Le vicende più recenti – ovvero proprio la cosiddetta “imposizione” al Pd di due candidati esterni, come Emma Bonino e Vendola – hanno rafforzato la mia convinzione, inducendomi a dare una lettura di quanto accaduto esattamente opposta a quella corrente. Sia chiaro. Non mi sfuggono i moltissimi limiti di un partito come il Pd, “costretto” a candidare leader di altre formazioni: ma ritengo prevalente la novità positiva che questa vicenda segnala. Ovvero quella di un Partito democratico aperto, permeabile, in movimento. E capace di trasformarsi. Qualcuno tradurrà tutto ciò nell’allarme per la debolezza di un Pd che si rivelerebbe “infiltrabile” e “conquistabile”, ma a parte l’ovvia battuta (chi vuoi che se lo pigli, un partito così sciamannato?), c’è da riflettere su quale sia oggi la posta in gioco: l’oggetto del contendere, in senso proprio (ovvero l’oggetto della conquista). Le primarie pugliesi e i consensi raccolti dalla Bonino dicono che l’elettorato non è rigidamente ripartito per nicchie più o meno ampie, ... puntualmente corrispondenti ad altrettanti coerenti e compatte visioni del mondo e conseguenti programmi politici. E tutte le analisi dei flussi elettorali confermano che una quota assai estesa di elettorato indirizza il proprio consenso, di volta in volta, verso l’una o l’altra formazione del centro sinistra (Pd, SeL, Federazione della sinistra, IdV e, non stupitevi, Udc). Perfino io, che vedo l’IdV come il fumo negli occhi (e un po’ peggio), devo riconoscere che a questo partito vanno voti di elettori che pure considero a me affini. E questo vale per l’intero campo del centro sinistra. Esemplifico in termini un po’ brutali: c’è tanta “destra” in Sinistra Ecologia e Libertà quanta “sinistra” nel Pd. (Se volete vi preparo degli appositi test per verificarlo). Se questo è vero, non riesco a vedere il successo delle “autocandidature” di quei due leader, all’interno di coalizioni guidate dal Pd, come un atto di “prepotenza” della Bonino e di Vendola e nemmeno di subalternità dei democratici nei confronti di quest’ultimi. Mi piace immaginarlo, invece, come l’esito del ricorso, al “paradigma del judo” da parte del Pd, magari per necessità. La natura del judo è come quella dell’acqua: si adatta al terreno, scivola e si ritrae per poter di nuovo avanzare; è una tecnica di azione che – diversamente da altre arti marziali – non si affida alla forza propria, ma all’iniziativa altrui; ne asseconda le mosse e lo slancio (della Bonino e di Vendola); non oppone resistenza irriducibile al gesto dell’altro, ma fa di esso una leva per la propria azione. Nel nostro caso, il Pd piuttosto che respingere l’iniziativa dei due leader in questione, rivendicando la propria indipendenza, ha ceduto – sia pure riottosamente – alla pressione proveniente dall’esterno, l’ha accolta, fino a farla propria e ora se ne può giovare come di una risorsa comune.
Mi rendo conto che questa mia è una versione estremamente benevola e ottimista di un processo che può essere presentato in termini esattamente opposti (e così viene fatto, in modo ossessivo da tutti i media, non solo quelli ostili). Ma questa mia interpretazione non nasce – vi prego di credermi – dall’ingenuità: è vero, piuttosto, che talvolta in politica (e non solo in politica) il realismo può essere la più innocente e saggia delle astuzie.
P.s.
Ho detto di condividere all’80% il programma di Vendola ma devo dire che trovo insopportabile il suo linguaggio (e, poi, quella gramsciana «connessione sentimentale col popolo», evocata a Ballarò e ai telegiornali, in piazza e, immagino, in taxi e all’Upim, sul lungomare Araldo di Crollalanza e in pizzeria...). Ma, considerato come scrivo e parlo io, pazienterò. In nome della Causa.
Fonte: Luigi Manconi - L'Unità

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