sabato 30 gennaio 2010

Caro Chiamparino un cantiere aperto c’è già: è il Pd

Caro Chiamparino, mi rivolgo a te con grande affetto e stima. Basta “aprire cantieri”. Basta “nuovi soggetti politici”. Sono 20 anni che apriamo cantieri. 20 anni che fondiamo nuovi soggetti politici. Un cantiere aperto c’è già. È il Partito Democratico. È stato aperto poco più che due anni fa, su un terreno ingombro di macerie, oltre che di qualche pezzo utile per ricostruire. Erano edifici di grande valore storico, ma sono stati largamente distrutti dai terremoti culturali, economici, sociali degli ultimi decenni. Abbiamo appena eletto, dopo una lunghissima e partecipatissima stagione congressuale, un segretario. Il congresso ha individuato una soluzione. Non l’ha implementata. Abbiamo appena ri-incominciato a scavare per gettare le basi dell’edificio adatto alle sfide, inedite, del XXI secolo. La preparazione delle candidature e dei programmi per le elezioni regionali ha reso visibile il declino morale ed intellettuale di troppi segmenti del nostro partito. Non solo sul territorio. Anche a livello nazionale.
Non è questione di mozioni. Il morto è presente in ogni casa e, in ogni casa, afferra il vivo. È vero, il declino morale ed intellettuale riguarda tutte le classi dirigenti del Paese. Ma, il mal comune non è mezzo gaudio. Anzi, aumenta le nostre responsabilità. Insomma, abbiamo un progetto da definire, scelte fondamentali da fare. Soprattutto, una rigenerazione etico-politica da compiere per rimuovere i personalismi. Classi dirigenti adeguate da formare per recuperare un’autorevolezza collettiva persa spesso nella selezione affidata alla fedeltà alle correnti. Se avessimo le componenti politico-culturali sarebbe un competizione ... interna affascinante e l’amalgama si farebbe. Abbiamo, invece, aggregazioni di micro-poteri , sempre più micro e, per tanto, sempre più agguerriti. Non perdiamo altro tempo. Discutiamo di contenuti. La tua, lo dico con rispetto, è la “generazione tupperware”: nell’incapacità di misurarsi sui contenuti, continua a introdurre sul mercato elettorale nuovi contenitori. La tua è un ipotesi di lavoro. L’on. Rutelli è all’opera. Quello da introdurre è sempre il contenitore decisivo. Intanto, siamo ai margini della vicenda politica italiana. Autoreferenziali. Basta. Parliamo di come intendiamo rigenerare la crescita civile ed economica del Paese, arginare l’emorragia di lavoro, evitare le mille secessioni sociali in atto, riaccendere il senso di appartenenza alla comunità nazionale, costruire il consenso per una strategia riformista. Le potenzialità del PD sono immense. Per favore, basta. Altrimenti disperdiamo anche le residui energie rimaste. Pagherebbe il Paese, non noi.
Fonte: Stefano Fassina - L'Unità

Veltroni «ribelle invisibile» «Io, Garabombo del Pd»

«Io sono come Garabombo», parola di Walter Veltroni. L’ex segretario del Pd si paragona al protagonista di uno dei romanzi dello scrittore peruviano Manuel Scorza. Un personaggio che ha il dono dell’invisibilità e che sfrutterà questa sua capacità per spingere i comuneros alla rivolta. Chi siano i comuneros in questo caso e, soprattutto, chi siano i latifondisti non è dato sapere, ma il paragone sfuggito a Veltroni è interessante.
Per ora, comunque, l’ex leader del Partito democratico preferisce rimanere invisibile perché non è tipo da aprire fronti interni proprio mentre il Pd si accinge a una lunga e difficile campagna elettorale. Dopo le Regionali ci sarà tempo e modo di farsi avanti. Al momento Veltroni si limita ad affacciarsi su Facebook per fare sue le parole dell’allenatore dell’Inter: «Mourinho sugli allenatori: in Italia è impossibile innovare, si può solo resistere». Pier Luigi Bersani, che si sente chiamato in causa, preferisce non polemizzare e se la cava con un laconico e quanto mai generico: «Se fosse vero sarebbe un problema, ma speriamo che non sia come dice Mou».
Dunque, Veltroni in questa fase preferisce restare dietro le quinte. Chi invece ha optato per il massimo di visibilità è Sergio Chiamparino. Ben tre interviste, a Stampa, Riformista ed Espresso, per lanciare un avvertimento a Bersani e prendere le distanze dalla sua gestione del partito. Il sindaco accusa il segretario di aver proceduto «a zig, zag» e gli intima: «Dopo le Regionali abbandoni le alchimie di Palazzo e cominci a cercare un leader in grado di sfidare la destra nel 2013, in un campo largo che va da Casini a Vendola». Frase da cui si arguisce facilmente che secondo Chiamparino non può essere certo il segretario a occupare quel posto. Ma c’è di più il sindaco di Torino lascia intendere di poter giocare lui, invece, quella partita. Una partita per cui, comunque, serve «un nuovo ... Ulivo», perché il progetto del Partito democratico «è fallito».
Parole pesantissime, quelle di Chiamparino, tanto più se si pensa che vengono pronunciate in una fase in cui i maggiorenti del Pd sembravano aver siglato una tregua in vista delle elezioni regionali. Ma anche questa volta Bersani preferisce evitare la polemica: «Noi siamo una forza democratica, discutiamo all’aria aperta, ma quando ci sarà da combattere non mancherà nessuno». Rosy Bindi, invece, non ci sta e attacca il sindaco di Torino: «Le sue affermazioni sono inopportune e incomprensibili». Arturo Parisi, al contrario, è ben contento dell’uscita di Chiamparino: «E’ una voce che avanza una proposta alternativa per dire che la condizione attuale non è convincente».
Insomma, non c’è mai pace per questo Pd dell’era bersaniana. Nicola Latorre, uno che usa l’accetta e non il cesello quando pronuncia le sue dichiarazioni, vede «tanti avvoltoi all’orizzonte». «Sono lì che volano — dice il vice capogruppo al Senato—e forse sperano di creare un’atmosfera negativa attorno al partito per prendersi qualche rivincita alle regionali». Il dalemiano Latorre, però, è convinto che queste attese andranno deluse. E in cuor suo ne è convinto anche il segretario che punta a conquistare almeno sette delle tredici regioni in cui si vota a fine marzo. Con un risultato del genere—è il suo ragionamento — voglio vedere chi potrà prendere la parola per attaccarmi. Pubblicamente, però, Bersani mantiene il «low profile » e alle volte appare sin troppo accomodante con avversari interni ed alleati esterni. Il segretario ha spiegato ai suoi collaboratori che in questa fase non può fare altrimenti, ma che una volta superato l’ostacolo delle Regionali prenderà in mano la situazione: «So perfettamente quello che sta succedendo, ma per il momento preferisco agire così ». E nell’attesa del dopo voto non gli resta che difendere la politica da lui seguita finora, alleanze con l’Udc incluse. In questo gli dà ampiamente una mano Massimo D’Alema che dell’intesa con i centristi di Pier Ferdinando Casini ha fatto il suo cavallo di battaglia: «L’Udc — sottolinea il neo-presidente del Copasir —resta opposizione e questo aiuta una prospettiva nuova per il Paese».
Fonte: Maria Teresa Meli - Corriere della Sera

Vendola e Bonino ora nel Pd

Condivido all’80% (poco più, poco meno) il programma politico di Nichi Vendola. Analogamente devono pensarla quei tantissimi elettori del Partito democratico che hanno votato per lui alle primarie di domenica scorsa. Ne consegue una domanda: ma cosa aspetta Vendola a entrare nel Pd? A pieno titolo, con pari dignità e con quanti, oggi in Sinistra Ecologia e Libertà, vorranno seguirlo (la stragrande maggioranza, immagino). E, infatti, che senso ha voler preservare ancora, e a tutti i costi, l’autonomia organizzativa di un partitino del 2-3%? Tanto più in presenza di uno scarto così ampio tra la capacità di attrazione delle tematiche che lo connotano e del leader che lo rappresenta, quel partitino, e l’esiguità dei consensi elettorali. Da tempo, pongo lo stesso quesito ai Radicali, dei quali – come si dice – mi onoro di essere un militante e un dirigente, senza ottenere risposte che mi soddisfino.
Le vicende più recenti – ovvero proprio la cosiddetta “imposizione” al Pd di due candidati esterni, come Emma Bonino e Vendola – hanno rafforzato la mia convinzione, inducendomi a dare una lettura di quanto accaduto esattamente opposta a quella corrente. Sia chiaro. Non mi sfuggono i moltissimi limiti di un partito come il Pd, “costretto” a candidare leader di altre formazioni: ma ritengo prevalente la novità positiva che questa vicenda segnala. Ovvero quella di un Partito democratico aperto, permeabile, in movimento. E capace di trasformarsi. Qualcuno tradurrà tutto ciò nell’allarme per la debolezza di un Pd che si rivelerebbe “infiltrabile” e “conquistabile”, ma a parte l’ovvia battuta (chi vuoi che se lo pigli, un partito così sciamannato?), c’è da riflettere su quale sia oggi la posta in gioco: l’oggetto del contendere, in senso proprio (ovvero l’oggetto della conquista). Le primarie pugliesi e i consensi raccolti dalla Bonino dicono che l’elettorato non è rigidamente ripartito per nicchie più o meno ampie, ... puntualmente corrispondenti ad altrettanti coerenti e compatte visioni del mondo e conseguenti programmi politici. E tutte le analisi dei flussi elettorali confermano che una quota assai estesa di elettorato indirizza il proprio consenso, di volta in volta, verso l’una o l’altra formazione del centro sinistra (Pd, SeL, Federazione della sinistra, IdV e, non stupitevi, Udc). Perfino io, che vedo l’IdV come il fumo negli occhi (e un po’ peggio), devo riconoscere che a questo partito vanno voti di elettori che pure considero a me affini. E questo vale per l’intero campo del centro sinistra. Esemplifico in termini un po’ brutali: c’è tanta “destra” in Sinistra Ecologia e Libertà quanta “sinistra” nel Pd. (Se volete vi preparo degli appositi test per verificarlo). Se questo è vero, non riesco a vedere il successo delle “autocandidature” di quei due leader, all’interno di coalizioni guidate dal Pd, come un atto di “prepotenza” della Bonino e di Vendola e nemmeno di subalternità dei democratici nei confronti di quest’ultimi. Mi piace immaginarlo, invece, come l’esito del ricorso, al “paradigma del judo” da parte del Pd, magari per necessità. La natura del judo è come quella dell’acqua: si adatta al terreno, scivola e si ritrae per poter di nuovo avanzare; è una tecnica di azione che – diversamente da altre arti marziali – non si affida alla forza propria, ma all’iniziativa altrui; ne asseconda le mosse e lo slancio (della Bonino e di Vendola); non oppone resistenza irriducibile al gesto dell’altro, ma fa di esso una leva per la propria azione. Nel nostro caso, il Pd piuttosto che respingere l’iniziativa dei due leader in questione, rivendicando la propria indipendenza, ha ceduto – sia pure riottosamente – alla pressione proveniente dall’esterno, l’ha accolta, fino a farla propria e ora se ne può giovare come di una risorsa comune.
Mi rendo conto che questa mia è una versione estremamente benevola e ottimista di un processo che può essere presentato in termini esattamente opposti (e così viene fatto, in modo ossessivo da tutti i media, non solo quelli ostili). Ma questa mia interpretazione non nasce – vi prego di credermi – dall’ingenuità: è vero, piuttosto, che talvolta in politica (e non solo in politica) il realismo può essere la più innocente e saggia delle astuzie.
P.s.
Ho detto di condividere all’80% il programma di Vendola ma devo dire che trovo insopportabile il suo linguaggio (e, poi, quella gramsciana «connessione sentimentale col popolo», evocata a Ballarò e ai telegiornali, in piazza e, immagino, in taxi e all’Upim, sul lungomare Araldo di Crollalanza e in pizzeria...). Ma, considerato come scrivo e parlo io, pazienterò. In nome della Causa.
Fonte: Luigi Manconi - L'Unità

Doppio incarico, salvi 12 deputati tre poltrone per il leghista Molgora

Vita facile per i doppiopoltronisti di Montecitorio. Sono dodici, deputati e amministratori di grandi comuni e province. Da ieri e fine al termine della legislatura potranno continuare a dividersi serenamente tra incarico di sindaco o presidente negli enti locali e il mandato parlamentare. La giunta per le elezioni della Camera ha dichiarato a maggioranza (8 voti contro 3) compatibili i 9 onorevoli-amministratori targati Pdl e i 3 leghisti. Chiudendo una volta per tutte l'istruttoria aperta nel 2008.
A beneficiarne, politici disposti a dividersi in due pur di non mollare. In un caso addirittura in tre. Perché nel drappello c'è anche un tripoltronista, caso sembra senza precedenti. Si chiama Daniele Molgora, nel giro di 18 mesi è stato capace di farsi "nominare" deputato del Carroccio alla Camera, designare sottosegretario all'Economia al fianco di Giulio Tremonti e infine eleggere presidente della Provincia di Brescia. Ai componenti della giunta delle elezioni che lo hanno convocato e interpellato per verificare se sussistessero i presupposti per dichiarare l'incompatibilità, ha risposto che no, non sussistono. Il motivo: da capo della giunta provinciale di Brescia deciderà in autonomia quando convocarla e lo farà nei giorni in cui sarà libero da impegni parlamentari. Tralasciando il terzo ingombro, il posto nel governo. E nel tentativo di fugare ogni dubbio, ha ... pure prodotto in giunta i dati sulla sua presenza in aula a Montecitorio. E Brescia sembra essere proprio la capitale dell'intraprendenza in politica, dato che anche il primo cittadino, il piediellino Adriano Paroli, è deputato.
Ma se il leghista "fantuttone", il sindaco bresciano e gli altri dieci colleghi deputati l'hanno potuta spuntare è grazie al vuoto normativo esistente. Presidenti di Province e sindaci di città con più di 20 mila abitanti sono ineleggibili se non si dimettono 180 giorni prima del voto, ma la norma non sancisce l'incompatibilità qualora il deputato diventi successivamente sindaco di un grande comune o presidente della Provincia. E i dodici appartengono a questa categoria: eletti negli enti locali dopo l'inizio della legislatura del 2008. Oltre a Molgora e Paroli, hanno ottenuto il via libera della giunta i pidiellini Maria Teresa Armosino, presidente della Provinica di Asti, Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, Edmondo Cirielli, quello della omonima legge sulla prescrizione, presidente della Provincia di Salerno, Nicola Cristaldi, sindaco di Mazara del Vallo, Antonello Iannarilli, presidente della Provincia di Frosinone, Giulio Marini, sindaco di Viterbo, Antonio Pepe, presidente della Provincia di Foggia, Marco Zacchera, sindaco di Verbania. E infine altri due leghisti, Ettore Pirovano, presidente della Provincia di Bergamo e Roberto Simonetti della Provincia di Biella. Sotto la Prima Repubblica i doppi incarichi non esistevano, sebbene la norma fosse la stessa. Lo "strappo" autorizzato al sindaco di Palermo Diego Cammarata nel 2004 ha dato la stura alla moltiplicazione delle poltrone.
Ognuno dei dodici ha opposto in giunta (guidata da una maggioranza di centrodestra) le proprie controdeduzioni. Il presidente Maurizio Migliavacca (Pd), pur riconoscendo le questioni di opportunità che farebbero propendere per la incompatibilità, sostenuta dal vicepresidente Pino Pisicchio (Api), ha preso atto del vuoto normativo. Passaggio ai voti, col risultato finale di 8 a 3. In favore della compatibilità i sei della maggioranza, l'Udc Domenico Zinzi ma anche il democratico Pietro Tidei (Migliavacca si è astenuto). Contro, oltre a Pisicchio, i pd Nannicini e Lenzi. Anche su questo fronte, dunque, il Pd si è spaccato. Un mese fa, ad essere "graziati" erano stati altri 18 deputati con doppio incarico ma societario, tra loro Lucio Stanca (Pdl), ad di Expo 2015, e Matteo Colaninno (Pd). "Il parlamentare deve rassegnarsi a fare quello e basta, per 13 legislature era stato così - fa notare Pisicchio - La soluzione è affidare alla Corte Costituzionale il compito di giudicare le incompatibilità, sottraendolo alla giunta che non è affatto organo terzo". Marco Follini, senatore Pdl, ha già raccolto firme bipartisan per un ddl che mettere nero su bianco le incompatibilità. Ma giace in un cassetto.
Fonte: CARMELO LOPAPA - Repubblica

"Porto mio fratello a morire in Belgio traditi da tutti, non possiamo più aiutarlo"

La data è stata già fissata e non è casuale: il 9 febbraio, ad un anno esatto dalla morte di Eluana Englaro. Quel giorno in Belgio, in una clinica vicino a Bruxelles, a Salvatore Crisafulli, paraplegico catanese di 45 anni uscito cinque anni fa da uno "stato vegetativo persistente", verrà praticata una iniezione letale. Ad accompagnarlo sarà suo fratello Pietro, che in questi anni lo ha assistito e curato, e che adesso dice di "aver perso la sua battaglia per la vita". Lui, che scongiurò il padre di Eluana di fermarsi e che solo qualche mese fa ha fondato, l'associazione Sicilia Risvegli, ora annuncia l'ultima sfida allo Stato.
"L'eutanasia per mio fratello - dice Pietro Crisafulli - è ormai una scelta obbligata. Tutti lo hanno abbandonato al suo destino, e noi non possiamo più aiutarlo. Da sette anni aspettiamo inutilmente un piano personalizzato di assistenza ospedaliera a domicilio e ora, dopo che anche mio fratello Marcello è rimasto a sua volta immobilizzato da un grave incidente stradale, non ce la facciamo più ad assistere Salvatore da soli". "Domenica - annuncia Crisafulli - partirò con lui in camper per il Belgio, una nazione che non è ipocrita come la nostra, dove Salvatore avrà una morte dignitosa: non morirà di fame e di sete ma si addormenterà per sempre con una iniezione. In Italia invece l'eutanasia non c'è ma le persone non vengono assistite dignitosamente dal servizio sanitario e così sono ... ridotte comunque a cadaveri".
Parole dure che, nel pomeriggio, trovano una prima reazione nell'intervento del presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Sistema Sanitario nazionale, Ignazio Marino, che annuncia di aver avviato un'istruttoria sul caso, disponendo una ispezione dei Nas per verificare le condizioni di assistenza del disabile. "Ho sempre sostenuto - afferma Marino - che la libertà di scelta rispetto alle terapie, sulla base della Costituzione, deve essere garantita sempre ad ogni individuo. Questo significa che ognuno di noi deve avere a disposizione tutte le risorse sanitarie necessarie". Poi Marino, da sempre sostenitore della opportunità di una legge sul testamento biologico, afferma che la scelta di Pietro Crisafulli "mi trova fermamente contrario" e chiede se "sia stato effettivamente lui a comunicare tale scelta o se non sia frutto solo della disperazione ed esasperazione della famiglia per l'assenza di assistenza. Ho sempre affermato il diritto di autodeterminazione ma credo che se la morte è decisa da qualcun altro non si possa chiamare eutanasia ma piuttosto omicidio".
Immediata la risposta, a distanza, di Pietro Crisafulli. "Chiacchiere inutili. Perché Marino non è intervenuto prima? Sono anni che vivo di speranze e parole. Ho incorniciato la lettera che mi scrisse Silvio Berlusconi chiedendomi di resistere. Il presidente della Regione Raffaele Lombardo venne a casa, disse che si sarebbe occupato personalmente del nostro caso. Dopo 5 mesi arrivò l'assistente che per due ore al giorno si occupava di mio fratello. E nelle altre 22 ore chi ci doveva pensarci?". "Le istituzioni non hanno mai abbandonato Crisafull", replica il sottosegretario alla salute Eugenia Roccella.
Fonte: Repubblica

"Sosteniamo la Costituzione" Un sabato di sit-in del popolo viola

Sarà un sabato nel nome della Costituzione. Gli esponenti del No B-Day organizzano sit-in in decine di città italiane in difesa della Costituzione. A loro l'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ha voluto indirizzare un messaggio.
"Nella mia qualità di presidente dell'Associazione 'Salviamo la Costituzione: aggiornarla non demolirla', nata dal Comitato che promosse il referendum costituzionale del giugno 2006 - scrive Scalfaro- esprimo soddisfazione per le numerose iniziative e manifestazioni di sostegno alla Costituzione repubblicana e alla sua perdurante attualità, organizzate in un momento nel quale essa è nuovamente esposta sia al rischio di proposte di revisione non rispettose dei suoi valori e del suo impianto fondamentale, sia a una strisciante e quotidiana inosservanza dei suoi principi (prima di tutto quello dell'equilibrio tra i poteri costituzionali e dell'autonomia e indipendenza della funzione giurisdizionale). D'intesa con il direttivo di "Salviamo la Costituzione", che si è riunito a Roma il 26 gennaio, invito i comitati locali della nostra associazione a partecipare a queste iniziative.
Invitiamo, in particolare, a sostenere l'iniziativa, promossa autorevolmente dai presidenti emeriti della Corte costituzionale Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky sotto l'egida di un gruppo di associazioni e movimenti della società ... civile, per la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare tendente a integrare la festa nazionale del 2 giugno con un riferimento esplicito alla Costituzione, così da ridefinirla come festa della Repubblica e della Costituzione.
E' un modo per sottolineare lo stretto legame, storico e istituzionale, tra i due momenti fondanti della nostra convivenza civile, e per ricordare che la Costituzione è e resta un sicuro punto di riferimento della grande maggioranza degli italiani, al di là delle divisioni politico-partitiche, come è stato confermato dal netto risultato del referendum del 25-26 giugno 2006 e da recenti sondaggi di opinione.
La Costituzione può naturalmente, come essa stessa prevede, essere aggiornata e modificata, in modo da adeguare gli strumenti della nostra democrazia al mutare della realtà storica, politica e sociale: ma ciò deve avvenire in coerenza con i suoi principi e i suoi valori, anzi al fine di meglio attuarli e inverarli, e senza stravolgere il suo impianto fondamentale, che è garanzia dei diritti di tutti e di ciascuno e della effettività della nostra democrazia.
Chiediamo infine -conclude l'ex presidente della Repubblica - ai nostri Comitati regionali e locali di valutare, in vista delle prossime elezioni regionali, l'opportunità di invitare tutti i candidati alla carica di presidente della Giunta regionale a sottoscrivere un documento col quale essi si impegnino - in caso di approvazione parlamentare di modifiche costituzionali che stravolgano i principi, i valori e l'impianto fondamentale della nostra Costituzione - a proporre al loro Consiglio regionale di esercitare la facoltà costituzionalmente prevista di promuovere il referendum previsto dall'art. 138 della Costituzione".
Fonte: Repubblica

Il Pd: «Giù le mani dall’acqua»

Giù le mani dall’acqua. L’esortazione giunge dagli amministratori dal Pd gardesano, che nei prossimi giorni porteranno in discussione in tutti i Consigli comunali dei centri rivieraschi una mozione comune, presentata dai gruppi consiliari di maggioranza o di minoranza, per «difendere il diritto dei cittadini all’uso dell’acqua quale bene pubblico e inalienabile». L’iniziativa è stata presentata ieri a Salò dal coordinatore del Pd salodiano, Gianpaolo Comini, dal sindaco di Moniga, Lorella Lavo, dal vicesindaco di Padenghe, Gian Luigi Baronio, insieme alle capogruppo consiliari del Pd di Gardone Riviera, Rita Flora Porretti, e di Salò, Graziella Belli, e ai consiglieri di Desenzano, Rosa Leso, e di Sirmione, Andrea Volpi. Gli amministratori del centrosinistra si schierano compatti contro il cosiddetto decreto Ronchi, imputandogli di «sottrarre ai cittadini un bene indisponibile quale è l’acqua, per trasformarla in un business a vantaggio dei privati». L’iniziativa si pone inoltre come una «difesa delle prerogative dei Comuni, cui viene imposto dall’alto l’obbligo di coinvolgere i privati nella gestione dell’acqua, in palese contraddizione, come già in tema di Ici e di "Piano casa", del tanto sbandierato federalismo». «Dove la gestione degli acquedotti è in mano ai privati, il cui obbiettivo è il profitto - spiegano gli esponenti del Pd - le bollette sono più salate, con oneri per gli investimenti comunque a carico degli Enti locali». La posizione espressa dal Pd gardesano è peraltro condivisa da numerose Regioni (Abruzzo, Puglia, Marche, Valle d’Aosta, Piemonte, Trentino, ma anche la Lombardia di Formigoni) e ha registrato l’adesione trasversale di Province e Comuni di diverso orientamento politico.
«Superare le posizioni ideologiche»
L’auspicio del Pd è che anche sul Garda questa iniziativa possa valicare la posizioni ideologiche, trovando consensi anche nel centrodestra. La mozione ricorda ...
che «con l’approvazione della Legge 135/09 i Consigli comunali ed i sindaci eletti dai cittadini saranno espropriati dalla gestione dell’acqua potabile» ed evidenzia come tale provvedimento «contraddica fortemente i reiterati proclami del Governo sul federalismo, che espropria di fatto Regioni ed Enti locali di fondamentali prerogative, tanto da sollevare forti perplessità da parte di molte Regioni con il preannuncio di ricorsi alla Corte Costituzionale». Il documento sottolinea inoltre che «le situazioni di inefficienza e inadeguatezza, in parte presenti anche nel nostro territorio, devono essere affrontate sulla base del principio di responsabilità pubblica, sia per prevenire le possibili gravi conseguenze sulla salute delle persone, quali quelle verificatesi nei mesi scorsi a San Felice, sia per le altrettanto gravi conseguenze sull’economia turistica del Garda; la situazione della gestione sul Garda da parte della Spa Garda Uno, azienda consortile dei Comuni, deve essere ripensata per assicurare alle comunità locali maggior trasparenza e soprattutto un maggior controllo effettivo in capo agli Enti locali sul gestore; deve essere recuperato l’indirizzo fondamentale nell’ambito del ciclo integrato circa la priorità degli investimenti da destinare alla separazione delle acque bianche dalle nere, sia per garantire condizioni più favorevoli al prelievo dell’acqua dal lago per l’approvvigionamento idrico delle comunità, sia per consentire una più efficiente gestione del sistema di depurazione, che troppo spesso denuncia situazioni di problematicità».
«Un diritto costituzionale»
Alla luce di queste premesse la mozione impegna i Comuni a «sancire il diritto all’acqua come principio costituzionale; promuovere una cultura di salvaguardia della risorsa idrica e di riduzione dei consumi; sottoporre all’Ato l’approvazione di tali impegni». La mozione propone inoltre una rimodulazione delle tariffe tale da garantire la gratuità di almeno 50 litri per persona al giorno e di destinare un centesimo al metro cubo di acqua consumata per interventi attraverso la cooperazione internazionale. Si chiede ai Comuni di prender posizione in Regione, Governo e Parlamento.
Simone Bottura L’iniziativa è stata presentata ieri a Salò (nella foto a destra) dal coordinatore del Pd salodiano, Gianpaolo Comini. Gli amministratori del centrosinistra si schierano compatti contro il cosiddetto «decreto Ronchi»
Fonte: Giornale di Brescia

Termini Imerese, Fiat sospende tutti i lavoratori

La Fiat non ha atteso l’incontro che oggi si terrà a Palazzo Chigi. Poteva essere quella la sede per comunicare a governo e sindacati il fermo impianti per due settimane e la cassaintegrazione per 30mila dipendenti in tutto il paese. Invece no. Il Lingotto ha giocato d’anticipo calando una carta di quelle che pesano, condizionando tutta la trattativa con l’obiettivo di ottenere più incentivi alla rottamazione perché senza - dice - le auto non si vendono. Ma c’è un’altra decisione presa a Torino: è la sospensione dal lavoro, a tempo indeterminato, di tutti i dipendenti di Termini Imerese che ieri mattina hanno trovato i cancelli chiusi.
La linea dura è la risposta della Fiat alle proteste dei lavoratori della Delivery Mail, la ditta che faceva le pulizie per Fiat ma che, a incarico non rinnovato, ha licenziato i 18 dipendenti. In 13 sono saliti sul tetto di un capannone, mentre i familiari con altri operai dell’indotto bloccavano il passaggio delle merci. Di qui la decisione di Fiat di sospendere la Produzione contenuta in un telegramma inviato ai sindacati e alle autorità cittadine.
«Per noi sono in cassa integrazione - afferma Roberto Mastrosimone, della Fiom-Cgil -. La sospensione dei lavori è un fatto gravissimo. Non ci sono precedenti: i dipendenti erano pronti a lavorare, ma l’azienda ora potrebbe non pagarli. Attendiamo a questo punto l’incontro al ministero». «Si vuol far calare il sipario sullo stabilimento. Lo si vuole spegnere lentamente ma inesorabilmente», dice il sindaco di Termini Salvatore Burrafato.
La «droga» e il «ricatto»
Sono 1350 i dipendenti diretti, 600 dell’indotto. La situazione, difficile in tutto il gruppo qui diventa drammatica per l’assenza di prospettive. «L’azienda non può ... sostenere che assemblare auto a Termini costa troppo dal punto di vista logistico e quindi la chiudo», afferma il leader della Uil Luigi Angeletti, «piuttosto dica cosa vuole fare per mantenere la produzione».
Se parlerà oggi a Palazzo Chigi, ma intanto ci si arriva in un clima avvelenato dalla decisione di mettere in «cassa» tutti gli stabilimenti, decisione che Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, definisce «un ricatto». Susanna Camusso, della segreteria Cgil, torna a chiedere che si discuta un piano industriale. Anche il governo si indigna moltissimo, peccato che quando poteva, cioè al momento della concessione degli incentivi per la rottamazione non abbia posto come condizione il mantenimento dell’occupazione e della produzione in Italia. La Cgil, che lo chiedeva, ora lo ricorda. Dall’inizio, ricorda Camusso, «avevamo detto che politiche di incentivi “drogano la domanda”, ma non determinano un’effettiva ripresa. Il tema vero sulla produzione delle auto deve, invece, riguardare l'innovazione, le nuove alimentazioni e la sostenibilità». Con il mantenimento della produzione in Italia sono per la Cgil i vincoli per un’eventuale politica di incentivi. Il 3 febbraio, intanto, si sciopera unitariamente per quattro ore in tutto il gruppo Fiat.
Fonte: Felicia Masocco - L'Unità

Disoccupazione all'8,5% record da gennaio 2004

A dicembre il tasso di disoccupazione è salito all'8,5%. Si tratta del record dal 2004. L'Istat ha reso noto che il mese scorso il numero di persone in cerca di lavoro ha superato ampiamente quota due milioni (esattamente 2,138 milioni), in aumento del 2,7% rispetto a novembre (+57mila unità) e del 22,4% nel confronto con lo stesso mese dell'anno prima (+392mila). La disoccupazione è arrivato quindi all'8,5% dall'8,3% di novembre (+1,5 punti percentuali rispetto a dicembre del 2008), raggiungendo il valore massimo almeno da gennaio del 2004, inizio della serie storica (ma nel primo primo trimestre del 2003 il tasso era all'8,7%). Il tasso è particolarmente elevato fra i giovani sotto i 25 anni (26,2% di disoccupati) e fra le donne (10%) mentre gli uomini sopra i 25 anni senza lavoro sono il 7,5%.
La crisi continua a pesare anche nell'Eurozona: in dicembre la disoccupazione ha raggiunto il 10% contro il 9,9% di novembre e l'8,2% del dicembre 2008. Eurostat ha comunicato che si tratta del dato peggiore dall'agosto 1998. Anche nell'Unione europea a 27 membri i disoccupati sono aumentati e il tasso è arrivato al 9,6% (9,5% in novembre, 7,6% un anno prima).
Nell'Unione europea a dicembre erano disoccupati 23.012.000 di uomini e di donne, di cui 15.763.000 nell'eurozona. Rispetto a novembre, il numero dei senza lavoro è cresciuto di 163 mila nell'Ue a 27 e di 87 mila nell'area dell'euro. Più drammatico il confronto anno su anno: rispetto a dicembre 2008, la disoccupazione è aumentata di 4.628.000 unità nell'Europa a 27 e di 2.787.000 nell'eurozona; in un anno, tutti gli Stati europei hanno registrato un aumento dei senza lavoro, raggiungendo il livello record dall'agosto del 1998. Fra gli Stati membri, i tassi di disoccupazione più bassi sono stati registrati in Olanda (4% ) e Austria (5,4%), e i più alti in Lettonia (22,8%) e Spagna (19,5%). Infine, l'Eurostat ricorda i dati di Stati Uniti e Giappone: negli Usa il tasso di disoccupazione in dicembre è stato pari al 10%, in Giappone del 5,2% in novembre.
Fonte: Repubblica

Omsa, che crisi: a Faenza lavoratrici in rivolta

Lo stabilimento Omsa costeggia l’autostrada, un lungo cubo basso e grigio profilato di giallo. Al casello di Faenza si esce, si svolta a destra, poche centinaia di metri ed ecco i cancelli. Sono presidiati. Un tendone, un prefabbricato. Le bandiere di tutti i sindacati. Si gela ed è tornata pure la neve. Un paio di stufe fai-da-te attutiscono il freddo, un uomo taglia i bancali per far legna, una giovane lavoratrice col cappellino di lana targato Dolce & Gabbana organizza i turni del presidio: quattro ore a testa per ventiquattr'ore, senza mollare. Si raccolgono le disponibilità per l’intero mese di febbraio, si fa l’elenco dei numeri di telefono, ci si organizza per il cibo e il caffè. In caso di emergenza la “rete” mobilita tutti i lavoratori in pochi minuti.
«Da qui non entra e non esce più niente, non vogliamo che si portino via i macchinari e i prodotti. Questo è il nostro posto di lavoro, non ce ne andremo così facilmente» avverte Valentina Drei, 35 anni, dipendente del «re del collant», il gruppo Golden Lady di Castiglione delle Stiviere, di proprietà di Nerino Grassi leader mondiale delle calze per donne. Questa non è solo una vertenza sindacale, è una battaglia civile e politica. C’è dentro tutto, è un caso esemplare di quest’Italia malmessa e sfilacciata. I dipendenti dello stabilimento sono 350, di cui 320 donne. E sono loro a guidare la lotta. Le parole che si sentono sono sagge, nessuno alza la voce. Sono persone abituate a faticare per andare avanti, a trainare la famiglia e i figli, a distinguere tra diritti e privilegi, a mostrare coi fatti la solidarietà e a fare politica, quella vera, partendo dalle cose ... concrete come ha insegnato la cultura di queste parti.
Faenza è una città splendida, il centro storico è di una bellezza commovente. Le trattorie offrono «il menù a prezzo fisso per operai e studenti». Qui la democrazia affonda le radici nella Resistenza. In questo pezzo di Romagna ci sono ancora le sezioni del Pri, e fanno quasi tenerezza. Questa è la città di Benigno Zaccagnini, segretario di una dc presentabile, e qui è nata Laura Pausini che gira il mondo a cantare. Per decenni lo sviluppo è stato nel solco del “modello emiliano”, ammesso che esista ancora: crescita economica da primato accompagnata dalla stabilità sociale. Ma oggi la crisi mette in discussione conquiste che sembravano definitive. «Tutto il nostro territorio sta soffrendo, dalla ceramica alla meccanica, ma a volte la crisi è una giustificazione per le aziende per realizzare riorganizzazioni che in altri momenti non avrebbero nemmeno pensato» spiega Samuela Meci, giovane sindacalista della Camera del lavoro. Davanti a certe ristrutturazioni, a dolorose scelte aziendali dovrebbe essere la politica a intervenire, a dettare le condizioni. Ma la politica industriale è stata dimenticata e tra i politici si fa fatica a trovare qualcuno credibile. «Siamo sotto elezioni, davanti alla fabbrica c’è la sagra dell’assessore, e va bene... ma non vogliamo farci strumentalizzare, stiamo parlando del futuro di centinaia di famiglie» aggiunge l’esponente della Cgil.
Il caso Omsa è difficile da capire. Il gruppo va bene, è una società di profitti, ha la leadership di mercato, una proprietà familiare e solida. E allora? Lo stabilimento di Faenza va chiuso non perché non funziona, ma per spostare le produzioni nel distretto mantovano e nelle fabbriche in Serbia dove gli operai costano poco. Tagliare i costi, tagliare, tagliare per fare più profitti. Ma la delocalizzazione, a volte, non è così semplice, comporta problemi.
Gli operai serbi (oltre 1600) della Omsa hanno fatto quattro giorni filati di sciopero per avere un aumento di cento euro al mese (il salario era attorno ai 300 euro) e un direttore di stabilimento è stato malmenato dai lavoratori inferociti che non avevano ricevuto il cedolino della retribuzione. Un’impresa può anche decidere di delocalizzare per sfruttare meglio i lavoratori a basso costo, ma poi, alla fine, magari qualcuno s’arrabbia.
Le donne dell’Omsa sono di fronte a un impegno gravoso e dall’esito per nulla scontato. Emanuela Nanni, 47 anni di cui 23 passati in fabbrica, lavora alle confezioni. Spiega: «Golden Lady è un grande gruppo, non è pensabile che a Mantova facciano gli straordinari, che in Serbia vogliano assumere ancora centinaia di operai e noi invece chiudiamo tutto. Se ci sono difficoltà, se davvero c’è la crisi allora spalmiamola un po’ su tutti, facciamo i contratti di solidarietà che ci consentono di andare avanti, di prendere fiato e di studiare altre soluzioni per il futuro. Ma non si può mandarci a casa con un calcio nel sedere, qui non si trova più lavoro bisogna difendere quello che abbiamo».
Le operaie Omsa sono un bastione della città. L’azienda nacque nel 1940 per iniziativa dei conti Orsi e Mangelli, imprenditori del petrolio da cui traevano la fibra per le calze. Negli anni Settanta la società occupava mille dipendenti, diventando sinonimo di successo grazie anche a una comunicazione pubblicitaria efficace e alla sponsorizzazione di Miss Italia. «Omsa, che gambe...» si ascoltava a Carosello. Poi la società fu acquisita dalla famiglia Grassi di Mantova e gli addetti sono diminuiti nel tempo. Una volta la fabbrica era in centro città, le lavoratrici avevano addirittura la manicure in azienda perché le unghie dovevano essere sempre a posto per evitare di danneggiare i fili e il tessuto. Bisognava togliersi anelli, spille, orecchini, nulla doveva minacciare la produzione della calza. «Una volta eravamo legate, c’era più solidarietà anche se oggi ci siamo ritrovate, stiamo facendo una bella battaglia insieme» racconta Marina Francesconi, 49 anni, un figlio di 23 anni e un marito metalmeccanico, «il padrone con la nuova fabbrica ci ha voluto dividere, lo ha studiato: nella vecchia fabbrica andavamo in mensa tutte insieme, ora si fanno i turni anche nello stesso reparto, non si riesce mai a parlare, a discutere dei problemi del lavoro». Le tecnologie non hanno alleviato il peso delle linee e dei turni ( qui si lavora dalle 5 alle 13 e dalle 13 alle 21), anzi.
Roberta Donati, 46 anni, di cui 25 a fabbricare calze, argomenta: «La macchina, la tecnologia ti impone ritmi sempre più accelerati e tu devi rispettare i tempi. C’erano certe mie colleghe che per far bella figura col capo stavano dietro a quei ritmi sempre più elevati, ma non ne vale la pena. Le più esperte tra di noi guadagnano 1000-1050 euro al mese, le nuove arrivano a 900 euro, diciamo che il padrone i soldi non ce li regala, ce li sudiamo tutti».
Il lavoro per le donne è stata una garanzia, una strada di crescita. «Le famiglie hanno fatto i passi in avanti perché c’era il lavoro, la gente si è comprata la casa e ha mandato i figli a studiare perché lo stipendio era sicuro alla fine del mese» racconta Nadia Liverani, 46 anni, «adesso cosa facciamo? L’età media delle lavoratrici dell’Omsa è appena sopra i quarant’anni, dove andiamo se perdiamo il lavoro?».
Qualcuno ha dovuto rivedere i propri progetti di vita. Daniela Ghiselli, da 25 anni in fabbrica, separata, un figlio di 18 anni: «Con questo stipendio da sola non ce la faccio, non posso pagare l’affitto e fare la spesa. Sono tornata dai miei genitori, mi danno una mano».

Fonte: Rinaldo Gianola - L'Unità

Pendolari, il Pd: «Pulizia, più treni e meno costosi»

Ogni giorno, 560mila utenti abituali delle ferrovie viaggiano sui treni nella nostra regione: sono il 40 per cento dei pendolari italiani ma non possono contare su un occhio di riguardo e nemmeno su standard accettabili di qualità.
Se il servizio fosse migliore sarebbero sicuramente più numerosi, con beneficio per l’ambiente e per l’aria che respiriamo. Si spende troppo poco, per questa folla di viaggiatori che nonostante ritardi e disservizi continua a privilegiare il mezzo su rotaia: dedicando a loro una Giornata dei pendolari, il Pd ha proposto ieri alcuni dati eloquenti, contenuti nel programma elettorale di Filippo Penati. Soltanto lo 0,54 per cento delle risorse regionali a bilancio va ad integrare il contratto di servizio con le Ferrovie: la Campania che arriva all’1,52 per cento ha visto aumentare del 40 per cento il numero dei passeggeri. La rete lombarda si estende per 1.600 chilometri: il Piemonte ne ha 1.800 per 240mila viaggiatori. La nostra Regione ha imposto a Trenitalia, a fronte di disservizi accertati, penali per poco più di un milione di euro: il Veneto ha chiesto più del triplo. La vita difficile dei viaggiatori è nota, manca una concreta attenzione ai loro problemi che si traduca in investimenti adeguati. Questa la denuncia contenuta nel volantino distribuito ieri nelle stazioni e sulle carrozze.
«Più carrozze meno carrozzoni» A Brescia, un’autorevole rappresentanza del Pd ha dato voce in stazione al quotidiano disagio dei pendolari. I «loro» binari, il terzo e il quarto su cui passano esclusivamente treni locali e regionali, sono in condizioni di estrema sporcizia e sono stati ieri indicati come un emblema del servizio a due facce: quella degli Eurostar che dal 2008 hanno avuto grande ... impulso e quella del trasporto a breve e media percorrenza, che è stato messo in ulteriore difficoltà.
Il Pd dedica ai trasporti ferroviari una parte importante del suo programma elettorale, su cui si è soffermato ieri il segretario provinciale Pietro Bisinella. «Più carrozze, meno carrozzoni» è lo slogan scelto per la Giornata, con riferimento alla nuova società per la gestione del trasporto regionale che «nella sostanza non risponde ai bisogni dei pendolari» e sottolineando la necessità di maggiori investimenti, di treni nuovi e più adatti alle esigenze, di biglietti unici per mezzi di trasporto diversi lungo il tragitto casa-lavoro o al luogo di studio, di un ammodernamento delle linee e di stazioni attrezzate, di una Carta dei diritti dei pendolari che fissi obiettivi e standard, da verificare e rispettare.
E lo studente perde l’esame
I ritardi, la soppressione di treni senza preavviso, le carrozze «invivibili», i costi che lievitano, le sale d’aspetto chiuse, le proposte inascoltate: voci che ritornano nelle lamentele abituali dei pendolari. «Sono le scelte della Regione a stabilire il costo del biglietto; il tipo, il numero e la frequenza dei treni in circolazione - ha ricordato ieri il consigliere regionale Arturo Squassina -. Per il cattivo servizio lo studente arriva tardi alle lezioni o agli esami, il lavoratore dipendente deve consumare permessi o ferie, il precario perde il giorno di lavoro. Con i gestori dei treni, la Regione deve far valere il contratto di servizio».
Il segretario cittadino Giorgio De Martin, nell’incontro che ha visto presenti anche il segretario provinciale dei Giovani del Pd, Nicola Del Bono, il consigliere comunale Federico Manzoni e Paolo Pagani della direzione provinciale, ha aggiunto una sottolineatura per il ruolo che il Comune dovrebbe svolgere, a tutela dei diritti di chi viaggia. «Si è promesso un impegno per ridurre i costi a carico dei pendolari bresciani e per migliorare la pulizia della stazione, ma in pratica si è avuto solo un ennesimo spot di propaganda. Il centrodestra che governa in Regione, in Provincia e nel Comune di Brescia avrebbe la possibilità di incidere sulla qualità del servizio, ma non lo fa. Di fatto crescono i costi e diminuisce la qualità», dicono i rappresentanti del Pd facendo notare gli aumenti subiti nella trasformazione degli Intercity in Eurostarcity e le accentuate difficoltà del trasporto locale.
Fonte: Elisabetta Nicoli - Giornale di Brescia

Rapporto Eurispes: «Gli stipendi italiani tra i più bassi dei Paesi industrializzati»

/div>Gli stipendi italiani sono tra i più bassi dei Paesi industrializzati. «Dalla classifica 2008 relativa alle economie che fanno parte dell'Ocse emerge che, a parità di potere d'acquisto, l'Italia occupa il ventitreesimo posto sui trenta paesi monitorati, con un salario medio netto annuo che ammonta a 21.374 dollari, pari a poco più di 14.700 euro». È quanto si legge nel "Rapporto Eurispes Italia 2010 (scarica il testo completo in pdf).
LA CLASSIFICA - «Tra i paesi con il maggior salario medio netto annuo per un lavoratore senza carichi familiari si collocano tra i primi dieci: Corea del Sud (39.931 dollari), Regno Unito (38.147), Svizzera (36.063), Lussemburgo (36.035), Giappone (34.445), Norvegia (33.413), Australia (31.762), Irlanda (31.337), Paesi Bassi (30.796) e Usa (30.774) - continua l'Eurispes - Il nostro Paese con 21.374 dollari occupa invece la ventitreesima posizione. «Volendo fare un paragone con gli altri cittadini europei, il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44% rispetto al dipendente inglese, guadagna il 32% in meno di quello irlandese, il 28% in meno di un tedesco, il 19% in meno di un greco, il 18% in meno del cittadino francese e il 14% in meno di quello spagnolo. I lavoratori italiani incassano dunque ogni anno retribuzioni medie tra le più basse dei paesi industrializzati, mediamente il 17% in meno della media Ocse, il cui valore è pari a 25.739 dollari».
LA CRISI - Il rapporto Eurispes, come sempre, scatta un'istantanea del nostro Paese sotto molti punti di vista. Sempre analizzando il quadro economico italiano, la ricerca rivela che nonostante la crisi «galoppante» a livello mondiale, il sistema produttivo italiano ha registrato un aumento delle imprese di 28mila unità nel secondo trimestre del 2009. Aumento che ha riguardato per lo più imprese individuali con titolari non giovanissimi, visto che la percentuale di giovani imprenditori con età inferiore ai 30 anni è diminuita, mentre è aumentata quella relativa alla fascia di imprenditori tra i 30 e i 49 anni. E sono in particolare le «imprese rosa» quelle che resistono meglio alla crisi.
AFFITTI - L'Eurispes si occupa anche di redditi familiari, sottolineando che un affitto ormai può pesare sul budget di una famiglia con un reddito annuo di 20 mila euro l’anno e che abita in una zona centrale fino al 116 per cento. L'Eurispes confronta il canone di locazione annuo medio di otto città (zona centrale o periferica) con un reddito lordo disponibile di 20 mila o 30 mila euro. Una ... famiglia con un reddito annuo di 20mila euro che volesse vivere in una zona urbana centrale di una delle otto città considerate, afferma l'Istituto, dovrebbe destinare al pagamento del solo canone di locazione (escluse quindi le spese accessorie), una percentuale del proprio reddito compresa tra il 24,8% e il 116,6%, mentre in zona periferica la stessa percentuale varierebbe dal 20,2% e il 67,5% (rispettivamente Palermo e Roma). L'incidenza del canone di locazione su un reddito di 30mila euro l'anno «risulterebbe, ovviamente, inferiore, ma tutt'altro che trascurabile», si sottolinea nel Rapporto: Varierebbe, infatti, tra il 16,6% e il 77,8% in una zona urbana centrale e tra il 13,4% e il 45% in periferia (rispettivamente Palermo e Roma). Inoltre, una famiglia su tre non arriva a fine mese. L'Eurispes rileva però «segnali di ripresa» perché diminuiscono gli italiani che devono »raschiare il fondo del barile» o che hanno difficoltà a pagare il mutuo o l'affitto. Rispetto allo scorso anno, spiega l’Eurispes, sono in diminuzione le famiglie che hanno necessità di utilizzare i risparmi familiari (42,9% del 2010 contro il 51,2% del 2009) o che hanno difficoltà a pagare la rata del mutuo (23,3% del 2010 contro il 34,3% del 2009) o il canone d'affitto (18,1% del 2010 contro il 23,1% del 2009). Il 30,8% delle famiglie italiane inoltre, riesce a risparmiare qualcosa.
BANCHE - La maggioranza degli italiani, sottolinea ancora l'Eurispes, è critica verso le banche: per l’86,1%, quasi 9 su 10, gli istituti non sono in grado di farsi carico delle necessità delle famiglie. Per quanto riguarda l'onerosità dei prestiti bancari, il giudizio degli italiani è «decisamente negativo»: quasi la metà (45,7%) di coloro che hanno avuto accesso al credito «negli ultimi tre anni ritiene che il tasso di interesse applicato sia alto» e solo uno su tre (32,3%) ritiene viceversa che sia «adeguato». L'86,1% ritiene che il sistema bancario italiano non sia «in alcun modo o poco in grado di farsi carico dei problemi e delle necessità delle famiglie (rispettivamente il 46,6% e il 39,5%)», mentre solo l'8,8% pensa che sia abbastanza in grado e solo lo 0,7% molto in grado. Il 55,2% degli italiani è inoltre «molto convinto» che le banche diano credito solo a chi dimostra già di possedere beni, mentre il 33,6% ne è comunque abbastanza convinto.
IMMIGRATI - Non manca un'analisi dell'immigrazione: secondo l'Eurispes, quasi la metà degli italiani (46,1%) ritiene che un atteggiamento di diffidenza nei confronti degli immigrati sia giustificabile, ma solo in alcuni casi. Il 22,8% definisce questo atteggiamento pericoloso, il 17,7% riprovevole, il 10,4% condivisibile. Nelle Isole la diffidenza verso gli immigrati viene definita pericolosa in percentuale superiore alla media (27,2%). Al Nord-Est, invece, sono particolarmente numerosi coloro che considerano giustificabile la diffidenza verso gli immigrati, ma solo in alcuni casi (53,2%), mentre sono inferiori alla media quelli che la considerano riprovevole (13%).
DAL CAPPUCCINO AI SINGLE - Spazio poi alle curiosità. In ordine sparso: il 17% degli italiani salta cappuccino e cornetto; in soli tre anni i single nel nostro Paese sono aumentati del 10%; il 60% degli italiani è contrario alla rimozione del crocifisso; il 2009 potrebbe essere ricordato come l'anno in cui sono avvenute più segnalazioni da dieci anni a questa parte; un italiano adulto su tre dichiara di bere alcolici, e se questa è un'abitudine saltuaria per il 55,7%, beve spesso l'11% e tutti i giorni il 4,1%.
Fonte: Corriere.it

venerdì 29 gennaio 2010

Umbria, i bersaniani cercano lo sfidante di Agostini. Catiuscia Marini favorita

Non c'è ancora pace nel Pd umbro. Dopo che ieri, mercoledì, l'assemblea regionale ha dato il via libera alle primarie a larghissima maggioranza (solo 18 contrari su oltre 200 aventi diritto al voto), ancora non si sa quali saranno gli sfidanti ai gazebo del 7 febbraio. Oltre a Mauro Agostini, l'ex tesoriere veltroniano che da settimane è l'unico candidato in pista per primarie che fino a pochi giorni fa la maggioranza bersaniana aveva tentato di evitare, in parte orientata a sostenere il terzo mandato della governatrice Lorenzetti, in parte tentata dalla ricerca di un terzo nome condiviso.
In queste ore i bersaniani umbri sono in conclave per trovare il loro candidato, entro sabato sera alle 20 tutte gli sfidanti dovranno consegnare le firme. Agostini ne ha già raccolte oltre 1700, da tempo, e attende di sapere il nome dello sfidante. Ma potrebbero essercene più di uno, ché la situazione del Pd umbro è assai più ingarbugliata di una semplice sfida tra correnti. E non è un caso che la più papabile tra i bersaniani, Catiuscia Marini, quarantenne ex sindaco di Todi chiamata da Bersani in segreteria nazionale e sostenuta dalla Lorenzetti, sia tra i più scettici su una primaria come pure contrapposizione tra mozioni congressuali. "Sarebbe un grave errore fare delle primarie una mera ripetizione del dibattito congressuale", va dicendo la Marini, proprio nelle ore in cui i suoi compagni di mozione sono riuniti per designarla come candidata.
E invece tutto è più complicato, perchè anche nell'area Franceschini, dove apparentemente tutti sostengono Agostini, ci sono mugugni. Ci sono, ad esempio, altri due nomi di peso tentati dalla sfida dei gazebo: la fassiniana Marina Sereni e l'ex popolare Gianpiero Bocci, molto vicino a Franceschini. Tutti e due in ... qualche modo tentati da una candidatura trasversale, e cioè sostenuta da settori della mozione Bersani.Tutti e due molto attenti a come si sta evolvendo il conclave dei bersaniani, dove l'opinione di Catiuscia Marini ("Evitiamo una conta tra mozioni") sembra trovare proseliti. E tuttavia Agostini, considerato un po' il vincitore morale di questa prima fase, visto che ha ottenuto le primarie nonostante i ripetuti tentativi di archiviarle per arrivare a un nome condiviso, non ha alcuna intenzione di fare passi indietro. "Chiunque si candidi sappia che Agostini sarà in campo", avverte Walter Verini, braccio destro di Veltroni.
Intanto sul partito un po' ammaccato da settimane di discussioni arriva un'altra tegola: le dimissioni del segretario della federazione di Perugia, l'ex deputato Alberto Stramaccioni, che ha lasciato il suo incarico in polemica con la decisione di fare le primarie. "Il gruppo dirigente si è arreso, non è riuscito a esprimere una proposta unitaria come poteva essere la candidatura del segretario regionale (Lamberto Bottini, ndr)", dice Stramaccioni. "Desideri di rivincita, trasformismi, logiche di gruppo hanno finito con il prevalere sull'esigenza di coesione del Pd per un più utile rapporto con l'insieme della società regionale».Del tutto diversa l'opinione di Verini, che considera le primarie del 7 febbraio "una vittoria di tutto il Pd, un atto di buona politica". La partita non è ancora chiusa. Ed è possibile che la riunione di stasera non riesca ancora a partorire il nome dello sfidante di Agostini.
Fonte: Andrea Carugati - L'Unità

Io cattolica dico: per fortuna c’è la Bonino

Vorrei dare un contributo che valga a chiarire e possibilmente a chiudere l’interrogativo che occupa molti: in che misura la candidatura Bonino è un problema per i cattolici?
La facilità, ma in più casi l’entusiasmo, con cui è stata raccolta nell’area di sinistra la proposta Bonino invita alla riflessione sugli effetti generali del rapporto Chiesa politica come si è andato sviluppando in questi anni. Sarebbe stato così anche vent’anni fa? Questo incontestabile favore pare a me l’effetto di quello che un grande amico scomparso, Leopoldo Elia, ha chiamato nella sua ultima relazione, “un riposizionamento della Chiesa” “un interventismo anche politico di carattere identitario”, che ha riempito il vuoto lasciato dalla Democrazia cristiana costituendosi come “un grande gruppo di pressione che ha aperto la strada alla formazione di un partito a destra che costituisce una tentazione continua ad utilizzare i suoi voti”.
La logica con cui la stessa Chiesa si è mossa di fronte a quella che ha ritenuta la sfida principale che la riguardasse, quella della cosiddetta secolarizzazione, è stata assai meno una logica che parlava alla coscienza dei cattolici e assai più una logica dello scambio e del “do ut des”; più impegnata nella difesa di normative formali che nell’analisi dei complessi processi socio-culturali in corso; debole nella critica alla deriva civile del sistema italiano, ... forte nell’imposizione di principi non negoziabili sul terreno privato e sessuale.
Non so se di questo hanno sofferto di più i laici “laicisti” o i credenti conciliari. So che il problema proprio dei cattolici nel Pd non è la candidatura Bonino, è il come riequilibrare quell’effetto negativo con una coerenza anche religiosa trasmissibile e condivisibile anche da altri, come del resto molti stanno facendo.
C’è un’altra sfida, anche etica, che la candidatura Bonino pone, una sfida che traversa la storia difficile di tutte le sinistre. Lo strumento principale da usare politicamente è la ricerca della visibilità a ogni costo o la pratica del buon governo? Nel contesto radicale, fin troppo impegnato sulla visibilità, la Bonino (forse perché è una donna?) è proprio quella che ha dimostrato con più efficacia il senso positivo del governare, dell’assumersi responsabilità concrete. È qui la chiave della decisione da prendere.
Non è cosa da poco oggi. Di fronte alla latitanza del governo nella crisi economica, dobbiamo esaltare, per il già fatto e per il da fare, la preziosa funzione di supplenza delle regioni, in particolare quelle di sinistra, nell’affrontare i problemi della nuova economia verde, della ricerca, della formazione, nelle politiche sociali e così via. E ricordare che l’astensione è sempre un voto a favore del peggio, una complicità di fatto, non una garanzia di maggiore purezza.
Fonte: Paola Gaiotti De Biase - L'Unità

La metamorfosi del lingotto

«NO AL ricatto della Fiat!» grida in coro la politica, di fronte all' annuncio di due settimane di Cassa integrazione in tutti gli stabilimenti di quella che fu la Real Casa dell' automobile italiana. E una volta tanto risulta quasi difficile dar torto ai demagoghi di Palazzo, che si illudono di risolvere i problemi di uno dei più importanti settori produttivi del Paese «drogandolo» di tanto in tanto con un' iniezione di incentivi pubblici. Diciamolo subito: l' azienda ha palesemente sbagliato la sua tattica. La politica sta clamorosamente sbagliando la sua strategia. E tutt' e due sembrano non aver compreso fino in fondo com' è cambiato il profilo e il ruolo di una grande impresa nel pianeta globale. La Fiat ha sbagliato la sua tattica. Lunedì scorso il consiglio di amministrazione ha annunciato i dati di consuntivo 2009 e le stime di previsione 2010. Per l' anno passato la Fiat chiude con una perdita netta di 848 milioni, i ricavi scendono del 15,9%, il fatturato dell' auto cala del 3,5%, il risultato operativo si riduce a 719 milioni e l' indebitamento netto a 4,4 miliardi. Per l' anno nuovo le prospettive non sono incoraggianti. Il Cda ipotizza una flessione del 12% dei mercati europei, e «senza il rinnovo degli incentivi» prevede ricavi inferiori ai 2,5 miliardi, un utile della gestione ordinario inferiore di 400 milioni e un indebitamento che torna sopra quota 5 miliardi. Posta in questi termini, la questione della rottamazione assomiglia a una «pistola» carica, depositata sul tavolo della trattativa con il governo. Ma intanto, nonostante un «anno devastante in modo impensabile» (come Sergio Marchionne ha definito il terribile 2009) il consiglio annuncia con soddisfazione il «ritorno al dividendo»: 0,17 euro per le azioni ordinarie, 0,325 per le risparmio, per un totale di 237 milioni. «Lo dovevamo ai nostri azionisti», dice l' amministratore delegato. Legittimo: profitti ... e dividendi sono l' essenza del capitalismo. E un sistema migliore per far crescere l' economia il mondo non l' ha ancora inventato. Ma solo due giorni dopo, di fronte all' ambiguità del governo sugli incentivi e alla rabbia del sindacato su Termini Imerese e Pomigliano, la «pistola» del Lingotto spara il colpo a sorpresa della Cassa integrazione. Almeno 300 euro in meno nella busta paga di tutti i lavoratori Fiat: tanti, per un salario medio di 1.200 euro al mese. Troppi, per un' azienda che il mercoledì chiede un sacrificio ai suoi dipendenti, mentre il lunedì aveva annunciato un regalo ai suoi azionisti. C' è dunque un errore nei tempi: per correttezza, una comunicazione così «asimmetrica» dal punto di vista sociale (e persino morale) doveva essere evitata. Ma c' è anche un errore nei modi: con la politica, e con le organizzazioni sindacali, non si può solo fare a sportellate. Si deve cercare il confronto, prima di arrivare allo scontro, come si ostina a ripetere Luca di Montezemolo. Qui non è in discussione il diritto di una grande impresa privata di ricorrere a un ammortizzatore sociale previsto dalla legge vigente. È anche probabile che la Cassa integrazione sia necessaria, visto che il mercato dell' auto a gennaio si è fermato (la gente non compra, perché aspetta gli incentivi) e che in queste condizioni la Fiat entro febbraio si gioca il suo intero portafoglio-ordini. Ma la vita delle persone che lavorano non può diventare uno «strumento» negoziale nella partita con il governo sulla rottamazione. E ancora: qui non è in discussione nemmeno il diritto di una grande impresa privata di rivedere la dislocazione dei suoi impianti, in funzione della loro efficienza e della loro produttività. Per intenderci: la Fiat ha ragione quando sostiene che a Termini Imerese conviene paradossalmente pagare i dipendenti senza produrre automobili. È una verità amara: in questi casi, davvero, il mercato è sovrano. Ma la Fiat ha torto se rifiuta a priori ogni ipotesi di vendita di quell' impianto, anche a un centesimo, o di investirci qualcosa in presenza di un eventuale progetto alternativo di riconversione industriale. La stessa cosa si può dire di Pomigliano d' Arco: la Fiat ha ragione quando denuncia l' antieconomicità e l' improduttività di quell' impianto, ma ha torto se rifiuta a priori la sfida di trasferire in quello stabilimento la produzione della Panda (oggi localizzata in Polonia) a condizione di ottenere un livello di flessibilità organizzativa pari a quella di Melfi (dove si produce la Punto). «Abbiamo imparato un sacco di cose nel 2009», ha assicurato Marchionne dopo il cda dell' altro ieri. Ma quando liquida tutti i problemi dicendo «chiudiamo», dall' altro capo dell' Oceano, dimostra che qualcosa deve ancora imparare. La politica ha sbagliato la sua strategia. Non ha senso continuare a impostare il problema degli incentivi con la solita solfa dei millenari «favori alla Fiat». Non perchéi governi non gliene abbiano fatti: viceversa, soprattutto nella Prima Repubblica gliene hanno fatti fin troppi. Ma la rottamazione aiuta un intero mercato, non una singola azienda. Finanzia il consumatore, non il produttore. E in ogni caso quello che manca e che serve disperatamente a questo Paese è una politica industriale. In quali settori vogliamo che l' Italia sia forte e presente, nei prossimi vent' anni? Come possiamo alimentare e sostenere un adeguato volume di investimenti, pubblici e privati? Quali innovazioni legislative si richiedono, per la ricerca, la formazione e la contrattazione collettiva? Di tutto questo la politica non si occupa. Non è in grado di elaborare ricette. Su Termini Imerese il governo di Roma e la Regione Sicilia non propongono terapie da due anni. Nel frattempo, Palazzo Chigi si limita a dosare il «metadone» degli incentivi. La via più semplice, perché non richiede scelte politiche impegnative e oltre tutto serve a imbrigliare le aziende in una vecchia logica consociativa. Ma anche la via più fragile, perché quando le dosi finiscono il mercato non regge, e magari l' azienda si rifà sull' unico «fattore» produttivo che gli è più facile comprimere: il lavoro. Ma c' è un elemento di fondo, che sfugge tanto alla Fiat quanto alla politica e che ora condiziona fortemente il rapporto che li contrappone. Quell' elemento si chiama globalizzazione. Abbiamo salutato tutti, com' era logico e giusto, lo «sbarco» della nostra casa automobilistica negli Stati Uniti. La trionfale «operazione Chrysler» ha segnato l' inizio di una nuova era, per il gruppo del Lingotto. Il successo di Marchionne in America ha avviato il passaggio da una dimensione «locale» a una proiezione globale. Ma oggi il processo è in pieno corso, e non è ancora compiuto. La Fiat non è più un campione nazionale, è già un' azienda trans-nazionale, ma non è ancora un gruppo multi-nazionale. Marchionne, ormai, passa più tempo a Detroit e nel mondo, di quanto non ne passia Torino. Dal suo punto di vista, una fabbrica in Sicilia o in Campania vale tanto quanto una fabbrica in Wisconsin o in Missouri. Nel 2009 gli impianti brasiliani (750 mila vetture prodotte) hanno superato quelli italiani (722 mila vetture prodotte). Sul totale della produzione automobilistica, il valore aggiunto creato in Italia raggiunge i 7 miliardi, contro i 61 della Germania, i 19 della Francia ei 13 miliardi della Gran Bretagna. La stessa cosa vale per gli occupati, la cui quota italiana è infinitamente minore di quella degli altri mercati. Per la prima volta, oggettivamente, l' Italia non è più il centro del mondo per la Fiat. Questo cambia radicalmente i livelli e i piani di interlocuzione politica, industriale e sindacale. Mentre Scajola e Sacconi sbraitano contro «il ricatto» e la Cgil e la Fiom gridano allo scandalo per la cassa integrazione, Marchionne neanche li sente. Da ieri è già nei suoi uffici nel Michigan, a occuparsi di Chrysler. Viene in mente, parafrasato, un film con Leonardo Di Caprio: prova a prenderlo. O, più banalmente, torna utile uno slogan che circola nella blog-sfera: «Marchionne, un canadese che vive in Svizzera, produce auto a Detroit, ama le fabbriche polacche e fa i grandi numeri in Brasile». Altro che «italian job»: queste sono le public company del pianeta globale, bellezza. Ma se questa è la realtà, a Torino abbiamo un problema. John Elkann fa bene a ripetere che «il cuore e la testa» del gruppo restano lassù, al Lingotto. Ma i fatti dimostrano il contrario. E questo, se nonè ancora un problema per la Fiat, presto può diventarlo per l' Italia.
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica

Primarie, fatica sprecata

Perché alle primarie va tanta gente, e invece alle urne, ormai da anni, è così alto il tasso di astensionismo? Elettori diversi, motivazioni diverse, certo. Ma non ci sarà dell’altro? Non ci sarà una sottovalutazione del potenziale energetico che è nelle primarie? Non ci sarà forse una dissipazione da parte dei gruppi dirigenti di un “carburante” prezioso per le prove elettorali che poi seguono le primarie stesse? Osserviamo l’ultimo caso. La Puglia. Neppure un minuto dopo la prova di straordinaria partecipazione ai seggi pugliesi, il confronto ha preso la piega seguente nel quartier generale piddino: invece di analizzare, innanzitutto, quel che è successo, ci si è divisi sul cui prodest del fenomeno. Quasi una resa dei conti tra i predicatori delle primarie e i fautori del primato del “partito” e della sua organizzazione gerarchica. Con i primi a sostenere che gli oltre duecentomila pugliesi hanno detto un no alla prospettiva d’intesa con Casini, e i secondi a ribadire che non hanno affatto inviato alcun messaggio “politico” se non quello di voler avere voce in capitolo nella scelta dei candidati. Tra questi Paolo Gentiloni che su Europa, due giorni fa, ha polemizzato con chi ha visto il voto pugliese in chiave anti-Udc. Pure lui, che è più sensibile di altri leader alle nuove forme della politica, si arrovella su un aspetto che riguarda la “cucina”, perdendo di vista il tema più ampio e profondo che raccontano le lunghe file di domenica scorsa in Puglia.
D’altra parte, anche questa volta, come nelle precedenti edizioni, i custodi stessi della mistica delle primarie si sono limitati a esaltarne l’aspetto puramente ... metodologico.
Nessuno ha osservato che le code ai seggi significano anche altro: donazione di soldi (che non sono solo benedetti e puliti finanziamenti, ma anche il segno di una partecipazione davvero motivata), indirizzi postali e di posta elettronica, numeri di telefono. E a tutto questo non è mai seguito un ragionamento pubblico e comprensibile sulla destinazione dei fondi raccolti, né tantomeno la costituzione di una banca dati centrale che raccolga quei nomi e attivi una qualche forma di organizzazione per metterli in relazione e in rete tra loro e con la “testa” del partito. Sono ormai milioni di nomi. Milioni di dichiarazioni di disponibilità a rimboccarsi le maniche. Milioni di persone disponibili a essere interpellate. Né ci si è peritati di far eseguire uno studio demoscopico del popolo delle primarie per capire chi è, che cosa vuole, ed elaborare e calibrare in seguito messaggi politici consequenziali, per coinvolgerli e motivarli.
Adesso che Umbria e Campania hanno deciso di seguire la via pugliese, è il caso di affrontare il tema in modo diverso.
Innanzitutto osservando più attentamente e non solo scimmiottando l’esempio americano. Sia per capire come uscire da un’occasionalità capricciosa con cui si continua a ricorrere al metodo delle primarie e come strutturarle in modo credibile, sia per cogliere i benefici più duraturi che esse offrono al di là della conta dei voti nella giornata in cui si celebrano. È importante capitalizzare l’energia che genera la campagna che precede il giorno della conta ma anche quel che può sedimentare dopo. Peraltro, i partecipanti alle primarie sono in genere “opinion leader” nel loro ambiente di vita, in grado di fare il loro privato “porta a porta”, un contagio vitale, se valorizzato, nelle campagne elettorali.
Dell’impareggiabile corsa presidenziale di Barack Obama rimarrà impresso a lungo il suo talento impareggiabile, ma il nucleo centrale del suo “miracolo” consistette proprio nella capacità di costruire, elaborare, far funzionare e mettere a profitto una quantità enorme di contatti che hanno esaltato le sue capacità comunicative.
Infatti, anche da presidente continua a disporre di quell’immenso patrimonio di risorse umane, curate e coccolate con assiduità e attenzione.
La lezione americana serve anche a mettere a fuoco un altro tema molto dibattuto sull’onda del voto in Puglia.
Nel merito può anche aver ragione Gentiloni quando sostiene che gli elettori pugliesi non erano animati dall’assillo di un referendum sul sì o no all’Udc. Si può aggiungere che la stragrande preferenza indirizzata nei confronti di un uomo come Vendola e con la sua biografia politica, non indica necessariamente una richiesta di spostamento a sinistra dell’asse del Pd. Vendola, più che l’esponente della sinistra estrema, incarna il rappresentante migliore di quella “radicalità” di cui sente il bisogno una parte consistente dell’elettorato di sinistra e di centrosinistra, specie quello astensionista.
Radicalità non è sinonimo di estremismo. Ma capacità di disegnare una sagoma della propria fisionomia politica molto netta e fortemente distinguibile da quella dei competitor. Se si osservano le posizioni di Barack Obama si nota che sono improntate a realismo e, talvolta, a moderazione. Eppure, egli ha raggiunto un livello sensazionale di popolarità proponendosi come il garante di un’agenda politica di cambiamento. Cambiamento non rivoluzione.
E, nelle primarie, ha messo nell’angolo Hillary non perché ci fosse una chissà quale diversità nei programmi, ma perché la Clinton sembrava ossessionata più dai machiavellismi e dai giochi di potere che dall’interlocuzione con la base e con gli elettori. Di Hillary non disturbava il suo “centrismo” ma la manovra e la ricerca continua della mediazione. Di Obama piaceva e tuttora piace la sensazione della priorità, sempre, dell’ascolto e del discorso diretto rispetto alle alchimie della politica. Gli elettori capiscono e apprezzano la differenza.
Fonte: Guido Moltedo - Europa

Il congresso frainteso

La partita delle regionali e, segnatamente, il caso Puglia offrono l’occasione per registrare la linea del Pd qual è sortita dal congresso. Non ci sfugge la molteplicità delle situazioni regionali. Anzi: in un partito a vocazione federale sarebbe d’obbligo il rispetto delle autonomie politiche regionali.
L’opposto della pretesa di calare dall’alto soluzioni preconfezionate. Tanto più in una competizione, appunto, regionale.
Ma, come ha notato più volte Bersani, non si può prescindere da un “filo” di coerenza. Quella passata al vaglio del congresso e della susseguente gestione plurale del partito. Penso si debba riconoscere che certe schematiche letture giornalistiche ma anche talune forzature interpretative interne al Pd abbiano concorso a dare una rappresentazione impropria della linea del partito. Esemplifico: un Pd che, insieme alla presunzione dell’autosufficienza, avrebbe abbandonato la vocazione a una rappresentanza generale; che, oltre al bipartitismo, avrebbe mollato il bipolarismo; che, in nome delle alleanze, sarebbe disposto a svendere dignità e protagonismo; che a un profilo di centrosinistra avrebbe sostituito un posizionamento centrista; che, per amore dell’Udc, avrebbe chiuso ogni rapporto con le formazioni alla sua sinistra; che infine potesse rinunciare allo strumento delle primarie per non turbare la sensibilità di alleati ad esse refrattari. Sconfessando una riflessione tutt’altro che improvvisata e leggera sulle forme nuove e molteplici della partecipazione politica, che conducono ad associare anziché opporre elettori e iscritti.
Inutile nasconderlo: c’è stato chi, dentro la maggioranza congressuale, ha fornito ... materia per tali distorte interpretazioni.
Diciamo la verità: se si fossero contrastate tali forzature non si sarebbe incappati in errori e ora non ci sarebbero imputate sconfitte che non sono della linea congressuale ma di certi suoi non autorizzati interpreti. Ricapitoliamo. Primarie: nessuno mai ha teorizzato il loro abbandono. Di più: esse sono ancor più preziose quando, stringendo alleanze, si rimette a esse una decisione comune che non può essere presa in solitudine. Alleanze: fu un punto qualificante della svolta bersaniana nel solco dell’Ulivo. Ma alleanze larghe, non esclusive ed escludenti, che cioè non escludano pregiudizialmente nessuna delle forze di opposizione impegnate per un’alternativa di governo.
Alleanze coerenti con l’indole di un Pd dal profilo nitidamente di centrosinistra, interessato a stabilire rapporti con radicali, Idv, Udc, Sinistra e libertà, Psi...
E consapevole che, tra tali alleati, quello più problematico è semmai proprio l’Udc. Per la semplice ragione che essa dichiaratamente si rifiuta a una scelta di campo strategica per il centrosinistra.
Noi lo sappiamo, ne prendiamo atto e portiamo rispetto a quella loro diversa prospettiva. Ma non possiamo abdicare alla nostra: quella della costruzione di un nuovo centrosinistra organico e strategico nitidamente alternativo al centrodestra, anche dopo Berlusconi.
Un solo cenno al rapporto con l’Idv.
Nel suo recente colloquio con Di Pietro, Bersani ha utilmente posto fine al cicaleccio, alimentato da qualche querulo esponente della maggioranza congressuale che ha teorizzato la rottura con l’Idv, sulla base del bizzarro assioma secondo il quale la cosa gioverebbe all’alternativa.
Una rottura che, al contrario, certificherebbe una letale divisione nel fronte delle opposizioni (certo, declinate al plurale), che renderebbe remota e quasi impossibile una concreta alternativa al centrodestra, che susciterebbe sconcerto nei due elettorati (del Pd e dell’Idv) decisamente più unitari dei rispettivi gruppi dirigenti.
E che farebbe la gioia dei berluscones, i quali ci stressano a ogni ora con pelosi consigli a rompere con l’Idv, espressi nella forma di perentorie pretese di dettarci la linea, quella che fa comodo a loro.
Infine il nodo, delle riforme costituzionali.
Con un Pd pronto a discuterne, ma a due condizioni di cui oggi in verità non si trova traccia: l’accantonamento di leggi ad personam e la salvaguardia effettiva dei principi e degli equilibri costituzionali.
Su materia tanto delicata, non ci è consentito indulgere alla retorica del dialogo a fronte di parole e atti che manifestamente contraddicono quei presupposti.
Come non bastasse accompagnati dall’esplicito avvertimento che essi sono decisissimi anche a procedere unilateralmente.
Sì, disponiamo della risorsa ultima del referendum costituzionale confermativo, ma c’è modo e modo di arrivarci: con una posizione limpida e coerente da praticare sin d’ora o a valle di traccheggiamenti e compromessi che ci assocerebbero nella responsabilità di un progressivo slittamento verso torsioni inaccettabili della nostra democrazia costituzionale.
Zagrebelsky ci ha ammonito a non imboccare un sentiero oscuro e scivoloso, senza l’ancoraggio a una chiara visione e a fermissimi propositi.
Mi piace ricordare che, per esempio, il sostegno a Bersani dei Democratici davvero di Rosy Bindi fu affidato a un documento politico in undici punti nel quale tali linee erano fissate chiarissimamente.
Su queste basi si può registrare la linea congressuale e, insieme, ricomporre l’unità del Pd. Già lo si sta facendo: si vedano le primarie in Puglia, la leale presa d’atto del loro esito e il conseguente convinto sostegno a Vendola, il patto siglato con l’Idv, il ribadito interesse a un’alleanza con l’Udc rispettosa delle attuali reciproche differenze strategiche, il fermo diniego verso ogni legge su misura del premier. Ripeto: si è in tempo per registrare la linea, solo si deve più energicamente correggere una lettura fuorviante del congresso accreditata da troppi protagonismi.
Fonte: Franco Monaco - Europa

Qualcosina di meglio lo potremmo dire.

«Quando ha capito che era finita con Delbono?». «Quando mi ha disattivato il bancomat». Così rispose la signora Cinzia Cracchi, ex compagna dell' ex sindaco dell' ex capitale dell' ex sinistra italiana, al giornalista di Repubblica Carlo Gulotta. Se fosse una battuta di Neil Simon sarebbe perfetta. È invece- purtroppo- l' involontario riassunto di un pezzo (non piccolo) del nostro presente. Farne carico solo alla signora Cracchi, o al suo compagno di sventura, sarebbe ingiusto, e soprattutto troppo comodo. C' è una specie di sceneggiatura collettiva che ci piacerebbe potere riscrivere da cima a fondo. Non che si rimpiangano le grandi e gloriose scene di massa alla Novecento di Bertolucci, il torvo eroismo dei comunisti di Citto Maselli, la dura serietà del neorealismo: la storiaè storia, il passatoè il passato, eccetera. Però qualcosina di meglio, dico come generazione, come sinistra dei cinquantenni e quarantenni (alla nostra età, tra i padri e i nonni, c' era chi aveva già fatto la galerae l' esilio) magari la potremmo fare. Qualcosina di meglio lo potremmo dire. Provare ad alzare il livello,a marcare il territorio con segni un po' più espressivi di un codice bancomat. La sinistra che non sa più parlare di politica non può permettersi di volare così basso anche quando parla d' amore.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

"Nel Milleproroghe un nuovo condono". Insorgono Pd, Cgil. E anche il Pdl si divide

Dalla Cgil a Legambiente, passando per il Pd e l'Idv, è bufera contro il progetto di un nuovo condono edilizio proposto da un emendamento del Popolo della Libertà al decreto "milleproroghe", in questi giorni in discussione alla Commissione Affari Costituzionali del Senato. L'emendamento, firmato dai senatori Carlo Sarro e Vincenzo Nespoli (Pdl), consentirebbe la riapertura fino al 31 dicembre 2010 dell'ultimo condono per abusi edilizi commessi entro il 31 marzo del 2003. "Una cementificazione selvaggia", insorgono i senatori del Partito Democratico Della Seta e Ferrante; "un emendamento criminale", taglia corto Legambiente. Sulla stessa linea Bellisario dell'Italia dei Valori: "Non consentiremo neussun condono".
Anche dal Pdl c'è chi, come i senatori Granata e Versace, ha alzato la voce contro la proposta di un nuovo condone, definendola "una suggestione pericolosa". La Cgil, dal canto suo, ha chiesto al Parlamento di respingere immediatamente la proposta, definendola "un insulto ai cittadini onesti e un'aggressione all'ambiente". Tutto questo nei giorno in cui, a Napoli e Ischia, è iniziata la demolizione di due edifici abusivi, contrastata dalla popolazione con lancio di sassi, barricate e tafferugli vari.
Cgil: "Insulto ai cittadini onesti e aggressione all'ambiente". La Cgil ha lanciato un appello al Parlamento affinché respinga la proposta. Per il sindacato, infatti, si tratta di "un vero e proprio insulto ai cittadini onesti, oltre che di un'aggressione all'ambiente". Queste le motivazioni contenute nell'appello: "Mentre il nostro Paese necessita di essere messo in sicurezza dai tanti dissesti idrogeologici e dal permanente rischio sismico; mentre il parco edilizio ha bisogno di verifiche profonde e di interventi di messa in sicurezza; mentre bambini, donne e uomini muoiono sotto le macerie di edifici fatiscenti o mal costruiti; mentre troppe famiglie subiscono sfratto o pignoramento perché la crisi non permette loro di pagare l'affitto o la rata di mutuo; mentre il vero Piano per l'edilizia sociale è praticamente fermo e il Fondo sociale per l'Affitto viene decurtato ogni anno, in Parlamento qualcuno della maggioranza propone un altro, l'ennesimo, condono edilizio".
"Non è possibile che in Italia si vada avanti a condoni", precisa Paola Agnello Modica, segretaria confederale. "La priorità dovrebbe essere la messa in sicurezza di tutti gli edifici secondo norme antisismiche. E invece cosa si fa? Si propone un nuovo condono: è il trionfo del nonsenso". Con questi provvedimenti, ... continua la sindacalista, "si mette a rischio non soltanto il territorio, ma la vita di molte persone. Si obbliga la collettività a tollerare le pratiche illegali: in una parola, si va contro il Paese".
I firmatari: "Così si sana disparità di trattamento". Sarro e Nespoli hanno difeso la loro proposta dagli attacchi dell'opposizione e da quelli del fuoco amico. "Il nostro emendamento vuole sanare la disparità di trattamento subita dai cittadini della Campania, che non hanno potuto fruire del condono del 2004 a causa di una legge regionale poi giudicata incostituzionale", ha dichiarato Sarro. "In Campania - ha aggiunto - molti cittadini non presentarono la richiesta di condono degli abusi fino al 31 marzo 2003 a causa della legge regionale più restrittiva, poi bocciata dalla Corte Costituzionale. Vogliamo restituirgli gli stessi diritti degli altri cittadini".
Secondo Sarro, l'emendamento non si applicherebbe agli abusi commessi in zone coperte da vincoli paesaggistici. "La decisione - ha detto - resta alle Sovrintendenze, senza il cui nulla osta il condono è impossibile. Quanto alle zone a rischio idrogeologico, come l'isola d' Ischia, la decisione resta affidata alla Regione". L'emendamento, presentato la settimana scorsa, ha - secondo Sarro - "una prospettiva bipartisan e ha raccolto consensi anche nell'opposizione". A sottoscriverlo, in un primo momento, era stata anche la senatrice del Pd Maria Fortuna Incostante, che ieri ha però annunciato il ritiro della firma.
Granata e Versace: "No al condono". "E' necessario bloccare ogni suggestione di condono edilizio e andare avanti con le demolizioni di tutti gli abusi": così Fabio Granata e Santo Versace del Pdl. "E' sorprendente - hanno detto - che di fronte alla devastazione di parti rilevanti del paesaggio, del territorio e delle coste di alcune regioni italiane, si possa ipotizzare di approvare un nuovo condono edilizio attraverso emendamenti corsari". "La tutela del paesaggio e del patrimonio culturale - hanno spiegato - è garantita dall'articolo nove della Costituzione e non è possibile ipotizzare nuovi condoni. E' solo grazie alla sua bellezza e alla legalità che Sud può salvarsi e rinascere".
Fonte: Repubblica

Norme antisfruttamento dei clandestini il Senato decide lo stralcio, è polemica

Stop alle norme contro chi fa lavorare immigrati clandestini. L'aula del Senato decide lo stralcio dell'articolo 48 del disegno di legge comunitaria che prevedeva una delega al governo per l'attuazione di una direttiva europea sull'emersione del lavoro nero, comprese sanzioni per i datori di lavoro che impiegano cittadini extracomunitari irregolari. Il Pd protesta, il capogruppo Pdl a Palazzo Madama, Maurizio Gasparri, difende la decisione.
La delega che viene stralciata prevedeva, in particolare, che nel decreto legislativo il governo intervenisse attraverso norme che avrebbero previsto un permesso di soggiorno temporaneo per i lavoratori extracomunitari che avessero denunciato alle autorità competenti la loro posizione irregolare e la non applicazione delle sanzioni per i datori di lavoro che, autodenunciandosi, avessero regolarizzato i dipendenti stranieri irregolari.
Nonostante il voto favorevole della maggioranza in commissione Gasparri, intervenendo in auula, annuncia il voto contrario del gruppo: "Riteniamo opportuno non varare l'articolo 48, ma legiferare su tutta la materia in termini generali'' anche alla luce dei nuovi atteggiamenti del governo dopo i fatti di Rosarno. Subito dopo il capogruppo Udc, Giampiero D'Alia, propone lo stralcio, poi approvato, per un approfondimento in commissione. Poi anche il ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, dà parere favorevole alla proposta di stralcio.
E la decisione di stoppare le norme provoca la reazione indignata del Pd: "E' scandaloso - commenta Sandro Gozi, capogruppo democratico nella commissione politiche della Ue di Montecitorio - quella è una norma che ci chiede l'Europa e il governo Berlusconi ha risposto con una scelta che chiarisce le sue intenzioni, cioè di non disturbare il mercato nero. Inoltre, nella stessa giornata il governo vanifica così il suo stesso piano di controlli varato dal cdm contro il lavoro nero".
Ma Gasparri respinge le accuse: "Non ci sarà nessuna affrettata sanatoria per extracomunitari o lavoratori in nero. Abbiamo stralciato l'articolo 48 della legge comunitaria affinchè su questi aspetti si continui ad agire nel solco della legge Fini-Bossi, ingresso di quote limitate e regole specifiche per il lavoro stagionale e delle norme ulteriori introdotte a contrasto della clandestinità e per l'integrazione".
Fonte: Repubblica

Allarme moderati nel Pd campano

L’assemblea regionale del Pd ha sancito ieri sera la convocazione delle primarie di coalizione per il prossimo 7 febbraio per decidere quale sarà il candidato alla presidenza della regione Campania che si opporrà a Stefano Caldoro, già in campo per Pdl e Udc. I centristi, infatti, ufficializzeranno nelle prossime ore l’accordo con il centrodestra, fornendo all’ex ministro berlusconiano il sostegno della potente macchina irpina controllata da Ciriaco De Mita. Il parlamentino dem di ieri si è svolto in un clima tutto sommato sereno e non ha riservato particolari sorprese.
Sembra insomma sancita di fatto la spaccatura del partito in due tronconi, che si raccoglieranno attorno alle candidature di Riccardo Marone e Vincenzo De Luca. Anche se i termini per accedere alla competizione interna del 7 febbraio scadranno ufficialmente domani a mezzogiorno, sembrano restringersi infatti gli spazi per l’emergere di un terzo nome.
Morone, attuale assessore regionale al turismo, è stato per diversi anni il vice e braccio destro di Antonio Bassolino al comune di Napoli. Ora il governatore ha deciso di puntare su di lui per la sua successione, preferendolo a nomi inizialmente più quotati, a partire da quelli dell’europarlamentare Andrea Cozzolino e dell’altro assessore regionale Ennio Cascetta.
Il patrimonio elettorale di Marone, comunque, sarà sostanzialmente quello che Bassolino riuscirà a fornirgli, con un valore aggiunto del candidato che non si prevede granché sostanzioso. Proprio per questo, c’è chi non esclude ancora una discesa in campo a sorpresa in extremis del governatore in persona.
Probabilmente, però, si tratta solo di un’ipotesi suggestiva, che trasformerebbe quella delle primarie in uno scontro diretto tra i due grandi rivali del Pd campano. Contro la componente bassoliniana si schiera infatti il sindaco di Salerno, De Luca. Su di lui pesano i ristretti margini geografici del suo bacino di consensi, che dovrebbe essere alimentato, però, anche dalla componente più moderata del partito. Area democratica, infatti, ha lasciato intendere il proprio sostegno a De Luca (Franceschini lo propose già prima del congresso come nome spendibile per la regione). Oggi e domani, inoltre, Francesco Rutelli sarà a Napoli per l’assemblea nazionale di Api e in questo contesto potrebbe ... ufficializzare anche l’appoggio del proprio movimento al sindaco di Salerno per le primarie.
A opporsi allo scontro all’ultimo sangue tra bassoliniani e deluchiani è l’area vicina a Enrico Letta, che spinge per «recuperare uno spirito unitario» nel partito e annuncia il proprio sostegno a «colui che sarà indicato come vincitore dal popolo delle primarie».
Un modo per chiamarsi fuori dai giochi, che testimonia il disagio di chi, dentro il Pd, fatica a riconoscersi nei due nomi emersi finora. La posizione dei lettiani dovrebbe rimanere isolata, ma il disagio è invece più esteso, comprendendo altri settori moderati del partito. La componente ex margheritina, infatti, ha sofferto nelle ultime settimane la fuoriuscita di importanti esponenti, come Bruno Cesario, traghettato nell’Api, o Pasquale Sommese, accolto alla corte di De Mita. Assenze che si faranno sentire molto probabilmente nelle urne.
La preoccupazione – spiegano fonti di area ex popolare – è che Morone potrebbe affermarsi alle primarie, grazie al maggior radicamento sul territorio dei bassoliniani, ma l’ostilità diffusa nei confronti del governatore uscente renderebbe più difficile la sfida contro Caldoro. De Luca, invece, potrebbe puntare sulla propria fama di buon amministratore per ampliare i consensi al di là dei confini tradizionali del centrosinistra.
Fonte: Rudy Francesco Calvo - Europa

Tra immigrati e italiani stesso tasso di criminalità

ROMA - Sono i numeri a dire che gli immigrati non delinquono più degli italiani. Secondo i dati dell'Istat, il tasso di criminalità degli immigrati regolari, in Italia, è "solo leggermente più alto" di quello degli italiani (tra l'1,23% e l'1,4%, contro lo 0,75%) ed è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni. Di fatto, i dati sono "equiparabili". E' vero invece la stragrande maggioranza dei reati commessi da stranieri in Italia è opera di immigrati irregolari.
Parlano ancora le cifre ufficiali, secondo le quali il 70-80% degli stranieri denunciati sono irregolari. Anche qui, però, i dati sono da leggere con attenzione perché, sul totale delle denunce, l'87% riguarda proprio la mera condizione di clandestinità: il reato commesso da 4 stranieri su 5 denunciati riguarda insomma l'essere stati sorpresi in Italia senza permesso di soggiorno e dunque la violazione delle leggi sull'immigrazione.
In generale, dicono le statistiche, non esiste un legame fra l'aumento degli immigrati regolari e l'aumento dei reati in Italia: tra il 2001 e il 2005, ad esempio, mentre gli stranieri sono aumentati di oltre il 100%, le denunce nei loro confronti sono cresciute del 45,9%.
Al di là delle polemiche politiche, sono comunque nettamente superiori gli aspetti positivi dell'immigrazione. In Italia gli immigrati regolari, secondo i più recenti rapporti di Caritas Migrantes e Ismu, sono oltre quattro milioni e mezzo, il 7,2% della popolazione, una percentuale che supera per la prima volta la media europea (6,2%). Dal 1998 al 2008, la crescita è stata del 246% e se il trend resterà invariato, come prevede l'Istat, nel 2050 gli italiani di origine straniera saranno oltre 12 milioni.
I lavoratori stranieri sono circa due milioni e producono il 10% del Pil nazionale. I vantaggi dello Stato sono visibili da altri numeri: gli immigrati versano ogni all'Inps sette miliardi di euro e pagano al Fisco una cifra che supera i 3,2 miliardi di euro. Inoltre, ogni cento neonati in Italia, ormai più del 12% ha un almeno un genitore straniero.
Fonte: Repubblica