mercoledì 30 dicembre 2009

Caro Gesù Bambino, è nostro dovere avvertirti.

Caro Gesù Bambino,
è nostro dovere avvertirti. Se quest'anno decidi di scendere nuovamente tra noi, lo fai a tuo rischio e pericolo. Non c'è Erode, questo è vero. Ma il momento è rissoso (in politica, in economia, sul web, alla stazione Centrale di Milano), e vedrai che proveranno a metterti in mezzo.
- per cominciare, cercheranno di arruolarti in un partito. Sotto Natale, improvvisamente, tutti cattolicissimi: gente che usa il crocefisso come un manganello, atei devoti e calcolatori, ministri preteschi e prelati ministeriali. Come hai detto? Ieri Di Pietro ti ha scritto, mettendoti in guardia dal diavolo? Uno di questi giorni ti suggerirà una frase: «Tu sei Di Pietro, e su questa pietra edificherò il mio partito». Non fidarti.
- alla Camera litigheranno per stabilire se Astro del ciel è di destra mentre Tu scendi dalle stelle è di sinistra. Al Senato Schifani griderà "Abbassiamo i toni!". Rutelli ti offrirà la tessera n.2 del suo nuovo partito (la n.1 se la tiene). La Santanché dirà che la cometa è ispirata a una sua pettinatura.
- rischierai di restare bloccato nella grotta, al freddo. Causa eccezionali precipitazioni di natura nevosa - oggi le nevicate si chiamano così - i trasporti non sono assicurati, il riscaldamento nemmeno. Il bue e l'asinello? Scòrdateli. Il primo è in sciopero contro il prezzo del latte alla stalla, per solidarietà bovina. L'asinello - detto anche somaro - è impegnato a discutere nei salotti TV.
- nella grotta arriverà una troupe del Tg4 in cerca di storie alternative di Natale ("Coppia hippy si rifugia con figlio neonato in una grotta - non sapeva che il Cavaliere ha abolito l'Ici sulla prima casa!"). E se tu dirai loro "Abbiate Fede!", quelli risponderanno "Ce l'abbiamo, ce l'abbiamo. Da diciotto anni... "
- rischierai di finire nella pubblicità del Pan di Stelle o di un pandoro. Ti chiederanno di esclamare "E' divino!" - e lassù Qualcuno potrebbe dispiacersi. Non solo: Lavazza e Nescafè stanno litigando per una pubblicità ambientata dalle tue parti - sì, in Paradiso. Se ti trovano, ti chiedono un arbitrato. Rischi di passare la notte di Capodanno con Bonolis, Clooney e la Canalis, scocciata perché tua mamma è più giovane e carina di lei.
- a proposito: Maria è meravigliosa, ma un po' fuori moda. Pensa che non ha nemmeno venduta l'esclusiva delle tue prime foto a Chi e non ha creato un gruppo Fan di Jesus su Facebook.
- Giuseppe, bravo artigiano e tuo papà in terra, verrà chiamato Pino, Pinuccio, Giusè, Puccio, Peppe e Beppe - te lo dice uno che se n'intende. "Da Pinuccio & Figlio snc - Infissi e porte blindate" (visti i tempi).
- qualcuno dirà che Babbo Natale - laico, casinista e sovrappeso - è più televisivo di te. Tutti possono interpretarlo: basta un cappello rosso e la barca bianca. Per imitarti, invece, dovremmo tornare umili. E questo, in Italia, non va più di moda.
Dimenticavo. Non aspettare i Re Magi. Sono extracomunitari senza visto e sono stati oggetto di respingimento.
Fonte: Beppe Severgnini - Corriere della Sera

La mia battaglia per il permesso di soggiorno

Sono quattro milioni gli immigrati che vivono in Italia, molti di loro come me da più di un decennio. Eppure la quasi totalità di queste persone non solo non hanno alcuna speranza di poter ottenere la cittadinanza italiana, ma si trovano spesso privi anche di un semplice permesso di soggiorno, pur avendone diritto. Sono oltre 700 mila, infatti, secondo Il Sole 24 Ore, gli immigrati in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. L’articolo 5 del Testo unico sull’immigrazione prevede che «il permesso di soggiorno è rilasciato, rinnovato o convertito entro venti giorni dalla domanda». Oggi invece si deve aspettare dai sette ai quindici mesi anche solo per il rinnovo di un permesso della validità di un anno.
Centinaia di migliaia di persone che lavorano, studiano, crescono i propri figli in Italia, si ritrovano così ciclicamente in una terra di nessuno, dove i diritti di residenza sono sospesi. Senza rinnovo non possiamo muoverci per l’Europa, abbiamo difficoltà a tornare nel nostro paese per incontrare le nostre famiglie così come a svolgere tante azioni di vita quotidiana: firmare un contratto di affitto o di lavoro, prendere la patente, iscrivere all’asilo i nostri figli.
Come M. K., 23 anni, del Bangladesh, che ha spedito la sua richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro ai primi di gennaio del 2008. Non sapendo che doveva inoltrare la richiesta di rinnovo almeno trenta giorni prima della scadenza, lo ha fatto subito dopo le feste. Per questo motivo, non può uscire e rientrare in Italia per le vacanze. A gennaio 2009 faranno due anni da quando ha richiesto il rinnovo, e pur avendo un lavoro e un alloggio, pur pagando le tasse, non può andare a trovare la fidanzata, che aspetta di diventare sua moglie.
O come M. M. Y., 21 anni, dell’Afghanistan, che ha chiesto il rinnovo del permesso per motivi umanitari 13 mesi fa. Nel frattempo avrebbe trovato un lavoro, ma il suo datore ha paura a metterlo in regola perché la data sul suo permesso di soggiorno dice che è scaduto.
O ancora S. A., giovane imprenditore del Senegal, a cui il notaio, a causa del permesso scaduto, ha rifiutato la pratica per poter creare una società.
Per questo dal 13 dicembre sono in sciopero della fame per chiedere il rispetto della legge sui tempi per i permessi di soggiorno. Con me sono già più di 250 gli esponenti delle comunità d’immigrati di tutta Italia. Provengono da diversi paesi tra i quali Costa d’Avorio, Burkina Faso, Cameroun, Senegal, Congo, Pakistan, ... Guinea, Mali, Burundi e India.
Chiediamo al governo un provvedimento d’urgenza al fine di dare maggiore attuazione alle circolari esistenti relative alla validità della ricevuta di richiesta del rinnovo, ovvero se non intendano emanare una nuova circolare che disciplini in maniera efficiente al fine di rendere nota la possibilità di utilizzare la ricevuta di richiesta come documento valido.
Inoltre chiediamo di poter discutere anche a livello nazionale di meccanismi come quello sperimentato presso il Comune di Pavia, dove una vidimazione da parte della questura di competenza territoriale sui permessi di soggiorno scaduti, permette di prorogarne la validità in attesa che sia rilasciato il documento elettronico ufficiale, in modo da garantire anche il diritto all’espatrio. Per altro verso il governo potrebbe introdurre la regola del silenzio assenso. In Italia ormai si possono quasi costruire ville e palazzi con il silenzio assenso, ma questo non vale per i nostri regolari documenti.
L’iniziativa nonviolenta andrà avanti ad oltranza per chi vorrà e a staffetta per gli altri, fino alla risposta delle istituzioni preposte. Che prevalga la forza della verità e della legge! *membro della giunta di Radicali italiani Per aderire all’iniziativa: ouattara1@ gmail.com .
Fonte: Outtarà Gaoussou - Europa

Famiglia Cristiana: Laura Boldrini personaggio dell'anno

Povero Gasparri ha perso ancora una volta l'occasione per stare zitto. Si sarebbe risparmiato la solita brutta figura. Il nostro grazie riconoscente va a Laura Boldrini che in questo anno appena trascorso ci ha spesso ricordato che gli immigrati sono esseri umani e come tali vanno trattati. Bene ha fatto Don Sciortino a nominarla "persnaggio dell'anno". Ai signori del governo resta solo la vergogna.(M.B.) 
Un riconoscimento speciale che lo merita tutto. Laura Boldrini, portavoce dell'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati (Unhcr) è sulla copertina del settimanale cattolico "Famiglia Cristiana". A lei è dedicato il primo numero del 2010: "Personaggio dell'anno". E la scelta non poteva essere più giusta. Boldrini, un volto, una storia, l'impegno. Da sempre in prima linea sull'immigrazione e le spinose questioni dei rispingimenti dei migranti.
«Intendiamo spendere l'autorevolezza del giornale, la sua autonomia e libertà di giudizio (unanimemente riconosciute), a servizio di una causa» scrive il direttore don Antonio Sciortino, «che non consiste semplicemente nell'individuare un nome, cui assegnare l'ambito titolo di Personaggio dell'anno. Ma richiamare, piuttosto, l'attenzione dell'opinione pubblica su temi di grande rilevanza e attualità, tramite chi, anno per anno, verrà indicato dalla Direzione e dai giornalisti di Famiglia Cristiana».
La scelta di Laura Boldrini è stata all'unanimità, per «il costante impegno, svolto con umanità ed equilibrio, a favore di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. E, soprattutto, per la dignità e la fermezza mostrate nel ... condannare, l'estate dello scorso anno, i respingimenti degli immigrati nel Mediterraneo. Resistendo anche agli attacchi di chi voleva delegittimarla, definendola "estremista"».
E il mondo del volontariato e dall'associazionismo da sempre vicino ai migranti ha gradito molto la "scelta" di Famiglia Cristiana.
Don Luigi Ciotti, presidente del gruppo Abele e Libera: "Boldrini si è spesa e continua a spendersi in contesti difficili con un'umanità che va al di là del ruolo istituzionale, mantenendo fermo il richiamo al rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali che tutelano chi fugge dalla fame, dalla povertà, dalla guerra». Con il suo lavoro, sottolinea il sacerdote, «ha contribuito a non farci dormire, a non farci distrarre di fronte a diritti troppo spesso disattesi. E soprattutto, ci ha ricordato che il diritto astratto non esiste, perchè esistono le persone e le loro storie».
Padre Vinicio Albanesi (Comunità di Capodarco): "Laura Boldrini mette insieme tre volti: prima di tutto quello degli immigrati e dei richiedenti asilo; poi quello dell'Onu; infine quello di chi si impegna quotidianamente per far emergere temi drammatici all'attenzione dell'opinione pubblica."
Monsignor Vittorio Nozza, presidente della Caritas: "Un rilancio dell'attenzione nei confronti delle categorie più vulnerabili, quali i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta, tanto più significativo a ridosso della 96° Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (17 gennaio 2010).
Andrea Olivero, presidente Acli e portavoce del Forum del Terzo settore: «La scelta di individuare in Laura Boldrini l'Italiana dell'anno 2009 è un giusto riconoscimento ad una persona seria, preparata e, soprattutto, pronta a battersi senza paura per difendere i diritti dei più deboli».
Una nota stonata invece dal governo. Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, commenta così: "Una scelta prevedibile... C'è più suspence nel sapere chi è il prossimo Pallone d'oro".
Fonte: L'Unità

Un partito che non sa decidere

Il pasticcio pugliese ormai era talmente aggrovigliato che se davvero se ne uscirà con le primarie sarà proprio il caso di tirare tutti un sospiro di sollievo.
È probabilmente l’unico modo che resta per evitare spargimenti di sangue, anche se non è ancora garantito che l’obiettivo sarà raggiunto. Di modi per farsi del male il Pd non se ne fa mai mancare uno, e quindi sarà bene evitare gli ottimismi troppo anticipati. Se primarie saranno, e primarie leali e aperte, forse alla fine il Pd pugliese conserverà qualche chance di giocarsi la partita. Ma dopo aver rischiato di farsi fuori da solo, e questo è grave.
La parola torna agli elettori delle primarie, tutto è bene quel che finisce bene. Ma quello che è successo in queste settimane rivela tutti i problemi che il congresso e le primarie nazionali di ottobre non hanno risolto, e che nemmeno queste primarie regionali risolveranno.
Il problema è di fondo, riguarda la natura e l’identità del Pd. Per alcuni democratici questa identità “sono” le primarie.
Nemmeno a chi sostiene questa più che legittima posizione politica, però, può essere concesso tutto. Un’assemblea eletta due mesi fa dalle primarie non può trasformarsi – come è avvenuto l’altro ieri a Bari – in una riunione di burocrati di apparato da contestare in nome delle primarie.
Altrimenti non se ne esce mai.
È mancata, in questa vicenda pugliese, la generosità minima, necessaria perché un partito sia un partito, di riconoscere che c’è stata una sconfitta, che c’è una maggioranza e un gruppo dirigente che ha diritto e dovere di decidere, e che quella maggioranza e quel gruppo dirigente sono legittimati a farlo. Ma detto questo non possiamo nasconderci gli errori dell’altra parte, quella che aveva vinto. Il problema c’è, e non si può negare né minimizzare: se il Pd sceglie di ... fare alleanze – e questa scelta strategica è stata dichiarata e vincente nelle primarie nazionali e in quelle pugliesi – ovviamente la scelta dei candidati di coalizione attraverso le primarie non può essere imposta a tutti gli alleati, ed è evidente che agli alleati non si può offrire un piatto già cucinato nel partito. E però il gruppo dirigente pugliese non ha saputo indicare al Pd una strada lineare e alternativa, e alla fine a quanto pare non aveva convinto nemmeno tutta la sua maggioranza interna.
Appunto, un pasticcio, speriamo rimediabile. Che pone in maniera anche troppo chiara il problema di come – prima ancora che di cosa – questo partito decide.
L’elezione di Bersani aveva promesso, rispetto a due anni “liquidi” e spesso confusi, un ritorno di professionismo politico e di ordine.
La verità, purtroppo, è che siamo ancora in mezzo al guado. I “professionisti” non ce l’hanno fatta a gestire personalismi e resistenze, col risultato che ora si ricorre alle primarie più per disperazione che per scelta. E nel resto d’Italia la situazione è spesso quasi altrettanto complicata che in Puglia.
In queste ore bisogna mantenere i nervi saldi. Il Pd è un partito scosso e nervoso, ormai abituato a giocarsi ogni elezione come l’ultima spiaggia, e oltretutto subire i balletti tattici dell’Udc non aiuta a rilassarsi. Non è ancora detto che alla fine il Pd non riesca a costruire una nuova coalizione di centrosinistra – per quanto a geometria variabile – e a presentare una rosa di candidati all’altezza di una battaglia che è decisivo per le sorti del nuovo gruppo dirigente portare a termine almeno con dignità. Ma per riuscirci, anche in questi ultimi decisivi giorni, è utile avere chiari i motivi per cui è così difficile. Quello che ha davanti il Partito democratico è un problema che non è solo di regole e di meccanismi, è il problema di essere un partito. Sarà bene che questo sia chiaro a chi lo guida e ha il dovere di costruirlo senza dare per scontato – solo per averne dichiarato l’intenzione – di esserci già riuscito; e anche a chi legittimamente si oppone, e che deve sapere bene fin dove, opponendosi, è disposto ad arrivare. E a che punto, invece, per il bene di tutti, sarà qualche volta necessario fermarsi.
Fonte: Chiara Geloni - Europa

«Vendola vuole le primarie? Va bene»

«Se Vendola proprio ci tiene, vuol dire che faremo le primarie»: lo dice Michele Emiliano, sindaco di Bari e presidente dell'assemblea regionale Pd, parlando con i giornalisti a proposito dell'impasse dal quale il Partito Democratico pugliese sembra non riesca ad uscire per la nomina del candidato presidente del centrosinistra alle prossime regionali. Il benestare di Emiliano è però condizionato al fatto che cambi la legge regionale elettorale che attualmente prevede le dimissioni per sindaci e presidenti di Province che vogliano presentarsi come candidati presidenti alle regionali.
«VUOLE SPACCARE IL PD» - Incalzato dai giornalisti Emiliano accetta per la prima volta le primarie, poste come condizione dal presidente uscente della Regione Puglia, Nichi Vendola, perchè sia fatto un nome diverso dal suo a candidato presidente del centrosinistra. Emiliano, tuttavia, non risparmia dure critiche a Vendola: «Vuole spaccare - dice - anche il Pd, dopo aver spaccato il suo partito, dopo aver spaccato i Verdi e i Comunisti Italiani, dopo aver spaccato l'Idv. Dopo aver ridotto a un cumulo di macerie il centrosinistra pugliese».
«MA NON E' UN NEMICO» - In ogni caso, Emiliano di dice fiducioso: «Se le vinco, queste primarie, noi abbiamo vinto le elezioni regionali. Se vinco le primarie del Pd allargato, noi abbiamo vinto le elezioni regionali». «Questo - ha aggiunto - Nichi lo sa, e se lo ritiene faccia le primarie con moderazione. Se lui ha davvero a cuore questa regione confrontiamoci in allegria, senza rancori, cerchiamo solo di tenere in piedi ciò che abbiamo costruito in questi anni». «Comunque vada - ha concluso Emiliano - la mia storia personale e politica rimarrà legata a quella di Vendola che, per me, non è un nemico. Ma è semplicemente una persona che, in questo momento, non riesce a vedere quello che vedo io, e che gli ... propongo di osservare con attenzione».
«FACCIAMOLE IL 17» - Vendola, dal canto suo, ha proposto che le primarie vengano indette per il 17 gennaio, cioè prima della seduta del Consiglio regionale pugliese, convocata per il 19, che dovrebbe esaminare l'emendamento con il quale potrebbe essere cassata dalla legge elettorale regionale la ineleggibilità dei sindaci. Legge - da più parti già ribattezzata "salva-Emiliano" - che Vendola non vuole commentare: «Non ci può essere una invadenza da parte del governo regionale in una materia che è tipica prerogativa del Consiglio regionale, cioè quella elettorale». Contrari alla modifica della legge si sono espressi in un documento ufficiale 14 consiglieri regionali appartenenti ai cespugli del centrosinistra, assessori regionali del Pd e l'intera opposizione di centrodestra.
Fonte: Corriere.it

Università, miti e dati

Consiglierei ai parlamentari che dovranno affrontare la discussione sul ddl Gelmini di riforma del sistema universitario, attualmente al senato, di leggersi il decimo rapporto sullo stato delle università italiane appena approntato dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (www.cnvsu.
it). Come sempre questo organismo ha fatto un ottimo lavoro.
Il rapporto affronta in modo completo e convincente l’analisi dell’evoluzione del nostro sistema universitario nell’ultimo decennio.
Ne emerge un quadro con molte ombre e poche luci. Molti dei dati riportati nel rapporto sono da tempo a conoscenza degli addetti ai lavori (ahimè pochi), ma non di dominio pubblico. Eppure basta leggere questo rapporto per sapere, imparare e capire. Ed anche per farsi prendere dallo sconforto.
È sconfortante il fatto che l’Italia abbia 11 università telematiche con 17000 iscritti e solo 42 docenti di ruolo. Qualcuno conosce un altro paese con tante università telematiche? Ne abbiamo davvero bisogno? Perché non le chiudiamo, incentivando gli atenei reali a sviluppare in modo più efficace l’insegnamento a distanza? Sconforta leggere che, benché ogni anno circa 12000 ragazzi si iscrivano ai dottorati di ricerca, nella migliore delle ipotesi solo un sesto di loro diventerà ricercatore in Italia. Tutti gli altri saranno costretti o ad andare all’estero oppure a riconventirsi per svolgere attività per le quali l’avere un dottorato, dato il nostro miope e asfittico mondo del lavoro, non è un titolo di merito.  
E allora perché non si mette mano immediatamente alla riforma del dottorato, facendolo diventare davvero il titolo di studio più importante? Non è un caso che in tutti gli altri paesi del mondo solo coloro che hanno il dottorato possano fregiarsi di quel titolo di “dottore” che da noi, invece, a causa di una scelta populista ed irresponsabile del parlamento, viene attribuito ai laureati di primo livello. I tempi sarebbero molto più che maturi per fare questo passo, abbandonando la vecchia e obsoleta concezione che ritiene che il dottorato debba servire solo per diventare ricercatore e intraprendere la carriera accademica.
Sconforta che la contribuzione studentesca sia aumentata del 60% negli ultimi sei anni, quando il finanziamento pubblico, che già era ai livelli più bassi tra i paesi dell’Ocse, è diminuito in termini reali. Un aumento di contribuzione che, ... peraltro, grava soprattutto sugli iscritti nelle università del Centro-nord, mentre nella maggior parte delle università meridionali gli studenti pagano contribuzioni spesso più basse di due o tre volte rispetto ai colleghi iscritti al Nord (un altro sintomo della “questione meridionale”?). È sconfortante che in Italia ci siano solamente 36000 posti negli studentati universitari (uno ogni cinquanta studenti, una situazione da terzo mondo).
È molto più che sconfortante che la riforma del 3+2 abbia prodotto risultati così deludenti: i fuoricorso sono il 40%, come dieci anni fa (!), e il numero dei laureati in corso diminuisce. Dati che danno ragione a chi già da alcuni anni osservava che l’impennarsi del tasso dei laureati in corso nei primi anni di attuazione della riforma era effetto di un fenomeno contingente (molti degli iscritti alle vecchie lauree quadriennali si erano trasferiti in quelle nuove, vedendosi giustamente riconosciuti gli esami già svolti e quindi riuscendo a laurearsi in corso nel nuovo ordinamento). È sconfortante osservare che questo decalage della performance del 3+2 è il prodotto dell’attuazione della riforma, condotta, in moltissime università, con l’intento di non modificare niente (i programmi di esame, il modo di fare didattica, l’organizzazione degli orari, eccetera), guidati dal pregiudizio che la riforma del 3+2 fosse una cosa sbagliata in sé e che bisognava difendere in tutti i modi la vecchia università, per definizione università di eccellenza, dimenticando, peraltro, che essa in Italia è solo un mito buono a nascondere le rendite di posizione e le pigrizie individuali ed istituzionali.
Ma non ci si può solo lasciare prendere dallo sconforto. Di fronte a questi dati sarebbe opportuno che i nostri legislatori non si perdessero in dibattiti astratti o particolaristici (in parlamento quando si parla di università si indulge in arzigogolate discussioni sui concorsi dei professori e non sul resto). Sarebbe opportuno chiedersi se nel ddl Gelmini ci siano soluzioni capaci di rimediare allo sconforto che coglie chiunque legga il rapporto del Cvsu. Credo che molti dei problemi dell’università non vengano risolti dal disegno di legge, che pure affronta una questione cruciale come quella della governance (senza la cui riforma nulla potrà cambiare). Ma cambiare la governance è condizione necessaria, non sufficiente.
Per riprenderci dallo sconforto ci sarebbe bisogno di più risorse finanziarie, di veri obbiettivi da dare alle università, di una politica nazionale che abbia il coraggio di decidere che cosa vuole davvero dal suo sistema universitario.
Fonte: Giliberto Capano - Europa

Aumentano le famiglie in difficoltà il 17% fatica ad arrivare a fine mese

Sono sempre di più le famiglie italiane che vivono gravi difficoltà economiche. Lo rivela l'indagine annuale dell'Istat su "reddito e condizioni di vita", effettuata nell'ultimo trimestre del 2008 su un campione di circa 21.000 nuclei familiari (oltre 52.000 persone). La quota di famiglie che dichiara di arrivare alla fine del mese con molta difficoltà è salita dal 15,4% del 2007 al 17,0%. In aumento anche quelle che non riescono a provvedere regolarmente al pagamento delle bollette (11,9% contro l'8,8% dell'anno precedente) e all'acquisto di abiti necessari (18,2% contro il 16,9%). Statisticamente significativo è pure l'incremento delle famiglie cui è capitato di non avere, in almeno un'occasione, soldi sufficienti per pagare le spese per i trasporti (8,3% contro il 7,3% del 2007) e di quelle che sono in arretrato con il pagamento del mutuo (7,1% di quelle che hanno un mutuo, contro il 5,0%).
Risultano sostanzialmente stabili, rispetto al 2007, almeno a livello nazionale, le quote di famiglie che non si possono permettere di riscaldare adeguatamente la propria abitazione (10,9%), così come quelle che hanno risorse insufficienti per gli alimenti (5,7%) e per le spese mediche (11,2%). Quasi un terzo delle famiglie (31,9%) ha poi detto di non essere in grado di far fronte a una spesa imprevista di 750 euro con risorse proprie.
Peggiora la situazione nel Mezzogiorno e nelle isole: tra il 2007 e il 2008, infatti, è aumentata in misura significativa la percentuale di famiglie che arriva con molta difficoltà a fine mese (dal 22,0% al 25,6%), al contrario di quanto avviene nel nord e nel centro dove tale quota rimane sostanzialmente stabile (nel 2008 rispettivamente, il 12,6% e il 14,3%). La maggiore frequenza di situazioni di difficoltà economica nelle regioni meridionali e insulari, osserva l'Istat, si rileva in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Tra le regioni del nord e del centro, i maggiori segni di disagio si registrano in Piemonte e nel Lazio.
Le difficoltà economiche aumentano se il numero dei membri del nucleo familiare è ... più alto e risultano particolarmente evidenti per le famiglie con cinque o più componenti. In particolare, a incidere è soprattutto il numero di percettori di reddito presenti in famiglia e il tipo di fonte di reddito disponibile: nel 2008, più di un quinto delle famiglie monoreddito (20,6%) ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà alla fine del mese.
La tipologia familiare che meno frequentemente riferisce di sperimentare difficoltà economiche è quella delle coppie senza figli (nel 2008, il 12,3% dichiara di arrivare con molta difficoltà alla fine del mese). Le famiglie con figli risultano, invece, relativamente più esposte a situazioni di disagio: il 14,1% delle coppie con figli e, tra queste, il 24,3% di quelle con tre o più figli dichiara di essersi trovata in arretrato con il pagamento delle bollette (contro il 7,8% di quelle senza figli); il 32,9% delle famiglie con tre o più minori dichiara di arrivare con molta difficoltà a fine mese, il 42,3% ritiene di non poter affrontare una spesa inattesa di 750 euro e il 14,2% di quelle che hanno un mutuo sono state in arretrato con il pagamento delle rate.
Insieme alle coppie con almeno tre figli, si trovano più frequentemente coinvolte in situazioni di difficoltà economica anche le famiglie con un solo genitore e gli anziani soli: il 39% delle prime e oltre il 40,6% delle seconde ritiene di non poter affrontare una spesa inattesa di 750 euro.
La Cgil: "Ecco il vero volto del Paese". A dirlo è il segretario confederale Agostino Megale: "Anche secondo le nostre stime le famiglie di lavoratori dipendenti e pensionati con difficoltà ad arrivare alla fine del mese nel 2009 sono cresciute e rappresentano circa il 25% del totale, ovvero 1/4 delle famiglie". Conclusione: "I dati Istat, i dati Banca d'Italia e le nostre stime sull'impatto sul 2009 confermano che quanto abbiamo proposto nel corso di quest'ultimo anno e mezzo per contrastare la crisi era la scelta giusta: una terapia d'urto, antirecessiva, di sostegno all'occupazione e ai redditi".

Fonte: L'Unità

Quando la sicurezza non è prioritaria...

Ne hanno ingoiate tante quelli del comparto sicurezza e difesa, ed ora sono sul piede di guerra “contrattuale” con il ministro Brunetta. Uno schieramento di 500mila dipendenti pubblici, tra forze dell’ordine e forze armate, che assicurano ogni giorno in Italia l’ordine pubblico e all’estero operazioni di pace che costano sangue, ma all’occorrenza spalano pure la neve, sorvegliano la spazzatura a Napoli o prestano soccorso.
Tralasciamo l’onta delle ronde che hanno dovuto subire, soldi buttati per una propaganda che nemmeno nel Bergamasco riesce a prendere corpo per mancanza di “volontari”.
C’è che accanto ai consueti encomi pubblici, si sono presi anche l’epiteto dei «fannulloni » riservato a tutti i dipendenti pubblici dal ministro, fino al fatidico «panzone» dedicato tutto al poliziotto «passacarte».
Ora però, sul rinnovo del contratto (scaduto dal 2007), hanno cominciato a rispondere picche al ministro costringendolo a retromarce imbarazzate di convocazioni andate a vuoto. Brunetta ha ribadito comunque «la ferma volontà del governo» di chiudere «anche in caso di indisponibilità o impossibilità di una delle parti ». Sì, ma con chi chiude? Stavolta il fronte sindacale è compatto, almeno quanto il malessere che serpeggia ormai da tempo.
C’è solo una forza armata (Cocer dei carabinieri) su 5 che si è seduta al tavolo con due sindacati come Consap (ultradestra) e Uilps (10% del personale).
Ma andiamo per ordine: il 18 dicembre dal Dipartimento della funzione pubblica parte la convocazione dei sindacati del comparto per il 22 dicembre per proseguire la trattativa sul rinnovo.
Tre giorni dopo, il 21, i rappresentanti della quasi totalità delle organizzazioni sindacali della Polizia di stato (Siulp, Sap, Siap, Silp Cgil, Ugl Polizia, Coisp, Anfp), Polizia penitenziaria (Sappe, Osapp, Uil p.a. penitenziari, Sinappe, Fns Cisl, Cgil f.p.
e Uspp Ugl), Corpo forestale (Sapaf, Ugl Corpo forestale, Fesifo, Fns Cisl, p.a. Uil forestali, Cgil f.p.), Cocer della guardia di finanza e Cocer dell’aeronautica comunicano che non parteciperanno perché «non si registrano novità» (leggi: più ... risorse) rispetto alla riunione del 16 settembre: «L’offerta governativa continua a limitarsi ad un incremento pari al tasso inflattivo, il 3,2 per cento, senza peraltro fornire garanzie sugli arretrati», scrivono in una nota. Preso atto della diserzione annunciata, il 22 dicembre il ministero prima smentisce ci sia stata «alcuna convocazione» poi derubrica imbarazzato l’incontro di palazzo Vidoni a semplice «riunione tecnica».
Nell’aula semideserta la parte governativa ha fornito cifre che dicono: per il 2008 non è stato stanziato nulla, resta solo la vacanza contrattuale già percepita; per il 2009 c’è un incremento medio di 59 euro nette (da cui sottrarre i 14 euro di vacanza contrattuale, e che comprende la somma di 12,77 euro a titolo di specificità); per l’anno 2010 ci sono invece 12 euro (medie lorde) di incremento.
«La Finanziaria è chiusa, non c’è più una lira» ammette Brunetta nella conferenza stampa di fine anno rivendicando al tempo stesso che «gli aumenti ammontano a 100 euro in più al mese, quindi 30 euro in più rispetto alla media dei dipendenti dei ministeri». «Le cose non stanno così – replica Nicola Tanzi, segretario del Sap – arriviamo ad una somma di circa 32 euro netti mensili», che a conti fatti diventeranno «15/20 euro netti ». Con il solito piglio risolutore, Brunetta ha minacciato: «I contratti si fanno in due, se parte e controparte non si mettono d’accordo, si procederà per legge».
Prendere o lasciare. Il 12 gennaio, quindi, il ministro potrebbe decidere di usare l’arma dell’anticipo dell’80% delle risorse disponibili lasciando il resto alla contrattazione. Un rischio messo in conto dai sindacati che il 12 non si presenteranno, data l’assenza di novità, ma che covano comunque azioni di protesta «anche eclatanti».
Fonte: Gabriella Monteleone - Europa

martedì 29 dicembre 2009

Trento: muore di freddo in un parcheggio. Era stato licenziato dalle Poste. Interessa a qualcuno?


Un uomo è stato trovato morto questa mattina a Trento a causa del freddo, in un parcheggio a Trento Nord. Secondo le prime notizie apprese da fonti della Questura, il corpo senza vita è stato notato nei pressi di una casetta in legno situata nel parcheggio esterno del negozio di bricolage Obi in via Brennero. In base agli accertamenti effettuati finora dalla polizia, l'uomo, che pare avesse problemi di alcolismo, sarebbe stato colto da un malore e deceduto in seguito ad assideramento. Nel pomeriggio si è scoperto che era stato licenziato dalle Poste dove lavorava come autista. L'uomo, Carmelo Frioli, era nato a Trento 54 anni fa, e dal 2007, anno del suo licenziamento, era di fatto senza fissa dimora. Non e' ancora chiaro a quando risalga il decesso: l'uomo pare che da alcuni giorni avesse trovato riparo fra alcune casette in legno da giardino, nel parcheggio di un negozio che è rimasto chiuso da venerdì scorso, giorno di Natale. E' probabile che con la pioggia degli ultimi giorni e con il gelo delle ultime due notti, il fisico dell'uomo, già debilitato, non abbia resistito. Stamane, alla riapertura del negozio, alcuni clienti hanno notato il suo corpo esanime e hanno chiamato la polizia. Addosso la vittima aveva una tessera della Cisl, grazie alla quale è stato identificato.
Solo una domanda: c'è qualcuno a cui interessa questa notizia?

Quel falso federalismo che sta distruggendo l'Italia delle autonomie

Con l’accetta, maneggiata dal ministro leghista Roberto Calderoli, del solito emendamento alla legge finanziaria si è inferto, da Roma, un taglio secco al numero dei consiglieri comunali, si sono decapitate le circoscrizioni e i difensori civici, si è rattrappita l’autonomia di ottomila Comuni. Anni di dibattito politico azzerati di colpo. L’alibi? Ridurre il costo della politica.
Risibile perché il “risparmio” è molto relativo, mentre ben altre economie si sarebbero potute ottenere agendo sui 945 parlamentari e su migliaia di consiglieri e assessori regionali. Molti dei quali pagati svariate migliaia di euro al mese. Contro i 19 euro lordi a riunione (una volta o due al mese) dei consiglieri dei Comuni minori e il costo minimo degli eletti nelle circoscrizioni il cui incarico poteva essere reso gratuito evitando di abolire lo stesso decentramento di quartiere. Alla faccia della partecipazione e dello spirito federale.
In realtà alla Lega Nord importa la secessione di intere regioni del Nord e non un’Italia federale poggiata sulle autonomie. Ma pure agli altri maggiori partiti poco sembra interessare il ruolo dei Comuni. Ho sentito in tv protestare vibratamente soltanto l’on. Bruno Tabacci, ex Udc oggi rutelliano, esponente dell’autonomismo cattolico. Gli stessi eredi del Pci, all’epoca sensibile al ruolo delle assemblee elettive, non hanno espresso dissensi molto avvertibili. Hanno reagito i piccoli gruppi, come i Verdi di Angelo Bonelli che ha accusato Pdl e Pd di voler “monopolizzare” i consigli comunali.
Logica coerente in effetti la riduzione del 20 per cento inferta dal centro al numero dei consiglieri (e di conseguenza degli assessori) inciderà pesantemente sulla pluralità della rappresentanza democratica: i consigli con 40 componenti, ad esempio, scenderanno a 32, quelli con 30 a 24, togliendo quasi ogni spazio ai gruppi minori (per lo più di sinistra) e alle liste locali, cioè a presenze che hanno spesso animato la vita politica locale. E’ il logico proseguimento, a livello comunale (le Province per ora ne sono fuori), della “porcata” calderoliana imposta nell’elezione di un Parlamento dal quale i piccoli gruppi sono assenti e i 945 presenti sono stati designati dai partiti e non più eletti col voto di preferenza.
Si poteva attendere di discutere la Carta delle Autonomie. Invece, dal ... centro e col rozzo strumento della legge finanziaria, si è dato uno schiaffo palese alle Regioni alle quali la Costituzione assegna la materia degli Enti locali. Per la quale, invero, poco e con poca creatività esse hanno fatto. Alcune hanno esteso fino al mare le Comunità Montane (oggi tutte con meno fondi) le quali invece svolgono un utile ruolo di aggregazione per i tanti micro-Comuni delle terre alte.
I “risparmi” in consiglieri (circa 35.000 posti) si avranno soprattutto in Lombardia e in Piemonte, nelle regioni cioè con la più alta polverizzazione municipale: la sola Lombardia conta 1.546 Comuni e quindi molte migliaia di consiglieri. Il Piemonte allinea oltre 1.200 torri municipali. E’ una secca riduzione dell’autonomia dei Comuni e delle stesse Regioni, e viene da lontano. Viene dalla legge che ha immesso nel sistema italiano, partendo dai “rami bassi”, una forma presidenzialista con l’elezione diretta dei sindaci e poi, via via, delle altre istituzioni. Ma così – si obietta – si è garantita stabilità alle amministrazioni. Certo, e però i consigli comunali sono stati declassati a pura cassa di risonanza. Prima disponevano di poteri a volte eccessivi. Oggi non contano quasi nulla.
Il caso Moratti Temi di primaria importanza non passano più dai consigli, ma sono semplici atti di giunta. Davanti alle telecamere di “Report”, il sindaco di Milano, Letizia Moratti, si è, in pratica, vantata di comparire in consiglio comunale tre volte l’anno e di non rispondere, di fatto, ad un centinaio di interrogazioni consiliari. Anni fa sarebbe successo il finimondo. Non a caso, allora, le sedute erano spesso affollate di cittadini. Oggi che senso avrebbe? Con la riduzione del 20 per cento dei consiglieri, si rattrappirà l’arco stesso della rappresentanza, si spegneranno ulteriormente il dibattito e l’interesse dei cittadini. Aboliti nelle città piccole e medie i consigli circoscrizionali, abolito i difensori civici, la partecipazione democratica dal basso sarà un ricordo lontano: di quando la sinistra dc si batteva per essa con forza, il Partito socialista, con Aldo Aniasi e Carlo Tognoli, parlava di Repubblica delle Autonomie e il Partito comunista portava ad esempio di democrazia le assemblee elettive locali. Tutto questo con una Lega Nord che dovrebbe essere federalista e che invece ha lasciato scippare ai Comuni l’Ici (compensata solo in parte dal centro), ed ora, sempre da Roma, li spoglia di un altro pezzo di autonomia decisionale.
Al Pd vien da chiedere: non sarebbe stato “alternativo” differenziarsi a fondo da questo governo-azienda che devitalizza la democrazia a colpi di commissariamenti straordinari e di finanziarie penalizzanti per le rappresentanze di base?
Fonte: Vittorio Emiliani - L'Unità

Il governo dell'amore toglie 600 euro alle famiglie

Silvio Berlusconi parla di «disfattisti», mentre il suo fedelissimo Paolo Bonaiuti rispolvera le «cassandre»: sta di fatto che il governo non vuol neanche sentir parlare di crisi, o di famiglie in difficoltà. Ma le associazioni dei consumatori non si fermano. Parlano di stangata, solo in parte provocata dagli andamenti di mercato.
Anche il governo ci ha messo del suo. Nel 2010 le famiglie italiane si ritroveranno in tasca circa 600 euro in meno per colpa di rincari, balzelli e nuove spese, denunciano Adusbef e Federconsumatori. Che puntano il dito anche sulla Finanziaria: non è vero - dicono i presidenti Elio Lannutti e Rosario Trefiletti - che non contiene nuove tasse. Ma anzi prevede misure che costeranno alle famiglie 120 euro in più all'anno. A questi si aggiungono gli aumenti di gas, carburanti, mutui e biglietti ferroviari. Sul futuro poi pende la minaccia dell’inflazione, che dovrebbe cominciare a rialzare la testa man mano che i mercati riprendono fiato dopo i crolli della crisi. Per ora qualche anticipo già si sta vedendo in questi giorni. L'Adoc denuncia che aumenteranno del 4% circa anche i prezzi per il cenone di Capodanno.
Adusbef e Federconsumatori parlano esplicitamente di «ministangata governativa». «Non è vero - sostengono - che la Finanziaria appena approvata non abbia aumentato le tasse, come hanno affermato il ministro Tremonti e il presidente del Consiglio Berlusconi, perché ci sono circa 120 euro di nuovi balzelli che graveranno sulle spalle di ogni famiglia». Tra questi, le due associazioni citano le «anticipazioni tariffarie di 3 euro a passeggero su ogni singolo biglietto aereo a favore dei gestori aeroportuali», oltre al «contributo unificato pari a 103,3 euro a carico dei lavoratori licenziati che fanno ricorso in Cassazione» e ai circa 38 euro «a carico di quei cittadini che “osano” fare ... ricorso» contro le multe per alta velocità (autovelox)».
A queste spese in più si devono aggiungere tutti gli altri rincari: circa 30 euro per il gas, 130 per l'assicurazione auto (rca), 18 euro per servizi idrici, 35 euro per la Tarsu (tassa rifiuti solidi urbani), 30 euro di aumenti dei servizi bancari, 80 euro per i mutui a causa degli aumenti dello spread applicato dalle banche, 65 euro per gli aumenti dei biglietti dei treni e 90 euro (su base annua) per i costi dei carburanti. Secondo le stime delle due associazioni dei consumatori, dunque, da gennaio 2010 peseranno sulle spalle degli italiani rincari complessivi per circa 596 euro.
Secondo l'Adoc festeggiare al ristorante o in un locale costa il 4% in più in media rispetto all'anno scorso. E allora aumentano (+2%) quelli che, per risparmiare, preferiscono rimanere a casa o andare in un agriturismo. Festeggiare a contatto con la natura, secondo l'associazione dei consumatori, costerà in media 130 euro (+2,3% rispetto all'anno scorso), mentre per organizzare una cena in casa, per 8 persone, non si andrà oltre il 158 euro in media.

Fonte: Bianca Di Giovanni - L'Unità

La loro versione del dialogo

Non depongono le armi, a destra. La loro versione delle riforme condivise è: noi abbiamo la nostra agenda, il ridimensionamento dei magistratri viene al primo punto, andiamo avanti da soli e la sinistra sarà brava, buona e meritevole di amore solo se ci verrà dietro. Con tutta la buona volontà, non si trova un solo dirigente politico e un solo commentatore che si interroghi su quale possa essere il punto di vista dell’interlocutore. Non c’è un solo personaggio che da destra avanzi al Pd una proposta utile a smontare le diffidenze e a rendere più agevole un terreno che, come si sa, nel centrosinistra è irto di ostacoli e affollato di scettici.
Lo schema di ragionamento e di gioco della destra è di una semplicità sconcertante, al limite della rozzezza.
Prevede solo vantaggi politici, per sé e per Berlusconi.
La bozza Violante è perfin arretrata, perché non contempla un presidenzialismo forte. La condizione politica dell’accordo è la rottura con Di Pietro (come se una forza parlamentare che viaggia intorno al 7 per cento, con tutti i difetti che ha e gli errori che fa, potesse essere bandita dalle regole comuni).
Insomma, i berlusconiani non fanno nulla per accompagnare alle chiacchiere qualcosa di concreto. I rinfocolatori di destra, i Sallusti, i Capezzone, le Santanchè, sono al loro posto e mordono.
C’è un grossolano equivoco intorno al clima politico seguito all’attentato del Duomo. Il capo dello stato ha mostrato di aver molto chiara la situazione, pur essendo (come confermerà nel discorso di Capodanno) un sostenitore e per certi aspetti un potenziale regista politico di una eventuale stagione di riforme istituzionali. Non è neanche un problema di «clima che manca», è un problema di intenzioni politiche.
Dalle pagine del Corriere della Sera, affogato in un giorno semi-festivo e condannato al rapido oblio, Marcello Pera segnalava ieri il pericolo di riforme consociative che, costruite su giganteschi compromessi, tradiscano una volta di più la necessità per l’Italia di una vera «rivoluzione liberale», anche in termini ... istituzionali.
L’allarme di Pera è largamente infondato, per il semplice fatto che realisticamente non si vedono all’orizzonte né compromesso né consociazione. Ma è interessante l’analisi retrospettiva e amara sul venir meno di tutte le promesse rivoluzionarie che – in questo campo come in quello fiscale – avevano segnato l’avvento e le vittorie di Berlusconi. Qui sta il punto: non è per distrazione che la destra, pur avendo governato con buone maggioranza parlamentari per la metà degli ultimi quindici anni, non ha portato a casa alcuna riforma autentica. L’Italia del 2010 è sotto tutti i punti di vista, e per gli aspetti più antipatici come la pressione fiscale, il costo della politica e l’inefficienza burocratica, uguale se non peggiore dell’Italia del 1994.
Del conservatorismo di sinistra s’è detto e scritto talmente tanto che è inutile tornarci su.
Il punto che qui rileva è invece che la destra è diventata negli anni un tale carrozzone politico da farsi inevitabilmente a sua volta pesante fattore di conservazione. Il Berlusconi che nel 2006 si batte come un leone e limita la sconfitta, e nel 2008 cerca e ottiene la rivincita, è notoriamente un Berlusconi privo di una autentica agenda di governo, lontano dal voler intraprendere la faticosa strada delle riforme, capo di uno sterminato esercito di politici ormai di professione. Quest’anno e mezzo di legislatura è esemplare di questa situazione.
Ecco il punto odierno. Il risveglio del tema riforme dopo l’attentato non risponde a un disegno razionale, che porterebbe con sé anche una certa disponibilità al compromesso e all’ascolto reciproco. Somiglia molto di più all’escamotage – reso improvvisamente possibile per l’emozione del dopo-Tartaglia – utile a ridare un alito di vita a una legislatura altrimenti agonizzante. Per dirla con Vasco-Bersani, a «dare un senso a questa storia».
Questo spiega perché i rinfocolatori di destra sono ancora tutti all’opera, non smettono di demolire l’avversario e si preparano solo a scaricare sul Pd e dintorni la colpa del fallimento di una trattativa neanche avviata. Non è colpa loro, se non ci credono: è che le riforme condivise non fanno parte del loro universo concettuale.
Fonte: Europa

Riforme, per quale repubblica?

Ci siamo un po’ rotti (direbbero i ragazzi) di “dialogo” o “confronto” sulle”riforme”, senza doverose specificazioni. Einaudi chiamava le “riforme di struttura” e consimili formule del suo tempo, “parole magiche” e “scatoloni vuoti”, invitando gli italiani a starne alla larga e a diffidare dei loro proponenti. Ora ci si mette anche il “partito dell’amore”, che senza Moana, cui spetta il copyright, e senza Patrizia, la rifondatrice, è uno slogan. Al più servirà al Pdl come secondo grimaldello, (il primo è la demonizzazione dell’Idv) per scardinare i democratici. Ringraziamo Nicola Rossi che con la sua autorevolezza ci dice: prima di discutere di alleati e di riforme, «dovremo porci il problema di capire qual è l’identità del Pd». Tale identità si manifesta in primo luogo sulla fedeltà o meno al concetto democratico di riforme: che – altro ringraziamento a Nadia Urbinati per averlo ricordato – significa «realizzare le promesse scritte nella carta dei diritti costituzionali».
È per riforme così intese, che realizzino la repubblica disegnata nella Carta e nessun altra, che il Pd deve battersi, dimostrando la sua identità.
Nell’attesa, converrebbe prendere nota di alcune cose. Per esempio: 1) Il Pd non può essere trascinato a discutere un elenco di priorità che non è il suo. Berlusconi dice che nel 2010 farà tutte le riforme, cominciando da quelle della giustizia. Noi diciamo che nel 2010 il Pd dovrà stimolare a fare di tutto per uscire dalla crisi economica, lavorativa e sociale.
Al secondo posto le riforme istituzionali, al terzo quelle della giustizia. I quirinalisti annunciano che la priorità della ripresa e del lavoro sarà al centro del discorso di Napolitano a san Silvestro.
2) Dire che per la riforma c’è già una bozza di massima, quella preparata da Violante nella XIV legislatura (2006-2008) è improprio, come lo stesso Violante ha precisato.
Non solo perché il federalismo fiscale rende necessario ripensare struttura e compiti del senato, ma perché occorrerà insieme ai cambiamenti istituzionali fare la nuova legge elettorale. Se tutto questo faremo in uno o due anni, si affronteranno anche i problemi della giustizia, quelli che interessano i cittadini e non il solo presidente del consiglio. Aggiungerei che la riforma Violante, ... concepita durante l’ultimo governo Prodi, incontrò il consenso di una destra minoritaria in parlamento e sconfitta nel paese nel referendum confermativo del 2006: dunque desiderosa di farsi luce nel nuovo processo riformatore, di cui il centrosinistra aveva allora le carte in mano.
Oggi il centrodestra è di nuovo maggioranza e può fare quello che vuole (salvo nuovo scoglio referendario).
3) Nei 18 mesi dalla fine del governo Prodi a oggi, la prua della nave Italia è stata dirottata dal nocchiero di Arcore dal governo parlamentare al presidenzialismo. Per farlo, il primus super pares, senza carte nautiche e coordinate, ha picconato peggio del solitario Cossiga tutto il sistema parlamentare della Costituzione: parlamento, presidente della repubblica, governo, magistratura, organi di garanzia costituzionale. Mentre la bozza Violante modernizzava il sistema parlamentare vigente, parole magiche e scatoloni vuoti di Berlusconi vorrebbero costituzionalizzare la situazione di fatto da lui creata sovvertendo l’ordinamento.
4) Perciò non ha alcun senso dire che tutti vogliamo un parlamento più snello e con due camere differenziate e non ripetitive, e un governo e un primo ministro più forti, se prima non chiariamo a noi stessi e agli italiani alcune cosette: a) se il governo deve essere più forte in parlamento (fiducia della sola camera politica, corsia preferenziale per i suoi disegni di legge, diritto del premier di scegliere e cambiare i ministri), o se dev’essere più forte fuori del parlamento (premier eletto a suffragio universale, potere di sciogliere la camera, riduzione del presidente della repubblica a taglianastri privo di ogni potere di garanzia politica generale); b) se il premier, insieme all’elezione diretta, avrà una camera eletta con premio di maggioranza; c) se gli organi di garanzia costituzionale saranno formati con criteri di conformità politica con l’esecutivo e il legislativo; d) se il capo dello stato continuerà o meno ad autorizzare la presentazione dei disegni di legge; e) se egli conserverà o meno il potere di respingere le leggi alla camera con messaggio motivato; f) se conserverà o no il potere – prima di sciogliere la camera per crisi della maggioranza – di accertarsi se altro esponente della maggioranza sia in grado di costituire un nuovo governo per il resto della legislatura.
5) Se in un regime di governo parlamentare rafforzato saranno parallelamente rafforzati i contropoteri di bilanciamento, a cominciare dallo statuto dell’opposizione: terzietà dello speaker della camera, istituzionalizzazione del ruolo di capo dell’opposizione, riserva di tempi per le sue proposte di legge, presidenza di diritto di tutte le commissioni di controllo e d’inchiesta. Statuto dell’editoria, liquidazione del monopolio Rai, taglio del cordone ombelicale tra informazione pubblica e governo. Risoluzione del conflitto d’interessi.
6) Se la riforma dell’ordinamento giudiziario (magistratura e professione forense) partirà dal superamento dell’aleatoria obbligatorietà dell’azione penale, occorrerà essere d’accordo su chi dovrà stabilire, anno per anno, la priorità dei reati da perseguire: la corte di cassazione, il parlamento, il governo, il guardasigilli. Occorrerà anche sapere se nell’eventuale divisione delle carriere tra pm e giudici, l’autonomia dei pm dall’esecutivo sarà garantita dal mantenimento di un unico Csm; e se la direzione delle indagini di polizia giudiziaria resterà ai pm o tornerà alla polizia, cioè all’esecutivo.
Si potrebbe continuare per colonne, e chiediamo scusa ai competenti per l’essenzialità e l’ovvietà di questo memorandum al Partito democratico, concepito per favorire i lettori. E per ricordare che il dibattito fra l’idea di repubblica della maggioranza e la nostra deve uscire dagli scatoloni vuoti.
Non possiamo neanche immaginare che si continui a perdere tempo sull’unica “riforma” fin qui pensata, la riforma ad personam per il premier: se difenderlo dalla giustizia con un salvacondotto personale, con l’immunità parlamentare per tutti, col processo breve, col lodo Alfano costituzionalizzato o con altri marchingegni. A conferma di cosa sarebbe una repubblica italiana riformata dalla destra. Invece di scannarci tra opposizioni, parliamo di questo al paese.
Fonte: Federico Orlando - Europa

Non c'è limite...

Un amico milanese mi manda questo sms disperato: «Su un lato di Palazzo Reale c' è un cartellone pubblicitario. C' è scritto "Billionaire junior styled by Elisabetta Gregoraci, kids today, successful people tomorrow". Fai qualcosa». Caro amico. La mia formazione non violenta mi impedisce di cannoneggiare i cartelloni pubblicitari, mettendo a rischio l' incolumità dei passanti. Più in generale lo spirito del Natale, coincidente con il clima di pacificazione imposto dai noti eventi, ci impone un contegno tollerante, specie nei pressi di piazza del Duomo. Possiamo solo augurarci che un capannello di milanesi volonterosi, sfidando il freddo, si raduni sotto il cartellone by Gregoraci ridendo in gruppo, possibilmente dandosi il cambio anche di notte come nei presidi operai, per garantire continuità alla risata. Vedrei bene anche un controcartellone con la scritta "Vadavialcù by i Milanesi", con l' uso del dialetto ideale per dare un segnale di distensione alla Lega. Per i più freddolosi, visitare la mostra di Hopper, anzi by Hopper, all' interno del Palazzo può consentire una momentanea consolazione. Purtroppo, per andare a casa, poi bisogna uscire in piazza. Tenere il lato Arcivescovado e camminare rapidamente, senza alzare lo sguardo.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Più tecnologie e più internet ma l'Italia è ancora indietro

L'utilizzo di computer e internet continua ad aumentare ma nel settore delle nuove tecnologie l'Italia è ancora indietro e per quanto riguarda la banda larga il gap infrastrutturale con il resto d'Europa rimane ampio, con il nostro Paese al quartultimo posto. L'indagine Multiscopo condotta dall'Istat sugli "Aspetti della vita quotidiana" fotografa una realtà a due facce. Uno dei dati più significativi è che le famiglie italiane usano di più computer e internet, soprattutto se in casa ci sono dei ragazzi al di sotto dei 18 anni. Al top restano comunque tv e cellulari, presenti in oltre il 90% dei nuclei familiari.
Aumenta il numero di famiglie che ha in casa un computer: dal 50,1 del 2008 al 54,3% del 2009. E sale anche la percentuale di chi ha accesso a internet: dal 42 al 47,3%. Ma nel cuore degli italiani le tecnologie più amate restano tv (ne possiede almeno una il 96,1% delle famiglie) e cellulare (90,7%), seguiti dal lettore dvd (63,3%) e il videoregistratore (55,7%). Hanno un certo rilievo anche l'antenna parabolica (33,1%), la videocamera (28,3%) e la consolle per videogiochi (20,1%).
Dall'indagine, svolta a febbraio e basata su un campione di 19 mila famiglie per un totale di 48 mila individui, risulta che a guidare la carica alle nuove tecnologie sono proprio i nuclei familiari con almeno un minorenne. Per queste famiglie le percentuali di possesso di pc e internet passano rispettivamente al 79% e al 68,1%. Per i nuclei composti da sole persone con 65 anni e più, invece, le percentuali ... crollano al 7,7% per il possesso di un computer e al 5,9% per l'accesso al web. Si riducono, dunque, le differenze sociali ed economiche nel possesso di beni tecnologici, mentre resta un forte divario, appunto, tra anziani e giovani.
Dall'indagine emerge inoltre che l'Italia arranca sul fronte dell'accesso a internet con la banda larga, soprattutto per quanto riguarda le famiglie. I dati aggiornati al 2009 rivelano che solo il 39% dei nuclei familiari con componenti tra i 16 e i 64 anni possiede una connessione a banda larga.
Un dato che ci colloca in assoluto agli ultimi posti in Europa: quartultimi, seguiti solo da Grecia, Bulgaria e Romania. La media nel continente, infatti, è di una penetrazione di questo tipo di connessioni di circa il 56%. Valori vicini a quello dell'Italia si riscontrano solo per la Slovacchia (42%), la Grecia (33%), la Bulgaria (26%) e la Romania (24%), mentre Olanda, Danimarca e Svezia registrano un tasso di penetrazione più che doppio.
Rispetto al 2008 si evidenzia un incremento dell'accesso a internet per tutti i paesi europei. I Paesi che hanno investito maggiormente sull'accesso alla Rete mediante banda larga sono stati la Romania e la Grecia, dove si evidenziano incrementi relativi rispettivamente del 33% e del 46%, mentre in Italia si registra un incremento relativo del 20%.
Anche sul fronte più generale dell'accesso al web, a banda larga o con connessioni tradizionali, l'Italia continua a mostrare un forte ritardo. Solo il 53% degli italiani ha accesso a internet (quale che sia la velocità di connessione), contro una media Ue del 65%. A farci compagnia sul fondo della classifica ci sono Cipro (53%) e Repubblica Ceca (54%), mentre Olanda, Svezia Lussemburgo e Danimarca sono i Paesi più "online" con tassi di penetrazione che superano l'83%.
Fonte: Repubblica

Qualche domanda sul partito dell'amore

IL TERRIBILE 2009 che stiamo per lasciarci alle spalle sembra aver toccato il fondo; nel 2010 si annuncia la ripresa, ma che genere di ripresa? Sperare che sia rapida e robusta è legittimo e può essere un'aspettativa positiva, ma le previsioni generali sono poco incoraggianti: sarà una ripresa lenta e stentata in Europa e negli Stati Uniti, più dinamica per la Cina, l'India e gli altri Paesi emergenti.
Il divario tra queste due aree del mondo aumenterà e con esso le tensioni economiche e anche politiche. Se ne è avuto un primo anticipo nell'incontro-scontro di Copenaghen sul clima: contrariamente a quanto si riteneva il cosiddetto G2, cioè l'accordo di Usa e Cina a procedere di comune accordo nel governo del pianeta, non ha funzionato. Quell'accordo non c'è. La Cina è decisa a procedere sulla via della modernizzazione con criteri propri e senza nulla sacrificare alla solidarietà internazionale come avrebbe desiderato l'America. Sul piano monetario, finanziario e commerciale proseguirà nel protezionismo, non rivaluterà la sua moneta rispetto al dollaro, continuerà a far provvista di materie prime facendone aumentare i prezzi, non limiterà l'inquinamento dell'atmosfera.
Questi obiettivi saranno rinviati di almeno dieci anni, quando il divario economico ma anche strategico e militare sarà ulteriormente ridotto.
Soltanto allora Pechino prenderà in considerazione un nuovo equilibrio con gli Usa per un governo paritario del resto del mondo che non potrà non tener conto di altre ... importanti presenze emergenti: India, Brasile, Sudafrica, Messico. Ed anche Europa, se il nostro continente saprà parlare con una sola voce; e fin d'ora è già chiaro che quella voce parlerà in tedesco più che in francese e inglese.
Nel frattempo la ripresa occidentale sarà lenta. Non priva di rischi di ricaduta. Mario Draghi colloca questo rischio tra un paio d'anni, quando i titoli emessi dai grandi gruppi industriali e bancari per cifre molto elevate saranno in scadenza e dovranno esser rinnovati e quando i governi più indebitati - a cominciare dagli Stati Uniti - dovranno trovare equilibri finanziari più sostenibili.
L'insieme di questi problemi comporterà tagli di spesa e/o aumento di imposte, cioè politiche economiche restrittive e comunque non espansive. Ma ci sono anche altri elementi che non favoriscono una ripresa rapida e robusta. Li segnala Romano Prodi in un articolo pubblicato sul Messaggero e il direttore dell'Economist, John Micklethwait: per alcuni anni il mercato del lavoro sarà stagnante, il livello dell'occupazione insoddisfacente, le imprese aumenteranno la produttività ma diffonderanno meno benessere sociale.
Scrive Prodi: "Il numero dei disoccupati è aumentato dovunque superando i massimi livelli raggiunti nello scorso decennio. Spesso gli imprenditori approfittano della situazione di crisi per procedere alla razionalizzazione dell'organizzazione aziendale aumentando la produttività a scapito dell'occupazione. Ma vi è un altro elemento da tener presente e cioè i deficit dei bilanci pubblici che si sono accumulati sia in Usa sia in Europa.
L'esigenza di tornare alla normalità si impone a tutti. Il debito cumulato dai Paesi dell'Ocse sorpasserà nel 2010 il 100 per cento del Pil. Questo significherà che il motore della finanza pubblica, che è stato così largamente usato per frenare la caduta dell'economia, potrà essere solo marginalmente utilizzato per accelerare la ripresa".
Questa è dunque la situazione. Bisognerebbe aprire una buona volta un pubblico dibattito nel nostro Parlamento per fotografarla ed elaborare una terapia, ma, come da tempo lamenta l'opposizione, non c'è alcun segnale in questa direzione. Per il nostro governo evidentemente il problema non esiste.
Molte altre cose non esistono per il governo, per la maggioranza che lo sostiene e per il premier che dirige l'una e l'altro e questo è un altro elemento di rischio non certo fugato dal "partito dell'amore", la più recente invenzione di Silvio Berlusconi.
L'amore e la ricerca del dialogo sono la conseguenza del deplorevole e inconsulto gesto dello psicolabile Tartaglia, tuttora ristretto a San Vittore per legittima prevenzione contro altri atti inconsulti che potrebbe commettere. Dal male può uscire un bene, ripetono i salmodianti esponenti del partito dell'amore, Schifani e Bondi in testa, invocando un rapido inizio della stagione delle riforme condivise e sollecitando Bersani a dar prova concreta delle sue intenzioni in proposito.
Ma Bersani ha già risposto: vuole anzitutto discutere della situazione economica e della terapia (condivisa?) da adottare. Sulle riforme istituzionali e costituzionali vuole sapere qual è la linea del governo ed ha ribadito come premessa che il Pd voterà contro leggi "ad personam" per quanto riguarda la processabilità di Silvio Berlusconi.
Molti nella maggioranza si rifanno alla "bozza Violante" per quanto riguarda le riforme istituzionali usandola come una sorta di scaramanzia, un portafortuna che dovrebbe rassicurare Bersani a romper gli indugi e venire "a patti col diavolo" come direbbe Di Pietro, fermo nella sua decisione dissennata di anteporre l'interesse della sua ditta a quelli di un'opposizione seria e impegnata a tutelare gli interessi del Paese.
Ma sulla "bozza Violante" bisogna esser chiari. Si tratta d'un documento attuale ancorché stilato diversi anni fa. Parla di diminuire il numero dei parlamentari, di un diverso ruolo del Senato e di altre modernizzazioni istituzionali concernenti i poteri della Presidenza del Consiglio. Sono questioni importanti e non dovrebbe esser difficile raggiungere su di esse un'intesa tra maggioranza e opposizione. Ma la "bozza Violante" non fa menzione o la fa in modo vago del rafforzamento dei contropoteri necessario per procedere alle auspicabili modernizzazioni.
Non ne fa menzione perché quando Violante stilò quel documento, Berlusconi non aveva ancora manifestato la sua visione sul cambiamento della Costituzione. Quel documento oggi risulta gravemente manchevole non già per imperizia del suo estensore ma perché le condizioni del confronto- scontro sono radicalmente cambiate.
E' perciò del tutto inutile salmodiare sulla necessità delle riforme condivise se prima il premier e i suoi salmodianti non avranno tolto di mezzo la pretesa di cambiare la Costituzione dando all'Esecutivo un potere sovraordinato sia sul legislativo sia sul giudiziario sia sugli organi di suprema garanzia a cominciare dal Capo dello Stato e dalla Corte costituzionale e - per quanto riguarda quest'ultima - ritirando il disegno di modificare le modalità di elezione dei suoi membri.
In sostanza le riforme non saranno praticabili fino a quando il premier e la sua maggioranza non torneranno sui loro propositi di alterare la Costituzione in senso autoritario. Il partito dell'amore propugna un sentimento che merita di essere incoraggiato purché non sia una maschera che nasconde un tentativo di stupro. Nel qual caso si tratterebbe - allora sì - d'un inciucio col diavolo che il Partito democratico dovrebbe denunciare e contrastare con fermissima decisione, come certamente farà.
Post scriptum. Anche il Papa è stato oggetto di ruvida attenzione da parte di una ragazza venticinquenne che l'ha trascinato a terra scatenando un parapiglia sotto le volte di San Pietro con la conseguenza di far cadere anche il cardinale Etchegaray che si è rotto il femore e dovrà essere operato. La caduta a terra del Papa e del cardinale hanno fatto il giro del mondo, né più né meno del ferimento di Berlusconi, ed è naturale che sia così. Si tratta di due incidenti analoghi con una differenza: il Papa è per definizione il capo del partito dell'amore e quindi non ha bisogno di fondarlo perché ci pensò Gesù di Nazareth duemila anni fa. Il compito di Berlusconi è dunque molto più arduo, ma proprio per questo ancor più affascinante.
Del resto in una sua recentissima affermazione si è paragonato a Gesù Cristo per il ferimento a suo danno. Siamo dunque sulla buona strada...
Fonte: Eugenio Scalfari - Repubblica

Il falso mito del senso comune

E' tornato a parlare agli italiani, Silvio Berlusconi, dopo l'aggressione avvenuta a Milano due settimane fa.
E la soddisfazione, nelle sue parole, ha largamente sopraffatto i segni della paura e del dolore. D'altronde, il moto di emozione e di solidarietà, seguito all'episodio, ha aiutato Berlusconi a risalire nei sondaggi, dopo mesi e mesi di declino. Il premier non ha mancato di rammentarlo in una telefonata al Tg1, due giorni fa, citando i suoi sondaggi personali. Secondo i quali due italiani su tre lo incoraggiano ad andare avanti (dati Euromedia). Oggi, d'altronde, anche altri istituti demoscopici confermano questa tendenza, seppure con stime diverse e più ridotte. La quota di elettori che esprime un indice di fiducia almeno "sufficiente" nei confronti del premier (con un voto da 6 a10) è intorno al 55-56%, secondo l'Ipsos diretta da Nando Pagnoncelli. Lo stesso dato è indicato dall'Ispo di Renato Mannheimer. In entrambi i casi: una crescita di 6-7 punti percentuali.
Da ciò la determinazione del premier ad andare avanti nell'azione di governo e con le riforme. Perché il suo volto, più degli altri, raffigura e rispecchia il "senso comune". La volontà popolare degli italiani, che magari provano disagio verso i suoi comportamenti e il suo relativismo etico. Ma, in fondo, anche per questo, lo percepiscono come uno di loro. E gli vorrebbero assomigliare. Questi italiani: individualisti e familisti, spacconi e donnaioli, un po' evasori, diffidenti verso i poteri pubblici, liberisti a parole, soprattutto quando si tratta degli altri. Innamorati dell'immagine, sperduti nel mondo dei media e della televisione, attratti dal gossip e dai salotti tivù. E, quindi, dal principale protagonista e autore della realtà mediale. Lui. Silvio Berlusconi. L'aggressione ai suoi danni e il suo volto insanguinato: uno degli eventi mediatici del decennio. Lo hanno beatificato. La vittima sacrificale dell'odio espresso dalla parte invidiosa del Paese oggi è stata risarcita moralmente.
E pochissimi si sono azzardati a eccepire. Criticare. Salvo i soliti noti - Di Pietro in testa. Condannati alla pubblica esecrazione. L'onda impetuosa della solidarietà personale verso il premier sembra aver trascinato con sé anche il consenso per le riforme. Che, come ha affermato Berlusconi nella telefonata al Tg1, verranno fatte senza esitazioni. A partire, immaginiamo, da quella sulla giustizia. E dai provvedimenti utili ad allontanare gli effetti dei processi che lo riguardano. In nome dello snellimento della macchina giudiziaria. A tutela delle ... alte cariche dello Stato ma anche di governo.
E' il potere del "senso comune". Che, oltre a Berlusconi, vede protagonista anche la Lega, che interpreta e respira le paure "della gente". Invece l'opposizione - la sinistra, il centrosinistra e perfino il centro - è troppo aristocratica per immergersi nel "senso comune" che pervade la vita quotidiana, dove c'è bisogno di certezze. Un mondo di cose date per scontate che, tuttavia, si possono costruire e manipolare. Semplicemente isolando alcuni aspetti e rimuovendone altri. Ad esempio, se consideriamo i dati di Ipsos presentati da Pagnoncelli a Ballarò (martedì 22 dicembre), Berlusconi è "gratificato" dal 55% di italiani che nutrono fiducia (alta, ma anche appena discreta) nei suoi riguardi. Ma altri leader politici e istituzionali e altre figure pubbliche non sono da meno. Oppure lo superano largamente. Il Presidente della Repubblica Napolitano: 84%; il Presidente della Camera Fini: 68%; il Ministro dell'Economia Tremonti: 56%; il presidente della Fiat e della Ferrari, Cordero di Montezemolo: 55%. Perfino Bersani si attesta al 54%.
Insomma, la pietas suscitata dall'aggressione di Tartaglia ha permesso a Berlusconi di riprendere consensi. Senza tuttavia svettare sugli altri. Lo stesso vale per i giudizi politici e sulle politiche. La fiducia nel governo è anch'essa risalita. Tuttavia, il giudizio dei cittadini sulle "politiche" non è cambiato rispetto a prima. In particolare, in tema di giustizia (ancora Ipsos). Sulla "sospensione temporanea dei processi o su una legge 'ad personam' che permetta di sbloccare la situazione politica" e di riprendere il dialogo sulle riforme si dice d'accordo solo il 25% degli elettori. Un italiano su quattro. E il 48% degli elettori di Pdl e Lega. Cioè: meno della metà. La solidarietà verso il premier e la sua maggioranza non si traduce, quindi, in consenso verso le leggi "ad personam". Né verso scorciatoie come il cosiddetto "processo breve", percepito alla stregua di un indulto. Che fa rima con "insulto". Tanto che nel luglio 2006, quando venne approvato dal governo Prodi, ne trascinò in basso il consenso. Immediatamente. Con il contributo della propaganda di alcune forze politiche oggi al governo e allora all'opposizione.
Non è di senso comune, però, neppure l'appoggio alle politiche del governo su "lavoro e occupazione", valutate negativamente dal 60% degli elettori, mentre i provvedimenti in materia di tasse e fisco sono avversate dal 56% della popolazione. Inoltre (Demos-Coop, dicembre 2009), il 70% degli italiani si dice favorevole alle manifestazioni a sostegno della libertà di stampa e addirittura l'86%, cioè la quasi totalità, approva le proteste contro i tagli e le carenze di risorse relativi alla ricerca. D'altronde, nella gerarchia dei problemi da affrontare, per gli italiani, i temi dell'occupazione e dello sviluppo sono di gran lunga prioritari. Le riforme istituzionali e sulla giustizia, invece, in fondo alla lista. Senza eccessive differenze fra destra e sinistra.
Noi, per istinto e formazione, diffidiamo del "senso comune". Parola magica, sospesa tra mito e ideologia. Tuttavia, proprio per questo, conviene evitare di dare per scontato che gli argomenti sostenuti da Berlusconi e la Lega siano - naturaliter - di "senso comune". Popolari. E quelli dell'opposizione - di sinistra e centrosinistra e anche di centro - impopolari. Prima di convincersi che perfino fare opposizione sia impopolare. E anti-italiano. L'opposizione: almeno si informi.
Fonte: Ilvo Diamanti - Repubblica

Professione incendiario

La letterina natalizia consegnata da Antonio Di Pietro al suo Gesù Bambino via Internet è il frutto un po’ andato a male dell’antiberlusconismo. Forse è anche frutto del timore che il confronto fra governo e centrosinistra faccia davvero qualche passo avanti. La raffigurazione del Cavaliere come «il diavolo» non è nuova. Rilanciarla alla vigilia di Natale, però, inaugura un nuovo filone: quello della «teologia della demonizzazione». Il capo dell’Italia dei valori si candida ad esserne il capofila, maneggiando con scaltrezza, verrebbe da dire diabolica, lo strumento dell’innocenza infantile per antonomasia. Di solito si scrive a Gesù per promettere di essere buoni, ed avere in cambio buona salute per sé ed i propri cari, e piccoli grandi regali. Di Pietro usa invece il Bambinello come fantoccio per parlare in realtà a Pier Luigi Bersani, segretario del Pd; per accusarlo di «fare inciuci » col Satana nostrano, nella persona del presidente del Consiglio; e per dare legittimità quasi religiosa, in modo che vorrebbe essere faceto, alla propria opposizione. «Caro Gesù bambino, tu lo sai bene com’è fatto il diavolo, e che non ci si può fidare di lui», scrive sul suo blog. «Con alcune persone, soprattutto con il diavolo, non si può dialogare ».
È un’operazione astuta e disinvolta fino al cinismo, non fosse altro per il modo col quale Di Pietro strumentalizza certe tradizioni: viene da chiedersi che cosa avrebbe detto lui, se Berlusconi avesse fatto una cosa del genere. Ma politicamente, il pensierino è ben congegnato. Si tratta di un panettone al cianuro posato sotto l’albero di quelli che formalmente rimangono i suoi alleati. D’altronde, Di Pietro ha un bisogno assoluto dell’inferno berlusconiano. Per paradosso, deve additarlo ed evocarlo soprattutto in una fase nella quale il premier riemerge dall’aggressione del 13 dicembre a Milano con un alone di compassione e di solidarietà che avversari come lui non possono tollerare. Fra l’altro Berlusconi ha cominciato a parlare di perdono, e scritto al Papa per ringraziarlo e promettere pace sociale: come se il ferimento di piazza Duomo lo ... avesse spinto a presentarsi con un volto incerottato ma più ecumenico, meno «bipolarista» e lacerante di quanto sia stato storicamente. Ha pure ricucito i rapporti con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, col quale erano scesi due mesi di gelo dopo il no della Corte costituzionale al «lodo Alfano» sui processi alle alte cariche dello Stato. Insomma, troppi indizi preoccupanti di tregua, troppa crisi di astinenza da veleno per non suggerire un immediato riequilibrio.
La mossa dipietrista usa il Natale per inviare un messaggio non di pace, ma di conflitto. Chiama a raccolta l’estremismo che non solo non crede alle tregue, ma non le vuole perché significano mettersi in discussione, misurare i propri limiti oltre che le diavolerie altrui; di fatto, assumersi la responsabilità di non chiudersi nel proprio recinto autoreferenziale. Confrontarsi dovrebbe essere l’abc di qualunque formazione politica che aspiri a diventare, prima o poi, forza di governo. Dire che l’avversario è «il diavolo» equivale, al contrario, a presumersi angeli; e dunque a mettersi pregiudizialmente dalla parte di una ragione morale, assoluta. E astratta. Di Pietro sembra avere fretta, e svela la speranza che nel 2010 si rompa tutto e si torni a votare. Il centrosinistra magari perderebbe, ma lui crescerebbe nei rapporti di forza di un’opposizione sempre più minoritaria. Avere come nemico «il diavolo» offre posizioni di rendita rassicuranti. Permette perfino di poter aspettare un decennio nel quale «per motivi anagrafici» il comico- predicatore Beppe Grillo prevede di togliersi dalle scatole «Andreotti, Cossiga, Berlusconi, Napolitano e Gianni Letta ». È questa, l’illusione collettiva che un certo radicalismo coltiva: senza rendersi conto che demonizzare gli avversari, soprattutto in politica, contribuisce a rafforzarli, se non a renderli eterni.
Fonte: Massimo Franco - Corriere della Sera

La politica alla prova riforme Ma il dialogo non parte

«Non c’e’ stata nessuna telefonata natalizia tra il segretario del Pd Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi. Di conseguenza, anche i contenuti del presunto colloquio telefonico riportati da alcuni quotidiani ovviamente non esistono». Lo afferma Stefano Di Traglia portavoce di Pier Luigi Bersani. I contenuti «dovevano essere» le riforme istituzionali da fare nel 2010 annunciate da Silvio Berlusconi nel corso di un intervento telefonico con la comunità di don Pierino Gelmini. Così le riforme da fare insieme sembrano, per il momento, restare solo nelle buone intenzioni natalizie. Infatti, il leader del Pd Bersani al premier non aveva detto di non essere disponibile ma aveva così precisato: «Credo che sia chiaro, ormai, che abbiamo dato la disponibilità per ragionare di riforme istituzionali. Ma naturalmente, se il Parlamento è invaso da leggi ’ad personam’ si fa fatica a discutere d’altro».
FRANCESCHINI - Su questo punto, cioè le leggi ad personam, ha rincarato con le proprie argomentazioni anche l'ex segretario Dario Franceschini: «Lo schema per cui loro si fanno da soli le leggi ad personam e poi con noi fanno le riforme istituzionali non sta in piedi. L'approvazione delle norme su misura per il premier sarebbe un macigno insormontabile». Il capogruppo del Pd alla Camera, avverte la maggioranza e anche il suo partito: l'approvazione anche di una sola legge ad personam sarebbe «inaccettabile» e vorrebbe dire la fine del confronto tra i due poli. L'ex segretario democratico avverte: «Se la parola riforma nasconde le norme personali del premier, occorre denunciare questa manovra e non cadere nelle trappola, come dice anche Bersani». Disco rosso anche per il legittimo impedimento: «Scherziamo? È il capolavoro delle leggi ad personam. Serve - dice Franceschini - a rallentare i processi per avere il tempo di approvare il lodo Alfano per via costituzionale». Dopo gli scontri delle ultime settimane e le parole di Silvio Berlusconi sull'importanza dell'amore, Franceschini ribatte: «Partito dell'amore ... mette di buonumore. C'è un campionario di insulti di Berlusconi con cui ci si potrebbero riempire tre libri. Il premier è stato uno dei principali protagonisti dell'innalzamento dei toni».
BONDI - Il ministro dei Beni Culturali, Sando Bondi si è detto sorpreso dalle parole di Franceschini: «Stupisce e addolora che un erede della tradizione democratico cristiana come Franceschini cerchi di spegnere sul nascere gli inizi di un possibile confronto sulle riforme, auspicato anche dalla Chiesa Cattolica, sposando le tesi più estreme del dibattito politico e disegnando una posizione alternativa a quella rappresentata da Bersani». Poi assicura: «Noi, comunque, non ci faremo trascinare nuovamente nella rissa e nella contrapposizione politica. Daremo invece fiducia e valore ad ogni posizione volta ad aprire una pagina più positiva nella vita politica italiana».
ROTONDI - Niente di vero nelle parole di Franceschini anche per il ministro Rotondi: «Franceschini e una parte dell'opposizione la smettano con questa storia delle leggi ad personam. È una balla. Piuttosto, accolgano gli inviti del presidente della Repubblica Napolitano e del presidente del Senato Schifani: è il momento di dare impulso al tema delle riforme in un clima di confronto civile, come ha sottolineato lucidamente Berlusconi»: così il ministro per l'Attuazione del Programma di Governo, Gianfranco Rotondi. «Senza riforme - aggiunge - il Paese è bloccato. Maggioranza e opposizione responsabilmente si facciano carico di questa esigenza, il rischio è una paralisi dannosa per il nostro sistema e per la politica».
CICCHITTO - Sulla stessa lunghezza d'onda, Fabrizio Cicchitto presidente dei deputati del PdL, che ha spiegato come il dialogo con il Pd non possa essere condizionato dal pacchetto giustizia perché «bisogna fare le opportune distinzioni»: «E’ sbagliato considerare legittimo impedimento, lodo Alfano e processo breve delle leggi ad personam: una vita politica normale in questo paese si potrà avere solo quando sarà disinnescato l’uso politico della giustizia». Sulla bozza Violante Cicchitto afferma che si tratta di "titoli sui quali bisogna misurarsi, ma va approfondita nel merito in molti punti. Non dimentichiamo che noi siamo presidenzialisti e che quindi bisogna lavorare molto sui poteri del premier». Sul dialogo sarà importante vedere la direzione che prenderà il Pd guidato da Bersani: «Non c’è più - conclude Cicchitto - lo schiacciamento di Veltroni e Franceschini che subivano l’egemonia di Di Pietro, ma vedo segnali contraddittori nelle prese di distanza dall’IdV».
DI PIETRO - Chiamato in causa Di Pietro non si è fatto attendere: «Cicchitto confonde il partito dell'amore con il partito della menzogna», afferma in una nota il Presidente dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, che aggiunge: «Affermare infatti che il processo breve, il lodo Alfano o il legittimo impedimento non sono leggi ad personam, quando esponenti della stessa maggioranza hanno detto che erano provvedimenti per non far processare Berlusconi, vuol dire offendere l'intelligenza degli italiani. Sostenere poi che si deve "disinnescare l'uso politico della giustizia", quando invece il problema reale è l'uso giudiziario della politica, compiuto da Silvio Berlusconi per difendersi dai processi e non nei processi, mi sembra sia anche questa una grave menzogna. Se così fosse - conclude - a Cicchitto verrebbe un naso tanto lungo da non poter neppure entrare in casa».
DE POLI (UDC) - Antonio De Poli, portavoce dell'Udc, ha inquadrato così il momento politico: «Il confronto sulle riforme può partire solo se ciascuno è disposto a rinunciare a qualcosa, in favore delle ragioni dell'altro. Non servono personalismi, divisioni e protagonismi all'interno dei partiti, ciascuno sia pronto a rinchiudere i propri falchi nelle gabbie, altrimenti anche questa occasione rischia di essere vanificata».
PDCI, PDL PRENDE IN GIRO GLI ITALIANI - Anche se fuori dal Parlamento la Sinistra estrema fa sentire la sua voce: «Il processo breve, il lodo Alfano e il legittimo impedimento non sono riforme ma leggi ad uso e consumo esclusivo del premier. Chi parla di riforme è perciò in malafede e prende in giro gli italiani», afferma Pino Sgobio dell'ufficio politico del PdCI - Federazione della sinistra. «L'opposizione parlamentare lasci perdere qualsiasi apertura di credito nei confronti del Pdl e - conclude - pensi ai lavoratori e alle famiglie, sempre più inghiottiti dalla crisi». Il dialogo sulle riforme è duque avviato. Ma sentiti i toni probabilmente si tratta ancora di prove.
Fonte: Corriere della Sera

mercoledì 23 dicembre 2009

Quei giovani dimenticati dal lavoro

È SALITO a 781.000 il conto dei posti di lavoro distrutti dall' inizio della recessione in Italia. Come documentato ieri dall' Istat, si tratta per un terzo di contratti a tempo determinato. Per quasi due terzi, invece, si tratta di contratti a progetto e lavori ai confini tra il lavoro autonomo e il lavoro alle dipendenze. Sono sempre i lavoratori temporanei, duali, a pagare il conto più salato anche se cominciano a registrarsi riduzioni di posti di lavoro tra i contratti a tempo indeterminato e sono quasi mezzo milione i cassintegrati a zero ore, come si può calcolare sulla base dei dati sulle ore di Cassa Integrazione dell' Inps.
Questa crisi è già costata in termini occupazionali più di quella, pesantissima, del 1992-3. Anche per questo i consumi in Italia stentano a ripartire. Il miglioramento della congiuntura sin qui è stato in gran parte legato alla domanda estera. Dobbiamo ora sperare che il Bundestag approvi rapidamente i tagli fiscali proposti dai liberali tedeschi e farci trainare dalle esportazioni verso la Germania. Nel frattempo dovremmo concentrare le poche risorse disponibili nell' offrire coperture assicurative a chi ha perso il lavoro o rischia di perderlo, mettendo dei soldi nelle tasche di chi non può che spenderli. La ripresa non cancella il problema: se il 2010 sarà sicuramente migliore del 2009, è comunque destinato a lasciarci in eredità un mercato del lavoro ancora a lungo molto difficile. Mai una crisi era stata così diseguale nel colpire i giovani. La disoccupazione tra chi ha meno di 25 anni è balzata dal 18 al 27 per cento in solo un anno e mezzo. Il rischio di essere disoccupato è di 3,5 volte più elevato per chi è in questa fascia di età che per il resto della popolazione. Non c' è altro paese dell' Ocse in cui lo svantaggio relativo sul mercato del lavoro dei giovani sia così forte, nonostante sia sempre più basso (e minore che altrove) il numero di coloro che si affacciano per la prima volta al mercato del lavoro. Non è colpa della demografia, ma del mercato della lavoro duale. Il fatto nuovo di questa crisi è proprio il licenziamento massiccio dei giovani. È un problema sociale nuovo, cui non siamo minimamente preparati. I dati Istat ci dicono che solo il 10 per cento di chi ha perso il lavoro è oggi coperto da sussidi di disoccupazione e ... indennità di mobilità. Questo significa che l' estensione della Cassa Integrazione "in deroga" a lavoratori in passato non coperti da questi trattamenti è stato soprattutto un modo per prorogare i trattamenti a chi già li riceveva, lasciando fuori i soliti disoccupati di serie B. Molto opportunamente l' Istat ha in questi giorni reso pubblici anche i dati sui salari netti percepiti da diverse categorie di lavoratori. Questi dati ci dicono che chi ha un contratto a tempo determinato guadagna un quarto in meno di chi ha un contratto a tempo indeterminato e ha la stessa età e lo stesso titolo di studio. Difficilmente potrà recuperare più in là questo svantaggio iniziale percependo salari più alti perché i lavoratori temporanei ricevono meno formazione (circa il 40% in meno) sul posto di lavoro degli altri. Una carriera lavorativa iniziata nel mercato del lavoro duale è così destinata ad offrire a 65 anni una pensione del 30 per cento inferiore a quella di un lavoratore con le stesse caratteristiche che abbia avuto la fortuna di iniziare fin da subito con un contratto a tempo indeterminato. Solo in Italia questi rischi - perdere il lavoro, trovarsi senza lavoro e senza alcun aiuto dello Stato, essere pagato molto poco, essere condannato a pensioni al di sotto della soglia di povertà, non ricevere formazione - sono tutti inesorabilmente concentrati sui giovani. È un problema e che è stato sin qui colpevolmente ignorato dal governo, convinto che i costi sociali della crisi tra i giovani fossero marginali perché sono comunque aiutati dalle loro famiglie. Si sbaglia perché la disoccupazione tra i giovani non è più solo tra chi è in attesa di entrare nel mercato e vive ancora coi genitori. Si tratta sempre più di persone che hanno perso un lavoro magari trovandosi a centinaia (migliaia nel caso dei lavoratori immigrati) di chilometri dalla loro famiglia. Chi oggi vuole davvero affrontare i problemi di coesione sociale nel nostro Paese non può perciò continuare a ignorare i problemi dei giovani. Come può esserci coesione sociale in un Paese che non dà speranze ai giovani?
Fonte: Tito Boeri - Repubblica

Bersani: «Detto io la linea» Il Pd puntella i suoi paletti

Che il Partito democratico non fosse una caserma se ne sono resi conto un po’ tutti, già dalla sua nascita. Una forza politica che rappresenta un terzo degli italiani, d’altra parte, non può non contenere al proprio interno «sensibilità diverse » e «variazioni sul tema», soprattutto quando il “tema” è di quelli che scottano: si può aprire un confronto con Berlusconi? Pier Luigi Bersani, però, ha finora mantenuto sempre ferma la barra, senza lasciarsi trascinare dalle fazioni opposte, sia che esse appartengano alla maggioranza che lo ha sostenuto al congresso, sia che si iscrivano alle minoranze interne.
Così ieri il segretario ha ribadito il suo fermo “no” alle leggi ad personam in tema di giustizia portate dalla maggioranza in parlamento, a partire dal legittimo impedimento e dal processo breve, che risolverebbero i guai giudiziari del premier.
Un’intransigenza che non si traduce, però, in una chiusura a un confronto sulle riforme: «Ma chiediamo – ha specificato Bersani – che il parlamento approvi le riforme che servono al paese».
Ben venga allora quel po’ di «zucchero » dispensato da un Tremonti in clima natalizio dalle colonne del Corriere, «ma se il paese viene invaso da leggi ad personam sarebbe difficile poi discutere di riforme ». Insomma, al tavolo «noi ci siamo, ma dipende da loro se ci resteremo. Non siamo ingenui e se ci presenteranno cose che non ci piacciono, noi ci opporremo con forza». E, riguardo al metodo da seguire, per Bersani non c’è bisogno di aprire un tavolo apposito, che esso sia una bicamerale o un incontro diretto tra lo stesso segretario dem e il premier, perché, è il leit motiv che circola al Nazareno, ci sono già a disposizione il parlamento e le commissioni per svolgere questo lavoro.
In parlamento, intanto, a gennaio arriveranno proprio i due oggetti del contendere in materia giudiziaria. «Faremo un’opposizione molto dura sia sul ... legittimo impedimento che sul processo breve così com’è stato formulato», garantisce il responsabile del forum giustizia del Pd, Andrea Orlando. «Quello di fare o meno le barricate – chiarisce – è un tema artificioso, conta il voto finale e tutti noi, a partire da Bersani, abbiamo più volte ribadito che il nostro sarà un no chiaro». I dem, insomma, non sono disponibili a seguire la linea dialogante su questo provvedimento dell’Udc, né a lasciar intendere la possibilità di uno scambio con la maggioranza, come segnale di avvio di un clima più pacifico.
Parlare di uno stop di Bersani all’ala più disponibile al dialogo, guidata da Massimo D’Alema, è forse eccessivo. Tanto che lo stesso segretario Pd ha praticamente dato il via libera alla candidatura dell’ex premier alla presidenza del Copasir («Non c’è dubbio che abbia il curriculum giusto »). Certo è, però, che Bersani ha sentito la necessità di ribadire tutti i suoi paletti al confronto con la maggioranza, per mettere fine ai sospetti di inciucio che alcuni avevano indirizzato verso il Pd. «La linea è quella che dico io», ha precisato.
Un intervento chiarificatore apprezzato anche dalle parti di Area democratica, che nel corso del seminario che ha visto l’ex seconda mozione raccogliersi a Cortona, ha sottolineato la propria distanza più da D’Alema e gli uomini a lui più vicini, che dal segretario. Rivolgendosi ai più intransigenti all’interno della minoranza, Veltroni in primis, Bersani li invita comunque ad avere più coraggio, per «uscire dal timore che ci attanaglia da quindici anni, sulla possibilità di dialogare o meno con Berlusconi. La domanda che ci dobbiamo porre è se al paese servono o meno le riforme ». E a quelle istituzionali, Bersani ne affianca altre di natura sociale, per intervenire sul mercato del lavoro e sul sistema previdenziale.
Su questa linea di disponibilità al confronto, il segretario del Pd si fa forte di una sintonia che lo accomuna anche al presidente della camera Fini e al capo dello stato.
Ieri Napolitano ha sottolineato con preoccupazione come non si veda ancora «un clima propizio» per avviare le riforme ed è anche entrato nel merito delle misure sulle quali maggioranza e opposizione dovrebbero confrontarsi, per «sancire il rispetto dei limiti da parte di ciascun potere nei confronti dell’altro», a partire dal «rapporto tra governo e parlamento», che presenta «da più legislature seri elementi di criticità».
L’ammonimento giunto dal Quirinale per un recupero della centralità del parlamento è stato uno dei punti particolarmente apprezzati al Nazareno, in un messaggio giudicato «molto chiaro e forte» da Bersani, che garantisce: «Per quel che ci riguarda lavoreremo con impegno nel solco di quelle indicazioni».
Fonte: Rudy Francesco Calvo - Europa