Lo scandalo dei furbetti del telefonino, come quello dei furbetti del quartierino del 2005, avrà effetti pesanti sul sistema economico e sugli assetti di potere. Il terremoto giudiziario ha un epicentro visibile nelle telecomunicazioni, ma i danni collaterali si abbatteranno sull' industria, la finanza, la politica, incidendo su alcune partite strategiche nelle più importanti aziende del Paese. QUALI sono le «vittime» finali dell' inchiesta che, tra il carosello delle frodi, la girandola delle fatture false e il riciclaggio del denaro sporco ad opera del nuovo operatore criminal-telefonico già ribattezzato «' Ndranghetel», ha disvelato un' altra, inguardabile faccia del capitalismo italiano? L' effetto principale dell' operazione Telefoni Puliti riguarda il futuro prossimo delle telecomunicazioni. E qui a subire un contraccolpo è l' asse Berlusconi-Letta-Geronzi. Fino a pochi giorni fa il destino di Telecom Italia sembrava segnato. Gravato da 35 miliardi di debiti, con un ebitda in calo costante, ricavi da telefonia fissa e mobile in progressivo deterioramento, margini di espansione sui mercati esteri ridotti quasi a zero, il non più glorioso marchio delle tlc italiane era avviato verso un matrimonio forzoso con Telefonica. Per due motivi. Il primo motivo, più opinabile, era industrial-finanziario. Da mesi gli azionisti italiani del gruppo riuniti insieme agli spagnoli nella holding Telco (cioè Mediobanca, Intesa e Generali) chiedevano all' amministratore delegato Franco Bernabè un piano industriale «di sviluppo». La risposta era sempre stata la stessa: «Dove volete che vada Telecom, che nelle condizioni date ha proprio nell' ingombrantissimo socio estero Telefonica uno dei principali fattori di freno alla crescita del business (vedi Sudamerica)»? Delle due l' una: o il patto con gli spagnoli si rescinde, ma gli azionisti tricolori devono mettere in conto di perderci una barca di soldi, o si arriva all' integrazione totale, e allora si convola a nozze, lasciando il comando industriale agli spagnoli e il controllo della rete a una newco a prevalenza ... italiana. Mediobanca propendeva decisamente per la soluzione spagnola. Intesa era più cauta: ancora domenica scorsa una fonte vicinaa Ca' de Sass ripeteva: «Si farà di tutto per evitare una svendita. C' è chi la vorrebbe, ma prima di arrivarci si possono tentare ancora molte strade...». Alle Generali parevano invece rassegnati alla fusione: «Non c' è entusiasmo, ma non c' è alternativa...», sosteneva una settimana fa una fonte vicina alla compagnia triestina. Il secondo motivo, più cogente, era politico-affaristico. La fusione con gli spagnoli la voleva fortemente Berlusconi. «Non ci occupiamo di queste cose, siamo un governo liberale», aveva detto il 4 febbraio scorso: in realtà, nonostante queste grottesche rassicurazioni, il premier ha lavorato sodo per assecondarla. Già nel luglio 2008 aveva ricevuto il ceo di Telefonica Cesar Alierta, portato ad Arcore grazie alla mediazione di Alejandro Agag, genero di Aznar. Insieme avevano concordato un percorso a tappe, che in due anni avrebbe portato Telecom nelle braccia degli spagnoli, con una ricca contropartita per il presidente del Consiglio. Nel settembre successivo Alierta era venuto a Roma, per mettere a punto i dettagli con il Cavalieree Lettaa Palazzo Chigi, e poi con Cesare Geronzi nella sede romana di Mediobanca, in piazza di Spagna. Si trattava solo di chiudere il cerchio con Zapatero, nei mesi successivi. Cosa che era avvenuta nella seconda metà del 2009. Prima al vertice italo-spagnolo della Maddalena, il 10 settembre 2009. Poi alla fine dell' anno: il 15 dicembre Zapatero aveva telefonatoa Berlusconi, per augurargli pronta guarigione dopo l' aggressione di Piazza Duomo, e il premier aveva approfittato per annunciargli la visita a Madrid del figlio Piersilvio. Così il 17 dicembre il secondogenito del premier, insieme all' inseparabile Fedele Confalonieri, erano stati ricevuti alla Moncloa, per pattuire la famosa «contropartita»: il governo italiano dava via libera agli spagnoli su Telecom, e il governo spagnolo dava via libera al Cavaliere sulle tv spagnole. Per 1 miliardo di euro Mediaset avrebbe comprato dal gruppo editoriale Prisa, sfiancato dai debiti, la controllata Tv Cuatro, più il 22% della tv satellitare Digital Plus (partecipata, guarda caso, proprio con Telefonica titolare del 21%). Così, insieme a Telecinco (controllata con il 50,1%) il Biscione diventava il primo gruppo europeo nella televisione commerciale. L' annuncio ufficiale è arrivato infatti il giorno dopo l' incontro alla Moncloa, poi suggellato da un' intervista di Piersilvio al Corriere della Sera, il 21 dicembre: «In questa operazione la politica non c' entra nulla, ma certo la Spagna si è dimostrata molto moderna...», aveva detto il figlio del Cavaliere. Tutto sembrava fatto. Ai primi di febbraio Palazzo Chigi manifestava l' intenzione di concludere l' accordo con Telefonica, che Repubblica registrava in anteprima. Ma a questo punto, dopo la scoperta della «madre di tutte le truffe», la fusione finisce in frigorifero. Come sostiene un autorevole esponente dell' establishment del Nord, «solo un illuso può pensare che Telefonica faccia un' Ops su un gruppo oggetto di indagini così pesanti, costretto addirittura a rinviare la presentazione del bilancio». Risultato: le telecomunicazioni italiane resteranno ancora a lungo in un limbo indefinito, mentre i valori di Borsa continuano a svaporare. L' effetto secondario dell' inchiesta romana riguarda gli assetti futuri della Galassia del Nord e dei suoi satelliti. Ed anche in questo caso a subire un contraccolpo è di nuovo la filiera Berlusconi-LettaGeronzi. Per altri due motivi. Il primo motivo riguarda l' organigramma di Piazzetta Cuccia. Lo scandalo telefonico può diventare una pietra tombale definitiva sulle ambizioni di Marco Tronchetti Provera. Il patron della Pirelli, anche se ha smentito l' ipotesi, era in corsa per salire sul trono di Mediobanca, secondo i piani originari di Geronzi, prossimo al trasloco alle Generali. Ma anche l' inchiesta su Sparkle, che parte dal 2003 e si aggiunge a quella sullo spionaggio fatta esplodere da Tavaroli e Cipriani, chiama in causa proprio gli anni della gestione Tronchetti dentro Telecom. Quell' inciso dell' ordinanza del gip di Roma pesa come un macigno: «C' è con evidenza solare il problema della responsabilità dei dirigenti della capogruppo Telecom: c' è stata totale omissione di controllo oppure piena consapevolezza». A questo punto la «pazza idea» di Cesarone, per la sua successione, non è più percorribile. Dovrà insistere con le alternative: Lamberto Cardia o Vittorio Grilli. Con piena soddisfazione di Alessandro Profumo, prontoa dare battaglia su Mediobanca. Il secondo motivo riguarda di nuovo Telecom Italia: per le ragioni che abbiamo visto, Geronzi ha ingaggiato da mesi un braccio di ferro sotterraneo con Bernabè. Lo considera troppo ostinato nella strategia dello «stand alone»e troppo pignolo su certe partecipazioni (proprio il caso Sparkle, che Bernabè aveva messo tra le prossime dismissioni necessarie per il gruppo, è una di queste). Ecco perchè, secondo i ben informati, l' erede di Cuccia auspicava da tempo un ribaltone ai vertici Telecom: via Bernabè, testardo nella difesa della Telecom attuale, e al suo posto Stefano Parisi, pronto ad aprire la porta agli spagnoli. Anche in questo caso, un avvicendamento studiato con la benedizione del Cavaliere e del suo scudiero Letta, che apprezzano da sempre Parisi, già uomo della presidenza del Consiglio a capo dei dipartimenti Affari economici prima, editoria poi. Ora, per uno strano scherzo del destino, anche l' amministratore delegato di Fastweb, insiemea Scaglia e Ruggiero, è finito nel tritacarne dell' inchiesta sui furbetti del telefonino. Da indagato, è vero, che oltre tutto si dichiara «parte lesa». Ma anche in questo caso le sue aspirazioni, e quelle di chi lo sosteneva nella sua corsa, risultano momentaneamente vanificate. Con parziale soddisfazione di Bernabè, che a questo punto può riprendere fiato nella sua guerriglia interna all' azienda.E di Corrado Passera, che in Telco è il più convinto sostenitore di un «piano B» per Telecom, analogo a quello che Intesa costruì per Alitalia. Ma fino a quando reggeranno, tra queste macerie, le telecomunicazioni italiane? Aspettavamo da tanto tempo la «banda larga». Ma non era quella scoperta dalla Procura di Roma.Fonte: Massimo Giannini - Repubblica
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