venerdì 30 aprile 2010

Loro vanno in crisi, noi siamo pronti

La crisi del Pdl è la fine di un’ipotesi di partito? Non sono ancora chiari gli esiti del conflitto esploso in modo plateale e scomposto tra i due co-fondatori. E se dopo la direzione di giovedì scorso i ritmi del confronto si sono fatti in apparenza meno sincopati e il passo dei protagonisti più lungo e più cauto, la frattura appare profonda e difficilmente componibile.
Lo spettacolo offerto dal Pdl non è certo edificante, con la guerriglia interna avviata dalla pattuglia finiana e il presenzialismo televisivo di Fini, a cui fa puntale e velenoso contraltare il Giornale di Feltri.
In ogni caso si assiste al confronto tra due profili, uno reale e l’altro ancora tutto virtuale e da verificare, della destra italiana.
Quella laica ed europea vagheggiata da Fini e quella populista e autoritaria impersonata da Berlusconi. La prima vuole essere nazionale e moderna, ancorata al valore dell’unità d’Italia e rispettosa del principio di legalità.
La seconda fa leva sull’idea distorta di sovranità popolare, in cui il consenso elettorale è una delega in bianco al presidente del consiglio. La prima vuole essere un partito, con tutto ciò che sul piano organizzativo e politico questo termine esige: radicamento e rappresentanza territoriale, pluralismo interno e ruolo di mediazione tra società e istituzioni. La seconda si autodefinisce “popolo”, non conosce articolazioni interne e prende vita agli ordini del capo, padrone anche nel governo. Quello immaginato da Fini è un partito autonomo dall’esecutivo e dagli alleati di governo. La destra berlusconiana ha bisogno della Lega con cui ha stretto un patto di potere suggellato con lo scambio tra il federalismo, nuova bandiera del secessionismo padano, e un presidenzialismo nostrano che premetta al Cavaliere di smontare la democrazia parlamentare.
Ciò che si muove nel polo di centrodestra non può lasciarci indifferenti.
Per diverse ragioni. Innanzitutto perché ci sta a cuore la laicità della politica e dello stato. E invece la destra berlusconiana fa un uso spregiudicato dei valori religiosi e strumentalizza alcune legittime posizioni della Chiesa comportandosi, quando gli conviene, come un partito confessionale che nega di fatto il pluralismo della società italiana.
E cosa produce questa negazione, in termini di convivenza e di democrazia lo abbiamo visto in tante occasioni, dal confronto sui temi della bioetica al rapporto con la nuova realtà dell’immigrazione straniera. Ne guadagnerebbe il paese e la politica, se il presidente della camera fosse il portavoce di una destra più laica aperta alla dimensione multiculturale e multietnica dell’Italia presente e futura.
Avremo presto modo di misurare l’effettiva portata dei convincimenti di Fini, vedremo se riuscirà davvero a correggere gli atteggiamenti xenofobi della maggioranza e a mitigarne l’estremismo verbale e ... legislativo.
Ma noi siamo anche affezionati al bipolarismo. Per questo vorremmo avere a che fare con un centrodestra normale, capace di governare il paese nel rispetto delle regole costituzionali e del principio di legalità. E invece da 15 anni il polo di centrodestra è al servizio del premier che detta le leggi – da quella elettorale al quella sul sistema televisivo, dalla giustizia al condono fiscale – in cui per un verso o per l’altro fa capolino il suo ingombrante conflitto d’interessi.
Ne guadagnerebbe il paese e la democrazia, se il presidente della camera volesse tenere la barra ferma sulla democrazia parlamentare, sulla divisione e l’equilibrio dei poteri, sulle prerogative del capo dello stato, sul valore dell’unità nazionale.
Anche su questo fronte, prima o poi, Fini dovrà dimostrare di fare sul serio. Non basteranno gli equilibrismi verbali e i distinguo tra la fedeltà al programma di governo e la pretesa di autonomia politica.
Registrare ciò che avviene nel Pdl non significa tuttavia rimuovere le differenze culturali e politiche che ci separano da Fini né tanto meno affidargli responsabilità che sono solo nostre. Non significa cercare con lui rapporti privilegiati o peggio incoraggiare la formazione di un fantomatico terzo polo.Fini farà la sua strada, vedremo con quale coerenza e determinazione. Noi abbiamo il nostro progetto. Semmai questa crisi deve spingerci a precisare e affinare il percorso di costruzione di una chiara alternativa culturale e politica a questa maggioranza. Il progetto di un’Italia migliore, più coesa e perciò anche più coraggiosa nelle scelte.
Occorre incalzare la maggioranza, come del resto stiamo facendo, perché dica finalmente quali riforme intende realizzare.
Dove sono le loro proposte? C’è qualcosa oltre l’annuncio di una bozza Calderoli? E quanto costa e cosa significa il federalismo fiscale? Non siamo noi quelli che ostacolano il rinnovamento o si negano al confronto. In realtà nel centrodestra mancano indicazioni puntuali e condivise. Risuonano solo generici appelli alle riforme e al dialogo intercalati a minacciosi ultimatum sulla durata della legislatura.
Vogliono votare? Noi siamo pronti. Racconteremo al paese che la più salda e numerosa maggioranza della storia repubblicana si è dissolta senza aver prodotto nulla. Neppure una riforma per diminuire il numero dei parlamentari e la legge elettorale. Spiegheremo che hanno deciso una prova di forza per conservare i privilegi della casta, quella padana e quella romana, mentre gli italiani cercano di capire come se ne uscire dalla crisi economica.
Il Pd ha avviato il cantiere dell’alternativa intorno all’asse di un’identità forte. Siamo il partito del lavoro. Lavoro per i giovani e le donne, ricerca e innovazione, crescita sostenibile, equità e solidarietà tra le generazioni per un nuovo modello di welfare sono i capitoli di un programma per lo sviluppo e il futuro del paese.
Siamo il partito della Costituzione. Le riforme devono servire ai cittadini, a rendere più efficiente il funzionamento delle istituzioni e più giusta e più solidale la società. Non saremo mai disponibili a manomettere il delicato equilibrio tra i poteri, a modifiche costituzionali che prescindano dalle procedure previste dalla Carta. Siamo il partito dell’Unità d’Italia. Il superamento del divario tra Nord e Sud è il vero banco di prova di una autentica prospettiva riformatrice.
Non saremo mai disponibili a trasformare il federalismo in una secessione strisciante e camuffata. Siamo il partito che può e deve riprendere la bandiera della questione morale.
Per restituire dignità alla politica, riaffermare la sua dimensione di servizio al bene comune, svolto con sobrietà e rigore, nella coerenza tra vita privata e vita pubblica.
Il Pd è nato anche per offrire una risposta positiva e più avanzata alla lunga e difficile transizione italiana. Lo farà tenendo insieme qualità della politica e qualità della democrazia.
Fonte: Rosy Bindi - Europa

Prodi: ora basta con la follia, ma l’Europa non è al collasso

«L’Europa non è al collasso, ma certo occorrerebbe uno psichiatra per l’Unione. In realtà non c’è alcun elemento per cui si possa collassare». Romano Prodi, già presidente della Commissione dell’Unione europea, risponde così a chi crede, come l’economista francese Jean-Paul Fitoussi, che stia crollando il disegno europeo.
Eppure, professore, qualche scricchiolio sinistro si avverte non foss’altro per una mancanza di unità di vedute tra i paesi dell’euro sugli aiuti alla Grecia.
Disastri in questa discordanza politica ne sono già stati prodotti abbastanza, speriamo che quello schema di intervento elaborato, che era così elementare e così semplice, possa essere messo in atto. D’altra parte questa non è una tempesta che viene dall’interno dei paesi dell’Unione europea, quanto piuttosto è una tempesta originata dalla speculazione internazionale che approfitta dell’assenza della politica.
La tempesta trova un’Europa incompiuta e, per certi aspetti, anche indifesa. Non crede che mai come oggi si avverta l’esigenza di un governo politico dell’economia?
All’epoca della costruzione dell’euro, la commissione da me presieduta ha proposto e lavorato per mesi affinché, accanto a un’autorità di politica monetaria come la Banca centrale europea, fosse prevista un’autorità capace di coordinare la politica economica.
Un’autorità che avesse il compito di monitorare i comportamenti dei singoli paesi, di sanzionare quelli non corretti, di operare una manutenzione preventiva e suggerire le norme da prendere qualora si fosse cominciato a deviare. Insistetti a lungo sulla necessità di dotare l’Unione europea di strumenti di intervento in grado... di fronteggiare eventuali terremoti. Purtroppo allora non c’era la volontà politica per andare più avanti della moneta unica.
Non c’era allora, ma non c’è stata fino ad oggi. Neanche con la crisi finanziaria di due anni fa...
Contavo e speravo che questo sarebbe avvenuto più avanti, ma così non è stato.
Crede che sia giunto quindi il momento per procedere a una maggiore integrazione europea?
Mi auguro di sì, ma non vedo segnali promettenti in materia. Oggi abbiamo strumenti parziali anche se la crisi dovrebbe insegnarci a mettere in atto strumenti generali.
Quali paesi sono oggi più responsabili se ciò non accade?
In questo momento l’attenzione si accentra sulla Germania che non vuole organizzare insieme agli altri paesi un’operazione comune e, più degli altri, ha contribuito a esasperare la situazione perché la sua opinione pubblica è convinta di dover sostenere tutto il peso del danno prodotto dall’atteggiamento greco. Purtroppo il dramma delle democrazie di oggi è quello di guardare al breve periodo e di non curare gli interessi di lungo periodo.
Giudica, dunque, positivamente l’atteggiamento del governo italiano sugli aiuti da dare alla Grecia?
Il problema non è l’atteggiamento. L’intervento è necessario e nel pacchetto di aiuti ipotizzato Francia, Italia e gli altri paesi hanno proposto il loro contributo. Tuttavia, è chiaro che se non c’è la Germania è difficile che si possa parlare di un successo dell’intervento stesso.
Crede sia possibile fermare gli attacchi speculativi?
È alla portata delle nostre capacità di oggi. Tuttavia, se si continua con la follia la situazione si aggrava.
La moneta unica potrebbe essere a rischio?
No, non credo proprio. Se si resta uniti l’euro non è aggredibile. D’altra parte tutti sono aggredibili se sono divisi. In realtà l’esempio del deficit non lo danno i paesi dell’Unione europea in media quanto piuttosto arriva dalla Gran Bretagna che ha un deficit simile a quello greco e dagli Stati Uniti che pure hanno un deficit superiore al 10%. Se si pensa che l’economia greca rappresenta una piccola parte del Pil europeo, si capisce che il problema non è la dimensione dell’intervento, visto che sarebbe minore dei piani di salvataggio fatti per singoli istituti bancari, ma la volontà politica.
Fonte: Raffaella Cascioli e Mariantonietta Colimberti - Europa

“Una città come Firenze non chiude”

A Firenze, per la prima volta, quest’anno il 1° maggio funzionerà l’ATAF, sarà aperto Palazzo Vecchio (per gli Uffizi, gestiti dallo Stato, dovremo ancora aspettare…), sarà concessa libertà ai negozi del centro storico – e solo a loro – di tenere aperto se lo vorranno.
Una città come Firenze non chiude. Può piacere o meno, ma è così.
Ci hanno criticato in tanti, ma io penso che il primo maggio sia la festa del lavoro. La festa di chi il lavoro ce l’ha, di chi il lavoro lo sta perdendo perché cassaintegrato, la festa di chi il lavoro ce l’ha oggi ma domani non si sa.
Quanto mi piacerebbe una discussione pubblica con i sindacati – o con chi per loro – sui temi del rispetto dei tempi, del ciclo di vita delle famiglie, delle relazioni. Mi piacerebbe poter dire la mia, da ragazzo cresciuto in una società in cui gli stessi che ci hanno tirato su a forza di centri commerciali, outlet e multisale, oggi ci fanno la predica sui giorni festivi. Cresciuti a colpi di spot sembriamo ricordare i valori fondanti della festa del lavoro solo quando c’è da contestare un’amministrazione. Eppure quanto vorrei discutere del lavoro, quello vero, quello che c’è e quello che manca. Discuterne con la mia generazione che è cresciuta pensando che il primo maggio sia la data di un grande concerto e che i sindacati siano meritorie associazioni in difesa dei diritti dei pensionati. Vorrei gridare ai ragazzi che non è così, che non dovrebbe essere così. Vorrei gridare il valore del primo maggio. Vorrei portare ciascuno di loro in pellegrinaggio laico davanti alla Seves, azienda fiorentina che rischia di chiudere sacrificata da vicende economiche e finanziarie inaccettabili. Vorrei che potessimo parlare di chi perde la vita per portare a casa uno stipendio, in una repubblica democratica che sarà anche fondata ... sul lavoro ma spesso sembra affondare sulla rendita.
Vorrei che ci dicessimo questo. Non che facessimo polemica con un’amministrazione di una città visitata da milioni di persone, solo perché in un giorno di festa apriamo il Palazzo Vecchio, facciamo funzionare gli autobus, consentiamo libertà di scelta a chi vuole aprire. Già, libertà di scelta. Niente di più, niente di meno.
Il Presidente di Unicoop Toscana, Turiddo Campaini ha detto “Noi il primo maggio non apriamo.” Per forza. Non glielo consentiamo. Magari non aprirebbe lo stesso, ma nessuno di noi ha mai dato il via libera alle (tante) coop del nostro territorio. Abbiamo solo detto che potranno aprire – se lo vorranno – i negozi del centro.
Qualcuno ha detto che siamo schiavi dei bottegai. Sono gli stessi che in questi mesi ci hanno accusato di non fare concertazione con le associazioni di categoria dei commercianti. Noi non siamo nemici dei bottegai fiorentini: loro sono i principali nemici di se stessi quando si piegano sulla rendita e non accettano la sfida della novità. Firenze non può essere la Bella Addormentata nel bosco, non può stare ferma, non può pensare di offrire sempre la solita faccia con alcuni che puntano solo a spennare i malcapitati turisti. Firenze ha bisogno di aria fresca.
Un’ultima considerazione. Ci sono decine di città governate dal centrosinistra che aprono da anni il primo maggio. Qualcuno addirittura obbliga ad aprire. Però la polemica c’è solo quest’anno. E solo (o quasi) per noi. Non mi stupisce la reazione della CGIL locale, il cui segretario è coerentemente all’opposizione su tutto, dalla pedonalizzazione del Duomo in poi. Mi stupisce che se una cosa viene fatta a Siena, amministratori locali, dirigenti di partito, presidenti vari non aprono bocca, salvo poi intervenire quando si scopre che c’è anche Firenze…
Per dirla con le parole del grande Mourinho ho la sensazione che per qualcuno l’amministrazione di Firenze sia un’ossessione. Per noi è solo un sogno…
Fonte: Matteo Renzi - Il Post

D'Alema: «Fini è un interlocutore»

Onorevole D'Alema, come giudica lo scontro Berlusconi -Fini?
«Credo che la crisi che si è aperta nel centrodestra sia vera e profonda, non è uno scontro personale o una sceneggiata. Ci sono in campo due visioni diverse non solo del ruolo che deve avere la destra in Italia ma anche di come deve funzionare il sistema politico. Fini dice che la difesa dell' unità nazionale o il governo dell'immigrazione sono questioni su cui occorre uno spirito bipartisan e non possono essere poste come temi divisivi del Paese: nella sua posizione c'è una critica radicale al carattere populista e aggressivo della destra che governa l'Italia. Sarebbe un errore interpretarlo in chiave strumentale, in una logica di schieramento. Ma non vedere che si è aperto un grande problema che riguarda le prospettive stesse del sistema democratico e che Fini su questo può essere un interlocutore sarebbe un altro errore».
Secondo lei Fini mette anche in discussione questo tipo di bipolarismo, giusto?
«Sì. Fini mette in discussione il tipo di bipolarismo che si è costruito in questo Paese e che è fondato sulla contrapposizione esasperata. Al di là del fatto che poi, ogni tanto, chiede strumentalmente il dialogo, Berlusconi ha costruito tutte le sue fortune politiche sulla logica dello scontro».
Il Pd, comunque, appare diviso sul modo di affrontare quel che sta avvenendo.
«Il campo del centrosinistra sembra oscillare tra chi dà l'impressione di una lettura strumentale e tattica - "che bello, Fini ha litigato con Berlusconi, cerchiamo di metterci d'accordo con lui", e chi dice "ma come, Fini ha litigato con Berlusconi e questo minaccia il bipolarismo". Sono due posizioni specularmente inadeguate. Fini non è diventato di sinistra e non è l'alleato di operazioni strumentali, ma è l'interlocutore importante - e per questo dialogo con lui da anni - di un centrosinistra che capisce che il Paese non si può più governare in questo modo, altrimenti non saremo capaci di affrontare i problemi di fondo. Già, perché l'altro tema, che il centrodestra si ostina a nascondere, riguarda il fatto che mai l'Italia ha raggiunto risultati così negativi. È vero, la crisi c'è stata per tutti ma non c'è confronto tra la nostra capacità di reazione e quella degli altri Paesi. Malgrado l'enorme concentrazione di potere nelle mani di Berlusconi, il suo governo ... non è stato in grado di promuovere nessuna delle riforme strutturali necessarie al Paese. Significa che questo tipo di democrazia plebiscitaria non produce decisioni perché si basa sull'accumulazione del consenso, sui sondaggi e gli indici di gradimento, mentre sappiamo bene che per fare le vere riforme è necessario sfidare interessi costituiti, rischiare di creare dissensi e scontento. Altrimenti è solo demagogia. Per questo, le riforme esigono la politica democratica, quella politica capace di chiedere un sacrificio oggi per un vantaggio domani. Questa politica, però, non va d'accordo con la ricerca continua del gradimento personale. Ecco, penso che Fini abbia capito che questa democrazia plebiscitaria e personalistica di Berlusconi non funziona».
Par di capire che le riforme non si faranno neanche adesso…
«Noi siamo convinti che questo Paese abbia bisogno di riforme fondamentali, ma finora non vedo le condizioni per farle in questa legislatura. Come dicevo, le riforme comportano scelte coraggiose. Prendiamo la cosiddetta attuazione del federalismo fiscale. Finora si è detto che il nord otterà più soldi, che il sud non sarà danneggiato e che pagheremo tutti meno tasse. I conti non tornano e le scelte non saranno facili. E' proprio la difficoltà di queste scelte che può far sorgere la tentazione, in Berlusconi e nella Lega, di dare la spallata e di andare alle elezioni non essendo in grado di realizzare ciò che hanno promesso».
Tornando al Pd: sembra far fatica a trovare il passo giusto. Lo avete detto anche voi maggiorenti del partito, nel caminetto di lunedì scorso, a Bersani.
«Il problema è che non siamo ancora riusciti a sviluppare una nostra iniziativa che colga il tema dell'attuale crisi del sistema, perché di questo si tratta e non solo della crisi del berlusconismo. Ho l'impressione che nel campo del centrosinistra non ci sia ancora la capacità di porre la questione a questo livello e quindi, inevitabilmente, tutto appare giocato in termini tattici: si rischia di apparire prigionieri di un approccio strumentale. In questo senso, Bersani sta lavorando proprio per dare un profilo più alto e propositivo alla nostra iniziativa. E sarebbe importante che a questo lavoro contribuissero tutti, anche quei giovani che, aspirando giustamente a svolgere un ruolo, a volte si limitano a dire male dei dirigenti del loro partito: forse dovrebbero cominciare a dire qualcosa di utile per il Paese. Ho letto che bisogna avere il coraggio di mettere fuori squadra D'Alema e Veltroni. Ma né Walter né io facciamo più parte di organismi esecutivi del Pd».
E l'approccio giusto è il patto che Bersani ha proposto a Fini?
«Bersani ha proposto un patto repubblicano: significa che forze anche di diverso orientamento hanno un comune interesse a difendere e riformare la repubblica. Mi sembra del tutto corretto e non ha nulla a che vedere con confuse ammucchiate che Bersani certo non propone».
Di Pietro dice che il centrosinistra deve scegliere un candidato premier ora.
«Come nei paesi normali lo indicheremo qualche mese prima delle elezioni. Lo individuerà la coalizione, che io ritengo debba poggiare innanzitutto sulle forze politiche che oggi in parlamento rappresentano l'opposizione, cioè Pd, Udc e Idv, senza per questo essere chiusa agli altri movimenti».
Con le primarie. O forse non le volete più perché avete paura di Vendola?
«Con le primarie, secondo me, ma devono essere accettate da tutti, non possono essere imposte da un solo partito o da una parte della coalizione».
Che pensa del discorso fatto da Napolitano ai giudici?
«Napolitano ha ragione nel modo più assoluto. Da una parte, ha ribadito la difesa intransigente dell'indipendenza della magistratura e dall'altra ha invitato i magistrati a esercitare con serietà i loro poteri anziché diventare anch'essi parte del gioco politico, perché non è il loro compito. Ora, che questo richieda un certo esame di coscienza è vero: il tipo di rapporto tra azione giudiziaria, media e politica che si è venuto costruendo non nasce solo dalle responsabilità della politica, che ha le sue colpe, ma anche dalla responsabilità di una parte della magistratura. E non può valere la logica che siccome i magistrati sono sotto attacco, allora dobbiamo difendere tutto quello che fanno. E' una logica debole: la magistratura, se ha coraggio di individuare comportamenti impropri, è poi più forte nella sua risposta agli intollerabili attacchi del presidente del Consiglio e alla sua pretesa di impunità».
Fonte: Maria Teresa Meli - Corriere della Sera

Napolitano sospende la firma del decreto per lo spettacolo

Per ora il presidente della Repubblica non ha firmato il decreto legge che interviene in materia di «spettacolo e attività culturali» che è arrivato al Quirinale nella tarda serata del 23 aprile dopo essere stato approvato dal Consiglio dei ministri del giorno 16. Dopo aver esaminato attentamente il decreto, i cui contenuti sono di esclusiva responsabilità del governo, il Capo dello Stato ha deciso di segnalare al ministro per i Beni e le attività culturali, Sandro Bondi «osservazioni di carattere tecnico-giuridico e specifiche richieste di chiarimenti sul testo inviatogli per l’emanazione» è scritto in una nota del Quirinale. Sono state molte le richieste arrivate in questi giorni a Napolitano di non firmare il decreto.
Anche durante la visita alla Scala per la celebrazione del 25 aprile i lavoratori avevano ripetuto la richiesta al Capo dello Stato che a loro, come a tutti gli altri che gli avevano avanzato analoga richiesta compreso i 7.607 artisti che gli hanno inviato una lettera aperta, aveva spiegato i termini dettati dalla Costituzione per un suo intervento. Che non è mancato. Ed è proprio nella sospensione della firma in attesa di risposte alla richiesta di chiarimenti e alle osservazioni. Il Capo dello Stato, si legge poi nella nota, «ha preso nello stesso tempo atto positivamente dell’impegno manifestatogli dal ministro a incontrare sollecitamente le organizzazioni sindacali ed a prestare la massima attenzione alle preoccupazioni emerse e alle proposte dei gruppi parlamentari».
In questi giorni ma anche «nel corso dell’iter di conversione» il che fa intendere che, una volta ricevuti i chiarimenti, il decreto legge sarà emanato. I punti più discussi sono quelli dell’autonomia gestionale delle fondazioni lirico-sinfoniche e le questioni relative agli istituti mutualistici degli operatori dello spettacolo. «Leggerò con attenzione le osservazioni del presidente» ha detto il ministro Bondi. Alla luce del rinvio il Pd ha chiesto «l'azzeramento» del testo e la ripresa del confronto con le parti ... interessate. «Dopo la scelta certamente saggia e ponderata del Presidente della Repubblica di fermare il decreto legge in materia di spettacolo e di fondazione sinfoniche - affermano Matteo Orfini,responsabile Cultura della segreteria del Pd, Vincenzo Vita, senatore, Emilia De Biasi, deputato-ci auguriamo che il ministro Bondi ripensi seriamente al suo iniziale proposito. Abbiamo già da giorni espresso insieme alle altre forze dell’opposizione e in sintonia con la Cgil una fortissima contrarietà al decreto legge, nella forma e nel contenuto conosciuto.
Non è mai troppo tardi. Si azzeri la situazione e si ricominci il confronto». Anche L’Italia dei Valori con Fabio Giambrone ha espresso «apprezzamento» per la decisione di Napolitano. La sua decisione il presidente l’ha comunicata al ministro Giulio Tremonti che si è recato al Colle anche per illustrare anche le iniziative dell’Italia per arginare la crisi economica che è esplosa in Grecia ma che coinvolge l’Europa. Su questa materia nel Consiglio dei ministri della prossima settimana il governo ha annunciato un decreto.
Fonte: Marcella Ciarnelli - L'Unità

Rai, il Pd esca dalla spartitocrazia

Il Pd, se intende davvero coltivare la sua ambizione a essere non solo opposizione ma vera alternativa di governo, non avrebbe interesse a uscire da tutte le partite dove il gioco è truccato, partite nella quali il Pd e i suoi ascendenti hanno pur giocato nel corso dei decenni? Cominci, il Pd, a uscire da quella che meglio e di più rappresenta le incrostazioni della “spartitocrazia”, vale a dire dal servizio pubblico radiotelevisivo.
Come? In maniera chiara e univoca, compiendo tre passi indietro come pre-condizione per qualsiasi credibile battaglia in parlamento per ottenere un nuovo assetto radiotelevisivo.
Primo: uscire dal cda della Rai, perché è evidente da tempo che avere un presidente di “garanzia” alla Rai, più un paio di consiglieri di opposizione, non garantisca la qualità e il pluralismo ma, al contrario, li renda conniventi/ complici della lottizzazione; secondo: rinunciare alla presidenza della commissione bicamerale, perché lo stato di dormiveglia nel quale si trova la commissione fa sì che il suo ruolo di vigilanza e di indirizzo sia diventato una caricatura; terzo: uscire dal consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, perché i commissari, in quanto prodotti della partitocrazia, sono tutto fuorché indipendenti.
Il Pd faccia, unilateralmente, questi tre passi, o almeno cominci da uno, invece di chiedere l’azzeramento del cda della Rai (come recentemente paventato), di continuare imperturbabilmente a occupare la presidenza della commissione di ... vigilanza e di rimanere aggrappato a un paio di poltrone nell’Agcom.
Effettivamente, che senso ha, per il Pd, perseguire la logica di resistenza in Rai, logica che il tempo ha dimostrato essere inutile se non controproducente? Prova ne è, da ultimo, la mancata nomina di Ruffini alla direzione di Raidigit. Vale la pena scendere a patti (scellerati) con il centrodestra, rinunciando a disturbare il manovratore Berlusconi che oramai in Rai fa, disfa e briga come non mai, pur di piazzare un dirigente di provata fede (ancorché di riconosciute qualità professionali), nomina che poi puntualmente non avviene? O non sarebbe meglio riconoscere che non è più la stagione per venire a patti e che non c’è altra strada se non quella di dare un taglio netto? Le scelte aventiniane spesso convincono poco ma in questo caso occorre prendere atto che oramai la presenza dell’opposizione in Rai e negli organi di vigilanza è totalmente travolta dal rullo compressore berlusconiano.
Lunedì scorso il premier ha annunciato di voler utilizzare il servizio pubblico – dopo l’uso personale che ne ha fatto in chiusura di tutte le ultime campagne elettorali, violando leggi e regolamenti – non per una campagna “d’informazione” ma bensì di “convincimento” sul nucleare, come se la Rai fosse un qualsiasi canale digitale del governo: in che modo i presidenti di “garanzia” intendono opporsi a questa iniziativa? Si segnala che sui Gr la campagna pro-nucleare è già cominciata alla grande. Non si rendono conto, i presidenti di “garanzia”, di essere oramai in pieno governo facta o dalle parti di Weimar? E, a essere precisi, con il taglio netto il Pd non si ritirerebbe sull’Aventino ma sposterebbe meritoriamente l’attenzione sul parlamento che deve in qualche modo riappropriarsi del suo ruolo: se il Pd intende presentare un ddl di riforma Rai, bene farebbe a non avere più le mani in pasta ma averle libere e nette. È vero, qualsiasi riforma non potrà prescindere da una riorganizzazione e da una privatizzazione, anche non generalizzata ma per “porzioni”, della Rai, distinguendo a esempio le parti che si occuperanno di servizio pubblico da quelle che svolgeranno attività commerciale, il tutto in un contesto di elevata evoluzione tecnologica.
Ma risulta politicamente opportuno, fin tanto che tale processo non avrà preso forma sostanziale, che il Pd dia un segnale forte di totale rottura con il “sistema” Rai, passato e presente.
Infine, se i politici del Pd cominciassero anche ad astenersi dal partecipare a Porta a Porta, Ballarò, Anno Zero e altri contenitori analoghi per marcare la loro presa di distanza, anche fisica, da format che rispecchiano perfettamente questo sistema così avariato, ciò si rivelerebbe il miglior viatico per un nuovo futuro per la Rai. Ma questo non succederà mai.
Fonte: Filippo Di Robilant - Europa

Bersani a Fini: "Noi disperati? Lui sia coerente". E il leader Pd attacca il ddl intercettazioni

Polemizza con Fini che definisce la sinistra "disperata". E annuncia una opposizione durissima al dl intercettazioni. Il leader democratico Pier Luigi Bersani, dai microfoni di Rainews24 parla anche di riforme e del "patto repubblicano" attorno alla Costituzione. "E' un appello che ho rivolto non solo al presidente della Camera e prima del suo strappo Servono riforme ancorate alla Costituzione ed intorno ad essa si può costruire un patto repubblicano".
Sulle mosse del presidente della Camera si interroga anche Massimo D'Alema. Che, intervistato dal Corriere della Sera, sostiene che sarebbe un "errore" non comprendere che Fini è un interlocutore".
Bersani, invece, è più freddo: "Faccia quello che ritiene, io credo però che debba mostrare la sua coerenza in passaggi parlamentari come i temi economici o norme come quella sulle intercettazioni e la giustizia". Il presidente della Camera, secondo Bersani, "solleva problemi veri ma dentro uno schieramento dove è impossibile risolverli, quindi questo battibecco avrà a scarsi esiti pratici". Ma D'Alema la vede diversamente: "'La crisi che si e' aperta nel centrodestra è vera e profonda, non è uno scontro personale o una sceneggiata, e ci sono alcuni temi su cui serve uno "spirito bipartisan".
Poi il segretario del Pd torna sul tema della riforme. Le stesse che D'Alema giudica "impossibili" in questa legislatura. "La nostra proposta nasce dal tema: ci vogliamo ... convincere che il meccanismo di deformazione populista della nostra democrazia, che prometteva decisioni, è la ragione vera per cui le decisioni non le prendiamo? Vogliamo accelerare in curva, discutendo la bozza Calderoli? Io rivolgo a tutte le forze attente a questo problema, politiche, sociali e culturali, un tema di attenzione: dobbiamo riformare un meccanismo istituzionale ancorandolo saldamente ai principi della nostra costituzione. Attorno a questo bisogna fare il patto repubblicano, che agirà negli appuntamenti parlamentari e mi auguro anche nel Paese" dice Bersani. Per D'Alema, invece, l'ostacolo vero non è Fini "ma la posizione di berlusconi. Per fare riforme serie e stabili è del detto evidente che serva un dialogo vero fra le forze politche. Mentre Berlusconi vuole un monologo, non un dialogo".
Infine, sul dl intercettazioni, il segretario del Pd definisce la la norma "fin qui insufficiente". Per Bersani "non si può indebolire uno strumento essenziale per indagini come quelle di mafia. Se resta così sarà opposizione dura".
Fonte: Repubblica

Grillo: «Telecom ha venduto tutto Celebro il funerale della società»

«Se la Telecom in questi ultimi dieci anni ha venduto quasi tutto, le partecipazioni, gli immobili, addirittura le centrali telefoniche, il debito è rimasto di 34 mld, i ricavi sono scesi, la domanda da ragioniere è: dove sono finiti i soldi?». Alla domanda che pone Beppe Grillo intervenendo all'assemblea degli azionisti Telecom. «Semplice», risponde Grillo, «sono finiti in stock options milionarie, dividendi agli azionisti del salotto buono, che hanno spolpato viva la Telecom». Grillo suggerisce: «fate un'indagine nei confronti del management degli ultimi dieci anni e guardate il loro stato patrimoniale prima e dopo» l'ingresso in Telecom.
«Io stimo Bernabè», ha aggiunto il comico e blogger genovese, «ma non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare», ovvero «denunciare Colaninno, Buora, Ruggiero, ecc». Secondo Grillo bisognerebbe fare una legge che stabilisca che non si possono distribuire dividendi se il debito supera il 50% degli utili». Grillo si è presentato con una fascia nera al braccio». «Celebro il funerale della società - ha detto - la più grande società tecnologica del nostro paese ruba il futuro di mio, tuo figlio», quando decide di mettere in vendita gli asset tecnologici, esternalizzandoli in una una scatola (Ssc), che «sarà efficientata e venduta». Insomma, ha detto, «che futuro ha il paese quando Telecom efficienta gli ingegneri?». Secondo Grillo, «Telecom è morta ma si possono ancora espiantare gli organi ancora caldi». e in ogni caso, ha continuato, l'azienda dovrà «essere venduta a Telefonica, lo sappiamo tutti, o qualche gruppo internazionale».
Grillo ha quindi puntato l'indice sul «conflitto di interesse» del presidente Gabriele Galateri, che siede nel cda di 4 società. Il comico ha quindi rammentato che al tempo della Sip, quando i boiardi di Stato ... «rubavano» e quando «Pascale aveva acquistato per il proprio ufficio un Canaletto da un falsario e lo aveva messo in bilancio alla Telecom», l'azienda di tlc aveva un patrimonio immobiliare di 40mila miliardi: immobili, un parco auto e circa 300 partecipazioni in società nel mondo. Il suo debito era irrisorio, attorno a un miliardo di vecchie lire. Telecom è poi stata «disintegrata» dalla politica. «Bernabè non fa un nome - ha asserito Grillo - non menziona D'Alema, Draghi, Ciampi. D'Alema - ha detto Grillo - regalò a Colaninno, Gnutti e altri capitalisti la società, indebitandola con 45-46 miliardi di euro». Grillo ha infine criticato il fatto che l'azienda, pur essendo altamente indebitata, continui a distribuire dividendi. «È come se - ha spiegato - mentre la casa va a fuoco, si utilizzasse l'acqua per farsi la doccia».
«Non condivido assolutamente la scelta di presentarsi all’assemblea con una fascia per celebrare un funerale, qui non c’è nessun funerale da celebrare perché Telecom è un’azienda sana, viva e vivace e ha tutto il potenziale per tornare uno dei protagonisti».Questa la replica dell’amministratore delegato di Telecom, Franco Bernabè, alle ’accuse’ di Beppe Grillo. Anche Gabriele Galateri, presidente di Telecom Italia, nel prendere la parola dopo che si è conclusa la fase degli interventi dei piccoli azionisti, ha sconfessato Grillo: «Rifiuto categoricamente le affermazioni secondo cui l’azienda è in crisi». «Sentire che l’azienda è in crisi e la fascia funebre al braccio sono estremizzazioni fuori luogo», ha detto, riferendosi indirettamente al look di Beppe Grillo. «La ristrutturazione è necessaria per essere competitivi, per stare sul mercato e questo non vuol dire essere in crisi ma essere un’azienda viva», ha sottolineato Galateri.
Fonte: Corriere.it

Perché la sinistra fa il tifo per quelli non di sinistra?

In un’intervista data al Corriere della Sera di martedì, sono stato un po’ sbrigativo. È colpa mia: non sono bravo a dare interviste, mi immergo in discorsi lunghissimi e complicati e poi mi meraviglio se il giornalista prende il succo e non dà spazio a tutte le motivazioni (che sul Corriere prenderebbero forse lo stesso spazio che veniva concesso a Oriana Fallaci dopo i fatti dell’11 settembre). Però, insomma, mi sembra che venga fuori che per me uno dei problemi di questo paese sia Marco Travaglio (ipotesi molto suggestiva, tra l’altro, ma non veritiera). Il problema di questo Paese, è bene dirlo una volta per tutte, è Silvio Berlusconi.
Da lì, come un detonatore, derivano tutti gli altri. Insisto da tempo col dire che ci sono modi e modi di affrontare questo problema, e che questi modi segnano una diversità tra coloro che compongono la squadra del resto del mondo. E ho indicato, a proposito del tifo scomposto che stiamo facendo per Fini, coloro che non sono di sinistra e ai quali pure la sinistra si è completamente affidata. Ho citato Di Pietro e Grillo, motivando la mia incomprensione. E poi Travaglio, senza motivarla. Ecco. Ci tengo molto a chiarire questa cosa. Volevo soltanto dire che Travaglio, per la sua storia e anche per sua convinzione più volte espressa, non è di sinistra. E volevo dire che trovo molto curioso che tutto il popolo della sinistra si affidi ormai a persone che di sinistra non sono – e quindi procedono per ragionamenti piuttosto dissimili.
Cerco di fare un esempio: credo, come credono in molti, che Travaglio sia un giornalista di grande livello, per questo motivo mi è sembrato imperdonabile essere sbrigativo; mi ha impressionato, quelle poche ... volte che ci ho chiacchierato, la sua capacità di tenere a memoria tutti i fatti che accadono a tutti gli italiani con qualche forma di potere; come se li controllasse, tutti. Non credo di dire una cosa azzardata se affermo che la sua ossessione professionale siano i processi, in particolare quelli di Berlusconi. Bene, su questo informa fin nei dettagli nascosti. Molte volte non condivido quello che scrive, più volte non condivido il modo derisorio con cui affronta la questione: sono convinto che chiamare Berlusconi «Al Tappone» crei certo complicità con il lettore, ma allo stesso tempo finisca per neutralizzare una percentuale di informazione seria che sta dando con dovizia di fatti (ma questa è un’opinione, fa parte di un confronto dialettico).
Il grande (nel senso quantitativo) popolo della sinistra che lo segue
da anni, un tempo si sarebbe fermato sulla soglia della questione politica - come nella sostanza aveva fatto perfino con Craxi, fino alle monetine (comprese): è o non è degno di essere il nostro presidente del Consiglio, di sedere in Parlamento, di svolgere attività pubbliche?
La risposta sarebbe stata chiara piuttosto presto, e da lì sarebbe dovuta partire una lotta democratica e tutta politica. Invece, articolo dopo articolo, complicità dopo complicità, il popolo di sinistra ha seguito Travaglio fin nelle sue ossessioni, che per lui sono professionali, ma per i suoi lettori rimangono ossessioni e basta. Il risultato è che adesso tutti parlano di processi, testimonianze, cassazione, prescrizione eccetera. Il risultato è che finisce per avere più importanza la motivazione del legittimo impedimento grazie al quale ogni volta Berlusconi non si presenta in aula, che tutte le questioni politiche di cui si rende colpevole ogni giorno.
Non è un problema di Travaglio, ma di quello che la gente di sinistra
è disposta a fare; quello che mi preoccupa (e che non mi piace) è ciò che Travaglio rappresenta, non la sua capacità di fare giornalismo. Ed è il risultato, inutile dirlo, del vuoto dentro il quale si trova la sinistra per la politica (non) espressa in tutti questi anni.
Fonte: Francesco Piccolo - L'Unità

Il futuro è già iniziato: Civati Renzi Serracchiani - Primo Tempo - Monza 25 feb 2010

Il futuro è già iniziato: Civati Renzi Serracchiani - Secondo Tempo - Monza 25 feb 2010

Omofobia

A Roma le aggressioni di strada contro gli omosessuali sono, ormai, ordinaria amministrazione: l' ultima l' altra notte su un autobus, vittima un volontario di Arcigay. La vecchia gioventù fascista che presidiava i quartieri piccolo borghesi, menava "i rossi" e oggi è in buona parte al governo della città, non sa come arginare la nuova plebe disarticolata e feroce di teen-agers sottoproletari che odiano i froci, i negri e gli ebrei. Branchi in libera uscita, gente di coltelloe di sputo in faccia. Come palestra di odioe ignoranza, le curve di stadio non hanno niente da invidiare alla politica: ed è precisamente lì che quei branchi si sono formati e acculturati. Ovviamente i governanti di destra della capitale, così come i loro predecessori di sinistra, non portano alcuna responsabilità di questa forma sdrucita e ripugnante di odio. Potrebbero, però, fare qualcosa di giusto (non "di sinistra" o "di destra": di giusto) dandosi da fare perché il Parlamento approvi, finalmente, la norma che giudica l' omofobia un' aggravante nei reati contro la persona. Per una parte cospicua del loro elettorato, l'omofobia non è un' aggravante, semmai la classica attenuante. Ma le classi dirigenti hanno il compito e il dovere di essere migliori del popolo che le esprime.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Le braci dopo il caminetto

Va bene, il caminetto ha rimesso un po’ le cose a posto, se non altro ha corretto l’immagine di un Pd impaurito e incerto sul da farsi. Fra parentesi, è un peccato che la riunioncina dei big abbia “coperto” la notizia della preparazione dell’assemblea nazionale del 20 maggio, con le “10 idee” a cui stanno lavorando tutti i forum del partito sotto la supervisione di Enrico Letta: i giornali al massimo si occupano di un cosa sola alla volta, e non c’è redattore che non preferisca dedicarsi alla ricostruzione di un vertice ristretto piuttosto che dilungarsi sulle questioni programmatiche.
Okay. Però i problemi di fondo restano tutti là. E ogni giorno che passa si appesantiscono.
Basta fare un giro alla camera per sentire tante, troppe voci di parlamentari e dirigenti sempre più nervose o stanche o demotivate.
D’altronde, basta leggere i giornali. Ieri Europa ha dato conto di una riunione di esponenti ex rutelliani che si vanno ponendo l’interrogativo su cosa ci sia «oltre il Pd». Giorni fa un importante dirigente ci raccontava di «diversi popolari con la valigia in mano». Un altro ex ppi come Giorgio Merlo ieri ha dichiarato che «è ora di uscire dagli equivoci». Si registrano malumori in ambito veltroniano o per meglio dire nel gruppo dirigente del “primo Pd”. Talvolta esplodono polemiche poco comprensibili ai comuni mortali, come è capitato recentemente fra D’Alema e Franceschini: questioni politiche che diventano (solo colpa della rappresentazione mediatica?) litigi al limite della questione personale. I più giovani appaiono istintivamente critici, a costo di apparire supponenti. Ci sono dirigenti di nome che sono spariti. Anche nella maggioranza che sostiene il segretario c’è chi è perplesso.
Qualcuno aggiunge il suo nome alla lista di chi lascia, come la Sbarbati. Insomma, si va diffondendo un umor nero che è probabilmente l’effetto a scoppio ritardato di un voto negativo e causa a sua volta ... di ulteriore immobilismo.
Eppure non ci sono congressi alle porte, né qualcuno che ponga la questione della leadership e nemmeno chi ostacoli Bersani, che con pazienza tiene il timone di una barca che non ha chiarissima la rotta da seguire, magari attendendo che il mare torni più calmo e il vento riprenda gagliardo, forse sperando che la situazione politica generale si chiarisca meglio, che le nottata passi.
Ovviamente qui non si pretende null’altro se non sottolineare che non c’è tempo da perdere, né tantomeno sperare nell’aiuto altrui: solo il Pd può salvare il Pd. Bisogna rimettere in campo idee, dirsi le cose chiaramente. Restituire un senso a questa storia, no? Altrimenti più prima che poi ci saranno altre uscite, più o meno silenziose, più o meno organizzate.
Fonte: Mario Lavia - Europa

Una folle partita a poker

Nel martedì nero dei mercati si consuma una partita di poker mortale tra gli Stati e i mercati. C' è una posta in gioco, ed è decisiva: è la sopravvivenza dell' euro, che tra le macerie del Partenone rischia di crollare sotto i colpi della speculazione. C' è un giocatore, ed è risolutivo: è la Germania, che con una strategia nazionalistica rischia di accelerare la fine dell' Unione monetaria. Sembra un' altra «tempesta perfetta», quella che si sta abbattendo sulla Grecia e sull' Europa, sulle Borse e sui bond. Evidentemente non sbagliava il Financial Times, quando all' inizio di febbraio aveva avvertito il mondo: attenzione, gli hedge funds hanno pronti in canna 8-10 miliardi di dollari di posizioni a breve, pronte da usare per la scommessa sul collasso debitorio dell' eurozona. L' attacco è partito. E l' effetto-domino non solo è possibile, ma diventa probabile. Questo bagno di sangue costato 160 miliardi di euro ci insegna due lezioni fondamentali. La prima lezione. I mercati puntano qualcosa, lassù in cielo. Come sempre gli sciocchi guardano il dito e non vedono la luna. Il dito è la Grecia. Un Paese ormai al default. L' ulteriore downgrading del suo debito trasforma i titoli di Atene in «spazzatura». Il governo Papandreou non ha più scampo, precipitato com' è nella micidiale «spirale mercatista». L' indebitamento viaggia verso il 15% del Pil. Il rendimento sui bond a due anni richiesto come «premio di rischio» sfonda il tetto del 13%. Secondo le banche d' investimento americane, è il più alto al mondo sui titoli a breve termine. Più di quello dei titoli dell' Argentina (8%) e del Venezuela (11%). In queste condizioni, più la Grecia cerca risorse sul mercato, più stringe il cappio intorno al collo della sua finanza pubblica. Più cerca di salvarsi, più finisce per soffocarsi. Era tutto previsto. E chi oggi finge di piangere, versa lacrime di coccodrillo. Ma nella logica spietata degli speculatori Atene è un falso obiettivo. Quello vero, cioè la luna che non stiamo vedendo, è immensamente più grande. Si chiama euro. Nel piatto, al tavolo verde in cui si combattono gli stati e i mercati, c' è l' Unione monetaria. Questo dice ... l'offensiva già partita contro il Portogallo. Un Paese che segue lo stesso, inevitabile destino della Grecia. Il rating del suo debitoè già stato declassato. Il rendimento dei suoi titoli decennali è già schizzato oltre il 5%, e il premio di rischio richiesto dai mercati ha fatto impennare lo spread sui titoli tedeschi fin quasi ai 70 punti base. È vero che il governo di Lisbona conta su un deficit pari «solo» al 9,4% e su un debito «limitato» al 77% del Pil. Ma è anche vero che sconta una crescita nulla e una competitività bassissima. In altre parole: il Portogallo è la prossima vittima sacrificale. Ma fin qui saremmo al default di due economie periferiche dell' eurozona. Il disastro può cominciare subito dopo. Tragedia greca, fado portoghese e in sequenza dramma mediterrraneo. Nella lista nera degli speculatori sono già iscritti Spagna e Italia. Le prime tensioni all' asta dei Bot di ieri sono un campanello d' allarme molto preciso. Ma qui il quadro cambia radicalmente. «Pigs» o non «Pigs», stiamo parlando della terza e della quarta economia di Eurolandia. Paesi considerati «too big to fail», cioè troppo grandi per fallire perché «too big to bail out», cioè troppo grandi per essere aiutati. Ma è chiaro che, se e quando toccherà a Madrid e a Roma, saremmo già a discutere di un altro mondo e di un' altra Europa. Uno spazio politico ed economico, cioè, nel quale l' euro come è stato fondato nel ' 98 e come lo abbiamo conosciuto in questi dieci anni non esisterà già più. È questa la luna, che la speculazione ha preso di mira. I mercati stanno scommettendo sul collasso dell' Unione monetaria. E la notizia è che stanno vincendo. E qui sta la seconda lezione. I mercati stanno vincendo perché gli stati stanno sbandando. E un Paese, soprattutto, sta sbandando più degli altri. L' asse franco-tedesco che ha guidato l' Europa nei momenti cruciali è crollato. Lo spirito di Maastricht, pur con i suoi parametri «stupidi» o intelligenti che fossero, unì a suo tempo Kohl e Mitterrand mentre oggi divide la Merkel dal resto del Continente. Il tracollo greco, con gli euro-deliri innescati dal piano di aiuti malee forse mai digerito dai tedeschi, sta disvelando l' altra faccia della Germania. Una nazione ripiegata su se stessa e guidata dal suo esclusivo interesse nazionale. Nella tempesta perfetta di questi mesi la posizione tedesca è «coerente ma sbagliata», come ha scrittoa metà marzo Wolfgang Munchau. Per ragioni costituzionali, prima ancora che per opzioni politiche, punta alla stabilità dei prezzi e alla disciplina di bilancio. Dunque non vuole sentir parlare di aiuti. L' 86% dei tedeschi è contrario al prestito da 8,4 miliardi di euro alla Grecia che competerebbe alle casse federali secondo l' accordo firmato all' eurogruppo due domeniche fa. Al contrario di quanto accadde nei momenti più belli della storia tedesca degli ultimi due decenni (dalla riunificazione EstOvest in poi) la Germania di oggi affronta le sue responsabilità verso l' Europa con un approccio egoistico e unilaterale. Il paradosso di queste settimane di crisi sulla Grecia e sui mercati è che ogni decisione comune è stata condizionata dal governo di Berlino non in base all' enormità della posta in gioco, l' unione monetaria come fattore di stabilità internazionale, ma a una scadenza elettorale come fattore di stabilità interna: il voto in Nord Reno-Westfalia del 9 maggio prossimo. Persino il vertice europeo convocato d' urgenza ieri, in predefault della Grecia e in pieno collasso dei mercati finanziari, è stato posposto a questo appuntamento tutto «domestico». Il governo Merkel, spostato a destra dai liberali di Guido Westerwelle, non può e non vuol dare alla sua opinione pubblica l' impressione di cedere ai soliti «latinos», cioè i Paesi lassisti e irresoluti del Club Med. In realtà, questa volta, la vera irresponsabilità non abita nelle cancellerie dei «Pigs», ma piuttosto nella cancelliera di Berlino. Con il suo atteggiamento da «europeista riluttante», la Germania ha fornito armi formidabili alla speculazione arrembante. Come insegnano le disastrose esperienze dei primi Anni ' 90, gli Stati nazionali hanno una sola possibilità di resistere alle aggressioni dei mercati finanziari: agire con una sola testae un solo braccio,e costruire un muro granitico intorno alla propria economia e alla propria valuta. Quando questo non accade, come successe poco meno di vent' anni fa alla sterlina e alla lira, si fa la fine degli oriazi e dei curiazi (per ripetere un' efficace definizione dell' epoca di Carlo Azeglio Ciampi). È quello che rischia di ripetersi anche oggi. Se Eurolandia non è in grado di darsi regole uguali e condivise per la disciplina dei conti pubblici, la stabilità dei prezzi, la competitività dell' economia, allora l' euro alla lunga non può reggere. Gli speculatori di tutto il mondo lo capiscono, e per questo azzannano come una muta di cani gli esemplari più deboli del branco. I governanti e i cittadini tedeschi lo temono, e per questo sembrano già proiettati su un' idea «altra» dell' eurozona. Non più un' Unione allargata a 16 Paesi, con una moneta unica che non può contenere né esprimere la forza di nazioni sovrane troppo diverse tra loro. Ma un' Unione ristretta solo a quei Paesi che accettano norme comuni sul rigore contabile e il controllo dell' inflazione. In questo scenario non avremmo più una moneta unica, ma due. Un euro di serie A per i Paesi del Nord a maggiore virtù fiscale, e un euro di serie B per i Paesi del Sud a minor tenuta finanziaria. Inutile dire dove finirebbe l' Italia, a sua volta spaccata tra una ricca Padania e un depresso Mezzogiorno. Economisti tedeschi e banchieri anglosassoni come Taylor Martin lo hanno teorizzato apertamente, trovando addirittura un nome alle due nuove valute: il «neuro» e il «sudo». Sembra un gioco, ma non lo è affatto. I governi d' Europa non l' hanno capito. Continuanoa scherzare sotto il vulcano.
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica

«Soldi in nero con 80 assegni per l’immobile di Scajola»

I pubblici ministeri di Perugia rilanciano e svelano le nuove carte. Il ricorso contro l’ordinanza del giudice che ha respinto la richiesta di arresto del commercialista Stefano Gazzani, dell’architetto Angelo Zampolini e del commissario dei Mondiali di nuoto Claudio Rinaldi — indagati per aver partecipato alle attività di corruzione e riciclaggio nella gestione degli appalti per i Grandi eventi — elenca i riscontri alle accuse. Individua la traccia dei conti esteri intestati ai funzionari pubblici. Ricostruisce il percorso dei soldi utilizzati dal costruttore Diego Anemone per acquistare, tra il 2004 e il 2006, gli appartamenti poi intestati all’attuale ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola e al generale della Guardia di finanza Francesco Pittorru, al quale l’imprenditore chiedeva di tenerlo aggiornato sullo sviluppo delle inchieste avviate sul suo conto.
E così contesta la decisione secondo cui non è competente la Procura di Perugia: «Tutti i reati di cui si discute appaiono di competenza di questa autorità giudiziaria per la loro connessione con il reato associativo del quale è concorrente esterno anche il magistrato Achille Toro», il cui coinvolgimento aveva determinato il trasferimento in Umbria dell’inchiesta avviata due anni fa a Firenze. In particolare i magistrati ritengono che i tre siano inseriti in quella «cricca » di cui fanno parte l’ex provveditore alle Opere pubbliche Angelo Balducci, il suo successore Fabio De Santis, il funzionario delegato alla gestione del G8 a La Maddalena Mauro Della Giovampaola e lo stesso Anemone, che sarebbe riuscito ad accaparrarsi la fetta più grossa dei lavori. E per questo chiedono ai giudici del Riesame, che decideranno l’11 maggio, di riconoscere la loro titolarità a proseguire le indagini e disporre la cattura degli indagati.
Le ammissioni dell’architetto
Zampolini, interrogato la scorsa settimana, ha confermato il passaggio dei soldi transitati sul suo conto che era già stato ricostruito nei dettagli dalla Guardia di finanza, specificando di aver ricevuto da Anemone il denaro. Ma ha detto di non conoscere per quale motivo fossero stati acquistati immobili poi intestati al politico di Forza Italia e all’ufficiale delle Fiamme gialle in servizio presso l’Aisi, il servizio segreto civile. Del trasferimento delle somme all’estero destinate ad Angelo Balducci e Rinaldi si sarebbe invece occupato Gazzani. I pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi accusano i due funzionari di aver «autorizzato i lavori di implementazione del Salaria Sport Village di proprietà dello stesso Anemone e di Filippo Balducci (figlio del funzionario, ndr) abusando dei poteri connessi alla loro carica, in violazione della legge che gli stessi poteri prevedeva e a favore della società che ne traeva un indebito risparmio ... quantificato in 9 milioni di euro. Atto in relazione al quale ricevevano dalla parte privata la corresponsione di denaro per una somma allo stato non determinata che veniva girata in conti esteri intestati ai pubblici ufficiali». In particolare Rinaldi avrebbe ricevuto soldi su un conto aperto a San Marino, ma il suo avvocato Titta Madia spiega di aver «già depositato una memoria che dimostra come quei soldi, depositati da sua madre, non fossero affatto destinati a lui».
Le case regalate
La prima operazione per l’acquisto di un immobile risale al 6 luglio 2004. I magistrati l’hanno ricostruita nei dettagli. Quel giorno «Zampolini versa 900 mila euro in contanti su un conto dell’agenzia 582 della Deutsche Bank di Roma». Subito dopo «ottiene l’emissione di 80 assegni circolari all’ordine di Barbara e Beatrice Papa per valuta corrispondente, per l’acquisto nell’interesse di Claudio Scajola di un immobile intestato al suddetto». Accusano i pubblici ministeri: «In questo modo trasferiva denaro e compiva operazioni tali da ostacolare l’identificazione della loro provenienza da delitti contro la pubblica amministrazione». Secondo le verifiche compiute dalla Guardia di finanza la casa sarebbe costata circa un milione e mezzo di euro e la somma gestita dall’architetto sarebbe stata versata «in nero». L’indagine mira adesso a verificare per quale motivo Anemone abbia deciso di comprare un appartamento di prestigio per Scajola, all’epoca ministro dell’Attuazione del programma, dopo essere stato ministro dell’Interno fino al 2 luglio 2002 quando si era dimesso dopo la pubblicazione di sue frasi offensive nei confronti di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato a Bologna dalle Brigate rosse.
Ma Guardia di finanza e carabinieri del Ros devono verificare se il passaggio dei soldi possa essere legato proprio agli appalti che lo stesso Anemone aveva ottenuto dal Viminale. Il ministro Scajola si dice «disgustato per la violazione del segreto istruttorio». Lo stesso meccanismo per il trasferimento del denaro Zampolini lo aveva già utilizzato il 2 aprile 2004. In quel caso l’architetto aveva «versato 285 mila euro in contanti presso la stesso istituto di credito e ottenuto l’emissione di 29 assegni circolari all’ordine di Monica Urbani per valuta corrispondente, per l’acquisto nell’interesse di Francesco Pittorru da destinare a Claudia Pittorru, figlia del suddetto». Anche due anni dopo, esattamente l’8 giugno 2006, Zampolini si occupa di un acquisto per conto del generale. Infatti «versa 520 mila euro sul conto corrente e ottiene assegni circolari all’ordine di Rosa e Daniela Arcangeletti, Rosa Anna e Nello Ruspicioni per l’acquisto di un immobile intestato allo stesso Pittorru e alla moglie Anna Maria Zisi».
Il finanziamento dei film
Nel registro degli indagati di Perugia è finito anche Lorenzo Balducci, il figlio attore del provveditore alle Opere pubbliche, per alcuni affari gestiti con Gazzani. Reato contestato: riciclaggio. In particolare il commercialista è accusato di aver «fatto versare denaro in contanti pari a un milione e duecentomila euro dal cognato Achille Silvagni intestato alla società "Stefano Gazzani Communications srl" di cui Silvagni è amministratore unico e facendo poi emettere assegni per un totale di un milione e centomila euro intestati alla Blu International. Compiva operazioni tali da ostacolare l’identificazione della loro provenienza da delitti contro la pubblica amministrazione poiché destinatario finale della somma appare essere stato Lorenzo Balducci che la Blu International aveva contrattualizzato per il film Uccidimi, opera mai realizzata». Proprio al giovane, l’architetto Zampolini avrebbe provveduto a intestare un appartamento acquistato nel 2004. Si legge nel capo di imputazione: «Versava sul proprio conto corrente della Deutsche Bank agenzia 582 denaro contante per 435 mila euro che nei giorni successivi permetteva l’emissione di assegni all’ordine di Manfredi Geraldini per valuta corrispondente, per l’acquisto nell’interesse di Angelo Balducci di un immobile intestato a Lorenzo Balducci».
Le false fatture
Tra i destinatari di soldi gestiti dal commercialista ci sono altri pubblici ufficiali, tra cui Della Giovampaola. I magistrati contestano al professionista «di aver emesso nel corso dell’anno 2009, in concorso con Michele D’Amelio legale rappresentante della società "Mi.Da", fatture relative a operazioni inesistenti in favore di Della Giovampaola, Caterina Pofi, Valerio Sant’Andrea per un importo complessivo di 1 milione e 120 mila euro». Le fatture avevano come oggetto collaborazione professionale prestata con riferimento ai lavori realizzati nell’ambito delle opere realizzate per il G8 a La Maddalena, emesse al solo fine di documentare costi inesistenti per abbattere il reddito imponibile degli utilizzatori. Di fatto tutti hanno agito su consiglio e istigazione di Gazzani in qualità di commercialista, che procacciava la società nel cui nome emettere le fatture false e che provvedeva alla gestione del fittizio pagamento degli importi fatturati, che in realtà venivano restituiti ai soggetti utilizzatori, decurtati dall’Iva ». Di questi soldi le fatture per Della Giovampaola sono tre, ognuna per un imponibile di 250 mila euro e dunque per un totale di 750 mila euro.
Fonte: Fiorenza Sarzanini - Corriere della Sera

Il buongoverno della Lega è lo spot che nasconde il peggio

L’altro giorno passavo lungo una valle alpina, una valle che era stata della Resistenza partigiana, mille secoli prima dell’eresia di Fra’ Dolcino, una valle di povere e splendide architetture, di un Calvario “illustrato” cinquecento anni fa da un eccelso scultore e pittore, Gaudenzio Ferrari. All’ingresso del paese più importante, Varallo Sesia (provincia di Vercelli), mi ha aggredito tra il verde un gigantesco cartello dove su immaginette da pessimo fumetto campeggiava un “divieto”: “No burka e niqab. No vu cumprà”. Con tanto di croce sopra. Si specificava: cinquecento euro di multa per i contravventori. In base a quale legge? Contro la Costituzione… Mi sono ricordato dei ritrattini degli ebrei, secondo i “caratteri tipici” su qualche “giornale della razza”. Con un’altra croce addosso.
L’autore di quella cartellonistica stradale si chiama Gianluca Buonanno ed è il sindaco di Varallo. Alcuni anni fa inventò l’assessorato alla dieta (premiando gli anoressici), in seguito distribuì lungo le strade sagome di vigili urbani ritagliati nel legno per scoraggiare gli automobilisti impertinenti. Buonanno è un sindaco leghista, naturalmente. Lascio il Piemonte, un lato della Padania. Potrei puntare a Coccaglio (operazione White Christmas). Mi fermo ad Adro, perché nella puntata di Annozero (ne abbiamo scritto) purtroppo è andata sfumata nell’intervista al sindaco una battuta. Spiegava il sindaco: “Se vado a Roma e non mi piace, io vado via. Se a loro non piace qui, prego s’accomodino”. Logico, no? Padroni a casa nostra: fora di ball . Sono piccole orribili storie che riassumono il “buongoverno locale” del Carroccio.
Attenzione: il “buongoverno” è una voce che si è diffusa, è uno spot, un luogo comune. Sono episodi, tra Varallo e Adro, che ... s’uniscono invece nella strategia della punizione o, peggio, della terra bruciata. In quanti film abbiamo ascoltato quella minaccia: “Ti farò pentire d’esser nato…”. La politica, il buongoverno, l’amministrazione quotidiana in una società civile, animata da una cultura (o da una religione) del rispetto umano, dovrebbero essere un’altra cosa, dovrebbero parlare un’altra lingua. Il leghista vittorioso e arrogante ha in testa che gli immigrati si pentano di essere immigrati. Nega la solidarietà, nega persino la circostanza che quegli immigrati mandano avanti fonderie o concerie (a Brescia dovrebbero saperlo), curano i vecchi e i bambini, ci assistono negli ospedali, e pagano le tasse, aiutando questo paese. Il potere logora: libera i fantasmi più neri, se non c’è opposizione politica, se non sopravvive neppure l’illusione della morale, se scompare persino la vergogna.
Fonte: Oreste Pivetta - L'Unità

Se per rivolgere il «buongiorno» è necessario un ordine di servizio

«Non so voi, ma io sogno un paese dove buongiorno vuol dire buongiorno», diceva Cesare Zavattini. Ma era una metafora. Viviamo in tempi maleducati: oggi chi saluta è quasi un benemerito. Ai dipendenti del Comune di Gavardo, nel Bresciano, il saluto adesso viene chiesto di farlo con un ordine di servizio, preceduto da un'avvertenza: quando si pronuncia la fatidica parola ci si deve alzare in piedi. Meglio dare anche un' occhiata all'orologio: nelle ore post meridiane, specifica l'ordinanza, «bisogna dire buonasera». Chissà se questo surreale bon ton municipale contribuirà ad alzare il tasso di cortesia nel palazzo comunale.
Di sicuro metterà a posto la coscienza del segretario generale, autore del proclama da caserma affisso in bacheca e spedito a tutto il personale, specificando (cavallerescamente) che si tratta di «egregi signori» e «gentili signore». Non è finita qui. Il contegno del personale e le modalità di comportamento nel municipio di Gavardo prevedono l'obbligo di effettuare il saluto militare per gli appartenenti alla polizia locale, «riconoscendo a vista», possibilmente, «il grado o l'autorità di chi gli si presenterà davanti». Scritto, timbrato e firmato con una postilla finale: «Ogni violazione di tali disposizioni potrebbe costituire illecito disciplinare». Possiamo pensare all'eccesso di zelo, all'esagerazione di un funzionario affezionato agli antichi riti purtroppo perduti, a chi dice «prego» alle signore prima di passare ad una porta, o «scusi», quando in una coda si ... sgomita un po'. Ma nell'atto, immaginiamo provocatorio, del segretario comunale di Gavardo, si può leggere il disagio per la progressiva erosione delle regole che contagia la nostra vita quotidiana. La mancanza di buone maniere la riscontriamo ogni giorno sui bus, in tram o nelle strade, dove gli indisciplinati sono anche i più aggressivi. Affidare però a un'ordinanza la buona educazione non è un bel segnale, sembra di tornare all'epoca in cui si vedevano nei bar questi cartelli: vietare sputare per terra. Siamo messi male se per dire buongiorno, a Gavardo, qualcuno si è ridotto a chiederlo non per piacere, ma per legge.
Fonte: Giangiacomo Schiavi - Corriere della Sera

giovedì 29 aprile 2010

Renzi: "Né inciucio né dialogo e lasciamo perdere l'inaffidabile Fini"

No all'inciucio, sì alle emozioni. No a Fini, sì a un Bersani "che non si fa trascinare nel dibattito del Pdl". No a Mario Draghi o Luca di Montezemolo "alle logiche politiciste nella scelta del leader", sì a Nichi Vendola "che piace anche a mio padre, cattolico e vecchio democristiano". Matteo Renzi, sindaco di Firenze, risponde al telefono da Chicago, la città di Obama. È solo una coincidenza, per il momento. Il consigliere del presidente americano Rahm Emanuel ha riunito per una conferenza 20 sindaci di grandi città europee.
Perché il Pd non dovrebbe aprire la porta a un patto repubblicano con Fini se questo può servire a destabilizzare la maggioranza?
"Perché noi dobbiamo stabilizzare il Pd, non preoccuparci degli altri. Perché dobbiamo uscire dalla sudditanza psicologica. E perché Fini è un interlocutore assolutamente inaffidabile".
Non crede alla sua svolta?
"Fini doveva fare la rivoluzione e oggi dice che fa un seminario. Doveva fare una corrente e farà uno spiffero. Doveva portare Berlusconi alla realtà e per adesso Berlusconi lo ha riportato alla lealtà. Per 17 anni ha fatto Cip e Ciop con il Cavaliere, ha votato tutte le leggi ad personam senza un sussulto. E siccome si parla tanto di memoria storica, ricordo bene le sue gitarelle in Europa con Le Pen. Ma la vogliamo smettere di farci del male. Se Bersani ci costringe a discutere di riforme e di patto repubblicano, ci addormenta tutti".
Bersani però di riforme non vuole parlare. Le considera impossibili con Berlusconi.
"Meglio così. Io lo difendo e non sparo sul quartier generale. Dico che tutti insieme possiamo fare la strada non solo per vincere ma per cambiare il Paese. Senza discutere di riforme, per carità, che non interessano nessuno. Il titolo V fa venire ... i brividi alla gente. Bersani carichi la sveglia e costringa su due tre punti il nostro popolo a muoversi e il governo a rincorrere. Non si preoccupi del ceto politico ma di ridare dignità alla politica".
Sono proprio quei due tre punti che il Pd fatica a identificare. Quali sono per lei?
"Dimezzamento del numero dei parlamentari e sia Bersani a porre il tema in Parlamento. Nuovo Welfare, città e tasse. Per parlare al mondo dei più giovani. Io a Firenze faccio pagare di più le mense scolastiche ai ricchi e ho tolto la retta ai cassintegrati. Mentre il Pdl sulla riforma fiscale ci prende per il naso da anni. Sono due esempi. Ma bisogna cominciare a parlare il linguaggio del Paese, non con quello degli iniziati. Eppoi basta con il tristismo della sinistra. Quando andiamo in televisione sembra che ce l'ha ordinato il dottore di fare politica".
Una soluzione sarebbe scegliere adesso il leader?
"Non scanniamoci sul leader, non ripetiamo gli errori del passato. Abbiamo altro da fare. Poi, sei mesi prima del voto si facciano le primarie. Altrimenti il pericolo è scadere nella tecnocrazia o nel politichese. Ripeto: meglio Nichi Vendola di Mario Draghi o di Montezemolo".
Lei però ha cominciato il dopo regionali scannandosi con Nicola Zingaretti.
"Ho fatto una dichiarazione, lui ha risposto con una lettera velenosa. L'ho invitato a Firenze, ci mangiamo una bistecca al sangue e tutto finisce".
Alle volte dà l'impressione di essere un eterno disfattista.
"Il contrario. Sono molto ottimista. Se il Pd è solo il gruppo dirigente c'è da stare preoccupati. Ma se è l'esperienza di popolo, quello non ossessionato da Berlusconi, allora vedo entusiasmo ed energia. Non ce l'ho con Bersani, anzi siamo pronti a dare una mano. Ma al Pd non al disegno di Fini".
Fonte: Repubblica

Zavoli: "La credibilità è crollata non si rispettano autonomia e qualità"

Il caso Ruffini è solo la punta dell'iceberg. La Rai è ormai "una pulzella promessa" che dice sì "alle pretese di tutti i pretendenti". La commissione di Vigilanza vede "distorti" da Viale Mazzini i suoi atti di indirizzo e viene da chiedersi se "la sua autorevolezza possa risolversi in un rito esortativo". Il quadro descritto da Sergio Zavoli, popolarissimo giornalista tv, senatore del Pd e presidente della commissione parlamentare che vigila sulla Rai, ha contorni drammatici. Con la gestione dell'attuale centrodestra, la tv di Stato non rispetta più niente: la sua autonomia, la sua capacità di critica, "neppure i vecchi, prudenti linguaggi".
Una delibera del cda disattesa, una soluzione che non accontenta nessuno. E Ruffini dice: contro di me c'è una discriminazione politica. È così?
"In Rai c'era e c'è un problema di fondo: l'assenza, o l'imperfezione, o il rifiuto della regola. La quale viene prima del consenso. Ne consegue che il pacta sunt servanda, così spesso trasgredito, rischia d'essere una citazione sapienziale ormai a buon mercato. Ma nel caso nostro va anche detto che quando i patti non sono rispettati la prima causa cui doversi richiamare non è tanto la regola quanto l'idea che un "servizio pubblico" - ignorando la doverosità, la puntualità e la funzionalità del suo compito - possa impunemente tradursi in un grave danno inferto alla credibilità dell'istituzione".
Ruffini ha avuto una collocazione adeguata?
"La sua è una vicenda che nessuna grande organizzazione imprenditoriale può permettersi: ciò che è successo si sottrae a valutazioni di principio, men che meno manageriali. È la licenza di un'azienda che sta smarrendo una sua autonoma facoltà ... critica".
Sia lei sia Paolo Garimberti, presidenti di garanzia, avete molte difficoltà ad esercitare le vostre funzioni. Quale ruolo può avere la minoranza schiacciata dalla logica dei numeri?
"Poter esercitare un legittimo potere con la forza dei numeri non esclude affatto il coinvolgimento dell'opposizione. Non ricorro all'abusato argomento della dittatura delle maggioranze: mi limito a dire che rinunciare all'allargamento del consenso è una pregiudiziale abdicazione a un ulteriore tasso di democrazia, che conferirebbe un'aria di vaga infondatezza al proposito di coinvolgere l'opposizione nelle riforme".
Basterebbe una riforma della Rai per tirar fuori la politica da Viale Mazzini?
"Per tirar fuori la politica dalla Rai - s'intende dall'occupazione dell'azienda - occorre cominciare da una Rai che voglia tirarsi fuori da una sua ormai insostenibile, paradossale contraddizione. Questa è radicata nella più comoda e reciproca delle garanzie: il compromesso - poco nobile intellettualmente, culturalmente, aziendalmente - rinnovabile a ogni cambio di governo attraverso il citatissimo spoil system, ma soprattutto quella ingegneria combinatoria che si chiama "lottizzazione", la più pigra e matematica delle soluzioni adottate con il consenso dell'azienda. Il pluralismo non è una somma di "legittime faziosità". Perciò la storia e il prestigio della Rai meritano un colpo d'ala anche al suo interno. Comunque, il primo passo spetta alla politica. Dovrà opporsi all'idea ormai invalsa di un'azienda che non rispecchi i principi dell'autonomia e della responsabilità, della competenza e della qualità".
La commissione non ha gli strumenti per intervenire?
"Le giro io un'altra domanda: è ragionevole credere che la Commissione possa fare un "miracolo" al giorno (tranne quando la disputa partitica obbedisce a specialissimi input, come è successo di recente nella controversia sui talk show) se, non avendo poteri vincolanti, il suo indirizzo può essere disatteso dall'azienda, oppure distorto, vanificando così ogni effetto riparatore della commissione? Noi abbiamo fatto dei seminari e caveremo dei materiali per rispondere ai problemi della qualità e del pluralismo. Ma si pone un legittimo interrogativo sull'autorevolezza di un organismo parlamentare, per giunta bicamerale, che non può certo risolvere il suo ruolo in un rito esortativo".
Al Tg1 i giornalisti sono sul piede di guerra contro Minzolini, le intercettazioni di Trani dimostrano le pressioni del Cavaliere sulla Rai. È la notte della tv di Stato?
"Andiamo con ordine. La più grande testata italiana, sottoposta a varie scosse telluriche, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare, insieme con la sua identità, una parte dell'ascolto tradizionale. Intercettazioni: voglio credere che il ministro Alfano sia disposto a ripensare le norme del suo disegno di legge, in discussione al Senato, lesive della libertà di cronaca e del diritto-dovere di informare. Trani: quelle telefonate si commentano da sole, non occorre che aggiunga altro, se non una personale amarezza".
Fonte: Goffredo De Marchis - Repubblica

L' EURO DIVENTA SCUDO DI VETRO

La crisi d'insolvenza della Grecia è diventata nelle ultime due settimane una crisi di liquidità. È un' accelerazione e insieme un salto di qualità della crisi, di cui l' Europa porta una responsabilità non irrilevante. Intervenendo subito si sarebbe potuto evitare questa nuova escalation, pagando un costo molto più contenuto per uscirne. Non è più solo una crisi di insolvenza. Nelle ultime due settimane il mercato dei Cds, Credit Default Swaps, le assicurazioni contro il rischio di ripudio del debito è rimasto relativamente tranquillo. Ma sono schizzati verso l'alto i rendimenti dei titoli di stato. Il governo greco fatica sempre più a trovare qualcuno disposto a comprarli. Oggi è costretto ad offrire tassi vicini al 10 per cento. Si tratta di più di 10 euro all' anno in termini di potere d' acquisto per ogni cento investiti, dato che i prezzi in Grecia stanno calando. Quando si pagano interessi così alti su un debito pari al 125 per cento del prodotto interno lordo, è impossibile stabilizzare il rapporto fra debito pubblicoe pil. Per farlo bisognerebbe varare una manovra correttiva (più tasse e meno spese) pari a un quinto del reddito nazionale e sperare che in questo contesto l' economia non crolli più dell' 1 per cento. Mission impossible. Per questo la Grecia ha deciso di chiedere l' aiuto promesso dall' Europa. Non può più farcela da sola. I margini per evitare un ripudio del debito pubblico greco sono stati fin dall' inizio molto ristretti, Ma adesso è diventata una vera e propria corsa contro il tempo. Questione di giorni non più di mesi. Quando si attraversa una crisi di liquidità non basta più assicurare i mercati sul fatto che ci sarà un intervento esterno. Bisogna che questo intervento si manifesti subito, fornisca prestiti a condizioni meno onerose per evitare che la Grecia si metta su di una spirale esplosiva. Accanto alla fuga dai titoli nelle ultime settimane si è tra l' altro generata anche una fuga dai depositi bancari, con capitali frettolosamente trasferiti all' estero nel timore di un' uscita della Grecia dall' euro. L' aggravarsi della crisi ha fatto lievitare i costi del salvataggio. Fin quando la Grecia pagava il 6 per cento sul debito ... pubblico, fino a un mese fa, l' Europa poteva limitarsi a fornire prestiti con agevolazioni del 3 per cento sui tassi di interesse del mercato. Avrebbe comportato al massimo un sussidio pari all' uno per mille del prodotto interno lordo dell' unione monetaria. Coi tassi di mercato attuali, il costo dell' operazione di salvataggio è quasi raddoppiato. Di fronte alla richiesta esplicita del Governo greco, l' Europa sta però dimostrando in queste ore che l' aiuto europeo era poco più di una promessa. Come riferito in altre pagine di questo giornale, la Germania vuole aspettare il dopo elezionie poi ci vorranno comunque altri 10 giorni prima di rendere il prestito operativo. Da qui al 19 maggio sono previste emissioni per 9 miliardi di titoli greci, circa tre punti e mezzo di pil. Certo, è difficile per la Merkel convincere i propri concittadini ad aiutare un paese che ha sistematicamente truccato i conti pubblici. Ma gli stessi cittadini non saranno oggi contenti di sapere che dovranno alla fine pagare un conto ancora più salato di quello che avrebbero trovato sul piatto nel caso di un intervento più tempestivo. Erano stati adeguatamente informati di questo rischio? Legittimo nutrire qualche dubbio. Il nostro paese deve ora prepararsi ad uno scenario in cui lo scudo dell' Euro sarà sempre più tenue. Uno scudo di vetro ora che il Re è Nudo. Per rassicurare i mercati il nostro Paese dovrà ora convincerli che può tornare a crescere, condizione fondamentale per stabilizzare il debito pubblico. Non basta tenere stretti i cordoni della borsa. Bisogna far sì che le previsioni del Fondo Monetario sulla crescita italiana non si avverino. Implicano che il nostro debito salirà a livelli greci (125 per cento del prodotto interno lordo) nel 2015. All' obiettivo di tornare a crescere bisognerebbe consacrare oggi ogni attenzione. Invece si litiga su come redistribuire le sempre minori risorse disponibili fra Nord e Sud.
Fonte: Tito Boeri - Repubblica

Crisi, siamo su una polveriera pronta ad esplodere

Negli ultimi due anni il dibattito politico in Italia si è concentrato, e spesso è stato monopolizzato da argomenti che per quanto importanti poco hanno a che vedere con le preoccupazioni e le aspettative di fondo degli italiani. I temi economici e sociali sono stati tenuti al margine dell’agenda politica per responsabilità, ma anche per interesse specifico della maggioranza e del governo.
In Italia coesistono oggi e si sovrappongono elementi di crisi strutturale che vengono da lontano e gli esiti della crisi finanziaria internazionale. I dati disponibili forniscono un quadro impressionante e preoccupante: negli anni della crisi: 2008 e 2009 il PIL italiano si è ridotto del 6,3%, che va confrontato col –3,5% dei paesi della zona euro, il -2,9% dei paesi Ocse, il -2% degli S.U. (l’epicentro della crisi); il -3,8% della Germania.
In sostanza l’Italia – contrariamente a quanto ha sostenuto
ossessivamente il governo, ha fatto peggio di tutti gli altri. In conseguenza il Pil pro capite italiano è tornato al livello del 1999, il livello di 10 anni fa: mentre gli altri paesi arretrano in conseguenza della crisi di uno o due anni, in Italia anche a causa della bassa crescita realizzata negli anni passati, le perdite recenti ci riportano a un passato ormai remoto.
Tutto ciò rafforza un processo di impoverimento degli italiani ormai in corso da tempo: se poniamo pari a 100 il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto dei 27 paesi dell’Unione europea possiamo verificare che nel 2000 l’indice dell’Italia risultava pari a 117, di poco inferiore a quello Francia, Germania e Regno Unito, per il 2010 lo stesso indice è previsto al livello di 98,6, molto distante ormai da quello dei grandi paesi europei e più prossimo al 95,6 della Grecia, o la 93,4 di Cipro.
Di tutto ciò la gente è inconsapevolmente consapevole, quindi è spaventata, e bisognosa di rassicurazione e protezione e le cerca dove ritiene di poterle trovare; purtroppo non presso l’attuale opposizione. L’impoverimento relativo dell’Italia è l’effetto di un lungo periodo di ... bassa crescita economica, causata a sua volta da un modestissimo aumento ( e in riduzione nel corso del tempo) della produttività: tra il 2000 e il 2005 l’aumento della produttività è risultato infatti solo dello 0,1%. Bassa produttività significa (è bene ripeterlo) bassa crescita economica e progressiva perdita di terreno rispetto agli altri paesi.
A ciò si aggiunge la situazione dei conti pubblici e del debito pubblico che è andata peggiorando sistematicamente durante i governi della destra, tanto che il surplus primario si è trasformato in deficit, e la spesa primaria che era scesa al livello minimo del 39,9% nel 2000 ha raggiunto il 48% del Pil nel 2009, mentre per il 2010, in assenza di correzioni si prospetta un disavanzo di quasi un punto superiore a quanto ipotizzato dal governo, e un debito che torna ai livelli dei primi anni ’90, vanificando gli sforzi di un decennio, e riproponendo ex novo la questione del risanamento finanziario. Poiché il Fmi prevede che a causa degli elevati livelli dei disavanzi e del debito pubblico provocati dalla crisi in tutti i paesi, i tassi di interesse sono destinati a salire di 2 punti, ciò significa per l’Italia una possibile crescita della spesa corrente ( e del deficit) nei prossimi anni di 2- 2,5 punti di Pil.
I dati sulle forze di lavoro mostrano che la disoccupazione, se si tiene conto dei lavoratori che sono usciti dal mercato e di quelli in cassa integrazione, raggiunge ormai l’11%. Infine la vicenda della Grecia indica che negli anni del dopo crisi occorrerà fare i conti non solo con i disavanzi interni, ma anche con quelli esteri. E l’Italia insieme a Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda presenta un deficit rilevante e crescente della bilancia dei pagamenti ( oltre 2 punti di PIL) che era in pareggio nel 2000.
Deficit interni e deficit esteri renderanno inevitabilmente necessarie politiche restrittive e deflazionistiche, salvo che l’Europa ( e con essa L’Italia) riprenda una crescita accelerata.
E poiché la correzione in regime di moneta unica non potrà avvenire attraverso una svalutazione della moneta, potrà risultare necessario ridurre il disavanzo pubblico e i redditi delle famiglie con strumenti più tradizionali, visibili e dolorosi (tagli e tasse), senza escludere la possibilità di una riduzione dei salari nominali come fu fatto durante il fascismo (1927) per raggiungere “quota 90”, e come stanno facendo oggi Irlanda e Grecia. Stando così le cose l’assenza di un dibattito serio e onesto sulla situazione economica è un errore gravissimo che sta compiendo la maggioranza e il governo, ma neanche l’opposizione sembra pienamente consapevole della situazione. Il disagio è grande e non è un caso che esso cominci ad esprimersi anche attraverso le divisioni politiche pubbliche ed esplicite all’interno della maggioranza.
Ci aspettiamo dunque periodi difficili. In particolare andrebbe affrontato il problema della politica economica dell’Europa, e della crescita in Europa: non è affatto ovvio che i disavanzi siano un peccato e i surplus una virtù. Analogamente se gli altri paesi (USA, Cina) cercano di pilotare la svalutazione delle loro monete per accrescere le esportazioni non si capisce perché l’Europa debba assistere passivamente alla rivalutazione dell’euro e allo piazzamento delle proprie esportazioni. E ancora che credibilità può avere presso la popolazione europea una politica che ritiene insostenibile una inflazione superiore al 2%, e accetta tranquillamente una disoccupazione del 10 o più per cento?
Vi sono poi le questioni interne: come si aumenta la produttività dell’economia italiana? Negli anni passati abbiamo provveduto a restringere i salari e i costi del lavoro e a sostenere le esportazioni riducendo tasse e contributi: vi è la possibilità di affrontare più direttamente a conclusivamente la modernizzazione del paese? Dobbiamo impegnarci ad aiutare (e indurre) le imprese a raggiungere dimensioni accettabili, o continuare a sussidiare con decine di mld di euro le nostre micro imprese attraverso l’evasione fiscale tollerata e protetta (dalla maggioranza, dal Governo ma anche talvolta inconsapevolmente dalla opposizione)?
Come si affronta il rischio, evidenziato da Fini della disarticolazione del Paese, e della contrapposizione tra nord e sud? Come si risolve il problema del degrado morale del Paese che si traduce in corruzione dilagante, conflitti di interesse irrisolti, ecc?
Si potrebbe continuare. Tuttavia le questioni poste e la loro rilevanza e drammaticità si collegano al dibattito sulle riforme istituzionali. Qui la domanda rilevante è la seguente: per risolvere problemi così gravi che non si riescono ad affrontare da oltre 10 anni perché non è neanche possibile enunciarli nel clima di violenta e artificiale conflittualità in cui viviamo, non può essere utile perseguire un bipolarismo “temperato”, in luogo della contrapposizione violenta e intollerante a cui ci siamo abituati ( e di cui di fatto il Pd è essenzialmente la vittima designata)?
Fonte: Vincenzo Visco - L'Unità