La crisi del Pdl è la fine di un’ipotesi di partito? Non sono ancora chiari gli esiti del conflitto esploso in modo plateale e scomposto tra i due co-fondatori. E se dopo la direzione di giovedì scorso i ritmi del confronto si sono fatti in apparenza meno sincopati e il passo dei protagonisti più lungo e più cauto, la frattura appare profonda e difficilmente componibile.Lo spettacolo offerto dal Pdl non è certo edificante, con la guerriglia interna avviata dalla pattuglia finiana e il presenzialismo televisivo di Fini, a cui fa puntale e velenoso contraltare il Giornale di Feltri.
In ogni caso si assiste al confronto tra due profili, uno reale e l’altro ancora tutto virtuale e da verificare, della destra italiana.
Quella laica ed europea vagheggiata da Fini e quella populista e autoritaria impersonata da Berlusconi. La prima vuole essere nazionale e moderna, ancorata al valore dell’unità d’Italia e rispettosa del principio di legalità.
La seconda fa leva sull’idea distorta di sovranità popolare, in cui il consenso elettorale è una delega in bianco al presidente del consiglio. La prima vuole essere un partito, con tutto ciò che sul piano organizzativo e politico questo termine esige: radicamento e rappresentanza territoriale, pluralismo interno e ruolo di mediazione tra società e istituzioni. La seconda si autodefinisce “popolo”, non conosce articolazioni interne e prende vita agli ordini del capo, padrone anche nel governo. Quello immaginato da Fini è un partito autonomo dall’esecutivo e dagli alleati di governo. La destra berlusconiana ha bisogno della Lega con cui ha stretto un patto di potere suggellato con lo scambio tra il federalismo, nuova bandiera del secessionismo padano, e un presidenzialismo nostrano che premetta al Cavaliere di smontare la democrazia parlamentare.
Ciò che si muove nel polo di centrodestra non può lasciarci indifferenti.
Per diverse ragioni. Innanzitutto perché ci sta a cuore la laicità della politica e dello stato. E invece la destra berlusconiana fa un uso spregiudicato dei valori religiosi e strumentalizza alcune legittime posizioni della Chiesa comportandosi, quando gli conviene, come un partito confessionale che nega di fatto il pluralismo della società italiana.
E cosa produce questa negazione, in termini di convivenza e di democrazia lo abbiamo visto in tante occasioni, dal confronto sui temi della bioetica al rapporto con la nuova realtà dell’immigrazione straniera. Ne guadagnerebbe il paese e la politica, se il presidente della camera fosse il portavoce di una destra più laica aperta alla dimensione multiculturale e multietnica dell’Italia presente e futura.
Avremo presto modo di misurare l’effettiva portata dei convincimenti di Fini, vedremo se riuscirà davvero a correggere gli atteggiamenti xenofobi della maggioranza e a mitigarne l’estremismo verbale e ... legislativo.
Ma noi siamo anche affezionati al bipolarismo. Per questo vorremmo avere a che fare con un centrodestra normale, capace di governare il paese nel rispetto delle regole costituzionali e del principio di legalità. E invece da 15 anni il polo di centrodestra è al servizio del premier che detta le leggi – da quella elettorale al quella sul sistema televisivo, dalla giustizia al condono fiscale – in cui per un verso o per l’altro fa capolino il suo ingombrante conflitto d’interessi.
Ne guadagnerebbe il paese e la democrazia, se il presidente della camera volesse tenere la barra ferma sulla democrazia parlamentare, sulla divisione e l’equilibrio dei poteri, sulle prerogative del capo dello stato, sul valore dell’unità nazionale.
Anche su questo fronte, prima o poi, Fini dovrà dimostrare di fare sul serio. Non basteranno gli equilibrismi verbali e i distinguo tra la fedeltà al programma di governo e la pretesa di autonomia politica.
Registrare ciò che avviene nel Pdl non significa tuttavia rimuovere le differenze culturali e politiche che ci separano da Fini né tanto meno affidargli responsabilità che sono solo nostre. Non significa cercare con lui rapporti privilegiati o peggio incoraggiare la formazione di un fantomatico terzo polo.Fini farà la sua strada, vedremo con quale coerenza e determinazione. Noi abbiamo il nostro progetto. Semmai questa crisi deve spingerci a precisare e affinare il percorso di costruzione di una chiara alternativa culturale e politica a questa maggioranza. Il progetto di un’Italia migliore, più coesa e perciò anche più coraggiosa nelle scelte.
Occorre incalzare la maggioranza, come del resto stiamo facendo, perché dica finalmente quali riforme intende realizzare.
Dove sono le loro proposte? C’è qualcosa oltre l’annuncio di una bozza Calderoli? E quanto costa e cosa significa il federalismo fiscale? Non siamo noi quelli che ostacolano il rinnovamento o si negano al confronto. In realtà nel centrodestra mancano indicazioni puntuali e condivise. Risuonano solo generici appelli alle riforme e al dialogo intercalati a minacciosi ultimatum sulla durata della legislatura.
Vogliono votare? Noi siamo pronti. Racconteremo al paese che la più salda e numerosa maggioranza della storia repubblicana si è dissolta senza aver prodotto nulla. Neppure una riforma per diminuire il numero dei parlamentari e la legge elettorale. Spiegheremo che hanno deciso una prova di forza per conservare i privilegi della casta, quella padana e quella romana, mentre gli italiani cercano di capire come se ne uscire dalla crisi economica.
Il Pd ha avviato il cantiere dell’alternativa intorno all’asse di un’identità forte. Siamo il partito del lavoro. Lavoro per i giovani e le donne, ricerca e innovazione, crescita sostenibile, equità e solidarietà tra le generazioni per un nuovo modello di welfare sono i capitoli di un programma per lo sviluppo e il futuro del paese.
Siamo il partito della Costituzione. Le riforme devono servire ai cittadini, a rendere più efficiente il funzionamento delle istituzioni e più giusta e più solidale la società. Non saremo mai disponibili a manomettere il delicato equilibrio tra i poteri, a modifiche costituzionali che prescindano dalle procedure previste dalla Carta. Siamo il partito dell’Unità d’Italia. Il superamento del divario tra Nord e Sud è il vero banco di prova di una autentica prospettiva riformatrice.
Non saremo mai disponibili a trasformare il federalismo in una secessione strisciante e camuffata. Siamo il partito che può e deve riprendere la bandiera della questione morale.
Per restituire dignità alla politica, riaffermare la sua dimensione di servizio al bene comune, svolto con sobrietà e rigore, nella coerenza tra vita privata e vita pubblica.
Il Pd è nato anche per offrire una risposta positiva e più avanzata alla lunga e difficile transizione italiana. Lo farà tenendo insieme qualità della politica e qualità della democrazia.
Fonte: Rosy Bindi - Europa

















