lunedì 31 maggio 2010
«A tagliare così capaci anche i bambini»
Il segretario del Pd non ha dubbi: il suo partito voterà «no» alla manovra. Di più, Pier Luigi Bersani accusa Tremonti di aver avuto un atteggiamento schizofrenico in politica economica e punta l’indice contro il premier e il ministro dell’Economia, che hanno agito «fuori da ogni logica costituzionale».Onorevole Bersani, il Partito democratico accusa il governo Berlusconi di non aver fatto una manovra strutturale.
«Prima di parlare di questo dobbiamo chiederci perché si fa la manovra. Non può passare in cavalleria il fatto che essa sia il frutto amaro di due anni di politica economica sbagliata».
Beh, veramente è l’Europa che chiede a tutti i Paesi di mettere i conti a posto, non è una sortita di Berlusconi e Tremonti.
«L’Europa fa bene a chiedere di mettere i conti a posto. Ma se non li abbiamo a posto è totale responsabilità del governo. Al contrario degli altri governi europei quello italiano non ha speso nulla né per stimolare l’economia, né per salvare le banche. Per quale motivo ora dobbiamo fare un’altra manovra? Ha detto che andava tutto bene, ci ha raccontato un sacco di frottole e ha aumentato la spesa corrente, diminuito gli investimenti, abbassato la crescita, consentito minori entrate fiscali e non ha fatto nessuna riforma. Questo è il punto da cui partire: quello che hanno raccontato loro presentandoci questa manovra è un insulto alla verità».
Tornando al merito della manovra economica varata dal governo, qual è il suo giudizio, onorevole Bersani?
«Tornando al merito, questa manovra bombarda i redditi medi e bassi, ma non risolve il problema dei conti pubblici, per cui tra un anno, o anche meno, saremo da capo a dodici».
Quali riforme strutturali avreste introdotto voi?
«La riforma del fisco, le liberalizzazioni, riforme che incidano sulla pubblica amministrazione ».
Può fare degli esempi concreti, tanto perché si capisca, altrimenti, come sempre nella politica, si rischia di perdersi nelle parole?
«Prima di tutto spostare il carico su rendite, ricchezze ed evasione e alleggerirlo su imprese, lavoro e famiglie. Quanto alla pubblica amministrazione ci vogliono ... piani industriali, se ad esempio si abolisce il pubblico registro automobilistico ottieni dei risultati. Se fai dei proclami sui fannulloni i risultati non ci sono».
Il presidente del Consiglio sostiene che però il suo governo, nonostante la manovra, ha mantenuto la parola data e non ha aumentato le tasse.
«Che senso ha dire queste cose quando in termini di minori sevizi ho dei tagli alle retribuzioni e tutto finirà addosso alle tasche dei redditi medi e bassi? Oppure quando non dai più un’occhiata a quel che fanno le assicurazioni, al prezzo della benzina o alle farmacie? La verità è che questo governo non ha mai avuto una politica economica, ma solo una politica di bilancio che è cosa assai diversa. Anche un bambino è capace di fare i tagli lineari».
La manovra economica del governo Berlusconi «toglie» anche alle Regioni e agli enti locali. Il giudizio del suo partito su questa operazione?
«È un’operazione che si rivelerà o una catastrofe o un’illusione. Vuol dire togliere soldi all’istruzione, alla formazione professionale, ai servizi sociali, alle piccole imprese e ai trasporti. Uno che ha i redditi di Berlusconi non avrà niente di cui preoccuparsi ».
Altro capitolo cruciale, le pensioni. Non sarebbe ora di allungare l’età pensionabile, o non si può dire perché si teme il giudizio degli elettori?
«Il vero problema è un altro: c’è un’intera generazione che rischia di non avere una pensione dignitosa. Bisogna rivedere il sistema e, a parità di costi, impostare le cose per ottenere che anche questa gente abbia una pensione dignitosa in futuro».
A questo punto, onorevole Bersani, visto i giudizi che ha dato finora, sembra inutile chiederle se vi asterrete sulla manovra.
«Quando un sarto per due anni sbaglia il vestito noi non ci aspettiamo che con delle correzioni, anche positive, il vestito possa andar bene. Certo, in Parlamento presenteremo le nostre correzioni, partendo dall’idea di ottenere delle risorse dai redditi da capitale finanziario e utilizzarle per detassazioni finalizzate all’assunzione di giovani a tempo indeterminato e di potenziare gli strumenti della lotta contro l’evasione ».
Si è capito: no, no e ancora no. Però anche Tremonti dice di voler potenziare la lotta all’evasione.
«Figuriamoci: questo è un governo che ha fatto un condono fiscale vergognoso, tassando solo il cinque per cento chi doveva pagarne il 40. Non avremmo avuto la manovra se avessero fatto le cose per bene. E, a proposito di condoni, vogliamo parlare di quello edilizio che hanno intenzione di fare?».
Il Partito democratico discuterà questa manovra con le forze sociali? Sono già previsti degli incontri, delle iniziative?
«Prima dobbiamo veder bene la manovra. Le carte sono state cambiate tante volte e solo alla fine le hanno portate alla firma del presidente della Repubblica. Nessuno finora ha mai saputo bene chi ha fatto la manovra, che cosa veramente è stato varato in Consiglio dei ministri. È una vergogna, è una roba fuori da ogni logica costituzionale. È solo spiegabile con le loro risse interne e con le loro lotte di potere».
Lei è molto duro con Tremonti, eppure il ministro dell’Economia sembra non dispiacere a una parte della sinistra.
«C’è stato un po’ di conformismo attorno alle manovre tremontiane. Un errore. Il ministro dell’Economia fa mostra di avere una filosofia cosmica catastrofista e poi segue le indicazioni ottimistiche, azzurrine come il cielo che fa da sfondo alle sue conferenze stampa, di Berlusconi. È una sorta di dissociazione schizofrenica».
Tra un po’ comincerà il solito tormentone, lei è pronto, segretario? Tutti le chiederanno se il Partito democratico aderirà o meno allo sciopero generale della Cgil e alla manifestazione del 12 giugno».
«Noi faremo come sempre. Andiamo alle nostre manifestazioni. Quanto a quelle organizzate da altri, se hanno delle piattaforme coerenti con i nostri programmi, allora i dirigenti e i militanti del Partito democratico saranno presenti».
Fonte: Maria Teresa Meli - Corriere della Sera
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La Protezione Civile assume. La crisi non tocca «parentopoli»
Parentopoli non si ferma. Nonostante i tagli, i sacrifici, le espulsioni di schiere di precari nella Pubblica Amministrazione, la Protezione Civile assume. È di due giorni fa la nota interna del dipartimento che dà attuazione alle assunzioni in deroga decise dall’ormai famigerato decreto sulla Spa, sventata solo all’ultimo minuto. Il testo era un mini-omnibus, in cui si trattava di rifiuti in Campania, Abruzzo e quant’altro, ma che conteneva l’ultimo mattone per la costruzione dell’impero Bertolaso: appunto la Società per azioni. Quella è scomparsa, ma le assunzioni in deroga di 14 dirigenti, 147 impiegati e 18 tecnici, sono rimaste.Con la «modica» spesa di 8 milioni di euro, in gran parte coperti con i fondi destinati alla ricostruzione d’Abruzzo. Oggi, prima che la manovra «anti-Stato» vada in discussione in Parlamento, in tutta fretta si dà attuazione a quelle assunzioni. Le domande vanno presentate entro il 15 giugno: tempi strettissimi per evitare che un blitz parlamentare ostacoli la corsa degli «eletti», cioè chi ha potuto accedere ai requisiti richiesti anche grazie alla rete di conoscenze e amicizie che circonda la struttura.
Così il regno autonomo della Protezione Civile (che Giulio Tremonti voleva sottomettere al controllo dell’Economia) si è salvato in consiglio dei ministri, sfilata dal testo della manovra dai giochi di governo. Ora è il turno degli «uomini di Bertolaso», che si salvano prima che l’ultimo ciclone si abbatta sulle amministrazioni. «Sia chiaro, la Cgil è favorevole alle stabilizzazioni - dichiarano esponenti sindacali della Funzione pubblica - ma questo deve valere per tutto il personale del Pubblico Impiego. È impensabile che si mandino a casa 20mila precari storici della scuola, e alla protezione Civile si facciano infornate. Vanno sospesi poi gli incarichi dirigenziali, perché anticostituzionali».
Silvio Berlusconi va raccontando che «lo Stato deve dimagrire». Evidentemente c’è Stato e Stato. A casa i precari degli enti in via di soppressione, a casa i supplenti, niente scatti per gli insegnanti, niente rinnovi per tutti gli statali. Solo i collaboratori di Bertolaso ottengono una corsia libera da qualsiasi intoppo. Certo, tra i 14 dirigenti ce ne sono anche alcuni - almeno due o tre - che gli addetti ai lavori giudicano meritevoli di riconoscimenti. Ma tutti gli altri? La circolare che dà attuazione al decreto del dicembre scorso (convertito nella legge 26 di febbraio) è stata emanata venerdì. Al primo punto dispone la stabilizzazione di 147 unità di personale «che saranno ... collocate» in diverse categorie (A o B), a seconda del titolo di studio posseduto alla data del 30 dicembre 2009.
«È ammesso a partecipare - si legge nella circolare - il personale titolare del contratto a tempo determinato con il Dipartimento alla data del 30 dicembre 2009». Successive istruzioni sono fornite, poi, per l’inquadramento dei tecnici, in gran parte (11 su 18) membri del corpo forestale dello Stato in servizio presso il Dipartimento. Anche loro dovranno presentare domanda entro il 15 giugno. Solo al terzo punto arrivano i dirigenti. «È ammesso a partecipare alla procedura - si legge ancora nella circolare - il personale di ruolo delle pubbliche amministrazioni che abbia compiuto cinque anni di esperienza lavorativa in posizioni funzionali per l’accesso alle quali è richiesto il diploma di laurea». Anche per loro i tempi sono stretti. Assieme alla circolare, che indica anche le materie su cui verterà la prova d’esame e il sistema di punteggi, il Dipartimento ha prodotto il formulario prestampabile per inoltrare la domanda di partecipazione al concorso.
Fonte: Bianca Di Giovanni - L'Unità
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Mou e mai più
Mi permetto di dissentire da Aldo Grasso, che sul «Corriere della Sera» ha appiccicato il bollino blu del traditore su quella faccia da schiaffi di José Mourinho, che mentre sollevava la coppa dell’Inter parlava già da allenatore del Real Madrid. Mou non è affatto un traditore, ma un uomo del suo tempo. Un tempo che non concepisce più il tradimento, perché ha smesso di concepire il futuro. Se nel calcio, e altrove, esistesse ancora il futuro, allora sì che la toccata e fuga del divo portoghese sarebbe stata un gesto inconcepibile. In un mondo dotato di futuro, l’eroe vittorioso non scappa dal castello un attimo dopo averlo espugnato. Se lo gode, e cerca di ampliarlo, un mattone sopra l’altro.Ma il nostro mondo ha espulso dal suo orizzonte il domani: è un’epoca precaria e miope, che giudica le persone dai risultati immediati e, avendo cancellato la pazienza, non può certo aspettarsi la gratitudine. Come tutti i capitalisti moderni, Moratti non ha chiesto al suo manager di pianificare con calma i risultati, ma di raggiungerli subito, pena il licenziamento. Mourinho ha fatto ciò che gli era stato ordinato e ora andrà a rifarlo altrove, perché è uomo di emozioni e non di sentimenti. Le emozioni sono violente e brevi, evaporano in fretta: un momento piangi avvinghiato a Materazzi, e il momento successivo tratti col presidente uno sconto sulla rescissione del contratto. I sentimenti, invece, sono lenti e profondi, anche un po’ noiosi. Sarà per questo che vanno così poco di moda. A differenza di Mou.
Fonte: Massimo Gramellini - Stampa
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Legge bavaglio la posta in gioco
Sarebbe facile cogliere ed eliminare il punto più debole del progetto di legge sulle intercettazioni, in poco onorevole transito tra Senato e Camera. È nella stramba idea di creare fra segreto istruttorio e pubblicità del processo una terza via: il pubblico-non-pubblicabile. Una marmellata: in cui giudici, imputati, parti civili, pubblici ministeri, cancellieri, poliziotti (insomma i soggetti delle indagini e del processo penale) vengono mescolati con giornalisti, direttori, editori (tutta gente che con il processo non ha nulla a che fare: salvo il diritto-dovere di informare).Insomma, nella Costituzione e nel codice di procedura penale c'è una distinzione assai netta. C'è il tempo della segretezza: che copre le indagini preliminari e lo stesso avviso di garanzia. E c'è il tempo della trasparenza: esso arriva con la "discovery", cioè quando gli atti dell'indagine e, in particolare il testo delle intercettazioni, devono essere messi a disposizione dell'indagato per l'esercizio del suo diritto di difesa. E' pensabile che in questi due momenti, quando si devono mettere tutte le carte sul tavolo e tutte le parti del processo ne vengono a conoscenza (e ne possono avere copia), solo i media siano costretti ad un innaturale silenzio?
Certo c'è un problema: le intercettazioni indirette, cioè quelle che riguardano persone e fatti all'apparenza del tutto inutili ed estranei alle necessità dell'indagine, ma pur contenute negli atti che il pubblico ministero ha comunque l'obbligo di scoprire interamente per consentirne la valutazione da parte del giudice e, soprattutto, della difesa. Come tutelare l'inviolabilità costituzionale del segreto di queste comunicazioni casualmente intercettate?
Vi è una lacuna nelle leggi attuali. Ed è a questo punto che si inserisce la ragionevole proposta di una udienza, sempre in regime segreto, prima della pubblicazione degli atti. In essa il giudice del processo, sentita l'accusa e la difesa, dovrebbe ordinare lo "stralcio" e la distruzione di tutto quello che non c'entra con i fatti per cui si procede (con ovvie sanzioni penali per chiunque le divulghi). Un rimedio assai semplice e molto più sicuro della incredibile zona grigia del pubblico-non-pubblicabile e dello stesso improbabile obbligo-di-riassunto per i media.
Ma c'è una sconsiderata resistenza ad accettare questo percorso di garanzia, che è ... quello di rimettere alla responsabilità del giudice il rigido confine tra la fase del silenzio e quella della pubblicità. E si vuole a viva forza coinvolgere la responsabilità di giornalisti, direttori, editori, nella gelatina del pubblico-non-pubblicabile: la responsabilità di farsi censori di se stessi, amputandosi il diritto di cronaca giudiziaria.
Ma se così è, allora, come nelle valigie dei malfattori, il progetto ha un doppio fondo. Quello visibile è dato dalla privacy, dal diritto di non essere spiati, dal rispetto della "vita degli altri". Tutti beni costituzionali che devono essere tutelati (e, come si è visto, possono esserlo, procedendo nella logica del "giusto processo"). Ma qui servono come coperchio a quello che c'è nell'altro fondo. C'è una resa dei conti con i media: sconvolgendone le linee interne di responsabilità e di garanzia; negandogli il diritto di mettere in comunicazione quello che è pubblico nella sfera del processo con la sfera pubblica della cittadinanza. E c'è alla fine di una storia che comprende tutti gli altri buchi neri del progetto (e gli aggravamenti al Senato li hanno resi ancora più visibili e civicamente scandalosi) anche il tentativo di "devitalizzare" le intercettazioni come strumento di indagine giudiziaria.
Il messaggio complessivo che passa è che la lotta al crimine in Italia, terra di molte mafie e di molte corruzioni, sarà indebolita. Perché non potrà contare sull'appoggio di una opinione pubblica informata (e allarmata). E questa è una questione non negoziabile. I ribassi di pene per non-reati, cioè per la libertà giornalistica di informare su atti non più segreti, non servono a cancellare il non senso strutturale dell'intero progetto
L'ha capito benissimo quel signor Lanny Breuer, capo degli affari penali del Dipartimento americano della giustizia, venuto da noi a commemorare i giudici Falcone e Borsellino. Ha fatto peccato (diplomatico) a pensar male della legge-bavaglio: ma ci ha indovinato. Ha capito, cioè, che la questione non era di diritto interno italiano, ma di diritto costituzionale internazionale. Quello che ancora si basa sulle quattro libertà proclamate dal Presidente Roosevelt il 7 gennaio 1941, contro il "nuovo ordine della tirannia": libertà di espressione, libertà di religione, libertà dal bisogno, libertà dalla paura. E la Freedom of Speech, veniva prima delle altre. Perfino quando era stampata sul retro delle AM-lire, l'Allied Military Currency, la moneta di guerra messa in circolazione nei territori liberati. Quando il Duce era dall'altra parte.
Fonte: Andrea Manzella Repubblica
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Perché ci serve uno shock generazionale
La proposta del PD, approvata dall’Assemblea nazionale la scorsa settimana, di dare uno “shock generazionale” all’università anticipando la data di pensionamento obbligatorio dai 72 ai 65 anni ha sollevato un vespaio di polemiche, a dimostrazione che il ricambio generazionale è molto più facile a dirsi che a farsi. Devo dire subito che, non foss’altro che per esserne vittima, in linea di massima detesto le generalizzazioni e gli stereotipi, e trovo che tutte le discriminazioni siano odiose, incluse quelle basate sull’età. Se potessi scegliere il paese dove vivere, me ne andrei in un posto dove ciascuno viene valutato secondo le sue capacità e dove ogni posto di lavoro viene assegnato a chi lo merita di più, che sia uomo o donna, bianco o nero, giovane o vecchio. L’assenza di discriminazioni, infatti, è possibile soltanto in un mondo rigidamente meritocratico, dove a ciascuno vengono attribuite responsabilità soltanto sulla base del proprio valore individuale e dove nessuno viene aprioristicamente considerato idoneo o non idoneo ad ottenere un lavoro, esercitare un diritto o svolgere una funzione sulla base delle caratteristiche che il senso comune gli attribuisce in quanto appartenente a una categoria. Un mondo senza stereotipi, dove non è vero che le donne sono tutte sensibili e gli uomini tutti competitivi, gli svizzeri tutti precisi e gli spagnoli tutti appassionati, gli anziani tutti equilibrati e maturi e i giovani… beh, i giovani loro-sì-che-ci-sanno-fare-col-computer.Ma l’Italia non è questo posto: è un posto dove i giovani, più di tutti, sono aprioristicamente discriminati ed esclusi. Basti pensare a quanti lavoratori oggi sotto i trentacinque anni hanno la realistica attesa di una pensione o possono acquistare una macchina a rate senza farsi firmare una fidejussione dei genitori. O basti pensare che a 45 anni gente come Maria Chiara Carrozza, la presidente del Forum del PD sull’Università (una “nuova leva”, secondo la definizione di Mario Pirani), figli grandi e una brillante carriera alle spalle, deve lottare per quello che io chiamo scherzosamente il “diritto alla mezz’età”, che poi è semplicemente il diritto al rispetto che si deve a chi in ogni parte del mondo sarebbe considerato nel pieno della maturità, magari in grado di formare e guidare ... un governo come accade a Londra, a Washington o a Madrid.
L’Italia, e non solo la sua università, ha disperatamente bisogno di uno shock generazionale. Che non vuol dire “rottamare” gli anziani, al contrario. L’esperienza è una risorsa rara e preziosa che può essere utilizzata in mille modi o maniere. Ma un paese che si rispetti ha il dovere di investire sul proprio futuro e di consentire un fisiologico ricambio nell’esercizio delle responsabilità. Ciascuno è figlio del proprio tempo: se sei cresciuto e ti sei formato quando le mogli erano assoggettate ai mariti per legge, puoi decidere di elaborare il concetto della parità dei generi o puoi decidere di farne a meno e tenerti i tuoi punti di riferimento. Il rischio che si corre avendo un premier di 74 anni è che capiti di essere governati da uno che quello sforzo possa aver ben deciso di non farlo, e si vede qual è il ruolo delle donne in questo paese: quest’anno siamo al 72° posto nel Gender Gap Index del World Economic Forum, saldamente dopo il Botswana (39°) e l’Uzbekistan (58°). Complimenti.
Per lo stesso motivo non è pensabile che il sapere in questo paese sia trasmesso quasi esclusivamente da persone che si sono formate prima dell’invenzione della telescrivente. Andare in pensione a 65 anni è un destino normale per ogni lavoratore (establishment a parte, si intende) e comunque, se vivessimo in un sistema davvero basato sul merito individuale, non sarebbe difficile identificare quei talenti straordinari che a 65 anni meritassero di restare in servizio per continuare a servire didattica e ricerca: Rita Levi Montalcini esempio tra tutti. In un sistema sano e che tiene in qualche modo in conto il proprio futuro si dovrebbe poter fare affidamento su un contratto a tempo indeterminato a 30 anni e, eventualmente, godere di un contratto di consulenza a 70: l’Italia è il luogo dove accade incredibilmente il contrario. Bisogna invertire questa tendenza, non c’è altra scelta.
Fonte: Ivan Scalfarotto - IlPost.it
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Le «gabbie fiscali» nel redditometro Calcoli diversi tra Nord e Sud
Prima il controllo della Ragioneria sulle spese di Palazzo Chigi: dove, tanto per dirne una, i voli blu hanno ripreso i ritmi allegri del passato. Poi l’abolizione delle Province più piccole (e ti pareva…). Quindi il taglio del finanziamento pubblico alla politica, trasformato in una spuntatina quasi indolore, tenuto conto delle risorse che i partiti ingoiano. E alla fine hanno salvato pure l’Istituto per il Commercio con l’estero, in predicato per essere inglobato nella Farnesina e nello Sviluppo economico. Sopravvivrà. In una manovra impostata per mettere finalmente a dieta la spesa pubblica e colpire qualche intollerabile rendita di posizione, che ha cominciato a perdere pezzi ancora prima di arrivare in Parlamento, il pacchetto fiscale però regge ancora.Il nuovo fisco
Qualcuno potrebbe considerarlo un mezzo miracolo, in un Paese dove il 27% del Prodotto interno lordo sfugge regolarmente al Fisco e l’evasione veleggia paciosamente (e sfrontatamente) verso quota 100 miliardi l’anno. O forse più. E tale sarà, se uscirà indenne dalla battaglia parlamentare che già si prepara. Perché le misure della manovra fiscale, va detto, sono oggettivamente senza precedenti per una maggioranza che nel passato aveva sostenuto la politica scriteriata dei condoni e delle sanatorie. Certo, si è dovuto rispolverare il principio, anche se in forma più morbida (il tetto massimo per l’uso “legittimo” dei soldi liquidi è fissato a 5 mila euro), della tracciabilità dei pagamenti su cui aveva puntato il centrosinistra. E che il centrodestra aveva spazzato via bollandolo come una forma insensata di controllo poliziesco sul denaro, sottolineando come in caso contrario il limite per l’utilizzo del contante sarebbe sceso progressivamente fino a 100 euro. Ma la tanto contestata tracciabilità, unita ad altri due meccanismi come il nuovo redditometro e la fattura telematica potrebbe davvero rappresentare, se non altro sulla carta, un deterrente micidiale per l’evasione. Il redditometro, innanzitutto. I tecnici di Attilio Befera, il capo dell’Agenzia delle Entrate, ci stanno lavorando da settimane. Per arrivare a una soluzione completamente diversa dall’ormai desueto meccanismomesso a punto negli anni Ottanta. La grossa novità è che sarà impostato su un criterio territoriale. Diverso quindi da regione a regione, ma anche da provincia e provincia, come da città e periferia. Il redditometro dei milanesi sarà differente da quello dei romani o dei palermitani. Secondo l’idea che un avvocato o... un dentista di Milano ha di sicuro maggiori possibilità economiche rispetto a quelle di un suo collega di Napoli o Reggio Calabria. Una specie di “gabbia salariale” fiscale per i ricchi e i benestanti che funzionerà sulla base di numerosi parametri. Non più soltanto la barca, la Porsche o il cavallo nel maneggio, ma pure le crociere di superlusso, le scuole private con rette astronomiche, i circoli sportivi da vip, le palestre alla moda…
Studi di settori e acquisti di lusso
La prospettiva che lascia intravedere il Fisco con l’applicazione di questo redditometro è clamorosa: l’abolizione degli studi di settore, almeno per le categorie dei professionisti. Anche perché, se il sistema funzionerà come deve, non dovrebbero sfuggire agli uomini di Befera nemmeno le spese personali particolarmente elevate e gli acquisti di beni di lusso. Ciò a causa, o meglio per merito, della fattura elettronica, obbligatoria sopra i 3 mila euro. Il grossista sarà costretto a fatturare al dettagliante il quale, a sua volta, dovrà emettere fattura al cliente finale, anche se privato cittadino. E tutto, qui sta il segreto, non resterà negli archivi dei commercianti, ma finirà all’Agenzia delle Entrate, la quale potrà tenere sotto controllo l’intera filiera. In concreto: chiunque comprasse un Rolex d’oro, un anello di diamanti, una pelliccia o un costoso abito firmato, il Fisco verrebbe a saperlo. Sempre in teoria, naturalmente.
La stretta sulle società
In questo mondo “fiscalmente perfetto” non verranno risparmiate nemmeno le società che chiudono regolarmente in perdita. Sono metà di tutte quelle iscritte alle Camere di commercio: una percentuale da una quantità esagerata di tempo al centro del sospetto che i bilanci in perdita siano frutto di elusione fiscale piuttosto che di cattive performance economiche. Tanto più perché gran parte di esse hanno soltanto la funzione di custodire qualche proprietà immobiliare o lo yacht di famiglia. Senza parlare delle società che aprono e chiudono i battenti nel giro di un anno. O anche meno. Tantissime. Decisamente troppe per non far sorgere, anche qui, il dubbio che la loro vita effimera abbia spesso motivazioni truffaldine: per esempio la fabbricazione di fatture false. Ecco perché, assicura l’Agenzia delle Entrate, saranno oggetto di controlli a tappeto. La Guardia di finanza sarebbe già al lavoro.
Banche sostituti d’imposta
Altro capitolo, quello delle ristrutturazioni edilizie che ottengono il beneficio fiscale di uno sgravio del 36% a patto che i pagamenti avvengano tramite bonifico bancario. Il fatto è che i bonifici materialmente si fanno, e anche le fatture si emettono. Ma poi alcune di loro spariscono nelle nebbie. Che fare per arginare il fenomeno senza abolire l’agevolazione per chi rimette a posto casa? Con la manovra le banche diventeranno sostituto d’imposta: tratterranno il 20% dell’importo del bonifico, che verrà automaticamente girato al Fisco. Soltanto questo piccolo accorgimento vale, secondo l’Agenzia delle Entrate, qualcosa come un miliardo di euro. Ce n’è anche per i cittadini che si vedono recapitare a casa una cartella esattoriale. D’ora in poi si dovranno scordare di prendere un po’ di tempo facendo ricorso, perché con l’iscrizione a ruolo scatterà anche l’accertamento. E si dovrà pagare subito. Inutile dire che sarebbero tutti più contenti se contemporaneamente all’introduzione di questa norma draconiana si risolvesse anche il problema delle vessazioni, ben documentate da una inchiesta di «Report», la trasmissione di Milena Gabanelli su Raitre, alle quali talvolta vengono sottoposti i comuni mortali che hanno a che fare con multe o tasse già pagate, e di cui si pretende ingiustamente il pagamento. Sarà anche, come dicono al Fisco, un problema limitato a Napoli e Roma, e la cui responsabilità andrebbe attribuita soprattutto ai Comuni. Resta sempre il fatto che di questo, nella manovra, non c’è ahimè una sola riga.
Fonte: Sergio Rizzo - Corriere della Sera
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Scuola, Pd negli istituti per raccogliere voci di protesta
Il Partito democratico si mobilita in difesa della Scuola. Lunedì i parlamentari del Pd saranno presenti in decine di scuole in tutta Italia per raccogliere indicazioni e dati sulle conseguenze dei tagli del governo ai danni della qualità della scuola pubblica italiana. E’ una mobilitazione che coinvolge tutte le regioni italiane, durante la quale i parlamentari del Pd incontreranno docenti, dirigenti scolastici, studenti, genitori e personale Ata per ascoltare le voci di quelli che Bersani ha definito «eroi moderni».Dalle segnalazioni giunte al Pd, emerge un divario sempre più netto fra la politica di smantellamento messa in atto dal governo e l’impegno di studenti e professori per difendere la vera arma per il rilancio del Paese, e cioè l’istruzione pubblica. Molte le denunce alla e-mail del Pd: da Padova segnalano i crediti che lo Stato non restituisce, determinando bilanci in rosso; da Empoli arriva la denuncia della contrazione del numero delle sezioni e l’aumento di alunni per classe; una scuola di Fermo, dove la percentuale di alunni figli di immigrati è dell’80%, evidenzia l’assurdità del tetto al 30%; a Palermo la denuncia di sedi scolastiche non a norma; la crescita esponenziale delle pluriclassi in tutta Italia; i tagli al tempo pieno in Emilia, Lombardia e Veneto, con buona pace della Lega, e così via.
Francesca Puglisi, responsabile scuola della Segreteria Nazionale del Pd, afferma: “Il Pd vuole fare sentire la propria vicinanza al mondo della scuola. La resistenza dei lavoratori della scuola, delle famiglie e degli studenti che subiscono i tagli del Governo, è la nostra battaglia per un Paese più equo”.
Tra gli altri, prenderanno parte alle iniziative Rosy Bindi ad Arezzo, Massimo D’Alema, Giovanna Melandri, Ignazio Marino, Giovanni Bachelet e Maria Coscia a Roma, Emanuela Ghizzoni a Modena, Andrea Orlando a La Spezia, Alessandra Siragusa a Palermo, Maria Pia Garavaglia a Verona, Marina Magistrelli ad Ancona, Emanuele Fiano e Fiorenza Bassoli a Milano, Vittoria Franco a Firenze, Colomba Mongello a Foggia e Franco Laratta a Cosenza.
Fonte: L'Unità
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Ipost, premiato da Brunetta soppresso perchè efficiente
Soppresso perchè efficiente - addirittura premiato dal ministro Brunetta, mai tenero con i «suoi» lavoratori - e con i conti in attivo. È la paradossale situazione in cui si versa l’Ipost, l’ente di previdenza riservato ai lavoratori delle Poste, che si è ritrovato inaspettatamente nella lista nera di Tremonti, quella che nella manovra economica bolla come «inutili» alcuni enti statali, decidendone l’abolizione.Nel caso dell’Ipost, per la precisione, si tratta dello «scioglimento» all’interno dell’Inps: i 300 dipendenti passerebbero direttamente all’Istituto nazionale di previdenza, mentre una trentina di interinali, precari a vario titolo con parecchi anni di «anzianità», famiglie a carico e mutui da pagare, rischiano il posto tout-court. Ma non sarebbero solo i dipendenti a passare sotto l’egida dell’Inps, e qui sta la «furbata» di Tremonti: verrebbe trasferita anche la cassa, costituita dall’avanzo di amministrazione dell’Ipost, circa 2 miliardi di euro, che sono soldi di e per i postali. E che, invece, andrebbero a rimpinguare le casse statali con destinazione generica.
Il paradosso sta anche nel fatto che l’Ipost, pur essendo un ente pubblico, non gode di alcun trasferimento statale, visto che il denaro gestito appartiene interamente ai lavoratori delle poste: l’istituto, insomma, non grava in alcun modo sullo Stato, cui adesso è chiamato in soccorso.
Quello che temono i lavoratori dell’Ipost, e i postali tutti (140mila i pensionati, ... 150mila gli attivi), è la fine della serie di interventi a carattere sociale che l’Ipost garantisce ai suoi assistiti: dai prestiti agevolati ai bonus bebè per i redditi bassi, dall’organizzazione di colonie per bambini alle case ad affitto agevolato per anziani.
«Non siamo una categoria di privilegiati, i nostri stipendi sono mediamente di 1000-1200 euro - dice Claudio Girdeni, impiegato - Per noi i servizi sociali che organizziamo e che ci paghiamo sono importanti. Se il governo volesse razionalizzare, riordinare la partita degli enti pubblici, saremmo aperti al confronto. Ma cancellarci con l’accetta non ha alcuna logica, non è certo una riforma studiata per il bene dello Stato».
I lavoratori, da martedì scorso in stato di agitazione (deciso unitariamente da Cgil, Cisl e Uil), lunedì mattina saranno in piazza, davanti ad una delle entrate dell’istituto, in viale Europa, per un’assemblea pubblica organizzata per sensibilizzare sulla questione.
Fonte: Laura Matteucci - L'Unità
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Finanziaria colabrodo senza equità né crescita
Domani la manovra arriverà finalmente in Parlamento. Domani il governatore Mario Draghi leggerà la sua relazione annuale alla Banca d'Italia. Domani, alla riapertura delle Borse, si vedrà se i mercati si saranno stabilizzati o lanceranno nuovi attacchi contro i fondi sovrani e contro l'euro.Nel frattempo la manovra ha perso per strada alcuni pezzi. La soppressione delle Province è stata per ora abbandonata. I tagli e i congelamenti stipendiali di alcune categorie, tra le quali i magistrati, sono stati attenuati.
L'opposizione parlamentare, mai consultata durante l'iter del decreto, si è incattivita. La Cgil, anch'essa platealmente ignorata, ha preannunciato lo sciopero generale per il 25 giugno. Ma l'impianto e i saldi del decreto sono quelli approvati dal Consiglio dei ministri: 24 miliardi nel biennio 2011-2012 per riportare il deficit entro la soglia del 3 per cento fissata dalla Commissione europea e dal Consiglio dei ministri dell'Unione.
Si può dunque dare un giudizio sull'insieme di questi fatti, anche se non saranno pochi gli emendamenti che il decreto subirà nel corso del dibattito parlamentare. Ma affinché il giudizio sia adeguatamente documentato occorre articolarlo sui tre obiettivi che la manovra si propone: risanamento del bilancio, equità, crescita.
La Confindustria questo giudizio l'ha già dato: positivo per quanto riguarda il risanamento del bilancio, negativo per quanto riguarda la crescita. Analogo giudizio hanno dato la Cisl e la Uil.
La Cgil è stata negativa sia sulla crescita sia sull'equità. L'Europa ha plaudito sull'abbattimento della spesa pubblica ma ha raccomandato di far di più per la crescita; identica l'opinione del Fondo monetario e dell'Ocse. La Banca centrale europea teme una crescita troppo lenta. Timori analoghi ha manifestato Draghi parlando qualche giorno fa. Ascolteremo domani la sua relazione.
Intanto la speculazione attende con le armi al piede, incoraggiata dagli articoli dell'"Economist" e del "Financial Times". Vedremo domani se sui mercati splenderà il sole o diluvierà.
I 24 miliardi di aggiustamento erano e sono necessari. Semmai ci si può chiedere perché tanta urgenza. Potevano esser tagliati alla fine di giugno o addirittura in settembre e il governo avrebbe avuto più tempo per studiar meglio i provvedimenti e consultare l'opposizione e tutte le parti sociali. Se la fretta ha avuto come motivazione la difesa dei titoli emessi ... dal Tesoro, a nostra opinione quella motivazione è sbagliata: la manovra di riduzione della spesa non incide sulle aste dei Bot e dei Btp, come non hanno inciso sull'andamento dei titoli spagnoli gli aggiustamenti di spesa approvati dal governo di Madrid.
Comunque, forse troppo in fretta, quell'aggiustamento Tremonti doveva farlo e l'ha fatto. Le vere ragioni della fretta derivano probabilmente dalla contrapposizione politica tra lui e Berlusconi che infatti - nonostante le smentite di rito - è arrivata ormai al calor bianco e non fa presagire nulla di buono. Ma questo è un altro discorso, che si sta svolgendo tutto in stretto gergo politichese e perciò di ardua traduzione.
Metà della manovra pesa sui dipendenti dello Stato, l'altra metà sulle Regioni e sui Comuni. Dal punto di vista geografico il peso maggiore si scaricherà sul Mezzogiorno perché la cosiddetta fiscalità di vantaggio in favore degli investimenti nel Sud è aria fritta come è aria fritta l'intero capitolo dedicato all'aumento della produttività: quando la domanda langue, l'investimento non è stimolato in misura apprezzabile e l'edilizia privata e pubblica sono ferme, la produttività resta un'aspirazione consegnata ad un improbabile e comunque lontano futuro.
Nel frattempo ci sono 2 milioni di giovani tra i 20 e i 30 anni di età che sono scomparsi dalla scena, hanno interrotto gli studi, non hanno alcuna formazione professionale, non si sono neppure iscritti negli elenchi dei disoccupati. Due milioni di fantasmi, in buona parte concentrati nel Sud e in Veneto, ai quali nessuno pensa salvo i genitori che debbono mantenerli. Una situazione assurda e inaudita, un bacino potenziale per le organizzazioni criminali come unica contropartita all'inedia.
La logica dei tagli e dei congelamenti previsti per i dipendenti pubblici è formalmente corretta: hanno avuto negli anni scorsi incrementi retributivi decisamente maggiori di quelli dei dipendenti privati e quindi possono "star fermi per un giro" per riallinearsi con i loro colleghi del privato. Questa "fermata" si effettua tuttavia su livelli stipendiali molto bassi, pari mediamente a 1.200-1.300 euro netti mensili. Il taglio complessivo supera mediamente il 20 per cento se vi si comprendono liquidazioni e altri compensi; cioè riduce la media in prossimità dei 1.000 euro. E' vero che di altrettanto si riduce la spesa pubblica la quale, ricordiamolo, è cresciuta dal 2007 al ritmo di 2 punti di Pil all'anno. Ma l'incremento stipendiale degli statali rappresenta solo una parte dell'aumento di spesa e neppure la parte maggiore. Forse si sarebbe dovuto operare con più incisività sul resto.
Infine un'altra motivazione, in questo caso politica: gli "statali" votano in maggioranza a sinistra. Il loro scontento non peserà se non marginalmente sul consenso raccolto dal governo. "Abbasso gli statali" è uno slogan che viaggia in tandem con quello di "Roma ladrona": piace alla Lega e questa è una ragione in più per spiegare le scelte che il governo ha compiuto.
L'altra metà dell'aggiustamento grava su Regioni (8 miliardi), Comuni (3 miliardi), Province (0,6 miliardi). Lo Stato riduce per 11,6 miliardi i suoi trasferimenti. Gli Enti locali vedano loro dove tagliare, grasso ce n'è. Oppure aumentino le imposte di loro competenza. O infine taglino i servizi.
Credo che grasso da tagliare effettivamente ci sia e sarà un bene se verrà eliminato. Non vorrei che crescessero i debiti con le banche. Ma potranno anche affittare o vendere i beni demaniali in corso di trasferimento. Nel complesso questa parte della manovra non sembra pessima. Colpirà più i Comuni (che hanno però meno grasso) che le Regioni.
La Lega, una volta tanto, è divisa. Alcuni pensano che il centralismo di Tremonti faccia a pugni col federalismo; altri vedono nella manovra un colpo di frusta che affretterà il federalismo fiscale. La verità non sappiamo quale sia perché il federalismo è tuttora un oggetto misterioso. Una cosa peraltro è evidente: il federalismo avrà comunque un costo e un governo senza soldi non sarà in grado di affrontarlo fino a quando il fabbisogno non si sarà stabilizzato e il deficit non sarà rientrato nelle norme europee. Perciò se ne parlerà nel 2012 se tutto va bene. Aggiungo un'osservazione a proposito di federalismo: il passaggio all'autonomia fiscale e istituzionale, se sarà effettivo e non simulato, sarà un fatto rivoluzionario e accentuerà la disparità tra Regioni efficienti e Regioni - cicala, gran parte delle quali si trovano nel Sud.
Sull'inefficienza sudista sono state ormai scritte intere biblioteche e i numeri del resto stanno a dimostrare che non si tratta di opinioni ma di fatti. Pochi ricordano tuttavia che il livello di reddito disponibile per i meridionali è meno della metà del reddito del Nord. Dunque: gestione amministrativa inefficiente, livello delle risorse bassissimo.
Come sarà finanziato nel Sud il passaggio dall'inefficienza all'efficienza? Ci sarà una diminuzione di occupati, un taglio di consulenti, un taglio di pensioni di invalidità, insomma una compressione del potere d'acquisto dei meridionali. Questo è certo. E' anche inevitabile e necessario. Perfino utile. Ma quella è gente che si è arrangiata per sopravvivere. Chi li deve aiutare per non crepare di stenti? O debbono arruolarsi nella camorra e nella 'ndrangheta? Le donne nella prostituzione e i maschi nella malavita?
Ci vorrà dunque un trasferimento dal Nord al Sud in quella fase; sarà cospicuo e durerà per molti anni. Impegnerà le finanze pubbliche che dovranno "metter le mani nelle tasche". Di chi? Di quali contribuenti? Ci avete pensato?
Aggiungo un'altra osservazione: il nostro Sud è qualcosa di simile alla Grecia rispetto all'Europa. La speculazione lo sa. Perciò concentrerà il tiro sull'Italia in corrispondenza all'attuazione del federalismo. Finirà nel solo modo possibile: un federalismo al Nord e un'accentuazione di centralismo statale al Sud. Italia a due velocità. Sono prospettive raccapriccianti. Tutto ciò detto, credo che Tremonti abbia fatto quello doveva. Molti errori, molte lacune nel risanamento del bilancio, ma l'aggiustamento ci sarà. Non al cento per cento ma almeno al 51. Questo risanamento vuol dire che i conti non erano sani. Ci si poteva pensare prima. Molti l'avevano previsto da un pezzo. Furono insultati e chiamati anti-italiani. Tutto ciò è arcinoto e Tremonti e Berlusconi lo sanno benissimo: il fatto che continuino a insultare la sinistra nel momento stesso in cui si dimostra che la sinistra non faceva che certificare la realtà, è semplicemente vergognoso.
Ora però è il momento di dare un giudizio sulla parte della manovra riguardante la crescita economica. Ebbene non c'è assolutamente niente da dire in proposito per la semplice ragione che provvedimenti per la crescita nel decreto non ci sono. Non ce n'è neanche l'ombra. Lo stesso ministro dell'Economia, nella conferenza stampa con cui ha presentato il decreto, ha detto che la ripresa sarà molto lenta.
Bisognerebbe stimolarla, ma ci vogliono soldi che non ci sono. Ne hanno dilapidati un bel po' nei due anni di governo ma ora la cassa è vuota, l'avanzo netto delle spese correnti è sotto zero, lo stock del debito è risalito al 117 del Pil. Stimolare la ripresa, incrementare l'aumento del Pil, si ottiene con uno sgravio fiscale sul ceto medio, sul lavoro dipendente, sul cuneo fiscale. Per finanziarlo bisogna colpire l'evasione e i patrimoni. Non con un prelievo "una tantum" ma con un'imposta sulle cose per tassare di meno i redditi e accrescere così la domanda.
Lotta all'evasione e spostamento dell'onere tributario dalle persone alle cose per portare l'incremento del Pil dall'1 per cento almeno al 2.
Questo bisognerebbe fare. Tremonti non l'ha neppure pensato, perciò su questa questione merita uno zero. E' sperabile che il Parlamento lo obblighi a pensarci seguendo così le indicazioni dell'Ocse, del Fmi, della Commissione europea, della Bce, della Confindustria, della Cgil, dell'opposizione parlamentare. Del Capo dello Stato. E anche dell'odiato Mario Draghi.
Fonte: Eugenio Scalfari - Repubblica
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Sacrifici non per tutti, solo per chi vota centrosinistra
A Maurizio Belpietro, che a Mattino Cinque, gli chiedeva conto delle critiche fatte da Confindustria alla manovra economica, il premier Silvio Berlusconi è stato lapidario: «Consiglio loro di rileggersi bene i 54 articoli». Effettivamente il presidente del consiglio non ha tutti i torti. Così come è stata ideata, la stangata da 24 miliardi andrà a colpire solo delle classi sociali e lavoratori ben precisi mentre ne salverà altri. Come a dire: i sacrifici servono ma non sono per tutti. E guarda caso, l’identikit del tartassato somiglia molto a quello dell’elettore tipo del Pd.Mentre chi la scampa il più delle volte vota Pdl o Lega, quando è chiamato alle urne.
Conta solo la costituency
Incrociando le misure contenute nella manovra con le costituency di destra e sinistra, ci si rende conto quanto la finanziaria sia politicamente orientata, e perché al Partito democratico converrebbe alzare il tono dell’opposizione invece che vagheggiare possibili collaborazioni col “nemico”. Qualche tempo fa sul Sole24Ore, il politologo Roberto D’Alimonte ha pubblicato un’analisi che mette a confronto l’elettorato di riferimento del Pd e del Pdl (più la Lega). Ebbene, viene fuori chiaramente che il partito guidato da Bersani attrae più voti in categorie sociologiche ben precise, quali impiegati pubblici, insegnanti, studenti e pensionati. Di converso, l’attuale maggioranza è molto più forte fra imprenditori, liberi professionisti, manager, autonomi ma anche operai, casalinghe e disoccupati. Due Italie diverse, due blocchi elettorali distinti, con l’unica sorpresa, forse, di operai e disoccupati. Sorpresa che però ci aiuta a capire perché questo governo di fronte alla crisi abbia risposto con un’unica contromisura di rilievo: usando esclusivamente lo scudo della cassa integrazione, ordinaria e in deroga.
Il “piddino” massacrato
Se si vanno a elencare i tagli fortemente voluti da Tremonti, basta poco per accorgersi dell’intento persecutorio verso chi vota democratico. Non si può che cominciare dai dipendenti pubblici: gli spetteranno tre anni senza aumenti di stipendio, visto che la busta paga verrà congelata.
Ieri Europa calcolava che un travet che guadagna 1500 euro netti all’anno perderà quasi un centinaio d’euro, a causa dell’inflazione. Più precisamente la Cisl ha ... calcolato l’impatto complessivo: per i tre milioni e mezzo di statali ci saranno 6 miliardi e mezzo in meno. A cui poi si deve aggiungere il taglio del 10 per cento della retribuzione per i dirigenti pubblici (fra cui magistrati e prefetti) che guadagnano sopra i 130 mila euro. Le cattive notizie, poi, riguardano anche chi è in odor di pensione, visto che verranno ridotte le finestre d’uscita. Il che, senza entrare in tecnicismi, si traduce in un aumento artificiale di sei mesi dell’età pensionabile. Infine, i giovani. Questa manovra non solo non presenta nessun incentivo all’occupazione giovanile ma rischia di peggiorare il quadro del precariato: grazie alla proroga del blocco del turnover nella pubblica amministrazione e la sforbiciata ai contratti a termine da rinnovare l’anno prossimo.
A destra si sta meglio
Lo zoccolo duro dell’elettorato di destra invece può festeggiare per lo scampato pericolo. A partire da quegli stessi imprenditori che ieri hanno “osato” sottolineare la mancanza di qualsivoglia riforma strutturale . A loro, ad esempio, va il possibile azzeramento dell’Irap per le nuove attività, sebbene per ora solo al Sud. Va bene anche ad autonomi e professionisti (come avvocati, commercialisti o notai), cui non è richiesto un centesimo in più. Stesso trattamento privilegiato anche per i top manager, ai quali non verrà applicata la stretta su bonus e stock option: nessuno dei dirigenti italiani ricade nel “perimetro” delimitato dalla norma. Così come nessun sacrificio è stato chiesto ai rentier e a chi dalla Borsa ci guadagna, visto che la tassazione delle rendite finanziarie resterà invariata.
Tanto tocca allo statale pagare.
Fonte: Gianni Del Vecchio - Europa
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Ciampi: "La notte del '93 con la paura del golpe"
"Non c'è democrazia senza verità. Questo è il tempo della verità. Chi c'è dietro le stragi del '92 e '93? Chi c'è dietro le bombe contro il mio governo di allora? Il Paese ha il diritto di saperlo, per evitare che quella stagione si ripeta...". Dopo la denuncia di Piero Grasso 1, dopo l'appello di Walter Veltroni 2, ora anche Carlo Azeglio Ciampi chiede al governo e al presidente del Consiglio di rompere il muro del silenzio, di chiarire in Parlamento cosa accadde tra lo Stato e la mafia in uno dei passaggi più oscuri della nostra Repubblica.L'ex presidente, a Santa Severa per un weekend di riposo, è rimasto molto colpito dalle parole del procuratore nazionale antimafia, amplificate dall'ex leader del Pd. E non si sottrae a una riflessione e, prima ancora, a un ricordo di quei terribili giorni di quasi vent'anni fa. "Proprio la scorsa settimana ho parlato a lungo con Veltroni, che è venuto a trovarmi, di quelle angosciose vicende. E ora mi ritrovo al 100 per cento nei contenuti dell'intervista che ha rilasciato a "Repubblica". Quelle domande inevase, quel bisogno di sapere e di capire, riflettono pienamente i miei pensieri. Tuttora noi non sappiamo nulla di quei tragici attentati. Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell'apparato statale, anzi dell'anti-Stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni? E perché, soprattutto, partì questo attacco allo Stato? Tuttora io stesso non so capire... ".
Il ricordo di Ciampi è vivissimo. E il presidente emerito, all'epoca dei fatti presidente del Consiglio di un esecutivo di emergenza, che prese in mano un Paese sull'orlo del collasso politico (dopo Tangentopoli) e finanziario (dopo la maxi-svalutazione della lira) non esita ad azzardare l'ipotesi più inquietante: l'Italia, in quel frangente, rischiò il colpo di Stato, anche se è ignoto il profilo di chi ordì quella trama. "Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai ... a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale.
Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l'esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse "Carlo, non capisco cosa sta succedendo...", ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi... ".
Resta da capire per mano di chi. Su questo Ciampi allarga le braccia. "Non so dare risposte. So che allora corsi come un pazzo in macchina, e mi precipitai a Roma. Arrivai a Palazzo Chigi all'una e un quarto di notte, convocai un Consiglio supremo di difesa alle 3, perché ero convinto che lo Stato dovesse dare subito una risposta forte, immediata, visibile. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale, e gli dissi "presidente, dobbiamo reagire". Alle 8 del mattino riunii il Consiglio dei ministri, e subito dopo partii per Milano. Il golpe non ci fu, grazie a dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte". La certezza che esponeva ieri Veltroni è la stessa che ripete Ciampi: non furono solo stragi di mafia, ed anzi, sulla base delle inchieste si dovrebbe smettere di definirle così. Furono stragi di un "anti-Stato", ancora tutto da scoprire. E come Veltroni anche Ciampi aggiunge un dubbio: perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo governo, le stragi cominciano? E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono? Perché la mafia comincia a mettere le bombe? Perché la mafia smette di mettere le bombe?
È lo scenario ipotizzato dal procuratore Grasso: gli attentati servirono forse a preparare il terreno alla nascita di una nuova "entità politica", che doveva irrompere sulla scena tra le macerie di Mani Pulite. Un "aggregato imprenditoriale e politico" che doveva conservare la situazione esistente. Quell'entità, quell'aggregato, secondo questo scenario, potrebbe essere Forza Italia. Nel momento in cui quel partito si prepara a nascere, e siamo al '94, Cosa Nostra interrompe la strategia stragista. E' uno scenario credibile? Ciampi non si avventura in supposizioni: "Non sta a me parlare di tutto questo. Parlano gli avvenimenti di quel periodo. Parlano i fatti di allora, che sono quelli richiamati da Grasso. Il procuratore antimafia dice la verità, e io condivido pienamente le sue parole".
Per questo, in nome di quella verità troppo a lungo negata, l'ex capo dello Stato oggi rilancia l'appello: è sacrosanto che chi sa parli. Ed è sacrosanto, come chiede Veltroni, che "Berlusconi e il governo non tacciano", perché la lotta alla mafia non è questione di parte, "ma è il tema bipartisan per eccellenza". Si apra dunque una sessione parlamentare, dedicata a far luce su quegli avvenimenti. Perché il clima che si respira oggi, a tratti, sembra pericolosamente rievocare quello del '92-'93. Ciampi stesso ne parlerà, in un libro autobiografico scritto insieme ad Arrigo Levi, che uscirà per "il Mulino" tra pochi giorni. "Lì è tutto scritto, ciò che accadde e ciò che penso. Così come lo riportai, ora per ora, sulle mie agende dell'epoca... ". Deve restare memoria, di tutto questo. Ma insieme alla memoria deve venir fuori anche la verità. "Perché senza verità - conclude l'ex presidente della Repubblica - non c'è democrazia".
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica
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L'ultima di Tremonti: chiudere gli enti di ricerca
Il decreto che il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha portato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per cercare di evitare all’Italia l’epilogo della Grecia è piuttosto vasto e articolato. È un libro di 150 pagine, i cui contenuti sono stati fortemente criticati sia dalla CGIL sia dai partiti del centrosinistra.In quelle 150 pagine, elaborate dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti e ai suoi collaboratori, ci sono varie tabelle. Una riguarda l’elenco degli enti inutili che vanno soppressi. Questo lungo elenco contiene, a sua volta, una piccola tabella che riguarda gli Enti di ricerca pubblica vigilati dal MIUR, ovvero del Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca diretto, pro tempore, del Ministro Mariastella Gelmini.
In questa piccola tabella sono elencati, in apposita colonna, gli Enti pubblici di ricerca che vengono soppressi. Si tratta, nell’ordine: della Stazione Zoologica “A. Dohrn”; dell’Istituto nazionale di ricerca metrologica (INRIM); dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica "F. Severi" (INDAM); dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF); dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS); dell’Istituto di studi giuridici internazionali.
Che ne sarà di loro? Nella colonna a fianco sono indicate le amministrazioni che subentrano nell’esercizio dei relativi compiti ed attribuzioni. Queste amministrazioni sono due. Una, nella quale rientrano tutti gli Enti elencati tranne uno, è il Consiglio Nazionale delle Ricerche. L’eccezione è la Stazione Zoologica “A. Dohrn” di Napoli, i cui compiti ed attribuzioni passano direttamente al MIUR.
Alcune note di metodo. Nessuno ha avvisato il Consiglio Nazionale delle Ricerche dei nuovi arrivi, anche solo per averne un parere. Nessuno, a quanto pare, ha avvisato il MIUR: che da un lato si vede spostare ... come birilli gli Enti su cui dovrebbe vigilare e dall’altro si vede assegnare compiti e attribuzioni dirette di uno di essi.
Ma veniamo al merito. Perché questi Enti vengono soppressi? Non se ne comprende la ratio.
Non sono certo Enti inutili. L’Istituto Nazionale di Astrofisica, per esempio, è stato valutato dal CIVR (il Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca che fa capo al MIUR, dunque al governo, come il miglior Ente di ricerca in fisica che abbiamo in Italia. Valutazione di fatto confermata a livello internazionale sulla base della produzione scientifica prodotta dai suoi ricercatori. Insomma è uno dei nostri centri di ricerca di eccellenza. Perché, dunque, inutile?
Discorsi analoghi si potrebbero fare per gli altri Enti. La Stazione Zoologica “A. Dohrn” è stato il primo laboratorio di biologia marina al mondo. Attraverso i suoi ricercatori (ci riferiamo a Giuseppe Montalenti) è giunto in Italia il pensiero neodarwiniano. È stata frequentata da svariati premi Nobel. E tuttora svolge ricerca di punta. Stando al decreto la Stazione potrebbe uscirne dissolta e i suoi ricercatori potrebbero ritrovarsi al Ministero a svolgere non si sa quali lavori.
Accorpandoli al CNR o, addirittura al Ministero, non c’è risparmio. I ricercatori, i tecnici e gli amministrativi non vengono licenziati. Saranno pagati con fondi pubblici da altre amministrazioni. C’è, invece, formidabile una perdita netta di efficienza. Di distruzione di competenze. Di dissoluzione di conoscenze. Nella scienza moderna le conoscenze non appartengono solo ai singoli ricercatori. Ma appartengono a un’intera comunità. Se io abolisco il CERN e diffondo i suoi ricercatori nel mondo, non conservo la capacità di produrre nuove conoscenze in fisica delle alte energie di assoluto valore. Semplicemente la perdo, anche se ogni singolo ricercatore continuerà a fare fisica.
Allo stesso modo se diffondo i ricercatori dell’INAF nel CNR non guadagno nulla in termini di nuove capacità di produrre conoscenza e rischio di perdere molto. Di più. Se accorpo al Ministero (!?) i ricercatori della Stazione Zoologica perdo sia la capacità di produrre conoscenze di valore nell’ambito della biologia marina e, col tempo, perdo anche le competenze individuali.
Insomma, come ha scritto il Presidente dell’INAF, Tommaso Maccacaro, in un accorato appello al Presidente della Repubblica, in quella tabella ci sono scelte del tutto ingiustificate, che non tengono minimamente conto del merito, che non producono risparmio alcuno e generano solo inefficienza.
Se è vero il modo in cui un paese cura la ricerca è l’indicatore principale del modo in cui quel paese cura e costruisce il proprio sviluppo culturale ed economico, allora in quel decreto – elaborato in maniera tanto dilettantesca quanto arrogante – vengono tagliate, in un colpo solo, e sparse al vento fette di futuro e fette di eccellenze.
Fonte: Pietro Greco - L'Unità
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Pd, la maledizione dell’irrilevanza
Il viaggio di Bersani in Cina «è una metafora della nostra assenza». Bella e terribile, l’immagine che viene prospettata da più d’uno di quegli esponenti del Pd che vivono con insofferenza queste giornate di assoluto protagonismo degli «altri»: più nel male che nel bene, ma sempre protagonismo è. Stretto fra dissenso sulla manovra e appelli alla responabilità nazionale, fra la montante protesta della Cgil e i richiami del Quirinale alla coesione, il Pd è per il momento schiacciato in uno spazio stretto che lo blocca in una terra di mezzo piuttosto scomoda.Una maledizione che si vorrebbe esorcizzare in fretta.
Il segretario torna in Italia in queste ore e c’è chi si attende qualche novità. Con il responsabile economico Stefano Fassina, anch’egli in Cina, Bersani avrebbe concordato di gettare sul tavolo proposte più chiare e stringenti: e la richiesta di un intervento sulle rendite, visto il flop delle proposte del governo sui grandi guadagni, potrebbe essere in cima alla «contromanovra» dem.
D’altronde – ragionano al Nazareno – è la debolezza stessa della manovra tremontiana a «fornire spazio» ad una piattaforma alternativa. Infatti la bocciatura di Tremonti è totale: «Sembra mancare in modo pressoché totale una linea di sostegno allo sviluppo: di soli tagli l’ammalato muore e una politica di sostegno allo sviluppo e all’occupazione manca completamente», dice Massimo D’Alema.
La novità è che questa volta non si stanno evidenziando le tradizionali linee di frattura – maggioranza-minoranza, (Bersani-Franceschini, D’Alema- Veltroni), come se nessuno sapesse bene come uscire da una condizione – così viene definita – di «sostanziale irrilevanza » in un palcoscenico sul quale gli attori sono tutti interni alla maggioranza. Sarà stato giusto attendere le proposte del governo? O sarebbe stato preferibile avanzare una proposta autonoma – spiegando i motivi della necessità di riforme strutturali proprio in una fase di emergenza – fin dal quando ... si è capito che di una manovra economica seria c’è in ogni caso bisogno?
E infine: c’è ancora spazio per riguadagnare visibilità e ruolo? Conviene partire da quest’ultima domanda. Nessuno al Nazareno ripone troppe speranze sulla possibilità che con il governo si possa aprire un confronto parlamentare vero, una negoziazione, una trattativa, come tradizionalmente avviene nelle discussione sulle manovre finanziarie. Il rischio concretissimo è che il braccio di ferro sarà tutto fra Berlusconi, Tremonti, Lega e Fini: e che il paese osserverà solo ed esclusivamente questo tipo di spettacolo.
Ma neppure si può forzare la situazione invocando la protesta. E nemmeno alzare troppo i toni: inutile negarlo, un “partito tremontiano”, per quanto di ridotte dimensioni, all’interno e ai margini del Pd esiste. E si alimenta anche delle opinioni che trovano al Quirinale grande attenzione.
Napolitano, in questo senso, non avrebbe apprezzato la fretta con cui la Cgil ha valutato la manovra e messo in campo la sua protesta (fino allo sciopero generale) e tantomeno i toni barricaderi di Di Pietro o Vendola. Al centro della rete di contatti internazionali al massimo livello, il presidente della repubblica è più che mai consapevole che il momento è grave e richiede uno sforzo comune, pur nel rispetto delle varie posizioni, e dunque se è giusto invocare riforme strutturali è anche vero che la situazione richiede misure tempestive. Che non possono aspettare. È un messaggio chiaro, rivolto in tutte le direzioni.
Fonte: Mario Lavia - Europa
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sabato 29 maggio 2010
I Servizi alla mafia
Come spesso accade in questo paese, la verità appare improvvisamente afferrabile quindici, vent’anni dopo. Squarci, lampi di verità. E la speranza di farcela, che stavolta non sia “come le altre”. C’è da giurarci, però, che anche stavolta faranno di tutto perché quei lampi restino tali. I timori di nuovi scoppi criminali volti a intimidire o ricattare o inquinare, sono per questo tutt’altro che campati per aria.Ma non c’è da affettare alcuno stupore o alcuna offesa incredulità davanti agli scenari che si profilano.
La presenza dei servizi segreti e delle zone d’ombra del potere nelle vicende di mafia è un fatto storico acclarato. E da anni chi non è né vuole essere cieco è costretto a confrontarsi con scampoli inquietanti di verità. Nelle quali l’odore dei Servizi, ma non solo il loro, si riconosce da lontano. La cassaforte svuotata, la notte del delitto, nella casa del prefetto Dalla Chiesa, chiusa anche ai parenti. Il tritolo dell’Addaura e quel rinvio di Falcone alle “menti raffinatissime”, come a indicare una regia esterna a Cosa Nostra. L’assassinio dell’agente Agostino e i suoi misteri. La vicenda di via D’Amelio e il terribile groviglio di piste e di interessi che le è lievitato intorno con gli anni. Le inchieste di Caltanissetta e di Firenze che lambiscono poteri economici di primissimo livello, da Gardini a Berlusconi. Il celebre “papello” di Riina e l’altrettanto celebre trattativa, condotta mentre frana la prima Repubblica. La mediazione di Vito Ciancimino con le testimonianze del figlio Massimo, che scoperchiano le relazioni tra suo padre (agli arresti domiciliari) e Bernardo Provenzano o quel “signor Franco”, uomo delle istituzioni, finalmente individuato in foto accanto a personaggi di governo.
Tutto questo abbiamo davanti, e questa matassa dobbiamo sbrogliare con precisione e senza pregiudizi, perché questa è materia sulla quale non si può sbagliare, né per eccesso né per difetto.
Ma, appunto, bisogna dotarsi di una bussola capace di offrire punti di riferimento certi. Il primo è che la mafia è, in Italia, parte costitutiva del sistema di potere.
Sgradevole all’olfatto, da non portare ai matrimoni (anche se qualcuno ce la porta), ma sempre presente. Il secondo è che la mafia non prende ordini da nessuno.
La mafia fa e chiede favori. Agisce cioè da interlocutore dei differenti soggetti, illegali e legali, che compongono il circuito del potere. Sta in una zona di libero scambio che il nostro ordinamento non dovrebbe tollerare ma tollera. Perché, e questo è il terzo punto fermo, il sistema ... istituzionale e politico italiano prevede organicamente al proprio interno un alto tasso di illegalità, assolutamente anomalo nel contesto occidentale.
Se questi tre punti fermi sono veri, allora non c’è da rincorrere un’“entità”, un soggetto unico, magari una cupola strutturata, per capire che cosa è accaduto. Bisogna pazientemente e intelligentemente comporre gli scambi possibili e il gioco degli interlocutori possibili. Vagliare chi e perché avrebbe potuto desiderare o decidere una cosa; chi e perché avrebbe potuto avvantaggiarsi – e fino a che punto –, almeno nelle intenzioni, di una particolare scelta criminale. Senza farsi prendere dalla fantascienza ma sapendo che a volte la mafia, e il rapporto mafia-stato, è fantascienza.
E sapendo che lo scambio col diavolo è nella nostra democrazia un metodo.
Non monopolio di questo o quell’altro politico, ma una costante che si trasmette nelle generazioni.
Una cosa abbiamo dunque il dovere di fare. Di aspettare gli esiti del lavoro della magistratura, certo. Ma di non aspettare la conclusione dei processi di terzo grado, se verranno, per sforzarci di dare agli italiani la ricostruzione più attendibile (non “più gradevole”) di quanto è accaduto. Le stragi le ha fatte la mafia. Ma le hanno volute e coperte anche altri: interlocutori stretti, protagonisti della zona di libero scambio. A quei nomi stiamo arrivando.
Quei nomi cercheranno di salvarsi, in tutti i modi.
Fonte: Nando Dalla Chiesa - Europa
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Il provinciale
Se ho capito bene, il governo ha deciso di sopprimere le province con meno di 220 mila abitanti, escluse quelle che confinano con Stati esteri o che, nello sfortunato caso in cui non confinino, si trovano in una regione a Statuto Speciale (come la sarda e tentacolare Ogliastra, 58.389 abitanti), oppure hanno un ministro amico del presidente della provincia, oppure si estendono per un numero di chilometri inferiore alla metà della circonferenza della pancia del segretario provinciale moltiplicato pi greco. Se ho capito bene, la provincia di Rieti si è già cautelata, chiedendo a quella di Roma di cederle una parte della Sabina (acquisita ai tempi del famoso ratto) così da rientrare nei requisiti di sopravvivenza. Se ho capito bene, con la soppressione della provincia di Isernia, la provincia di Campobasso coinciderà con l’intero Molise, che potrebbe quindi essere soppresso in una reazione a catena che costringerà il molisano Di Pietro a chiedere asilo politico al parco dell’Abruzzo. Se ho capito bene, la provincia di Massa Carrara, abolita nonostante l’opposizione dell’unica opposizione rimasta in Italia, il portiere carrarese Buffon, si gemellerà con quella di Lucca, ripristinando i confini sanciti da Napoleone. Se ho capito bene, la norma sulla soppressione delle province è stata annunciata e poi smentita e poi infarcita di deroghe e infine rimandata a un decreto attuativo che le salverà tutte.Ma forse non ho capito bene. Perdonatemi, sono un provinciale.
Fonte: Massimo Gramellini - La Stampa
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Federalismo a rischio? Il Pdl si divide
«La Lega Nord non avrebbe mai potuto votare una manovra economica che potesse in qualche modo mettere a rischio il federalismo fiscale. E infatti il decreto legge non soltanto non tocca il federalismo, ma anzi ne crea i presupposti, ponendo le basi per i prossimi decreti legislativi». Lo afferma il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli.
«TIMORI INFONDATI» - Secondo il ministro, «i timori manifestati da alcuni governatori (tra cui Formigoni, ndr), probabilmente, sono dovuti soltanto al fatto che ancora non hanno potuto leggere il testo, non essendo ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Quando potranno leggerlo vedranno che nel testo è chiaramente specificato che i trasferimenti che dovranno essere fiscalizzati per realizzare l'autonomia impositiva delle Regioni, prevista dalla legge 42 sul federalismo fiscale, non dovranno tenere conto del taglio previsto dal decreto legge e quindi resteranno gli stessi di prima del taglio». «L'aspetto non positivo di un taglio lineare - aggiunge però Calderoli - è che, paradossalmente, si penalizzano di più le realtà virtuose rispetto a quelle che virtuose non sono. Per risolvere questo problema, andando a tagliare gli sprechi e a premiare i comportamenti virtuosi, dobbiamo anticipare i tempi sui costi e sui fabbisogni standard. Pertanto proporrò al ministro Tremonti, visto che ormai siamo pronti sulla materia, di portare giá nel mese di giugno, oltre al decreto legislativo sull'autonomia impositiva degli enti locali anche quello sui costi e sui fabbisogni standard».
OPPOSIZIONE ALL'ATTACCO - Critiche e perplessità erano arrivate da più parti. Per Massimo Donadi, capogruppo dell'Idv alla Camera, «questo è il governo più centralista degli ultimi 50 anni: sta scaricando sugli enti locali il costo della manovra, perchè non ha il coraggio delle riforme strutturali e non vuole ammettere di dover aumentare le tasse, facendole aumentare agli enti locali, soggetti a pesanti tagli. In questo modo il federalismo resta soltanto un vuoto slogan». E Rosy Bindi, presidente del Pd: «Cosa dice la Lega dei tagli insostenibili imposti alle Regioni e agli Enti locali da questa manovra? Per ora sta al gioco, anche se la manovra è iniqua e perciò, alla lunga inefficace. Così come sa che il federalismo fiscale sarà congelato fino alla fine della legislatura, quando verrà tirato fuori per la nuova campagna elettorale. La manovra archivia le ambizioni della Lega, che per ora partecipa al gioco delle parti inscenato in ... queste ore dal presidente del Consiglio». Alla Bindi si aggiunge Massimo D'Alema: «Non si è mai vista una manovra così centralista e così antifederalista - dice l'ex vicepremier al Tg3 -. I fatti di questo governo, ancora una volta, contraddicono le parole». Anche il Partito Pensionati ha dei dubbi: «I pesanti tagli alle risorse per gli enti locali vanno nella direzione opposta ai principi del tanto sbandierato federalismo - sostiene il segretario nazionale Carlo Fatuzzo -. Il governo centrale incassa e regioni,province, comuni, si vedono fortemente decurtare le loro entrate ed aumentare le funzioni. C'è da chiedersi dove gli enti locali prenderanno le risorse per far fronte all'accresciuto impegno economico, ed alle numerose voci di spesa? Dalle tasche degli italiani, ovviamente».
I GOVERNATORI - Tra i presidenti di Regione del centrodestra non c'è unanimità di fiducia sugli esiti della manovra. Roberto Formigoni, a capo della giunta lombarda e da sempre uno dei più potenti e ascoltati tra gli amministratori del Pdl, ha parlato espressamente di federalismo a rischio e invitato «gli amici ministri della Lega e di tutto il governo» a fare qualcosa per salvarlo «modificando la manovra» e «ripartendo i tagli diversamente». Più ottimisti, invece, i governatori leghisti di Piemonte e Veneto. «Sul federalismo Berlusconi ha parlato chiaro - fa notare Roberto Cota -. Per giunta, ha detto una cosa che oggettivamente è una verità: il federalismo non è a rischio proprio perchè è la crisi a renderlo assolutamente indifferibile». Anche perché, dice il numero uno della giunta piemontese, «il federalismo non solo non costa niente, ma è proprio quella riforma strutturale di cui anche ieri è stata invocata la necessità all'assemblea di Confindustria». Dal Veneto anche Luca Zaia si dice convinto che «il federalismo non corre alcun pericolo: si farà, e nei tempi stabiliti, perchè è necessario alla ripresa del Paese». «Pur comprendendo le ragioni che spingono un federalista convinto come il presidente Formigoni a temere ritardi nel varo di questa essenziale riforma - aggiunge l'ex ministro - sono convinto che il federalismo si farà perchè è il Paese che lo chiede e se lo aspetta; perchè farà risparmiare e sarà l'iniezione di modernità indispensabile alla ripresa e al successivo sviluppo di tutti i territori».
«TIMORI INFONDATI» - Secondo il ministro, «i timori manifestati da alcuni governatori (tra cui Formigoni, ndr), probabilmente, sono dovuti soltanto al fatto che ancora non hanno potuto leggere il testo, non essendo ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Quando potranno leggerlo vedranno che nel testo è chiaramente specificato che i trasferimenti che dovranno essere fiscalizzati per realizzare l'autonomia impositiva delle Regioni, prevista dalla legge 42 sul federalismo fiscale, non dovranno tenere conto del taglio previsto dal decreto legge e quindi resteranno gli stessi di prima del taglio». «L'aspetto non positivo di un taglio lineare - aggiunge però Calderoli - è che, paradossalmente, si penalizzano di più le realtà virtuose rispetto a quelle che virtuose non sono. Per risolvere questo problema, andando a tagliare gli sprechi e a premiare i comportamenti virtuosi, dobbiamo anticipare i tempi sui costi e sui fabbisogni standard. Pertanto proporrò al ministro Tremonti, visto che ormai siamo pronti sulla materia, di portare giá nel mese di giugno, oltre al decreto legislativo sull'autonomia impositiva degli enti locali anche quello sui costi e sui fabbisogni standard».
OPPOSIZIONE ALL'ATTACCO - Critiche e perplessità erano arrivate da più parti. Per Massimo Donadi, capogruppo dell'Idv alla Camera, «questo è il governo più centralista degli ultimi 50 anni: sta scaricando sugli enti locali il costo della manovra, perchè non ha il coraggio delle riforme strutturali e non vuole ammettere di dover aumentare le tasse, facendole aumentare agli enti locali, soggetti a pesanti tagli. In questo modo il federalismo resta soltanto un vuoto slogan». E Rosy Bindi, presidente del Pd: «Cosa dice la Lega dei tagli insostenibili imposti alle Regioni e agli Enti locali da questa manovra? Per ora sta al gioco, anche se la manovra è iniqua e perciò, alla lunga inefficace. Così come sa che il federalismo fiscale sarà congelato fino alla fine della legislatura, quando verrà tirato fuori per la nuova campagna elettorale. La manovra archivia le ambizioni della Lega, che per ora partecipa al gioco delle parti inscenato in ... queste ore dal presidente del Consiglio». Alla Bindi si aggiunge Massimo D'Alema: «Non si è mai vista una manovra così centralista e così antifederalista - dice l'ex vicepremier al Tg3 -. I fatti di questo governo, ancora una volta, contraddicono le parole». Anche il Partito Pensionati ha dei dubbi: «I pesanti tagli alle risorse per gli enti locali vanno nella direzione opposta ai principi del tanto sbandierato federalismo - sostiene il segretario nazionale Carlo Fatuzzo -. Il governo centrale incassa e regioni,province, comuni, si vedono fortemente decurtare le loro entrate ed aumentare le funzioni. C'è da chiedersi dove gli enti locali prenderanno le risorse per far fronte all'accresciuto impegno economico, ed alle numerose voci di spesa? Dalle tasche degli italiani, ovviamente».
I GOVERNATORI - Tra i presidenti di Regione del centrodestra non c'è unanimità di fiducia sugli esiti della manovra. Roberto Formigoni, a capo della giunta lombarda e da sempre uno dei più potenti e ascoltati tra gli amministratori del Pdl, ha parlato espressamente di federalismo a rischio e invitato «gli amici ministri della Lega e di tutto il governo» a fare qualcosa per salvarlo «modificando la manovra» e «ripartendo i tagli diversamente». Più ottimisti, invece, i governatori leghisti di Piemonte e Veneto. «Sul federalismo Berlusconi ha parlato chiaro - fa notare Roberto Cota -. Per giunta, ha detto una cosa che oggettivamente è una verità: il federalismo non è a rischio proprio perchè è la crisi a renderlo assolutamente indifferibile». Anche perché, dice il numero uno della giunta piemontese, «il federalismo non solo non costa niente, ma è proprio quella riforma strutturale di cui anche ieri è stata invocata la necessità all'assemblea di Confindustria». Dal Veneto anche Luca Zaia si dice convinto che «il federalismo non corre alcun pericolo: si farà, e nei tempi stabiliti, perchè è necessario alla ripresa del Paese». «Pur comprendendo le ragioni che spingono un federalista convinto come il presidente Formigoni a temere ritardi nel varo di questa essenziale riforma - aggiunge l'ex ministro - sono convinto che il federalismo si farà perchè è il Paese che lo chiede e se lo aspetta; perchè farà risparmiare e sarà l'iniezione di modernità indispensabile alla ripresa e al successivo sviluppo di tutti i territori».
Fonte: Corriere.it
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MANOVRA ECONOMICA ED EVASIONE FISCALE
Sull’evasione fiscale in Italia si sa praticamente tutto: si conosce il suo ammontare (circa 120 miliardi); la sua distribuzione territoriale a livello sia delle regioni che delle province (l’evasione complessiva è più alta al Nord che al Sud, ma l’evasione delle imprese e dei lavoratori indipendenti è più alta al Sud). Così come si conosce l’incidenza rispetto alle diverse tipologie di reddito: è molto ridotta per i redditi da lavoro dipendente (3-4 per cento); inesistente per le pensioni (ma presente presso i pensionati che hanno un’altra fonte di reddito, spesso in nero); ridotta nell’industria in senso stretto (5-7 per cento), ma molto elevata nel settore delle costruzioni e ancora più in quello dei servizi. Tra i lavoratori indipendenti, i professionisti evadono di meno (33-35 per cento) e gli imprenditori di più (50-60 per cento). Evadono più i giovani degli anziani, più gli uomini delle donne, molto più le imprese piccole, non strutturate a stretto controllo familiare, che non le grandi, che peraltro eludono quello che possono.OSTACOLI TECNICI E POLITICI
La conoscenza del fenomeno dovrebbe essere la premessa necessaria (ma non sufficiente) per intervenire efficacemente. Esistono infatti problemi tecnici che rendono impossibile in una economia capitalistica basata sull’iniziativa privata eliminare completamente l’evasione; e probabilmente non sarebbe neppure conveniente da un punto di vista strutturalmente economico. Ma esistono soprattutto problemi politici che ostacolano il contrasto all’evasione derivanti dal fatto che riguarda categorie numerose e spesso influenti di contribuenti che possono essere elettoralmente decisivi soprattutto in una contesa bipolare o bipartitica. Inoltre, molto spesso, l’influenza politica di questi contribuenti è ben maggiore del loro peso numerico. In ogni caso gli evasori e l’evasione presentano origini e caratteristiche molto simili in Italia e all’estero, con la differenza che in Italia l’evasione risulta il doppio o il triplo di quella degli atri paesi Ocse.
Cosa si può fare in proposito? Si può fare molto, come dimostrano i dati presentati da Alessandro Santoro su questo sito, da cui risulta che in alcuni periodi della nostra storia recente l’evasione è stata considerevolmente ridotta.
In ogni caso, il problema di fondo consiste nel fatto che vi sono redditi (lavoro dipendente, pensioni, alcuni redditi da professione, redditi da capitale) che sono completamente “tracciabili” e “tracciati”, e altri redditi che non lo sono e quindi il fisco non li conosce in maniera automatica e diretta. Stando così le cose, in ... assenza di poderosi (costosi) investimenti amministrativi, e con un numero di “indipendenti” particolarmente elevato, il mondo dei contribuenti tende inevitabilmente a dividersi tra “evasori e tartassati”.
L'AIUTO DELLA TECNOLOGIA
Oggi tuttavia le nuove tecnologie consentono di rendere “tracciabili”, o per lo meno molto più “tracciabili”, anche i redditi che finora non lo sono stati. A questo obiettivo tendevano le misure antievasione introdotte durante l’ultimo governo Prodi: conto corrente dedicato per i professionisti e pagamenti in contanti limitati a importi minimi; elenco clienti e fornitori per la tracciabilità dei rapporti economici tra le imprese; trasmissione telematica dei corrispettivi (ricavi) dei commercianti; impossibilità di girare gli assegni; anagrafe dei conti correnti; fatture telematiche per i rapporti economici con la pubblica amministrazione senza soglie di importo. Si trattava di misure logicamente coerenti, di un sistema organico per cercare di ristabilire una certa parità di trattamento tra i contribuenti, nonché di misure facilmente attuabili e con bassissimi costi data l’evoluzione delle tecnologie informatiche. In fondo, si trattava della semplice evoluzione del fisco telematico introdotto da chi scrive nel 1998.
Guardando alle misure del governo attuale da questa prospettiva, i suoi limiti appaiono chiari: si cerca di escludere dagli obblighi di tracciabilità (utilizzo di mezzi diversi dal contante per pagamenti superiori a 5mila euro e fattura elettronica per importi superiori a 3mila euro) i contribuenti “normali” quelli, cioè, che non sono grandi imprese strutturate e che quindi possono facilmente suddividere i pagamenti in più tranches. Le misure introdotte, quindi, sembrano avere più un significato “politico” che una efficacia potenziale adeguata; anzi rischiano di non toccare affatto gli evasori veri e razionali che possono facilmente “aggiustarsi”.
In conclusione, se si ritiene che la riduzione dell’evasione sia cosa utile, le misure antievasione varate dal governo Prodi e subito abrogate dal governo Berlusconi, andrebbero reintrodotte integralmente e andrebbe compiuto anche l’ultimo passo: avendo costituito l’anagrafe dei conti bancari è possibile oggi richiedere annualmente agli intermediari finanziari la trasmissione al fisco dei saldi finali di tutti i contribuenti, come avviene in Francia, Spagna e altrove. Infine la disponibilità di queste banche dati, oltre a determinare un effetto di deterrenza imponente, consentirebbe ai funzionari del fisco di poter adottare una politica di verifiche e (se necessario) di accertamenti basata sul rapporto personale e diretto con ogni singolo contribuente, e non solo su parametri statistici medi come avviene oggi con i pur utili studi di settore.
Fonte: Vincenzo Visco - Lavoce.info
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"Dubbi tremendi su quelle morti Forse un pezzo dello Stato tradì"
"Il Paese non può assistere da spettatore indifferente a notizie sconvolgenti che in altre democrazie sarebbero priorità assolute. Mettiamo per un momento da parte tutto il resto, la manovra finanziaria e la crisi, Berlusconi e Fini, le questioni interne ai partiti e fermiamoci tutti, destra e sinistra, a riflettere sulle parole di Piero Grasso. Si, i galantuomini di destra e di sinistra, perché in ballo ci sono i fondamentali della democrazia. C'è davvero un pezzo dello Stato dietro la morte di Falcone e Borsellino, le stragi del '92 e '93? Se é così, che cosa c'è di più importante da chiarire ora e subito?". La denuncia di Walter Veltroni arriva dopo quella scioccante del procuratore antimafia Piero Grasso: "Nel '93, Cosa nostra ha avuto in subappalto una vera e propria strategia della tensione" "Le stragi furono organizzate anche da pezzi dello Stato per aiutare una nuova forza politica".Davanti a rivelazioni così sconvolgenti, la prima reazione dei cittadini è chiedersi: fin dove si parla di fatti accertati e dove comincia invece la dietrologia?
"Non esiste e non deve esistere alcuna dietrologia. Il procuratore Grasso è del resto uomo assai prudente e responsabile. E ogni informazione andrà vagliata con assoluto rigore. Tuttavia da ciò che emerge le inchieste stanno arrivando alla conclusione che Falcone e Borsellino sono stati uccisi, con e attraverso la mafia, almeno con la attiva collaborazione di un'entità esterna. Se un pezzo dello Stato ha materialmente preparato la 126 imbottita d'esplosivo che ha provocato la strage di via D'Amelio dopo aver organizzato il fallito attentato a Falcone all'Addaura, se davvero funzionari dello Stato hanno eliminato due giudici coraggiosi e i loro colleghi delle scorte saremmo di fronte a qualcosa di enorme...".
É il racconto dei pentiti o esistono riscontri oggettivi per dire che quelle del '92 e '93 non erano soltanto stragi di mafia?
"Non erano sicuramente soltanto stragi di mafia. Anzi, sulla base delle inchieste, non si dovrebbe neppure più chiamarle in questo modo. Sono stragi di un anti Stato, che era o forse è annidato dentro e contro lo Stato". "Fermiamoci tutti a ... riflettere, galantuomini di destra e di sinistra, sulle parole del procuratore Grasso"
Era o è? Attilio Bolzoni ha scritto ieri che la procura di Caltanissetta avrebbe identificato il misterioso "signor Franco", l'uomo dei servizi di cui parla il figlio di Vito Ciancimino, presente in tutte le stragi, da Capaci ai Georgofili. Ed è un alto dirigente dei servizi ancora in attività.
"Già, e per chi lavorava questo signor Franco o altri come lui, che infangano anche il lavoro di uomini dei servizi onesti che rischiano la vita per la sicurezza di tutti? Chi dava gli ordini allora e chi li ha protetti fino a oggi? Chi per vent'anni ha depistato le indagini? Se si risponde a queste domande, si scopre chi ha davvero ordinato le stragi del '92 e '93. La commissione antimafia a giorni presenterà la relazione del Presidente Pisanu sulle stragi. Ma intanto il governo ha il dovere di una risposta al paese. Si pronuncino come credono, anche dicendo che Grasso si sbaglia, ma non devono continuare a tacere. Non si tratta soltanto di chiarire il passato, ma anche di prevenire il possibile ripetersi di queste strategie eversive nel futuro".
Che cosa vuol dire, esiste il rischio di altre stragi, qui e oggi?
"Non ho certo notizie, ma faccio un ragionamento storico. Questa entità che ha ordinato le stragi del '92 e '93 è la stessa che è sempre scesa in campo nelle fasi di transizione. É la stessa di piazza Fontana e di piazza della Loggia, dell'attentato alla Questura di Milano del finto anarchico Bertoli, del rapimento Moro? Se non è così, non si capisce quale potere abbia potuto mettere insieme in tutte queste storie di sangue cose in apparenza tanto distanti come l'estremismo di destra e le Br, i servizi segreti e la P2 e la banda della Magliana e forse anche pezzi di terrorismo di sinistra. Questo grumo di interessi che interviene ogni volta per orientare la storia con colpi di mano, con la violenza delle stragi, è intervenuto l'ultima volta nel '92 e '93, all'alba della seconda repubblica. Ora è di nuovo un momento difficile: una grave crisi finanziaria, l'esaurirsi di una fase politica, la difficoltà dei partiti e delle istituzioni".
Si può definire quello che è accaduto nel '92-'93 una specie di golpe?
"Insomma, parliamoci chiaro. Lei crede che Totò Riina fosse davvero il capo della mafia? Una mafia che fa girare 130 miliardi di euro all'anno? Lei crede che Riina o Provenzano avessero mai sentito parlare nella vita del Velabro e dei Georgofili? É pensabile che la mafia, con i suoi codici secolari, abbia adottato per la prima volta dopo Portella Della Ginestra il linguaggio terroristico delle stragi senza una ragione forte, politica?"
Qual era l'obiettivo politico degli attentati?
"Erano i giorni di Tangentopoli, della fine dei partiti della Prima Repubblica, della svalutazione della lira. Da quel terremoto si stava uscendo con il governo Ciampi. Ciampi s'insedia nell'aprile del '93. Il 27 maggio c'è l'attentato di Firenze, il 27 luglio quelli di Milano e Roma. Poi c'è il fallito attentato allo stadio Olimpico, contro i carabinieri. E poi le stragi finiscono. Perché? Le domande sono due e la risposta, temo, una. Perché la mafia comincia a fare le stragi? Perché la mafia smette di fare le stragi?"
Grasso dice perché era nata la nuova forza politica destinata a prendere in mano il Paese e garantire gli interessi di sempre.
"Un altro aspetto che si sottovaluta è che quelle bombe sono annunciate. E non dalla mafia, ma da ambienti della politica e dei servizi. Il 6 marzo del '92 Elio Ciolini, piduista con un passato nei servizi, annunciava l'imminenza di "altre bombe, altre stragi". IL 22 maggio del '92, alla vigilia di Capaci, Vittorio Sbardella parlava a un'agenzia del timore di "un'altra strategia della tensione", di un prossimo "colpo grosso"...".
Lei in campagna elettorale chiese alla mafia di non votare per il Pd. Nella stessa campagna, a una settimana dal voto, Berlusconi definì eroico il boss mafioso Mangano. Lo stesso premier che oggi attacca Saviano e con la legge sulle intercettazioni, a parere del governo statunitense, ostacola la lotta alla mafia.
"Io non faccio ipotesi, sto ai fatti. Chiedo soltanto che Berlusconi e il governo non tacciano, che rispondano. La lotta alla mafia non è questione di parte, è il tema bipartisan per eccellenza. Aggiungo, sempre in base ai fatti, che un giudice ha scritto che il presidente del consiglio ha ascoltato personalmente le intercettazioni riguardanti Piero Fassino, all'epoca segretario dei Ds, e invece di chiamare la procura le ha passate al suo giornale di famiglia perché ne facesse un uso politico. La stessa procedura, più o meno, ha seguito nel caso di Piero Marrazzo. Ma com'è possibile che una notizia come questa passi nell'indifferenza? Il Watergate che costò la presidenza a Nixon era meno di questo. Dobbiamo sperare che le indagini ci dicano che nessuno di questi sospetti è reale. Ma se lo sono davvero la storia d'Italia e il suo futuro possono cambiare".
Fonte: Curzio Maltese - Repubblica
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Raitre, il giudice reintegra Ruffini Ma l'azienda avverte: «Di Bella resta»
Riesplode in Rai il caso Ruffini. Il giudice del lavoro del tribunale di Roma ha deciso infatti che l'ex numero uno di Raitre deve essere reintegrato alla direzione. «Indizi gravi, precisi e concordanti» collegano, scrive il giudice, la sostituzione di Paolo Ruffini alla direzione di Raitre all'aperta critica al contenuto di alcuni programmi della rete. Per cui la «delibera di sostituzione del vertice di Raitre non appare dettata da reali esigenze di riorganizzazione imprenditoriale presentando invece un chiaro connotato di motivazione discriminatoria e quindi illecita». L'azienda di Viale Mazzini però non ci sta e annuncia ricorso, comunicando anche, attraverso una nota, che Antonio Di Bella continuerà a svolgere il proprio mandato.
LA VICENDA - Ruffini, sostituito nei mesi scorsi per essere destinato ad altro ruolo interno alla Rai, aveva fatto ricorso nei mesi scorsi al tribunale di Roma lamentando che la soluzione individuata non rispondeva al suo profilo professionale e alle responsabilità fino ad allora ricoperte.
L'AZIENDA - La delibera del consiglio di amministrazione della Rai di nomina di Antonio Di Bella a direttore di Raitre resta valida, pertanto lo stesso Di Bella «continua a svolgere il proprio mandato», fa sapere Viale Mazzini attraverso un comunicato. La Rai ha già annunciato «immediato ricorso» al giudice di grado superiore sottolineando ancora che l'ordinanza su Ruffini «non caduca» la delibera del Cda relativa a Di Bella. Distante dalla presa di posizione dell'azienda qualla del presidente della rai Paolo Garimberti. «Le decisioni della magistratura - ha detto - vanno sempre e comunque rispettate così come pacta sunt servanda».
REAZIONI - «La vicenda Ruffini è l'ennesima conferma del tentativo di sopraffazione e di bavaglio da parte del padre padrone che vuole il controllo completo sul servizio pubblico radiotelevisivo. Ed è un caso che non può passare in cavalleria» afferma in una nota il Presidente dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, chiedendo le immediate dimissioni del direttore generale della Rai, Mauro Masi. Il Pdl difende invece Masi. Maurizio Gasparri accusa Di Pietro di «dichiarazioni farneticanti». «Di fronte a sentenze politiche la Rai saprà certamente come tutelare le proprie scelte» spiega il presidente del gruppo Pdl al Senato.
Fonte: Corriere.it
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