mercoledì 31 marzo 2010

A voi la scelta

Riprendiamo da dove eravamo rimasti, ora che la notte è passata e la realtà si illumina. Il centrosinistra ha perso due regioni cruciali, il Piemonte e il Lazio: un colpo durissimo, per quanto la sconfitta sia stata di misura. Perdere di poco aggrava non allevia l'amarezza. Resta dunque compresso tra il Sud in mano alla destra, con la fulgida eccezione della Puglia, e il Nord dominato dalla Lega che cala verso il centro come una colata lavica inesorabile. I dati dell'Emilia dicono che - se non cambieranno le cose - sarà la prossima a tingersi di verde. Una tenaglia. Scrivevo ieri notte: il paese è stanco. Questo è un voto di delusione e di rabbia. È così: delusione e rabbia verso un centrosinistra che ha disatteso le aspettative. Che rispetto a quel che l'elettorato chiedeva non ha avuto abbastanza coraggio: di cambiare la sua classe dirigente, di puntare sul rinnovamento, su logiche nuove e non solo su somme aritmetiche di alleanze possibili, su un progetto chiaro semplice e alternativo che fosse anche - come dice Vendola - un nuovo «racconto». Anche un linguaggio diverso, certo. La delusione e la rabbia accomuna pezzi di elettorato distanti come i leghisti, i dipietristi, i sostenitori di Grillo. È un sentimento che cresce in provincia, nell'Italia profonda. Tra coloro che hanno votato Lega ci sono milioni di ... delusi dal Pd. «Si dedica agli ultimi e dimentica i penultimi, che siamo noi» dice uno di loro a Paolo Stefanini nel suo bel libro Avanti Po: ceti popolari, piccola borghesia. Tra gli elettori di Di Pietro ci sono milioni che trovano questo Pd troppo prudente, timido, troppo rivolto al centro di Casini. Moltissimi hanno trovato casa in una posizione ancor più netta, quella di Grillo. Tra le centinaia di mail arrivate ieri eccone una. Scrive Carla Ferrari: «Ho votato Grillo per stanchezza, per desiderio di cambiamento senza grosse aspettative, per dare un segnale al Pd, perché stanca dei soliti meccanismi di potere. Non credo che il Movimento 5 stelle abbia tolto la "manciata utile": se non ci fosse stato, non avrei votato. Lavoro in una biblioteca trasformata in istituzione dal sindaco Cofferati a fine mandato. Viviamo una situazione di abbandono senza precedenti dopo essere stati il fiore all'occhiello con Bologna capitale della cultura. Non riesco più a porgere l'altra guancia. Sono convinta che la manciata utile l'abbiano buttata nel cestino le mani che stanno smantellando il "modello emiliano" un pezzo alla volta, candidando personaggi impresentabili. A loro preferisco gli ingenui, gli inesperti: rappresentano di più il mio smarrimento, la mia confusione, il mio desiderio di cambiamento». Penso che questo sentimento di stanchezza e di rivolta, di delusione sia vastissimo. È quello che ha vinto le elezioni. Ora abbiamo davanti tre anni durante i quali questo governo proverà a dare il colpo finale al Paese a partire dalle riforme istituzionali. Ne cambierà i connotati. Una lunga marcia che esige che ci si attrezzi di quel che è mancato o non c'è stato abbastanza. Energie nuove, nuove logiche. Più idee, più concretezza, più visione. Più contatto con l'Italia reale, meno analisi a tavolino e più ascolto. Il coraggio di cambiare davvero. L'alternativa, dicono i nostri lettori, è andarsene: fisicamente altrove, o chiusi dentro. A voi la scelta. Noi restiamo.
Fonte: Concita De Gregorio - L'Unità

La partita da giocare

L'effetto simbolico del Lazio e del Piemonte che cambiano di segno politico fa pendere la bilancia elettorale dalla parte di Silvio Berlusconi, che era entrato indebolito nella cabina elettorale e ne è uscito rafforzato: tutto il resto è chiacchiera. In gran parte, il Cavaliere gode per la vittoria altrui a cui ha pagato un prezzo, consegnando alla Lega le chiavi di due grandi regioni settentrionali e dunque il governo diretto del territorio, con il passaggio dalla Padania immaginaria all'Italia reale. Ma intanto Bossi con la sua vittoria personale consegna tutto il Nord al Cavaliere, ad eccezione della Liguria, e dunque consente all'impero berlusconiano di allargarsi da est a ovest, senza veder mai tramontare il sole della destra.
Un'alleanza a ruoli invertiti nel Nord, con Bossi che diventa nei fatti il Lord Protettore di un berlusconismo declinante nella sua parabola, ma ancora capace di costruire vittorie. E un'alleanza sotterranea ma evidente a Roma con la Chiesa, che ha trasformato il Lazio in un totem, abbracciando il Gran Pagano pur di sconfiggere Emma Bonino, con i vescovi che scendono in campo nel 2010 italiano non per difendere un valore ma per dare un'indicazione esplicita di voto, come una qualsiasi lobby secolare, mondana e ultraterrena.
Al centro di questo sistema, un Cavaliere invecchiato e forse stanco, ipnotizzato dai suoi stessi malefici dopo un anno di scandali e rincorse giudiziarie, assorbito da sé oltre la normale patologia, circondato dai falsi movimenti di generali e colonnelli che preparano esplicitamente il dopo senza averne il talento e il coraggio. Un leader incapace da un anno di produrre alcunché - salvo le leggi ad personam per sfuggire ai suoi giudici - né politica né amministrazione, cioè governo. E tuttavia resta una differenza notevole, fortissima, tra il Berlusconi Premier e il Berlusconi campaigner, tra l'uomo di governo e la macchina elettorale. Quella macchina ancora una volta ha funzionato, tra vittimismi, accuse, attacchi, promesse, denunce, spostando a Roma i voti dalla lista Pdl che non c'era alla Polverini, come un alchimista. E anche questa è politica, quando riesce a convincere il Paese, e a riacchiapparlo nelle urne dopo ... averlo in parte perduto.
L'indebolimento a cui stiamo assistendo da un anno, dunque, non è tanto della leadership che ha una sua forza materiale e sta in qualche modo nella pancia del Paese, in un rapporto tra leader e popolo fatto di protezione reciproca, con il Capo che comanda ma chiede aiuto, quando ne ha bisogno perché si sente assediato dai disastri autofabbricati. L'indebolimento è della proposta politica e della sua capacità di guida, con il nucleo fondante di Forza Italia che ricorda la vecchia Dc declinante, negli anni in cui doveva cedere quote sempre più rilevanti di potere agli alleati con la convinzione di poter conservare il comando. Soltanto che qui la parabola non è ideologica ma biologica, nel senso che la politica e le sue scelte sono una variabile della biografia del leader, non dei valori di un partito o dei bisogni del Paese.
Sei regioni a destra, di cui quattro riconquistate, il segno del comando sul Nord, sono la cifra del successo di Berlusconi. Sotto questo risultato si allarga però la realtà di un declino che ha portato il Pdl al 26,7 per cento contro il 32,3 delle europee del 2009, il 33,3 delle politiche 2008 e il 31,4 delle regionali 2005, dove l'esito fu disastroso. E' la crepa che abbiamo segnalato un anno fa, alle elezioni europee, quando il Cavaliere ruzzolò dieci punti sotto le previsioni trionfalistiche della vigilia, grazie ai suoi scandali personali, quindi politici. Quella crepa dunque lavora, dopo un anno passato dal Premier ad inseguire un guaio dietro l'altro, con abusi di potere, forzature e prepotenze. Anzi, la crepa si allarga, tanto che senza l'energia politica - ma privata - della Lega, la consunzione di Berlusconi sarebbe evidente a tutti.
Paradossalmente, dunque, il Paese è contendibile, dopo un quindicennio di sovranità berlusconiana. Questo è un dato di fatto di grande importanza, confermato dal voto. Nelle 13 regioni dove si è votato, il fragile bipolarismo italiano vede il Pdl al 26,7, il Pd al 26,1, seguiti dalla Lega al 12,28, da Di Pietro al 7,2, da Casini al 5,5 per cento. Il Paese è contendibile, ma questo Pd non è oggi in grado di contenderlo. Ecco il problema. Bersani, che è arrivato da poco alla guida del partito, può contare le sette regioni conquistate contro le sei del Polo, per concludere che il Pd è tornato in gara. Ma non si può pensare di governare un Paese se si è esclusi dal Nord, se si precipita al 28 per cento nel Nordest e se si pensa di parlare ancora al Nordovest dai gloriosi cancelli di Mirafiori: senza sapere che nel nuovo piano Fiat tra pochissimi anni dietro quei cancelli ci saranno appena 2500 persone, perché il mercato del lavoro è cambiato, come la fisionomia di Torino, come la natura stessa del Piemonte, dove in tutta la provincia la Lega, urlando, ha sostituito il mormorio governativo della Democrazia cristiana: e il trapianto è riuscito.
L'astensione che penalizza il Cavaliere (ma non i partiti identitari, come la Lega e il movimento di Di Pietro) precipita anche addosso al Pd. Il che significa, molto semplicemente, che il principale partito d'opposizione non intercetta il malcontento dell'elettorato di maggioranza, e in più produce in proprio ragioni d'insoddisfazione. Dunque non funziona né l'opposizione, né la proposta di alternativa. D'altra parte il Pd si è esercitato principalmente, in questi mesi, nella costruzione di un "meccano" di alleanze, come se la politica fosse riassumibile dalla sola aritmetica, e come se l'identità e la natura di un partito non fossero più importanti di qualsiasi tattica. Gli elettori non sanno se il Pd è un partito laico, in un Paese in cui la Chiesa si muove come un soggetto politico; non sanno se è una forza di opposizione, con tutte le offerte di dialogo che alcuni suoi uomini specializzati rivolgono quotidianamente al Cavaliere, qualunque cosa accada; non sanno nemmeno se è di sinistra, in un Paese in cui la destra - e destra al cubo - mostra il suo vero volto in ogni scelta politica, istituzionale o sociale.
In più, c'è un problema di selezione delle élite, di politica dei quadri, di scelta dei candidati. Che senso ha candidare Loiero in Calabria, per poi fermarsi al 32 per cento? E che senso ha la guerra a Vendola, governatore uscente maledetto dal partito pochi mesi fa senza una ragione logica, e oggi salutato come il vincitore delle regionali da chi lo ha combattuto? La realtà è che il Pd ha un senso se è un partito nuovo non solo dal punto di vista delle eredità novecentesche, ma anche nella forma, nel metodo e nel carattere: un partito forte ma disarmato, nuovo in quanto scalabile, aperto perché contendibile, attento alle risorse, ai talenti e alle disponibilità democratiche che esistono in mezzo alla sua gente, senza che i dirigenti lo sappiano. Come esiste, tra gli elettori di sinistra e anche tra coloro che - sbagliando - si sono astenuti, un orizzonte italiano diverso da quello immobile e unico del berlusconismo. Un Paese che non è "anti", come viene raccontato dai cantori di comodo: è semplicemente diverso, perché conserva l'idea di una moderna democrazia costituzionale, di uno Stato di diritto, della legalità, della libertà, dell'uguaglianza. Un'Italia che per queste ragioni si oppone a Berlusconi, e chiede piena rappresentanza.
Rappresentare fino in fondo quest'Italia significa acquistare autonomia culturale e politica, indispensabili in questa nuova fase in cui le fanfare unificate dei regi telegiornali proclamano già l'avvio del "dialogo" per le riforme, che cominceranno proprio con la giustizia. Un'autonomia che consentirà di approfondire le contraddizioni dentro la destra (come la sconfitta di Brunetta e Castelli, o le dimissioni di Fitto da ministro), di vigilare sulla manomorta della Lega sulle banche attraverso le fondazioni, sui problemi che nasceranno dall'incrocio maldestro del nuovo federalismo col vecchio statalismo che non si lascia smontare.
C'è parecchio lavoro da fare, nell'interesse del Paese, per evitare che l'avventura berlusconiana si compia al Quirinale. Non ultimo, cercare un leader che possa sfidare il Cavaliere e vincere, come avvenne con Prodi: e cercarlo in libertà, anche fuori dai percorsi obbligati di età, di appartenenza e di nomenklatura. Forse, anche a sinistra è arrivata l'ora di un Papa straniero.
Fonte: Ezio Mauro - Repubblica

La forza del Carroccio un partito "normale"

Fra i dati emersi dalle elezioni regionali, il risultato della Lega è certamente il più clamoroso, soprattutto se confrontato con quello del 2005 (rispetto a cui ha raddoppiato i voti). Ma è anche il meno sorprendente, rispetto alle attese.
La vittoria di Zaia, in Veneto: annunciata da tempo. Quella di Cota, in Piemonte, era meno scontata. Ma veniva, comunque, considerata possibile. La stessa "misura" del voto, per quanto di proporzioni straordinarie, non costituisce una novità rispetto al passato più recente (e più lontano). Il risultato ottenuto nel Veneto (35%) è degno della vecchia Dc. Ma già alle ultime elezioni, in questa regione, la Lega si era avvicinata al 30%. E le province dove ha fatto il pieno - Treviso, Vicenza, Sondrio, Bergamo, Como - sono roccaforti tradizionali. Fin dagli anni Ottanta. Quando la Lega ha prima assediato e poi rimpiazzato la Dc. Quanto all'espansione nelle regioni rosse, appare davvero impetuosa. Soprattutto in Emilia Romagna, dove ha superato il 13%, ma anche in Toscana e nelle Marche (dove ha scavalcato il 6%). Tuttavia, si tratta di una tendenza già emersa alle elezioni politiche del 2008, divenuta appariscente alle europee dello scorso anno. Proprio perché largamente annunciato, però, il successo della Lega è rivelatore. Come la sorpresa degli osservatori e degli attori politici - non solo avversari, anche alleati. Segno che la Lega continua ad essere guardata - dagli "altri" - come un soggetto anomalo. E per questo instabile. Sempre in bilico. Fra discese ardite e risalite. O viceversa.
Non è più così. Il successo della Lega è "normale", perché la Lega è, da tempo, un partito "normale". L'unico rimasto, in Italia, fra tanti partiti leggeri e mediatici. Proprio questo, forse, contribuisce a farla apparire diversa. Anche oggi che agisce come "Lega di governo". A livello nazionale e territoriale. Basta guardare le cifre. Esprime il sindaco di 355 comuni e il presidente di 14 province. Da oggi: anche di due regioni. Alle elezioni europee del 2009 si è imposta come primo partito in oltre 1000 comuni (su quattromila) del Nord. Ha una leadership forte, personalizzata e centralizzata. Impiantata nelle "capitali" storiche: Varese e Bergamo, in Lombardia e Treviso, nel Veneto (dove, negli ultimi anni, è cresciuto il peso di Verona). Nel governo, i suoi uomini ... presidiano dicasteri importanti e strategici. Maroni all'Interno: i temi della sicurezza e dell'immigrazione. Calderoli alle riforme istituzionali, cioè al federalismo. Accanto a Bossi, sovrano e bandiera del partito. Infine Zaia all'agricoltura. Ha trionfato in Veneto, dopo aver trasformato un ministero considerato "minore" in un dicastero ad alta visibilità. E in un riferimento chiave per la Lega. Dal punto di vista dell'identità, in quanto evoca la terra, la tradizione. Ma anche del rapporto con le categorie amiche: contadini, allevatori, cacciatori (un tempo collaterali alla Dc e al Pci).
La Lega di lotta, che tutti evocano, oggi è soprattutto Lega di governo. Le pagelle degli amministratori, compilate ogni anno dal Sole 24 Ore, vedono i suoi sindaci e i suoi presidenti di provincia ai primi posti. I sondaggi sul gradimento dei ministri attribuiscono a Maroni e Zaia voti lusinghieri. E la fiducia nella Lega e nel suo leader assoluto è cresciuta costantemente negli ultimi 15 anni, fra gli elettori. Del Nord, del Centro e anche del Sud. Perché, nel frattempo, la Lega ha nazionalizzato il suo programma. I suoi obiettivi. Ha puntato sulla sicurezza, o meglio: sull'insicurezza. Ha drammatizzato le paure. I timori suscitati dalla globalizzazione. Dall'immigrazione, ma anche dalle minacce economiche e finanziarie. E dalle malattie - vere o presunte. Dai cibi che viaggiano senza controlli. Ha dissociato il linguaggio dalle pratiche. Ha promosso le ronde senza poi organizzarle. Ha agitato la xenofobia, permettendo l'integrazione nelle zone dove governa. (D'altronde, è difficile per una realtà di piccole imprese far marciare l'economia senza immigrati; per una società vecchia fare a meno delle badanti). Ha usato il doppio pedale dell'identità e del pragmatismo. Così si è rafforzata a spese del Pdl nel Nord e soprattutto nel Nordest.
Basta vedere quel che è successo in Veneto, dove la Lega ha raggiunto il 35%: il 10% più del Pdl. Mentre il ministro Brunetta, fra gli uomini più popolari del Pdl, in Italia, a Venezia ha perso al primo turno, nella competizione per il sindaco. Perché la Lega è un partito mentre il Pdl è un aggregato di notabili e di interessi. Un pulviscolo di gruppi e comitati senza identità. Allo stesso modo, la Lega è penetrata anche nel cuore rosso del Paese. Soprattutto in Emilia (in particolare dove un tempo era più forte la Dc, come ha osservato Fausto Anderlini). Zone investite dai cambiamenti sociali e demografici. Cui la Lega ha offerto risposte e identità. Populiste? Certo. Ma in grado, per questo, di toccare le corde di una società spaesata, dove la politica e la vita un tempo erano sovrapposte. Dove la scomparsa dei vecchi partiti ha lasciato senso di vuoto.
La Lega. Partito di governo e di rivendicazione - se non più di lotta. Chi pensa a una secessione (magari invisibile) della Padania non ha capito. Oggi la Lega è forte nel Nord perché governa a Roma. E viceversa. Inoltre, ormai ha superato i confini padani. Semmai, è probabile che la forza della Lega - nel Nord, nel Centro e al governo - generi disagio nel PdL. Oggi, dopo le regionali, ancor più meridionalizzato. Spostato lungo l'asse che da Roma corre fino alla Calabria, attraverso la Campania.
Il successo della Lega può aiutare anche il Pd e il centrosinistra a leggere correttamente l'affermazione di Vendola. Capace, in Puglia, di mobilitare la società. Di dare identità. Di marcare la differenza dagli altri. Mentre nel Pd ci si è preoccupati, all'opposto, di mimetizzarsi. Di accostare il centro come un "non luogo". Di andare in tivù senza avere parole da dire. Come se la costruzione dell'identità - e della classe dirigente - fosse un problema di marketing. Ma in politica nulla avviene per caso. E anche le sconfitte servono, quando si è in grado di interpretarle. A condizione di riconoscerle. Senza fingere. Anzitutto di fronte a se stessi.
Fonte: Ilvo Diamanti - Repubblica

Venezia, Orsoni il moderato è sindaco Brunetta beffato se la prende con la Lega

Non arriva in laguna l'onda leghista che ha travolto il Nord. Giorgio Orsoni, candidato del centrosinistra, diventa sindaco di Venezia al primo turno, battendo con nove punti di vantaggio il ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta, candidato del centrodestra. Un risultato a sorpresa. "Una sorpresa amara", commenta sfiduciato il ministro, che alla vigilia si era detto "sicuro di vincere", e che ora polemizza con il Carroccio per non averlo sostenuto e indica nel calo di voti della Lega a Venezia rispetto al Veneto una della cause della sua sconfitta (anche se i dati sui risultati di Lega e Pdl nei due voti - regionale e comunale - non sembrano dargli ragione, ndr).
"Abbiamo lavorato seriamente, proposto un programma credibile, e la città ci ha dato fiducia", dice invece Orsoni, che guida una coalizione molto vasta che va dall'Udc a Rifondazione. "Un risultato abbastanza straordinario visto l'andazzo generale e le difficoltà del centrosinistra nel paese", afferma il sindaco uscente Massimo Cacciari, che aveva scelto personalmente Orsoni per la sua successione, ed era stato il più convinto sostenitore della necessità di un'alleanza "strategica" con l'Udc.
Orsoni, un cattolico senza tessere di partito, è infatti, per sua stessa definizione, "un moderato". Portato al dialogo e alla riflessione pacata. Uno che non alza mai la voce. E proprio la sua tranquillità, la sua campagna elettorale che è sembrata persino sottotono tanto è stata sobria, ha prevalso, nella scelta degli elettori, rispetto alla campagna arrembante del ministro "fantuttone", fatta di proclami roboanti e di mirabolanti promesse. Ma la città, che aveva già bocciato Brunetta dieci anni fa, quando si era candidato a sindaco contro Paolo Costa, non ha gradito. Come non ha digerito il doppio incarico di ministro e di sindaco che ... Brunetta aveva annunciato di voler mantenere in caso di vittoria.
63 anni, sposato con tre figli, avvocato, ordinario di diritto amministrativo all'università di Cà Foscari, procuratore della Basilica di San Marco, Orsoni, ritenuto molto vicino alla Curia, era già stato assessore comunale al patrimonio dal 2000 al 2005 nella giunta di centrosinistra guidata da Paolo Costa. Tra le sue doti elenca al primo posto quella di essere "concreto e pragmatico", di affrontare i problemi senza pregiudizi, di essere "aperto al dialogo e al confronto". La sua corsa sembrava molto difficile contro il più conosciuto e pirotecnico componente del governo.
Lui l'ha vinta rivendicando i successi ottenuti dalla coalizione guidata da Massimo Cacciari ("Una persona straordinaria"), ma prendendone anche le distanze ("Alcuni aspetti importanti nella vita della città, come la sanità, sono stati trascurati"), e annunciando l'intenzione di non ricandidare neanche un assessore della giunta uscente. "Gli assessori li sceglierò io, non saranno i partiti a farlo, e ci saranno molti giovani", ha detto, rivendicando piena autonomia dalle segreterie politiche e suscitando anche qualche polemica all'interno del centrosinistra. Ma proprio questo suo atteggiamento gli ha procurato vasti consensi, sia da parte del mondo cattolico, come da quello della sinistra, e anche dei centri sociali, che si sono mobilitati per evitare "l'onta" che una città "rossa" da sempre finisse nelle mani del centrodestra e della Lega.
Fonte: Roberto Bianchin - Repubblica

Il referendum del Cavaliere

Non servono i tortuosi giri di parole in uso nella Prima Repubblica. Appannato dagli scandali privati, ossessionato dai guai giudiziari, logorato da due anni di non-governo del Paese, Silvio Berlusconi è riuscito in qualche modo a vincere anche queste regionali. Lo ha fatto nell'unico modo che conosce, dall'epifanica "discesa in campo" del '94: trasformando la contesa elettorale in un altro, esiziale "referendum" sulla sua persona. Lo aveva detto lui stesso, alla vigilia di un test di medio-termine al quale si avvicinava con una ragionevole preoccupazione: "Il voto regionale è politico". Ha avuto ragione lui.
Non ha certo ripetuto il plebiscito del 13 aprile 2008, di cui anzi ha dilapidato tanta parte dei consensi. Il suo partito ha perso centinaia di migliaia di voti, sfiorando il 27% nelle regioni in cui si è votato: 4,5 punti in meno rispetto alle regionali del 2005, e addirittura 7 punti in meno rispetto alle politiche 2008. Quasi un tracollo, per il "partito del predellino", l'"amalgama mal riuscito" nel quale il co-fondatore Gianfranco Fini sopravvive con crescente imbarazzo. Ma pur con tutto il travaglio mediatico di questi ultimi due mesi, e con l'evidente affanno politico di questi due anni, il Cavaliere ha comunque vinto il referendum. Suo malgrado, verrebbe da dire.
Grazie alla Lega ha blindato il Nord, espugnando il Piemonte e spopolando in Veneto. Nonostante il malaffare e il Cosentino-gate ha fatto il pieno anche al Sud, strappando con margini bulgari la Campania e la Calabria. E a dispetto del basso profilo della Polverini e dell'assenza del simbolo alla provincia di Roma, ha conquistato anche il Centro, battendo nel Lazio un avversario di caratura nazionale come Emma Bonino. Al centrosinistra restano le briciole. A settentrione il piccolo presidio della Liguria di Burlando, nel Mezzogiorno la sorprendente enclave della Puglia di Vendola, e in mezzo il solito insediamento appenninico del vecchio Pci, dall'Emilia alla Toscana, dall'Umbria alle Marche.
Questo voto si può leggere in molti modi diversi. Si può decrittare in termini di milioni di cittadini "amministrati" da ciascuno dei due schieramenti. Oppure secondo la valenza "strategica" e politica delle singole regioni in cui hanno vinto l'uno o l'altro dei due poli. Oppure, ancora, in base alle "bandierine" piantate su ognuna delle 13 regioni in cui si è votato. Da qualunque punto di vista lo si osservi, il voto ci consegna un'Italia che vede la maggior parte dei cittadini governati anche a livello locale dal ... centrodestra, che è sbilanciata a vantaggio del centrodestra in tutte le principali macro-regioni, e che anche in termini di "bandierine" piantate sul territorio fotografa un centrodestra in forte recupero, dall'11 a 2 da cui si partiva al 7 a 6 a cui si è arrivati.
Per il governo è un risultato che va al di là di tutte le aspettative. Berlusconi ha pagato un tributo altissimo all'astensionismo, che si è avvicinato ai livelli francesi. Almeno un milione e mezzo di italiani non si è turato il naso dentro l'urna, ma ha preferito andarsene a respirare altrove. È un segnale chiaro di insoddisfazione verso la maggioranza. Ma lo è allo stesso modo anche per l'opposizione, che non ha beneficiato di alcun travaso di flussi elettorali, ma viceversa ha pagato a suo volta un dazio pesante al non voto. Ora si discuterà a lungo su questo crollo oggettivo dell'affluenza, sulle inevitabili riflessioni alle quali sarà chiamato l'intero ceto politico verboso, rissoso e inconcludente, sulla ricorrente pulsione antipolitica che ha nutrito il successo delle derive grilliste ed estremiste.
Ma per il centrodestra e per l'intero Paese il dato politico più clamoroso non è questo. È invece il trionfo della Lega, che ha compiuto la sua ennesima metamorfosi. Con la sorprendente vittoria piemontese il Carroccio ha sfondato un'immaginaria "linea del Ticino", ridisegnando il paesaggio politico della nazione. In Lombardia non c'è stato il "sorpasso", ma il "pareggio" dei voti con il Pdl ha un valore enorme, se si pensa che alle regionali del 2005 i lumbard avevano meno della metà dei voti dell'allora Cdl. Se a questo successo si sommano il trionfo di Zaia in Veneto e quello di Cota in Piemonte, e poi la pervasiva e costante "infiltrazione" lungo il confine tosco-emiliano, l'esito è inequivocabile.
Un centrodestra a trazione leghista quasi integrale ha messo in cassaforte tutto il Nord. Quello più dinamico e più capace di coiniugare localismo culturale e globalismo economico. Di fronte a questo risultato così netto il pur prezioso "avamposto" conservato dal centrosinistra in Liguria è davvero poca cosa. Da ieri è nata davvero la "Padania", che non è più un'astrazione ideologica partorita dalla mente fertile del Senatur, ma è già una formazione geografica scolpita nel perimetro delle regioni più ricche e produttive del Paese, e dunque una realizzazione politica perseguita e infine perfezionata da una classe dirigente totalmente immersa e integrata nel territorio.
Una nuova generazione di dirigenti leghisti ha cambiato l'abito politico di un partito che è sempre meno di lotta e sempre più di governo. La camicia verde si indossa ormai sotto la grisaglia grigia: nelle cerimonie pagane tra le valli alpine come nei consigli d'amministrazione delle fondazioni bancarie. In pochi anni siamo passati dall'illusione di una Lega "costola della sinistra" al paradosso di un Pdl "costola della Lega". Tutto questo, a dispetto delle dichiarazioni rassicuranti di Bossi, non potrà non avere effetti sull'equilibrio interno alla maggioranza, dalla richiesta di nuovi ministeri nell'eventuale rimpasto alla pretesa di candidare un leghista alle prossime comunali di Milano. Ma gli effetti riguarderanno forse l'intero sistema politico. Chi ne vuole una prova, legga le parole di Zaia: "Con questi risultati il bipolarismo è finito".
Per il centrosinistra, in chiave speculare, il dato politico più doloroso riguarda non solo la perdita del Piemonte al Nord, ma anche la bruciante sconfitta al foto-finish nel Lazio. Erano considerate da tutti le regioni chiave di questa tornata, e il Pd le ha cedute tutte e due. È una realtà su cui di dovrà ragionare a fondo. Soprattutto nel Lazio, dove alla candidatura della Bonino il centrosinistra è arrivato con un percorso a dir poco avventuroso, e il Pd si è acconciato più per necessità che per convinzione. Ha pagato anche questo, nell'urna, oltre all'anatema dei vescovi che, a tre giorni dalle elezioni, deve aver giocato un ruolo ancora una volta cruciale per le scelte di molti moderati, evidentemente non ancora "cattolici adulti". E poi c'è lo schianto in due roccaforti del Sud, la Calabria e soprattutto la Campania, dove non è bastato candidare uno "sceriffo" come De Luca per cancellare troppi anni di sfrontato strapotere del vicerè Bassolino.
Ora il Pd cerca nelle pieghe del voto qualche motivo di conforto. E in parte, legittimamente, lo trova. Il risultato dei "democrats" a livello nazionale non è disprezzabile: nel voto di lista oscilla tra il 26 e il 28%, insidia il primato al Pdl, e se segna una caduta forte rispetto al 34,1% delle politiche del 2008 riflette una flessione di appena un punto rispetto alle europee del 2009. Ma il "partito riformista di massa", se pure tiene, non fa breccia nel cuore degli elettori che vogliono resistere al berlusconismo. Lo prova l'astensionismo, che ha eroso i consensi del Pd anche nei luoghi in cui il risultato non era in discussione (Emilia, Marche e Umbria) dove Errani, Spacca e Marini hanno vinto con percentuali molto più basse rispetto alle precedenti tornate elettorali.
Ma lo prova, oltre alla performance di Di Pietro, anche l'exploit delle liste di Grillo, dove si sono presentate come in Emilia e in Lombardia. Un'emorragia grave, che la radicalizzazione della linea politica voluta da Bersani negli ultimi giorni di campagna elettorale non è bastata ad arginare. Non solo. Anche dove ha vinto, come in Puglia o in Liguria, il Pd deve ringraziare soprattutto l'Udc, che nonostante un risultato nell'insieme negativo per le ambizioni terzaforziste di Casini ha comunque drenato voti preziosi al centrodestra con le candidature di disturbo della Poli Bortone e di Biasotti. Per Bersani, e per la sua leadership, si impone un ripensamento profondo delle strategie: sia sul profilo del partito, sia sul fronte delle alleanze.
Ci sarà tempo per il regolamento dei conti, nel centrodestra come nel centrosinistra. Ma quello che importa, adesso, è capire come sarà riempito l'abisso che separa il Paese dalla fine di questa turbinosa legislatura. "Questo voto non cambierà nulla per il governo", aveva annunciato Berlusconi. Più che una previsione, una maledizione. Vengono i brividi, a immaginare altri tre anni come i due che sono appena trascorsi. C'è da sperare che la vittoria della Lega sia foriera di qualche novità positiva. È stato Bossi a dire che dopo il voto occorrerà ritessere il filo del dialogo tra i poli, tranciato di netto dalle intemerate del Cavaliere. Ed è stato Bossi a dire che adesso è lui "l'arbitro delle riforme". L'Italia, insomma, è nelle mani del Senatur. Il futuro prossimo del Paese dipende da un capo che, fino a qualche anno fa, predicava la secessione, urinava sul Tricolore e imprecava contro Roma Ladrona. Oggi rappresenta invece il nuovo "fattore di stabilità" di questo centrodestra, scosso dalle spallate destabilizzanti e dalle sfuriate eversive del Cavaliere. Persino questo estremo paradosso, ci riserva il lento e carsico declino della leadership berlusconiana.
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica

Bersani: «Siamo pronti alle riforme su problemi reali, ma niente forzature»

«Non intendo cantare vittoria ma neanche accettare una descrizione dei fatti che assomiglia a una sconfitta nostra e del centrosinistra». All'indomani del risultato elettorale, Pier Luigi Bersani traccia un bilancio per il suo partito e per l'intera coalizione. Il segretario del Pd ribadisce in conferenza stampa che nel voto c'è il segno di «un'inversione di tendenza». «Come coalizione, rispetto al dato delle europee abbiamo avuto ovunque un nostro avanzamento - spiega. - L'insieme dei dati regionali dà ragione del fatto di fondo: se guardiamo i dati di coalizione dalle europee ad oggi abbiamo sostanzialmente un dimezzamento delle distanze dal centrodestra». «È questo - aggiunge - che mi fa dire che c'è un segno di inversione di tendenza». Quanto al Pd, Bersani spiega: «Avanziamo di circa un punto rispetto a tutti gli altri partiti alle europee, c'è solo la Lega Nord che avanza dello 0,9 per cento». Per questo motivo, Bersani invoca «un'analisi più attenta e veritiera» dei risultati, considerando «che all'inizio di gennaio nessuno era disposto a scommettere che il centrosinistra conquistasse 7 regioni su 13».
COMUNALI E PROVINCIALI - Bersani non nasconde che per il centrosinistra il quadro è comunque «complicato». «Certamente c'è una difficoltà generale, anche nostra - ammette - che però non può oscurare questo elemento di tenuta rispetto alle europee». Nelle comunali, continua, «battiamo al primo turno ministri o viceministri, anche al primo turno. A L'Aquila perdiamo la provincia ma vinciamo nettamente nel Comune colpito dal terremoto e ... negli altri comuni del cratere».
GRILLO - Resta il fatto che il centrosinistra ha perso Campania e Calabria (ed era previsto), ma anche Lazio e Piemonte (con Cota e la Polverini che hanno battuto la concorrenza della Bresso e della Bonino). «Al Nord, e soprattutto in Piemonte - aveva spiegato in precedenza il leader democratico - i candidati di Beppe Grillo hanno tolto voti un po' a noi, un po' a Di Pietro. Non a caso in Toscana, dove Grillo non c'era, Di Pietro è andato molto bene». E ai giornalisti che gli chiedono se abbia senso favorire il centrodestra per impedire la costruzione della Tav, rischiando nel contempo anche la costruzione di una centrale nucleare, Bersani ha risposto: «Che devo dire? È un cupio dissolvi». Non è mancata, da parte di Bersani, un'analisi sul boom del Carroccio: «Il voto alla Lega è un voto contro Berlusconi. Al Nord, gli elettori del centrodestra hanno un bello sfogatoio, credono di votare contro Berlusconi e votano Bossi. Probabilmente lo fanno perché pensano che a un certo punto la Lega si smarcherà. Ma mi sembra chiaro che quello è un voto contro il presidente del Consiglio».
RIFORME - Quale sarà adesso il comportamento dell'opposizione nei confronti del governo? «Chi governa ha la responsabilità di dire che strada vuole prendere - risponde ancora Bersani. - Ogni tavolo che affronta problemi vicini ai cittadini ci vedrà al tavolo. Altrimenti faremo una ferma opposizione. Se si vuole intraprendere un cammino di svolta per indicare soluzioni vere agli italiani noi ci siamo. Se invece si vuole parlare di problemi lontani dai cittadini, noi denunceremo questo tipo di impostazione». Il segretario Pd però annuncia battaglia qualora la maggioranza forzi la mano su una riforma presidenzialista. «Se ci sarà una forzatura, sappiamo che il meccanismo prevede anche una consultazione popolare». Si vada in Parlamento, non temiamo la discussione sui temi istituzionali». E l'idea di consultare i gazebo lanciata da Berlusconi? «Non so cosa ne sappiano...».
DI PIETRO - E un invito a Bersani a darsi da fare arriva intanto dal leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, che rinnova «stima e fiducia» al segretario del Pd e conferma che lo sentirà per fare il punto sul dopo-elezioni gli chiede, conversando con i giornalisti nella sede del partito, di «fare piazza pulita» delle «nomenclature locali del Pd che, «mosse da odi e rancori interni», sono costate «la vittoria al centrosinistra, preoccupate come sono state di ricandidarsi e confermare i propri posti. Bersani - dice Di Pietro - deve liberarsi finalmente da lacci e lacciuoli e di tutti quei cacicchi» che a livello locale ledono il Partito Democratico. Di Pietro, infine, sottolinea che «il Pd deve riflettere sulla necessità di un cambio generazionale nelle sue fila e non accontentarsi di quello che gli viene imposto dalle nomenclature».
Fonte: Corriere della Sera

Gli Eletti in Lombardia

Questi gli ottanta eletti al Consiglio regionale della Lombardia.
Popolo della libertà (23 consiglieri): Mario Sala, Stefano Maullu, Alessandro Colucci, Sante Zuffada, Domenico Zambetti, Romano La Russa, Massimo Buscemi, Angelo Giammario (Milano); Raffaele Cattaneo, Rienzo Azzi (Varese); Giorgio Pozzi e Gianluca Rinaldin (Como); Carlo Maccari (Mantova); Giovanni Rossoni (Cremona); Giulio Boscagli (Lecco), Giancarlo Abelli (Pavia); Marcello Raimondi, Carlo Saffioti (Bergamo); Massimo Ponzoni e Stefano Carugo (Monza); Mauro Parolini, Franco Nicoli Cristiani, Margherita Peroni (Brescia).
Lega Nord (18 consiglieri): Davide Boni, Fabrizio Cecchetti, Jari Colla, Max Orsatti (Milano); Claudio Bottari (Monza); Angelo Ciocca (Pavia); Giosuè Frosio, Daniele Belotti, Roberto Pedretti (Bergamo); Ugo Parola (Sondrio); Dario Bianchi (Como); Giangiacomo Longoni e Luciana Ruffinelli (Varese); Massimiliano Romeo (Monza); Renzo Bossi, Pierluigi Toscani e Alessandro Marelli (Brescia), Stefano Galli (Lecco).
Sono inoltre stati eletti nel listino bloccato (a 8 nomi): Roberto Formigoni, Paolo Valentini Puccitelli (Pdl), Doriano Riparbelli (Pdl), Roberto Alboni (Pdl), Nicole Minetti (Pdl), Giorgio Puricelli (Pdl), Andrea Gibelli (Lega Nord) e Cesare Bossetti (Lega Nord).
Partito democratico (21 consiglieri): Fabio Pizzul, Arianna Cavicchioli, Carlo Borghetti, Francesco Prina, Franco Mirabelli, Sara Valmaggi (Milano); Giovanni Pavesi (Mantova); Agostino Alloni (Cremona); Fabrizio Santantonio (Lodi); Giuseppe Villani (Pavia); Maurizio Martina, Mario Barboni (Bergamo); Angelo Costanzo (Sondrio); Luca Gaffuri (Como); Giuseppe Civati, Enrico Brambilla (Monza), Gianni Girelli,Gianbattista Ferrari (Brescia); Carlo Spreafico (Lecco); Stefano Tosi e Alessandro Alfieri (Varese).
Italia dei Valori (4 consiglieri): Giulio Cavalli, Stefano Zamponi (Milano); Gabriele Sola (Bergamo); Francesco Patitucci (Brescia).
Partito Pensionati (un consigliere): Elisabetta Fatuzzo (Milano).
Sinistra ecologia e libertà (un consigliere): Chiara Cremonesi.
È inoltre eletto in consiglio Filippo Penati, candidato presidente della coalizione giunta al secondo posto alle elezioni regionali.
Udc (3 consiglieri): Enrico Marcora (Milano); Valerio Bettoni (Bergamo); Gianmarco Quadrini (Brescia)
Fonte: Corriere della Sera

martedì 30 marzo 2010

Abbiamo perso. E' Tempo di cambiare!

Mi piacerebbe che per una volta, fuori da ogni ipocrisia, chiamassimo le cose con i loro nome.
Quella di ieri è una sonora sconfitta senza se e senza ma.
E' importante che quanto accaduto non passi invano: non siamo credibili, il nostro messaggio è confuso e le nostre piccole beghe quotidiane ci allontanano dalla gente.

E' tempo di cambiare.

E' necessario dare il via a un grande rinnovamento di persone e di idee, e necessario investire in forze nuove e dare linfa e vitalità ad un progetto politico che ancora non si vede.
Sono molte le cose che ho visto in questa campagna elettorale che non mi sono piaciute:

1. Le primarie trattate come fossero l'estrema ratio per dirimere le beghe interne e non uno strumento democratico per scegliere il candidato migliore.

2. Le candidate donne: inutile chiedere la parità di genere quando poi nei fatti, troppo spesso le candidate non hanno spazi per farsi conoscere e vengono utilizzate per riempire le liste o fare da cornice ai candidati uomini che il partito ha deciso debbano essere eletti.

3. Le regole: se vogliamo essere credibili dobbiamo rispettare quelle che ci sono, rendere più chiare quelle che permettono troppe interpretazioni. Basta con le deroghe. Basta con candidati che devono affrontare processi.

4. Le alleanze: vorrei che qualcuno mi spiegasse come possiamo pensare ad un accordo privilegiato con l'Udc quando la pensiamo diversamente su molti temi anche non eticamente sensibili: dall'energia nucleare al testamento biologico, dalla giustizia alle coppie di fatto, dal federalismo fiscale alla riforma sul lavoro.

5. La linea politica: ancora una volta la grande assente; mancano progetti di largo respiro e proposte chiare e concrete per il lavoro, la scuola, l'energia, l'ambiente, la ricerca e l'università, il mondo giovanile, il welfare, la sicurezza e l'immigrazione, la casa, la sanità, ecc...

6. L'organizzazione e la comunicazione: raramente capaci di sostenere i candidati e le loro campagne elettorali. Raramente in grado di coinvolgere, condividere e fare sintesi.

Ma forse la cosa più grave che emerge da questa sconfitta è la scarsa capacità del PD di essere un vero partito popolare radicato nel territorio. Ci sono ancora troppe persone che rivendicano antiche appartenenze, troppi personalismi, troppe correnti e correntine, troppe persone abituate a fare politica "dietro le quinte", troppe attese di rivincite e troppe ambizioni anteposte agli interessi di partito.

Ma soprattutto si respira una certa diffidenza per quella "nuova generazione democratica" che ama il PD e lo sogna davvero nuovo, davvero riformatore, davvero vicino ai problemi della gente, capace di creare consenso intorno ad una proposta politica affascinante e concreta. Persone che non si erano mai interessate di politica e che hanno visto nel PD del "Lingotto" l'occasione per costruire un paese nuovo, più accogliente, più giusto, più sicuro, più coinvolgente, e hanno deciso così di mettersi in gioco per costruire tutti insieme la vera alternativa alla politica di questo centro destra. Oggi molti di loro sono stanchi e delusi, molti hanno lasciato altri lasceranno se non sapremo dare loro il sostegno, lo spazio e un progetto che finalmente spicca il volo.

E' tempo di cambiare.

"Ci vuole solo coraggio, o forse buon senso, per capire che le lezioni migliori sono di solito le più dure; e che spesso fra queste ultime c'è la sconfitta. A loro volta, queste riflessioni inducono a pensare che l'unico vero fallimento stia, in realtà, nel permettere alla sconfitta di avere la meglio su di noi."
Così scrive il filosofo inglese Anthony Clifford Grayling ed io condivido pienamente.
Per questo credo sia davvero il momento di fare qualcosa. E' Tempo di cambiare non di arrendersi.
E' tempo di abbandonare la vecchia politica per una nuova facciamoci sentire. Chiediamolo ad alta voce sia a livello locale che nazionale. Teniamoci in contatto, facciamo rete, gridiamolo forte a chi ci rappresenta:
E' tempo di cambiare.
Fonte: Massimo Balliana - Idee in cammino

sabato 27 marzo 2010

Disoccupati, quello che il governo non fa

Non è vero come sostiene il governo, che stiamo meglio.
I dati forniti dall’Istat sull’occupazione confermano purtroppo la gravità della crisi. E forse il ministro Sacconi invece di sminuire i dati, farebbe molto meglio ad affrontare il problema. Come sempre nei cicli economici negativi gli effetti sull’occupazione seguono con qualche ritardo la caduta della produzione.
I dati dell’Istat mostrano una situazione fra le peggiori d’Europa. La disoccupazione ufficiale è cresciuta all’8.1 per cento (4° trimestre del 2009); è meno grave che in altri paesi perché è contenuta dall’uso della cassa integrazione.
Ma per valutare l’effettivo peso della crisi occupazionale occorre aggiungere alla disoccupazione ufficiale almeno altri due dati: i cassa integrati da lungo tempo, di fatto disoccupati (oltre 500.00), i lavoratori inattivi, che sono così scoraggiati da non cercare neppure più il lavoro.
Questi stanno aumentando in modo preoccupante. Infatti il tasso di inattività è cresciuto di oltre il 3 per cento arrivando al 37.9 per cento; siamo al 25° posto in Europa dove il tasso è al 28.7 per cento. A partire dal 1995 fino a ieri la nostra occupazione è lentamente aumentata; ora stiamo tornando indietro. Vuol dire che il nostro paese utilizza poco più della metà del suo capitale umano (il 57.5 per cento). Se non si rimedia a questo sottoutilizzo non ci può essere ripresa.
Un altro dato preoccupante è la disoccupazione giovanile: è a livello triplo che fra gli adulti, al 23.5 per cento (siamo al 18° posto in Europa). Anche gli adulti anziani hanno poche opportunità di lavorare nonostante siano in buona salute e con esperienze utili al paese. Sono occupati solo il 24.8 per cento degli uomini e il 17 per cento delle donne (siamo al 26° posto in Europa). Altra nota dolente è il lavoro femminile. Negli anni passati era molto cresciuto, la maggior parte dei nuovi posti di lavoro era al femminile. Ora l’occupazione delle donne è ferma al 46.1 per cento (siamo al 26° posto in Europa). Per non parlare del Sud dove tutti gli indicatori sono da sempre negativi; ma ora stanno perdendo terreno anche rispetto alle medie italiane. Mentre al Nord si è perso l’1.3 per cento di occupazione, al Sud la perdita, in un anno, è triplicata. La cassa ... integrazione aiuta a contenere i danni, ma occorre reagire, se non vogliamo che il 2010 e il 2011 siano anni di ulteriori perdite di occupazione e di drammi umani.
Adesso la priorità è evitare altre perdite. Le casse in deroga previste per le crisi aziendali hanno un termine di un anno e stanno terminando, perché la congiuntura negativa dura più del previsto. Parlo di aziende sane nelle aree forti del paese. Queste vanno sostenute subito se non vogliamo trovarci davanti ad un deserto industriale.
È urgente che il ministro del lavoro dia assicurazioni precise su questo punto; non limitarsi a dire che esistono le casse in deroga. Il sostegno è urgente soprattutto per le piccole e piccolissime imprese. Molte di queste non riescono di fatto a utilizzare le casse in deroga per tutelare i propri dipendenti perché le procedure sono complesse, poco note e richiedono un accordo con il sindacato. Eppure sono queste imprese che hanno creato la gran parte dell’occupazione negli ultimi anni. Per questo è urgente la riforma degli ammortizzatori sociali in modo da renderli effettivamente disponibili a tutti: sia la cassa integrazione per le crisi temporanee, sia assegni di disoccupazione accompagnati da formazione e politiche attive per reinpiegare al più presto possibile chi perde il lavoro.
Il governo ha promesso di occuparsi della riforma dopo le elezioni. Il Pd è pronto a discuterne senza pregiudizi e cosi anche le forze sociali.
Per sostenere l’occupazione occorrono però altri interventi urgenti. La prima urgenza è di rimettere in moto la macchina economica. Dato che le risorse sono poche, bisogna concentrarle sui settori chiave della nostra economia dove l’Italia ha ancora buone possibilità. Questa era l’idea alla base del progetto Industria 2015 varato nel 2008 da Bersani col governo Prodi, seguendo le indicazioni delle categorie economiche. Il governo farebbe bene a riprendere questo progetto invece di disperdersi in mille rivoli e in troppi annunci. La scelta dei settori da rilanciare è decisiva anche per sostenere l’occupazione, per evitare una ripresa “jobless”, cioè senza occupazione.
Settori tradizionali come l’edilizia sono ad alta intensità di lavoro: la manutenzione e la riqualificazione degli edifici anche a fini ecologici sono bacini di grande potenzialità.
Per questo va allentato il patto di stabilità per i comuni virtuosi, come il Pd e l’opposizione chiedono da tempo. Le risorse disponibili in questa direzione possono tradursi subito in centinaia di migliaia di posti di lavoro di qualità. Lo stesso vale per la green economy: basti vedere i risultati di crescita e di occupazione oggi ottenuti da paesi come Germania, Danimarca e Corea del Sud.
I servizi alle persone sono un altro settore ricco di potenzialità occupazionali, che si possono attivare in modo diffuso sui territori per fronteggiare le situazioni di disagio sociale sempre più gravi. Alcune regioni e autonomie locali stanno già attivandosi in queste direzioni e indicano la strada da seguire in futuro a livello nazionale.
Infine gli stimoli alla ripresa economica vanno accompagnati con politiche attive del lavoro. È grave che oggi il governo non se ne occupi per nulla. Si tratta di decidere interventi specifici che rispondono ai bisogni dei gruppi sociali, specie quelli più in difficoltà. Ai giovani vanno garantiti livelli di istruzione di base e professionale più elevati e meglio raccordati con le esigenze dell’economia moderna. Le famiglie vanno aiutate a farli studiare bene e a renderli autonomi, abbiamo proposto sussidi di “learnfare” per sostenere l’istruzione dei figli. L’occupazione femminile può essere sostenuta con politiche di conciliazione e condivisione e con sostegni al lavoro di cura ora a carico delle famiglie. Su questi settori ci sono diverse proposte di legge, alcune del Pd, alcune bipartisan, che giacciono in parlamento. Un governo responsabile dovrebbe prenderle in seria considerazione invece di occuparsi d’altro.
Fonte: Tiziano Treu - Europa

Il Cavaliere in camicia verde

È come Zelig, il Cavaliere. In grado di trasformarsi, di cambiare pelle per compiacere gli estimatori, gli amici, i nemici che vorrebbe trasformare in amici. Da qualche tempo, ad esempio, si sta esibendo nella imitazione di un leghista. Meglio: del suo leader, Umberto Bossi. Nello stile e nel linguaggio. Basta rievocare la manifestazione di piazza San Giovanni, sabato scorso, a Roma. Dove il PdA, il suo Partito dell'Amore, ha riempito la piazza. Lì, sul palco, Berlusconi, Come un grande Sacerdote, ha imposto ai candidati un "giuramento", trasformando, poi, i convocati in "missionari". Come un movimento di massa. Una comunità guidata da un imperativo religioso. Convertire miscredenti e agnostici al verbo dell'Amore. Espresso dal Capo. L'Unico. Inimitabile. Presente, in mezzo ai suoi, "fisicamente", in piazza. E non per immagine, in tivù. Per analogia con l'unico partito di massa rimasto in Italia... La Lega, sua alleata. Che conosce bene la pratica rituale. I giuramenti. Basta tornare con la memoria alla (sfortunata) marcia sul Po, iniziata con la cerimonia dell'ampolla, alle sorgenti del fiume sacro. Berlusconi. Oggi vorrebbe imitare la Lega. Nello stile e nel linguaggio. Qualche volta, anche nei temi, vista l'insistenza sull'invasione degli stranieri, sulla piazza del Duomo a Milano, dove sembra di stare in Africa. Mentre, in quanto alla violenza del linguaggio, Berlusconi ha imparato in fretta la lezione di Bossi. Anzi: ha superato il maestro. Da ultimo, il premier ha appreso e riprodotto la grammatica della partecipazione leghista.
A Torino, tra un apprezzamento greve alla Bresso e un apprezzamento tenero a Cota, trattato come un assistente, Berlusconi lancia la consultazione sull'elezione diretta del presidente o del premier. Attraverso un referendum da svolgere nei gazebo, come ha osservato Giovanni Cerruti. Marchio di fabbrica delle campagne leghiste.
Il Cavaliere in camicia verde non deve sorprendere troppo. È una delle sue tante imitazioni. Non sarà l'ultima. D'altronde, in questa fase, più che dal PD, si sente incalzato dalla Lega. Ne teme la concorrenza nel Nord, ma anche l'espansione in ... altre zone del paese, com'è avvenuto alle elezioni europee del 2009: in Emilia, in Toscana e nelle Marche. Ed è preoccupato dalla minaccia dell'astensione. Per cui usa la tattica del partito di lotta e di governo. Sperimentato con successo dalla Lega, che parla e agisce come stesse all'opposizione, anche se, ormai da tempo, sta al governo. Ben insediata a "Roma capitale". Così comizia dai predellini, mobilita le piazze, si tuffa nella folla - rischiando e subendo aggressioni violente. Incita alla rivolta - contro i magistrati e la sinistra dei talk show. Coinvolge persone adulte, con una storia dignitosa, in riti imbarazzanti - imponendo loro giuramenti, al posto delle tradizionali "promesse dei politici". E, ancora, convoca referendum ai gazebo. Indossa la camicia verde.
Senza troppa convinzione. Da parte sua, del pubblico e dei leghisti. Per primo, il leader, Umberto Bossi. Anch'egli sul palco, a piazza San Giovanni. Dove ha esordito, con il suo incedere verbale faticoso, dopo la malattia, affermando che lui, Bossi, era uno dei pochi a non aver chiesto soldi a Berlusconi. Anche se nessuno ha riso, a noi è sembrata una battuta acuminata. Una rasoiata. Da padano vero.
Fonte: Ilvo Diamanti - Repubblica

Bersani fa pagare le tasse al governo

A Berluscolandia tutto è concesso. Tanto più quando la campagna elettorale è ormai agli sgoccioli. A cominciare dalla distorsione della realtà, prima ancora dello stravolgimento dei dati che servono a spiegarla.
E, così, davanti a un paese allo stremo, che tira la cinghia da mesi e ora taglia addirittura i consumi alimentari, il premier non trova niente di meglio che tirare fuori la solita litania arringando contro «la sinistra delle tasse e degli sprechi». Eppure le cifre fornite ieri dall’Istat sulle vendite al dettaglio dei prodotti alimentari fotografano un crollo della capacità di spesa delle famiglie: a gennaio il calo su base tendenziale è stato pari al 3,3%.
Cifre che mostrano chiaramente che se anche il governo, come asserisce da mesi, non ha messo le mani nelle tasche degli italiani, certamente le ha messe nei loro... frigoriferi. Eppure a Berluscolandia anche l’evidenza dei fatti è negata e così, nel suo appello al voto, il premier vede “rosso” e dipinge una sinistra che, «quando è stata al governo, ha portato la pressione fiscale a livelli record e, se tornasse, ripristinerebbe l’Ici, che noi abbiamo abolito, raddoppierebbe la tassazione dei BoT e dei CcT, introdurrebbe un’imposta patrimoniale su tutti i beni, compresi gli appartamenti più piccoli».
Parole in libertà facilmente confutabili con i dati. A cominciare dall’Ici che il governo Prodi ha per primo tolto alla maggior parte delle famiglie. E così non si fa attendere la replica dei democratici. Per il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, «quest’anno lavoriamo per lo stato fino al 23 giugno, è il record. Non c’è mai stata una pressione fiscale del genere.
Naturalmente per chi le tasse le paga». Ma allora cosa racconta il premier? La verità è che, non potendo ridurre le tasse né sui singoli contribuenti né sulle imprese visto che il ministro Tremonti gli ha sempre sbarrato la strada (non ultimo sull’Irap lo scorso autunno), il premier se la prende con l’opposizione.
Accuse rispedite al mittente da Bersani che ricorda come «oltre alle tasse , sia ... aumentata anche l’evasione fiscale e siano aumentati i condoni. È ora di smetterla con le favole, sulle tasse hanno mancato totalmente l’obiettivo. Bisogna che qualcuno glielo dica in questo appuntamento elettorale».
E i dati sono lì a testimoniare una realtà diversa da quella raccontata da Berlusconi nei suoi appelli elettorali: lo scorso anno la pressione fiscale ha raggiunto il 43,2% rispetto al 42,9% del 2008. Un incremento di 3 decimi di punto fotografato dall’Istat e avvertito dai contribuenti onesti tanto da determinazione una contrazione evidente nei consumi. E, d’altra parte, un’inflazione più alta rispetto alla media dell’area euro sta lì a dimostrare che il governo – in assenza di ripresa – ha spinto sulle imposte indirette.
A cominciare da quella, odiosa, sulla mobilità degli italiani ovvero l’accisa sulla benzina.
La denuncia arriva dal responsabile commercio del Pd, Antonio Lirosi, che ha ricordato come negli ultimi due anni il prezzo della benzina sia aumentato a fronte invece di una riduzione del prezzo del petrolio.
«A marzo 2008 il petrolio – ha argomentato Lirosi – superava i 100 dollari al barile e il prezzo al consumo della benzina era 1,38 euro al litro. Oggi il petrolio vale 80 dollari al barile e gli automobilisti pagano la benzina 1,42 euro al litro». Altro che Robin Tax, spiacciata da Tremonti come un duro colpo ai petrolieri. Gli italiani in questi due anni ci hanno rimesso mentre lo stato ha incassato di più visto che, con l’Iva, più alto è il prezzo della benzina e maggiore sono gli introiti per le casse dello stato. Se a questo si aggiungono gli aumenti tariffari di Fs, Poste e Autostrade, la mancata restituzione del drenaggio fiscale che per il responsabile economico del Pd vale tre miliardi il quadro è completo.
Fonte: Raffaella Cascioli - Europa

Il buon esempio

Scatta l'ora legale, speriamo che sia vero. Giochiamo con le parole, fa bene alla testa, occupiamoci della loro manutenzione, oliamole come si fa con le biciclette e sentiamole suonare distinguendole una per una come i vecchi sapevano fare col canto degli uccelli quando ancora l'unico suono che tutti ci ipnotizza non era quello della tv. L'ora legale scatta stanotte, bisogna rimettere a posto l'orologio e il destino che ci aspetta: dipende da noi, da noi che andiamo a votare. Ostinatamente, con rabbia e con pazienza, con la certezza che sono le piccole azioni quotidiane quelle che cambiano il mondo, le azioni e le parole insieme, il loro senso. Legalità, onestà, democrazia, libertà. Le sentite suonare? Riuscite a ricordarne il senso? C'è bisogno di questo. Di restituire un senso a quel che abbiamo ereditato dalla fatica dei padri per consegnarlo intatto ai figli: quando ci diranno, fra molti anni, «dov'eravate mentre accadeva tutto questo» noi dovremo poter dire eravamo lì, è stato difficile e faticosissimo, sembrava una fatica inutile a volte, ci dicevano che stavamo perdendo ma non ci siamo lasciati incantare, non li abbiamo ascoltati ed è stato così, come in certe favole, è stato non ascoltando e andando diritti lungo quella strada lastricata di nomi che hanno fatto la storia che abbiamo, invece, alla fine, vinto quel maleficio che stava per portarci in rovina. Sarà un bel racconto. Non importa quanto tempo ci vorrà. Si vince poco per volta, certe volte. E comunque sempre si vince quando non ci si arrende.
Servono i simboli, anche. Certo. Serve un dito che indichi lontano e la capacità di chi guarda di non fissare il dito. Pazienza se c'è un po' di nebbia, se non è proprio tutto chiaro all'orizzonte. Importante è tenere il passo e conoscere la meta. Uscire di qui. Andarsene via da questo posto dove Kim Il Sung in versione catodica compare come in un videogioco impazzito da tutti gli schermi ogni minuto, guarda in favore di telecamera e ti dice come devi votare, basta una croce, mi raccomando, fate i bravi e con le candidate ricordatevi... che ho lo jus primae noctis. Ha paura, i suoi sondaggi questa volta gli dicono che ha commesso molti errori, persino chiudere gli odiati programmi di giornalismo in tv si è rivelato un boomerang. Così si trasformano i nemici in eroi, possibile che non abbia nessuno tra i suoi vassalli che glielo spieghi? Sì, glielo spiegano. Ma non resiste. Non sopporta altre voci che non siano la sua. Altri specchi che i suoi.
Fini se ne andrà. La Lega potrebbe facilmente superarlo. La sua stagione è finita. Bisogna fare molta attenzione: è nella coda il veleno, certe code di dinosauro sono lunghissime. Bisogna anche pensare presto il dopo, che non è detto che sia migliore di questo: non basterà che Berlusconi tramonti perché il paese abbia indietro quello che in vent'anni ha perduto. Ce ne vorranno altrettanti, ci vorrà molto lavoro da fare insieme, con le teste con il cuore e con le mani. Bisogna cominciare subito. Dai cancelli delle fabbriche al primo turno: quello è un bel simbolo. Dal lavoro. Dalla scuola. Dalla cultura. Dall'esempio. Da una cosa semplice come dare il buon esempio: è rivoluzionario.
Fonte: Concita De Gregorio - L'Unità

Penati: «Milano sarà l'epicentro del rinnovamento»

Un po’ di Stramilano e la provincia di Lecco ieri, quella di Brescia domani, e oggi tocca alla tana del lupo: Arcore, stabilimento Knorr, perchè la crisi sta sfinendo anche la Lombardia (e infatti giovedì, in chiusura della campagna, sarà davanti ad alcune delle centinaia di fabbriche a rischio). Un pezzo alla volta, Filippo Penati sta battendo tutta la regione, col metodo antico del «casa per casa» - ormai antico anche per lui, che è alla sua quinta campagna elettorale: due come sindaco di Sesto San Giovanni, due per la Provincia di Milano, e ora questa, come presidente della Lombardia. Candidarsi qui, dove sono nati sia la Lega sia Forza Italia prima e il Pdl poi, dove ad ogni elezione se anche perdono consensi (il Pdl soprattutto) si mantengono comunque solidi, e dove al vertice del Pirellone siede la stessa persona da 15 anni, con quello che comporta in termini di radicamento e diffusione capillare del potere politico-economico, ha del coraggioso, quasi dell’eroico.
Il candidato Penati lo sa molto bene. Ma sta anche verificando sul campo che negli ultimi tempi qualcosa è cambiato, qualche crepa si è aperta profonda e sta erodendo dall’interno il monolite Pdl-Lega. E su queste il centrosinistra deve fare perno, per ridare fiato alla Lombardia ma non solo: perchè è impensabile governare il paese senza Milano e senza la regione più ricca d’Italia. Mentre il suo diretto avversario, il presidentissimo di inossidabile fede ciellina Roberto Formigoni, pare svolazzi in elicottero per la piana lombarda, lui se la gira tutta in pullman da settimane. «Una faticaccia. Ma molto utile, sul pullman salgono anche i candidati delle varie province, si impara a conoscere ... davvero la Lombardia e la sua gente. Dall’elicottero invece, la puoi vedere solo dall’alto in basso...».
Penati, lei invece che cosa vede? Che clima coglie nel fortino della destra?
«Il clima è buono, vivace come non lo vedevo da tempo. Di indignazione civile rispetto ad un governo che cambia le regole a forza di leggi ad personam. Anche qui non ci si rassegna a vedere continuamente calpestate le regole e la Costituzione, ad assistere ad un perenne scontro istituzionale. I lombardi poi hanno preso malissimo lo scudo fiscale: questa è una terra di lavoratori, di piccoli e medi imprenditori, che certo non gradiscono si facciano regali a chi ha portato capitali all’estero. C’è anche molta disaffezione alla politica, purtroppo con la tendenza a non fare distinguo tra destra e sinistra».
Che risultato si aspetta? Vittoria a parte, qual è il suo obiettivo?
«Il risultato sarà buono, verrà dato un segnale importante anche a tutti gli elettori delusi dalla politica. L’obiettivo è cercare di costruire un progetto, di riannodare i fili del legame tra la proposta politica del centrosinistra e la Lombardia».
Ha già detto che non si candiderà a sindaco di Milano l’anno prossimo, conferma?
«Confermo. Adesso c’è da costruire una classe dirigente diffusa, anche pensando all’anno prossimo. Comunque già alle regionali Milano avrà un gran risultato, perchè è qui l’epicentro della volontà di rinnovamento, di cambiamento di rotta».
Dopo 15 anni di Formigoni, com’è diventata la Lombardia?
«È un po’ più provinciale, più chiusa, e molto più leghista. Dopo 15 anni di Formigoni e di Berlusconi, il vincitore è Bossi».
Lei come la vorrebbe?
«Con i piedi nel borgo, cioè nelle sue tradizioni, e la testa nel mondo: aperta alla ricerca di soluzioni diverse, creative, innovative, capace di accoglienza. Oggi è capovolta, come una clessidra».
ll caos liste ha evidenziato una volta di più lo scontro tra Pdl e Lega, Bossi stesso ha parlato di una “Lombardia che non decolla”.
«Se non decolla, è anche colpa sua: dov’era in tutti questi anni? La loro coalizione non è più credibile, la rissa è continua. Se vincesse, Formigoni sarebbe commissariato dalla Lega, e al Pirellone avremmo una lunga paralisi istituzionale. Ancora oggi dal Carroccio è arrivato un avviso di sfratto al sindaco Moratti con un anno di anticipo (i lumbard stanno già opzionando la scelta del candidato sindaco, ndr.)».
Sabato scorso a Milano la manifestazione contro le mafie: anche pensando all’Expo e all’allarme appalti lanciato da molti, la Regione sta facendo abbastanza per evitare infiltrazioni mafiose e combattere la corruzione?
«Assolutamente no. Questa è la regione dell’incontro tra finanza e politica, l’epicentro del riciclo di denaro sporco, ma non si fa proprio nulla. Del resto, un assessore regionale (Prosperini, ndr ), accusato tra l’altro di corruzione, ha appena patteggiato nel totale silenzio di Formigoni. Io ho in mente controlli a tappeto e una serie di norme per la trasparenza, tra cui un registro degli eletti, dettagliato e pubblico».
Due provvedimenti che metterebbe in campo subito?
«Tagliare l’addizionale Irpef dello 0,5% e dare 700 euro al mese ai precari che perdono il lavoro. Formigoni dice che non è una spesa sostenibile: si tratta di 250 milioni su un bilancio di 23 miliardi, se no lo si è capaci di trovarli meglio cambiare mestiere».
Fonte: Laura Matteucci - L'Unità

Bersani:«Mi aspetto un'inversione di tendenza e la maggioranza delle regioni»

Sono la crisi e il lavoro le parole chiave dell'ultimo giorno di campagna elettorale del segretario del Pd Pierluigi Bersani. La crisi perché "non è finita, ne abbiamo ancora un bel pezzo davanti e spero che dopo le elezioni arrivi un segnale affinché si parli di problemi veri, ne abbiamo un sacco". E il lavoro, diretta conseguenza dell'altro tema, che Bersani traduce in luogo fisico aprendo la giornata, all'alba, sotto la pioggia, davanti ai cancelli dello stabilimento Fiat Mirafiori a Torino. Con lui la candidata del centrosinistra per il Piemonte, Mercedes Bresso. Un luogo-simbolo scelto "per segnalare che cosa abbiamo fatto: non c'è stata città, regione nella quale non siamo andati, ogni giorno, davanti a una fabbrica, in un quartiere popolare, a incontri con i lavoratori perché voglio che il lavoro torni al centro della nostra discussione pubblica". Sempre a Torino la chiusura, in serata: "Nel 2011 si celebreranno i 150 anni dell'Unità d'Italia ed il Pd deve essere il partito della nuova unità della nazione e dell'antica Costituzione "La crisi non è passata". "Oggi - osserva Bersani davanti a Mirafiori - siamo davanti a una grande fabbrica ma potremmo essere davanti a laboratori artigianali, aziende agricole. La crisi non è passata e dobbiamo reagire con una politica economica che dia un po' di lavoro, bisogna fare investimenti, mettere un po' di soldi in tasca ai cittadini che devono consumare perché i consumi sono bassi. Dobbiamo occuparci della vita reale della gente".
Mirafiori e il caso Fiat. Per il caso Fiat, ha detto il segretario Pd, "serve un negoziato nazionale, il governo deve trovare il modo di portare al tavolo l'azienda e i sindacati per sapere cosa si vuol fare, non può esssere che Fiat presenti il suo piano al mercato il prossimo 21 aprile e il governo non ne sappia niente". Bersani chiede dunque un tavolo negoziale prima di quella data: ''Non possiamo diventare la cenerentola della produzione d'auto dove produciamo soltanto il 30% di ciò che compriamo. Serve un negoziato nazionale sull'evoluzione delle cose Fiat che stanno cambiando in modo strutturale e strategico''. Quanto al futuro di Mirafiori, Mercedes Bresso ha prospettato una soluzione incoraggiante, spiegando che ieri ha incontrato l'ad della Fiat Sergio Marchionne: "Non solo ci ha dato la rassicurazione che Mirafiori per la Fiat resta ... essenziale ma ci ha dato anche la disponibilità a collaborare sul piano della ricerca e dell'innovazione per la realizzazione dell'auto del futuro proprio a Torino", ha detto la candidata riferendosi alla prima auto a motore ibrido, termico-elettrico.
"Lazio e Piemonte, nessuna previsione". Dice di non voler fare alcuna previsione sulle due reegioni considerate "in bilico", il Lazio e il Piemonte, poi in realtà è proprio sui candidati del centrodestra di quelle regioni che spesso Bersani si concentra nei suoi interventi di oggi. E in un'intervista al Gr1 Rai, si limita a "registrare" che "Polverini e Cota hanno giurato nelle mani dell'imperatore (con riferimento alla manifestazione organizzata dal Pdl sabato scorso a Roma, ndr), proprio loro che dovrebbero rappresentare l'autonomia. E' chiaro - osserva - che se vincono loro due, comanda Berlusconi. Nel caso della polverini comanderanno Berlusconi e Storace". "Noi invitiamo anche gli elettori del centrodestra ad andare alle urne - aggiunge il segretario Pd - ma per votare in maniera diversa. Noi non chiediamo di mandare a casa il governo dopo il voto, ma vogliamo mandare con queste elezioni una bella letterina all'esecutivo per dirgli che così non va".
"Non siamo messi così male...". Chiudendo la campagna elettorale in un quartiere periferico di Torino, Bersani osserva che "questa campagna elettorale è servita anche a imparare quello che siamo noi: un grande partito popolare". E sottolinea di aver deciso di cominciare la giornata ai cancelli Mirafiori perché "è ora che l'Italia sappia che c'è gente che va a lavorare alle cinque per un salario di 1250 euro e rischia la cassa integrazione". Dice che quella che si è chyiusa oggi è stata una campagna elettorale "non semplice" e che la destra "pensava di essere in carrozza dopo le batoste che avevamo subìto alle politiche e alle europee, pensavano che saremmo finiti nella riserva indiana con tre-quattro regioni e che avrebbero potuto fare la cavalcata sulle riforme che piacciono a 'lui'. Invece - insiste - i motori girano e girano e non siamo messi così male come pensavano".
"Noi non abbiamo un imperatore". Bersani chiude sottolineando la differenza, rispetto al Pdl, dell'idea di partito: "Noi discutiamo ma non abbiamo un imperatore e quando è ora di combattere ci ritroviamo intorno ai nostri valori". E, spiega il segretario del Pd, se il centrosinistra dovvesse vincere le elezioni "si rivolgerà a Berlusconi per chiedergli: 'hai capito o no che è ora di discutere dei problemi della gente e non dei tuoi?' Questo - conclude - è il senso del nostro sforzo elettorale".
Fonte: Repubblica.it

Tarantelli, i sogni dell'economista ucciso 25 anni fa dalle Brigate Rosse

Da questo cancelletto di ferro battuto di una tranquilla casa romana, usciva la mattina del 27 marzo del 1985 Ezio Tarantelli, professore di economia all'Università di Roma. Poche ore dopo, finita la sua lezione, saliva in macchina per tornare a casa. All'uscita uno sconosciuto gli chiede: "È lei il professor Tarantelli?". Lui fa un cenno con la testa, e l'altro gli scarica addosso venti proiettili, l'intero caricatore della sua "Skorpion". Così è stato ucciso, in una tranquilla giornata di sole uno degli uomini che da anni si affannava a studiare e proporre le misure capaci di mettere i lavoratori italiani al riparo dalla crescente inflazione. L'assassinio era firmato Br.
Da allora sono passati venticinque anni, il tempo di una generazione. Torno in quella strada romana dietro Corso Trieste, spingo il cancelletto di ferro battuto ed entro nella casa dove aveva vissuto Ezio Tarantelli, per ricordarne, assieme alla vedova e al figlio, la vita e il lavoro. La casa, tappezzata da scaffalature di legno cariche di libri, è silenziosa, accogliente.
Carol è una donna bella, vivace, intelligente. Non vive di ricordi come spesso accade alle donne che hanno perduto un marito molto amato. Ma i suoi ricordi le tengono compagnia, come le tiene compagnia il figlio Luca che alla morte del padre aveva appena compiuto tredici anni. E accetta volentieri di spartirli quei ricordi, raccontandomi, tra commossa e divertita il suo primo incontro con Ezio, in America. Lei studiava psicologia, lui era un giovane professore italiano, dal sorriso allegro, gli occhiali tondi e scarsi mezzi economici, che si era appena trasferito al Mit, per studiare con Modigliani. "Quando l'ho conosciuto", mi racconta, "lui aveva in tasca in tutto 45 dollari, e portava un vecchio cappotto dello zio". Ezio era di una famiglia molto modesta. Da ragazzo, per guadagnare qualche soldo, aveva persino fatto la guida, a Roma, illustrando ai turisti stranieri i nostri monumenti. I due ragazzi , l'economista italiano e la psicanalista americana, appassionati dei propri studi e pieni di progetti per l'avvenire, amavano il mare, le buone letture, le amicizie. Erano anche molto ... allegri. Convinti che si potesse combattere il male del mondo, la miseria la disoccupazione, le malattie.
Era, in Europa come negli States l'epoca delle grandi speranze, dei sogni che avrebbero potuto diventare realtà. I due ragazzi studiano, si sposano. Ed anche Carol, la giovane americana che vuol fare la psicanalista, arriva con il marito in Italia. A Roma.
Sullo schermo della televisione di casa scorrono, mentre parliamo le immagini di un video che Luca, il figlio, ha montato in memoria del padre e che sarà visionato per la prima volta. Oggi nel corso del convegno internazionale che, in memoria di Tarantelli, si svolgerà a Roma alla presenza del presidente della Repubblica. Ecco le immagini dei due ragazzi, Ezio e Carol, felici. Ecco le immagini e le testimonianze rese dagli amici, studiosi, politici, economisti a ricordo della sua attività.
Carol è una donna coraggiosa. Non sa cosa sia la commiserazione. La violenza delle Br le ha sottratto venticinque anni fa un marito molto amato, ma lei, da psicanalista, si è dedicata da tempo a studiare il fenomeno della violenza non solo quella degli "anni di piombo", ma anche quella che si consuma oggi, senza clamore, a danno di altre creature indifese.
"Guarda", mi dice. Sul suo telefonino scorrono, e me le mostra, i volti di giovani donne. Una per una me ne racconta le storie. Orribili. "Questa è stata torturata a lungo, e costretta a prostituirsi fino all'ultimo giorno della gravidanza. Pare che ci siano uomini cui piace avere rapporti sessuali con una donna incinta". E poi: "Questa bambina è stata violentata ripetutamente dal nonno, da quando aveva appena quattro anni. Ha sofferto terribilmente, anche dal punto di vista fisico. La violenza sui bambini, sulle donne è il male assoluto". Per le donne e per i bambini vittime di violenza, Carol ha promosso, in collaborazione con la Provincia di Roma, alcuni centri di accoglienza che cura quotidianamente.
La violenza ha segnato la vita di Carol, la segna ancora. Tra breve sull'International Journal of Psycoanalysis uscirà un suo studio sulle Brigate Rosse, dal titolo "Struttura e dinamica dei gruppi violenti". "Ho studiato", mi racconta, "le loro storie, le loro vite. Il movimento giovanile che in quegli anni ha investito il nostro come altri paesi era senza dubbio intriso di una sorta di retorica della violenza, e conobbe anche, se vuoi, una pratica sia pure occasionale della violenza. Ma a un certo punto un gruppo si separa dall'insieme del movimento, si rende autonomo con l'obiettivo di produrre morte e solo morte. Dagli anni dell'entusiasmo si passa così agli anni di piombo, e questo nel momento in cui la possibilità del successo, la possibilità cioè della rivoluzione, è pari a zero. Non so se questi gruppi siano stati azionati da altri, ma sono convinta che si è lasciato che potessero vivere ed agire...".
Sullo schermo della televisione, mentre parliamo, passano adesso altre immagini. Sono i primi anni '80 e l'inflazione annua in Italia supera il 20%. Ecco un incontro tra governo e sindacalisti. Si riconoscono , da una parte De Michelis e Scotti e dall'altra i leader sindacali, Lama, Carniti, Benvenuto, Ottaviano Del Turco. Si discute del decreto che dovrà rivedere la scala mobile, e contro il quale si batte il Pci e la maggioranza della Cgil. Quel decreto, che si propone di fermare, con il taglio della scala mobile, la rincorsa tra prezzi e salari ha tra i suoi ispiratori proprio Ezio Tarantelli, convinto che si potesse, si dovesse trovare una soluzione in accordo con i sindacati. È la linea che verrà adottata dieci anni dopo, con l'accordo firmato nel 1993 davanti al presidente Ciampi. Ma allora, su quella ipotesi, che prese forma nel cosidetto "decreto di S. Valentino" firmato da Craxi, il 14 febbraio del 1984, il sindacato pur segnato da una lunga pratica unitaria, clamorosamente si divise. I socialisti della Cgil con il loro più autorevole rappresentante, Ottaviano Del Turco, si schierarono infatti con la Cisl e la Uil, mentre la Cgil restava sola a dichiararsi contro il decreto e a sostenere il referendum chiesto dal Pci.
"Ezio aveva ragione" mi dice adesso Carol e con una punta di malinconica ironia aggiunge "ma aveva nemici dappertutto... Persino in casa, sai.... Anch'io ero contraria al decreto".
Il dibattito sul "decreto di S. Valentino" si farà sempre più aspro. Il 24 marzo del 1984 per le strade di Roma, convocati dalla Cgil e dal Pci, sfilano più di un milione di persone per protestare contro il decreto e sostenere il referendum. "Ezio era schierato per il no al referendum e non lo nascondeva. Diede solo un'occhiata alla manifestazione, poi tornò a casa, a festeggiare il compleanno di Luca". L'anno dopo, il 5 giugno del 1985, il referendum contro il decreto sarà bocciato. Ma Ezio Tarantelli era già caduto, il 27 marzo, sotto i colpi della Skorpion. Carol mi racconta come seppe della morte del marito. "Fu mia suocera ad avvertirmi che era successo qualcosa. Ricordo che faceva un gran caldo... Poi qualcuno venne a prendermi, e ho capito. Ezio è stato colpito da 17 colpi. Ma io ne ho visto uno solo, un foro, tondo, sotto la spalla. Era una magnifica giornata di primavera e c'era un sole dolce. D'improvviso quel sole è diventato per me una sfera di metallo".
Fonte: Miriam Mafai - Repubblica

Rai, meno spot e più debiti con i politici-padroni conti in rosso

Oltre 200 milioni di entrate pubblicitarie (dati Nielsen) andati in fumo nel 2009. Altri 52 milioni di ricavi l'anno cancellati con l'addio a Sky. Più, dulcis in fundo, i 4 milioncini in spot già persi in queste settimane - "ma recuperabili", assicura il dg Mauro Masi - con la serrata forzata dei talk show. La Rai fatica sempre di più a far quadrare i suoi conti. Il bilancio 2009 chiuderà con una perdita sensibile (si parla di 45 milioni) grazie solo a una sforbiciata ai costi (100 milioni) in zona Cesarini e a un po' di cosmesi finanziaria. Il 2010 andrà ancora peggio. E il rischio di una lenta eutanasia finanziaria risulta ormai chiaro persino ai vertici di Viale Mazzini: "Senza interventi sul canone lo squilibrio economico sarà tale da compromettere in tempi brevi la continuità aziendale", ha messo nero su bianco Masi in una lettera riservata inviata a fine 2009 a Tremonti, Scajola e al presidente dell'Autorità per le Comunicazioni, Calabrò.
La tv pubblica è in stallo strategico. Da qui al 2012 deve trovare 300 milioni da investire per non perdere il treno delle nuove tecnologie. E il rischio a medio termine - scrive Masi nella missiva - è chiaro: "Un ruolo sempre più marginale nel nuovo contesto digitale". Condito - ammette il verbale del collegio sindacale della Rai, il 16 dicembre - "da un ridimensionamento dell'offerta generalista gratuita e dalla dismissione di asset industriali con riflessi occupazionali".
Il quadro è nero. E il paradosso tutto italiano è sempre lo stesso: il destino (e il vertice) della Rai è in mano a un governo guidato dal socio di riferimento del suo principale concorrente. Che - come dimostrano le intercettazioni dell'inchiesta di Trani - non ha perso il gusto a fare il capo-azienda (la sua). Qual è il reale stato di salute della Rai? Perché la tv pubblica perde un fiume di denaro mentre Mediaset e Sky continuano a far soldi a palate? Quanto pesa la politica a Viale Mazzini? Repubblica ha spulciato bilanci e documenti interni. Ecco i risultati
SE LO STATO EVADE IL CANONE
Quali sono le fonti di entrata della Rai? In sostanza due: il canone e la pubblicità. Ogni 100 euro incassati da Viale Mazzini 50,4 arrivano dall'abbonamento (1,6 miliardi nel 2008) e 37 dagli spot (il resto da convenzioni con lo Stato e da cessione di diritti). Il tasso d'evasione sull'imposta per la tv è in crescita costante: a inizio millennio viaggiava al 21%, oggi siamo a un soffio dal 28%, contro una media europea dell'8%.
In Campania e Sicilia, le partite di Napoli e Palermo (squadre in odore di Champions) registrano ascolti da primato sia su Sky che su Mediaset Premium. E i tifosi pagano per vedere le gare senza farsi ... problemi. Ma quando si tratta di versare il canone, 45 famiglie campane e 41 siciliane ogni 100 se ne dimenticano. Tradotto in soldoni, l'evasione costa 550-600 milioni di mancate entrate l'anno per le reti pubbliche, quanto basterebbe per dare loro totale sicurezza finanziaria. Non solo.
A gennaio 2010, il consigliere d'amministrazione Nino Rizzo Nervo ha denunciato il fenomeno della "evasione di Stato". Molti tra Comuni, Regioni, ministeri, ospedali non pagano l'imposta. E dimenticano di onorarlo centinaia di imprese, banche, studi professionali. In tutta Italia solo 188mila soggetti extra-famiglie onorano l'abbonamento con un gettito bonsai da 58 milioni.
Se il canone è al palo, ancor meno soddisfazioni arrivano dagli spot. Nel 2009 sono calati del 16,8%, aprendo un buco di 223 milioni (dati Nielsen) a bilancio. Mediaset (meno 8,4%) è andata molto meglio. Una costante: dal 2004 a oggi, il Biscione ha visto i ricavi pubblicitari salire in Italia del 12% mentre quelli della Rai sono crollati con tassi a due cifre. Le reti del premier hanno un appeal irresistibile per i grandi inserzionisti: nel 2009 - calcola lo studio Frasi - le tv di Stato hanno perso il 2,12% di share e il 2,05% dell'intera torta pubblicitaria. Mediaset ha visto l'audience scendere dello 0,64% ma - miracolo italiano - porta a casa una crescita (+1,23%) della sua fetta. La Rai, tra l'altro, compete con l'handicap: Sipra (che raccoglie la sua pubblicità) è senza amministratore delegato dall'autunno e nessuno si è sentito in dovere di sostituirlo.
LE ENTRATE INGESSATE
C'è margine per far salire le entrate? Poco, per limiti strutturali ed errori strategici. Il canone italiano è il più basso d'Europa: 109 euro contro i 215,76 della Germania o i 263,3 dell'Austria. E cresce meno dell'inflazione (+10 percento in sei anni). Le entrate dell'abbonamento dovrebbero per legge essere sufficienti per garantire il servizio pubblico. Ma tra il 2005 e il 2008 il "buco" su questo fronte - come emerge dalla contabilità separata di Viale Mazzini - è stato di 1,01 miliardi. Una voragine che il ministero dell'Economia ha "il potere-dovere di colmare" come scrive il collegio sindacale dell'azienda chiedendo ritocchi adeguati o più lotta all'evasione.
L'appello è per ora caduto nel vuoto per l'impopolarità politica di una campagna contro gli evasori. Anzi: i giornali più vicini al socio di riferimento Mediaset hanno lanciato campagne un po' sospette per il boicottaggio dell'abbonamento. E la proposta di agganciarlo alla bolletta elettrica in chiave anti-elusione, come già si fa in Grecia, sostenuta dal consigliere d'amministrazione Angelo Maria Petroni, è ancora al palo. Ora il direttore generale della Rai Masi crea una task-force con l'obiettivo di mettere a punto - insieme al ministero per lo Sviluppo Economico - una nuova strategia anti-evasione. A capo della task-force, c'è il responsabile delle Relazioni istituzionali della tv di Stato, Marco Simeon, dirigente già in Mediobanca, vicinissimo all'Opus Dei.
Il budget pubblicitario prevede per il 2010 un +3,9% di spot. Qualcosa come 40 milioni di entrate aggiuntive. Che però non bastano a coprire nemmeno i 52 milioni di ricavi cancellati dal bilancio con l'uscita dei canali Rai da Sky. Pesa anche la rinuncia strategica alla pay-tv, una prateria che è terreno di conquista per Mediaset: i canali Premium del Biscione garantiscono già oggi 560 milioni di fatturato aggiuntivo (e utili dal 2010) a Cologno.
IL NODO DEI COSTI
Quanto costa la Rai? Risposta semplice: molto più dei concorrenti privati, anche per gli obblighi legati al servizio pubblico, come il network di sedi regionali. Viale Mazzini ha 13.366 dipendenti (la metà della Bbc e della tv statale tedesca Ard che pure hanno share minori) tra cui 2.006 giornalisti - il quadruplo di Mediaset e sette volte quelli di Sky - 345 dirigenti, 128 orchestrali e coristi e persino 12 medici ambulatoriali. Ogni lavoratore Rai, calcolano con precisione chirurgica gli analisti di R&S Mediobanca, costa 89mila euro (81mila quelli del Biscione, 50mila da Murdoch) ma produce "solo" 278mila euro di fatturato contro i 659mila degli uomini di Cologno e 673mila da Murdoch. Su 100 euro incassati da viale Mazzini, 32,3 servono per pagare gli stipendi, contro i 12,3 di Mediaset e i 7,4 di Sky.
Più costi, naturalmente, si traducono in meno utili. Il margine operativo netto della società guidata da Mauro Masi è di 2,1 euro ogni 100 di entrate. I network di Berlusconi (24 euro su 100 di utili) e quelli del tycoon australiano (11,1) fanno molto meglio.
Quanto investe la Rai? Poco, dice chi ci lavora sul campo, lamentando mezzi tecnici obsoleti. Un'impressione che trova conferme puntuali sul bilancio. Viale Mazzini apre ancora il portafoglio per i diritti - specie per le fiction - ma poco per gli impianti. La spia è la percentuale di investimenti materiali già ammortizzati, indice che misura la rotazione delle attrezzature (per cui a valore più alto corrisponde un magazzino più vecchio): la Rai è all'81,8%, Mediaset al 64%. Sky al 59%.
L'EUTANASIA FINANZIARIA
La pubblicità in crisi, i costi alti, l'addio al satellite e le incertezze strategiche hanno un risultato scontato: la Rai è in pesante passivo. Non solo: per la prima volta nel 2009 ha fatto debiti con le banche (attingendo a un finanziamento da 200 milioni). Quanto perderà nei prossimi anni? Il 2009 si chiuderà con un rosso di circa 45 milioni, malgrado un taglio dei costi di 100 milioni rispetto al budget e grazie a operazioni di finanza creativa (viene azzerata una riserva rischi straordinari pari a 40 milioni). Il budget prevede un 2010 in perdita per 118 milioni anche per i costi di Mondiali di Calcio e Olimpiadi invernali e un buco simile dovrebbe aprirsi nei conti 2011. Quasi 300 milioni in fumo destinati ad assottigliare sia il tesoretto a disposizione per gli investimenti che i 576 milioni di capitale di Rai Spa.
IL PREZZO DELLA POLITICA
Quanto pesa la politica? Ancora molto. E non solo nella nomina ai vertici di viale Mazzini di cda disegnati con il manuale Cencelli, abilissimi a filtrare umori (e telefonate) dei palazzi romani ma spesso di dubbia competenza. La Rai paga decine di dirigenti e direttori per non fare niente. Sono gli epurati, i "trombati", gli uomini e le donne che uno spoil-system rigorosamente bipartisan rottama quando arriva al potere, per fare posto ai paladini di turno. Lo scorso 17 dicembre, in pochi minuti, sono stati nominati 22 nuovi vicedirettori tra cui 5 per Rai International (società in ristrutturazione con 50 giornalisti in organico e due vice-direttori già a ruolo ma inattivi). La Corte dei Conti ha riaperto nelle ultime settimane un'istruttoria sul parcheggio dei dirigenti e dei direttori giornalistici nulla-facenti. E la Corte dei Conti si occupa anche di Alfredo Meocci, direttore generale nominato malgrado la manifesta incompatibilità nel 2005. Costato 14 milioni di multa a viale Mazzini.
Sempre a proposito dei costi della partitocrazia, ci sono dirigenti ormai usciti dalla scena - nel pieno di clamorosi casi politici - che provano a rientrare dal portone principale della Rai accompagnati da risarcimenti milionari. Sono passati due anni dalle telefonate tra Berlusconi e Agostino Saccà. In quelle chiamate, il Cavaliere raccomandava un'attrice a Saccà, potente capo di RaiFiction. Berlusconi voleva blandire un senatore del centrosinistra, portarlo dalla sua parte e togliere la maggioranza al governo Prodi. Saccà pagò il caso con l'allontanamento dal suo potentato. A febbraio 2009, la Procura di Roma ha archiviato le posizioni di Berlusconi e Saccà. A luglio, il Tribunale di Roma ha riconosciuto a Saccà una indennità di preavviso, ma non il reintegro nella Rai che il dirigente aveva intanto lasciato. Ora Saccà conduce una nuova offensiva, a colpi di carte bollate.
Il 28 gennaio scorso, il direttore generale della Rai Masi informa il consiglio di amministrazione che Saccà minaccia una richiesta di risarcimento di 10 milioni. E descrive un possibile accordo pacifico che prevede intanto il pagamento a Saccà di 1,2 milioni netti. Non solo. Saccà verrebbe beneficiato di un contratto quadriennale in favore della sua nuova società di produzione - la August's Sun di cui è socio e amministratore unico - che fornirebbe sceneggiati della tv di Stato.
Altra incognita per i conti aziendali, dunque, è il contenzioso. Ci sono cause eccellenti, come quelle minacciate da Saccà; ci sono le cause dei precari. In viale Mazzini tra il 2006 e il 2007 ben 539 dipendenti hanno lasciato l'azienda grazie agli incentivi. Peccato (per i conti Rai, s'intende) che, mentre questi 539 uscivano dalla porta, altre 600 entravano dalla finestra, assunti per ordine del giudice, dopo anni ed anni di precariato.
UNO SHARE DI TERZA ETA'
Esiste un reale rischio finanziario per la Rai? Nel 2008, la Cgil lanciò per prima l'allarme, dopo aver passato ai raggi X i conti aziendali dal 2002 al 2006. L'indagine segnalava, tra l'altro, un pesante rischio anagrafico per la tv di Stato. Lo share, in effetti, tiene, ma gli spettatori di viale Mazzini sono sempre più vecchi, un target poco ambito dalla pubblicità. L'età media degli ascoltatori è stata nei primi due mesi 2010 - calcola la Barometro di Luigi Ricci - di 57 anni contro i 56,7 di un anno fa. Nel target commerciale (15-64 anni) - quello che orienta le spese degli inserzionisti - lo share della Rai è sceso di quasi 5 punti (dal 39,6 al 34,9%) tra il 2004 e il 2009 mentre quello del Biscione è rimasto al 42% Certo, l'azienda lancia canali sul digitale terrestre per giovani (l'età media per gli ascoltatori di RaiGulp è 24,8 anni). Ma il pubblico dai capelli bianchi delle ammiraglie Rai è numeroso, quello di RaiGulp esiguo. Dribblare la crisi finanziaria, con un'audience di questo tipo, sarà ancora più complesso.
Fonte: ETTORE LIVINI e ALDO FONTANAROSA - Repubblica