Viminale - pare contraddire i proclami del governo, in particolare del ministro dell'Interno Roberto Maroni, sull'aumento di fondi per la sicurezza. Ebbene, è la Direzione centrale per le risorse finanziarie e strumentali dello stesso ministero a confermare, in 40 pagine, quanto gli agenti di polizia da un anno denunciano. E cioè che il bilancio sicurezza è stato tagliato pesantemente dal governo Berlusconi. "L'ammontare delle riduzioni delle dotazioni finanziarie delle missioni di spesa del Ministero dell'Interno per l'anno 2009 - si legge nel documento - è stato di 414.726.000, i tagli alla voce per Ordine pubblico e sicurezza ammontano a 263.497.000". L'analisi finanziaria del Viminale prende in considerazione anche le voci di aumento, come, ad esempio, lo stanziamento per il personale civile delle prefetture. Ma sono le riduzioni che emergono con maggiore preoccupazione.
"È importante evidenziare - sottolinea il rapporto - che anche i fondi a disposizione del signor Ministro, ripartiti in corso d'anno in relazione alle più rilevanti esigenze di spesa proprio per i cosiddetti consumi intermedi, hanno subito un decremento di 35 milioni di euro". "Del resto - chiosano gli analisti del ministero - la situazione del Viminale è da tempo caratterizzata da un'inadeguatezza di risorse a fronte di un ampliamento dei compiti attribuiti". Ancora: "La dotazione finanziaria complessiva dei capitoli di spesa per consumi intermedi risulta fortemente sotto-dimensionata rispetto alle reali necessità di spesa in considerazione anche di quelle connesse al G8 dei ministri dell'Interno e della Giustizia". In sostanza, "le principali situazioni di sofferenza finanziaria riguardano il sistema della carta di identità elettronica e il complesso della spesa informatica". Per quanto riguarda direttamente il Dipartimento di pubblica sicurezza, "i settori di maggior criticità sono relativi agli oneri accessori del personale, alla logistica, alle manutenzioni, agli investimenti". Mancano i soldi anche per pagare gli affitti delle prefetture, il costo, si legge, è "di 47 milioni a fronte di uno stanziamento complessivo di circa 28 milioni che appare del tutto inadeguato".
ALBERTO CUSTODERO - REPUBBLICA

Regionali, al via il «risiko» delle candidature al Consiglio

Chiusa la partita del congresso del Pd, la politica ormai ragiona sulle elezioni regionali fissate fra cinque mesi, il 28 e 29 marzo. Il centrodestra parte con tutti i favori del pronostico, con la quasi certa ricandidatura del presidente Roberto Formigoni che si prepara alla quarta legislatura. Sempre che gli accordi Berlusconi-Bossi non cambino all’ultimo minuto a favore di un candidato leghista (Roberto Castelli è pronto all’eventualità).
Cinque anni fa Brescia elesse 11 consiglieri: 2 nel listino bloccato (Mario Scotti dell’Udc e Alessandro Cè della Lega) e 9 nelle liste provinciali. Fra questi, 2 di Forza Italia (Gelmini e Nicoli), 1 di An (Beccalossi), 2 della Lega (Moretti e Rizzi), 2 dell’Ulivo (Arturo Squassina e Galperti), 1 di Rifondazione (Osvaldo Squassina).
ORA IL QUADRO è mutato. Il Pdl si prepara a un’autentica sfida a 4 per i tre (probabili) posti disponibili. Dalle fila dell’ex Forza Italia vengono l’assessore uscente Franco Nicoli Cristiani, la consigliere uscente Margherita Peroni (entrambi alla quarta corsa) e la new entry, l’assessore provinciale Mauro Parolini. L’area Romele-Gelmini, che l’altra volta incassò l’exploit dell’attuale ministro dell’Istruzione (quasi 18mila preferenze) s’è riunita venerdì scorso: la decisione sarebbe quella di non schierare un proprio candidato ma di puntare su compensazioni in altra sede sostenendo nel frattempo in via prioritaria Nicoli, che l’altra volta potè contare sull’appoggio dell’area Paroli-Parolini. Sfumano su questo versante le chances di candidatura di Alberto Cavalli. All’ex presidente della Provincia non resta che puntare sull’appoggio di due amici come i ministri Gelmini e Bondi per un posto nel listino bloccato.
Nell’area ex An è sfumata l’ipotesi di un ritorno su Milano di Viviana Beccalossi, ora deputata a Roma e coordinatrice provinciale del Pdl. Spazio dunque ... al consigliere regionale uscente Vanni Ligasacchi.
Nella Lega i due uscenti - Monica Rizzi e Enio Moretti - dovrebbero essere ricandidati, ma nulla è scontato. L’esperienza di Giovan Maria Flocchini, che 5 anni fa non venne ricandidato, è un monito per tutti in casa leghista. L’insuccesso della sua candidatura a consigliere in città nel 2008 potrebbe ritorcersi contro Moretti. E gli altri? In casa leghista viene data per probabile la candidatura del segretario provinciale e capogruppo in Provincia Stefano Borghesi, ma anche dell’assessore cittadino allo Sport Massimo Bianchini. Bianchini fu candidato, senza successo, già nel 2000, quand’era segretario provinciale: stavolta potrebbe contare sul sostegno massiccio della Lega di governo della città. Chances di candidatura vengono attribuite, in questa fase, anche all’ex assessore provinciale Guido Bonomelli e all’ex capogruppo in Broletto Roberto Vanaria. Il fattore territoriale (e il peso della Valtrompia) potrebbe giocare all’assessore provinciale Aristide Peli.
GRANDE MOVIMENTO nel Pd. La candidatura più certa, in questo momento, è quella del lettiano Gianni Girelli, coordinatore provinciale della mozione Bersani e membro della direzione regionale. La componente diessina della mozione non pare però intenzionata a rinunciare a un proprio nome: in ballottaggio quelli di Arturo Squassina (approdato tardi al progetto del Pd) e di Paolo Pagani. Le opportunità di elezione variano a seconda di chi correrà per la componente franceschiniana. Su questo fronte è quotato il nome di Emilio del Bono, capogruppo in Loggia, che però non ha sciolto tutte le riserve. Gettasse lui la spugna, si aprirebbero opportunità per il segretario organizzativo Riccardo Imberti e in subordine per i segretari provinciali Franco Tolotti (che pare si sia detto indisponibile) e Giorgio De Martin. Il rispetto delle «quote rosa» potrebbe andare a vantaggio di Carla Bisleri (ex assessore con Corsini) e Antonella Montini (consigliere provinciale).
Nell’Italia dei Valori Sergio Grazioli, membro del direttivo regionale, ha buone chances. Sulla sua strada ci sono però alcune incognite: la possibile candidatura di Francesco Patitucci (consigliere provinciale), di Maruska Piredda (ex hostess Alitalia, responsabile regionale del Welfare per l’Idv) e, sorpresa di cui si parla insistentemente a Milano, l’ex assessore regionale leghista (e ex presidente dei deputati lumbàrd) Alessandro Cè.
ACQUE TRANQUILLE nell’Udc: l’assessore Mario Scotti ha annunciato che darà forfait. Spazio al consigliere regionale e segretario provinciale Gian Marco Quadrini. L’incognita, qui, è la collocazione del partito. Schierato col centrodestra o costretto a una corsa solitaria, di testimonianza? Le possibilità di elezione, ovviamente, cambiano. E di molto.
Fonte: Massimo Tedeschi - BresciaOggi

L'ultima del ministro Scajola, dice «stronzo» a un operaio


Se il povero Marco Biagi era un «rompicoglioni», i lavoratori sono degli «stronzi». Parola di ministro. Ormai si può affermarlo con un certo (elevato) coefficiente di certezza: Claudio Scajola, titolare del dicastero alle Attività Produttive, non è di quelli che contano fino a dieci prima di aprire la bocca. Assumesse questa sana abitudine eviterebbe certe cadute di stile che si trasformano spesso in chissà quanto inconsapevoli gaffe. L’ultima sortita del ministro ha lasciato basiti il suo stesso staff, qualche collega di partito che non è riuscito a mascherare il forte imbarazzo, un gruppo di imprenditori napoletani che lo accompagnava in una sorta di visita pastorale ai capannoni Atitech, azienda di manutenzioni aeronautiche al centro nelle ultime settimane di un tentativo di salvataggio.
All’ingresso dello stabilimento di Capodichino, il ministro è stato affrontato da un operaio, Paolo Esposito, che gli ha esternato le proprie preoccupazioni: «Altro che piano per salvarci – ha esclamato – ci hanno tolto la mensa e di colpo siamo tornati indietro di 40 anni. Ma tanto sappiamo già come finisce: che voi politici vi arricchite e gli imprenditori pure». La legittima protesta, insomma, di un lavoratore esasperato per il lungo tira e molla sul piano di salvataggio di Atitech, conclusosi due settimane fa con un accordo che lascia parecchio amaro in bocca alle maestranze. Scajola, rosso in viso, si è avvicinato ad Esposito e gli ha urlato: «Perché generalizza? È come se io dicessi che tutti i lavoratori sono stronzi come lei, però non lo dico». Quindi, convinto di aver sistemato la faccenda, è entrato nel capannone per illustrare i termini dell’accordo, in compagnia del presidente degli industriali di Napoli e nuovo numero uno di Atitech, Gianni Lettieri, scuro in volto per l’intemerata del ministro, che fa il paio con la terribile freddura pronunciata su Marco Biagi appena tre mesi dopo l’uccisione del giuslavorista da parte delle Br.
Senza parole
Esposito è rimasto senza parole. Al suo posto ha replicato la Cgil Campania, per bocca del suo segretario, Michele Gravano: «Per le responsabilità che contraddistinguono il ruolo del ministro sono necessari nervi saldi e una grande capacità di ascolto delle istanze di tutti, in particolare dei lavoratori». Gli insulti di Scajola, inoltre, non hanno certo contribuito a rasserenare il clima all’interno di Atitech. Il piano di salvataggio, che prevede un massiccio ricorso alla Cig per gran parte dei 600 addetti, ha già comportato, per i lavoratori recuperati, un taglio allo stipendio del 10% e un aumento delle ore di lavoro settimanali. Per non parlare dell’indotto (140 addetti), completamente azzerato, con i lavoratori lasciati per strada senza ammortizzatori sociali.
Fonte: L'Unità

Benefit, protestano gli ex senatori "Qui si taglia, alla Camera no"

ROMA - Se il Senato taglia i benefit degli "ex" e la Camera decide di risparmiare ma seguendo altre strade, allora si scatena la bagarre tra i 1.058 senatori e i 1.600 deputati di un tempo. "Perché loro continueranno a viaggiare gratis e noi no?" insorgono i primi all'indirizzo dei secondi.
Non è esattamente quel che si dice una guerra tra poveri. E di questi tempi - tra fabbriche in crisi, cassa integrazione e un esercito di disoccupati - la storia può perfino stonare. Ma tant'è. Tra 60 giorni scatta il colpo di forbici che a Palazzo Madama definiscono "epocale" sui privilegi degli ex inquilini, ma la stessa cosa non starebbe avvenendo alla Camera. E i senatori "pensionati" denunciano ora la "discriminazione" ai loro danni, con il loro "sindacato", l'Associazione ex parlamentari, che invita il Senato a fermare subito la scure.
Tutto parte il 21 aprile scorso. Il Consiglio di presidenza di Palazzo Madama (l'organo di autogoverno guidato da Renato Schifani) adotta una delibera con cui, a partire dal primo gennaio 2010, riduce a 291 la platea degli ex beneficiari del pedaggio gratuito autostradale, di voli e biglietti ferroviari finora concessi ai tutti i 1.058. Ma soprattutto di ridurre al minime il carnet per ciascuno di loro, azzerando del tutto il Telepass. Tutte voci che ad oggi hanno comportato una spesa di 1,7 milioni (il grosso però sono gli 81 milioni di euro l'anno in vitalizi). Risultato, dal prossimo anno un risparmio stimato in 1 milione 68 mila euro.
A Montecitorio, dove gli ex sono circa 1.600 e i benefit pesano per quasi 2,5 milioni, non è stato adottato finora un provvedimento analogo. "Abbiamo incontrato i deputati questori della Camera e ci hanno assicurato che lì non avverrà nulla del genere - spiega Franco Coccia, presidente dell'Associazione ex parlamentari - A questo punto abbiamo denunciato la discriminazione. I nostri ... associati che hanno militato al Senato non possono accettarla. Non ci sono ex di serie A e altri di serie B. Si tratta di benefici minimi di cui dobbiamo poter usufruire tutti". Coccia, ex Pci alla Camera dalla quarta alla settima legislatura, rientra tra coloro che non sarebbero intaccati dai tagli, ma parla a nome dei tanti colleghi che protestano. "Noi comprendiamo l'esigenza di fare economie, ma non è giusto che venga fatta su costi risibili e a spese degli ex". Deputati e senatori delle passate legislature che in 307, ricorda poi il presidente, si sono offerti a Palazzo Chigi quali consulenti a titolo gratuito, "e pochi giorni fa l'elenco è stato consegnato al sottosegretario Gianni Letta, che si è impegnato a tener conto della nostra disponibilità".
Alla Camera però, tanto più sotto la rigorosa gestione targata Gianfranco Fini, non ci stanno a passare per difensori di vecchi privilegi. "Abbiamo semplicemente deciso di affrontare il nodo dei risparmi sul bilancio 2010 - spiega Gabriele Albonetti, deputato questore - Non abbiamo alcuna intenzione di salvaguardare benefit, piuttosto, abbiamo verificato che quegli stessi risparmi, se non maggiori rispetto al Senato, possono essere ricavati con altre misure. Ne discuteremo a breve". Gli "ex" tuttavia insistono: "Inaccettabile discriminazione". E ora? "Chiediamo al Senato di ripensare il suo provvedimento - è la proposta del presidente dell'Associazione, Coccia - di fare marcia indietro". Ma il Senato non la farà. "La linea del rigore per noi è irrinunciabile - mette le mani avanti il senatore questore Benedetto Adragna - La delibera sui tagli entra in vigore dal 31 dicembre e non si torna al passato".

Fonte: CARMELO LOPAPA - REPUBBLICA

In arrivo un nuovo lodo-Ghedini a Roma i processi delle alte cariche

ROMA - Sempre più in affanno. Sempre più divisi. La Lega e i finiani contro Ghedini. Pezzi del Pdl sempre più perplessi sulle norme ad personam studiate in quel di Padova dall'avvocato del Cavaliere. E stavolta con un alto là del Guardasigilli Alfano: "Mi sono esposto personalmente con il lodo, gli ho dato il mio nome, ma adesso basta, il mio ministero resta fuori, norme sulla prescrizione e quant'altro dovranno venire dal dibattito parlamentare". Proprio così. Tant'è che ieri sera, durante la riunione della Consulta del Pdl per la giustizia (Ghedini ne è animatore, factotum, presidente), l'accordo interno è stato già preso, "niente passi da palazzo Chigi, solo emendamenti ad hoc". La storia della Cirami, della Cirielli, della Pecorella si ripete.
La condanna in appello di Mills è vecchia di 48 ore. Berlusconi ha sempre meno fiducia negli alambicchi giudiziari dei suoi esperti. Lega e finiani stoppano seccamente sulla prescrizione breve perché sarebbe letta con un solo possibile nome, amnistia. Il legittimo impedimento reso più stringente e praticamente obbligatorio per il giudice già cozza con le sentenze della Consulta e dunque viaggia verso un binario secondario. Ma è intorno a quel principio - consentire a chi è imputato e nel contempo riveste incarichi istituzionali di prendere parte al suo processo ed esercitare appieno il diritto alla difesa - che ragiona Niccolò Ghedini per dare al premier la certezza di un ampio riparo dai suoi processi. Bocciato il lodo Alfano che congelava i dibattimenti, ecco rispuntare un nuovo lodo, un artificio giuridico che suona così: "Per i reati commessi dalle alte cariche il tribunale competente è quello di Roma". È tutto da decidere se ne fruiranno anche ministri e parlamentari.
È l'ultima spiaggia di Ghedini, l'ultima creatura. La sua "soluzione finale". Maturata negli ultimissimi giorni dopo un sondaggio con Lega e finiani sulla prescrizione breve che ha sortito un esito catastrofico.
Intendiamoci: è quella la misura che l'avvocato vorrebbe veramente incassare. Sicura, perché farebbe "morire" d'un colpo i processi Mills e Mediaset. Ma gli ostacoli sono insormontabili. Netto il no della finiana Giulia Bongiorno che gliel'ha comunicato la settimana scorsa. Ora s'aggiunge il niet della Lega che non potrebbe giustificare la nuova amnistia, centinaia di processi chiusi e di imputati liberi, con gli elettori malati di zero tolerance.
Sia nuovo lodo allora. Stavolta firmato direttamente dal suo proponente, Ghedini, pronto a tuffarsi in una perigliosa avventura che, alle viste, rischia di risolversi in un altro scontro col Quirinale. Le prime avvisaglie già ci sono. Un lodo che rende obbligatorio il trasferimento a Roma dei processi alle alte cariche, per di più esteso a ministri e parlamentari, rischia di scontrarsi con il principio della Costituzione che, all'articolo 25, garantisce il rispetto del giudice naturale. Sul Colle, dove già Napolitano ha messo in guardia Berlusconi da leggi eterogenee e soprattutto dettate dall'emergenza, la prospettiva di un trasferimento forzato dei processi, soprattutto di quelli già in corso come Mills e Mediaset, viene considerata una pericolosa forzatura costituzionale. Né, d'altronde, il Colle apre sulla prescrizione che, per come viene disegnata, finirebbe per avere gli stessi effetti devastanti della famosa norma blocca-processi (fermarli tutti per un anno pur di fermare quelli del Cavaliere).
L'affanno è massimo. I margini stretti. Nel Pdl molti sono stanchi di immolarsi sull'altare di norme ad personam che si risolvono in continui insuccessi.
Anche il lodo Ghedini ha dei rischi perché, gli obiettano, se da un lato i processi vengono trasferiti a Roma, dall'altro per l'imputato è meno facile accampare impegni da spendere come legittimo impedimento. Molti deputati e senatori potrebbero essere perplessi. Ma Ghedini va avanti. Sul piatto è pronto a lanciare un ammorbidimento sulle intercettazioni. Lo teorizza, con il relatore al Senato Roberto Centaro, nella riunione della Consulta. I famosi "gravi indizi di colpevolezza" diventerebbero soltanto "sufficienti". È un "vedo" per aprire una trattativa con l'opposizione, la nuova era di Bersani, e spuntare una tregua armata sul futuro lodo.

Fonte: LIANA MILELLA - REPUBBLICA

«Per il Sud nuova spedizione dei Mille»

ROMA — «Ogni libro sull’arretra­tezza del nostro Sud dovrebbe essere l’ultimo. Questo, invece, è il mio se­condo, e ciò segnala un evidente falli­mento della politica». Il saggio che l’editore Donzelli manda in libreria da domani, 30 ottobre con il titolo Sud, un sogno possibile (207 pagine, 16 eu­ro) si apre con questo singolare mea culpa . Perché, pur essendo un econo­mista, e personalmente di certo non responsabile del disastro del Mezzo­giorno, l’autore del libro, cioè Renato Brunetta, ha responsabilità politiche in un partito che da quando lui è stato eletto al Parlamento europeo, nel 1999, ha governato l’Italia per oltre il 60% del tempo.
Non per questo risparmia qualcu­no. Per il ministro della Funzione pub­blica il fatto che a distanza di ses­sant’anni dalla Cassa del Mezzogior­no, il prodotto interno lordo pro capi­te del Sud sia ancora del 40% inferiore a quello del resto d’Italia, gli studenti meno preparati, le infrastrutture scar­se e malandate, il lavoro manchi e la criminalità la faccia da padrone, è la certificazione che «a fallire è stata la classe dirigente italiana, che non è sta­ta in grado di adattare le politiche e le misure previste per il Nord e per l’Eu­ropa alla particolare realtà meridiona­le ». Sostiene Brunetta che fin dall’uni­tà d’Italia non si tiene mai conto del Sud «quando si prendono le grandi decisioni nazionali: dalla scelta euro­pea all’abolizione delle gabbie salaria­li, dallo Statuto dei lavoratori all’in­gresso nello Sme...» E non cita a caso le gabbie salariali, che sono state il ca­vallo di battaglia estivo della Lega di Umberto Bossi.
Brunetta ricorda che nel 1968 venne introdotta la fiscalizza­zione degli oneri sociali per le fabbri­che del Sud. «C’è da dire però», ag­giunge, «che tale provvedimento ave­va in gran parte natura compensativa della contemporanea abolizione, for­temente voluta dal sindacato, delle differenze provinciali di salario che avevano, fino ad allora, tenuto più basso e sensibilmente differenziato il costo del lavoro al Sud». Scrive più avanti il ministro: «Di nuovo, dopo cent’anni, si pensava illuministica­mente che nuove regole comuni, e magari molto avanzate, come quelle nel mercato del lavoro, nella contrat­tazione e nei diritti dei lavoratori, avrebbero positivamente forzato l’eco­nomia del Sud. Si finì con l’ottenere, ancora una volta, esattamente l’effet­to opposto, Le regole, inapplicabili, del Nord sul mercato del lavoro e sul­le relazioni industriali ... produssero un sempre più profondo allontanamento del mondo del lavoro meridionale da quello del resto del Paese, attraverso il dilagare strutturale di attività som­merse, irregolari, marginali e preca­rie. Più le regole del Nord non erano applicabili, più cresceva il dualismo e la domanda sia di incentivi che di tra­sferimenti ». Non esiste purtroppo la controprova circa il fatto che con il permanere di condizioni diverse ri­spetto al Nord la situazione del Sud oggi sarebbe migliore. Ma non serve la controprova per «riconoscere», co­me fa Brunetta, «che il Sud ha, essen­zialmente e prioritariamente, bisogno di una nuova classe dirigente».
Come attuare il rinnovamento? «La qualità di un territorio la fa la sua gen­te », dice. Auspicando un «program­ma poliennale di investimenti anche e soprattutto in capitale umano che abbia come obiettivo il superamento del gap di legalità e fiducia nelle aree più a rischio del Mezzogiorno». Tene­tevi forte: «Detto in altri termini», pro­voca il ministro, «serve una nuova spedizione dei Mille». Una invasione che dovrà puntare, come fece Garibal­di, sugli insorti locali. Stavolta nella pubblica amministrazione. «Mentre si cercheranno al Nord funzionari e di­rigenti pubblici esperti e capaci da in­viare al Sud», dovrà scattare quella che Brunetta chiama l’«Operazione Rosolino Pilo», dal nome del patriota siciliano che nel 1860, a prezzo della vita, spianò la strada alla conquista di Palermo, per «la creazione al Sud di una rete che finora non è esistita, fat­ta di dirigenti e funzionari preparati e onesti».
Immaginiamo le reazioni. Perché Brunetta non si limita alle ricette per la sua pubblica amministrazione, ma interviene anche sulla Banca del Sud, sui problemi ambientali, sulle caren­ze delle infrastrutture. E si dà il caso che questo libro esca proprio mentre il fronte meridionale ha diviso in due il governo: da una parte Giulio Tre­monti, dall’altra Claudio Scajola, Stefa­nia Prestigiacomo, Raffaele Fitto e Gianfranco Micciché. Le ferite sono ancora aperte.
Fonte: Sergio Rizzo - Corriere della Sera

giovedì 29 ottobre 2009

I risultati delle primarie a Brescia e provincia: Segretario Nazionale

I risultati delle primarie a Brescia e provincia: Segretario Regionale

Una scelta discutibile, da rispettare

La nuova avventura di Francesco Rutelli merita di essere guardata con attenzione e rispetto, anche senza bisogno di tifare per un suo successo.
È quello che faremo noi di Europa, giornale la cui collocazione è fuori discussione: pur non essendo mai stati un foglio di partito (in senso classico neanche ai tempi della Margherita) continueremo con passione e spirito critico a essere ciò che dichiarammo il 3 settembre 2005: «Un giornale per il Partito democratico». Allora del Pd non c’era neppure il nome. Ora il Pd ha già vissuto due o tre vite differenti, e per Rutelli ha smarrito definitivamente la strada: non siamo d’accordo con questo giudizio e non mutiamo ragion d’essere.
Del Pd restiamo compagni di strada, rompiscatole e liberi.
Rutelli pare proprio voler uscire, prima o poi, dal partito di cui è stato co-fondatore, ma in realtà sembra anche voler uscire dal centrosinistra. Nelle sue parole di ieri il giudizio tranchant sulla deriva del Pd si estende all’intero bipolarismo all’italiana e investe sia il centrosinistra ipotecato da Di Pietro che la destra comandata da Bossi. Chi in questi giorni si attarda a ipotizzare per Rutelli ingressi nell’Udc, o ruoli di ponte fra questo partito e il Pd, non ha capito le sue ambizioni e forse non ha capito che cosa effettivamente sta accadendo nel sistema politico. Se Rutelli voltasse le spalle ai democratici (e per farlo ha bisogno di trattarli peggio di come meritino), sarebbe perché pensa di giocare una partita più grande: quella della decomposizione del blocco berlusconiano.
Che ci riesca è da vedere. Per oggi bisogna constatare che la denuncia di un’Italia spaccata e preda della «politica del rancore » troverà d’accordo ... cittadini comuni e poteri forti. E che un’operazione di movimento e trasversale può suscitare interessi a molti livelli e in molti ambienti, in un momento in cui tanti annusano la fine degli equilibri fin qui garantiti dalla leadership di Berlusconi.
Porterà via poco Rutelli dal Pd? Porterà via pochissimo, per fortuna. Del suo “tragitto”, come lo chiama Rutelli, in questo momento non sono chiari né il percorso né l’approdo organizzativo, due cose che in politica contano molto. A stare agli umori e alle intenzioni che si raccolgono, praticamente tutti coloro che hanno condiviso la scommessa di un Pd protagonista della rivoluzione liberale in Italia vogliono continuare a coltivarla all’interno di un soggetto che vale sul mercato elettorale almeno il 30 per cento. Del resto la politica di movimento (di cui Rutelli è maestro) produce le novità, ma solo la massa critica può trasformarle in cambiamento reale.
È tanto, il 30 per cento, e sarebbe un peccato rispedirlo nel freezer della vecchia sinistra solo per una sconfitta congressuale di Franceschini, per il fallimento personale di Veltroni, per la tenacia restauratrice di D’Alema o per l’auto-marginalizzazione di Rutelli: con tutto il rispetto per questi importanti leader, la posta in palio è più grossa di loro.
C’è poi da dire che la difesa del bipolarismo è sempre stato un punto fermo per l’ex presidente della Margherita: da ieri sembra non essere più così fermo. Siamo più che d’accordo sul fatto che il bipolarismo incanaglito abbia stremato tutte le persone di buon senso e di buona volontà, però ci pare presto per archiviare la logica dei due poli chiaramente antagonisti. Sarebbe strano tra l’altro che lo facesse proprio Rutelli, che ne è stato per tutta la vita un alfiere.
Fossimo al posto di Bersani, comunque, non ci mischieremmo né con quelli che sminuiscono l’evento di questa possibile separazione, né con quelli che già brindano per la dipartita del reprobo. Reazioni da sciocchi.
Intanto perché – Rutelli non esagera affatto sul punto – il ricatto dipietrista ed estremista sul Pd permane, non è ancora stato sventato e anzi sta lì, come un macigno, sulla strada di queste nuove alleanze vincenti che il segretario del Pd ha promesso di costruire. E poi perché oggi il Pd rischia di perdere un’intelligenza e una risorsa, ma in prospettiva – come su Europa abbiamo già scritto – rischia di perdere anche molto di più: la centralità nel gioco politico.
«Il più antiberlusconiano sarà colui che farà cadere Berlusconi»: è una frase fortunata del nuovo segretario del Pd, diretta a Franceschini durante le primarie.
Bella battuta. Ma se poi a far cadere Berlusconi non dovessero essere né Franceschini, né Bersani, né qualcuno del Pd e neanche tutto il centrosinistra messo insieme? Chi si troverebbe sotto l’albero a raccogliere la famosa mela della metafora bersaniana? In questo momento occorre ammettere che il medesimo Berlusconi pare proprio preoccuparsi di altri personaggi. Chissà, magari anche di Rutelli e dei suoi futuri amici.
Fonte: Europa

Inclusione, non scissione

Celebrate le primarie è partito il dibattito sulla potenziale “scissione” del Pd. Un tema nell’aria da tempo e che trova le sue ragioni nel rischio di una progressiva deriva a sinistra della nuova guida politica sancita dal voto di domenica. Un tema, questo, che attiene direttamente al profilo politico e culturale del Pd e, soprattutto, al progetto che metterà in campo il suo nuovo segretario nazionale. Ora, è indubbio che nel confronto congressuale si sono confrontate due proposte – non alternative ma comunque differenti – sul ruolo e sul futuro del Partito democratico nella geografia politica italiana.
Due proposte che, il giorno dopo le primarie, registrano un vincitore e uno sconfitto. Anzi, per l’esattezza, un segretario – Bersani, appunto – che ha vinto sia il girone di andata sia quello del ritorno e un altro che non è riuscito a sfondare né tra gli iscritti né, soprattutto, tra gli elettori. Adesso è arrivato il momento della verità. Ovvero, se ci troviamo di fronte ad un partito che sarà la semplice riedizione, seppur aggiornata e corretta, della storia della sinistra italiana con qualche aggiunta cattolica e moderata – sempre utili e normalmente sempre irrilevanti – oppure se il nuovo corso del Pd sarà ispirato da una logica “inclusiva” e per nulla discriminatoria nei confronti di chi non apprezza il “pensiero unico”.
Anticipare la sentenza con l’immediata scissione o una spaccatura all’indomani del congresso sarebbe, però, una sorta di processo alle intenzioni che richiede, invece, maggior tempo e maggior prudenza.
Certo, esistono i rischi di un avvitamento progressivo del partito. E saranno solo le scelte concrete, tanto a livello nazionale quanto a livello locale, a dissipare i dubbi legittimi e fondati che oggi molti accampano all’interno del Pd. Vincere le primarie è certamente importante ma è altrettanto importante sapere che non bastano i numeri – peraltro molto più contenuti rispetto alle primarie del 2007 e, forse, questa volta con una platea più legata all’appartenenza politica ed ... ideologica – a giustificare ogni scelta sulla prospettiva del partito.
Per uscire dalla metafora, ora il nuovo segretario ci dovrà dire se il Pd vuol riproporre la logica dell’Unione, pur richiamandosi all’Ulivo; se la guida politica e culturale sarà affidata sostanzialmente ad esponenti riconducibili alla storia della sinistra italiana; se il nuovo gruppo dirigente a livello regionale sarà ispirato da una volontà di “normalizzazione” con poca attenzione e disponibilità nei confronti della cosiddetta minoranza; se il principio della cosiddetta “mescolanza” culturale sarà soltanto predicata e poco se non per nulla praticata; se, infine, ci troveremo di fronte al semplice ritorno dell’eterno passato oppure all’alba di una stagione che cambierà profondamente i connotati della politica italiana.
Saranno, cioè, le scelte concrete a dirci se il Pd sarà realmente un partito nuovo che rompe con il passato attraverso una reale e non finta discontinuità oppure se il tutto si limita ad una gestione politica all’insegna dello spoil system con tanti saluti alla volontà di includere tutte le forze e le culture che hanno accettato la scommessa del progetto politico del Partito democratico. Progetto politico del Pd che non va confuso con un insopportabile nuovismo che ha soltanto nuociuto alla crescita politica del Pd. Un nuovismo che si basa su categorie impolitiche e superficiali da sempre estranee ed esterne a qualunque criterio politico, se non rispondere ai canoni imposti da una pubblica opinione chiassosa, populista con tratti antidemocratici e giacobini. Dal valore della carta di identità alle parole d’ordine del “tutti a casa”; dalla cancellazione del significato delle culture storiche al riconoscimento del pluralismo all’interno del partito. Insomma, un nuovismo che va rispedito al mittente senza più scimmiottare gli errori della prima fase del Pd che ha prodotto solo danni e scoraggiamento se non cocente delusione.
E la “scissione” annunciata all’interno del Pd si colloca lungo questo cammino.
Francesco Rutelli ha illustrato il suo nuovo progetto politico. Lo ha, per la verità, anche scritto in un recente libro. Un progetto che non può essere banalmente respinto al mittente né deve essere qualunquisticamente e frettolosamente archiviato. Si tratta di una proposta che richiede approfondimento e disponibilità al confronto e al dialogo, soprattutto da parte di chi guida oggi il partito.
Non credo possa valere la regola “meno siamo e meglio stiamo” o quella che possiamo fare a meno di tutti coloro che la pensano diversamente da noi. Al contrario, ogni dissenso – se politicamente fondato – va riportato lungo i binari dell’inclusione e dell’allargamento del Pd senza limitarsi al compiacimento se pezzi di società – e quindi pezzi di partito – scelgono altri lidi e altre collocazioni. Insomma, i nodi politici vanno sciolti al più presto. Come va favorita al più presto una vera e non fittizia unità del partito. Sarebbe una sconfitta e anche una delusione limitarsi a vincere nel partito per poi perdere le elezioni. A cominciare dalle prossime elezioni regionali.  
Dobbiamo archiviare per sempre il vecchio slogan “piazze piene e urne vuote”. Uno slogan che per troppo tempo e per troppi decenni ha accompagnato la storia della sinistra italiana e che ha prodotto solo guai e sconfitte elettorali prima e politiche poi.
Si tratta di voltare veramente pagina. Una nuova fase, se di questo si tratta, non può essere inaugurata con una scissione e con una fuga dal partito. Sarebbe subito una sconfitta non solo per il Pd ma, soprattutto, per tutti coloro che hanno accettato la scommessa e l’avventura di un partito che ha l’ambizione di cambiare la geografia politica del nostro paese all’insegna del vero cambiamento e dell’autentico e non effimero rinnovamento.
Fonte: Giorgio Merlo - Europa

"Cambiamento e buongoverno" comincia la nuova stagione di Rutelli

ROMA - Se qualcuno aveva ancora dubbi che le strade di Francesco Rutelli e del Pd presto si sarebbero divise, oggi se li vede fugare da un appello per il "cambiamento" firmato dall'ex leader della Margherita e presentato a Roma.
Ieri l'annuncio: "Occorre iniziare un percorso diverso, con persone diverse. Davanti a noi c'è un altro tragitto". Oggi il primo passo con la nascita dell'associazione "Cambiamento e buongoverno".
Insieme a Rutelli per quello che è stato definito "nè un club di riflessioni culturali nè un partitino di scontenti", il presidente della provincia di Trento Lorenzo Dellai, il deputato Pd Linda Lanzillotta, il presidente di Unioncamere Andrea Mondello, il presidente di Federsolidarietà Vilma Mazzocco, l'ex sindaco di Parma Elvio Ubaldi, il banchiere Roberto Mazzotta, il cavaliere del lavoro Giuseppe Vita, l'onorevole Bruno Tabacci, il sindaco di Venezia Massimo Cacciari e l'assessore alla Cultura di Firenze Giuliano da Empoli.
"Non è impossibile unire - si legge nel manifesto dell'associazione - la maggioranza degli italiani intorno alle decisioni che portino il paese sulla strada giusta". Ma nè il "populismo" di destra nè "una sinistra socialdemocratica" possono offrire un'alternativa credibile che metta fine "alla guerra dei quindici anni". Serve una soluzione nuova, "un serio progetto politico democratico, liberale, popolare, di cambiamento e buongoverno". Slogan, quest'ultimo, che curiosamente fa tornare la memoria al '94 quando Berlusconi si presentatò nei collegi uninominali delle circoscrizioni del Centro-Sud Italia, con il "Polo del buon governo".
Per ora però, i firmatari non vogliono parlare di nuovo centro e di nuovo partito. Tabacci precisa: "Siamo un'associazione che dovrebbe essere apprezzata dal Pd e da Casini perchè anche noi lavoriamo per un'alternativa credibile". E la soluzione, indica il presidente della provincia di Trento Dellai, "è una grande alleanza".
E Rutelli, oggi ha incontrato Casini a Montecitorio. Positivo il riscontro del leader Udc: "Mi sembra che Rutelli stia lavorando bene - ha detto Casini -. Sicuramente i nostri percorsi si incontreranno. Questo bipolarismo ha umiliato la politica italiana negli ultimi 15 anni, siamo vittime dei ricatti da un lato della Lega e dall'altro lato di Di Pietro. Rutelli pone una questione vera, un'esigenza già posta dall'Udc alle elezioni politiche due anni fa".
Fonte: Repubblica.it

Così sta morendo il centro dell'Aquila

L'AQUILA - L'anima della città. Con queste parole gli aquilani si riferiscono al centro storico, in pratica alla città dell'Aquila periferie escluse. Ma da quasi sette mesi il centro si chiama "zona rossa", nessuno può metterci piede e ad entrare sono solo i Vigili del fuoco e le ditte che si occupano di puntellare gli edifici danneggiati e di completare i traslochi delle abitazioni rimaste in piedi. Eppure, sette mesi dopo, il centro dell'Aquila non è troppo diverso da come si presentava dopo il sisma. Le macerie sono presenti in maniera stupefacente, insieme a calcinacci, polvere, spazzatura e insieme a quei brandelli di vite distrutte che avevamo visto a poche ore dal sisma. Gli oggetti personali, le foto, gli indumenti, le bambole, i monitor dei computer, mescolati a pezzi di intonaco, mattoni, cornicioni venuti giù.
NESSUNA DEMOLIZIONE O RESTAURO - Nel centro storico dell'Aquila non è partito il programma di demolizione degli edifici ormai irrecuperabili. Non è partito il restauro degli edifici privati, di quelli pubblici, nè di quelli di interesse artistico ed architettonico. E sono tanti. In molte zone le strade sono state ripulite e le macerie ammassate al centro di una piazza o all'angolo di una strada. La Regione Abruzzo ha dato disposizione per ampliare i siti dove potranno essere conferiti i resti degli edifici terremotati, ma per il momento l'operazione non è ancora partita. Il primo problema della "zona rossa" è proprio questo: togliere le macerie. I Vigili del fuoco lavorano senza sosta per cercare di proteggere tutti quegli edifici di straordinaria bellezza - le chiese, le cattedrali, i palazzi storici - dall'inevitabile. Dopo un primo assaggio amaro di autunno e un paio di settimane quasi estive, all'Aquila sta per arrivare il freddo,... la pioggia, l'inverno.
«LA CITTA' STA MORENDO» - «Fin ora la priorità - giustissima - è stata quella di dare un tetto a chi lo aveva perso», racconta Marina Marinucci, giornalista della redazionale aquilana de "Il Centro". «Ma nel frattempo - dice - la città sta morendo, non è iniziato nessun lavoro di recupero e di restauro, e tra poco sarà troppo tardi». Il centro è praticamente ovunque puntellato. Cornici di legno a tenere le finestra, grandi cinghie a cingere un loggiato, tubi innocenti ovunque, e poi tiranti, perni d'acciaio applicati alle facciate, altro legno per fare da contrafforte ad un costone che sembra reggersi per miracolo. La città sembra, in alcune zone, come bombardata. Non è solo un problema del centro storico, ci sono le periferie, c'è Santa Barbara, Pettino, San Giuliano. Eppure, da quando i riflettori sulla "zona rossa" si sono spenti, tra gli aquilani serpeggia un pensiero terrificante. La città dell'Aquila, così come l'hanno conosciuta, abitata, amata e vissuta, non esisterà più, non potrà più risorgere. I problemi abitativi sono stati parzialmente risolti, mentre quattromila persone restano nelle tende ed altre migliaia aspettano una casa stando in un albergo sulla costa. «Ma qui, all'Aquila - dice la Marinucci - non c'è più una chiesa intera, e tutti i palazzi delle istituzioni, dalla Prefettura al Comune alla Provincia, sono fortemente danneggiati e la pioggia e il maltempo arriveranno presto a finire il lavoro. E poi ci sono ancora palazzi interi da puntellare. Tornerà mai a vivere tutto questo?».
I CORSI UNIVERSITARI NON SI FERMANO - Anna Tellini insegna Letteratura russa alla facoltà di Lettere e filosofia. Insegna, non insegnava. Anche se la facoltà è crollata interamente, come quella di ingegneria. «Dopo il terremoto le lezioni le abbiamo terminate sotto una tenda, al Polo di Coppito, dove c'è la facoltà di scienze. Poi gli esami estivi si sono svolti all'aperto, sul prato. E poi dal 19 ottobre abbiamo ripreso le lezioni a Bazzano, in un capannone industriale. Il secondo semestre invece lo facciamo nel carcere minorile. Al prossimo anno accademico non voglio nemmeno pensare». Si stima che i danni riportati dall'Ateneo dell'Aquila si aggirino tra i 150 e i 180 milioni di euro. Il calo degli iscritti è stato - prevedibilmente - vistosissimo. I fuori sede non sanno più dove stare, molti studenti hanno difficoltà ad andare avanti. «Molti di loro hanno crisi di panico, non è facile lavorare. Però noi restiamo - dice Anna Tellini - per non condannare questa città a morte certa. Resistiamo per mantenere viva l'anima della città». L'anima della città. Tutti usano questa espressione. L'anima si chiama Collemaggio, si chiama Santa Maria Paganica, sventrata e scoperchiata - bellissima anche nella sua devastazione - che non può essere coperta e protetta perchè ogni protezione volerebbe via. Si chiama Santa Maria degli Angeli, con la cupola di Raffaello, orrendamente sventrata e mirabilmente protetta. Si chiama Palazzo Ardinghelli, palazzo dei Nobili, di recente ristrutturazione, palazzo Margherita, la sede del Comune, palazzo Quinzi, che la Provincia, dopo averlo rimesso a nuovo aveva dato al liceo classico. Tutto distrutto. Gusci vuoti, come il rettorato, o come il Duomo, all'apparenza, nella facciata, salvo, ma imploso dentro e a cielo aperto.
PIAZZA DUOMO - Il giro nella "zona rossa" popolata solo da uomini con la divisa dei pompieri, continua. Siamo in piazza del Duomo, la piazza del mercato, quella dove i contadini dei dintorni portavano tutte le mattine quanto di buono produce questa terra. Sembra un ricordo lontanissimo. Ma soprattutto, ora, sembra un'utopia. Anna Cerasoli è una scrittrice che ha appena preso parte ad un festival letterario. Il festival si chiama "Minimondi" e normalmente si svolge a Parma. Dopo il terremoto, le organizzatrici Silvia Barbagallo e Paola Cantarello, hanno deciso di portare un pezzo del festival all'Aquila. Una parte degli scrittori che hanno partecipato al festival, prendono parte a questo sconvolgente tour nella "zona rossa" dell'Aquila. Mentre Anna Cerasoli parla, inizia a piovere e lei scuote la testa. Con la mano indica delle macerie da cui spuntano dei cespugli. «Sono passati sette mesi e siamo ancora in queste condizioni, la pioggia intride le macerie, le case pericolanti, le chiese, tutto marcirà. Sembra impossibile pensare al fatto che l'Aquila diventerà una new town e di tutto questo non rimarrà niente». Il racconto della Cerasoli viene interrotto dalla professoressa di letteratura russa. Anna Tellini, mentre camminiamo nelle strade più strette del centro dice: "io abitavo qua". Vuole farci vedere solo l'androne, ma i Vigili del fuoco che ci accompagnano dicono che non è sicuro, che non si può. Il tira e molla va avanti per alcuni minuti, ma dentro, non si può entrare. Tutto sembra sul punto di crollare da un momento all'altro.
TERREMOTO PARTY - Il giro continua, in un silenzio religioso rotto solo dal rombo delle ruspe al lavoro. Si passa davanti ai luoghi simbolo catastrofe aquilana. La farmacia più antica della città, quella della dottoressa Carli, morta a casa sua nel crollo del 6 aprile. Il Convitto, dove diversi ragazzi hanno perso la vita. In tutto all'Aquila sono morti 55 studenti universitari, 8 alla casa dello studente, diventata un simbolo. Anna Cerasoli prova a raccontare la storia di una mamma che ha perso la figlia di nove anni. «Mi raccontava dei laboratori della sua scuola intitolati ai bambini morti, e commentava che le altre erano state fortunate, perché erano morte insieme alle loro mamme». Il racconto si interrompe. C'è commozione anche nelle parole di Marina Marinucci, quando passiamo davanti alla sede della sua redazione, squassata dal sisma come tante case in via XX Settembre, strada che ha pagato un tributo altissimo di vittime. E poi un pub, sempre in centro, sempre nella "zona rossa", lascia tutti senza parole. Guardando dall'ingresso a vetri si legge una scritta su di una lavagna. «Stasera Terremoto party. Moyto a 3 euro. Dj set. Parola di Gas». Sulla lavagna una data: sabato 4 aprile 2009. Una festa annunciata per esorcizzare la paura, due giorni prima del terremoto, nel cuore dell'anima della città.
Fonte: Raffaele Palumbo - Repubblica

Pd, il messaggio di Veltroni a Bersani «Un suicidio rifluire nel socialismo»

MILANO - «Se il Pd rifluisce sulle posizioni della sinistra socialista o se punta alla Grande coalizione, il Pd si suicida. E, nel breve periodo, una coalizione che metta insieme l'Udc e la sinistra radicale è semplicemente impensabile. Ci vuole un'alleanza riformista, che abbia però al centro un partito grande, un partito di centrosinistra». È questo il messaggio che Walter Veltroni manda indirettamente Pier Luigi Bersani, rispondendo a Bruno Vespa (per il libro Donne di cuori) sui timori di chi vede il partito portato da al neo-segretario dei democratici su una linea diversa da quella tracciata al Lingotto nel '97. «Il Pd - ha aggiunto Veltroni - non può che essere un partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria. Altrimenti non è il Pd». Vocazione maggioritaria che, sostiene l'ex leader, non è «autosufficienza: la vocazione maggioritaria è la condizione per un'alleanza riformista. Altrimenti al Pd è riservata soltanto la sorte di essere minoranza non determinante».
«LA POLITICA NON È UN LENZUOLO» - «Il mio è un messaggio rivolto a sinistra e al centro ma la politica non è un lenzuolo che si tira di qua e di là, se c'è un baricentro poi le convergenze arrivano» fa sapere da parte sua Bersani, rispondendo ai cronisti che gli chiedevano sulle future alleanze dei democratici. Bersani ha poi ribadito, riferendosi alle parole di Rutelli, che l'obiettivo è quello di «stare tutti insieme» e, per quanto riguarda Rifondazione comunista, ha sottolineato: «Né noi né Rifondazione abbiamo interesse a un alleanza di governo anche se si può discutere per accordi per le regionali».
«PD-IDV, CONVERGENZE PARALLELE» - Il nuovo leader dei democratici ha incontrato in mattinata il numero uno dell'Idv, Antonio Di Pietro. Dopo un'ora di incontro, l'opposizione ritrova un tavolo comune. «Convergenze sì, ma parallele», insomma. «Con sapori diversi», sintetizza efficacemente Bersani al termine ... dell'incontro. «Siamo uniti nell'obiettivo di costruire l'alternativa al governo - spiega il nuovo segretario dei Democratici - ma ciascuno con la propria autonomia, con le sue specificità». L'intesa è più stretta sui temi economico e sociali: «Il governo venga in Parlamento e dica cosa vuole fare, perché la situazione è grave e preoccupante. Noi ci siamo, ora è il momento di affrontare l'urgenza-Paese», sottolinea ancora Bersani. Facendo anche sapere che il Pd non parteciperà alla manifestazione del "No Cav Day": «Non aderiamo alla manifestazione, ma abbiamo grande rispetto per l'iniziativa», ha detto il segretario dei Democratici. In mattinata Bersani non si è dedicato solo a Di Pietro. Il neo-segretario ha anche incontrato nella sede del Pd l'ex leader Dario Franceschini. Al centro del faccia a faccia la gestione del partito dopo l'esito delle primarie.
UNDICI FIRME - Intanto il manifesto promosso dal presidente della provincia di Trento, Lorenzo Dellai, è stato firmato da undici personalità: Francesco Rutelli, Massimo Cacciari, Dellai, il deputato Pd Linda Lanzillotta, Andrea Mondello (presidente della Camera di commercio di Roma), Bruno Tabacci, Giuliano da Empoli (assessore alla Cultura del Comune di Firenze), Vilma Mazzocco (presidente di Federsolidarietà), Roberto Mazzotta (banchiere e presidente dell'istituto Sturzo), Elvio Ubaldi (presidente del Consiglio comunale di Parma), Giuseppe Vita (presidente del gruppo editoriale Springler). Per il momento non si parla di un partito, ma di «un'associazione tra cittadini». « La destra non riesce a realizzare le decisioni e le riforme necessarie», si dice nel documento. «L'opposizione imperniata sul Pd non ha un'originale cultura politica e non propone un'alternativa credibile. La risposta non può venire dal populismo di destra, né da una sinistra socialdemocratica, un'esperienza ormai esaurita». «Siamo un'associazione - spiega Tabacci - che dovrebbe essere apprezzata dal Pd e da Casini perché anche noi lavoriamo per un'alternativa credibile».
Fonte: Corriere della Sera

mercoledì 28 ottobre 2009

Manovre per la «squadra dei 25» Binetti e Lusi già pronti a seguirlo

ROMA — Ci sono gli entusiasti, i cauti e i «coperti» nella pattuglia che Rutelli medita di portar via al Pd di Bersani. «È una cosa seria — aderisce senza tentenna­menti Paola Binetti —. Se il Pd continue­rà a marciare verso sinistra io ci sarò. Sì». Un nuovo gruppo parlamentare, venticin­que tra deputati e senatori. È l’obiettivo che il presidente del Copasir ha confidato agli amici più fidati. Ma negli ultimi tem­pi la geografia dei fedelissimi è cambiata. Paolo Gentiloni si è avvicinato a France­schini, Ermete Realacci è molto attivo nel partito e Roberto Giachetti prende distan­ze dai compagni di strada dell’ex sindaco di Roma: «Non andrei mai da Casini e lui non verrebbe a cercarmi». Assai diversa la reazione di Andrea Sarubbi, giornalista e deputato cui sta stretta la definizione di «teodem», ma anche, un po’, il Pd: «Sto elaborando il lutto della vittoria di Bersa­ni. Se tutti i nostri avversari festeggiano, c’è qualcosa che non va». Enzo Carra, che dei «teodem» è stato ben più di un portavoce, dice che non se­guirà Rutelli, però la porta si cura di non chiuderla: «Sentirò quel che dirà Bersani, poi deciderò. Senza preavviso».
E cauto si mostra Luigi Bobba: «Non conosco il progetto, quindi non posso avere né inte­resse, né disinteresse». Preferisce restar­sene comodo nel Pd, onorevole Bobba? «Comodo è troppo, non esageriamo». Marco Calgaro si è avvicinato a Enrico Letta e ha votato Bersani. Però resta a guardare: «Il Pd si sta restringendo alla matrice socialista. Se il segretario inverti­rà la tendenza starò nel partito, altrimen­ti credo che tanti avranno dei problemi». Il cellulare ... di Linda Lanzillotta, che i ru­telliani descrivono tentata dallo strappo, squilla a vuoto. Risponde invece Luigi Lu­si, tesoriere della Margherita: «Seguirò Francesco se e quando ci sarà un motivo. Speriamo che Bersani non ce ne dia uno». Altrettanto esplicito Renzo Lusetti: «Io non ci vado, è tutto prematuro e sen­za senso». Che sia «prematuro» lo dice an­che Gianni Vernetti, per quanto convinto che «il Pd sta diventando qualcosa di mol­to diverso da ciò che avevamo concepi­to ».
Il senatore Andrea Marcucci si aspet­ta che Bersani difenda l’«unità del parti­to ». Alle primarie era schierato con Fran­ceschini, ma Dario ha perso e ora anche lui spera che il neo—segretario terrà aper­te le porte. Altrimenti, senatore Marcuc­ci? «Ognuno trarrà le sue valutazioni». Il senatore ligure Claudio Gustavino aderisce di slancio: «Assolutamente sì... Guardo con interesse alle mosse di Rutel­li ». Racconta di aver scritto una lettera a Franceschini per dirgli che la vittoria di Bersani, che pure stima, «rischia di ridur­re il Pd a una evoluzione dei Ds in una 'Cosa 4'». Se Rutelli fa la scissione lei lo segue, senatore Gustavino? «Non so se sarà una scissione, ma certo bisogna segnare un punto verso l’area moderata trascurata dal Pd». La stessa area da cui proviene Marco Follini, che però non mostra fretta di tornarvi. «Comprendo la delusione di Rutelli e condivido alcune delle critiche che fa — motiva l’ex segretario dell’Udc —. Però scompaginare oggi il prin­cipale partito dell’opposizione rischia, in­volontariamente, di dare una mano alla maggioranza». Per dare nomi e volti alle intenzioni di Rutelli c’è chi guarda ai delu­si illustri del Pd, come Massimo Cacciari, e chi agli scontenti del Pdl. Si dice che il senatore Marcello Pera sia disponibile, ma lui smentisce: «Non mi risulta». Pao­lo Guzzanti conferma il «progetto di un gruppo comune» e racconta: «Giorgio La Malfa potrebbe entrarvi».
Fonte: Monica Guerzoni - Corriere della Sera

Rutelli: «Inizia tragitto differente» Si dimettono Soro e Finocchiaro

MILANO - Grandi manovre nel Pd. Dopo l'annuncio di Rutelli («Andrò con Casini»), sono i due capigruppo alla Camera e al Senato, Antonello Soro e Anna Finocchiaro, a giocare la carta delle dimissioni. Intanto Rutelli spiega meglio i motivi del suo addio: «Bisogna iniziare un tragitto differente, con persone che hanno culture diverse e che non facciano riferimento all'Italia del rancore - ha detto a Sky Tg24 -. La risposta alla crisi economica e alla divisione del paese non può limitarsi a dire che da una parte c'è la destra e dall'altra un centrosinistra che fondamentalmente ripercorre le strade del passato».
CONTRAPPOSIZIONE - Rutelli, a Milano per la presentazione del suo libro «La svolta», profetizza una divisione del paese: «L'Italia sta vivendo un cambiamento e uno spostamento del quale la gran parte dei cittadini non si accorge a causa di un conflitto che sta snervando il Paese. Il centrodestra che è diventato destra e il centrosinistra improntato sul Pd, che ritrova le sue ragioni di sinistra ed è alleato del movimento dipietrista, comportano che l'offerta politica abbia bisogno di persone di buona volontà consapevoli che c'è un rischio dinanzi a noi: quello che l'Italia si possa dividere». Rutelli cita le «mille fratture», con la Lega che è «l'unico contraente del centrodestra, come dimostrano le discussioni per i candidati alle regionali del Veneto e del Piemonte. «Potremmo avere un'altra frattura con la nascita del partito del sud tutto interno alla destra - prosegue -, in questo caso un centrosinistra orientato a sinistra non avrebbe parole per il Paese e diventerebbe minoranza».
LASCIANO I CAPIGRUPPO - Soro ha annunciato le dimissioni sue e della Finocchiaro, spiegando che considera conslusa una fase politica e che è necessario un ricambio della classe dirigente. «Sia io che Anna Finocchiaro abbiamo deciso dalla settimana scorsa di convocare per mercoledì l'assemblea dei parlamentari del nostro gruppo, rassegnare le nostre dimissioni e attivare la procedura di rinnovo delle cariche così come si fa all'indomani di un cambiamento importante di fase politica - ha detto Soro a Radio Radicale -. Personalmente aggiungo che non intendo riproporre la mia candidatura».
FASE POLITICA CONCLUSA - «Mi dimetto - spiega Soro - non per un contrasto politico né per un atto di straordinaria cortesia, ma semplicemente perché considero conclusa la fase politica che mi ha visto alla presidenza del gruppo e considero che il ricambio di classe dirigente fa parte della fisiologia democratica». Soro ha poi auspicato che «le notizie circa l'uscita di Rutelli dal Pd non siano fondate». «È giusto - conclude - che il segretario vincente abbia la responsabilità e non ho dubbi che saprà cogliere la complessità del Partito Democratico, ma nel Pd si partecipa alle competizioni per rispettarne l'esito, non per scapparne via».
Fonte: Corriere della Sera

La bersanizzazione prende corpo

Anna Finocchiaro e Antonello Soro domani rimetteranno il loro incarico di presidenti dei gruppi del Pd ma la cosa non produrrà effetti immediati.
Perché fino al 7 novembre, che oltre ad essere l’anniversario della rivoluzione d’Ottobre è la data dell’assemblea nazionale che formalmente lo insedierà alla leadership, Bersani non procederà a queste nomine, prevedendosi invece che l’andamento sarà lento, senza scosse: la sua non sarà una rivoluzione ma una riforma graduale e il più possibile condivisa, un atteggiamento in linea con lo slogan della «forza tranquilla» che il neosegretario vuole accreditare.
Che poi ci riesca è da vedere.
Ma è facilmente ipotizzabile che prenderà corpo una squadra “bersaniana”, destinata a prendere le redini del gruppo dirigente ristretto: in parte proviene dalle file dalemiane, in parte no. Ieri Bersani ha detto: «Intendo mettere in campo forze nuove, nuove generazioni ed esperienze». Troppo vago per capire a chi stia pensando. Stefano Fassina, Andrea Orlando, Gianni Cuperlo: ma è presto per fare nomi. A quanto pare, il segretario intende formare una struttura “operativa” con i responsabile dei dipartimenti e poi una segreteria politica, più ristretta. Come Europa ha scritto la settimana scorsa, il coordinatore della segreteria, il vero numero due, sarà Vasco Errani: è lui l’uomo forte del nuovo corso bersaniano, è un esponente di prim’ordine dal punto di vista dell’esperienza di governo, politicamente affine a D’Alema e molto legato a Bersani, new entry nel gruppo dirigente romano ma con lunga esperienza alle spalle: perfetto, per i canoni bersaniani.
Sui capigruppo si prevedono tempi non brevissimi. Il perché è presto detto. Il segretario vuole evitare forzature, anche perché sa che per evitare brutte ... sorprese (i presidenti dei gruppi vengono eletti a scrutinio segreto) devono presentarsi al voto pressoché blindati: in attesa di verificare gli “incastri” e di capire quale sarà la collocazione della componente di Franceschini (collaborare o stare fuori dagli incarichi?) è meglio “congelare” Soro e la Finocchiaro. E comunque per Montecitorio i nomi che si fanno sono quelli di Enrico Letta e di Rosy Bindi. Per il senato o resta la Finocchiaro o arriva Chiti. Poi c’è il problema del presidente.
In difficoltà l’ipotesi, che a Bersani piace non poco, di chiedere a Prodi un ritorno su quella poltrona, stante il rifiuto preventivo che il Professore ha inviato attraverso i giornali (anche se ieri ha rilasciato un’intervista tutta politica sul Pd), resta il nome della Bindi. È vero che la figura del presidente è prevista dallo statuto ma nulla obbliga a chiudere la pratica in tempi brevissimi.
Sui “vecchi” Bersani è stato relativamente più chiaro, a loro chiederà «di accompagnare questo processo e di proteggerlo»: saranno dunque dei tutor, senza incarichi specifici, i vari D’Alema, Marini, Fassino. A D’Alema basta e avanza fare il padre nobile di un partito guidato dal “suo” candidato, non ha bisogno di incarichi di lavoro per impersonare la parte del vero king maker. Marini si considera fuori dalla mischia: «Non è il tempo di stare in presidenza, preferisco stare in platea».
Fassino, ecco, questo è un problema. Sarà “difeso” dalla squadra che ha lavorato per Franceschini ma l’ex leader dei ds è nel mirino degli altri ex ds che non gli perdonano quello che alcuni di loro definiscono «il tradimento», aver appoggiato «un ex dc» contro «uno dei nostri»: per questa ragione appare difficile che entri in segreteria.
Fonte: Mario Lavia - Europa

Quel patrimonio di tre milioni

A primarie concluse, la prima reazione è di sollievo. E' finita. Questa lunga, estenuante, complessa maratona congressuale. E al di là di valutazioni di merito, è finita bene.Senza contraddizioni sostanziali fra il voto degli iscritti e quello degli elettori, alle (cosiddette) primarie. Senza bisogno di ricorrere al ballottaggio. Oggi, finalmente, il Pd ha un segretario, Pierluigi Bersani. Ma soprattutto ha scoperto che può ancora contare su una base enorme. Quasi tre milioni di elettori e simpatizzanti. Che domenica hanno partecipato alle primarie. Nonostante tutto. Molti, rientrati dall'esilio, per una volta ancora.
Bersani, con il 54% dei voti validi, ha distanziato gli altri due candidati. Che, pure, hanno riscosso un buon risultato. Franceschini ha raccolto un terzo dei voti. Marino ha ottenuto il 12%, il 4% in più rispetto al voto degli iscritti. Il dibattito congressuale non ha prodotto grandi emozioni. Identità chiare. Parole-chiave. Spendibili sul mercato politico, come slogan, dall'intero Pd. Tuttavia, alla fine, resta l'immagine di questa grande partecipazione. Un investimento sulla fiducia. Che sarebbe irresponsabile dissipare (ancora).
Sugli elettori delle primarie vorremmo proporre alcune considerazioni. Provvisorie, come i dati forniti dal Pd. (Ieri sera alle 18: poco più di 2 milioni, circa tre quarti del totale, incompleti soprattutto per il Sud).
1. La prima riguarda la partecipazione complessiva stimata dal Pd. Circa 2 milioni e 800 mila elettori - anche calcolando la presenza di giovani oltre i 16 anni e gli immigrati regolari - sono tanti. Circa il 35% degli elettori alle europee. Più di un elettore su tre. Nonostante la delusione verso un partito disorientato. Un'opposizione incerta. Una leadership indefinita.
Le ragioni di una partecipazione così ampia sono diverse. (a) Anzitutto, per la prima volta, si è trattato di una competizione vera. Non era mai avvenuto prima. Nel 2005 le primarie erano servite a legittimare l'investitura dell'unico possibile candidato premier. Romano Prodi. Ma anche nel 2007 si sono trasformate in un plebiscito per Veltroni, visto che l'unico vero sfidante, Bersani stesso, dopo un primo momento, rinunciò. Stavolta, invece, i candidati si sono affrontati in modo serio e aspro. (b) Un secondo incentivo alla partecipazione è riconducibile alla lunga fase congressuale. Per alcuni versi, defatigante. Ha tuttavia costruito una ... rete di tifosi e sostenitori organizzata e diffusa in tutto il paese. (c) Il terzo motivo è che gli elettori di centrosinistra sono pronti a mobilitarsi, se si forniscono loro occasioni serie e ragionevoli ragioni. Come hanno fatto anche stavolta. Quasi per riflesso condizionato. Alcuni - più di quanti si pensi - per disperazione. Come estremo atto di fiducia. Per non lasciare nulla di intentato.
2. La seconda considerazione riguarda la distribuzione territoriale della partecipazione alle primarie. Il cui dato è condizionato dall'andamento dello spoglio, incompleto e lungo. Soprattutto in alcune aree. Calcolata sul voto alle europee dello scorso giugno, raggiunge il massimo nelle zone rosse e nel Nordest. La partecipazione appare rilevante anche al Sud (dove, tuttavia, lo spoglio procede a rilento). Mentre è più ridotta nel Nordovest e nelle regioni centromeridionali: Lazio, Abruzzo e Molise. Le regioni del Nord sono quelle dove la partecipazione alle primarie appare più ampia rispetto agli iscritti. Soprattutto il Nordest. Mentre la partecipazione nelle zone rosse è coerente con la media nazionale (superiore di circa due volte e mezza agli iscritti). Infine, è più bassa nel Centro-Sud e nel Sud e nelle Isole. Questi indici suggeriscono diversi tipi di orientamento politico. Nelle regioni del Nord, in particolare, sottolineano l'importanza del voto di opinione. Espresso da elettori disposti a sostenere il Pd, ma senza atti di fede. Nelle regioni rosse, invece, la partecipazione alle primarie si è appoggiata, anche in questa occasione, alle tradizionali reti di appartenenza partitica. Nel Sud e nel Centrosud, infine, sembrano aver pesato maggiormente i meccanismi del voto personale e delle lobbies localiste. Mentre la mobilitazione sollecitata da motivi di identità e d'opinione appare meno propulsiva che altrove.
3. La terza osservazione riguarda il voto ai candidati. La base elettorale più caratterizzata è certamente quella di Marino. Che ha ottenuto i livelli più elevati nelle regioni del Nord e nelle province metropolitane (sempre oltre il 15%). Bersani, il vincitore, ha raggiunto il 60% nelle regioni del Sud (oltre il 70% in Calabria) e delle Isole. Ma ha conseguito un buon risultato anche nel Nordovest e nelle zone rosse. Ha peraltro vinto in quasi tutte le regioni. Il che ne legittima ulteriormente il successo. Franceschini, infine, appare il più "trasversale", dal punto di vista della distribuzione territoriale dei consensi. In grado di intercettare circa un terzo dei voti dovunque.
Mancano, per ora, dati sulla composizione sociale e anagrafica degli elettori. Ci fidiamo dell'esperienza diretta - nostra e dei nostri "testimoni privilegiati". Raccontano di una base adulta e anziana, ma con un'ampia presenza femminile. I giovani si sono visti di meno. Ma abbiamo l'impressione che si tratti di un problema più ampio. Demografico oltre che culturale. Si vedono poco perché sono pochi.
Finita questa infinita maratona congressuale, il maggiore partito di opposizione potrà finalmente fare opposizione. Se ne sarà capace. Oggi ha un segretario, legittimato dal voto degli iscritti e degli elettori. Ma soprattutto: le primarie gli hanno restituito una base ampia. Milioni di persone. Vere. Pronte a uscire di casa e a cercare un seggio provvisorio, presidiato da militanti. Per votare. Dopo aver pagato una somma, per quanto piccola.
Un'indicazione importante - sorprendente - al tempo della democrazia del pubblico. Dove è convinzione condivisa, anche nel centrosinistra, che lo spazio politico coincida con quello mediatico. In particolare con la televisione. La partecipazione alle primarie rammenta che la politica si può (vorremmo dire: si deve) fare anche sul territorio. Anche nella società. Per il PD, un'avvertenza utile. Forse l'ultima.
Fonte: Ilvo Diamanti - Repubblica

Che cosa faranno Dario e la mozione

La mattina al partito, sereno e di buonumore. Il pomeriggio a casa, a godersi le cose importanti della vita. Dario Franceschini non è il tipo da deprimersi, sa che in politica si vince e si perde, sapeva dall’inizio che perdere questa partita era possibile. È andata, lui come sempre non ha sbagliato il tempo, e il giorno dopo tutti gli riconoscono lo stile e la rapidità con cui ha concesso la vittoria a Bersani. Ora bisogna decidere che cosa fare. Che cosa fare dei consensi ricevuti, intendiamoci: come investirli in politica. Perché per sé, Franceschini non chiede niente.
Non è certo il tipo, “Dario”, che non può stare senza un ufficio e una segretaria.
Per questa sera Franceschini ha convocato una riunione dei suoi sostenitori. Il tentativo, per ora, è di decidere insieme, tenendo unita la mozione, offrendo al nuovo leader il generico sostegno di cui il segretario aveva parlato l’altra notte concedendo la vittoria e aspettando le sue mosse. Un uomo saggio come Pierluigi Castagnetti ragiona così: «Il nuovo leader ha di fronte una sfida quasi drammatica. Tocca a lui, che ha il diritto e il dovere di guidare il partito sulla sua linea, fare sintesi, e sono certo che individuerà i modi e cercherà il massimo coinvolgimento. Gli sconfitti hanno la responsabilità di mettersi a disposizione, senza diserzioni, il che è tutt’altra cosa dal rivendicare posti».
Nessuno però, ad oggi, può dirsi certo che questa linea reggerà.
Già i ballottaggi delle regionali, quello del Lazio soprattutto, metteranno alcune componenti della ex seconda mozione nella condizione di smarcarsi.
E sarà solo l’inizio di una partita, quella dei nuovi organigrammi, che una parte degli ex popolari (quella più vicina a Fioroni e soprattutto a Marini, che ieri intervistato da Red tv ha avuto parole di elogio per il «tono giusto» della campagna elettorale «sui problemi veri» di Bersani che erano forse una critica implicita a quella dell’ex segretario) potrebbe essere tentata di giocare in ... proprio.
Del resto, la compagine dei sostenitori di Franceschini è piuttosto eterogenea. Oggi sono soprattutto gli ex veltroniani e gli ex rutelliani come Paolo Gentiloni a fare il tifo contro la diaspora, per costituire un’area critica che abbia un peso quando Bersani comincerà a fare le prime vere scelte. Un embrione di opposizione interna, insomma, che incalzi Bersani con lo “spirito del Lingotto”, la logica del “partito aperto” da non rinnegare eccetera. Ma nell’inner circle di Franceschini alcuni suoi amici più stretti, pur condividendo l’approccio unitario di Castagnetti, cominciano a fare un’altra riflessione. «Adesso Dario deve scegliere», ragiona per esempio il senatore Roberto Di Giovan Paolo, una lunga storia comune con Franceschini fin dai tempi del Giovanile Dc. «Dobbiamo riflettere su questo risultato. Il nostro messaggio è rimasto schiacciato tra quelli degli altri due, che erano più chiari – spiega –. Da una parte il “nuovo” di Marino, dall’altra l’“antico”, lo dico con rispetto e fra molte virgolette, di Bersani. Noi cosa siamo stati? Quelli che “non siamo più ex qualcosa, ma democratici”? Troppo poco. Quelli “delle primarie”, quelli “del maggioritario”? Ma le primarie e la legge elettorale sono strumenti, non possiamo farne un’ideologia. La verità è che Dario, da segretario, ha dovuto tenere insieme troppe cose. Adesso è libero, deve cercare un profilo suo, autonomo sul quale incalzare il Pd. Questo dev’essere il nostro contributo all’unità del partito».
Una specie di cattolicesimo democratico del terzo millennio, in prima linea sull’immigrazione, la Costituzione, la cooperazione, la pace, la green economy, la laicità. Qualcosa di post veltroniano, più che veltroniano.
Probabilmente minoritario rispetto ai numeri attuali attribuiti a Franceschini, ma forse con più respiro e più futuro.
Fonte: Chiara Geloni - Europa