lunedì 30 novembre 2009

Primarie addio

Per le prossime regionali le primarie saranno più l’eccezione che la regola. L’evento che è stato definito il “mito fondativo” del Pd, la forma di partecipazione su cui si è tanto dibattuto nella campagna congressuale, sta finendo rapidamente nel dimenticatoio senza che praticamente nessuno sollevi polemiche su questo, a partire da coloro che proprio delle primarie avevano fatto una bandiera congressuale. I motivi sono tanti, e fondati. Per prima cosa, non è aria. Il congresso più lungo del mondo è appena finito, è stato sufficientemente vero bello e doloroso, e ha tolto la voglia di sfide fratricide per un bel po’. Ci mancherebbe solo – pensano sicuramente in tanti – che adesso, a un mese dal fatidico 25 ottobre sul quale si sono concentrati tutti i nostri sforzi e tutte le nostre energie fin dall’inizio dello scorso giugno, ci rendessimo conto che è ora di ripartire con nuove primarie a cui dedicare altri sforzi e altre energie, e proprio adesso che arriva Natale. Inoltre, le regionali sono elezioni, appunto, regionali. Non è il partito nazionale che decide come si scelgono i candidati, ma ogni territorio si regola come vuole, pur in presenza di un’indicazione della segreteria nazionale (segreteria Franceschini, allora) che caldeggia le primarie di coalizione.
Molti dei candidati presidenti sono uscenti disponibili alla riconferma; e in un caso, la Toscana, ci sarà un avvicendamento già deciso perché una sola candidatura è stata avanzata ed è stata condivisa da tutto il centrosinistra. Ma soprattutto è il concetto di “coalizione” che in questo caso è insufficiente, dal momento che come sappiamo tutti in queste regionali c’è un possibile alleato chiave – l’Udc – che non ha nessuna intenzione di entrare nella coalizione di centrosinistra e quindi nessun interesse a partecipare a eventuali primarie, rispetto alle quali anzi chiede di tutelare i possibili accordi su candidature comuni. Infine, in situazioni ingarbugliate come il Lazio, sono proprio gli alleati minori della coalizione di centrosinistra ad aver risposto picche al Pd che proponeva le primarie sul candidato presidente. Alla fine le primarie più importanti e visibili rischiano di essere quelle pugliesi, dove in realtà è il presidente uscente, non del Pd, a reclamare la reinvestitura o comunque una modalità ... “trasparente” di ricambio.
Tutto questo per dire che non c’entrano niente le polemiche congressuali, né la nuova segreteria, con l’improvvisa sparizione delle primarie. Proprio per questo motivo questa imprevista pausa di riflessione, ben lungi dal dare adito a polemiche, dovrebbe diventare l’occasione per riflettere sulle esperienze di questi anni, in vista del futuro. È evidente che le primarie non si possono fare solo quando tutto è già deciso, “modello Prodi”, oppure quando i politici non riescono a mettersi d’accordo, “modello Firenze”, o quando c’è da mettere a tacere gli alleati ribelli, “modello Puglia”, dove già una volta peraltro gli elettori hanno smentito le previsioni. Ci vorrebbe una logica, una strategia.
Possibilmente realista e compatibile con un sistema politico che non è lo stesso di due anni fa e probabilmente neanche dei primi anni di vita dell’Ulivo-partito. È ancora pensabile un partito fondato sulle primarie in un’epoca in cui il bipolarismo smette di tendere, se non di somigliare, al bipartitismo all’americana? In cui non necessariamente il leader del partito maggiore è il candidato premier? Della ex nuova stagione è tutto da buttare o si può pensare a primarie di tipo nuovo, magari per scegliere i candidati delle liste e non i leader, laddove come alle politiche la legge elettorale non prevede le preferenze, o a primariereferendum su alcuni temi, o ad altro? Tanto c’è tempo: pensiamoci.
Fonte: Chiara Geloni - Europa

Bersani: "Dialogherò sulle riforme solo se cade il processo breve"

"Il processo breve è un'aberrazione agli occhi dei cittadini. Non accelera i procedimenti giudiziari, li abolisce. Perciò si parte da qui. Berlusconi ritiri la norma, poi si può avviare un confronto sulle riforme". A pochi giorni dal No-B day il neosegretario del Pd Pierluigi Bersani conferma la sua linea: le riforme ci vogliono ma senza leggi ad personam. E sulla piazza anti-Cavaliere dice: "Le parole d'ordine e i promotori sembrano mutati. Se sarà così e nessuno ci metterà il cappello andranno i nostri militanti e i nostri dirigenti".
Giorgio Napolitano chiede di fermare lo scontro tra le istituzioni e "più autocontrollo nelle dichiarazioni". Ce l'ha con i magistrati o con Berlusconi?
"L'iniziativa del presidente della Repubblica ha un rilievo particolare e inusuale. Io la interpreto così: in piena crisi sociale si rischia un avvitamento della politica che coinvolge e contrappone pilastri costituzionali. Questa è la sua preoccupazione. E ognuno dà la sua riposta. La nostra è: il governo ritiri il provvedimento che cancella i processi. Subito dopo si apra un confronto nelle commissioni parlamentari, a partire dalla bozza Violante, su una riforma che superi il bicameralismo perfetto, riduca il numero dei parlamentari e riveda i poteri reciproci di governo e parlamento. In quel contesto si possono affrontare anche le questioni del rapporto sistemico tra esecutivo, Parlamento e magistratura".
C'è anche il problema della magistratura?
"Il problema c'è e non ha trovato un punto di equilibrio in tutti questi anni. Ma non va risolto con leggi occasionali, con meccanismi ad personam che fanno deviare totalmente dall'obiettivo. Del resto, se ho ben interpretato, questo è anche l'invito del capo dello Stato. Non procedere mettendo "pezze a colori", ma inquadrando le riforme in un discorso di sistema. Aggiungo un mio personale suggerimento: accompagnerei il confronto parlamentare con risposte sui temi economici e sociali. In modo che chi è su quella trincea non si senta bypassato, isolato o peggio abbandonato".
Andando al sodo, se arrivasse un avviso di garanzia per mafia Berlusconi dovrebbe dimettersi?
"Non faccio scenari del genere, c'è già abbastanza frastuono. Mi limito a dire che quando il presidente del Consiglio fa battute su Cosa nostra abbatte valori e principi radicati profondamente nella coscienza del Paese. Il premier non può ridere della mafia".
Al di là delle leggi ad personam, ci si può mettere al tavolo con Berlusconi?
"Un partito riformista vuole le riforme. Naturalmente partendo dalle sue proposte. Il Pd ha ... intenzione di rafforzare il sistema parlamentare contro le derive plebiscitarie e populiste. Pone al centro la riforma elettorale contro una legge che consente di nominare i parlamentari. La risposta alla domanda comunque è: sì, noi le riforme le vogliamo. Ma la destra usa questa parola come un mantra per coprire soluzioni improvvisate e strumentali".
Se il processo breve andasse in porto, Napolitano dovrebbe rinviare la legge alle Camere?
"Per il lavoro del presidente della Repubblica c'è bisogno di silenzio e rispetto. Ognuno fa il suo mestiere e Napolitano fa bene il suo".
L'ex capo dello Stato Ciampi però si è sbilanciato: la firma va negata.
"Se fosse stato ancora al Quirinale sono convinto che anche lui avrebbe gradito il silenzio del segretario del maggiore partito di opposizione".
Circolano le prime indiscrezioni sulla manovra economica. Si vede qualcosa di buono?
"Manca l'essenziale. Nessuna manovra che non affronti tre punti, detrazioni fiscali per i redditi medio bassi, interventi veri sulle liquidità alle imprese, investimenti per gli enti locali che non possono spendere un euro e sono invece gli unici organismi in grado di far ripartire l'economia, coglie davvero nel segno. Tremonti venga in Parlamento ammettendo che il problema delle risorse esiste e con qualche idea. Se ce l'ha, siccome governare è una rosa con le spine di qualche spina possiamo farci carico anche noi".
Come fa un segretario eletto da tre milioni di persone a snobbare una manifestazione, il No-B day, cui hanno aderito centinaia di migliaia di cittadini e che nasce dalle associazioni, dalla società civile, non dai partiti?
"Una premessa: se si dice Berlusconi sì o no, dico no. Ma questo è il terreno che preferisce lui. Il terreno più favorevole a noli invece è: siamo sempre sui problemi mai sui problemi nostri. Su questa base faremo a dicembre la nostra campagna. Detto questo, non ho mai guardato al 5 dicembre con ostilità o sufficienza. Osservo anche mutazioni evidenti in quel corteo, sia dal punto di vista dei promotori che delle parole d'ordine. Sembrava essere nata più per strattonare il Pd che Berlusconi. Ora forse appare un'altra cosa. Un'iniziativa dei movimenti e non dei partiti. Se nessuno ci mette il cappello, se nessuno punta a creare una frattura delle opposizioni facendo un regalo al premier, saranno presenti militanti e dirigenti democratici".
Una delegazione ufficiale del Pd?
"Questi formalismi sono vecchi. Non esiste più la delegazione".
E il segretario parteciperà?
"Non sono l'unico dirigente del Pd e non voglio mettere il cappello sul corteo".
Potrebbe essere un modo per svicolare. Ma è vero che molti considerano la sua segreteria lontano dal leaderismo. Un bene o un male?
"L'ho detto subito: farò il leader a modo mio. E lavorare in collettivo è il mio modo. Ho spiegato che c'è bisogno di tutti e tutti devono far crescere una nuova generazione. Sono segretario da sole tre settimane e abbiamo messo 25 quarantenni in altrettanti ruoli chiave del partito. Non era mai successo prima. Il resto sono chiacchiere. Abbiamo già fatto due direzioni con 50 interventi. La famosa unità del partito si realizza nella discussione e nella trasparenza. Per un partito senza padroni non c'è altro modo di farlo lavorare utilmente per il Paese".
In nome dell'accordo con l'Udc è giusto sacrificare, candidandoli alle regionali, due amministratori appena eletti: Emiliano in Puglia e Zingaretti nel Lazio?
"Stiamo cercando alleanze larghe e di progresso per essere alternativi alla destra. Il Pdl fa i suoi conti trionfalistici sulla base dell'ultime europee. Ma noi siamo ben più forti di quei dati e combatteremo ovunque. Senza sacrificare nessuno, cerchiamo solo schieramenti più larghi. Nel Lazio credo che questo obiettivo si possa raggiungere a prescindere dalla figura di Zingaretti. In Puglia dobbiamo costruire un tavolo più grande di forze che ci consenta di far emergere una candidatura vincente".
I vostri ritardi però hanno fatto parlare Casini di inutilità del Pd. Anzi, della sua inutilità.
"Il punto non essere utile o inutile. Noi abbiamo una proposta generale, l'Udc segue la via delle geometrie variabili. Intendiamoci, la cosa non è impensabile. Se ragioniamo in chiave federalista, è giusto che scelgano i territori. Ma il dove, il come e la misura non può deciderla uno solo, cioè Casini. Diciamo che l'eccesso di pregiudiziali non aiuta. Comunque la discussione va avanti. E avremo dei risultati positivi".
Fonte: Goffredo De Marchis - Repubblica

L'avvento della società spiona

Pochi giorni fa l'amministrazione di una località in provincia di Mantova, governata da una coalizione Lega-Pdl, ha invitato i cittadini, con manifesti eloquenti, a denunciare i clandestini che risiedono entro i confini comunali. D'altronde, un'esortazione analoga era stata rivolta ai medici ospedalieri, in una versione preliminare del "pacchetto sicurezza" presentata dal governo. Segni di una marcia inarrestabile, che conduce - anzi: ci ha già immersi - in un mondo nuovo. La società spiona. Che tutti sono chiamati a costruire, rafforzare, estendere. In nome della sicurezza.
È strano, questo orientamento, perché contrasta con il pensiero unico dell'epoca, che ha come riferimenti la libertà e l'individuo. Riassunti nella libertà individuale. Ancora oggi, reclamata come valore irrinunciabile della nostra civiltà. Liberale (appunto) e liberata da ogni totalitarismo. Tanto più dopo il passaggio dalla comunità tradizionale alla metropoli. Fino alla nascita della "società in rete", di cui parla Manuel Castells. Dove le relazioni avvengono a distanza, senza vincoli di spazio e di tempo. A dispetto di ciò, oggi il paradigma dominante si ispira alla sicurezza. Reclama il controllo sociale. Affidato non più alla comunità, ma agli individui stessi. Oppure allo stato. O ancora: al mercato.
Ciascuno è, dunque, chiamato a difendere se stesso, la famiglia: dagli altri, da ogni altro. Mentre, fra i cittadini, c'è ampia disponibilità a delegare alle istituzioni pubbliche e ad agenzie private il compito di difenderli. A costo di cedere porzioni crescenti della nostra libertà personale. D'altronde, il territorio desertificato delle nostre infinite periferie urbane è controllato dai sistemi di videosorveglianza.
Telecamere dovunque, che registrano i nostri passi e i nostri passaggi. Soggetti pubblici e privati ci spiano e filmano tutti, dappertutto. Davanti agli sportelli bancari, nei supermercati, nei giardini pubblici, nei parcheggi sotterranei e all'aperto. Senza sollevare grandi timori, fra i cittadini. Al contrario. Come rileva un'indagine di Demos-Unipolis, condotta nelle scorse settimane (per l'Osservatorio su "Sicurezza, percezione e informazione"), circa nove italiani su dieci sono favorevoli ad "aumentare la sorveglianza con telecamere in strada e nei luoghi pubblici". Circa uno su due: a "consentire al governo di monitorare le transazioni bancarie". Infine, uno su tre: a "rendere più facile per le autorità leggere la ... posta, le e-mail o intercettare le telefonate senza il consenso delle persone".
Insomma, spioni e spiati, senza troppa angoscia, senza troppi dubbi. È il clima del tempo. Favorito dai media e dalle tecnologie. Evocare Orwell è fin troppo facile. Visto che il Grande Fratello è divenuto un format televisivo di successo globale. Archetipo di tutti i reality show. Il GF, dove i concorrenti stanno rinchiusi in una casa, ciascuno da solo contro tutti gli altri, come ha osservato Bauman. Mentre il mondo fuori li spia, a (tele) comando. Una società allo specchio, fatta di spettatori che apprendono l'arte di arrangiarsi, di guardare e di guardarsi. Dagli altri. Non a caso 7 italiani su 10 dicono che occorre cautela nel rapporto con gli altri; che ti potrebbero fregare (sondaggio Demos, novembre 2009). Dunque: ciascuno per proprio conto. Sottoposto a un "controllo continuo", in un presente istantaneo e dilatato (per evocare Deleuze).
D'altronde, le nuove tecnologie della comunicazione rendono possibile ogni intrusione nel privato, immediatamente (senza mediazione). E lo rendono, anzi, di pubblico dominio. Ogni cellulare è dotato di videocamera e di apparecchio fotografico. Per cui ciascuno può riprendere chiunque, in ogni luogo. Riversarne le immagini in rete. In tempo reale. E tutti possono essere spiati e ascoltati ovunque, da soggetti pubblici ma anche privati. Per motivi di sicurezza, ma anche di interesse. Visto che le informazioni private e personali hanno un valore di mercato crescente.
Così avviene il paradosso della perdita di libertà prodotta dalla conquista della libertà. Perché la comunicazione è libertà, Internet è libertà. Come è possibile ribellarsi, opporsi, semplicemente criticare: senza apparire "nemici" della libertà? Nostalgici del tempo passato? Tuttavia, lo sconfinamento fra società della comunicazione e della sorveglianza; fra società in rete e spiona: è continuo e pervasivo. Questa tendenza ha da tempo contaminato la politica. Basta pensare, per ultimi, ai grandi "affaires" degli ultimi mesi. Berlusconi, Marrazzo. Fino alle indiscrezioni sulla Mussolini. Filmati, video, telefonate, servizi fotografici.
Chissà quanti altri capitoli in preparazione o già predisposti, sul punto di irrompere, in questa saga della società spiona. Che ha, da tempo, un organo ufficiale autorevole, pubblicato - ovviamente - in rete, la cui testata recita - ovviamente - DagoSpia. Così rischiamo di scivolare, rapidamente, lungo la deriva delatoria senza accorgercene. E di subirla senza quasi combattere. Assuefatti, più che sopraffatti.
Spinti dalla "società spiona", dove i confini tra privato e pubblico, fra noi e gli altri si confondono, anche nella vita quotidiana. Dove ciascuno si rinchiude nel (e si maschera da) privato anche in pubblico; quando è con gli altri. Dove ciascuno è osservato dagli altri e sorvegliato dal pubblico, anche nel privato. Quando si illude di essere solo. Dove tutti - o quasi - indossano occhiali scuri. Non per difendersi dalla luce abbagliante. (Molti li portano anche di sera, perfino di notte). Ma dagli altri. Per guardare senza essere guardati. Per puntare gli occhi sugli altri senza che gli altri possano vedere i nostri occhi. La società spiona: in nome della sicurezza rischia di trasformarci in nemici. Non solo degli Altri. Ma anche di noi stessi.
Fonte: Ilvo Diamanti - Repubblica

Rubbia: "L'errore nucleare Il futuro è nel sole"

Come Scilla e Cariddi, sia il nucleare che i combustibili fossili rischiano di spedire sugli scogli la nave del nostro sviluppo. Per risolvere il problema dell'energia, secondo il premio Nobel Carlo Rubbia, bisogna rivoluzionare completamente la rotta. "In che modo? Tagliando il nodo gordiano e iniziando a guardare in una direzione diversa. Perché da un lato, con i combustibili fossili, abbiamo i problemi ambientali che minacciano di farci gran brutti scherzi. E dall'altro, se guardiamo al nucleare, ci accorgiamo che siamo di fronte alle stesse difficoltà irrisolte di un quarto di secolo fa. La strada promettente è piuttosto il solare, che sta crescendo al ritmo del 40% ogni anno nel mondo e dimostra di saper superare gli ostacoli tecnici che gli capitano davanti. Ovviamente non parlo dell'Italia. I paesi in cui si concentrano i progressi sono altri: Spagna, Cile, Messico, Cina, India Germania. Stati Uniti".
La vena di amarezza che ha nella voce Carlo Rubbia quando parla dell'Italia non è casuale. Gli studi di fisica al Cern di Ginevra e gli incarichi di consulenza in campo energetico in Spagna, Germania, presso Nazioni unite e Comunità europea lo hanno allontanato dal nostro paese. Ma in questi giorni il premio Nobel è a Roma, dove ha tenuto un'affollatissima conferenza su materia ed energia oscura nella mostra "Astri e Particelle", allestita al Palazzo delle Esposizioni da Infn, Inaf e Asi.
Un'esibizione scientifica che in un mese ha già raccolto 34mila visitatori. Accanto all'energia oscura che domina nell'universo, c'è l'energia che è sempre più carente sul nostro pianeta. Il governo italiano ha deciso di imboccare di nuovo la strada del nucleare.
Cosa ne pensa?
"Si sa dove costruire gli impianti? Come smaltire le scorie? Si è consapevoli del fatto che per realizzare una centrale occorrono almeno dieci anni? Ci si rende conto che quattro o otto centrali sono come una rondine in primavera e non risolvono il problema, perché la Francia per esempio va avanti con più di cinquanta impianti? E che gli stessi francesi stanno rivedendo i loro programmi sulla tecnologia delle centrali Epr, tanto che si preferisce ristrutturare i reattori vecchi piuttosto che costruirne di nuovi? Se non c'è risposta a queste domande, diventa difficile anche solo discutere del nucleare italiano".
Lei è il padre degli impianti a energia solare termodinamica. A Priolo, vicino Siracusa, c'è la prima centrale in via di realizzazione. Questa non è una buona notizia?
"Sì, ma non dimentichiamo che quella tecnologia, sviluppata quando ero alla guida dell'Enea, a Priolo sarà in grado di produrre 4 megawatt di energia, mentre la Spagna ha già in via di realizzazione impianti per 14mila megawatt e si è dimostrata capace di avviare una grossa ... centrale solare nell'arco di 18 mesi. Tutto questo mentre noi passiamo il tempo a ipotizzare reattori nucleari che avranno bisogno di un decennio di lavori. Dei passi avanti nel solare li sta muovendo anche l'amministrazione americana, insieme alle nazioni latino-americane, asiatiche, a Israele e molti paesi arabi. L'unico dubbio ormai non è se l'energia solare si svilupperà, ma se a vincere la gara saranno cinesi o statunitensi".
Anche per il solare non mancano i problemi. Basta che arrivi una nuvola...
"Non con il solare termodinamico, che è capace di accumulare l'energia raccolta durante le ore di sole. La soluzione di sali fusi utilizzata al posto della semplice acqua riesce infatti a raggiungere i 600 gradi e il calore viene rilasciato durante le ore di buio o di nuvole. In fondo, il successo dell'idroelettrico come unica vera fonte rinnovabile è dovuto al fatto che una diga ci permette di ammassare l'energia e regolarne il suo rilascio. Anche gli impianti solari termodinamici - a differenza di pale eoliche e pannelli fotovoltaici - sono in grado di risolvere il problema dell'accumulo".
La costruzione di grandi centrali solari nel deserto ha un futuro?
"Certo, i tedeschi hanno già iniziato a investire grandi capitali nel progetto Desertec. La difficoltà è che per muovere le turbine è necessaria molta acqua. Perfino le centrali nucleari in Europa durante l'estate hanno problemi. E nei paesi desertici reperire acqua a sufficienza è davvero un problema. Ecco perché in Spagna stiamo sviluppando nuovi impianti solari che funzionano come i motori a reazione degli aerei: riscaldando aria compressa. I jet sono ormai macchine affidabili e semplici da costruire. Così diventeranno anche le centrali solari del futuro, se ci sarà la volontà politica di farlo".
Fonte: Elena Dusi - Repubblica

Il congresso è finito, nel Pd non c’è opposizione interna

Con la formazione degli organigrammi il Pd ha chiuso la lunga fase congressuale. Una fase che, comunque la si giudichi, ha segnato una tappa importante nella vita del partito. E questo sia per l’ampia e fruttuosa partecipazione popolare sia per il forte contributo alla definizione di un profilo politico e culturale. Un processo che, malgrado i tempi prolungati, ha saputo innescare anche una profonda discontinuità nella prassi tradizionale della politica italiana che non è fatta solo di apertura alla società civile ma anche, e soprattutto, di selezione aggiornata della sua classe dirigente.
Sono tre le valutazioni politiche che emergono all’indomani della formazione degli organi di governo del partito.
1) Innanzitutto il raggiungimento pieno e convinto dell’unità del partito. Un risultato indubbiamente positivo che segna la fine della contesa – seppur civile e corretta – congressuale. Un’unità che è stata suggellata dall’elezione a capogruppo di Dario Franceschini, e cioè del candidato alternativo a Bersani. Una nomina importante che cancella in modo irreversibile ogni sorta di contrapposizione all’interno del partito. E la formazione dell’esecutivo è stata l’ulteriore conferma che la scelta “inclusiva” di Bersani è stata una scelta coerente ed efficace che ha fatto del Pd non un partito confederato ma un luogo politico convergente e unito. Del resto, dopo aver condiviso e accettato una prassi e una gestione unitaria, sarebbe anacronistico se dovesse – il giorno dopo – riprendere corpo una strategia di divisione e di contrapposizione all’interno del Pd.
2) La seconda considerazione, di conseguenza, è quasi naturale: l’inopportunità politica, cioè, di dispiegare oggi una “opposizione” o una “minoranza” nel Partito democratico. Non a caso, una opposizione – o una minoranza – è credibile ed esiste politicamente in un partito quando la esercita anche negli organismi dirigenti, e cioè negli incarichi.
È appena sufficiente ricordare che in un grande partito popolare, di massa e “plurale” come la Democrazia cristiana chi perdeva il congresso attorno a una proposta politica difficilmente il giorno dopo si candidava a governare lo stesso partito. E se lo faceva rinunciava, di fatto, a esercitare ogni forma di dissenso più o meno manifesto né si collocava allegramente in minoranza. È una regola persin elementare da ricordare: quando si partecipa attivamente alla gestione del partito non c’è minoranza che tenga. La responsabilità politica è comune e ... collegiale, le scelte sono collegiali e convergenti e il dissenso – sempre legittimo e naturale – non può che essere il frutto di atteggiamenti isolati e sporadici.
Del resto, quando la gestione politica è comune, le cosiddette minoranze congressuali diventano, in gergo, puri strumenti tecnici di contrattazione politica all’interno del partito. Utili per distribuire gli incarichi – come è puntualmente, e giustamente, avvenuto in queste settimane – ma del tutto privi di qualsiasi valenza politica, se non quella di ricordare periodicamente le motivazioni che hanno fatto da sfondo al dibattito che ha preceduto il confronto tra gli iscritti e con i cittadini attraverso le primarie.
3) Infine, ma non per ordine di importanza, la fase unitaria che si è aperta nel partito, richiama il principio tante volte evocato della cosiddetta “pluralità” del Pd. Ovvero, la sfida della gestione plurale del partito, come la definiva Bersani nel suo intervento all’Assemblea nazionale di alcune settimane fa. Una gestione che deve essere in grado di esaltare e valorizzare le varie sensibilità culturali presenti nel Pd senza correre il rischio, sempre in agguato, di trasformare il partito in un luogo politico dominato sostanzialmente dal “pensiero unico”. La gestione plurale, se decollerà realmente, può essere lo strumento decisivo capace di fare del Pd il primo esperimento politico in grado di tenere insieme culture politiche diverse ma riconducibili al medesimo progetto politico.
Se, invece, dovesse prevalere una gestione politica sostanzialmente di maggioranza, si correrebbe il serio rischio di trasformare il Pd in un semplice prolungamento della storia gloriosa della sinistra italiana. Insomma, l’ennesima tappa del rinnovamento e dell’aggiornamento della sinistra italiana.
Tuttavia, dopo la composizione degli organismi dirigenti, si apre una nuova stagione politica per il Partito democratico.
Tocca adesso a tutto il partito, nella sua complessità e nella sua ricchezza, non disperdere un’occasione decisiva per lo stesso rinnovamento della politica italiana e per creare una solida alternativa al conglomerato conservatore.
Fonte: Giorgio Merlo - Europa

I fatti oscuri e il dovere di governare


Tra le tante afflizioni che la "fin du règne" berlusconiana ha procurato al Paese c'è stato anche un crescente scontro tra le nostre massime istituzioni e soprattutto tra il presidente del Consiglio da un lato e il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale e la magistratura dall'altro. Nel momento più aspro del confronto anche il cosiddetto triangolo che raccorda il Quirinale con i presidenti delle due Camere ha dimostrato segni di scissura, con Gianfranco Fini solidamente schierato con il Capo dello Stato e Renato Schifani più sensibile ai "lai" del capo dell'Esecutivo.
Dobbiamo all'estrema prudenza di Giorgio Napolitano se queste tensioni si sono parzialmente attenuate, ma lo dobbiamo anche al vasto capitale di credibilità e di fiducia che il Quirinale raccoglie nella pubblica opinione, scoraggiando chiunque volesse impegnare un duello all'ultimo sangue con la nostra massima autorità di garanzia. Sarebbe un duello dall'esito assai prevedibile: gli italiani infatti hanno sempre avuto bisogno di esser rassicurati sulla propria qualità di "brava gente".
Questo riconoscimento sta loro a cuore più di qualunque altro; sta a cuore agli adulti come ai giovani, alle donne come agli uomini, agli abitanti delle province settentrionali e a quelli del Mezzogiorno. Si possono avere opinioni diverse su questa particolare fragilità dell'anima italiana, ma non sul fatto che esista. Con la conseguenza che, in un ipotetico duello tra il Quirinale e l'inquilino di Palazzo Chigi, la palma della vittoria andrebbe al primo e non al secondo.
Per Berlusconi metà degli italiani nutrono sentimenti di amorosa esaltazione; per Napolitano più del 70 per cento sente profondo rispetto e stima. A lui affiderebbero in custodia i figli e gli averi, all'altro no.
Del resto sentimenti analoghi e analoghe proporzioni del consenso gli italiani li hanno avuti per Carlo Azeglio Ciampi e per Sandro Pertini, per non citare che i più popolari e i più stimati. Questa è stata una fortuna non indifferente per il nostro Paese in una lunga e agitata fase di transizione che ha avuto luogo in tutta Europa e che, dopo oltre trent'anni, non è ancora finita.
Il duello dunque è scongiurato, almeno per ora. Ma ci si deve domandare perché Berlusconi non fa che riattivarlo al suo massimo quando tira in ballo i suoi personali interessi e quando è il primo a sapere che non avrà la forza di andare fino in fondo. Perché questa così invincibile coazione a ripetere? Non è un errore risollevare un tema che poi finirà assolutamente nel nulla?
Il presidente Napolitano l'altro ieri è stato lapidario: commentando i giudizi del capo del governo sui magistrati di Firenze che lui accusa di incitamento alla guerra civile, ha osservato che un governo cade soltanto nel momento in cui il Parlamento gli nega la fiducia; altre cause non sono previste. Fin quando la maggioranza che sostiene il governo continua ad appoggiarlo non ci può essere crisi. Se ci fosse, spetterebbe al Capo dello Stato di arbitrarne i passaggi.
Non si poteva interpretare più chiaramente la situazione e bloccare le fughe in avanti di Berlusconi da un lato e dei i suoi più queruli detrattori (che fanno senza accorgersene il suo gioco) dall'altro. Naturalmente sia l'uno che gli altri si sono riconosciuti nelle parole ... di Napolitano, piegandole ognuno ai suoi intendimenti e alle sue convenienze. È un curioso destino quello del Quirinale: tutti gli danno ragione pur continuando ciascuno a proseguire nel gioco al massacro sul quale campano.
Questo è vero per tutti, ma in modo particolare per il capo del governo. Berlusconi non può accettare che la discussione politica si sposti dai suoi personali interessi a quelli del Paese. Se l'interesse generale avesse un peso adeguato, sarebbe assai facile concentrarsi su di esso: basterebbe che il capo del governo avesse preso atto della sentenza della Corte sulla legge Alfano, che affrontasse i processi concordando con il Tribunale l'iter delle udienze e ne attendesse l'esito con sereno rispetto. Tre gradi di giudizio non sono pochi. Nel frattempo governasse.
Ma è proprio questo che lo spaventa: governare, con questi chiari di luna. Decidere chi paga il disastro economico tuttora in corso, quale sarà la strategia di uscita dalla crisi, come dovrà cambiare l'industria, le esportazioni, gli investimenti, la divisione internazionale del lavoro. Ed anche come cambieranno il Welfare, la scuola, la ricerca, la giustizia, la pubblica amministrazione.
È passato un anno e mezzo e ancora il governo si tiene a galla con i rifiuti smaltiti a Napoli e le casette consegnate all'Aquila, mentre i disoccupati aumentano in modo esponenziale ed ad ogni pioggia mezzo Paese resta col fiato sospeso per sapere questa volta a chi toccherà.
Intanto sono diventate di pubblico dominio le dichiarazioni di alcuni pentiti di mafia ai giudici che indagano in secondo grado di giurisdizione sul senatore Dell'Utri, co-fondatore di Forza Italia. I colleghi D'Avanzo e Bolzoni ne hanno ampiamente scritto con la compiutezza che il caso richiede. Farò a mia volta alcune osservazione nel merito.
Nei mesi scorsi si è a lungo parlato dei vizi privati del premier, diventati pubblici per sua scelta nel momento in cui negò l'esistenza di fatti documentati. Poi se ne continuò a parlare perché i suoi insostenibili dinieghi lo avevano messo in una situazione di ricattabilità assai difficile per chi occupa un'altissima posizione istituzionale. Ora si profila un tema ancora più delicato: riguarda l'atteggiamento del presidente Berlusconi nei confronti dell'organizzazione mafiosa "Cosa Nostra". Che cosa dicono le carte fin qui disponibili di quel dossier? Oppure, chi fa il mestiere del giornalista, deve liquidare il problema giudicandolo un pettegolezzo senza interesse? La risposta è evidente: la mafia, la camorra, la 'ndrangheta sono strutture criminali che hanno raggiunto in Italia dimensioni esorbitanti. Seminano il terrore in tutto il Mezzogiorno e altrove, partecipano a cartelli internazionali sulla produzione e distribuzione di droga, controllano decine di migliaia di "soldati", controllano anche istituzioni finanziarie, riciclano migliaia di milioni di euro e di dollari, svolgono in nero enormi transazioni. Si può far finta di non vedere? Non si deve accertare se eventuali contatti tra politica e criminalità siano esistiti ed esistano, oppure se si tratti di calunnie che meritano esemplari punizioni?
Dunque è lecito occuparsene. Anzi è doveroso. Giulio Andreotti ebbe alcuni contatti con le strutture criminali di allora. Li ebbe da politico che doveva fronteggiare una situazione di estrema gravità. Parlarono alcuni pentiti. La magistratura inquirente trovò riscontri. Si aprirono i processi. Nel frattempo il quadro era cambiato e gli interlocutori anche. Molti protagonisti caddero sul campo in quella guerra, alcuni pagando col sangue il loro coraggio, altri pagando col sangue la loro doppiezza.
Andreotti seguì tutte le udienze dei processi. Aveva un libretto sul quale scriveva i suoi appunti man mano che il dibattimento si svolgeva. Arrivava in aula per primo e usciva per ultimo dopo aver salutato il presidente e il pubblico ministero. Fu condannato con gravissime motivazioni. Poi, nei successivi gradi di giurisdizione, le sentenze furono riviste e ritoccate. Infine nell'ultimo passaggio fu assolto, in parte con formula piena e in parte con formula dubitativa. Il vero problema di Andreotti era di natura politica, non giudiziaria. Il giudizio politico restò diviso e tale resterà anche per gli storici che verranno. Quello giudiziario fa ormai parte delle materie giudicate. Ma resta che quell'uomo non fuggì dai processi e questo è un riconoscimento positivo che si è guadagnato.
Sapremo tra pochi giorni, alla ripresa del processo Dell'Utri di secondo grado, se le dichiarazioni dei pentiti indurranno i magistrati ad occuparsi anche del presidente del Consiglio oppure no. I pentiti di mafia parlano quasi sempre un gergo allusivo di non facile interpretazione, che può diventare più chiaro solo in dibattimento. Dare giudizi sul materiale disponibile è quindi azzardato. Ma ci sono aspetti che emergono con chiarezza.

1. I pentiti, nel caso specifico, sono personaggi di discreto livello ma non di primissimo piano. Del resto è sempre stato così salvo forse nel caso Buscetta.

2. I pentiti sono sempre stati messi al bando dai loro capi e da tutta la Cupola mafiosa. Definiti infami. Sottoposti ad intimidazioni continue e terribili. Infine, magari a distanza di molti anni, sono stati raggiunti e puniti con la morte. Nel caso attuale si sta invece verificando qualche cosa di estremamente anomalo: i capi mafiosi tirati in ballo dai pentiti non li hanno né sconfessati né intimiditi. Al contrario. Il loro pentimento è dunque condiviso? Oppure operano come esecutori di un disegno organizzato con i loro stessi capi?

3. Il piano, secondo le dichiarazioni dei pentiti, avrebbe come finalità effettiva quella di "riscuotere" dalla Fininvest il capitale e gli interessi, debitamente rivalutati, che sarebbero stati anticipati a quella società come fondi riciclati. I prestatori sarebbero appunto i fratelli Graviano della mafia del rione Brancaccio di Palermo.

4. È noto che la Fininvest fu fondata da alcune società Fiduciarie delle quali risultavano fondatori alcuni improbabili prestanome. Col passare degli anni alcune di tali Fiduciarie furono disvelate, risultando intestate a Berlusconi e ai suoi familiari. Ma le posizioni dettagliate non sono ancora completamente chiare.

5. Occorre tenere presente che Fininvest è il socio di controllo di Mediaset, di Mondadori, e di una serie assai ampia di società il cui valore ammonta attualmente a molte decine di miliardi di euro nonostante la caduta nelle capitalizzazioni dovuta alla crisi mondiale.

6. Si discute e si mette in dubbio da parte dei difensori di Berlusconi la validità di un reato come quello di concorso esterno in associazione mafiosa, non contemplato dal codice penale ma ormai da gran tempo legittimato da una serie costante e conforme di pronunce giurisprudenziali della Cassazione. Il reato di associazione esterna rappresenta (e chiunque ha un minimo di familiarità con questi problemi lo sa) il punto centrale di penetrazione della mafia nella società civile. L'estrema pericolosità dell'intera struttura mafiosa è dovuta al fatto che attraverso una zona grigia di personalità estranee alle organizzazioni criminali ma in contatto con esse la penetrazione si effettua e la mafia entra nei recessi più reconditi delle decisioni amministrative del pubblico potere. Per conseguenza ogni discorso sulla improprietà di un reato non previsto da un codice penale più che antiquato è priva di qualunque fondamento.
È importante mettere in luce questioni di questa delicatezza. È altrettanto chiaro che l'interesse ad un chiarimento di tali questioni non riguarda soltanto la democrazia italiana ma anche Silvio Berlusconi e la sua famiglia. Sicché risulta assai poco comprensibile il continuo sforzo non solo a far rinviare i processi ma ad abbreviarne la prescrizione. Quale chiarimento porta con sé un processo prescritto? Nessuno. Resterà per sempre ignota la zona oscura all'origine delle fortune imprenditoriali di Berlusconi.
Di tutto questo si parla non da quindici anni ma da molto prima. Berlusconi era ancora ben lontano dal voler entrare in politica, stava passando dal settore immobiliare nel quale aveva fatto fortuna al mondo delle Tv. Era pieno di soldi e con essi praticava audaci politiche di "dumping" sulle tariffe e i contratti pubblicitari. Lo sa bene Dell'Utri che era della partita insieme a Verdini. Ma lo sapevamo anche noi che all'epoca eravamo suoi concorrenti insieme alla Mondadori di Mario Formenton.
Ricordo queste cose perché è ormai entrato a far parte dei luoghi comuni il fatto che i processi contro di lui cominciano con il suo ingresso nella politica. In realtà le ipotesi criminose sono molto più antiche. Questa di cui ora si parla risale nientemeno che a trenta anni fa. La legge sul conflitto di interessi avrebbe offerto il destro di chiuderla. È colpa di una parte della sinistra se non fu fatta ma è responsabilità pienamente sua averla sempre testardamente impedita.
Ha ragione Napolitano quando dice che non è per via di processi che si elimina un avversario politico fin tanto che gli rimane la fiducia della maggioranza. Ma è altrettanto vero che gran parte di quella fiducia si verifica meglio alla luce di processi e sentenze che mettano in chiaro passaggi rimasti per troppi anni oscuri e inquietanti. Noi pensiamo che sia questa la buona democrazia. Intanto, il governo ha il diritto e il dovere di governare. Se cominciasse a farlo invece di restare perennemente in "surplace" sarebbe un buon risultato.
Fonte: Eugenio Scalfari - Repubblica

L'allarme del quirinale

A parte la ricostruzione del primo dopoguerra e il boom degli anni '60, non si ricorda una "età dell'oro" della democrazia italiana. Ma stiamo precipitando davvero in un "tempo di ferro", se un capo dello Stato convoca i giornalisti per manifestare la sua "profonda preoccupazione" sulle condizioni del Paese.
L'irritualità dello strappo procedurale è direttamente proporzionato alla gravità del conflitto istituzionale. In molti, nel centrodestra, cercano ora di piegare secondo convenienza le parole di Giorgio Napolitano. Di dimostrare che quel suo appello a fermare "la spirale della drammatizzazione" sia rivolto esclusivamente ai magistrati. Che quel suo richiamo "all'autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche" indirizzato a "quanti appartengono all'istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione" sia una messa in mora per l'intera categoria dei "giudici comunisti". Mentono, i corrivi esegeti del presidente della Repubblica. Accecati dall'odio che il premier continua copiosamente a produrre e a riversare non solo contro le "toghe eversive", ma contro tutte le istituzioni di garanzia, non vedono (o fingono di non vedere) una verità scomoda che nasce dalla pura e semplice logica politica.
L'inusuale "messaggio alla nazione" lanciato ieri da Napolitano attraverso la stampa è soprattutto una risposta alla farneticante "risoluzione strategica" lanciata l'altroieri da Berlusconi attraverso l'Ufficio di presidenza del Pdl. Coerenti con la fase, che se possibile esige l'ulteriore estremizzazione del "berlusconismo da combattimento", la riunione di quell'organismo di partito, e il comunicato che ne sintetizza i "lavori", rappresentano un atto da "consiglio di guerra".
Riflettono il passaggio dallo "stato di eccezione" (che richiede il varo immediato dell'ennesima legge ad personam sul processo breve) allo "stato di assedio" (che impone una reazione violenta e irriducibile contro tutti i "nemici", interni ed esterni). In quella riunione, e in quel comunicato, si lascia trapelare l'immagine di una "guerra civile" (salvo abbozzare una sedicente smentita, a danno ormai compiuto). Si parla di una magistratura che ha "sovvertito" l'ordine dei poteri costituzionali, ha intaccato "la natura stessa della democrazia", e ormai, forte di un "peso abnorme" che soverchia "la sovranità popolare", ha come obiettivo manifesto quello di "rovesciare il governo".
Con una drammatica escalation dei contenuti e dei toni, il presidente del Consiglio offre agli italiani la rappresentazione di Palazzo Chigi come il suo personale "Palazzo d'Inverno". Gli offre la narrazione, manipolata e artefatta, di un "assalto" che non c'è. Ma che gli serve per uscire dall'angolo, e per partire al contrattacco. Per il Quirinale si tratta di una "spirale pericolosa". Per questo, soprattutto, Napolitano sente il bisogno di spiegare ai cronisti la sua inquietudine. Lo fa chiedendo a tutti il recupero di una misura e di una ... responsabilità che sempre dovrebbero caratterizzare chi ha a cuore la tenuta delle istituzioni e la qualità della democrazia. Quindi, certo, anche a quei magistrati che devono evitare di ribattere colpo su colpo, attraverso tv e giornali, agli attacchi di Berlusconi.
È accaduto anche l'altroieri sera, subito dopo i lanci d'agenzia sulle conclusioni dell'ufficio di presidenza del Pdl. Ed è un errore, che non aiuta ma anzi danneggia la magistratura. Le toghe, secondo il Colle, devono rispondere attraverso le formule che la Costituzione gli offre (le istruttorie e le delibere, da discutere al plenum del Csm) e i canali che la giurisdizione gli apre (le indagini e i processi, da sveltire e da rendere più efficienti).
Ma qui siamo all'ovvio, e per molti versi al già detto. Quel che c'è di nuovo, nel discorso del Capo dello Stato, riguarda il premier. Il suo insostenibile "teorema". Afferma che i giudici vogliono far cadere il governo: come fa a dirlo? Quali elementi di prova può portare, a supporto di questa asserita intenzione "para-golpista"? E per smontare questa suggestione irresponsabilmente alimentata dal Cavaliere, Napolitano gli rovescia contro proprio lo stesso "assioma" sul quale poggia la sua visione populista e plebiscitaria della democrazia: nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia del Parlamento e della coalizione che ha ricevuto dagli elettori il consenso per governare. È il ribaltamento, concettuale e politico, dell'essenza più profonda dell'anomalia berlusconiana: se sei l'Unto del Signore, se sei il Prescelto dal Popolo, cosa hai da temere? Non sono i "rossi", asserragliati nella corporazione dell'Anm o trincerati nelle casematte del Pd, che possono abbatterti. Può farlo solo la tua stessa maggioranza.
Questo ha voluto dire, Napolitano. Nonostante le torsioni alle regole e gli strappi al tessuto costituzionale che il presidente del Consiglio ha azzardato in questi anni, in questi mesi, in questi giorni, in Italia la democrazia resiste, ancorché stressata e maltrattata. Come fa allora il Cavaliere a parlare di "guerra civile"? Certo, neanche il Capo dello Stato può sottovalutare i problemi che si aprirebbero, in presenza di una condanna per corruzione in atti giudiziari o di una nuova incriminazione per associazione mafiosa, per il capo del governo. Il premier può restare ancora al suo posto? La risposta a una domanda del genere non spetta al Quirinale, né ai presidenti delle Camere, né ad altri poteri. In questi casi ci si attiene alle ordinarie garanzie costituzionali: la presunzione di innocenza, l'attesa di tre gradi di giudizio e della sentenza definitiva, passata in giudicato. Ma ci si appella anche alle sensibilità morali e politiche dei singoli: si può governare un Paese, in presenza di una condanna per aver pagato il silenzio di un testimone o in pendenza di un'eventuale coinvolgimento nell'inchiesta riaperta sulle stragi del '93? Tutto dipende dalla stabilità del leader. E soprattutto, ancora una volta, dalla tenuta della maggioranza che lo sostiene. Se l'una o l'altra non reggono, il presidente della Repubblica non può far altro che verificare cosa accade in Parlamento.
A leggerlo bene, il messaggio che arriva dal Colle è chiarissimo. Il presidente della Repubblica vigila, e non arretra. Per usare la formula di Hans Kelsen, mai come oggi è e resta "custode e arbitro delle regole del gioco", in un intreccio di mediazione/competizione con le altre istituzioni e nel rispetto del principio di maggioranza. È bene che Berlusconi ne tenga conto. Ed è bene che gli italiani guardino al Quirinale con fiducia e speranza. Dal "tempo di ferro" si può uscire, prima o poi.

Fonte: Massimo Giannini - Repubblica

Il Pd taglia le tasse che Giulio mantiene

Il Pd vuole tagliare le tasse, ma il ministro Tremonti si oppone.
No, non è fantapolitica. Non è il paradigma dell’ultima legge di Murphy. Non stiamo guardando il mondo alla rovescia. È quanto sta andando in scena da settimane in parlamento.
Prima in senato, ora alla camera dove ieri è scaduto il termine per la presentazione in commissione bilancio degli emendamenti alla Finanziaria. È quanto emerso, nonostante i tranelli tesi da un Tremonti in versione simpatica, nel corso della trasmissione Annozero a cui hanno partecipato il segretario del Pd Bersani e il ministro dell’economia.
Bersani lo ha detto chiaro e tondo: la Finanziaria di saldi e tabelle all’esame del parlamento non è sufficiente. L’immobilismo a sangue freddo di Tremonti rischia di consegnare al dopo crisi un’Italia in agonia.
Se Tremonti è convinto, come nel 2001, che la ripresa italiana sarà a carico della locomotiva tedesca, il Pd di Bersani la pensa all’opposto. Vivacchiare con una crescita al massimo dell’1% l’anno non solo relegherebbe ancora il nostro paese alla fine della classifica europea, ma soprattutto aggraverebbe il peso del debito pubblico e, quindi, alla lunga questo si rifletterebbe sulla pressione fiscale. Ed allora, che fare? Occorre che il governo governi.
È, a questo punto, che Tremonti sfodera la sua arma migliore, quella che brandisce senza troppe distinzioni nei confronti dei suoi colleghi, dei suoi alleati ma anche dei suoi oppositori.
Non si possono tagliare le tasse ora, perché non ci sono i soldi. Il Pd ribatte che i soldi c’erano, ma l’attuale governo li ha sperperati all’inizio della legislatura (chi ricorda Alitalia e l’abolizione dell’Ici sulla prima casa per tutti?) e li continua a sperperare ancora con il proliferare delle spese della pubblica amministrazione. Capita così che alla camera si replichi quanto accaduto al senato. Il Pd in commissione bilancio ha presentato un emendamento corposo che prevede detrazioni fiscali forfettarie per il 2010 sui redditi da lavoro dipendenti e sulle pensioni fino a 55 mila euro e un aumento delle detrazioni fiscali per i figli. Per le pmi il Pd propone, e non da oggi, un fondo di garanzia vero, finanziato dallo stato, e credito ... per la ricerca. Sulla cassa integrazione il Pd è per un’estensione della durata temporale e dell’assegno di disoccupazione a tutti i lavoratori precari iscritti alla gestione separata. I democratici chiedono al governo il rispetto degli impegni (ovvero il riconoscimento dell’intero ammontare del rimborso conseguente al minor gettito Ici), mentre per il taglio dell’Irap e la cedolare secca sugli affitti ci sono alcuni emendamenti in proposito.
E sull’allentare il patto di stabilità per i comuni virtuosi che intendono effettuare investimenti? I leghisti stanno sulle posizioni del Pd che difende questa scelta già dal senato. Ebbene, di fronte a ciò, Tremonti non tira fuori un euro. E in casa Pdl? Spiega Pierpaolo Baretta, capogruppo Pd in commissione bilancio: «Nella maggioranza si avvertono la difficoltà delle posizioni ma anche forti tensioni interne che scaturiranno in un confronto non formale in commissione ». E proprio in commissione rispunta, seppure in versione mini, il pacchetto Baldassarri mentre Tremonti si appresta ai primi giochi pirotecnici di fine anno. In attesa che il governo presenti i suoi emendamenti c’è chi scommette che il ministro riversi in Finanziaria, sotto forma di emendamento, il decreto fiscale sul taglio del 20% dell’acconto Irpef. Da solo l’emendamento vale 3,5 miliardi di scudo fiscale. Dei quattro che Tremonti ha messo a disposizioni dei deputati ne resterebbero appena 500 milioni. A meno che, come trapela da più parti, il tesoro proroghi i termini dello scudo fiscale così da rastrellare altri 2-3 miliardi e da avere un tesoretto da destinare a fine febbraio (a ridosso delle amministrative) per una riduzione fiscale a fini elettorali.

Fonte: Raffaella Cascioli - Europa

venerdì 27 novembre 2009

Primarie Pd, in campo anche Riccardo Frati


Il nonno è stato il primo sindaco post Liberazione a Nave ed era comunista. La nonna era invece una fervente cattolica e nell’albero genealogico stretto ci sono anche socialisti e aclisti. Riccardo Frati, sposato con due figli, avvocato civilista di 43 anni e un’esperienza politica come assessore a Nave e con ruoli nella Comunità montana, richiama le biografie di genitori e nonni per dire che non è un caso se la sua biografia politica personale inizia nella sinistra democristiana e arriva al partito democratico di oggi.
NEI GIORNI SCORSI, sostenuto dalle firme di 700 iscritti ed elettori, ha ufficializzato la sua candidatura alle primarie di gennaio che dovranno decidere il segretario provinciale. Sarà una corsa a tre, dal momento che già nei giorni scorsi altri due candidati, Piero Bisinella e Gianbattista Ferrari, avevano ufficializzato la propria candidatura. Ieri, nella sede del partito di via Risorgimento, Frati ha illustrato le motivazioni ideali che hanno portato un gruppo di persone a presentare la mozione «Partire da Brescia» (www.partiredabrescia.org per il testo integrale). «In questo titolo vogliamo dire subito che le mozioni nazionali sono finite e che a Brescia le logiche dovranno essere altre - spiega -. Il nostro orizzonte deve essere la realtà territoriale».
Frati cita Mino Martinazzoli (uno dei suoi riferimenti politici attuali, insieme al segretario del partito Bersani, don Mazzolari e Aldo Moro) e rileva che se il Pd è una felice intuizione è arrivato anche il momento di «votarlo per convinzione e non per necessità». Come? Innanzitutto organizzandosi in maniera differente e per cui «essendo moderati ma non “moderatisti”», «aprendo al ricambio della classe dirigente perché c’è un patrimonio importante sul territorio», e infine «premiando il merito e le persone e non quelli che dicono sempre di sì».
Non c’è però solo questo. Nell’idea di partito di Frati trova spazio anche la necessità di tornare alle «idee lunghe», traducibile con lo slogan «più progetto, meno estemporaneità». queste idee, peraltro, già ci sono nella casa del Pd: sono i valori della Costituzione, la giustizia sociale, la solidarietà, uno stato liberale fatto di pesi e contrappesi. Da qui bisogna ripartire per «costruire una società a misura del più debole». E se quindi sul welfare «non bisogna sguarnire i servizi alla persona», sui temi del lavoro significa avere attenzione alle difficoltà di chi lavora, dipendenti o artigiani che siano, e soprattutto «ridandogli dignità e orgoglio». O, ancora sull’immigrazione, rispetto alla quale bisogna essere chiari sul paino della legalità ma anche altrettanto chiari sul fatto che la sicurezza non può trasformarsi in «stigmatizzazione della povertà». Una nota anche sull’ambiente, per dire che la «green economy deve diventare pratica diffusa anche a livello locale» e che «con l’urbanistica non si deve fare cassa».
Al suo fianco, in rappresentanza degli amministratori che lo sostegno, il consigliere comunale Federico Manzoni e il sindaco di Paderno Franciacorta Antonio Vivenzi.
Fonte: Thomas Bendinelli - BresciaOggi

giovedì 26 novembre 2009

Il paradosso del governo Avanti sull’economia bloccato sui processi

Le convulsioni sui rapporti fra governo e magi­stratura, e la cauta soddisfazione sull’andamen­to dell’economia, fotografano il paradosso di una coalizione che sembra in bilico eppure non può cadere. La legge sul «processo breve» rimane assediata dall’incertez­za e dai veleni. E ieri il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha invitato a non confonderla con la riforma della giu­stizia. Ma intanto il ministro dell’Economia, Giulio Tremon­ti, rivendica come un risultato straordinario che siano state fatte «cose normali in un periodo non propriamente norma­le ». La cena di ieri da Silvio Berlusconi, con Tremonti e con Umberto Bossi, conferma un’alleanza imperniata sul rappor­to fra Pdl e Lega.
Si tratta di una mezzadrìa politica che tende a dare comun­que una soluzione al problema della durata dei processi nei quali è coinvolto il presidente del Consiglio: la considera il miglior antidoto contro l’instabilità e contro la tentazione di interrompere la legislatura. Non a caso ieri il Carroccio ha sostenuto che non è la politica a voler mettere sotto tutela i magistrati ma semmai il contrario: almeno da parte di «alcu­ni pm». In realtà, non c’è ancora un testo capace di mettere d’accordo l’intera maggioranza e di ottenere almeno la neu­tralità dell’opposizione. Esiste un’intesa da riempire.
In parte pesa il voto di prima­vera per le regionali, che rende Pd e Udc ancora più duri verso Berlusconi, avvicinandoli al­l’estremismo dipietrista. Ma la confusione nel centrodestra contribuisce a rendere i prossi­mi giorni estremamente nervo­si. Per come è stata formulata fi­nora, la legge sul «processo bre­ve » semina perplessità trasver­sali. Il pericolo che vengano pre­scritti molti processi è reale, al di là della guerra di percentuali fra Anm e governo.
Il timore di palazzo Chigi è che le proposte di mediazione arrivate sia da Pier ... Ferdinando Casini, sia dallo stesso presi­dente della Camera, Fini, rischino di intrappolare il premier; di costringerlo ad una trattativa logorante. «Mi metto a ride­re quando leggo che penserei ad un complotto», si è difeso ieri Fini a Milano. Presentando il suo libro nella sede del Cor­riere , ha rifiutato i panni di «eretico» del Pdl, rivendicando il diritto a chiedere equilibrio fra rafforzamento di governo e Parlamento. Poi ha aggiunto che non sarebbe andato ad Ar­core. «Ceno con le mie figlie», ha glissato sull’incontro Berlu­sconi- Bossi-Tremonti, confermando un asse che lo esclude.
Il fatto che il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, abbia su­bito accolto l’idea finiana di discutere la durata dei processi ripartendo da una vecchia proposta di Luciano Violante, non cancellerà la diffidenza degli alleati. Anzi, sembra destinato a farla lievitare. L’insistenza della Lega sulla necessità di go­vernare e di completare le riforme lascia capire che non ci sono alternative rispetto a quella di andare avanti; e di trova­re una qualche via d’uscita per le vicende processuali del pre­sidente del Consiglio. Ma più passano i giorni, più cresce la consapevolezza delle difficoltà. Problemi oggettivi, legati al­la complessità della materia e all’impopolarità che una legge incostituzionale potrebbe rappresentare per il governo. Ma anche ostacoli strumentali, seminati da chi indovina una si­tuazione confusa; e in fondo vuole che rimanga tale.
Fonte: Massimo Franco - Corriere della Sera

Fini: basta ripartire dalla bozza Violante e Camera e Senato potrebbero votare anche all'unanimità

«Bisogna affrontare il tema delle riforme e mi chiedo: è sbagliato dire se sono condivise meglio?». Lo ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini parlando al Corriere della Sera a Milano durante la presentazione del suo libro Il futuro della libertà. «La bozza Violante - ha spiegato Fini ricordando la proposta avanzata la scorsa legislatura per la riforma del Parlamento - potrebbe essere votata all' unanimità alla Camera e al Senato e in poche settimane diventare legge dello Stato»
«NO AL BIPOLARISMO MUSCOLARE» - Fini ha poi ribadito che occorre evitare di rimanere sempre all'interno di «un bipolarismo muscolare nel quale anche una proposta di legge fatta insieme a un deputato del centrosinistra e da uno del centrodestra diventa uno scandalo, un complotto e un inciucio. Dobbiamo rimanere all'interno invece di valori condivisi che possono essere anche votati assieme, valori che si possono riassumere in un patriottismo costituzionale». «Se ci sono proposte coincidenti e valori condivisi è meglio che si facciano riforme tutti assieme. Ricordo che il centrodestra fece una riforma costituzionale a maggioranza nell'altra legislatura che poi, a mio parere sbagliando, fu però bocciata dal corpo elettorale in un referendum». Fini ha anche ribadito «la necessità di rafforzare contemporaneamente i poteri dell'esecutivo e la centralità del Parlamento».
PROCESSO BREVE E IMMUNITA' - Il numero uno di Montecitorio, sollecitato dal direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli, ha anche affrontato il tema della giustizia e esortato a non confondere le norme sul processo breve e la riforma della giustizia (GUARDA il video). Perchè la riduzione dei tempi di durata dei procedimenti, ha sottolineato Fini, è «un intervento che io credo sia giusto per garantire tempi certi ai processi». E quindi «evitiamo di fare confusione». «La riforma della giustizia - ha ribadito - è la riforma della ... Costituzione nella parte che riguarda il sistema giudiziario». Un concetto poi puntualizzato parlando della possibile reintroduzione dell'immunità per i parlamentari : «Quando si parla di ripristinare una vecchia prerogativa che la Costituzione riconosceva ai parlamentari non si parla di riforma della giustizia. È un altro intervento più o meno opportuno. Ritengo che discuterne non sia motivo di scandalo, i deputati europei godono non di un'immunità, ma di una prerogativa che i nostri deputati nazionali non hanno più».
ETICA E CANDIDATURE - Si è parlato anche di etica pubblica, uno dei temi già affrontati nel libro, e Fini ha evidenziato la necessità, da parte del ceto politico, di contrastare i luoghi comuni. Ad esempio «è necessario evitare che ritornino copertine come quelle del Der Spiegel con gli spaghetti e la pistola. Quando decidiamo le candidature evitiamo di candidare chi è indagato, anche se dobbiamo considerarlo certamente innocente fino a prova contraria. È un problema di opportunità e di etica pubblica». Sollecitato da Ferruccio de Bortoli, che pur non citandolo ha ricordato il caso Cosentin , il presidente della Camera ha replicato, riferendosi alle eventuali dimissioni del sottosegretario, : «È un problema interno al governo e attiene alla coscienza delle persone e alla responsabilità dell'esecutivo».
«NON SONO ERETICO» - Il libro di Fini e molte delle sue esternazioni degli ultimi tempi sono state bollage come eretiche o come delle «sorprese» da parte di osservatori dell'area del centrodestra. «A dire che mi sono divertito a vestire i panni dell'eretico, francamente non ci sto - ha detto il presidente della Camera -: non c'è nulla di molto diverso nel libro, da quanto non abbia detto al congresso del Pdl». «Sono un pò meravigliato di tante sorprese e critiche - ha aggunto -: è vero che la memoria è corta, ma chi mi aveva ascoltato un'idea doveva averla»
Fonte: Corriere della Sera

Marcegaglia incontra Bersani: "Serve sforzo nazionale"


Uno sforzo nazionale per superare la crisi. La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e il segretario del Pd Pierluigi Bersani sono concordi nel ritenere che per agganciare la ripresa serve uno sforzo nazionale. Una comune veduta ribadita oggi nel corso della riunione del direttivo degli industriali al quale il leader del Pd ha partecipato.
«Quello al quale ho assistito - ha riferito Bersani lasciando la sede di Confindustria - è stato assolutamente un direttivo concreto e interessante al quale ho cercato di portare l'idea che serve uno sforzo nazionale per fronteggiare la crisi. Noi siamo disposti a
considerare i contenuti di questo sforzo sia dal lato delle proposte che da quello del reperimento delle risorse».
In tal senso Bersani ha sottolineato che l'attuale «dibattito dentro la maggioranza con Tremonti, Brunetta e Baldassarri, è a somma zero», auspicando che, invece, «occorre fare qualcosa che sia sostenibile e finanziabile. "Noi - ha aggiunto - abbiamo le nostre idee e le ho confrontate con Confindustria e mi pare che con le fondamentali forze sociali su questi punti ci si possa
intendere».
Sulla stessa linea la leader degli industriali che ha confermato di aver fatto con Bersani, «una serie di riflessioni sulla situazione in cui ci troviamo e abbiamo condiviso il fatto che pur vedendo qualche piccolo segnale di miglioramento, siamo in una situazione di discontinuità molto forte».
Secondo la Marcegaglia, «alcuni settori dovranno capire come portare avanti le loro imprese e probabilmente spostare la loro attenzione sui mercati più promettenti come Cina, India e Brasile. Dovranno, quindi, gestire situazioni di eccesso di capacità produttiva e ritrovare la capacità competitiva».
Riferendosi ancora alla presenza di Bersani la Marcegaglia ha confermato di aver «condiviso che il momento è delicato» e pur continuando a collaborare col governo gli industriali ritengono che «su alcuni punti specifici serve una collaborazione nazionale».
Fonte: L'Unità

Fini avverte Tremonti e il governo: non fate maxiemendamenti sulla Finanziaria


No del presidente della Camera Gianfranco Fini alla fiducia sul maxiemendamento alla legge finanziaria: "Il presidente della Camera sarebbe in grossa difficoltà se la fiducia non fosse posta su un testo che esce dalla commissione ma su un maxiemendamento del governo", ha affermato presentando un libro nella Sala del Mappamondo alla Camera.
Fini ha spiegato che se il governo ponesse la fiducia su un maxiemendamento questo significherebbe "per il parlamento non poter svolgere il suo compito. Non tutte le fiducie hanno lo stesso impatto politico, in questo caso si tratterebbe di una questione di rispetto del governo nei confronti del parlamento".
Fini spiega che non considera negativo un ruolo rafforzato dell'esecutivo, "non sono un cultore dell'assemblearismo, ma se si accentua il ruolo dell'esecutivo dobbiamo anche rafforzare il controllo parlamentare e il ruolo del parlamento". "Non possiamo stare così come siamo adesso, è un lusso che non ci possiamo permettere - ha concluso Fini -. Io non inorridisco davanti alla parola presidenzialismo, una democrazia deve essere rappresentantiva ma anche governante, mi rifiuto di mettere in contrapposizione questi due termini. A un capo dell'esecutivo forte deve corrispondere un Parlamento forte, non si stabilisce un equilibrio se si mortifica il ruolo dell'uno o dell'altro".
«Mi aspetto che il presidente della Camera faccia valere queste sue parole»: così il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, commenta a margine del direttivo di Confindustria, il 'nò di Fini alla fiducia su un nuovo maxi-emendamento del governo.
«Fa bene Fini a preoccuparsi, perchè il Parlamento dev'essere messo in condizione di discutere su temi così rilevanti» ha detto Bersani, secondo il quale sulla finanziaria si pone un problema sia sostanziale, sia formale. «Con questa storia che non c'è più la finanziaria, nè l'assalto alla diligenza, non sappiamo più dove si discute la manovra economica. Ci sono solo tabelle, un maxi-emendamento e un voto di fiducia, poi si prosegue con cinque/sette decreti de minimis, sui quali si rimette la fiducia. Ma così il momento in cui si discute cosa fare sul serio non arriva mai.
C'è - ha continuato Bersani - un problema sostanziale di politica economica: ai tempi delle finanziarie di assalto alla diligenza, se qualcuno aveva il fisico riusciva anche a fare una manovra da due punti di Pil. Detto questo, c'è anche il problema formale di cui Fini fa bene a preoccuparsi, perchè il Parlamento dev'essere messo in condizione di discutere».
Fonte: L'Unità

E Berlusconi prepara un'altra mossa via il concorso esterno in reati di mafia

Sono rimasti impigliati nel processo breve. Già sanno che non gli potrà servire per le future accuse di mafia. Ma ci stanno dentro e ormai devono andare avanti. Sono costretti a dirsi, tra di loro, come hanno fatto ieri sera durante la riunione della consulta del Pdl per la giustizia: "Dobbiamo rassegnarci a vedere questa legge bocciata dalla Consulta". Amara constatazione che farà andare su tutte le furie il Cavaliere. Ma tant'è. Troppe, e ormai irrimediabili, le contraddizioni. Cercheranno di metterci mano, ma la partita è difficile. Per questo si concentrano su altro, su quella che definiscono "una strategia complessiva" per salvare Berlusconi non solo dai processi di oggi, ma anche da quelli di domani".
È l'inizio di una battaglia lunga. Che parte con l'immunità parlamentare, che passa attraverso una legge interpretativa per fissare in modo certo le date di un reato e quindi della prescrizione, e finisce con una sortita che per la prima volta, nella sequenza delle 19 leggi ad personam per Berlusconi, previene un'incriminazione e un processo, quello (futuribile) per mafia.
Vogliono mettere mano al reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Quello per cui è sotto processo a Palermo Marcello Dell'Utri. Quello che all'inizio fu contestato a Giulio Andreotti. Quello che colpì (ma finì in un'assoluzione) il famoso giudice "ammazza sentenze" Corrado Carnevale. Quello che ha portato alla sbarra tanti politici nelle zone di mafia, camorra, 'ndrangheta. Un reato che in realtà non esiste, perché nel codice penale non c'è, ma che "vive" per le pronunce convergenti della Cassazione. Quindi un delitto assodato, consolidato, fermo nella storia del diritto.
Ma quel crimine adesso si avvia ad avere una macchia. Potrebbe essere utilizzato dalla procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze per indagare il presidente del Consiglio. E questo è davvero troppo. Quindi i consiglieri giuridici del premier si stanno muovendo in anticipo per terremotarlo. Ragionano tra di loro, giusto in queste ore, su dove sia meglio aggredirlo, se ... incidere sui termini della prescrizione, oppure se "normare" ex novo il delitto, ma con paletti tali da renderne l'applicazione difficilissima.
È l'operazione più a rischio che abbiano mai tentato. Ma è quella che "davvero serve al presidente", come vanno dicendo tra loro. Che scatenerà un nuovo e duro conflitto con i magistrati. Ma con una possibile imputazione per mafia è una battaglia che vale la pena giocare. Assieme, e stavolta con il pieno appoggio di Fini, i piediellini si stanno per buttare nell'avventura dell'immunità parlamentare, del pieno ritorno all'articolo 68, come lo scrissero nel '48 i padri costituenti. È di ieri, alla Camera, la nuova proposta dell'ex presidente della Provincia di Roma Silvano Moffa, un altro finiano che entra in scena. Nelle caselli di tutti i deputati ha depositato tre pagine, due di relazione e una di testo, che rimette in pista il vecchio articolo della Carta. A ieri sera aveva già raccolto quasi 150 adesioni tra quelli del suo partito. La proposta numero 2954 ha preso il via. Prima di depositarla Moffa ha chiesto, come rivela lui stesso, "il via libera di Fini". Che glielo ha dato. Dimostrando un'apertura verso il Cavaliere e le sue difficoltà con la giustizia.
A questo si lavora dietro le quinte. Sulla scena invece resta il processo breve a cui ormai bisogna mettere la pezza giusta, "almeno per fargli passare la firma del capo dello Stato", come dicevano ieri sera alla consulta pdl. Per questo il Guardasigilli Angelino Alfano continua a svenarsi per negare i dati negativi dell'impatto e ad affermare la razionalità della legge che "è buona anche se serve in due casi a Berlusconi". I tecnici, ancora stasera e sempre alla consulta, cercheranno di rappezzarla per tagliare via le incostituzionalità più clamorose come l'anomala lista dei reati e la regola sull'entrata in vigore. Più reati inclusi, valida per tutti i processi. Ma l'impatto schizzerà ancora più in alto rispetto ai dati forniti dal Csm e, proprio per questo, Napolitano potrebbe bloccarla.
Fonte: Liana Milella - Repubblica

Napolitano: "La violenza contro le donne è un'emergenza su scala mondiale"


"Molto resta da fare in ogni parte del mondo per sradicare una concezione della donna come oggetto di cui ci si può anche appropriare": a dirlo è il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio diffuso in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne.
"La Giornata internazionale contro la violenza alle donne deve rappresentare - afferma Napolitano - un'occasione per riflettere su un fenomeno purtroppo ancora drammaticamente attuale, individuando gli strumenti idonei a combatterlo in quanto coinvolge tutti i paesi e rappresenta una vera emergenza su scala mondiale".
"La conferenza su questo tema tenuta a Roma in occasione del G8 ha fornito dati che - icorda il capo dello Stato - valutano in più di 140 milioni le donne vittime di violenze di ogni tipo. Matrimoni forzati che coinvolgono anche bambine, mutilazioni genitali, stupri generalizzati in contesti di guerra non devono apparirci lontani e a noi estranei. Il dolore di quelle donne, di quelle bambine riguarda tutti noi, anche perché la barbarie della violenza contro le donne non è stata estirpata neppure nei paesi economicamente e culturalmente avanzati".
"Molto resta da fare in ogni parte del mondo per sradicare una concezione della donna come oggetto di cui ci si può anche appropriare: è infatti la persistenza di questi aberranti schemi mentali a favorire il riprodursi di insopportabili atti di sopraffazione anche in ambito familiare". Anche in l'Italia purtroppo si contano innumerevoli episodi di violenza contro le donne: "E' triste dover ricordare - sottolinea infatti Napolitano - che anche in Italia, nonostante la recente introduzione di norme opportunamente più severe, i casi di violenza, i soprusi e le intimidazioni sono in aumento".
"Ai necessari interventi di tipo repressivo, da esercitare con rigore e senza indulgenza, si debbono affiancare - conclude il presidente - azioni concrete per diffondere, in primo luogo nella scuola e nella società civile, una concezione della donna che rispetti la sua dignità di persona e si opponga a volgari visioni di stampo meramente consumistico spesso veicolate anche dal linguaggio dei media e della pubblicità. Solo così sarà possibile creare una cultura di autentico rispetto, innanzitutto sul piano morale, nei confronti delle donne".
Fonte: Repubblica

Il 5 dicembre e l’ombelico.

Qualche giorno fa ho dichiarato che se la manifestazione del 5 dicembre si incardina sul tema della giustizia, che è una vera emergenza democratica, allora l’iniziativa mi trova d’accordo.
A seguito di questa mia valutazione, il 19 novembre dalle colonne di un quotidiano del Friuli Venezia Venezia Giulia sono stata duramente criticata da alcuni esponenti del PD, tra cui due parlamentari, in un articolo intitolato “No B-day, il Pd contesta la Serracchiani”.
Confesso che ne sono rimasta stupita e delusa.
Infatti, è stato lo stesso Bersani ad aver detto che se le parole d’ordine erano accettabili i militanti potevano liberamente in piazza. Bene, oltre a legalità e giustizia, le parole d’ordine di questa manifestazione sono: Costituzione, Presidente della Repubblica, ambiente, etica politica, lavoro, formazione, ricerca, diritti della persona, no al nucleare e alla privatizzazione dell’acqua. Credo siano accettabili, e dunque non mi sembra di dissentire dal segretario nazionale.
Sappiamo tutti che in piazza ci saranno elettori del PD, e io penso che dove c’è la nostra gente noi dobbiamo esserci, perché se noi li lasciamo soli ora, poi loro abbandonano noi. Chi fa politica deve essere senz’altro coerente, ma non deve avere la puzza al naso o guardarsi l’ombelico.
Ho aderito anche perché sapevo che chi organizza la manifestazione non è l’Italia dei Valori o un altro partito, ma un comitato promotore della società civile in cui c’era pure un consigliere regionale del PD della Lombardia.
Inoltre, siccome è chiaro come il sole che la mia adesione non impegna il partito regionale, chi mi contesta su questo punto lo fa strumentalmente. E qui mi chiedo se qualcuno pensa di essere ancora in congresso, se intende fare opposizione interna permanente, o che altro. L’ho detto all’assemblea regionale: forse così riesce ad avere sui giornali titoli che altrimenti non ha, ma non riuscirà a farmi sentire delegittimata.
Fonte: Debora Serracchiani - Blog

mercoledì 25 novembre 2009

Una donna su tre vittima di violenza oggi si celebra la giornata mondiale

In Italia una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, nella corso della vita è stata vittima della violenza di un uomo. Secondo l'Istat sono 6,743 milioni le donne che hanno subito nel corso della propria vita violenza fisica e sessuale. Tre milioni di donne hanno subito aggressioni durante una relazione o dopo averla troncata, quasi mezzo milione nei 12 mesi precedenti all'indagine telefonica.
La violenza è prevalentemente casalinga. Ai danni di mogli e fidanzate i reati gravi: 8 donne su 10 malmenate, ustionate o minacciate con armi hanno subito le aggressioni tra le mura domestiche. Un milione di donne hanno subito uno stupro o un tentato stupro. A ottenere con la forza rapporti sessuali il 70% delle volte è il partner stesso e in questi casi il reato è reiterato. Un'agghiacciante abitudine domestica.
Solo il 6,2% delle aggressioni è stato opera di estranei.
Il rischio di subire uno stupro piuttosto che un tentativo di stupro è tanto più elevato quanto più è stretta la relazione tra autore e vittima. Gli sconosciuti commettono soprattutto molestie fisiche e sessuali, seguiti da conoscenti, colleghi ed amici.
Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate. Il sommerso è elevatissimo e raggiunge circa il 96% delle violenze subite da un non partner e il 93% di quelle da partner. Anche nel caso degli stupri la quasi totalità non è denunciata (91,6%). È consistente la quota di donne che non parla con nessuno delle violenze subite.
Per fare uscire dal silenzio questa drammatica situazione si celebra domani, 25 novembre, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, istituita dalle Nazioni Unite nel 1999 per sensibilizzare governi, istituzioni governative e non, società civile, mezzi di comunicazione di massa.
La manifestazione nazionale si terrà a Roma il 28 novembre alle 14, da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni. Una manifestazione, spiega il sito www. torniamoinpiazza.it, contro la violenza maschile sulle donne, "per la libertà di scelta sessuale e di identità di ... genere, per la civiltà della relazione tra i sessi, per una informazione libera e non sessista, contro lo sfruttamento del corpo delle donne a fini politici ed economici. Per una responsabilità condivisa di uomini e donne verso bambine/i, anziane/i e malate/i, nel privato come nel pubblico. Contro ogni forma di discriminazione e razzismo, per una scuola che educhi alla convivenza civile tra i sessi e le culture diverse".
Moltissime le iniziative che stanno avvenenedo in tutta Italia, come la manifestazione "Take Back the night", un corteo multietnico armato di utensili da cucina insanguinati che ha invaso piazza Vittorio a Roma attraversando la città.
A Palazzo Ducale, a Genova, parte oggi: "Non ho mai subito violenze. E' vero?", mostra fotografica con 17 ritratti femminili, in un allestimento curato dalla scrittrice e docente di Filosofia teoretica dell'Ateneo del capolugo ligure Nicla Vassallo. Ad ogni tavola fotografica, che ritrae donne di ogni età e condizione socio-economica, corrisponde la scritta: "Non ho mai subito violenze. E' vero?".

Fonte: Repubblica

La carica dei quarantenni guidati da Migliavacca: via alla segreteria

Con la direzione convocata ieri gli organigrammi interni del Partito democratico sono ormai definiti. La nuova segreteria targata Bersani è all’insegna del ricambio avendo un’età media di 41 anni. Li chiama «giovani sperimentati » Bersani (ma nessuno è parlamentare) coloro che sono chiamati nella squadra che dovrà assumersi la responsabilità del partito e sarà composta da sei uomini e sei donne (come previsto dalla statuto del partito) che hanno già maturato l’esperienza di amministratori o comunque di attività politica. Saranno coordinati da Maurizio Migliavacca.
L’ex presidente della provincia di Milano invece, Filippo Penati, è il responsabile della segreteria di Bersani.
Ne fanno dunque parte: Stefano Fassina (43 anni); Matteo Mauri (39); Marco Meloni (38); Matteo Orfini (35); Nico Stumpo (40); Davide Zoggia (45). Catiuscia Marini (42); Roberta Agostini (43); Cecilia Carmassi (41); Stella Bianchi (40); Annamaria Parente (49); Francesca Puglisi (39). Se queste ultime tre donne fanno riferimento all’Area Democratica, va segnalato che la mozione Marino ha rinunciato in pratica ad entrare nella nuova segreteria.
A fianco del nuovo organismo lavoreranno i forum tematici (i vecchi Dipartimenti) con i vari responsabili delle aree. E qui si registrano vari ritorni e alcune novità.
Economia: Paolo Guerrieri; (finanza pubblica: Enrico Morando; finanza di impresa: Matteo Colaninno); Università saperi e ricerca: Maria Chiara Carrozza; Giustizia: Andrea Orlando; Esteri: Piero Fassino; Politiche agricole: Enzo Lavarra; Progetto Mezzogiorno: Umberto Ranieri; Politiche locali: Claudio Martini; Welfare e lavoro: coordinatore Giuseppe Fioroni; Lavoro: Emilio Gabaglio; Politiche sociali e immigrazione: Livia Turco; Politiche dell’istruzione: Giovanni Bachelet; Politiche ambientali: Laura Puppato; Ict (Information and communication tecnology): Paolo Gentiloni; Riforma sistema radiotelevisivo: Carlo Rognoni; Riforma dello stato: Luciano Violante. Centro studi e rapporti con le fondazioni: Gianni Cuperlo. Dovrebbero comunque far parte del gruppo dei forum anche alcuni esponenti della mozione Marino: Sandro Gozi con competenza sull’Europa, Paola Concia per i Diritti e Pippo Civati per la Sostenibilità ambientale. Stefano Di Traglia è stato nominato poi responsabile Propaganda.
In dirittura d’arrivo (oggi o al massimo domani) sono anche le nomine dei vicecapogruppo alla camera: in arrivo a fianco di Franceschini ci saranno Alessandro Maran, Rosa Villecco Calipari e Michele Ventura. Previsti tempi più lunghi per i vice della Finocchiaro al senato: verso la riconferma sono Latorre e Zanda. Per il terzo c’è incertezza tra Casson e Albertina Soliani. L’ex capogruppo Antonello Soro, infine, potrebbe diventare il referente politico di Area Democratica.
Fonte: Europa

Primarie Pd, sono tre i candidati provinciali

Due novità dell’ultima ora e tre conferme. Con questi presupposti si apre la stagione congressuale locale del Partito democratico che il 17 gennaio chiamerà di nuovo i bresciani alla conta delle primarie per eleggere i segretari provinciale e cittadino.
La scadenza per le candidature era fissata per ieri pomeriggio alle 18 quando sono stati ufficialmente presentati tre nominativi per la segreteria provinciale: Gianbattista Ferrari, Pietro Bisinella e Riccardo Frati. Per quanto riguarda il segretario cittadino sarà invece corsa a due tra Maria Teresa Bonafini e l’uscente Giorgio De Martin. Se quest’ultimo nome era da tempo annunciato, l’indicazione della Bonafini è giunta dopo lunghe riflessioni interne all’area bersaniana, una volta venuta meno la candidatura di Alfredo Bazoli. Maria Teresa Bonafini, 63 anni, è stata consigliere comunale della Dc in Loggia dal 1980 al 1994 con tre differenti sindaci (Trebeschi, Padula e Corsini), rappresenta l’area della mozione Bersani. Le sue prime dichiarazioni sono state battagliere nei confronti dell’uscente De Martin: «Il mio primo obiettivo è quello di un maggiore radicamento al territorio, aspetto questo di cui si avverte grande necessità».
De Martin risponde a distanza alle sollecitazioni dell’avversaria: «Mi candido per continuare ad essere il segretario di tutti - ha detto il rappresentante dell’area franceschiniana -. Voglio mantenere un profilo vivace del Partito democratico in città, con iniziative anche fantasiose, ma approfondendo temi importanti come l’urbanistica o le problematiche collegate ad A2A. Senza dimenticare il vero obiettivo: mandare a casa l’attuale Giunta di centrodestra alle prossime elezioni».
Molto più animata, tuttavia, sembra annunciarsi la corsa a tre per la guida della segreteria provinciale. Ai due nomi già ampiamente annunciati di Bisinella e Ferrari, si è aggiunto quello di Riccardo Frati. Avvocato di 43, originario di Nave e già assessore comunale ai Servizi sociali proprio nel suo comune d’origine, Frati è la vera sorpresa dell’ultima ora. La sua candidatura è stata sostenuta dall’area che prende le mosse dal documento cosiddetto della Franciacorta che richiamava l’attuale segreteria ad una maggiore attenzione alle istanze del territorio della provincia.
A distanza di quasi un mese dalla pubblicazione di questa sorta di documento programmatico, l’attenzione nei confronti di questa nuova area composta per lo più da amministratori locali è cresciuta. A tal punto che ormai il sostegno a Frati e alle proposte di cui si fa portavoce si è esteso a varie parti della provincia. A quel punto l’area bersaniana avrebbe cercato di ottenere il sostegno dei «documentisti» candidando Bisinella. Tentativo fallito nel momento in cui Frati si è presentato ieri in via Risorgimento nella sede provinciale del Pd con la candidatura e oltre 700 firme (ne sarebbero bastate 400), raccolte in due giorni. Frati si definisce «espressione di un gruppo sorto in periferia caratterizzato dalla presenza di bersaniani, franceschiniani e mariniani».
«Non posso sapere quanto peseremo numericamente alle primarie. Anche se le prime indicazioni sono positive - ha detto Frati -. Ma so che vogliamo portare il nostro contributo al Pd con linfa nuova ed un’idea di partito con una struttura ascendente, capace di raccogliere le istanze del territorio».
Fonte: c.m. - Il Giornale di Brescia

Un’Authority per l’acqua

Improvvisamente il problema dell’acqua privatizzata è tornato d’attualità. Merito, forse l’unico, del decreto legge sugli obblighi comunitari varato dal centrodestra, che prescrive a regioni e comuni di privatizzare entro pochi mesi, cioè di affidare tramite gara a società private o controllate da soci privati, i servizi idrici.
Sul piano politico, vanno segnalati due elementi di novità: la compattezza del Pd, tradizionalmente diviso sull’argomento, nell’opporsi all’obbligo della privatizzazione; e poi l’ennesimo capolavoro tattico della “Lega di lotta e di governo”, riuscita nell’impresa di scrivere lei la norma “incriminata” con uno dei suoi capi, Calderoli, e poi di negarle la patria potestà in parlamento, pressata da decine di suoi sindaci anti-privatizzazione.
In realtà l’attenzione pubblica verso il tema della privatizzazione dell’acqua, particolarmente viva negli anni dei movimenti “no-global”, non era mai del tutto venuta meno: basta cercare su Internet per rintracciare un lungo e consistente fiume carsico di siti, associazioni, network di sindaci che da anni si battono contro “l’acqua ridotta a merce”. Ora però l’interesse è di nuovo esploso anche sui media generalisti, e ciò che colpisce di questa fiammata informativa – a conferma peraltro di un problema molto più generale – è l’estrema difficoltà di vedere la questione rappresentata nei suoi, tanti e indiscutibili, dati di fatto, fuori dalle opposte tifoserie di chi idealizza la gestione pubblica dell’acqua, come se fosse garanzia di servizio equo ed efficiente, e di chi idolatra quella privata.
Per questo, credo, può essere utile ricapitolare almeno qualcuno di questi dati di fatto, indispensabili per formarsi un giudizio equilibrato.
Primo dato di fatto. In Italia per molti decenni l’acqua è stata distribuita agli utenti da soggetti interamente pubblici, ma ciò non ha impedito che questo “bene comune” venisse amministrato in modi inappropriati e anche iniqui. Sono eredità di questa lunga stagione – in cui la gestione delle risorse idriche era spesso appannaggio di carrozzoni tanto inefficienti quanto clientelari – lo stato fatiscente della nostra rete acquedottistica, che perde più di un terzo di tutta l’acqua che trasporta, e anche il fatto decisamente anomalo che in un paese ricco e tecnologicamente avanzato come il nostro, nonché relativamente abbondante di ... risorse idriche, centinaia di migliaia di persone ancora oggi abbiano l’acqua razionata.
Secondo dato di fatto. L’acqua in Italia costa troppo poco, negli usi civili come in agricoltura, e anche per questo se ne consuma troppa. Il prezzo medio dell’acqua domestica, che pure negli ultimi anni è sensibilmente cresciuto e che oggi è di poco superiore a un euro a metro cubo, resta tre volte più basso che in Francia e quattro volte più basso che in Germania. Decisamente superiore alla media europea è invece il consumo di acqua potabile per usi civili, che in quasi tutte le città italiane supera i duecento litri giornalieri per abitante. Si può decidere per la gestione pubblica, quella cosiddetta “in-house”, o privata, ma il prezzo dell’acqua va fissato a un livello che consenta, da una parte, l’accesso universale al servizio e che però, d’altra parte, tenga conto che si tratta di un bene scarso, finito, probabilmente destinato a scarseggiare sempre di più per effetto dei cambiamenti climatici, e dunque da consumarsi parsimoniosamente, secondo criteri – uso il termine nel suo significato letterale – “economici”.
Terzo dato di fatto. Distinguere in modo rigido, come fanno molti paladini della privatizzazione, tra proprietà dell’acqua che deve rimanere pubblica (come peraltro sancito da innumerevoli norme e convenzioni internazionali), e gestione del servizio che va affidata ai privati, è una formula astratta e retorica. Se come sta avvenendo in quasi tutti i casi di privatizzazione del servizio, i “privati” che gestiscono l’acqua sono grandi imprese multinazionali mille volte più strutturate e influenti degli enti pubblici (comuni, consorzi di comuni, Ato) “custodi” delle reti e dell’efficienza, dell’efficacia, dell’equità del servizio, questo rende assai complicato per i “controllori” fare valere l’interesse pubblico nei confronti dei “controllati”, e presenta il forte rischio che i gestori privati incassino i profitti della vendita del prodotto- acqua e ai controllori pubblici resti l’onere, in Italia un onere quanto mai pesante, della modernizzazione e della manutenzione delle reti.
Quarto dato di fatto. Non è vero che l’Europa imponga agli stati membri la privatizzazione dei servizi idrici. Nessuna direttiva europea obbliga a privatizzare la gestione dell’acqua: in base alle leggi comunitarie, ogni paese deve affidare al mercato la gestione dei servizi pubblici locali “di rilevanza economica”, ma a decidere se l’acqua (come altre “commodities”) rientri o no in questa categoria sono i singoli stati. Così in Europa ci sono paesi dove la privatizzazione dei servizi idrici si è quasi del tutto compiuta, altri dove l’acqua è gestita tuttora da soggetti pubblici, altri ancora dove realtà territoriali anche molto rilevanti che avevano optato per la privatizzazione ora stanno ripubblicizzando la gestione dell’acqua (il caso più noto e importante è quello di Parigi).
Tutto ciò dimostra, mi pare, che sono infondate tanto l’equazione tra gestione pubblica e uso equo ed efficace del “bene comune” acqua, quanto quella tra privatizzazione e gestione efficiente.
Allora, molto meglio sarebbe lasciare a comuni e regioni (a queste ultime, tra l’altro, la nostra Costituzione riconosce competenze significative in materia) la scelta su come sia meglio gestire i servizi idrici, che riguardando un bene non privatizzabile non devono sottostare a criteri prevalentemente mercantili; e mettere in campo una forte, autorevole, indipendente autorità pubblica chiamata a controllare che le gestioni – “in-house” o private – rispondano ai criteri di un uso ambientalmente sostenibile e socialmente equo dell’acqua.
Fonte: Roberto Della Seta - Europa