mercoledì 30 giugno 2010

Qualcuno avverta Sacconi che ha vinto, e da molti anni.

Il ministro Sacconi si augura che lo sciopero della Cgil abbia prodotto "gli ultimi cortei ideologici". Non smette di sorprendere la tenacia con quale molti ex socialisti (quasi tutti) festeggiano la lunga agonia di quel movimento operaio (ideologico nel suo dna, e direi ideologico perfino indipendentemente dalla propria volontà) del quale sono stati parte cospicua, e senza il quale mancherebbero loro notizie negli archivi storici. Si capisce che la post-ideologia, nella sua confortante vaghezza, sia loro di grande aiuto quando si tratti di spiegare la loro inspiegabile quanto entusiastica militanza nella destra italiana. Si capisce, pure, che il cosiddetto "riformismo" sia legittimatoa non gradire le posizioni della Cgil su Pomigliano e altro. Quello che non si capisce è l' accanimento maramaldesco di chi, passato dalla parte del vincitore, si accanisce contro gli sconfitti. C'è, tra Sacconi e un corteo operaio del 2010, una sproporzione di potere talmente evidente, da rendere quasi inverosimile il risentimento del primo contro il secondo. Per altro: è un dato costante della destra berlusconiana, al potere da vent'anni con brevi interludi, esprimersi con l' astio compresso di chi è minoritario e perdente. Qualcuno avverta Sacconi che ha vinto, e da molti anni.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Dell'Utri, i giovani del Pdl Sicilia: «Fuori i condannati dal partito»

«Espellere dal Pdl i condannati per reati di mafia»: è questa la richiesta di Mauro La Mantia, presidente siciliano di Giovane Italia, il movimento giovanile del Popolo della Libertà, dopo la condanna in appello per il senatore Marcello Dell'Utri a cui sono stati inflitti sette anni di carcere per concorso in associazione mafiosa.
«Oggi più che mai sentiamo l'esigenza di avviare una profonda riflessione all'interno del partito - ha detto - dopo questa condanna che, seppur ridotta e non definitiva, rimane gravissima soprattutto per un uomo impegnato in politica». «Non ci uniremo al solito coro di solidarietà già tristemente visto negli anni scorsi - osserva - per i politici condannati. Il nostro movimento giovanile non può rimanere in silenzio davanti a fatti che minano la credibilità di un intero partito.
Noi continuiamo a seguire l'insegnamento di Paolo Borsellino sulla lotta ad ogni infiltrazione mafiosa nei partiti e nelle istituzioni». Per La Mantia «il Popolo della Libertà deve accogliere la proposta del ministro Giorgia Meloni sulla introduzione nello statuto del Pdl di una norma che preveda il no alla ricandidatura vita natural durante e l'espulsione per chi è stato condannato in via definitiva per corruzione e mafia».
Fonte: Ansa - Corriere.it

La verità fa paura

Il tycoon delle televisioni ha paura dei giornali. Da San Paolo, dov'è in visita di Stato, il Presidente del Consiglio ieri ha trovato modo di attaccare gli organi d'informazione (quelli che non controlla e che non possiede, naturalmente, abituato com'è alla totale obbedienza televisiva), denunciando "una disinformazione totale e inconcepibile, da molti mesi a questa parte". Poi ha lanciato una proposta inedita: "Bisogna fare uno sciopero dei lettori e insegnare ai giornali italiani a non prenderli in giro".
Siamo dunque davanti ad un Premier che usa i vertici internazionali per regolare i conti domestici con il potere d'informazione, che non è ancora interamente oggetto del suo dominio, e che lo spaventa perché introduce elementi di verità e di critica nel paesaggio televisivo: dentro il quale il leader coltiva il senso comune nazionale, canale di egemonia e di consenso. In Occidente, non si è mai visto un Capo di governo impegnato ad eccitare una impossibile rivolta populista per far tacere le (poche) voci critiche che rompono il coro.
Tutto ciò è ancora più grave se si pensa che l'uomo politico in questione è anche editore, perché non ha mai voluto dismettere il controllo proprietario pieno ed effettivo sulle reti televisive di sua proprietà e sui suoi giornali, variamente appaltati. Che spettacolo, per i brasiliani e gli italiani. Siamo davanti ad un Presidente del Consiglio che teme la pubblica opinione. E a un editore che teme i giornali. Possiamo assicurarli entrambi (spaventati dalla verità, e dalla libertà) che continueremo a fare il nostro mestiere: perché i cittadini vogliono sapere, per poter giudicare. E non prendono ordini dal Premier su cosa bisogna leggere, nell'Italia berlusconiana.
Fonte: Ezio Mauro - Repubblica

Il premier pigliatutto minaccia la stampa

Il premier in versione brasiliana invita allo sciopero, non contro i tagli che stanno massacrando in modo indiscriminato sanità, scuola, comuni e regioni, virtuose e reprobe che siano. Silvio Berlusconi invita i lettori a scioperare contro i giornali. Visto l’alto scranno da cui viene l’invito sarebbe una specie di serrata contro chi protesta per la legge bavaglio. «Allergico alla libertà di stampa», reagisce Antonio Di Pietro.
Ma il premier, intanto, è già in sciopero come ministro dello sviluppo economico. Dal 4 maggio, infatti, da quando Claudio Scajola dovette dimettersi per cause di forza maggiore (lo sbadato non sapeva chi gli aveva pagato la casa) quel ministero ganglo essenziale in tempi di crisi non batte un colpo. Pomigliano Vedi alla voce Fiat, ad esempio.
Il ministro Maurizio Sacconi si è speso per il sacrificio dei diritti dei lavoratori
ma nessuno si è adoperato per l’altro corno del dilemma, quello dello sviluppo: né il ministro Interim né il capo del governo - fa notare Marco Causi, economista e parlamentare del Pd - «hanno ricordato che la chiusura di Termini Imerese fu invocata in nome della salvezza di Pomigliano d’Arco». Vedi alla voce Mezzogiorno: all’ombra dell’interim si consuma lo spezzatino delle politiche che dovrebbero ridurre il gap del Sud e far funzionare l’intero paese, anche e soprattutto in versione federalista.
«Il piano per il Sud è stato annunciato un anno fa - spiega Marco Causi - ma non solo il piano non arriva e i fondi Fas vengono taglieggiati, con la manovra economica assistiamo allo spezzatino delle politiche per il Mezzogiorno». C’è un nome e cognome dietro l’operazione di scorporo: Raffaele Fitto, ministro dai risultati non brillanti, che reclama più poteri per gli Affari regionali e che dovrebbe assumere, a breve, una parte delle competenze «di coesione e sviluppo». Green Economy Vedi alla voce energia, altro settore chiave nelle competenze dell’interim. Anche su questo il governo non batte un colpo. Né sul controverso nucleare né sulle politiche per le energie alternative.
La Green Economy dovrebbe essere un cavallo di battaglia per imprimere
un’accelerazione all’uscita dalla crisi ma anche su questo non c’è traccia di un indirizzo politico. «I sindaci del ragusano - racconta Marco Causi dalla Sicilia - sono letteralmente presi d’assalto dalle industrie energetiche mondiali perché gli incentivi sul fotovoltaico fanno gola». Investire un milione in fotovoltaico oggi significa, grazie agli incentivi statali, guadagnarne 6 in trent’anni. «Ma cosa ... resterà sul territorio? I sindaci chiedono opere pubbliche alle aziende in cambio delle concessioni. Ma a Roma non trovano nessun interlocutore».
Vedi alla voce telecomunicazioni. Qui casca l’asino e si svela l’arcano, perché fra le competenze del ministero di cui Berlusconi detiene da quasi due mesi l’interim ci sono gli ambiti in cui il premier e le imprese gestite dai suoi familiari hanno interessi vitali. Dalle telecomunicazioni alle assicurazioni. Tanto che i parlamentari Vincenzo Vita e Giuseppe Giulietti hanno presentato un esposto al presidente dell’Antitrust Catricalà. Un atto ufficiale al quale non c’è mai stata risposta. Come non c’è stata risposta ai quesiti posti da Antonio Di Pietro al Question Time del 22 giugno, a proposito della sentenza europea che ha imposto a Mediaset di restituire sei milioni di incentivi per il decoder del digitale terrestre: «Noi abbiamo come Presidente del Consiglio un signore che la mattina prende le decisioni con cui favorisce nel pomeriggio la sua azienda.
È questo il problema politico che poniamo: abbiamo una persona che utilizza i soldi dei cittadini italiani, 220 milioni di euro nel 2004-2005, che è la stessa persona che di fatto ne beneficia». In questi giorni il ministero dello Sviluppo Economico deve decidere, con Ag.com, la ripartizione delle frequenze. In questo caso, dice Vincenzo Vita, «il conflitto d’interesse è flagrante». Anche se, ad onor del vero, la questione era stata già bene impacchettata, anche prima: il viceministro competente è Paolo Romani, non proprio uno super partes. Ma c’è di più: con il digitale terrestre si liberano molte frequenze che potrebbero essere importanti per lo sviluppo delle nuove tecnologie su banda larga, la Tv via telefonino, l’I-Pad. In Germania si è subito colta l’occasione e nelle casse pubbliche sono entrati 4 milioni e mezzo di euro. In Italia si è scelto di evitare l’asta che avrebbe portato denaro fresco nelle esangui finanze pubbliche. La parola d’ordine è ritardare, anche se, ogni tanto, qualcuno riesce a rompere le uova nel paniere(leggi: Sky e le regole dettate dall’Unione europea). Altro che concorrenza e politiche di sviluppo.
Fonte: Jolanda Bufalini - L'Unità

"Da cani da guardia a cagnolini: il governo ci vuole così"

In piazza con un post-it giallo. Il 1° luglio mobilitazione nazionale contro il Ddl sulle intercettazioni. A Roma, in Piazza Navona, la manifestazione principale. Tra i promotori tanti comitati spontanei, sindacati e associazioni. Uniti per dire: “No al silenzio di Stato”. Nella capitale sono numerosi gli interventi previsti. Si parte alle 17. A condurre sarà Tiziana Ferrario. Che nella conferenza stampa di presentazione dice: “Hanno trasformato il Tg1 in un’arma di distrazione di massa. E questa legge può diventare un alibi ulteriore”. La Fnsi: “Preferiamo che non ci siano bandiere di partito”. L’ultima iniziativa lanciata da Valigia Blu: 1 “Tutti in piazza con un post-it giallo per dire No al Bavaglio”.
La conferenza. Franco Siddi, segretario della Fnsi, entra subito nel merito. “Viviamo una stagione pericolosa: l’informazione non può avere un’agenda dettata dal Governo o da altri poteri”. E ancora: “Non accetteremo mai di passare da cani da guardia del potere a cagnolini da salotto”. Poi Roberto Natale, presidente della Fnsi, che chiede “ai partiti di limitarsi all’adesione. Preferiamo che non ci siano bandiere. La nostra è una manifestazione unitaria in difesa della Costituzione”. Poi interviene Fulvio Fiammoni, Cgil, che annuncia: “Se il governo andrà avanti saremo di fronte al Parlamento, e metteremo in atto ogni ricorso possibile”.
L’intervento di Tiziana Ferrario: “Ho accettato subito di condurre la manifestazione per la libertà di stampa con entusiasmo, perché questa legge se passasse, diventerebbe un alibi per chi l’informazione completa già non la dà. Come chi ha trasformato il principale telegiornale italiano un’arma di distrazione di massa”. E ancora: “Va ribadito come con questo decreto legge si protegge la privacy di pochi e si viola il diritto di tutti”.
In rete. Sul web l’attesa cresce, è febbrile. Facebook viene utilizzato per diramare le ultimi informazioni sull’organizzazione. E i contenuti che riguardano il Ddl intercettazioni continuano a essere condivisi.
Approfondimenti, analisi, proposte. Una miriade di video, di documenti, di commenti. Tra cui appare l’ultimo messaggio del comitato promotore della manifestazione. Un messaggio breve. In cui la parole chiave è “difesa della ... Costituzione”. Poi l’ultima iniziativa. A lanciarla è il gruppo Valigia Blu. “Tutti in piazza con un post-it giallo”.
Una piazza di simboli. I post-it e il viola. La valigia blu e il bavaglio. Tra nuove bandiere della protesta unite a quelle di associazioni e sindacati che prenderanno parte alla manifestazione. In cantiere anche la maratona web “A rete unificata”. Centinaia di portali su Internet saranno uniti per la libera informazione in rete. Centinaia i portali che hanno aderito. Ci sarà anche Repubblica Tv.
Le voci della protesta. Sul palco di Piazza Navona ci saranno; Dario Fo, Stefano Rodotà, Carlo Lucarelli, Dacia Maraini, Ilaria Cucchi, Paolo Beni, Sandra Bonsanti, Arianna Ciccone e Arturo Di Corinto. Un microfono sarà a disposizione dei cittadini. Non si parlerà solo di intercettazioni. La manifestazione, infatti, è anche contro i tagli alla cultura previsti dalla finanziaria. Saranno toccati i temi più disparati: le morti di Cucchi e di Aldovrandi, la strage di Ustica, il G8 di Genova, il terremoto dell’Aquila.
“Libertà è partecipazione”. Le adesioni all’appello lanciato da Stefano Rodotà non si fermano. Una marea crescente che ha superato quota 320mila firme. Una mobilitazione che non si ai confini nazionali. Un utente scrive: “Stiamo cercando di raccogliere informazioni e articoli non in italiano per sensibilizzare e informare all’estero. E vorremmo anche segnalare le manifestazioni all’estero del 1 luglio, quelle di Parigi e Londra già ci sono”. Al centro della macchina organizzativa il Popolo Viola. Che ha annunciato tante micro-iniziative che si terranno in concomitanza con la manifestazione principale. Appuntamenti a Milano, Torino, Padova, Cosenza, Catanzaro, Imperia, Foggia, Palermo, Bari e Parma. A Conselice, provincia di Ravenna, in programma la Notte Bianca anti-bavaglio.
IL NOSTRO SPECIALE SULLA LEGGE BAVAGLIO:
COME FIRMARE O METTERCI LA FACCIA
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L’Ordine dei Giornalisti. Una piazza all’insegna del tricolore. Enzo Iacopino, presidente dell’OdG: “La democrazia vive di verità, non di censure”. E “i giornalisti italiani hanno il dovere di essere il 1 luglio in piazza del Popolo alla manifestazione indetta dalla Fnsi contro il ddl Alfano”. Per Iacopino “non si tratta di difendere un diritto, ma di onorare il dovere costituzionale, che sentiamo, di offrire ai cittadini una informazione completa, fornendo loro la possibilità di sapere e scegliere in maniera consapevole”. E ancora: “La verità non ha le bandiere di questa o quella parte politica. E se si ha davvero rispetto per la verità e per il diritto dei cittadini ad avere una informazione libera dovremmo vedere una piazza Navona invasa dal Tricolore”.
Fonte: Carmine Saviano - Repubblica

Mercedes Bresso: «Rispettate la legge In Piemonte ripristinare la legalità»

Ci mancavano quelli della Giovane italia, organizzazione legata al Pdl. Ieri mattina sono entrati nel museo egizio di Torino facendo finta di niente, poi hanno fasciato come una mummia uno di loro, gli hanno messo sul viso una maschera con le sembianze di Mercedes Bresso e poi si sono messi a fare una sceneggiata vicino ad alcuni sarcofagi sulla«mummia che vuole tornare carica d’odio e vendetta ».
L’ex presidente della Regione Piemonte scuote la testa sconsolata.
«Sono segnali molto gravi perché dicono che la legalità per loro è un optional. D’altronde, è stata così tutta la campagna elettorale, nessun rispetto per l’avversario e continuo tentativo di prevaricazione, con ogni mezzo».
A giorni è attesa la sentenza del Tar sui ricorsi presentati per irregolarità commesseda alcune liste che hanno appoggiato Roberto Cota. E stasera il governatore leghista e i suoi sostenitori scenderanno in piazza. La fiaccolata è per «difendere il voto dei piemontesi», dice Roberto Cota, visto che voi «vi attaccate a dei cavilli».
«Cavilli? Stiamo parlando di rispetto delle regole e di ripristino del principio di legalità. Capisco che per loro si tratta di semplici optional, ma la questione è piuttosto seria».
E il voto dei piemontesi?
«Siamo noi che lo difendiamo veramente perché non si possono sottrarre dei voti in qualsiasi modo, anche con l’inganno. I ricorsi che sono stati presentati riguardano la lista dei Verdi-Verdi, quella costruita dall’ex capogruppo dell’Udc che ha utilizzato abusivamente la sua posizione pur essendo stato espulso dal partito per evitare di raccogliere le firme, quella cosiddetta dei consumatori, che di nuovo non ha raccolto le firme necessarie per la presentazione pur non essendo la lista che la volta precedente aveva raccolto i voti sufficienti per essere esonerata da questo obbligo. E poi c’è il ricorso più significativo, perché riguarda sia il piano amministrativo che quello penale».
Quello contro la lista “Pensionati per Cota” di Roberto Giovine?
«Già, personaggio conosciuto perché anche l’altra volta aveva fatto lo stesso. La magistratura ha accertato che le firme di 18 dei 19 candidati della lista “Pensionati per Cota” sono false. Una vera e propria truffa. E i voti sottratti con l’inganno, per quanto riguarda queste liste contro cui abbiamo fatto ricorso, sono circa 80 mila. Ventisette mila solo quelli raccolti da questi fantomatici ... pensionati. Allora, altro che cavilli, stiamo parlando di questioni molto serie. E se si considera che l’unico precedente di ricorso al Tar per un voto regionale è quello che fece il centrodestra in Molise nel 2001, se si considera che Giovanni Di Stasi allora venne mandato a casa perché una decina di firme di presentazione delle liste erano irregolari, sarebbe bene che tutti rispettino chi ritiene oggi di essere stato leso nei propri interessi e aspettino con calma il giudizio dei magistrati».
Prevede un giudizio a lei favorevole da parte del Tar?
«Sono abbastanza ottimista, ma è una questione di una tale delicatezza che ora bisogna soltanto attendere tranquilli la sentenza. L’unico che sembra sicuro di perdere in questo momento è Cota, visto che fa questa manifestazione».
È questo secondo lei il motivo della fiaccolata?
«Mi sembra non ci siano dubbi che si tratti di un modo per intimidire la magistratura. Perché, altrimenti, contro chi sarebbe questa manifestazione? Contro quanti, come l’Udc o i Verdi, hanno ritenuto lesi i loro interessi?Nondirei, anche Cota prima del voto ha fatto ricorso contro liste che riteneva lesive nei suoi confronti. È evidente che questa fiaccolata sia contro i magistrati.
Come a dire, non vi provate ad annullare le elezioni».
E il fatto che lo stesso Cota partecipi come lo giudica?
«Un’aggravante. Accusava me di farne una questione personale e ora scende in piazza. Posso anche capire che i suoi sostenitori si agitino, ma che lui manifesti mi sembra molto grave».
Quando sono partiti i ricorsi anche nello stesso Pd c’è stato chi le ha contestato di farne una questione personale...
«Sì, ma mi pare che adesso tutti si siano resi conto che non era una mia fissazione, che c’erano elementi molto solidi, e quindi mi pare che quella critica sia rimasta per strada da sola. Qualcuno, sul momento, ha pensato che io fossi particolarmente irritata per non aver vinto. Lo ero, figuriamoci, ma che c’entra? Lo vogliamo difendere o no il principio di legalità? Difendiamo o no il rispetto delle regole? Non c’è alcun dubbio che quelle che abbiamosollevato fossero questioni fondate. Se poi sono così fondate da annullare le elezioni ono lo decideranno i magistrati, tocca a loro chiarire cosa è capitato e decidere la sanzione. Quello che appare però già evidente è che non eravamo totalmente sconclusionati quando abbiamo denunciato che erano state commesse delle irregolarità».
E se la magistratura dovesse annullare il voto e ci fossero nuove elezioni? Dà per scontato che sarà lei il candidato del centrosinistra?
«Non do per scontato nulla. Ricordo che abbiamo perso per novemila voti, avendo rimontato dieci punti, visto che alle europee di neanche un anno prima di tanto eravamo sotto. Ed è evidente che il candidato che è stato danneggiato da queste irregolarità sono io. Tuttavia è altrettanto evidente che la questione la dovremo valutare tutti insieme. C’è una coalizione, io ne ero soltanto il capo, non il padrone».
Quindi non si metterà di traverso se il centrosinistra dovesse puntare su un altro candidato? Già è comparso qualche articolo che dà Sergio Chiamparino come il favorito...
«Prima di tutto aspettiamo la sentenza del Tar. Non è il caso di discutere ora del candidato. L’annullamento di un’elezione può avere effetti dirompenti. E allora ripeto, aspettiamo tranquilli e poi nel caso tutti insieme decideremo cosa fare ».
Fonte: Simone Collini - L'Unità

1 luglio: Bersani, "saremo in piazza contro questa deformazione berlusconiana della democrazia in senso plebiscitario"

1 luglio: Bersani, "saremo in piazza contro questa deformazione berlusconiana della democrazia in senso plebiscitario"
"Il principio tutto berlusconiano secondo cui il consenso prevale sulle regole è inaccettabile: per la nostra Costituzione la sovranità appartiene al popolo che, tuttavia, la deve esercitare sempre nelle forme e nei limiti della Costituzione. Quella di Berlusconi pertanto è una deformazione in senso personalistico, plebiscitario e populistico della nostra democrazia". Ad affermarlo sul sito di Articolo21 è il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani. "Per questo saremo a piazza Navona il 1° luglio. Per difendere la libertà di informazione e la Costituzione".
Segretario, il Pd sarà alla manifestazione del 1 luglio a Roma?
Sì, saremo a Piazza Navona e in tutte le altre città dove per il primo luglio è stata indetta una mobilitazione civile.
Con quale spirito parteciperete?
Ci saremo perchè siamo fortemente critici nei confronti del Ddl Alfano: pensiamo che il problema dell'uso improprio delle intercettazioni vada affrontato alla fonte, e che non può essere il pretesto nè per ridurre gli interventi degli organi come la magistratura nè per mettere bavagli alla stampa.
Si tratta di modificarla o rigettarla completamente?
Questa legge è improponibile e ci mette al di fuori di tutti i contesti occidentali. Faremo la nostra battaglia senza riserve in parlamento.
Chi teme le intercettazioni?
Le varie cricche. Di loro non avremmo saputo niente senza intercettazioni.
Anche nel centro destra alcuni, in particolare i finiani, hanno storto la bocca sulla legge bavaglio.
Sì, e adesso chiediamo loro coerenza. Hanno sollevato più di una perplessità, ora devono dimostrare in che modo intendono opporsi.
Chi invece sostiene la legge lo fa rivendicando il diritto alla privacy.
Se esiste un uso improprio dell intercettazioni deve essere colpito alla fonte mettendo la responsabilità nelle mani dei magistrati inquirenti e degli uffici ... giudiziari affinchè selezionino e custodiscano le informazioni improprie che possono colpire la privacy. Detto questo l'informazione deve poter fare il suo mestiere. D'altronde, bloccarla è come cercare di fermare l'acqua con le mani... Ma è certo che se alla fonte si blocca la possibilità di colpire i reati anche stampa e tv rischiano di essere costretti al silenzio. Un colpo alla magistratura e all'informazione...
...I due obiettivi principali del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli e della Loggia P2.... Quello era un piano per l'instaurazione di un Regime. Termine eccessivo per descrivere la realtà di oggi o ci siamo vicini?
Io ho sempre usato l'espressione deformazione della democrazia, che non è meno incisiva. Il principio tutto berlusconiano secondo cui il consenso prevale sulle regole, un principio inaccettabile: per la nostra Costituzione la sovranità appartiene al popolo che, tuttavia, la deve esercitare sempre nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Quella di Berlusconi pertanto è una deformazione in senso personalistico, plebiscitario e populistico della nostra democrazia.
Qual è, in questo contesto, il compito del Pd?
Ribadire che le regole vengono prima del consenso. E che questione democratica e sociale sono intrecciate. Se si riducono gli spazi della democrazia diminuiscono anche le risposte ai problemi sociali.
Sull'informazione però il centro sinistra non sembra aver brillato in questi anni.
Su questo tema limiti del centro sinistra magari ce ne possono essere stati. Sia dall'opposizione che nel corso della nostra esperienza di governo. Ma adesso l'esigenza è di unire le forze di opposizione e guardare avanti.
Magari riprendendo anche in mano un tema come il conflitto di interessi, piuttosto sottovalutato.
Un tema centrale: servono norme che limitino le posizioni dominanti nel campo dell'informazione. Serve una legge antitrust seria come è stato fatto per l'energia elettrica o il commercio. Una legge, ovviamente, diametralmente diversa dalla Gasparri. Dovrà essere uno dei primi punti di un programma di alternativa.
Fonte: Stefano Corradino - Articolo 21

Mafia, sette anni a Dell'Utri Il senatore: «Sentenza pilatesca»

Dopo sei giorni di camera di consiglio, i giudici della seconda sezione della Corte d'Appello di Palermo hanno condannato Marcello Dell'Utri a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Ridotta, dunque, la condanna a nove anni decisa in primo grado, nel dicembre del 2004. Il pg Nino Gatto, a conclusione della sua requisitoria, aveva chiesto per Dell'Utri una condanna a undici anni di reclusione. «Sono profondamente deluso», ha ammesso dopo la lettura della sentenza. Una verdetto «pilatesco» secondo il senatore del Pdl imputato.
Riformando la sentenza di primo grado, la corte ha assolto Dell'Utri limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoca successiva al 1992 perché «il fatto non sussiste», riducendo così la pena da nove a sette anni di reclusione. Sembrano non aver influito, dunque, nel processo Dell'Utri le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, piombate in aula quando il dibattimento si stava avviando a conclusione. La Corte d'Appello di Palermo (che ha anche dichiarato il non doversi procedere nei confronti dell'altro imputato, Gaetano Cinà, nel frattempo deceduto) ha infatti condannato il senatore del Pdl a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa per fatti commessi prima del 1992, mentre i verbali di Spatuzza, depositati nell'ottobre del 2009, si riferiscono ad anni successivi. «Con questa sentenza si mette una pietra tombale sulla presunta trattativa tra Stato e mafia durante il periodo delle stragi.
Quello che ha detto Spatuzza non è stato evidentemente preso in considerazione
come voleva l'accusa» ha detto l'avvocato Nino Mormino, legale di Dell'Utri, sottolineando che la corte ha assolto il suo assistito per le condotte contestate in epoca successiva al 1992, escludendo cioè qualunque «patto» tra lo Stato e Cosa Nostra subito dopo le stragi.
Il senatore del Pdl non era presente in aula a Palermo al momento della lettura ... della sentenza: Dell’Utri è rimasto a Milano, organizzando una conferenza stampa nel capoluogo lombardo dopo la lettura della sentenza. «È una sentenza pilatesca», ha detto Dell'Utri come prima cosa ai giornalisti . «Hanno dato un contentino alla procura palermitana - ha aggiunto - e una grossa soddisfazione all'imputato, perché hanno escluso tutto ciò che riguarda le ipotesi dal 1992 in poi». Marcello Dell'Utri spera nel giro di un anno in una sentenza per lui positiva da parte della Cassazione. «Spero che dicano: "ma che stiamo facendo, lasciate stare"». Il senatore del Pdl ha spiegato che si aspettava una sentenza di questo tipo. Se fosse arrivata l'assoluzione «avrei detto - ha aggiunto - che la pena l'ho già scontata: 15 anni di pena. Io non somatizzo, ma il disagio c'è». «Vittorio Mangano è stato il mio eroe» ha poi ribadito il politico siciliano conversando con i giornalisti. «Era una persona in carcere, ammalata - ha spiegato Dell'Utri - invitata più volte a parlare di Berlusconi e di me e si è sempre rifiutato di farlo. Se si fosse inventato qualsiasi cosa gli avrebbero creduto. Ma ha preferito stare in carcere, morire, che accusare ingiustamente. È stato il mio eroe. Io non so se avrei resistito a quello a cui ha resistito lui». «Non farò il ministro» ha chiarito poi il senatore rispondendo a una domanda dei giornalisti sulla provocazione del leader Idv Antonio Di Pietro («Speriamo che Berlusconi non lo faccia ministro» ha detto l'ex pm dopo la sentenza ironizzando sul caso Brancher).
«Processualmente parlando, Dell’Utri non ha favorito la mafia» ha spiegato il procuratore generale Antonino Gatto, commentando la sentenza. «Ma questo - ha aggiunto il pg - non vuol dire affatto che ciò non possa essere accaduto in natura. Bisognerà piuttosto leggere le motivazioni della sentenza per capire i motivi che hanno spinto la corte a prendere questa decisione. Forse perché le affermazioni di Spatuzza non sono state ritenute attendibili, o perchè le prove portate dall’accusa sono state considerate infondate, o perchè sono mancati i riscontri». «Sono profondamente deluso» ha ammesso il procuratore Gatto «perché ritengo che l’aspetto politico era la parte della vicenda sulla quale l’accusa aveva quagliato meglio». Alla domanda se questa sentenza rappresenti la tomba degli aspetti oscuri legati alla strategia stragista, il procuratore generale ha risposto: «Non parlerei affatto di tomba, ma ripeto, occorrerà leggere attentamente le motivazioni per comprendere questa decisione». «Cercherò il procuratore Gatto e gli farò le condoglianze» ha detto ironico Dell'Utri riferendosi alla delusione del pg Gatto.
In primo grado Dell'Utri era stato condannato a nove anni di reclusione. In quel caso primo grado i giudici del tribunale rimasero in camera di consiglio, per emettere la sentenza di condanna a nove anni di carcere, per 13 giorni: un record. Entrarono in consiglio dopo le ore 13 del 29 novembre 2004 ma avvertirono che l'uscita dalla camera di consiglio sarebbe stata annunciata 24 ore prima. Il presidente del tribunale, Leonardo Guarnotta, lesse la sentenza l'11 dicembre poco dopo le 10.
Fonte: Corriere.it

Italia, sale la pressione fiscale 2009 anno nero per i conti

Aumenta in Italia la pressione fiscale complessiva rispetto al Pil: secondo i dati Istat, nel 2009 è passata dal 42,9 per cento del 2008 al 43,2 per cento. Il nostro Paese si colloca così al quinto posto, insieme alla Francia, nella classifica europea (Ue-27) per pressione fiscale. Nel 2008 era al settimo posto. Per ritrovare dati simili a quelli del 2009 bisogna tornare indietro al 1997, l'anno dell'Eurotassa (ma nel 2007 la pressione del fisco era stata comunque pari al 43,1%). A pesare una diminuzione del Pil maggiore della diminuzione delle entrate.
CONFINDUSTRIA - «La pressione fiscale è un problema di cui parliamo da sempre. Oggi è ai massimi, è un problema per la crescita» ha detto la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, commentando i dati diffusi dall'Istituto di statistica. «Da tempo - ha aggiunto la leader degli industriali - stiamo chiedendo al ministro Tremonti che apra un tavolo sul fisco, come promesso. Siamo consapevoli che è un momento in cui il tema del rigore, dei deficit e dei debiti è al centro dell’attenzione internazionale, europea e italiana. Spazi nel brevissimo sono difficili, però è importante parlarne perché non è possibile andare avanti con una pressione così alta soprattutto nei confronti delle imprese e dei lavoratori».
NOI E L'EUROPA - In base alla cifre Istat, in Europa, l'Italia è dunque allo stesso livello della Francia ma a un livello inferiore rispetto al Belgio (45,3 per cento) e all'Austria (43,8 per cento), oltre che rispetto ai Paesi scandinavi, i cui più evoluti sistemi di welfare hanno storicamente richiesto un maggiore ricorso alla fiscalità generale. Danimarca e Svezia, infatti, presentano i valori più elevati della pressione fiscale (rispettivamente 49,0 per cento e 47,8 per cento), mentre quelli più bassi si riscontrano in Lettonia (26,5 per cento), Romania (28,0 per cento), Slovacchia e Irlanda (29,1 per cento), Lituania (29,3 per cento) e Bulgaria (30,9 per cento).
PESA LA RIDUZIONE DEL PIL - Tornando al nostro Paese, l'Istat segnala che il risultato del 2009 è «l'effetto di una riduzione del Pil superiore a quella complessivamente registrata dal gettito fiscale e parafiscale, la cui dinamica negativa (-2,3 per cento) è stata attenuata da ... quella, in forte aumento, delle imposte di carattere straordinario (imposte in c/capitale), cresciute in valore assoluto di quasi dodici miliardi di euro». Tra le imposte straordinarie sono classificati i prelievi operati in base al cosiddetto «scudo fiscale», per un importo di circa 5 miliardi di euro, e i versamenti una tantum dell'imposta sostitutiva dei tributi, che hanno interessato alcuni settori dell'economia, in particolare quello bancario. Tutte le altre componenti del prelievo fiscale sono risultate in calo: le imposte indirette del 4,2 per cento (dopo essere diminuite già del 4,9 nel 2008), le imposte dirette del 7,1 per cento e i contributi sociali effettivi dello 0,5 per cento. La flessione delle imposte dirette è dovuta essenzialmente al calo del gettito Ires (-23,1 per cento) rispetto al 2008, mentre quella delle imposte indirette ha risentito delle significative diminuzioni del gettito dell'Iva (-6,7 per cento) e dell'Irap (-13,0 per cento). L'andamento dei contributi sociali effettivi riflette la tenuta delle retribuzioni lorde, dovuta alla lieve crescita dell'importo medio pro-capite, che ha parzialmente compensato la flessione dell'occupazione.
I CONTI PUBBLICI - Dalle statistiche sui conti ed aggregati economici delle amministrazioni pubbliche diffuse oggi dall'Istat risulta che la spesa pubblica nel 2009 ha sfiorato gli 800 miliardi di euro e ha superato, in valori percentuali, oltre la metà del prodotto interno lordo, tornando ad un 'pesò che era tale solo negli anni Novanta. La spesa pubblica totale lo scorso anno è stata pari a 798,854 miliardi di euro, il 52,5% del Pil. Risulta in crescita, in rapporto al prodotto interno lordo, per il terzo anno consecutivo. Per tornare ad un peso tale sull'economia, oltre la metà della ricchezza prodotto in Italia, bisogna tornare al 1996 quando il rapporto spesa-Pil era al 52,6% (ma nel '93 era arrivata anche al 56,6%). Come in tutta Europa hanno pesato i costi degli ammortizzatori sociali. - Nel confronto con gli altri Paesi europei, la spesa complessiva dell'Italia in rapporto al Pil, al lordo delle vendite di beni e servizi e al netto degli ammortamenti, è stata più alta di 1,3 punti percentuali rispetto alla media dei sedici Paesi dell'area dell'euro e di 1,2 punti percentuali rispetto alla media complessiva dei paesi dell'Ue. Nell'ambito delle spese correnti, i redditi da lavoro dipendente (che incidono per circa un quinto sul totale delle uscite) sono saliti, in Italia, dell'1%, con un ritmo molto inferiore rispetto al 2008 (3,6%). Le spese per consumi intermedi hanno registrato un aumento del 7,5%, proseguendo la tendenza degli anni precedenti; le prestazioni sociali in natura, che includono prevalentemente le spese per assistenza sanitaria in convenzione, sono aumentate del 4% contro una variazione del 2,2% rilevata nel 2008. Di conseguenza, la spesa per consumi finali delle amministrazioni pubbliche è aumentata del 3,3%, in rallentamento rispetto alla crescita del 4,3% del 2008. «Il contributo più importante alla crescita della spesa, in Italia, come negli altri paesi Ue, proviene - sottolinea l'Istat - dalle prestazioni sociali in denaro (pensioni, sussidi, ecc.): nel 2009 queste hanno segnato un'incidenza di oltre il 36% sulle uscite e una crescita rispetto al 2008 del 5,1%, dovuta all'effetto della crisi sugli ammortizzatori sociali». Nel 2009, la diminuzione dei tassi d'interesse ha avuto «un importante ruolo di contrasto alla crescita della spesa pubblica», rileva l'istituto di statistica. In Italia, la riduzione della spesa per interessi passivi (-12,2%), con un'incidenza pari a quasi il 9% sul totale delle uscite, e dopo un biennio in aumento, ha liberato risorse per circa 10 miliardi di euro, equivalenti a oltre mezzo punto percentuale di Pil.
Fonte: Corriere.it

Mobbizzato in Rai da cinque anni. Ora spiega perché viale Mazzini deve tornare ai cittadini

Ogni giorno, da cinque anni, vado nel mio ufficio di Corso Sempione, in attesa di conoscere su quale dei tanti progetti di fiction da me proposti posso e devo finalmente rimettermi all’opera”. Gilberto Squizzato, trent’anni in Rai come giornalista, autore e regista, nel ’95 crea nella sede di Milano un modello di produzione di fiction a basso costo che lo porta a ricevere diversi premi e riconoscimenti, sia in Italia che all’estero. Una bella soddisfazione, insufficiente però a evitare che la sua linea di produzione nel 2005 venga chiusa. “Da allora non ho più ricevuto alcun incarico di ideazione o realizzazione. Forse oggi, in tempi di vacche magre, con 200 milioni di passivo previsti dal bilancio Rai, quel modello low cost meriterebbe di essere recuperato, anche per mettere all’opera tanti nuovi giovani autori”.
Michele Santoro e Paolo Ruffini hanno vinto la causa che hanno fatto all’azienda per continuare a lavorare… E a lei com’è andata?
“Il Tribunale del lavoro a dicembre 2008 ha ordinato alla Rai di restituirmi al mio ruolo di autore e regista di docufiction e real movie fortemente ancorati all’attualità. Attendo da un anno e mezzo, con comprensibile impazienza, che sia applicata la sentenza”.
Se no?
“Dovrò tutelare la mia dignità professionale, come ha detto Ruffini, a cui il giudice ha dato ragione. Il presidente Garimberti, comunque, ha dichiarato che le sentenze del tribunale vanno sempre eseguite, anche quando non piacciono all’azienda”.
Agostino Saccà, quand’era direttore di Rai Fiction, ha accentrato su di sé il potere di promuovere e finanziare le nuove produzioni. E i real movie da lei diretti non sono più piaciuti…
“Forse costavano troppo poco, non so… O forse non era gradito che nascessero all’interno dell’azienda con l’apporto di troupe e mezzi Rai. Ma il problema è molto più ampio e non riguarda la mia persona: l’accentramento della fiction imposto da Saccà ha sottratto alle direzioni di ogni rete una parte consistente della loro ... autonomia editoriale. Mi pare che ora si voglia accentrare anche l’intrattenimento di tutte le reti sotto un’unica direzione. Ma un’azienda editoriale troppo accentrata non può che portare a un’omologazione del prodotto”.
L’ideazione e produzione dei programmi è sempre più affidata a società esterne. Che ne sarà della Rai?
“Se prevarrà questo orientamento, la tv pubblica rischia di ridursi a una semplice società finanziaria destinata a mettere in onda quasi soltanto programmi pensati e realizzati al suo esterno. Ma quel punto, per coerenza, bisognerebbe privatizzarla”.
Nel suo libro La tv che non c’è, come e perché riformare la Rai (Minimum Fax) lei però afferma che la televisione pubblica non può essere privatizzata.
“Come l’acqua, la Rai va considerata un bene comune, strategico e vitale. Quindi va riconsegnata ai cittadini, attraverso un Consiglio di amministrazione o un Comitato editoriale in cui la maggioranza sia espressa non da rappresentanti del sistema politico, ma della composita realtà del Paese: membri scelti dalle associazioni degli utenti, dal mondo del lavoro, della cultura, degli autori, dell’editoria, dell’arte e dello spettacolo. Solo una Rai svincolata dalla morsa dei partiti e da ogni interferenza del governo può garantire ai cittadini un’informazione autenticamente libera, autonoma e pluralista ”.
Il libro inizia con una dedica al “colore viola” e si conclude con la proposta di una legge di iniziativa popolare. Per riformare la tv pubblica si può solo partire dal basso?
“Sarebbe stupendo se fossero i partiti a fare un passo indietro. Ma nessuno di loro ha finora voluto praticare un reale disarmo bilaterale. Solo una forte mobilitazione dell’opinione pubblica potrà indurli a ritirarsi dal servizio pubblico”.
Il presidente Garimberti ha detto che “o si cambia o si muore”…
“È così. Ma chi voleva far morire la Rai non era forse la P2? È questo che intendiamo permettere?”.
Se non muore, la tv pubblica invecchia: per i giovani oggi è quasi impossibile essere assunti…
“Sono centinaia i giovani che lavorano ai programmi di rete, ma in larga maggioranza vengono assunti temporaneamente dalle società esterne che producono in appalto. Queste energie fresche e innovative devono invece diventare il nuovo nerbo editoriale del servizio pubblico, che altrimenti rischia di perdere contatto con la realtà e risultare marginale nel nuovo mondo multimediale. Al sindacato dei giornalisti Rai proporrei una formidabile prova di solidarietà dei “garantiti” verso i giovani disoccupati: indire un referendum tra i colleghi su una proposta di autoriduzione dello stipendio del 2% per i redattori, 3% per i capiredattori e 10% per i direttori. La cifra risparmiata andrebbe reinvestita in nuovi contratti regolari e stabili per giovani giornalisti”.
Lei scrive che l’attuale sistema di governance della Rai non consente di rimuovere un direttore di tg che gestisca l’informazione in modo scorretto. Mi viene in mente Augusto Minzolini. Sbaglio?
“Ho finito di scrivere il libro alcune settimane prima che Minzolini fosse nominato alla direzione del Tg1. Il problema non sono le singole persone, ma l’intero sistema Rai: come si potrà rimuovere un dirigente o un direttore che abbia disatteso i doveri del servizio pubblico se la sua nomina è di fonte politica? Anche per questo i meccanismi di scelta dei vertici aziendali devono essere sottratti una volta per tutte all’arbitrio della partitocrazia. Se poi ci mettiamo anche il conflitto di interessi…”.
Fonte: Luigi Franco - Il fatto quotidiano

Torino, adunata padana contro il Tar: «Oggi fiaccole, domani fucili»

"Stasera le fiaccole, domani i fucili", avverte il cartello che tiene bello alto il militante della sezione “Oriana Fallaci”, arrivato con la sua maglietta verde da Novi Ligure. “Giù le mani dal voto, il popolo è sovrano”, ammonisce lo striscione targato Pdl e Lega che apre il corteo. “Ma no, ma quale tentativo di intimidire la magistratura”, dice il coordinatore del Pdl piemontese Enzo Ghigo, e intanto però il centrodestra fa questa fiaccolata per le vie di Torino a pochi giorni dall'attesa sentenza del Tar sui ricorsi presentati dal centrosinistra contro alcune delle liste che alle regionali di marzo hanno sostenuto Roberto Cota. “Ma no, ma quale prova di forza”, dicono quelli dello staff del neogovernatore leghista mentre intanto dalla mattina si informano se i pullman che hanno chiesto di organizzare in tutte le province della regione siano stati effettivamente riempiti e stiano arrivando nel capoluogo.
Vengono rassicurati, ma poi a sfilare sono in duemila a dir tanto. “Interventi?, dal palco?, ma no, niente di organizzato, sarà una cosa popolare, al massimo ci sarà un megafono”, e intanto a metà pomeriggio dalla sede del Pdl di Corso Vittorio Emanuele partono i furgoncini carichi di bandiere, giusto il tempo di travasare la benzina dalle taniche nel generatore di corrente, sistemare amplificatori, mixer, cavi, microfoni e via verso il centro.
E sì che qui è tutto un equivoco, un non capirsi. Il centrosinistra chiede di sapere se effettivamente 18 delle 19 firme dei candidati della lista “Pensionati per Cota” (che ha preso 27 mila voti) siano false e il governatore leghista (che ha battuto Mercedes Bresso per 9 mila voti) parla di “cavilli” e “furbata”. I Verdi e l'Udc hanno presentato ricorso contro la lista “Verdi Verdi” e quella messa in piedi dall'ex capogruppo centristra espulso dal partito ma Ghigo parla di “manovre di azzeccagarbugli che non accettano di aver perso”. Questa stessa fiaccolata che alle otto della sera da piazza Arbarello si snoda per le vie del centro fino a piazza Castello (c'è anche senza dare troppo nell'occhio il responsabile della lista dei pensionati Michele Giovine, al quale gli alleati avevano chiesto di non farsi vedere), appare piuttosto equivoca.
Non per le finalità, perché poi Cota dice che il suo unico obiettivo è difendere “il diritto a che ci sia un governo e non venga il caos”, e Sergio Chiamparino, guardando da lontano all'iniziativa, dice di non apprezzare “manifestazioni di piazza contro le istituzioni che non sono elettive ... come di fatto è quella di stasera, si può concordare o dissentire ma la magistratura va rispettata e non va influenzata con manifestazioni esterne”. Governatore e sindaco si incrociano a metà pomeriggio all'assemblea dell'Unione industriali di Torino (anche loro favorevoli a che non si ripetano le elezioni, almeno a sentire il presidente degli imprenditori Gianfranco Carbonato) e insomma chi da destra chi da sinistra ognuno dei due sostiene la sua versione, anche se poi è dura per Cota smentire l'intenzione di voler condizionare il Tar mentre intanto parla di rischio “caos”, dice che “la scelta dei giudici non può che essere quella di difendere il voto dei piemontesi” e che una diversa “è semplicemente pazzesco anche soltanto ipotizzarla, sarebbe un vero e proprio colpo alla democrazia”.
No, l'equivoco è nella scelta della forma della manifestazione, quest'idea di fare una fiaccolata, di sfilare per le vie del centro con delle torce accese quando c'è ancora tutta questa luce. Mercedes Bresso un po' è preoccupata, un po' se la ride: “E' molto grave questo tentativo di intimidire la magistratura, e ancora più grave è il fatto che vi abbia partecipato lo stesso Cota, che fa già comizi irati, è già in campagna elettorale”. E poi, sorridendo: “Ma è chiaro perché hanno scelto di fare una fiaccolata no? In pochi riescono a sembrare molti.
Avrebbero fatto meglio a starsene a casa a guardare i mondiali”. Pochi o tanti che siano, il segnale non piace al segretario del Pd piemontese Gianfranco Morgando. “Cota ha parlato di golpe giudiziari, di manovre politiche, vogliono alzare il livello della tensione intorno alla decisione del Tar. Quando la magistratura è al lavoro non si organizzano marce per attentarne l'autonomia ma si aspettano con rispetto e tranquillità le decisioni. Così dimostrano soltanto di non possedere come valori fondanti la legalità e il rispetto delle regole democratiche”.
Fonte: Simone Collini - L'Unità

La cricca delle nomine di regime

Nel Paese della Cricca può capitare qualunque cosa, e nessuno si scandalizza più. È normale che un presidente della Consob come Lamberto Cardia, rimasto in carica per ben tredici anni filati ai vertici del principale organo di controllo dei mercati finanziari, non si rassegni alla pensione alla venerabile età di 76 anni. È normale che venga invece nominato presidente delle Ferrovie dello Stato, un colosso con le rotaie d' argilla impegnato nella grande sfida dell' Alta Velocità. Allo stesso tempo, è altrettanto normale che al suo posto, alla Vigilanza di Borsa, venga spostato Antonio Catricalà, ex segretario generale della presidenza del Consiglio, e attuale presidente dell' Autorità che vigila sulla concorrenza. Ed è altrettanto normale che si pensi di spostare all' Antitrust forse un viceministro dell' Economia come Giuseppe Vegas, o forse l' attuale direttore generale della Rai Mauro Masi, o forse il primo presidente della Corte di Cassazione Vincenzo Carbone, o forse l' ex segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo. Di fronte a questo vorticoso e del tutto autoreferenziale valzer delle poltrone c' è da restare basiti. Sembra di assistere a una scena del «Todo Modo» di Sciascia, dove una collaudata compagnia di giro, sempre la stessa da anni, si spartisce le nomine più importanti del Paese. Organismi cruciali per il destino della democrazia politica ed economica, come le autorità amministrative indipendenti, sono appannaggio fisso dei soliti noti, che ballano tutti sullo spartito di un unico direttore d' orchestra: Gianni Letta, che distribuisce gli incarichi tra giuristi di Corte con la logica della pura e semplice affinità personale o contiguità politica. A prescindere dalle competenze specifiche, dalle esperienze professionali, dalle ... esigenze anagrafiche. Sia detto con tutto il rispetto, e al di fuori da qualunque profilo giudiziario: ma anche questa è diventata una cricca, che si conserva e si riproduce per partenogenesi con un solo obiettivo: non disturbare i manovratori di regime.
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica

Ma la Nazionale non è la Nazione

Nei giorni scorsi, abbiamo sentito e letto che "la Nazionale è lo specchio del Paese". E, in fondo, della Nazione. Lo spettacolo della sciagurata esperienza degli azzurri ai mondiali in Sudafrica: una metafora della società e, soprattutto, della classe dirigente italiana. Vecchia, senza capacità di innovare, di inventare qualcosa. Ripiegata su se stessa. Povera di identità. E per questo incapace di affrontare una competizione aperta e dura con altre nazioni. Più giovani e affamate di successi. Vero, per la Nazionale. Ma il discorso si ferma lì. L' identità nazionale non ha a che fare con quella della Nazionale. La Nazionale di calcio non è lo specchio del Paese o della Nazione. Anche se si è soliti dire che gli italiani esibiscono l' orgoglio nazionale solo quando gioca la Nazionale. Conviene, semmai, invertire il ragionamento. Gli italiani, la società italiana: "usano" il calcio come specchio. Quando e se conviene loro. Alla ricerca di buoni motivi per stare insieme e per sentirsi soddisfatti. Per riconoscersi. A maggior ragione quando altri motivi latitano. Quando l' economia va male e il lavoro manca. Quando si diffida delle istituzioni e degli altri. Allora si è più pronti a sfilare dietro a una bandiera che prometta e permetta di vincere. E, al contempo, di sentirsi comunità, in una società sempre più individualizzata. I mondiali di calcio, peraltro, costituiscono un' occasione unica. Perché si tratta di competizioni "inter-nazionali", dove le squadre "nazionali" si misurano "contro" le altre. Il che rende visibili gli elementi di eguaglianza e differenza impliciti nell' appartenenza territoriale. Sottolineati dalla bandiera, dall' inno, dalla maglia, dal tifo. Noi e gli altri. Noi contro gli altri. Amici e nemici (non avversari). La svolta è avvenuta ai mondiali del 1970, nell' epica partita Italia-Germania, finita 4 a 3. Da allora è iniziata la ricerca di "momenti magici". Come ai mondiali del 1982 e del 2006. Occasioni per riunirsi con amici e altre persone, a vedere la partita. A casa, nei bar, di fronte a megaschermi. Per poi sciamare tutti quanti in strada e in piazza, in caso di vittoria. Offrendo (e assistendo a) spettacoli di entusiasmo collettivo. In cui ci si sente, all' improvviso, per una volta, italiani. Perché è bello vincere. Godere "insieme". Tanto più se negli altri momenti ci sentiamo soli. Se il successo arriva inatteso. Anzitutto da noi. Naturalmente, il calcio è lo spettacolo che, più di altri, alimenta - e si alimenta - di identità e di appartenenza. Locale, urbana, regionale e non solo. In Italia il 50% delle persone tifa per una squadra. E, al tempo stesso, "contro" un' altra ... squadra (Sondaggio Demos-Limes, luglio 2008). Tra i più giovani la bandiera della squadra di calcio conta più di ogni altra. Politica, ma anche religiosa. È una "fede" più che una passione. Per questo la politica se ne è impadronita. A costo di ripetersi, come dimenticare l' esempio di Silvio Berlusconi, inventore della Nuova Politica e della Nuova Repubblica? Nel 1994, proprietario e presidente del Milan, oltre che di Fininvest. Fonda un partito che si chiama "Forza Italia", organizzato attraverso i club. Definisce i suoi elettori: "azzurri". Un progetto post-ideologico, che definisce il Paese come una massa di tifosi, coinvolti in un campionato permanente, che si svolge sotto gli occhi di tutti, sui media. In chiaro o in pay-per-view. Logico che il calcio, in una politica mediatizzata, sia divenuto il terreno dove si elaborano, creano, promuovono, scontrano le identità. Anche se la Nazionale non è la Nazione, viene usata per promuoverne oppure delegittimarne il significato. Secondo la convenienza. Come ha fatto, apertamente, la Lega, in questa occasione. Identificando- lei sì- la Nazionale con la Nazione. Per metterne in dubbio il fondamento. Così, Radio Padania ha "tifato contro". In seguito, Bossi si è detto certo che l' Italia (Nazione e nazionale) avrebbe "comprato" gli slovacchi, per vincere la partita e qualificarsi. (Nel calcio, si sa, queste cose succedono). Smentito dal risultato, ha usato l' eliminazione in senso "nazionalista". Recriminando sull' eccessiva presenza di stranieri. Nel campionato, ma, ovviamente, anche nella società italiana. (Varrebbe la pena di prendere sul serio questa critica, per allargare la rosa della nostra Nazionale, "etnicamente pura". Come avviene quasi ovunque.) Negli ultimi anni, peraltro, anche Berlusconi sembra aver preso le distanze dal calcio. Ha smesso di investire nel Milan. Perché il Premier non può spendere cifre immense per i giocatori del suo club e chiedere, al tempo stesso, sacrifici ai cittadini. Poi, ha sciolto "Forza Italia" e gli "azzurri" (nel Popolo della Libertà). Forse, (anche) per ridurre i motivi di tensione con il fedele alleato "padano". Forse perché il calcio è diventato, nel frattempo, un' arena di guerra per bande. Localiste ed estremiste. Una piazza mediatica ingovernabile. Dove è impossibile coltivare un sogno "comune". Celebrare una storia "italiana". La Nazionale, dunque, non è lo specchio della Nazione e neppure del Paese. Lo può diventare solo quando ai cittadini e alla classe dirigente "conviene" specchiarsi in essa. Cioè: se vince e (possibilmente) convince. Altrimenti, viene negata e rinnegata. Oppure ignorata. Come ieri, al ritorno degli azzurri, in aeroporto. Pochi tifosi, qualche insulto e molta indifferenza. Noi, post-italiani (copyright di Berselli), per dirci e sentirci di nuovo italiani - e orgogliosi di essere tali - attenderemo un' occasione migliore. -
Fonte: ILVO DIAMANTI - REPUBBLICA

lunedì 28 giugno 2010

Il boomerang finale dell'Aldo longobardo

Nella società tribale dei longobardi, tra il servo e l'uomo libero esisteva una categoria intermedia: quella degli "aldi". L'"aldo" era in qualche modo simile al liberto romano, ma con una notevole differenza: il liberto era uno schiavo liberato; in quanto tale aveva l'obbligo non solo morale ma addirittura giuridico di restar fedele alla "gens" cui apparteneva il suo liberatore. L'"aldo" invece non era stato beneficiario d'una vera e propria liberazione: semplicemente non era più soggetto alle limitazioni dei servi, si poteva muovere liberamente sul territorio e poteva anche svolgere affari e negozi in proprio nome, ma doveva fedeltà e obbedienza assoluta al suo padrone, assisterlo, rappresentarlo e battersi per lui e soltanto per lui. La volontà del suo padrone era la sola sua legge.
Queste cose pensavo quando Aldo Brancher è asceso nei giorni scorsi agli onori della cronaca. Chi meglio di lui raffigura l'"aldo" longobardo? Chi più di lui ha rappresentato il suo padrone ed ha stipulato negozi per lui? Negozi di alta politica (snodo di collegamento tra Berlusconi e la Lega) e negozi di sordidi affari (pagamenti in nero destinati a fini di corruzione di partiti, uomini politici, dirigenti amministrativi, imprenditori)?
Dalle accuse relative ad un periodo lontano, quando Berlusconi non era ancora entrato in politica e tanto più abbisognava di alleanze e coperture politico-affaristiche, Aldo Brancher si era liberato con la prescrizione raccorciata, disposta da una delle tante leggi "ad personam" volute dal Berlusconi ormai capo d'un partito e del governo, nonché con l'abolizione del reato di falso in bilancio, che gli era stato contestato dai magistrati della pubblica accusa.
Del reato di appropriazione indebita per il quale è perseguito in relazione alla scalata della banca "Antonveneta" avrebbe dovuto liberarlo la nomina a ministro varata nei giorni scorsi: nelle intenzioni di Berlusconi avrebbe dovuto consentirgli di valersi del legittimo impedimento disposto pochi mesi fa da un'altra legge "personale" destinata a sottrarre il premier ed i suoi ministri dai rigori processuali in attesa del lodo Alfano già in discussione in Parlamento.
Invece il caso Brancher è diventato un boomerang nei confronti di Berlusconi, del suo... governo, delle sue alleanze, della compattezza della sua maggioranza; ha creato un profondo dissapore con Bossi e soprattutto con i leghisti, con Fini e soprattutto con i finiani, con un'opinione pubblica sempre più disamorata e critica. Ma principalmente un dissapore con il Quirinale.
Non era ancora mai accaduto che Napolitano entrasse a piedi uniti in un dibattito costituzionale con risvolti così direttamente politici. Non era mai accaduto che la natura profondamente padronale del potere berlusconiano fosse denunciata politicamente dalla più alta autorità dello Stato con parole che non consentono interpretazioni di sorta.
Ora il "boomerang" ha compiuto la sua traiettoria ed ha colpito non tanto Brancher quanto il suo padrone di cui da 25 anni è l'"aldo". La situazione di crisi che si è aperta è forse la più grave fin qui vissuta dal berlusconismo. Per le ragioni che l'hanno provocata. Per il momento in cui avviene. Per le sue possibili conseguenze sulle crepe sempre più vistose di quello che è stato finora un blocco sociale e politico e che rischia adesso di andare in pezzi molto prima del previsto.
Travolto dalle accuse (non solo dell'opposizione, ma anche dei suoi alleati), alla fine il neo ministro ha dovuto gettare la spugna, rinunciando allo scudo che il Cavaliere gli aveva regalato. Era il minimo che ci si potesse aspettare dopo il richiamo del Quirinale, imprudentemente attaccato da solerti portabandiera del Pdl. Il presidente della Repubblica non poteva esimersi dall'esternazione pubblica del suo pensiero avvenuta venerdì scorso. Aveva firmato da pochi giorni la nomina di Brancher a ministro senza portafoglio ricevendone il giuramento; aveva chiesto e ricevuto dal presidente del Consiglio le motivazioni che rendevano necessaria (a suo dire) quella nomina per ragioni funzionali. Non era entrato nel merito di esse. Non gli spettava, riposavano sulla valutazione politica del premier che Napolitano ritiene gli sia preclusa, dando semmai al proprio ruolo una configurazione restrittiva.
Ovviamente aveva volutamente escluso che la nomina in questione fosse dovuta a ragioni diverse dalla "funzionalità del governo" invocata dal presidente del Consiglio. Ma a mettere in dubbio quella motivazione erano intervenuti nel frattempo tre fatti: l'infastidita sorpresa di Bossi per quella nomina, manifestata al Quirinale direttamente dal ministro delle Riforme; il cambiamento della delega a Brancher, da ministro addetto all'attuazione del federalismo ad altra mansione tuttora non precisata e quindi non ancora pubblicata in "Gazzetta ufficiale"; infine (e più grave di tutti) la decisione di Brancher di sottrarsi immediatamente all'udienza del processo che lo vede indagato per appropriazione indebita e la richiesta di spostare la prossima data processuale ad ottobre, sulla base del legittimo impedimento.
Di fronte a tre fatti di questa portata era tecnicamente impossibile che il Quirinale restasse silenzioso e non definisse con esattezza la posizione di un ministro senza portafoglio di fronte alle scadenze processuali che lo riguardano. È ciò che ha fatto Napolitano con un'asciuttezza di linguaggio che fa parte dei suoi poteri - doveri di custode della Costituzione.
Il caso Brancher nella sua esemplarità ci porta ad alzare lo sguardo sul panorama generale che configura il nostro paese. È un quadro niente affatto consolante perché al declino, in sé auspicabile e salutare, d'un blocco di interessi e di potere che controlla e manipola la nostra società ormai da oltre vent'anni, si aggiunge la fine di un'epoca che è sempre solcata - quando avviene - da lampi e tuoni e raffiche e terremoti e marosi che sconvolgono culture e istituzioni, comportamenti e consuetudini, senza ancora essere in grado di proporne di nuovi, guidati da nuovi ideali e fresche speranze.
Ho scritto domenica scorsa del "dopo - Cristo" di Pomigliano e della legge dei vasi comunicanti che opera in un'economia globale percorsa da paurosi dislivelli tra opulenza e povertà. Ed ho osservato che quei dislivelli esistono non soltanto tra paesi ricchi e paesi poveri ma anche all'interno dei paesi ricchi, da un confronto sempre meno accettabile tra sacche di povertà e di mediocre e precaria sostenibilità e fasce di antica opulenza e privilegiati benefici.
Sempre più urgentemente si pone dunque il problema di governare la crisi anche attraverso una redistribuzione del reddito che sia spiegata al pubblico non certo come frutto d'invidia sociale ma come appello all'equità dei sacrifici e alla loro ineluttabilità in una prospettiva più dinamica e più coesa. Questo è il futuro della sinistra italiana, dei cattolici democratici e del liberalismo laico: libertà e giustizia, coesione sociale, efficienza da offrire e da reclamare.
Io non credo che questa legislatura terminerà il suo corso come previsto nel 2013. Credo che Berlusconi senta il crescente scricchiolio del sistema di potere da lui costruito. Lo senta e ne sia angosciato, ma anche intestardito nel difenderlo con tutti i mezzi.
Sente anche che il solo modo di protrarne l'agonia sia il ricorso alle urne prima che lo scricchiolio divenga schianto. La data probabile è a cavallo tra 2011 e 2012 e comunque al più presto possibile, quando l'informazione sarà stata totalmente blindata e solidamente nelle sue mani, la magistratura umiliata e asservita, le istituzioni di garanzia depauperate.
Il prossimo autunno e l'inverno che seguirà saranno perciò teatro di questi scontri. Come ha scritto Ezio Mauro nel suo intervento di mercoledì scorso, è inutile scommettere sul meno peggio. Non ci sarà un meno peggio perché è il principale interlocutore a non volerlo. Il meno peggio passa necessariamente dalla sua personale uscita dal campo ma questa ipotesi non rientra nella sua natura. Chi lo conosce lo sa: il "meno male che Silvio c'è" è l'essenza d'un carattere che ha evocato gli istinti profondi d'una società desiderosa di lasciare in altre mani il governo di se stessa, fino a quando non sentirà di nuovo l'orgoglio di riappropriarsi del proprio futuro.
Nei prossimi mesi sarà dunque questo il terreno di scontro e di confronto e dovrà esser questo il linguaggio che bisognerà parlare per essere ascoltati, compresi e incoraggiati. Non bastasse il resto, anche le vicende del calcio nazionale ne hanno fornito un'eloquente conferma.
Dai naufragi speriamo che sorga una nuova e creatrice allegria.
Fonte: Eugenio Scalfari - Repubblica

Ci impedisce di percepire fino in fondo quel campionario di bassezze umane e di soprusi sociali che siamo diventati.

Ieri ho letto i giornali seduto al tavolino di un ristorante in riva al mare, in una baia ligure ancora quasi intatta, con un bicchiere di Vermentino fresco che mi teneva compagnia in attesa di un ottimo riso ai crostacei: praticamente la felicità. Le notizie principali erano: la rotta azzurra in Sudafrica, il collasso dell' Expo milanese, la ripugnante vicenda del nuovo ministero inventato al solo scopo di sottrarre il neoministro ai giudici, il processo per mafia al fondatore del partito al governo, i 125 miliardi annui di evasione fiscale denunciati da Confindustria, la bocciatura europea di Milano per il livello di inquinamento micidiale (quasi mille morti accertati). Tra lo stato di grazia del lettore e la desolante materia della lettura (il bollettino di una catastrofe) lo scarto era così inaudito che quasi mi sentivo in colpa. Sono arrivato a chiedermi se l' immeritata bellezza (o quel che ne rimane) del nostro Paese non sia la più subdola delle maledizioni. Ci fa credere di essere i beati abitanti di un paradiso in cocci, tanti cocci quanti ne bastano per qualche ora divina davanti al mare o tra le pietre magiche di una città d' arte. Ci impedisce di percepire fino in fondo quel campionario di bassezze umane e di soprusi sociali che siamo diventati.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Dal Borromini ai suini gli affari improbabili della Beni Culturali Spa

Dal Borromini ai suini. Dai suini alle bietole. Che male c'è? La "Beni Culturali Spa" non si formalizza tra siti storici, musei, opere d'arte, statue, dipinti, archeologia e porcilaie. E persino campi di bietole per produrre agroenergia, nuova passione del direttore dei Musei Mario Resca. Attraverso le sorelline culturali Arcus Spa e Ales Spa, società pubbliche ma di diritto privato, si tratta di spendere centinaia di milioni di denaro pubblico in deroga, senza controlli di legittimità del Parlamento e della Corte dei Conti, in ossequio alla religione berlusconiana del fare e fare in fretta. Fare che? Soprattutto fare affari.
Come nel modello Protezione Civile Letta-Bertolaso. E come in quello dell'ex ministro Pietro Lunardi, che pare si sia portato via un palazzo nel centro di Roma a un quarto del suo prezzo, complice l'eccellente dominus vaticano Crescenzio Sepe, cardinale nella manica di Papa Wojtyla, ma esiliato subitaneamente a Napoli da Papa Ratzinger.
Per merito degli antichi predecessori Gregorio XV e Innocenzo X, fu il Borromini verso il secondo decennio del 1600 a disegnare la facciata del palazzo di Propaganda Fide a Roma in piazza di Spagna, la cui ristrutturazione a spese dell'Arcus, secondo i magistrati di Perugia avrebbe prodotto per riconoscenza la proprietà di un palazzetto vista Montecitorio all'ex ministro Lunardi, detto El Talpa per la sindrome incontrollabile che ha di progettare, ben retribuito con denaro pubblico, tunnel ferroviari e autostradali in tutta Italia, attraverso le sue società di
famiglia.
Non si sa bene invece chi fu a mettere in campo i suini, che pure hanno la loro indubitabile valenza culturale. Infatti la società di diritto privato Arcus, posseduta dal Tesoro italiano e controllata dai Beni Culturali, ha finanziato per 500 mila euro la Fondazione Pianura Bresciana per un risolutivo convegno sulle cinque razze autoctone di maiali. Cinque le razze suine? Forse sono anche di più. Ma accontentiamoci e rendiamo grazia al generoso ministero dei Beni Culturali. Un deputato dell'opposizione, Vincenzo Vita, ha provato a chiedere conto del singolare finanziamento culturale, tra i tanti, al governo.
Ma, come al solito, nessuno se lo è filato. La cultura è cultura, mica vorremo imbrigliarla in una storia di maiali. Così come sacrosanti sono i milioni distribuiti al Santuario della Madonna di Pompei, alle monache Clarisse di Santa Rosa, alla Fondazione Aquileia. O all'Università di Padova, dove opera, superba scienziata, la dottoressa Ghedini. Ghedini? Ghedini chi? Ma sì, è proprio lei, la sorella dall'avvocato onorevole del premier Niccolò Ghedini, l'ex giovane di studio che arrancava un po' lento, come ricordano i suoi ex colleghi, nell'ufficio del principe del Foro di Padova Piero Longo e che oggi produce a getto continuo leggi dello Stato per conto del premier. Leggi che, con tutta la buone volontà, non passano neanche la ... prima prova di ragionevolezza e di costituzionalità.
È lei, Elena Francesca Ghedini, archeologa, accreditata di scienza ben superiore a quella fraterna, ad assurgere a consigliere del ministro Bondi per le aree archeologiche, al Consiglio superiore dei Beni Culturali e ad ottenere fondi cospicui per le sue legittime esigenze di ricercatrice. Esaudita. Arcus, fiore all'occhiello di quella che i vecchi funzionari esautorati dei Beni Culturali chiamano il braccio operativo della "Banda Bondi", ha una sorellina che si chiama Ales, che la prossima settimana, si impossesserà di fatto dei servizi museali, governando gli appalti per un business da 100 milioni l'anno, che le aziende operanti nel settore museale giudicano uno scippo.
Di nascosto, con un emendamento al decreto sugli enti lirici, il governo ha abrogato la gestione integrata dei 190 musei, che avrebbe consentito l'accesso dei privati ai servizi e che ora lascia tutto nelle mani della Beni Culturali Spa, evoluzione della Protezione Civile Spa bloccata in extremis, pronta per intercettare "in deroga" anche i due miliardi e mezzo di euro di fondi europei per i beni e il turismo culturale.
Grande polmone finanziario dell'Italia berlusconiana del "fare", mondata da ogni controllo di legittimità, in onore di una suprema deroga appaltatrice, per teatri da ricostruire, zone archeologiche da ripulire, siti d'arte da salvare, monumenti da sbiancare, palazzi da ristrutturare, statue da rigenerare, quadri da restaurare, biblioteche da puntellare, musei da gestire, biglietterie, librerie, bar e ristoranti da affidare possibilmente agli amici e agli amici degli amici, la Beni Culturali Spa era pronta, con i buoni uffici di Gianni Letta, a un luminoso destino.
Ma incalzato dalle inchieste sui fasti della coppia Lunardi - Sepe, il ministro Bondi, che al ministero impersona il ruolo del passante impegnato da par suo nella poesia e nell'esegesi poetica del Capo, ha bloccato i residui pagamenti per il palazzo di Propaganda Fide e ha appena nominato il nuovo presidente di Arcus. Gli innumerevoli rilievi della Corte dei Conti raccontano di spese per centinaia di milioni a pioggia, in modo opaco, in incarichi e consulenze clientelari e favori vari.
Quasi una scienza, ormai, certificata nella sua sofisticazione dalle gesta del cardinale Sepe e dall'ex ministro Lunardi. El Talpa ha cercato di difendersi con un'intervista - manifesto che dovrà restare nei libri di storia nei secoli dei secoli: "Che male c'è? ", si è chiesto. Che male c'è per un uomo di Stato se, di questi tempi, favorisce se stesso e gli amici, approfittando del proprio potere pro tempore? Ma non speriate che le notizie un po' nefande siano finite qui.
Dobbiamo riferirvi ancora delle bietole che, tra musei e razze suine, aleggiano quotidianamente nel ministero di via del Collegio Romano. Sì, perché il direttore generale del ministero Mario Resca, intimo di Berlusconi, ex amministratore delegato di Mc Donald's Italia, santificato dal "Foglio" di Giuliano Ferrara in un ditirambo come un superbo benefattore dell'umanità, si è fissato che vuole produrre energia alternativa dalle bietole negli ex zuccherifici italiani. Ma non con i soldi suoi - cosa di cui gli sarebbero tutti grati - ma con quelli pubblici dei bieticoltori (centinaia di milioni, in gran parte fondi europei). I quali, alquanto incavolati, tramite la Coldiretti, spogliata surrettiziamente dei fondi Finbieticola, hanno appena fatto ricorso alla Corte dei Conti.
I ricorrenti sperano di vedere presto il deus ex machina della cultura condannato, perché, al di là degli scopi istituzionali, sta distraendo nel progetto di agroenergia tanti soldi loro, in combutta con Giuseppe Grossi, re delle bonifiche ambientali, finito in carcere con l'accusa di aver triplicato i costi della bonifica milanese di Santa Giulia, e Giancarlo Abelli, re della sanità lombarda. In tandem con Resca nelle multiformi attività viene dato anche Salvo Nastasi, giovane capo di gabinetto della Banda Bondi al Collegio Romano e pluricommissario in deroga a teatri e musei. Piccoli potenti crescono.
Fonte: Alberto Statera - Repubblica

domenica 27 giugno 2010

Gli invisibili senza lavoro

Un milione di posti di lavoro distrutti dall' inizio della crisi. In nove casi su dieci si tratta di lavoratori precari, con contratti a tempo determinato, collaborazioni a progetto o impieghi saltuari nella giungla del parasubordinato. QUASI un lavoratore temporaneo su sei ha perso il lavoro. I dati delle rilevazioni sulle forze lavoro del primo trimestre 2010 ci permettono di aggiornare la contabilità della Grande Recessione per il lavoro degli italiani. Il tasso di disoccupazione ha superato il 9%. Aggiungendo i cassintegrati (le ore totali concesse nel 2010 equivalgono a 623.000 posti di lavoro a tempo pieno) e almeno la metà dei lavoratori che nell' ultimo anno sono stati costretti a passare dal tempo pieno al parziale, si giunge a una stima delle persone in cerca di lavoro superiore al 12%. Sono dati coerenti con l' andamento dell' economia; il pil è diminuito dall' inizio della crisi di più del 7%. L' occupazione sta replicando lo stesso andamento. Speriamo di avere toccato il fondo. Dall' estate le notizie dal mercato del lavoro dovrebbero gradualmente cominciare a migliorare. I dati sui posti vacanti, resi finalmente disponibili dall' Istat martedì, segnalano un modesto incremento nell' industria nell' ultimo mese. Piccolo segnale incoraggiante, anche se siamo ancora molto al di sotto dei livelli pre-crisi. Non ci sono ancora informazioni adeguate sulla povertà e le disuguaglianze durante la crisi. Ma tutto fa pensare che siano fortemente aumentate, come sempre avviene in Italia in questi casi. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli stress-test: prima sulle banche e poi sui conti pubblici. Servono per capire quali sarebbero le conseguenze sui bilanci degli istituti di credito e sui conti pubblici degli scenari più negativi. Il Governo avrebbe dovuto fare da tempo anche uno stress test dei nostri ammortizzatori sociali, anziché decretarea priori (nelle parole di ben due Ministri, Brunetta e Sacconi) che sono «i migliori del mondo». Un gruppo di ricercatori di Essex (Figari, Salvatori e Sutherland) ha provato a compiere simulazioni di questo tipo.
I loro risultati indicano che il nostro sistema è quello che protegge di meno
: chi perde il lavoro in Italia, a differenza che negli altri paesi Ue, cade quasi sempre in condizioni di povertà, molto sotto la soglia di sussistenza. I nostri ammortizzatori sociali sono relativamente più generosi per i lavoratori con redditi medi, penalizzano chi ha salari più bassi. E non coprono se non in minima misura i lavoratori duali. Il problema è che da noi non ci sono tutele minime, non ci sono reti che impediscano il crollo dei redditi quando si perde il lavoro in questi casi. Stupisce il fatto che in Italia si parli di diritti fondamentali violati, di lavoratori oppressi dalla globalizzazione, quanto si discute di un ... accordo collettivo che, in una delle aree più depresse del paese, offre lavoro a chi comunque oggi riceve i trattamenti di Cassa Integrazione, come a Pomigliano. Si ignora del tutto il fatto che in Italia ci sono da anni milioni di lavoratori che sono pagati dal 20 al 30 per cento in meno degli altri solo perché non hanno un contratto a tempo indeterminato, che per lo stesso motivo hanno otto volte di più la probabilità di perdere il lavoro degli altri e, che quando poi perdono in effetti il lavoro non ricevono alcun aiuto dallo Stato. Il fatto che spesso siano giovani non toglie nulla alla gravità di questi diritti violati. La disoccupazione creata in questa crisi è di lunga durata. Tra chi ha perso il lavoro nella Grande Recessione, in nove su dieci è stato in cerca di un impiego alternativo da più di 12 mesi. Sono eventi che marcheranno l' intera carriera di quel terzo di giovani (il tasso di disoccupazione giovanile è ormai al 30%) che si è affacciato in questi anni al mercato del lavoro: molti studi sociologici documentano danni permanenti su retribuzioni, durata dell' impiego e anche salute. E basta fare due conti per capire che le pensioni future di questi giovani ne risentiranno pesantemente. Non c' è bisogno di creare un nuovo ministro per riformare gli ammortizzatori sociali. Non ci sono legittimi impedimenti di sorta a un cambiamento delle regole che alimentano il dualismo del nostro mercato del lavoro. Per varare queste riforme non c' è neanche bisogno di soldi pubblici in aggiunta a quelli che già oggi vengono versati per gli ammortizzatori sociali e gli incentivi alla contrattazione decentrata. Questi ultimi si sono rivelati in quasi quindici anni di esperimenti del tutto inefficaci a promuovere un maggiore legame fra salarie produttività. Il sospetto è che continuino a venire riproposti (sono stati addirittura potenziati dalla manovra «lacrime e sangue» 2011-13) con l' unico obiettivo di alimentare le divisioni nel sindacato. Ma siamo convinti che anche la Cisl, grande sponsor di questi incentivi, sarebbe favorevolea sostituirli con sussidi di disoccupazione per i lavoratori precari. Invece della Cassa Integrazione in deroga, che la politica decide a chi dare e a chi non dare e che continua a crescere in modo impetuoso perché è a costo zero peri datori di lavoro, si dovrebbe istituire un sistema di sussidi di disoccupazione con regole uguali per tutti, che eviti a chi perde il lavoro di finire in povertà. Bisognerebbe anche unificare i percorsi di ingresso nel mercato del lavoro. Qui, a dire il vero, non latita solo il Governo, ma anche l' opposizione. Da mesi, se non da anni ormai, discute di proposte per contrastare il dualismo, ma non riesce a prendere alcuna decisione. Si va di rinvio in rinvio mentre il conto della crisi diventa sempre più salato per i temporanei. Non siamo in tempi normali. Questi ritardi si pagano.
Certo, oggi l' opposizione non avrebbe comunque i numeri per far approvare una riforma del percorso di ingresso nel mercato del lavoro. Ma sarebbe almeno un segnale per questi lavoratori: qualcuno ogni tanto pensa anche a loro.
Fonte: Tito Boeri - Repubblica

L’Aquila è ancora in piena emergenza

Eravamo in tanti ieri a Roma. Il popolo nero verde si è mobilitato ancora una volta per la sua città. Stavolta è arrivato fino al cuore della capitale, per sostenere il Consiglio comunale straordinario. Insieme abbiamo lanciato un nuovo grido d’allarme, un nuovo SOS, per attirare l’attenzione di governo e parlamento, per evitare che la nostra città e il suo futuro cadano nel dimenticatoio e nell’oblio delle coscienze.
L’Aquila è ancora in piena emergenza, non siamo in condizioni di cominciare a ripagare tasse, tributi, mutui. Ci sono ancora 34mila sfollati, tra chi vive sulla costa, chi è ospitato negli alberghi della provincia e chi risiede nelle caserme. L’economia è a terra con 16mila disoccupati, migliaia di cassaintegrati e numerose attività, tra cui quasi tutte quelle del centro storico, praticamente al palo. Non ci sono soldi per la ricostruzione, non ci sono soldi liquidi. Come può il governo in queste condizioni chiedere agli aquilani di tornare a pagare le imposte? Sarebbe un secondo terremoto!
L’ennesimo rinvio, giunto nelle ultimissime ore, sembra essere più una manovra per rabbonire gli animi. Siamo stufi. Basta con le proroghe di sei mesi in sei mesi, che ci fanno vivere ancora più nell’incertezza.
L’Aquila ha bisogno di una legge speciale, dove siano indicate con chiarezza risorse e strumenti per la vera ricostruzione. Abbiamo bisogno di una programmazione organica, non di provvedimenti estemporanei. Ma il governo continua su questo punto a fare orecchie da mercante, con la complicità e il disinteresse del centro destra abruzzese, che ieri ha stampato l’ennesima pessima figura. Chi era presente ha rafforzato la nostra convinzione di non avere un grande ascendente sui colleghi di governo, che hanno glissato ogni richiesta di un incontro istituzionale. Ancora più imbarazzante l’assenza del governatore Gianni Chiodi, nonché commissario per la ricostruzione. Ma la ... manifestazione di ieri aveva un secondo obiettivo.
Rompere il muro del silenzio dietro cui si trincera parte dell’informazione. Il “miracolo aquilano”, di cui certi TG (il TG1 in primis) parlano, non esiste. E lo dimostra la rabbia degli aquilani, che continuano a protestare per le continue censure a cui siamo costretti ad assistere. La stampa asservita al Cavaliere ha raccontato all’Italia intera con imbarazzante disinvoltura solo delle inaugurazioni e dei tagli dei nastri per case e scuole. Ma le loro telecamere non si sono mai spinte oltre, nei vicoli abbandonati e bui del centro storico, nei palazzi disabitati, nei quartieri un tempo popolosi e ora fantasma della città; non sono mai entrate nelle caserme o negli alberghi per vedere come vive lì la gente, né hanno mai intervistato i giovani disoccupati o i commercianti in crisi. Mentre non hanno mai saltato una visita del premier o della pletora di ministri che sono avvicendati a L’Aquila fino alla vigilia delle elezioni. Sulla manifestazione aquilana del 16 giugno si è raggiunta l’apice della vergogna e della disinformazione. Un segnale preoccupante, che dovrebbe farci riflettere.
Gli aquilani però non tollerano più bugie, né mistificazioni della realtà. Non siamo più disposti ad ascoltare le sirene incantatrici che ci fanno sperare sui soldi della ricostruzione, che non arrivano mai, né siamo disposti ad accettare un immorale federalismo fiscale.
Quello che chiediamo è trasparenza sull’informazione, una legge speciale per la ricostruzione.
Fonte: Stefania Pezzopane* - Articolo 21
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Responsabile Nazionale PD per la Ricostruzione. Vice Presidente del Consiglio Provinciale

G8 in Canada, le bugie dei Grandi della Terra

Missing. Amnesie volute. Mancanze deliberate. Sugli aiuti ai Paesi più poveri. Sull’emergenza climatica. Da L’Aquila a Toronto: le bugie dei Grandi della Terra così come emergono dagli Accountability Report , i documenti preparatori del vertice G8 apertosi ieri in Canada. Un buco doppio rispetto a quello dichiarato dal G8. È di ben 20 miliardi di dollari (16 miliardi di euro) la somma che i Paesi del G8 devono stanziare per mantenere fede alla promessa di aiutare i Paesi più poveri entro il 2010. Lo denunciano Oxfam e Ucodep alla vigilia del vertice canadese. Utilizzando le cifre in dollari contanti del 2009 invece che del 2004, il G8 ha minimizzato il suo ritardo nel rapporto pubblicato domenica scorsa, calcolando così un ammanco di soli dieci miliardi di dollari (8 miliardi di euro). Un trucco contabile che equivale a pitturare la facciata senza affrontare il problema dalle fondamenta. «Quando si emette un assegno scoperto, in qualche modo bisogna rimediare», dichiara Mark Fried, portavoce di Oxfam International.
«Chiediamo al G8 un piano d’emergenza per versare i 20 miliardi mancanti entro il 2012. Dietro ogni dollaro in meno versato dal G8 c’è un bambino che non è potuto andare a scuola, un paziente senza medicine, una donna che muore di parto per mancanza di cure». Infrangere le promesse, avvertono Oxfam e Ucodep, vuol dire lasciare milioni di piccoli contadini soli a lottare contro cambiamenti climatici e crisi economica per nutrire le loro famiglie e le comunità. I 20 miliardi di dollari che il G8 ancora deve a queste persone equivalgono ad appena lo 0,07% del reddito nazionale lordo dei Paesi del G8. Eppure, sarebbero sufficienti a mandare a scuola tutti i bambini del mondo o a evitare che muoiano di malaria. Grazie agli aiuti in più che sono stati effettivamente elargiti - 28 miliardi di dollari (22,7 miliardi di euro) secondo le stime dell’OCSE - sono state salvate milioni di vite e si sono registrati straordinari progressi nei Paesi in via di sviluppo. «Ormai è di moda essere scettici sul fatto che gli aiuti ai Paesi più poveri servano davvero a migliorare la vita delle popolazioni più ... indigenti. Ma questa convinzione è quanto di più lontano ci sia dalla realtà», osserva Farida Bena, portavoce di Oxfam e Ucodep, presente a Toronto. «Ogni ora 40 donne e ragazze nel mondo muoiono per complicazioni legate alla gravidanza. Questo accade semplicemente perché l’ospedale più vicino si trova a 150 km, oppure perché queste donne non possono pagarsi il ticket. Il G8 ha il dovere di mantenere le promesse fatte e aiutare le future mamme e tutti quei bambini che non raggiungono il loro quinto anno di vita». Italia fanalino di coda Cinque anni fa, a Gleneagles, i leader del G8 si impegnarono ad aumentare gli aiuti ai Paesi del Sud del mondo di 50 miliardi di dollari (40 miliardi di euro) entro il 2010. Di questi, 25 miliardi di dollari (20 miliardi di euro) sarebbero andati all’Africa. Tuttavia, il G8 registra un ammanco di 20 miliardi di dollari (16 di euro). L’Italia è il fanalino di coda del G8 in materia ad aiuto pubblico allo sviluppo (APS) ed è il Paese che più di tutti ha tradito le promesse fatte a Gleneagles. In seguito ai ripetuti tagli alla cooperazione allo sviluppo, infatti, l’APS italiano ha registrato nel 2009 un calo complessivo pari al 31%. Ciò significa che mancano all’appello quasi 6 miliardi di dollari (4,7 miliardi di euro) per aiutare i Paesi più poveri, ossia la differenza tra quanto l’Italia ha promesso al G8 del 2005 e quanto, con ogni probabilità, stanzierà al G8 di quest’anno. Inoltre all'Aquila, gli Otto Grandi della Terra avevano lanciato l'Aquila Food Security Initiative, che prevede l'investimento di 22 miliardi di dollari in tre anni in aiuti per la sicurezza alimentare e per uno sviluppo agricolo sostenibile. «Ad oggi - osserva ActionAid - mentre il numero degli affamati supera il miliardo di persone, i G8 dichiarano che solamente 6 miliardi sono risorse nuove: due terzi sono fondi già impegnati in passato. Nel caso dell'Italia il risultato è preoccupante: sono 180 milioni di euro le risorse addizionali, meno della metà di quanto è stato speso in pochi mesi per gli appalti G8 italiano». Missing anche sul clima. Inevasi gli impegni evocati al G8 de L’Aquila, denunciano il WWF e le più autorevoli associazioni ambientaliste nel mondo. «Se non limitiamo il riscaldamento globale al di sotto dei due gradi del possibile, tutte le ambizioni di sviluppo saranno in grave pericolo», rileva Kim Carstensen, leader del WWF Climate Global Initiative. «I Paesi del G8 - aggiunge - devono ancora fare i tagli di emissioni sufficienti per raggiungere questo obiettivo, e questa relazione di responsabilità dovrà valutare, e non ignorare, il problema...». «Questo rapporto indica che le economie mondiali devono ancora integrare il cambiamento climatico e piani di sviluppo in modo reale e significativo». «Il G8, e ora il G20 - conclude Carstensen - dovrebbe lanciare un messaggio chiaro al resto del mondo sul fatto che si sta lavorando per ridurre le emissioni per ridurre gli impatti sui più vulnerabili, e stimolare un'economia a basse emissioni di carbonio per tutti».
Anche su questo fronte, l’Italia eccelle: nel peggio.
«A dicembre del 2009, durante la Conferenza di Copenaghen - denuncia il senatore del Pd, Francesco Ferrante - il premier aveva annunciato lo stanziamento a sostegno dei Paesi in via di sviluppo di 200 milioni di euro l'anno per tre anni nell’ambito del pacchetto clima». In entrambi i casi, critica il senatore del Pd, c’è «il solito trucco dell'illusionista Berlusconi, perché nessuno di tali impegni è stato mantenuto». «Il Governo italiano ha un vuoto di memoria e non ricorda le promesse fatte lo scorso anno a L'Aquila. Siamo pronti a ricordare a Berlusconi tutti gli impegni che ha preso, dalla lotta all'Aids alla sicurezza alimentare. Ogni promessa è debito», gli fa eco da Toronto il vice segretario generale di ActionAid Luca De Fraia. Le principali reti della società civile italiana - unite nel promuovere la Campagna Zerozerocinque - hanno lanciato un appello ai leader del G20 affinché il vertice di Toronto chiamato a regolamentare i mercati finanziari e a dare risposte concrete alla crisi economica approvi, tra le altre misure, anche l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Tale tassa pur con un’incidenza minima - si ipotizza lo 0,05% sul valore di ogni transazione - sarebbe in grado di generare un gettito importante da utilizzare per le misure di contrasto alla crisi economica, di sostegno all’occupazione, per le politiche sociali, ambientali e di cooperazione allo sviluppo. «Molti studi hanno confermato che una tassa dello 0,05% su ogni transazione finanziaria potrebbe generare un gettito pari a circa 655miliardi di dollari l’anno - sottolinea ancora Farida Bena portavoce di Oxfam e Ucodep -. Una cifra importante da utilizzare per ridare ossigeno alle casse degli Stati, per finanziare politiche sociali e per rilanciare il raggiungimento degli obiettivi del millennio, il cui percorso è stato ulteriormente rallentato dalla crisi».
Fonte: Umberto De Giovannangeli - L'Unità