sabato 27 febbraio 2010

Dov’è finita la sobrietà

La questione morale non va mai sottovalutata. Ogniqualvolta la corruzione nella pubblica amministrazione diventa da fatto fisiologico a fatto strutturale le antenne della politica non possono abbassare la guardia. Evidenzia un tessuto democratico ed etico che si sgretola.
E che richiede una immediata iniziativa politica. E questo senza trasformare la cosiddetta questione morale in una sorta di clava da scagliare contro gli avversari politici.
Lasciamo ai moralisti di professione, ai giustizialisti e ai manettari variamente collocati nell’arcipelago politico l’ipocrisia di rappresentare la purezza e la verginità nella politica e nella società.
Semmai, accanto alle norme previste negli statuti dei partiti e alle regole contemplate nei codici civile e penale, l’unica arma credibile e sempre attuale consiste nel recupero della «cultura del comportamento» come la chiamava Pietro Scoppola. E questo vale non solo, com’è ovvio, per i cattolici impegnati in politica ma, al contrario, per tutti coloro che continuano a concepire l’impegno politico e amministrativo come una vocazione o un servizio reso alla collettività.
La politica, però, non può assistere passivamente limitandosi alla quotidiana polemica politica su chi è più intransigente dell’altro. Come emerge dalle stesse ... inchieste giudiziarie nelle varie città italiane, emerge un quadro preoccupante perché trasversale ai vari schieramenti politici e a nulla valgono gli strilli dei manettari di professione per arrestare il degrado politico. Servono anche misure concrete e capaci di prevenire alla radice questo malcostume.
Certo, rispetto ai tempi della cosiddetta prima repubblica, forse oggi assistiamo a casi riconducibili prevalentemente all’arricchimento personale – anche se nel passato questo fatto esisteva, ma in misura minore – ma è ugualmente grave prendere atto che soldi pubblici o incarichi pubblici vengono gestiti solo ed esclusivamente per intascare mazzette e tangenti. Tuttavia, la politica può e deve intervenire.
Nei partiti, nella selezione della classe dirigente, nel controllo dei propri amministratori e dirigenti ma anche, e soprattutto, nello stroncare alla radice il cosiddetto “costo della politica”. Mi riferisco, tanto per essere chiaro, al finanziamento delle campagne elettorali.
Forse è venuto il momento per affrontare con serietà e competenza il capitolo della riforma elettorale. Ai vari livelli di governo.
Nessuno, com’è ovvio, vuole mantenere in piedi il sistema elettorale attualmente in vigore per eleggere i deputati e i senatori. I motivi li conosciamo ormai a memoria. Ma per chi, anche nel Pd, finge di non vedere, di non capire e di non sentire, vorrei fare una semplice domanda: quanto costa, oggi, una campagna elettorale per diventare consigliere regionale in qualunque parte d’Italia? Quanto costa oggi ad un candidato sostenere una campagna elettorale con la preferenza unica? I candidi sostenitori della preferenza unica – o, un domani, delle preferenze multiple – si rendono conto che i tram addobbati, i mega poster affissi, gli svariati incontri gastronomici, le decine di migliaia di santini, manifesti, documenti elettorali e postali di propaganda elettorale e i contributi vari toccano cifre stratosferiche? Lo vogliamo dire una volta per tutte che la preferenza, purtroppo, da strumento democratico per eccellenza si è trasformata in una poderosa e straordinaria fonte di corruzione della politica e nella politica? Da dove arrivano quei fondi? Chi paga campagne elettorali milionarie a fronte di entrate – già di per sé cospicue – comunque limitate e non lontanamente paragonabili al costo di queste campagne di promozione personale? Dove finisce la “sobrietà” che anche noi, giustamente, predichiamo? Vogliamo arrivare alla conclusione che per essere candidati oggi in regione e domani in altri livelli di governo locale o nazionale servono risorse inimmaginabili per chiunque conduca una vita normale e non è un calciatore, un conduttore televisivo, un uomo di spettacolo o un attore cinematografico? Il sistema proporzionale con preferenza, così ci hanno giustamente insegnato, era lo strumento migliore per poter promuovere una classe dirigente dal basso capace di trasformare i «ceti popolari da ceti subalterni a classi dirigente del nostro paese».
Una lezione, penso ai corsi formazione nei gruppi giovanili all’inizio degli anni ottanta, che Carlo Donat- Cattin a Torino ci ripeteva fino alla noia. Oggi quello strumento è funzionale ad un sistema sostanzialmente illegale della politica. Fingere che non esista è una sorta di tacita complicità verso forme di degrado e di potenziale corruzione della politica.
Ho voluto ricordare questo caso, visibile a chiunque osservi seppur distrattamente lo svolgersi della campagna elettorale in queste settimane in tutta Italia, per porre un tema politico di fondo: e cioè, anche nella costruzione dei sistemi elettorali, vanno perseguiti obiettivi di governabilità e di pluralismo rappresentativo coniugati però con la possibilità che tutti possano accedere alle varie competizioni elettorali.
E tra questi sistemi elettorali, non c’è alcun dubbio che il sistema uninominale, seppur disciplinato con primarie, resta l’unica via capace di dare rappresentanza al territorio, potere di scelta del cittadino e limite oggettivo alle spese elettorali. È bene che un partito democratico e popolare come il Pd si ponga il problema. Non è semplicemente tollerabile non rendersi conto che con queste campagne elettorali così dispendiose la “questione morale” è destinata a diventare di stretta attualità prima o poi. No, con queste campagne elettorali dove si deve disporre di alcune centinaia di migliaia di euro per poter competere, la questione morale è destinata prima o poi ad esplodere.
Fuorché, come ricordavo poc’anzi, anche per i partiti popolari e democratici passi la tacita tesi che se non si dispongono di fondi finanziari adeguati, è consigliabile evitare di candidarsi.
Insomma, il capitolo dei sistemi elettorali è nuovamente centrale nell’agenda politica del nostro paese. Certo, non l’unico e non il più importante. Ma è bene che un partito come il Pd affronti il tema con forza e con coraggio per evitare di dover affrontare tardivamente e con qualche imbarazzo una nuova e forse deflagrante “questione morale”.
Fonte: Giorgio Merlo - Europa

Vincitori e vinti della banda larga

Lo scandalo dei furbetti del telefonino, come quello dei furbetti del quartierino del 2005, avrà effetti pesanti sul sistema economico e sugli assetti di potere. Il terremoto giudiziario ha un epicentro visibile nelle telecomunicazioni, ma i danni collaterali si abbatteranno sull' industria, la finanza, la politica, incidendo su alcune partite strategiche nelle più importanti aziende del Paese. QUALI sono le «vittime» finali dell' inchiesta che, tra il carosello delle frodi, la girandola delle fatture false e il riciclaggio del denaro sporco ad opera del nuovo operatore criminal-telefonico già ribattezzato «' Ndranghetel», ha disvelato un' altra, inguardabile faccia del capitalismo italiano? L' effetto principale dell' operazione Telefoni Puliti riguarda il futuro prossimo delle telecomunicazioni. E qui a subire un contraccolpo è l' asse Berlusconi-Letta-Geronzi. Fino a pochi giorni fa il destino di Telecom Italia sembrava segnato. Gravato da 35 miliardi di debiti, con un ebitda in calo costante, ricavi da telefonia fissa e mobile in progressivo deterioramento, margini di espansione sui mercati esteri ridotti quasi a zero, il non più glorioso marchio delle tlc italiane era avviato verso un matrimonio forzoso con Telefonica. Per due motivi. Il primo motivo, più opinabile, era industrial-finanziario. Da mesi gli azionisti italiani del gruppo riuniti insieme agli spagnoli nella holding Telco (cioè Mediobanca, Intesa e Generali) chiedevano all' amministratore delegato Franco Bernabè un piano industriale «di sviluppo». La risposta era sempre stata la stessa: «Dove volete che vada Telecom, che nelle condizioni date ha proprio nell' ingombrantissimo socio estero Telefonica uno dei principali fattori di freno alla crescita del business (vedi Sudamerica)»? Delle due l' una: o il patto con gli spagnoli si rescinde, ma gli azionisti tricolori devono mettere in conto di perderci una barca di soldi, o si arriva all' integrazione totale, e allora si convola a nozze, lasciando il comando industriale agli spagnoli e il controllo della rete a una newco a prevalenza ... italiana. Mediobanca propendeva decisamente per la soluzione spagnola. Intesa era più cauta: ancora domenica scorsa una fonte vicinaa Ca' de Sass ripeteva: «Si farà di tutto per evitare una svendita. C' è chi la vorrebbe, ma prima di arrivarci si possono tentare ancora molte strade...». Alle Generali parevano invece rassegnati alla fusione: «Non c' è entusiasmo, ma non c' è alternativa...», sosteneva una settimana fa una fonte vicina alla compagnia triestina. Il secondo motivo, più cogente, era politico-affaristico. La fusione con gli spagnoli la voleva fortemente Berlusconi. «Non ci occupiamo di queste cose, siamo un governo liberale», aveva detto il 4 febbraio scorso: in realtà, nonostante queste grottesche rassicurazioni, il premier ha lavorato sodo per assecondarla. Già nel luglio 2008 aveva ricevuto il ceo di Telefonica Cesar Alierta, portato ad Arcore grazie alla mediazione di Alejandro Agag, genero di Aznar. Insieme avevano concordato un percorso a tappe, che in due anni avrebbe portato Telecom nelle braccia degli spagnoli, con una ricca contropartita per il presidente del Consiglio. Nel settembre successivo Alierta era venuto a Roma, per mettere a punto i dettagli con il Cavalieree Lettaa Palazzo Chigi, e poi con Cesare Geronzi nella sede romana di Mediobanca, in piazza di Spagna. Si trattava solo di chiudere il cerchio con Zapatero, nei mesi successivi. Cosa che era avvenuta nella seconda metà del 2009. Prima al vertice italo-spagnolo della Maddalena, il 10 settembre 2009. Poi alla fine dell' anno: il 15 dicembre Zapatero aveva telefonatoa Berlusconi, per augurargli pronta guarigione dopo l' aggressione di Piazza Duomo, e il premier aveva approfittato per annunciargli la visita a Madrid del figlio Piersilvio. Così il 17 dicembre il secondogenito del premier, insieme all' inseparabile Fedele Confalonieri, erano stati ricevuti alla Moncloa, per pattuire la famosa «contropartita»: il governo italiano dava via libera agli spagnoli su Telecom, e il governo spagnolo dava via libera al Cavaliere sulle tv spagnole. Per 1 miliardo di euro Mediaset avrebbe comprato dal gruppo editoriale Prisa, sfiancato dai debiti, la controllata Tv Cuatro, più il 22% della tv satellitare Digital Plus (partecipata, guarda caso, proprio con Telefonica titolare del 21%). Così, insieme a Telecinco (controllata con il 50,1%) il Biscione diventava il primo gruppo europeo nella televisione commerciale. L' annuncio ufficiale è arrivato infatti il giorno dopo l' incontro alla Moncloa, poi suggellato da un' intervista di Piersilvio al Corriere della Sera, il 21 dicembre: «In questa operazione la politica non c' entra nulla, ma certo la Spagna si è dimostrata molto moderna...», aveva detto il figlio del Cavaliere. Tutto sembrava fatto. Ai primi di febbraio Palazzo Chigi manifestava l' intenzione di concludere l' accordo con Telefonica, che Repubblica registrava in anteprima. Ma a questo punto, dopo la scoperta della «madre di tutte le truffe», la fusione finisce in frigorifero. Come sostiene un autorevole esponente dell' establishment del Nord, «solo un illuso può pensare che Telefonica faccia un' Ops su un gruppo oggetto di indagini così pesanti, costretto addirittura a rinviare la presentazione del bilancio». Risultato: le telecomunicazioni italiane resteranno ancora a lungo in un limbo indefinito, mentre i valori di Borsa continuano a svaporare. L' effetto secondario dell' inchiesta romana riguarda gli assetti futuri della Galassia del Nord e dei suoi satelliti. Ed anche in questo caso a subire un contraccolpo è di nuovo la filiera Berlusconi-LettaGeronzi. Per altri due motivi. Il primo motivo riguarda l' organigramma di Piazzetta Cuccia. Lo scandalo telefonico può diventare una pietra tombale definitiva sulle ambizioni di Marco Tronchetti Provera. Il patron della Pirelli, anche se ha smentito l' ipotesi, era in corsa per salire sul trono di Mediobanca, secondo i piani originari di Geronzi, prossimo al trasloco alle Generali. Ma anche l' inchiesta su Sparkle, che parte dal 2003 e si aggiunge a quella sullo spionaggio fatta esplodere da Tavaroli e Cipriani, chiama in causa proprio gli anni della gestione Tronchetti dentro Telecom. Quell' inciso dell' ordinanza del gip di Roma pesa come un macigno: «C' è con evidenza solare il problema della responsabilità dei dirigenti della capogruppo Telecom: c' è stata totale omissione di controllo oppure piena consapevolezza». A questo punto la «pazza idea» di Cesarone, per la sua successione, non è più percorribile. Dovrà insistere con le alternative: Lamberto Cardia o Vittorio Grilli. Con piena soddisfazione di Alessandro Profumo, prontoa dare battaglia su Mediobanca. Il secondo motivo riguarda di nuovo Telecom Italia: per le ragioni che abbiamo visto, Geronzi ha ingaggiato da mesi un braccio di ferro sotterraneo con Bernabè. Lo considera troppo ostinato nella strategia dello «stand alone»e troppo pignolo su certe partecipazioni (proprio il caso Sparkle, che Bernabè aveva messo tra le prossime dismissioni necessarie per il gruppo, è una di queste). Ecco perchè, secondo i ben informati, l' erede di Cuccia auspicava da tempo un ribaltone ai vertici Telecom: via Bernabè, testardo nella difesa della Telecom attuale, e al suo posto Stefano Parisi, pronto ad aprire la porta agli spagnoli. Anche in questo caso, un avvicendamento studiato con la benedizione del Cavaliere e del suo scudiero Letta, che apprezzano da sempre Parisi, già uomo della presidenza del Consiglio a capo dei dipartimenti Affari economici prima, editoria poi. Ora, per uno strano scherzo del destino, anche l' amministratore delegato di Fastweb, insiemea Scaglia e Ruggiero, è finito nel tritacarne dell' inchiesta sui furbetti del telefonino. Da indagato, è vero, che oltre tutto si dichiara «parte lesa». Ma anche in questo caso le sue aspirazioni, e quelle di chi lo sosteneva nella sua corsa, risultano momentaneamente vanificate. Con parziale soddisfazione di Bernabè, che a questo punto può riprendere fiato nella sua guerriglia interna all' azienda.E di Corrado Passera, che in Telco è il più convinto sostenitore di un «piano B» per Telecom, analogo a quello che Intesa costruì per Alitalia. Ma fino a quando reggeranno, tra queste macerie, le telecomunicazioni italiane? Aspettavamo da tanto tempo la «banda larga». Ma non era quella scoperta dalla Procura di Roma.
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica

La prova delle menzogne

David Mills è stato corrotto. È quel che conta anche se la manipolazione delle norme sulla prescrizione, che Berlusconi si è affatturato a partita in corso, lo salva dalla condanna e lo obbliga soltanto a risarcire il danno per il pregiudizio arrecato all'immagine dello Stato. Questa è la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione. Per comprenderla bisogna sapere che la corruzione è un reato "a concorso necessario": se Mills è corrotto, il presidente del Consiglio è il corruttore.
Per apprezzare la decisione, si deve ricordare che cosa ha detto, nel corso del tempo, Silvio Berlusconi di David Mills e di All Iberian, l'arcipelago di società off-shore creato dall'avvocato inglese. "Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l'esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario" (Ansa, 23 novembre 1999). "Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l'Italia" (Ansa, 20 giugno 2008). Bisogna cominciare dalle parole - e dagli impegni pubblici - del capo del governo per intendere il significato della sentenza della Cassazione.
Perché l'interesse pubblico della decisione non è soltanto nella forma giuridica che qualifica gli atti, ma nei fatti che convalida; nella responsabilità che svela; nell'obbligo che oggi incombe sul presidente del Consiglio, se fosse un uomo che tiene fede alle sue promesse.
Dunque, Berlusconi ha conosciuto Mills e, come il processo ha dimostrato e la ... Cassazione ha confermato (il fatto sussiste e il reato c'è stato), All Iberian è stata sempre nella sua disponibilità. Sono i due punti fermi e fattuali della sentenza (altro è l'aspetto formale, come si è detto). Da oggi, quindi, il capitolo più importante della storia del presidente del consiglio lo si può raccontare così. Con il coinvolgimento "diretto e personale" del Cavaliere, David Mills dà vita alle "64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest". Le gestisce per conto e nell'interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle "fiamme gialle" corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l'avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio "somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali" che lo ricompensano della testimonianza truccata.
Questa conclusione rivela fatti decisivi: chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi; che cosa è stato nascosto dalla testimonianza alterata dell'avvocato inglese. Si comprende definitivamente come è nato, e con quali pratiche, l'impero del Biscione; con quali menzogne Berlusconi ha avvelenato il Paese. Torniamo agli eventi che oggi la Cassazione autentica. Le società offshore che per brevità chiamiamo All Iberian sono state uno strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo e della sua avventura imprenditoriale. Anche qui bisogna rianimare qualche ricordo. Lungo i sentieri del "group B very discreet della Fininvest" transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi mentre, in parlamento, è in discussione la legge Mammì.
In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. Dunque, l'atto conclusivo del processo Mills documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c'è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.
La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la sua imprenditorialità, l'efficienza, la mitologia dell'homo faber, l'intero corpo mistico dell'ideologia berlusconiana ha il suo fondamento nel malaffare, nell'illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo.
E' la connessione con il peggiore passato della nostra storia recente che, durante gli interminabili dibattimenti del processo Mills, il capo del governo deve recidere. La radice del suo magnificato talento non può allungarsi in quel fondo fangoso perché, nell'ideologia del premier, è il suo trionfo personale che gli assegna il diritto di governare il Paese. Le sue ricchezze sono la garanzia del patto con gli elettori e dell'infallibilità della sua politica; il canone ineliminabile della "società dell'incanto" che lo beatifica. Per scavare un solco tra sé e il suo passato e farsi alfiere credibile e antipolitico del nuovo, deve allontanare da sé l'ombra di quell'avvocato inglese, il peso di All Iberian.
È la scommessa che Berlusconi decide di giocare in pubblico.
Così intreccia in un unico nodo il suo futuro di leader politico, responsabile di fronte agli elettori, e il suo passato di imprenditore di successo. Se quel passato risulta opaco perché legato a All Iberian, di cui non conosce l'esistenza, o di David Mills, che non ha mai incontrato, egli è disposto a lasciare la politica e addirittura il Paese. Oggi dovrebbe farlo davvero perché la decisione della Cassazione conferma che ha corrotto Mills (lo conosceva) per nascondere il dominio diretto su quella macchina d'illegalità e abusi che è stata All Iberian (la governava). Il capo del governo non lo farà, naturalmente, aggrappandosi come un naufrago al legno della prescrizione che egli stesso si è approvato. Non lascerà l'Italia, ma l'affliggerà con nuove leggi ad personam (processo breve, legittimo impedimento), utili forse a metterlo al sicuro da una sentenza, ma non dal giudizio degli italiani che da oggi potranno giudicarlo corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della "testa dei suoi figli".
Fonte: Giuseppe D'Avanzo - Repubblica

A chi toccherà dopo la Grecia

La Grecia è stata paralizzata da uno sciopero di 24 ore dei dipendenti pubblici in molti servizi essenziali (trasporti, sanità, istruzione), degli impiegati delle banche e degli stessi giornalisti contro «i piani imposti dall' Ue». Si è trattato di uno sciopero preventivo perché sin qui di un piano non c' è traccia. La quadratura del cerchio negli incontri fra il Governo greco, i rappresentanti della Ue, della Bce e del Fondo Monetario Internazionale, che si susseguono all' ombra del Partenone, non è ancora avvenuta. Dopo la correzione dei dati falsi sul deficit 2009, il debito pubblico è schizzato al 130 per cento del prodotto interno lordo. La correzione richiesta (tra più tasse e minori spese) per riprendere il controllo dei conti pubblici si aggira attornoa un sesto del reddito generato in Grecia, un' enormità. E i cittadini greci, ieri in piazza a milioni, non sembrano disposti a digerire neanche le prime pillole amare propinate dal Governo di George Papandreou,i dipendenti pubblici non vogliono rinunciare alle loro quattordicesime, i bancari temono che la ristrutturazione del debito travolga le banche, che hanno subito in questi giorni un pesante downgrading. Difficile, ma non impossibile, che la Grecia ce la faccia ad uscire dalla crisi senza dover fare (parziale) default sul debito e uscire dall' euro. Bisogna comunque prepararsi al peggio. Sapendo che l' eventuale uscita della Grecia dall' unione monetaria, non potrà mai essere una piccola pausa, una specie di breve vacanza dall' euro, in attesa di recuperare competitività. È molto costoso cambiare valuta, non è una cosa che si possa fare a distanza di pochi anni. Se la Grecia uscirà dall' Euro non potrà che essere un lungo addio. Prepararsi a questo scenario significa pensare a chi potrà essere il prossimo nella lista, a quale Paese dell' Unione potrà essere preso a bersaglio dagli investitori dopo la Grecia, ora che l' Euro non è più percepito come uno scudo imperforabile. Notava giustamente Luigi Spaventa sabato scorso su queste colonne che per fortuna l' Italia non è oggi considerata la seconda nella lista dei paesi a rischio di default. Ci sono prima il Portogallo e l' Irlanda, poi vengono, a pari merito, la Spagna e l' Italia, almeno stando alle valutazioni incorporate nei ... Cds, Credit Default Swaps, sul debito sovrano, le assicurazioni contro il rischio di default di uno Stato.I prezzi di queste assicurazioni sono schizzati verso l' alto in tutti i paesi a rischio, ma sono in Italia nettamente più bassi che in Grecia e Portogallo. Tuttavia crescono da noi in modo pronunciato con la scadenza dei titoli di Stato assicurati. Lo spread a cinque anni è più alto che lo spread a un anno, contrariamente a quanto avviene ai due estremi sud, a est e a ovest, dell' Unione. Cosa significa? Queste assicurazioni inglobano una stima della probabilità di default, quindi del rischio che il titolo non venga ripagato (almeno in parte) alla scadenza.
Come calcolato da Paolo Manasse su lavoce.info, gli spread sull' Italia incorporano una stima di questa probabilità due volte più alta fra 3 o 4 anni che nell' immediato: molto più facile che il default dell' Italia possa avvenire nel 2015 piuttosto che nel 2010. I mercati sembrano, in altre parole, ritenere che i problemi dell' Italia siano strutturali, di medio termine, anziché legati al bilancio 2010, come nel caso della Grecia. Bisogna che la nostra classe politica prenda atto, tutta, che l' Italia oggi rischia il contagio principalmente per la sua bassa crescita, piuttosto che per la tenuta immediata dei conti pubblici. Non si rassicureranno i mercati con interventi estemporanei volti ad abbellire i conti pubblici del 2010 pregiudicando magari le entrate future, ma solo con piani di riduzione del debito per il medio termine e riforme che possano far ben sperare sulla crescita a medio termine. Oggi questi piani non ci sono. Né formalmente, né in pratica. Il Programma di Stabilità dell' Italia presentato appena un mese fa dal Governo prevede una modestissima riduzione del debito nel 2012 in uno scenario molto ottimistico quanto alla crescita (+2 per cento sia nel 2011 che nel 2012, per due anni di fila il doppio della crescita potenziale di cui siamo accreditati). Come dire, il debito rimarrà al picco raggiunto nella crisi.
Nella pratica, nelle azioni concrete dell' esecutivo, tutto sembra improntato a «passare la nottata»
senza pensare che le nottate difficili devono ancora venire se non facciamo nulla. Pur di raccattare 5 miliardi con lo scudo fiscale si incentiva l' evasionee si alimenta il riciclaggio di denaro sporco che, come narrano le cronache quotidiane, alimenta la corruzione, a sua volta fonte di oneri molto alti per le casse dello Stato. Si interviene per tamponare la crisi di aziende che pesano sulla campagna elettorale in laguna, fino a pagare coi soldi dei contribuenti la bolletta elettrica dell' Alcoa, sfidando le sanzioni dell' Unione Europea sugli aiuti di Stato. Ovviamente le migliaia di piccole aziende che nel silenzio stanno chiudendo non ricevono lo stesso trattamento. Non c' è una strategia per uscire dalla cassa integrazione, in buona parte pagata dal contribuente generico, che oggi congela più di mezzo milione di posti di lavoro in molte aziende che non hanno un futuro. Non sarebbe meglio usare questi soldi per compensare i lavoratori che subiscono diminuzioni del proprio salario passando da aziende in crisi ad aziende che hanno maggiori opportunità di crescita anche se nell' immediato pagano salari più bassi? Il fatto è che la crisi ci ha consegnato un mondo a più velocità. C' è una parte che continua a correre come se niente fosse successo, una parte che arranca, eppur si muove e una parte che rimane a guardare gli altri paesi che, uno dopo l' altro, inesorabilmente le passano davanti. Se l' Italia non vuole rimanere in quest' ultima categoria deve riuscire a migliorare la capacità di penetrare i mercati più dinamici, a partire da quelli del Nord-Africa e del Medio Oriente. Per farlo ha bisogno di cambiare specializzazione produttiva anziché puntare a conservare in tutti i modi l' esistente. Potremmo fare tanti altri esempi. Il punto è che fin quando non avremo una strategia di uscita dalla crisi e al tempo stesso dalla stagnazione dell' economia italiana, saremo percepiti come un Paese a rischio. Bene allora non limitarci ad osservare, con malcelato distacco e superiorità, la tragedia greca.
Fonte: Tito Boeri - Repubblica

Cgil e Area Democratica, i correntoni non funzionano

Il deludente risultato della mozione 2 nei congressi della Cgil e la crisi strisciante di Area democratica nel Pd mettono in evidenza un dato: la difficoltà di minoranze eterogenee di esprimere una linea compiutamente alternativa, vincere le proprie battaglie e dunque candidarsi a diventare maggioranza. Verrebbe da dire che l’esperienza dei “correntoni”, senza caricare questo termine di valenza polemica, proprio non funziona. Per “correntoni” intendiamo il formarsi di “cartelli” di opposizione interna tenuti insieme più dall’“anti”-qualcosa (o qualcuno) che dalla ricerca di un “per” un progetto positivo e alternativo. Di solito è nei congressi che avvengono queste saldature di “pacchetti” di delegati, o nella fase pre-congressuale: nulla di male e nulla di nuovo. Però il modello non funziona, non sta funzionando più.
Ovviamente stiamo parlando di cose diverse, il congresso della Cgil e il postcongresso del Pd, sebbene qualche istanza sia identica e qualche personaggio sia stato direttamente o indirettamente dentro entrambe le partite. Però le due storie divergono: ad esempio, la mozione 2 cigiellina imputa buona parte del suo insuccesso alle forzature statutarie se non a vere e proprie violazioni delle regole, ponendo dunque una questione di legittimità del risultato così come sta venendo fuori dai congressi: tema che la minoranza del Pd non ha mai avuto ragione di porre. Eppure il problema, in entrambi i casi, è il medesimo, quello della scarsa tenuta di uno schieramento interno in assenza di un... collante identificabile e soprattutto credibile.
Il sospetto è che all’origine di questa mancanza di credibilità e di forza alternativa vi sia proprio una sua sostanziale indeterminatezza, se non addirittura confusione, essendo confusione e indeterminatezza il frutto di un assemblaggio di personalità e posizioni diverse, anche molto diverse. Gli iscritti alla Cgil, assegnando alla mozione alternativa a quella di Epifani solo il 15 per cento, anche volendo mettere nel conto – ma noi non lo sappiamo – presunte «opacità» nelle operazioni di voto denunciate dagli esponenti della mozione 2, hanno mostrato di non credere ad una piattaforma siglata da personaggi politicamente opposti come Cremaschi e Nicoletta Rocchi o come Rinaldini e Marigia Maulucci: un estremista (un tempo si sarebbe detto: operaista) come il capo dei metalmeccanici di Brescia cosa può avere a che spartire con la riformista ex leader dei bancari se non un interesse solo e tutto contingente? Sì, il tema delle regole li hanno tenuti assieme. Certo, un comune dissenso sulla riforma della contrattazione può averli uniti. Ma non poteva bastare.
Forse anche perché dinanzi ad una crisi sociale senza precedenti e a problemi enormi che premono sul mondo del lavoro gli iscritti al più forte sindacato italiano non hanno gradito l’esasperazione di elementi divisivi, a maggior ragione non supportati da una chiara piattaforma nel merito alternativa, che ha finito per far sembrare la fase pre-congressuale una gara fra gruppi dirigenti o perfino una conta di potere.
La questione di Area democratica è certamente diversa. Non che in questi mesi le abbia fatto difetto generosità e autentica volontà di confronto, ma anche in questo caso il rischio reale è di finire come il correntone diessino (2001), un’aggregazione congressuale sorta “contro” (allora era Fassino) e non in funzione di una idea positiva.
L’altro giorno un esponente della minoranza Pd ci ha detto che «Area democratica è finita», il che è senz’altro un’espressione volutamente sbrigativa, e però la sensazione che le personalità di maggior rilievo della componente abbiano in testa idee molto diverse e che ciascuno insomma preferisca suonare il proprio spartito è troppo forte per potere essere liquidata alla stregua di un retroscena politico malizioso.
Non è sempre vero che la diversità sia una ricchezza: e infatti alla prima occasione viene fuori che l’eterogeneità provoca cacofonia. Si prenda l’ultimo caso, la discussione sulla opportunità di sostenere Emma Bonino nel Lazio. Rosy Bindi ha dato espressione all’invincibile fastidio che (eccezion fatta per Franco Marini e anche per Enrico Letta) è di tutti i cattolici del Pd, Dario Franceschini compreso, il quale infatti non ha sottaciuto che fosse stato per lui avrebbe candidato qualcun’altro: poi si legge l’articolo di Goffredo Bettini sul Riformista e si comprende che fra quest’ultimo e il capogruppo la differenza è più di fondo di quanto si potesse supporre. Si credeva fosse un conflitto di personalità e invece no, è proprio un diverso paradigma politico-culturale, qualcosa di più di una divergenza di linea.
Si dirà: ma anche la Bindi sta con Bersani. Non è la stessa cosa. Per la buona ragione che la prima caratteristica di una minoranza che ambisca non solo a “condizionare” il segretario ma a costruire una linea potenzialmente vincente è darsi coesione interna, comune sentire, solidarietà politica: se ci si riesce bene, altrimenti meglio lasciar stare. A meno che non si insegua un mero posizionamento per scopi meno nobili. Ma questo la gente lo comprende e prima o poi lo punisce.
Fonte: Mario Lavia - Europa

venerdì 26 febbraio 2010

Ribellarsi allo scandalo

I giudici dicono che la 'ndrangheta è entrata in Parlamento. E' un'affermazione terribile: proviamo a fermarci un momento e cerchiamo di capire cosa vuol dire. Significa che il potere mafioso ha messo piede direttamente nel luogo più importante, delicato dello Stato: quello dove il popolo si fa sovrano, dove la democrazia si realizza. E' questa la vera emergenza di cui dovremmo discutere. E' come un terremoto, una valanga, solo che la colpa non è del fato: non è stata una calamità.
Sapevamo tutto. La criminalità organizzata prima crea zone dove il diritto non entra, poi si espande, pervade l'economia, si appropria del Paese, e infine entra lei stessa nello Stato. Ci sono anni di inchieste, prove raccolte, fiumi di denaro che testimoniano l'immenso potere delle mafie d'Italia. Prima le cosche siciliane, poi le calabresi e campane hanno tolto al sud ogni possibilità di sviluppo e avvelenano l'intera economia.
Ma la vera emergenza non è questa. L'emergenza è che tutto questo passi come l'ennesimo scandalo silenzioso, al quale siamo rassegnati. L'emergenza è che tutto ciò non faccia sentire nel cuore, nello stomaco, nella mente di ogni italiano (qualsiasi sia il suo credo e la sua posizione politica) un'indignazione che lo porti a ribellarsi, a dire: "Ora basta".

Fonte: Roberto Saviano - Repubblica

La scuole sono sicure? Non si sa "Edifici vecchi e senza controlli"

Edifici vecchi e che necessitano di interventi urgenti. Ma anche pochi spazi per lo sport e certificazioni assenti in percentuali ancora altissime. Legambiente ha presentato a Napoli la decima edizione del rapporto Ecosistemascuola sullo stato di salute degli edifici scolastici italiani facendo un primo bilancio del decennio appena trascorso. I dati di ecosistema scuola si riferiscono a quasi 8 mila edifici scolastici e si riferiscono al 2009. Rispetto al 2001, data della prima uscita del rapporto, le cose sono complessivamente migliorate. Ma rispetto ad un anno fa sono addirittura peggiorate. Il tutto, mentre l'anagrafe sui 42 mila edifici scolastici italiani, attesa da 14 anni e promessa dal ministro Gelmini all'indomani della tragedia di Rivoli a breve, slitterà ancora di alcuni mesi. Le uniche note positive riguardano le cosiddette buone pratiche: raccolta differenziata ed altro.
Scorrendo i dati salta all'occhio la percentuale di scuole italiane ancora priva di importanti certificazioni. E' senza certificazione di idoneità statica quasi metà (il 44 per cento) degli edifici e oltre la metà non è ancora in possesso della certificazione (il 57 per cento) prevenzione incendi. In quasi 20 scuole su 100 gli impianti elettrici non sono certificati, mentre 45 non sarebbero agibili perché sprovviste del prescritto certificato. Nei casi citati le cose andavano meglio un anno fa. Segno che la manutenzione degli edifici lascia spesso a desiderare. Secondo il rapporto hanno infatti "goduto di interventi di manutenzione straordinaria negli ultimi 5 anni" poco meno di metà degli edifici scolastici: il 49 per cento. Ma uno su tre (il 33 per cento) necessita di interventi di manutenzione urgenti.
Le condizioni di degrado degli edifici sono determinate dall'età e dalla manutenzione: ordinaria e straordinaria. Il 60 per cento dei 42 mila edifici scolastici presenti in Italia è stato costruito prima del 1974, ha cioè oltre 35 anni, e 18 su 100 sono stati realizzati addirittura prima del 1940. I comuni - che gestiscono le scuole materne, elementari e medie - hanno speso finora mediamente 42 mila euro ad edificio per opere di manutenzione ... straordinaria e 11 mila per interventi ordinari. Ma tra Nord e Sud le cose marciano a ritmi completamente diversi. In media, al Nord sono stati spesi 56 mila euro per ogni edificio scolastico, al Sud appena 18 mila.
A titolo di esempio, per manutenzione straordinaria, i comuni emiliani hanno speso una cifra 5 volte superiore a quelli calabresi: 90 mila contro 18 mila. Ma la cosa curiosa è che gli edifici più recenti sono proprio nel mezzogiorno che evidentemente gestisce meno bene le strutture. Nel Sud, dove parecchi edifici scuole sono in affitto, gli enti locali dichiarano la necessità di interventi straordinari urgenti nel 47 per cento dei casi, al Nord soltanto il 21 per cento.
A pagare le inadeguatezze degli edifici scolastici sono gli alunni. Mancano strutture per lo sport in 4 edifici su 10. Percentuale che sale al nel mezzogiorno. "Anche sul fronte dei servizi - spiegano da legambiente - cambiano alcune condizioni a causa dell'impoverimento delle risorse trasferite ai Comuni, come il servizio di scuolabus che passa dal 70 per cento del 2001 al 35 per cento, con chiare ricadute negative sulla qualità della mobilità urbana". "Tra le note dolenti anche il deciso calo delle azioni di bonifica dall'amianto, realizzate solo nel 4,13% degli edifici rispetto all'8,64% del 2006, e dei casi certificati di amianto (dal 10,28% del 2006 al 5,53% del 2009) dovuto in parte alle verifiche già eseguite, in parte all'assenza di nuovi controlli".
I progressi riguardano le "buone pratiche nel campo della sostenibilità", come la raccolta differenziata, le fonti di illuminazione a basso consumo, l'uso di altre forme di risparmio energetico e sull'adeguamento degli edifici alle norme in materia di accessibilità. E l'anagrafe statale? La norma che, per consentire una visione completa della situazione, l'ha istituita risale al 1996. Ma dopo 14 anni è ancora incompleta. Dopo la tragedia al liceo Darwin di Rivoli, in cui nel novembre 2008 il crollo di un controsoffitto uccise uno studente, il ministro Gelmini ne annunciò il rapido completamento e l'estensione del monitoraggio anche alle parti no strutturali. Il censimento doveva essere completata a giugno dello scorso anno, ma ancora i dati no sono stati resi pubblici.
Fonte: Salvo Intravaia - Repubblica

L'Aquila, la protesta delle carriole "Rimuoviamo le macerie dal centro storico"

La rivolta delle carriole. Gli aquilani le useranno, domenica prossima, contro le macerie. In centinaia, forse migliaia - secondo gli auspici dei comitati cittadini che hanno indetto la manifestazione - si ritroveranno, di nuovo e per protestare, nel centro storico soffocato dai detriti. Stavolta però, proveranno a risolvere il problema da soli, almeno simbolicamente. Con le loro mani e con le carriole, appunto. "Utilizzeremo anche i picconi, se necessario - commenta Mattia Lolli, uno degli esponenti del comitato 3e32 che si occupa dell'organizzazione della protesta - Del resto, è l'unica soluzione. È trascorso un anno e le macerie sono ancora lì, mentre Comune e Protezione Civile si rimpallano le responsabilità. Non è giusto. Dobbiamo dare un segnale forte. Si è parlato di efficientismo all'Aquila nel post-terremoto, mentre il problema più evidente e semplice da risolvere, come lo smaltimento degli effetti del terremoto, è rimasto lì, sotto gli occhi di tutti noi. Con il complice silenzio dell'informazione televisiva che ha raccontato la favola della ricostruzione felice". E così, tra le vie della "città provvisoria", tra i palazzi dell'emergenza finanziati dal governo, la manifestazione di domenica già la chiamano "la rivolta delle carriole".
L'appuntamento è alle ore 10 in piazza Duomo. Sarà la terza protesta organizzata
negli ultimi quindici giorni all'Aquila. Intanto, ieri mattina è scattata la protesta di 130 commercianti aquilani che nonostante il terremoto e la paralisi delle attività sono costretti a pagare la tassa di occupazione di suolo ... pubblico.
E se per gli aquilani le macerie sono un problema da risolvere, per la criminalità organizzata - secondo un rapporto presentato alla commissione parlamentare Antimafia dal prefetto dell'Aquila, Franco Gabrielli - rappresentano un affare. Nelle carte spunta anche l'assegnazione diretta da parte del Comune dell'Aquila ad una ditta aquilana (senza gara d'appalto ed utilizzando la normativa dell'urgenza) dei lavori per lo smaltimento delle macerie. Un affare da 50 milioni di euro.
"La società in questione (T&P S. r. l) - è scritto rapporto - un mese dopo l'aggiudicazione si è modificata sensibilmente, con l'ingresso di un nuovo socio con legami con altre società, in una delle quali (l'Abruzzo Inerti S. r. l. di L'Aquila) vanta partecipazioni la Sicabeton s. p. a. di Roma, operante nel settore del cemento che controlla a sua volta numerose imprese sia in Italia che all'estero; la Sicabeton s. p. a figura nel citato elenco di ditte "a rischio" fornito dalla Direzione Nazionale Antimafia. Difatti, alcune società e personaggi del gruppo in questione hanno formato oggetto delle indagini condotte dal Ros dell'Arma dei Carabinieri di Palermo i cui esiti furono compendiati nel rapporto che nel 1991 fu consegnato al giudice Giovanni Falcone". Non solo. Scrive ancora Gabrielli: "La Sicabeton ed un'altra controllata sono affidatarie di commesse da parte del Dipartimento della Protezione Civile e nei loro confronti è in corso presso la Prefettura di Roma l'istruttoria per il rilascio delle informazioni antimafia". Successivamente, la Procura dell'Aquila ha aperto un'inchiesta e il Comune ha bloccato la gara d'appalto.
Fonte: Giuseppe Caporale - Repubblica

Crisi, l’inutile flessibilità

C’è una favola che ci siamo raccontati in questi anni: in Italia il costo del lavoro è troppo alto, il mercato è troppo rigido, c’è poca flessibilità. Le crisi aziendali che si sono aperte inesorabili in questi mesi ci raccontano un’altra realtà. Da Glaxo ad Alcoa, da Fiat alla Omsa fino ai giganti dei call center è ormai evidente che il problema italiano non sono né il costo del lavoro né un mercato troppo rigido. Eppure il paradigma indiscusso del dibattito politico, almeno dal patto per il lavoro di Milano del 2001, è sempre stato quello.
Come se il rilancio dell’economia passasse dalla via giuslavorista, da nuove norme e leggi che rendessero il lavoro meno ingessato e moltiplicasse le forme di contratto.
Invece no. La crisi che stiamo attraversando è soprattutto industriale e i fattori che possono frenarla sono altri: il costo dell’energia, l’efficienza della logistica, i ritardi della pubblica amministrazione, la scarsa qualità della ricerca, l’incapacità di innovazione, le dimensioni di impresa.Un’azienda non nasce nel deserto, non lavora nel vuoto.
Termini Imerese costa troppo alla Fiat non perché gli operai siciliani guadagnino più di quelli torinesi (è vero il contrario), ma perché non esiste un indotto industriale degno di questo nome e i costi della logistica sono ormai insostenibili.
I nostri ricercatori costano poco ma la Glaxo chiude i suoi centri di ricerca di Verona perché non sono più capaci di inventare nuovi brevetti. Tant’è che la multinazionale britannica non chiuderà a Parma (dove non fa ricerca) mentre abbandonerà Polonia e Croazia dove il costo del lavoro è certamente più basso che da noi. La nipponica Yamaha chiuderà a Lesmo, in Brianza, per andarsene in Spagna, non in India. La Nokia ha deciso di trasferire il suo centro di ricerca da Cinisello Balsamo a Dallas, in Texas. Per il colosso americano dell’alluminio Alcoa i costi ... dell’energia sono troppo alti così come per lo stabilimento Omsa di Faenza.
Le società di call center sono quasi tutte in crisi. Eppure lì la flessibilità è massima, il lavoro costa pochissimo ed è difficile da esportare in India o in Bangladesh, dove non si parla italiano. Da Omnia Network a Phonemedia all’ex Eutelia i lavoratori pagano per lo più la disinvoltura di chi in questi anni si è preoccupato solo di cedere rami d’azienda e inventare scatole cinesi. Nel caso del crack Burani sui dipendenti di Cavriago (Reggio Emilia) si scaricano i costi delle avventure finanziarie di un management troppo ambizioso più che il rallentamento del settore della moda.
Chi, come i ministri Sacconi e Brunetta, insistono nell’esaltare i benefici effetti della flessibilità e denunciare il posto fisso come un residuo del passato, sembrano dimenticare che la crisi di oggi non guarda in faccia a nessuno. Ci siamo riempiti la bocca per anni della necessità di rendere il mercato del lavoro meno rigido e costoso per le imprese (dalla legge 30 fino al taglio del cuneo fiscale) e abbiamo dimenticato di riformare la pubblica amministrazione e la giustizia civile, di migliorare le infrastrutture, di abbassare il costo dell’energia. Con il risultato che oggi ci ritroviamo un mercato del lavoro molto flessibile e retribuito peggio che nel resto dell’Europa occidentale.
Per pigrizia e per miopia la classe dirigente in questi anni ha dimenticato la politica industriale, forse pensando che la globalizzazione l’avesse spedita in soffitta.
E invece la crisi di questi anni ci costringe a tornare a pensare in termini di sistema paese, di investimenti pubblici e di attrazione di investimenti stranieri. È certamente vero che il mercato del lavoro è ancora prigioniero del dualismo tra garantiti e non garantiti. É assolutamente necessario creare un paracadute anche per i lavoratori senza tutele. Ma oggi la crisi colpisce anche il posto fisso. E in ogni caso il contratto unico non avrebbe evitato nessuna delle crisi industriali che stanno attraversando il paese. Questo qualcosa vorrà dire.
Fonte: Giovanni Cocconi - Europa

Pezzopane verso il bis con l’aiuto del Pdl

Lo strano caso delle provinciali aquilane. Se la prossima tornata elettorale abruzzese fosse un film, il titolo potrebbe essere questo. Contro un’agguerritissima Stefania Pezzopane, il Pdl ha scelto di candidare un semisconosciuto, Antonio Del Corvo. Quasi a voler misteriosamente perdere un territorio dove Berlusconi in persona ha puntato buona parte delle sue fiche.
La Pezzopane ha più che mai il vento in poppa. Almeno dallo scorso 11 gennaio, quando una ricerca del Sole24Ore l’ha incoronata presidente di provincia più popolare d’Italia.
È infatti riuscita a incrementare la sua popolarità di un quarto rispetto all’anno precedente: dal 46 per cento del 2008 al 70 per cento del 2009. Un bel balzo in avanti, dovuto soprattutto alla efficace gestione, anche comunicativa, del sisma che ha colpito la provincia aquilana.
La Pezzopane è infatti riuscita a essere contemporaneamente di lotta e di governo. Di lotta, quando a più riprese ha denunciato tutti i nodi lasciati irrisolti dalla gestione Bertolaso, non ultimo quello dei tanti sfollati ancora ospitati in alberghi e appartamenti sulla costa. Di governo, quando invece ha offerto la massima collaborazione, assieme al sindaco Cialente, a governo e Protezione civile sia nella fase dell’emergenza che in quella, appena partita, della ricostruzione.
Non a caso lo stesso premier Berlusconi ha a più riprese sottolineato il lavoro di squadra fatto da esecutivo ed enti locali nel capoluogo abruzzese.
Due parti in commedia, quindi, per Stefania, che le hanno fruttato l’appoggio ... incontrastato della stessa coalizione di centrosinistra che la sostenne nel 2004. Si tratta, per la gioia dei nostalgici prodiani, della vecchia Unione: tutti assieme appassionatamente, dall’Udeur fino a Rifondazione comunista.
E a sostenerla ieri è arrivato anche il segretario del Pd, Bersani. Insomma, quanto basta per guadagnarsi l’immagine di candidato difficile da battere agli occhi del centrodestra aquilano. Eppure tutto ciò non è bastato a convincere la destra a presentare un nome forte per la provincia. Lo sfidante di Stefania è Antonio Del Corvo, cinquantenne commercialista di Celano ma soprattutto fedelissimo del coordinatore regionale Filippo Piccone. È lui, uomo vicino al vice capogruppo al senato Quagliariello, che ha imposto a forza la candidatura di Del Corvo, suggellata qualche giorno fa dall’imprimatur ufficiale di Berlusconi. Una prova di forza, che ha superato le tante critiche piovute sul capo del commercialista nel mese di gennaio, durante il quale la sua candidatura ha ballato non poco. Un fuoco amico che si è concentrato su due punti deboli: il primo è che Del Corvo non è aquilano bensì marsicano, avezzanese per la precisione, cosa di non poco conto visto che il terremoto ha rafforzato lo spirito di campanile dei cittadini dell’Aquila; il secondo è che è ancora un signor nessuno, visto che, secondo gli ultimi sondaggi commissionati dai dem abruzzesi, è conosciuto solamente da un aquilano su tre rispetto al 90 per cento della Pezzopane. Due fattori che si traducono in un gap importante fra i due sfidanti, e che Piccone e soci cercano di colmare allargando il più possibile il fronte delle alleanze. Infatti, se da un lato c’è la vecchia Unione, dall’altro abbiamo uno schieramento che ricorda la Casa delle libertà, che va dall’Udc fino alla Destra di Storace.
Basterà per scalzare il centrosinistra dalla provincia? Difficile fare previsioni, certo è che il caso Del Corvo dimostra come per Berlusconi «l’Abruzzo sia importante solamente per le ricadute d’immagine a livello nazionale e poco o nulla per quanto riguarda la crescita di una classe dirigente locale», osserva Michele Fina, segretario provinciale del Pd.
Fonte: Gianni Del Vecchio - Europa

Ma sì che c' è, la differenza tra destra e sinistra.

Ma sì che c' è, la differenza tra destra e sinistra. I sindaci del Milanese, compattamente di centrodestra, hanno detto "no" al blocco del traffico per questa domenica, proposto da Chiamparino e Moratti nella speranza che la Padania non fosse solo un' espressione retorica ma un comprensorio cosciente della propria comune disgrazia: essere una delle zone più inquinate del Pianeta. Le uniche adesioni sono di due sindaci di centrosinistra, quello di Sesto e quello di Cinisello. Rispetto alla catastrofe in corso (c' è gente che di polveri sottili è già morta, o sta morendo), la differenza è appena un dettaglio psicologico: nessuno si illude che lasciare a casa la macchina per poche ore possa cambiare il corso delle cose. Ma è un dettaglio densamente simbolico: la destra (quella lombarda, poi...) è sviluppista con un entusiasmo quasi patetico, sicura che lo sviluppo in sé non può che portare a stare tutti meglio. La sinistra, o quel poco che ne rimane, intuisce che la salute non ha prezzo, e almeno con la coda dell' occhio intravvede la spaventosa disarmonia e i costi mostruosi che il Nord sta pagando alla sua ottusa avidità. Quanto alla Lega, l' immensa distesa di capannoni, rotonde stradali e ipermercati che le fa da Patria non può che sembrarle il migliore dei mondi possibili. C' è nata in mezzo e non conosce altro paesaggio. Poverella.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Né Bonino, né Binetti, il problema è la laicità

Ho in mano, appena uscito, un bel libro, curato da Guido Formigoni, che raccoglie scritti ecclesiali e politici di Giuseppe Lazzati dal 1945 al 1986; e sono tentata, dopo la lettura di Europa del 20 febbraio, di chiedere all’editrice san Paolo di mandarne una copia omaggio a Paola Binetti e a Luigi Bobba. Potrebbe aiutarci a capire di cosa stiamo parlando.
Formigoni ricostruisce con acume il cammino di un giovane cattolico degli anni ’30 verso una laicità che non nasce dalla politica – sarà la politica a nascere dalla laicità – né da una sorta di concessione all’avversario; nasce entro una spiritualità che assume il compito di una trasformazione cristiana della realtà, che la ordina sì secondo Dio, ma a partire dalla ragione condivisa nelle coscienze singole di uomini e donne. Nel cammino che va dalla valorizzazione della Lettera a Diogneto al Concilio vaticano secondo, alla lezione definitiva di Verona del 1977, alla fondazione di Città dell’Uomo, si disegna «un laicismo che esige una doppia fedeltà a Cristo e alla propria autonomia, che esige insieme una misura di competenza proporzionata al livello in cui si opera».
Quel cammino resta straordinariamente attuale, di fatto l’unico possibile, di fronte a una società multietnica e culturale; ma è sostanzialmente irrisolto, per il blocco imposto sulla teologia del laicato, la pratica di una mediazione politica tutta esercitata dalla gerarchia, attraverso l’imposizione di normative vincolanti, la tentazione di un clericalismo di ritorno.
Tutte le polemiche fra cristiani nascono da qui.
E mi sembra inutile rallegrarsi di fronte a quello che è uno scacco di tutti, di chi va e di chi resta, ma uno scacco assai più drammatico dell’uscita personale da un partito. O davvero si rimette al centro che cosa è la laicità strutturale, originaria, della fede cristiana, una laicità che è anche, nelle cose di quaggiù, autonomia di giudizio personale, o la testimonianza dei cristiani sarà sempre più degli uni contro gli altri.
L’irrisolto delle forme della presenza cristiana si aggrava se si inserisce nelle perduranti ambiguità Partito democratico: da una parte un disegno politico radicalmente innovatore, l’Ulivo, oltre i vecchi steccati, accolto con entusiasmo nel paese con le prime esperienze di intreccio fra storie politiche diverse; dall’altra l’idea di una risposta obbligata a una drammatica necessità, che si traduce in una logica sommatoria di gruppetti identitari (non sono nati così anche i teodem?) che dà forza alla consolidata ... oligarchia nella direzione politica.
Ma il problema chiave che ci riguarda è quello di che significa oggi laicità.
Non sono d’accordo con le considerazioni di avvio del documento “PeR”, di cui ha parlato Bobba, che fonda il ripensamento del tema della laicità come conseguenza positiva della rinascita religiosa del nostro tempo. Se c’è qualcosa che ne accentua la drammaticità è proprio il carattere ambivalente di questa rinascita. Siamo di fronte, nell’universo mussulmano come in quello indù, nelle chiese protestanti come in quelle cattoliche, a una serie di rischi che non possiamo ignorare: fondamentalismo, ricerca d’identità, commistione fra religione e difesa dell’identità nazionale, funzione di rassicurazione e di garanzia normativa di fronte ai pericoli del nuovo e del diverso; e ancora un intreccio contraddittorio fra la spettacolarizzazione massima del sacro e una globalizzazione vissuta come estraniazione e costrizione. Su questo terreno, da cui nasce anche un forte potere contrattuale delle religioni come istituzioni, non solo non fa passi avanti la laicità, ne fa indietro anche il “dare a Dio quello che è di Dio”.
Ed è questa base di fondamentalismo che fa identificare il mutare delle sensibilità e delle attese sulla nascita e sulla morte, l’emergere delle soggettività, tutta genericamente col relativismo, come insomma qualcosa da reprimere e da punire.
Non si tratta, come scrive la Binetti, di separare questione sociale (aggiungerei, politica e costituzionale) da questione antropologica. Si tratta di affrontarlo davvero il tema antropologico, non chiuderlo in risposte già date una volta per tutte (o addirittura negando il carattere di atto terapeutico all’alimentazione col sondino), per tutto quello che va mutando in radice entro l’esperienza umana, ascoltando le voci, i bisogni, ciò che emerge dalle condizioni materiali, tecnologiche e psicologiche.
Lo spartiacque fra cattolicesimo democratico e clericomoderatismo è segnato da ciò che motiva e anima il proprio impegno politico: le ragioni di tutti, a partire dal buon uso delle istituzioni, in primo luogo come cittadini fra cittadini, pur entro le proprie convinzioni, o le ragioni della fede, gli interessi della Chiesa, che possono finire col costituire un vincolo esterno.
Entro questa dialettica non risolvibile qui, si colloca anche la questione Bonino che ha provocato la decisione di Paola Binetti di uscire dal partito. La mia personale riflessione è stata diversa.
Emma Bonino ha sempre avuto un forte popolarità, in parte legata a battaglie che non ho condiviso, in parte meritata per la sua efficienza e coerenza anche nell’azione di governo. Ma in questa occasione c’è stato uno scatto in alto di questa popolarità oltre le soglie di quello che poteva accadere vent’anni fa. Perché? La Chiesa e i cristiani se lo dovrebbero chiedere. Mi pare indubbio che a dare forza alla candidatura Bonino, a dargliene tanta da sconsigliare al Partito democratico una contestazione difficile, non è stata un’imprevista conversione al radicalismo, è stata la reazione diffusa, il disagio, di credenti e non credenti, contro l’interventismo ecclesiale.
Un interventismo che fra l’altro, dalla fecondazione assistita, ai Dico, dal testamento biologico al diverso trattamento fra scuole pubbliche e scuole private, ha umiliato politici autenticamente credenti, che avevano esercitato con equilibrio e efficacia la loro funzione mediatrice, da Tonini a Bindi e Ceccanti, da Marino a quelli che firmarono un ben noto documento Franceschini.
Non credo che la Chiesa sia uscita più forte da quegli interventi; oggi in più si trova esposta, forse a torto, sul piano mediatico, entro i conflitti, i limiti, gli scandali veri e presunti di una maggioranza non proprio edificante, che lei ha sostenuto e da cui è stata sostenuta nelle sue richieste.
Questo mi preoccupa più della candidatura Bonino, più dell’uscita della Binetti dal Pd.
Fonte: Paola Gaiotti De Biase - Europa

Imprenditore ospita i rom nel giardino dell’azienda: «Ero povero come loro»

SAN GIORGIO IN BOSCO (Padova) - L'imprenditore «zingaro». E cacciatore di storie. Da dieci anni ospita quattro famiglie di rom all'esterno del suo capannone: ha comprato le roulotte e ha dato loro la residenza, così i bambini possono andare a scuola. Ma c'è molto di più da raccontare. E' una storia che comincia nel Veneto contadino, quando al posto dei capannoni c'era solo terra. E di un camion in cui si cucinavano gli spaghetti in corsa pur di arrivare in tempo all'apertura dei mercati. Oltre il muro di Berlino, a Est. Nel palazzo-capannone, sede dell'azienda con le pareti vetrate, si apre un porta nel corridoio e senza filtri si entra nel laboratorio delle decorazioni. C'è un mobile bianco in legno massiccio, placcato con fogli dorati: «Questo va in Russia».
Incontriamo Gianni Tonin nel cuore del suo impero a San Giorgio in Bosco dove il mobilificio sforna mobili di design da quando ha inventato il marchio di famiglia. Un suo tavolo, per dire, è finito in una delle edizioni del Grande fratello. Lui, nell'impeccabile gessato, entra in fabbrica e prende un caffè con gli operai dalla macchinetta. Intasca un numero di telefono ricevuto da una decoratrice romena, che gli chiede: «Gianni chiami tu?». All'esterno, oltre i capannoni hi-tech ultimati quattro anni fa, lasciati i suv aziendali nel piazzale, c'è un altro capannone dove risiedono - regolarmente iscritte all'anagrafe - quattro famiglie rom. Sono originari della Romania e sono diventati negli anni italiani a tutti gli effetti. Vivono in un camper e altre roulotte: ci sono dei servizi igienici, la corrente e l'antenna Tv. Hanno scelto di restare erranti per tutta la vita. Il riscaldamento lo forniscono le bombole del gas
E' il soprannome dell'imprenditore diventato re degli zingari in casa propria. Ed è lì nell'accampamento con il falò ai piedi dei capannoni, che c'è il cuore del suo regno. Si siede nel camper a bere un caffè e ad ascoltare le storie accendendosi l'ennesima sigaretta. Accade in un Veneto dove ... in quasi tutti i comuni vige il divieto di stazionamento e ci sono sbarre nei parcheggi. Con un ghigno, Gianni Tonin ricorda quando ha pagato tutte le multe e ospitato nel piazzale le quattro famiglie: «Così imparano a mandarli via». «Ogni giorno c'era un polverone di denunce e io sono un maestro dei "disastri" - racconta con ironica schiettezza -Ho fatto prendere a tutti e sei la residenza, così ho risolto il problema e i bambini possono andare a scuola: ogni settimana ciascuno riceve ottanta euro, hanno la corrente il bagno esterno e il riscaldamento». E perché lo fa? «Se lo domandano in molti: io voglio sentire le storie del mondo. E visto che posso, faccio qualcosa». Dà un'altra possibilità. E' nella carovana, oltre la soglia del suo ufficio, che ricorda come è nato tutto. Risale a quando c'erano solo i campi dove adesso sorge la zona industriale. Tonin all'epoca, non era «nemmeno un contadino». «Con i miei genitori vivevamo in una baracca "abusiva", perché chiamarla casa… Era in mezzo alle terre dei contadini, rubavo le uova e le galline per mangiare. L'acqua la bollivamo per berla, la prendevamoa valle dopo che era passata dai maiali: perché non ci volevano dare niente nelle fattorie».
Il re del mobile si stiracchia sulla poltrona di design, distende le gambe e si scioglie un poco a ritrovarsi bambino. «Io e i miei ridevamo e cantavamo sempre, avevamo la fede: poveri i ricchi!». Racconta e arriva fino all'incidente che lo ha fatto diventare imprenditore quando, a vent'anni, faceva il camionista. In un viaggio gli capitò di restare intrappolato sotto la motrice del camion mentre si scapicollava per le strade della Polonia, Cecoslovacchia (allora) e Romania. Ai tempi del muro di Berlino. «Ero specializzato nel cucinare gli spaghetti in camion mentre correvamo: il ritardo al mercato ci sarebbe costato una penale - dice sorridendo - Passavamo le frontiere dell'Urss in silenzio tra carri armati e mitra, i militari guardavano sotto il camion con gli specchi: avevamo sempre un po' di burro di contrabbando». E via con le discese in folle per lanciare il camion oltre i cento all'ora. Una di quelle volte, il suo amico si scontrò vicino a un ponte. Lui dormiva in cuccetta: «Mi sono ritrovato con il letto incastrato sotto la motrice che sprofondava nel fango, l'olio del motore mi bruciava il petto e il peso mi stritolava: mi hanno salvato dei camionisti di passaggio che erano di Tombolo (Padova)».
Dopo essere tornato dalla Romania in treno con sette vertebre fuori posto, ha iniziato a vendere scarpiere a domicilio. Da qui nasce l'impero Tonin. Prima ne ha assunto uno, poi due fino ad oggi con oltre cento di dipendenti: italiani, turchi, romeni, brasiliani. Il capomastro è il primo romeno che Tonin ha aiutato e ce ne sono stati molti altri. Ancora, perché? «Mi ricordo la fame dei popoli che ho incontrato nei miei viaggi - racconta - Una ventina di anni fa sono tornato in Romania e in un bar di notte - va a nozze con le periferie - a Baia Mare ho conosciuto Beni, uno di lì, che parla italiano e con lui ho ricostruito un villaggio di zingari». É fatto così. Un giorno poco prima di Natale gli hanno raccontato di romeni che vivevano in un bosco, fuori San Giorgio, nel suo paese. Non poteva lasciarsi sfuggire quel mistero. «Sono arrivato in Bmw con cappello e cappotto nero: pensavano fossi un poliziotto invece li ho invitati tutti a casa per il pranzo di Natale - ride senza prendere fiato - E’ stato il più bel pranzo di Natale che ricordi ». Gianni Tonin ha molte altre storie da raccontare. Storie. Dell'imprenditore che sogna di tornare zingaro almeno per una volta, ancora a bordo della sua carovana.
Fonte: Martino Galliolo - Corriere della Sera

Le stime Ue: ripresa «timida» in Italia

La zona euro nel 2010 crescerà dello 0,7%, così come l'intera Ue. Questa l'ultima stima della Commissione Ue, che conferma le sue previsioni dello scorso autunno parlando di «fragile ripresa». A trainare sono Germania e Francia (entrambe +1,2%), seguite da Olanda (+0,9%), Italia (+0,7%) Regno Unito (+0,6%). Ancora recessione per la Spagna, che chiuderà l'anno con un 0,6%. «L'economia europea - spiega la Commissione Ue - si sta progressivamente riprendendo, nonostante stia ancora affrontando venti contrari. Il Pil ha ripreso di nuovo a crescere nel terzo trimestre del 2009, mettendo fine alla più lunga e più profonda recessione nella storia della Ue. Le eccezionali misure anti-crisi messe in campo - prosegue l'esecutivo europeo - hanno giocato un ruolo fondamentale nel provocare un'inversione di tendenza».
CRESCITA RALLENTATA NELL'ULTIMO TRIMESTRE 2009 - Ma - sottolineano i servizi della Commissione Ue - «la crescita è rallentata nell'ultimo trimestre 2009» e per questo le previsioni sul Pil 2010 restano invariate allo 0,7% sia per la zona euro che per l'intera Ue. Previsioni su cui comunque continuano a pesare «grandi incertezze». In particolare «nonostante gli indicatori sulla produzione industriale e sulle vendite al dettaglio sono incoraggianti, restano deboli gli investimenti ed incerte le condizioni dei mercati finanziari».
ITALIA - Nel capitolo dedicato all’Italia, la Commissione europea spiega come «il Pil reale abbia registrato un drastico calo, dovuto alle esportazioni in diminuzione e e al netto declino degli investimenti, ... soprattutto nella prima metà dell’anno, mentre i consumi delle famiglie sono scesi in modo più moderato». «Tuttavia, dopo una contrazione semestrale del 2,7% e dello 0,5% nei primi due trimestri, il Pil ha avuto un rimbalzo dello 0,6% nel terzo trimestre. Il quarto trimestre ha registrato una nuova contrazione, dello 0,2%, ma gli indicatori sulla fiducia delle imprese e dei consumatori indicano un’attività economica più forte per il trimestre in corso. Il pil reale dovrebbe espandersi nuovamente nel primo trimestre del 2010». I consumi, secondo Bruxelles, dovrebbero «beneficiare di un minore risparmio precauzionale delle famiglie, dovuto al miglioramento delle condizioni sui mercati finanziari, oltre a delle prospettive di inflazione moderata. Le esportazioni dovrebbero ricevere un impulso positivo dal rafforzamento della domanda globale. La bassa capacità di utilizzo dell’industria, dall’altra parte, dovrebbe mantenere i piani di investimento delle imprese limitati».
Fonte: Corriere.it

Smog, scontro Formigoni-Moratti

Polemica a distanza tra il sindaco e il governatore per la domenica a piedi nata sull’asse Milano-Torino. Letizia Moratti si dice dispiaciuta per la bocciatura dell’iniziativa da parte dei sindaci (Pdl) dell’hinterland, ma Roberto Formigoni non si lascia sfuggire l’occasione: «La competenza dei blocchi nei comuni spetta ai sindaci. Da me nessuna parola di rimprovero ai molti sindaci che, vista la situazione, hanno deciso di non chiudere il traffico domenica prossima». Il presidente della Regione torna a ribadire che la strada per combattere i veleni dell’aria è un’altra. E lo fa nel giorno in cui presenta i nuovi dati raccolti dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Arpa) insieme al centro di ricerche Ue di Ispra. «La qualità dell’aria è migliorata— afferma Formigoni— grazie alle politiche di divieti e incentivi messe in campo da Regione Lombardia. Anzi, l’andamento del 2010 è ilmigliore degli ultimi anni».
Dall’analisi, illustrata dal direttore dell’Arpa, Franco Picco, risultano in calo sia il Pm10 sia il Pm2,5. «Diamo una notizia positiva ai nostri cittadini — esordisce il governatore — rassicurandoli sul fatto che l’aria che respiriamo è migliore di quella degli anni scorsi. Anche per le giornate di superamento dei livelli il trend è discendente, a dimostrazione dell’efficacia delle politiche strutturali adottate da Regione Lombardia dal 2000». Il Pirellone fa notare che in base alle elaborazioni Arpa, dal 2002 al 2009 «si registra un progressivo decremento delle concentrazioni medie di polveri sottili nei capoluoghi lombardi, con pochi superamenti significativi della soglia fissata dalla Ue a 40 microgrammi per metro cubo (Mantova, Milano, Monza, Pavia e Lodi)».
La sintesi, secondo Arpa, sarebbe questa: le emissioni di Pm10 in Lombardia sono ... diminuite dal 2005 al 2007 di 1600 tonnellate all’anno, corrispondenti a un calo dell’8 %. In caduta anche le particelle più sottili, il Pm2,5: sono scese di 1725 tonnellate, il 10 per cento in meno. «L’aria è più pulita — gongola Formigoni — al di là di quanto sostengono alcune centrali allarmistiche, smentite da questi dati scientifici».
Letizia Moratti, da parte sua, non raccoglie le polemiche e sul blocco domenicale preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno. «Sono felicissima — dice — dell’adesione di tantissimi comuni capoluogo di provincia di sette regioni e di decine di comuni lombardi: ognuno fa le proprie scelte». E’ dispiaciuta, questo sì, per il no di tanti colleghi del Pdl. Ma sull’adesione o meno al blocco delle auto ciascuna amministrazione «deve decidere secondo coscienza». In ogni caso, al di là del risultato sui veleni, la domenica a piedi «è un momento di sensibilizzazione».
Concorda il presidente di Anci Lombardia, Attilio Fontana: «Sappiamo tutti fin troppo bene che bloccare il traffico per un giorno non risolverà i problemi ambientali della Val Padana— annota— però siamo i responsabili della salute dei cittadini e il blocco del traffico è un segnale dei sindaci contro l’immobilismo delle altre istituzioni». Nell’hinterland chiuderanno il traffico, oltre a Sesto e Cinisello, anche Bresso, Cormano e Settimo Milanese.
Attaccano Formigoni i consiglieri regionali Pd Giuseppe Civati
e Carlo Monguzzi: «Non è vero che lo smog è in calo. E sui blocchi Formigoni sbaglia ad appoggiare sindaci pusillanimi che per motivi elettorali non aderiscono a un evento comunque utile».
Fonte: Rossella Verga - Corriere della Sera

giovedì 25 febbraio 2010

Resilienza: parola chiave per un moderno stato sociale

Inutile nasconderselo: la situazione attuale è quella di uno stato sociale che interviene solo quando c’è una patologia e i rimedi che propone non curano, ma semmai cristallizzano il male. Sarebbe necessario promuovere una società della cura, una società quindi che sappia valorizzare e sviluppare le attitudini di ciascuna persona, oltre ad affrontare i bisogni creati dalle emergenze e dalle marginalità.
È fuori discussione che sia necessaria una riforma degli ammortizzatori sociali: tutti gli attori politici ne parlano e concordano che sia necessario cambiare. La crisi produttiva ha amplificato il problema e l’ha reso palese agli occhi di tutti, a cominciare dalle famiglie che lo vivono quotidianamente.
Purtroppo però, ci pare che le soluzioni avanzate finora abbiano il difetto di affrontare la questione da un sola prospettiva: quella di discutere su quali siano i soggetti destinatari di questo o di quel rimedio, di quanti ne possano usufruire, e per quanto a lungo. In sostanza una scelta di platea e di tempo.
Oltre a questo occorre considerare che, nell’economia odierna, è sempre più raro il caso di un’azienda che, costretta ad esempio ad accedere alla cassa integrazione, si riprenda e riassorba i lavoratori cassaintegrati. Qualora poi ciò dovesse accadere, probabilmente le politiche e le esigenze di riorganizzazione aziendale l’avrebbero talmente cambiata da rendere comunque difficile l’inserimento della “vecchia” tipologia di lavoratori: in sostanza le esigenze di mercato sarebbero mutate che non si tratterebbe più della stessa azienda.
Questi strumenti da soli non possono essere più efficaci: sono per lo più passivi, limitati a causa della disponibilità economiche stabilite dai governi, e forse si riferiscono a una organizzazione del lavoro non più attuale.
Il mondo è radicalmente cambiato in pochi anni, per almeno due ragioni: una è la globalizzazione delle informazioni, per la quale ciò che accade di mattina a New York si ripercuote di pomeriggio a Milano. Ancor di più la globalizzazione dei fenomeni psicologici supera quello dei meccanismi economici: un morto d’influenza in Messico crea la corsa all’acquisto di ... milioni di dosi di vaccino in tutta Europa.
La seconda ragione, poi, è l’uso massiccio della tecnologia in tutti i campi: questa, creando a sua volta nuova tecnologia, rende esponenziale la velocità dei cambiamenti anche in ambito lavorativo con una progressione non costante, ma iperbolica. È ancora viva la generazione che il primo giorno di lavoro aveva trovato sulla propria scrivania una macchina da scrivere e un telefono fisso col disco, li ha usati per tutti i 35 anni lavorativi, ed è andata a riposo lasciando gli stessi strumenti.
Oggi, una ragazza che si assenta dal lavoro per maternità, rischia seriamente di ritrovare al proprio rientro un computer con programmi diversi, aggiornati e che probabilmente non sa usare.
Al di là del constatare una situazione che pare chiara a tutti, la domanda che vogliamo farci è: possiamo pensare anche qualcosa di nuovo da affiancare agli strumenti tradizionali?, possiamo riportare nell’agenda politica la dimensione sociale partecipativa, tanto impoverita in questi anni, mettendo al centro delle politiche la persona, ogni persona, i suoi bisogni, le sue potenzialità, la sua unicità? Ad esempio, l’Inghilterra si propone di intervenire alle radici: orientando il lavoratore, occupandosi della sua formazione continua, nella consapevolezza che la conoscenza maturata nel periodo scolastico è destinata ad invecchiare molto velocemente.
Non a caso in quella cultura si trova più spesso riferimento al termine skill, inteso come abilità e capacità di saper fare, e sempre meno al termine knoweledge, che indica un’insieme di conoscenze e di saperi statici. Gli anglosassoni danno grande importanza alla motivazione del lavoratore: non solo motivazione legata all’aspetto retributivo e ai benefit, ma soprattutto legata al tema delle aspirazioni e delle inclinazioni personali. Lo stato sociale agisce anche quando le cose vanno bene tramite la formazione permanente, ragionando più sulle abilità e meno sulle conoscenze, più sul saper fare che sul sapere, investendo sugli strumenti che consentono al lavoratore di imparare ad imparare, perché possa capire in autonomia quali sono le capacità utili (o necessarie) al proprio futuro e favorirne l’acquisizione.
Non possiamo copiare gli inglesi: non possiamo permetterci l’errore di non considerare le differenze culturali, storiche ed economiche che separano i nostri paesi. Possiamo però migliorare la nostra mentalità di approccio al problema, intervenendo da subito e guidando i soggetti in età scolare alla riscoperta delle proprie attitudini personali, intese come “le cose che so fare meglio e che mi motivano di più”. Ancora, intervenendo sul tema della responsabilizzazione del lavoratore, al fine di fargli sviluppare una buona motivazione all’apprendimento continuo e alla continua analisi delle attitudini personali.
L’obiettivo finale è quello di avere un lavoratore protagonista e quindi soggetto partecipativo, che sappia in autonomia scoprire quali sono le proprie inclinazioni e sappia, sempre in autonomia, ma con l’aiuto degli strumenti dello stato sociale, capire quali sono gli skills a lui più utili per la carriera attuale e ancor più quelli che saranno utili o necessari nel futuro di un mondo che cambia continuamente.
A volte il coltivare skills e attitudini é soltanto utile, altre volte risulta necessario nel caso in cui l’azienda per cui si lavora sia costretta a chiudere o il tipo di mansione specifica diventi obsoleta e non più richiesta. L’amministrativo di una volta doveva saper scrivere a macchina e rispondere al telefono, oggi con queste caratteristiche non verrebbe nemmeno preso in considerazione per un colloquio di lavoro.
Nella nostra cultura latina esiste un termine che indica la capacità di risalire sulla barca dopo che si è ribaltata per la forza delle onde: si tratta della resilienza. Oggi sempre più spesso si verificano accadimenti che sconvolgono la vita lavorativa degli individui, e hanno anche un forte impatto sulla vita famigliare e sociale. Basti pensare a un fallimento d’azienda o semplicemente a una riduzione di personale.
Di fronte a questi episodi si salva chi è in grado di usare tutti gli skills acquisiti in precedenza quando la barca navigava in mari tranquilli. Questa capacità non può essere lasciata al caso o alla singola attitudine personale, ma deve essere sviluppata, coltivata e condivisa nel sistema. La strada maestra può essere quella di concertare una capacità di resilienza sociale?
Fonte: Luciana Pedoto - Eruopa

La Grande Tregua che serve a Bersani

La Grande Tregua pre-elettorale avvolge il Pd. Tregua nel rapporto fra maggioranza e minoranza e tregua all’interno delle due anime, peraltro in quadro di disgelo dei blocchi congressuali. A poco più di un mese dalle regionali Bersani può registrare un progressivo calare delle voci dissonanti, fino al silenzio. Dalemiani o veltroniani, chi li sente più? Della riunione del coordinamento di lunedì sera la cosa più interessante dunque riguarda le prossime elezioni: «C’è un grande ottimismo da parte dei candidati governatori che erano presenti», dice Enrico Letta, che ha introdotto la riunione. Al Nazareno si pensa che le cose si siano messe bene, «siamo competitivi», la sera del 29 marzo potrebbero essere piantate almeno 8 bandierine (Piemonte, Liguria, Marche, Emilia, Toscana, Umbria, Puglia, Basilicata), almeno questo dicono oggi i sondaggi.
C’è allarme sul Lazio dopo il caso-Bonino e il suo sciopero della fame e della sete? Letta nega che gli ultimissimi sondaggi segnalino un calo della candidata radicale, e poi «mancano ancora 35 gorni al voto...». Ma di certo l’area cattolica, dalla Bindi ai franceschiniani, non risparmiano critiche: e non solo i cattolici.
Il problema non è tanto la presunta «slealtà» di Emma ma l’impatto che un’arma estrema come lo sciopero della fame e della sete potrà avere sull’ elettorato moderato. Bersani e Letta però sono convinti che la battaglia della Bonino non solo sia giusta ma che si risolverà positivamente, magari mediante un intervento amministrativo in grado di risolvere la questione della raccolta di firme. E al ritiro della Bonino non ci si pensa nemmeno.
Grande Tregua – si è detto – anche nella minoranza di Area democratica. La componente si è riunita ieri sera – si prevedeva nel pomeriggio la presenza di tutti i big – per confermare il proprio ruolo di “sentinella” delle idee di fondo attorno alle quali il progetto- Pd è sorto e che ... secondo molti di loro in questi mesi ha conosciuto più di uno sbrego: esempio classico, la vicenda pugliese, quando però ad un errore politico pose rimedio il metodo delle primarie. Franceschini la mette così: «Vigileremo perché si resti fedeli allo spirito originario del Pd».
Il problema è che dentro la minoranza si parla con accenti diversi malgrado l’ultimo colloquio fra Franceschini e Veltroni pare abbia riportato una certa sintonia dopo una fase in cui si era giunti vicini al punto di rottura, tanto che si era reso indispensabile rinviare l’assemblea che infine è stata convocata per ieri sera.
Un’assemblea necessariamente interlocutoria. I nodi politici di fondo saranno sciolti solo dopo il voto, e però il segnale vuole essere che la componente esiste e intende darsi politiche e strumenti: per esempio, il sito di Area- Dem, che si vorrebbe fornire di credibilità e forza sul tipo di Lavoce.info, oppure ancora l’articolazione della componente a livello provinciale e regionale.
Mancherà però ancora un assetto “nazionale”, niente nomina di un coordinatore o di una segreteria: anche questo si vedrà dopo il voto.
È verosimile che l’area si strutturerà più chiaramente in un nuovo appuntamento a metà maggio, sempre in quella Cortona dove la componente nacque alla fine dell’anno scorso. Si prende tempo, dunque, si aspettano i risultati del 28 e 29 marzo: le regionali dovrebbero andare «benino» ma il problema è il dopo. Quando «si dovrà pensare a come costruire davvero una proposta di governo alternativa» – ragiona un esponente vicino a Veltroni. E su questo «il Pd ancora non c’è».
Fonte: Mario Lavia - Europa

Giustizia, i Viola di nuovo in piazza Sabato manifestazione nazionale

Il Popolo Viola torna in piazza. E convoca per sabato 27, in piazza del Popolo a Roma, una manifestazione nazionale contro il legittimo impedimento, "a fianco della Costituzione e a sostegno degli organi di garanzia costituzionale". Il popolo del web ha deciso che i leader politici non potranno - come accaduto durante il no B-Day - prendere la parola dal palco. Le adesioni politiche sono comunque arrivate numerose. A quella dell'Italia dei valori è infatti seguita quella del Partito democratico, della Federazione della Sinistra, di Sinistra ecologia e libertà e dei Verdi. "Il 27 febbraio a Roma - spiegano i Viola - saremo tantissimi cittadini. Urleremo forte il nostro basta, contro le leggi ad personam di Berlusconi e di questa maggioranza".
L'assenza di "un appoggio economico o logistico dei partiti" ha spinto il popolo del web a lanciare una sottoscrizione online per raccogliere almeno 20 mila euro: soldi necessari all'allestimento del palco e per pagare tutte le spese organizzative. A chi sottoscriverà la cifra maggiore andrà in premio una colazione con Dario Vergassola. "Lo facciamo - affermano gli organizzatori - per dire la nostra su quanto accade nel nostro Paese: un Parlamento bloccato a risolvere i problemi personali del premier che non si occupa dei problemi dei cittadini". Come la disoccupazione e la disinformazione.
Un'agenda fittissima quella del Popolo Viola che anche oggi, in seguito alla decisione presa ieri dalla maggioranza di posticipare la discussione del legittimo impedimento al 9 marzo, ha risposto immediatamente con un appuntamento lampo in Piazza di Spagna. "Aspettando il 27 - spiegano i promotori - invitiamo chiunque voglia cantargliele forte a venire in piazza oggi dalle 15,00 di prepararsi con miele ed acciughe per aiutare le ugole". Una riunione necessaria per combattere "una viol@zione". Nel calendario dei lavori anche un altro appuntamento: domenica il Popolo sarà a l'Aquila per sostenere "con le carriole" i cittadini nella lotta volta a ottenere i necessari interventi nel centro storico.
Fonte: Repubblica

L'imbarazzo di Maria Luisa Busi

Si può immaginare l'imbarazzo di Maria Luisa Busi, professionista di lungo corso e volto del Tg1, contestata a gran voce da un nutrito gruppo di aquilani insieme alla sua troupe. Si è difesa spiegando che lei risponde solo del proprio lavoro, non di quello del suo direttore Minzolini. Non è frequente che un giornalista, tra l'altro non l'ultimo arrivato, prenda così apertamente le distanze dal suo direttore. Busi non è nota per essere una pasionaria. Sa benissimo che parte del profilo professionale di un giornalista Rai è collaborare con direttori di idee differenti. Ma è, appunto, una professionista. E sentirsi tacciare, per giunta sul campo, di "scodinzolina", di servilismo governativo, non è cosa che un giornalista serio può reggere. L'episodio lascia intendere la profondità della spaccatura che l'intero Paese sta attraversando: due linguaggi, due mentalità, due culture che vanno radicalizzandosi. Quello che il berlusconismo non ha calcolato è che, spingendo fino al parossismo le proprie opzioni (il Tg1 è sempre stato governativo, con Minzolini è diventato puro notiziario di regime), esaspera gli umori e catalizza le posizioni. Anche i mansueti e i neutrali, prima o dopo, saranno costretti a dire "sì" oppure "no".
Fonte: Michele Serra - Repubblica

L'appello di "Libertà e Giustizia" "Coi soldi del Ponte fermiamo le frane"

L'associazione Libertà e Giustizia lancia un appello contro la costruzione del Ponte sullo Stretto. "Le polemiche sulla costruzione del Ponte sullo stretto di Messina sono note. Come le contrarietà espresse dalla comunità scientifica, da amministratori locali e autorità statali. Intanto, frana la Calabria e frana la Sicilia. Proprio le due regioni sulle cui spalle dovrà appoggiarsi il Ponte. Che fare? L'unica decisione, in questa fase storica, sarebbe quella di bloccare quell'informe cantiere che il 23 dicembre è stato aperto in sordina (forse per vergogna) nei pressi di Cannitello, sul versante calabrese, spacciandolo per la "prima pietra" del Ponte. È la proposta che 'Libertà e Giustizia' si sente di avanzare al mondo politico, alla comunità scientifica, agli amministratori, agli imprenditori, al mondo accademico e culturale dell'intero Paese.
"Si dia vita, non al Ponte, ma a quel Piano urgente di prevenzione e difesa del suolo di cui il Paese ha bisogno. Quel Ponte, altrimenti, crescerebbe sui "piedi di argilla" ricordati da Bertolaso. Anche ammettendo che possa essere una delle meraviglie del mondo (ipotesi, peraltro, discutibile), il Ponte esalterebbe il disastro del famoso "sfasciume pendolo" di cui scrisse Giustino Fortunato. La prima pietra del Ponte gettiamola in mare prima che ci cada sulla testa".