sabato 31 luglio 2010

L'ora della libertà

L'IRRUZIONE della legalità ha dunque fatto saltare per aria il Pdl, mettendo fine alla costruzione politica e mitologica del più grande partito italiano nella forma che avevamo fin qui conosciuto, come l'incontro tra due storie, due organizzazioni e due leader in un unico orizzonte che riassumeva in sé tutta la destra italiana, il suo passato, il suo futuro e l'eterno presente berlusconiano.
Tutto questo è andato in pezzi, perché la legalità è come una bomba nel mondo chiuso del Cavaliere, dove vigono piuttosto la protezione della setta, l'omertà del clan, il vincolo di servitù reciproca di chi conosce le colpe individuali e il destino comune di ricattabilità perpetua. Trasformando la legalità in politica, Fini ha scelto il terreno più proficuo per mettere psicologicamente e moralmente in minoranza la potenza del premier, dimostrando la solitudine dei numeri e la debolezza dei muscoli. In più, si è posizionato su un terreno elettoralmente e mediaticamente redditizio, dove può nascere una cultura di destra-centro che provi per la prima volta a parlare insieme di ordine e di regole, di moralità e di Costituzione.
Il rispetto delle istituzioni, la fedeltà alla Carta sono infatti l'altro grande fattore di rottura. Dalla semplice, ma insistita regolarità costituzionale con cui il presidente della Camera ha interpretato il suo ruolo e con cui ha segnato ogni suo intervento è nata una cultura politica che è rapidamente e inevitabilmente diventata antagonista rispetto al populismo berlusconiano, alla continua forzatura istituzionale, al primato della costituzione materiale basata su una concezione sovraordinata della leadership "unta" dal consenso popolare, e dunque suprema, libera da ogni separazione e bilanciamento dei poteri.
Sono queste due culture - una tutta prassi, imperio e comando, l'altra alla ricerca di uno spazio costituzionale, europeo e occidentale anche a destra - che non potevano più convivere. Disegnato il perimetro di una nuova destra-centro, Fini si è fermato ad aspettare l'inevitabile, che doveva accadere ed è accaduto. Preannunciato dal pestaggio mediatico sui giornali di famiglia e di altre famiglie asservite, un pestaggio con cui il Cavaliere annuncia sempre il suo arrivo in zona di guerra, ieri si è giunti di fatto all'espulsione, parola che non viene pronunciata nel documento del Pdl solo per un finto pudore di vocabolario, e perché ricorda troppo da vicino la pratica autoritaria del "centralismo democratico" comunista, che anche in Italia non tollerava il dissenso e cacciava i dissidenti.
È un pudore inutile, per due ragioni. La prima è che gli intellettuali e i giornali cosiddetti liberali in Italia sono strabici, e in questi anni sono riusciti a tollerare ogni sorta di sopruso ad personam: dunque ingoieranno questa repressione autoritaria del dissenso senza nemmeno ricordare quel che dicevano quando la minoranza del Manifesto fu cacciata dal Pci. La seconda ragione, è che il documento politico parla comunque chiaro, anzi chiarissimo, per oggi e per domani, fino alla parole con cui il premier rivuole indietro la presidenza della Camera, come se le istituzioni fossero cosa sua. Nessuna distinzione ideale, culturale, politica, organizzativa e soprattutto morale - dice quel testo - è possibile nel cerchio magico del berlusconismo, che giudica automaticamente "incompatibile" chi non la pensa come il leader, senza nemmeno rendersi conto dell'enormità illiberale di questa scelta. L'unica cosa che conta è l'invulnerabilità politica del Capo, anzi la sua intangibilità, nel culto sacrale dei ... sottoposti. Nella sua debolezza patente, spacciata per prova di forza, il Cavaliere pensa che una volta cacciato Fini il cerchio del potere tornerà a chiudersi su di lui virtuosamente come accade da quindici anni, cingendogli il capo davanti alla nazione prona e riconoscente.
Purtroppo per Berlusconi, le cose non stanno così. Questi ultimi tre mesi dimostrano che i numeri dei dissidenti sono sufficienti già oggi per farlo ballare a piacimento alla Camera, e domani al Senato. Fini ha già detto che non vuole ribaltare la maggioranza, dunque tecnicamente terrà in mano la sorte del governo ogni giorno, acquistando un rilievo evidente come attore politico e non solo come soggetto istituzionale. Ogni volta che vorrà, manderà a bagno il Cavaliere, nelle acque per lui meno salutari: la legalità, la moralità, la libertà d'informazione, l'economia, il federalismo e inevitabilmente il sistema televisivo, con il controllo totale della Rai da parte del padrone di Mediaset.
Tutto ciò, naturalmente, a condizione che il presidente della Camera sappia far politica da solo, in mare aperto, reggendo alle bastonature quotidiane che la fabbrica familiare del fango berlusconiana (sempre aperta) infliggerà a comando: con il risultato inevitabile di portare al pettine politico e parlamentare quanto prima la vergogna e la dismisura del conflitto di interessi, con buona pace dei liberali che da anni fingono di dimenticarlo. Ma Fini ha un obbligo in più: non può fermarsi, come tocca alle formazioni corsare, deve andare avanti, tessendo una politica e una cultura che se restano fedeli alla Costituzione possono essere utili alla repubblica. Vedremo se saprà farlo.
Già oggi, nel giorno dell'espulsione, due risultati politici sono chiari: il primo è il destino della legge bavaglio, sintesi delle pulsioni illiberali del premier - contro la legalità, contro l'informazione, contro un'opinione pubblica consapevole - e ormai apertamente disconosciuta dal suo autore: "Avevamo fatto un bel cavallo - ha ammesso il Cavaliere - ci ritroviamo un ippopotamo". Il fatto è che quel cavallo serviva al leader e ai suoi uomini di vertice per scappare alla vergogna degli scandali che li inseguono, a suon di intercettazioni legali, ed è stato fermato in piena corsa dalla protesta dei cittadini, dei movimenti, dell'opposizione parlamentare, di questo giornale, ma anche dalla tenuta dell'asse istituzionale tra Fini e Napolitano. Il secondo risultato politico è una conseguenza: la rete larga di opinione, di istituzioni e di politica che ha detto no al sopruso berlusconiano rende di fatto impossibile il ricorso da parte del Cavaliere all'arma fine di mondo, le elezioni anticipate.
Indebolito nel presente, bloccato nel futuro, il premier vede andare in frantumi anche l'epopea eroica con cui racconta il suo passato. Ciò che viene meno dopo la rottura con Fini è infatti lo stesso mito fondativo, l'epica primordiale dell'uomo che con l'alito creatore dà vita alla destra, indicandole nello stesso tempo il frutto proibito del dissenso, mentre ammonisce terribile e paterno: "Non avrai altro dio all'infuori di me". Da oggi, il creatore del Pdl torna ad essere una creatura politica come le altre, mentre anche a destra comincia finalmente la stagione inedita del politeismo, che porterà per forza al rifiuto del vitello d'oro: è solo questione di tempo.
L'unica soddisfazione, misera, è per l'istinto padronale di Berlusconi, che non misura la partita in termini di politica, ma di comando. Il Capo è appunto un uomo solo al comando, circondato dai Verdini, i Dell'Utri e i Brancher, che gli devono tutto e a cui lui deve di più, come dimostra l'intreccio esoso delle servitù incrociate, all'ombra degli scandali che circondano il fortino in cui è rinchiuso il governo, senza politica. L'unica politica, l'unico collante, l'unica ragione per rimanere in piedi è ormai il federalismo, un'ideologia altrui, che Berlusconi accetta per placare Bossi: inquieto ogni volta che deve spiegare alla sua gente gli affari, i favori, le manovre segrete della P3.
È un conto alla rovescia, oggi che nel popolo berlusconiano è cominciata davvero l'ora della libertà.
Fonte: Ezio Mauro - Repubblica

La deflagrazione

Più che di un divorzio politico, ha l'aria di un licenziamento. Il modo brutale col quale Silvio Berlusconi espelle di fatto Gianfranco Fini dal Pdl riflette la concezione che il Cavaliere ha del partito; e la miscela di spavalderia, rabbia e ingenuità con la quale quattro mesi fa il presidente della Camera ha contestato in pubblico la leadership berlusconiana. Ma l'aspetto più insidioso della frattura che si è consumata dopo sedici anni di alleanza tra fondatore e cofondatore del Popolo della libertà non è tanto politico: è istituzionale.
Il documento approvato ieri sera dall'Ufficio di presidenza promette una guerra in due tempi. La prima, forse, è già stata vinta dal capo del governo. L'altra, più insidiosa, comincia oggi e punta a far dimettere Fini dalla presidenza della Camera. Sostenere che viene meno la fiducia nel ruolo di garanzia della terza carica dello Stato significa assediarla e delegittimarla: tanto più che ad eleggerlo nel 2008 è stato il solo centrodestra, senza l'appoggio dell'opposizione. Sul piano istituzionale non esistono strumenti per costringerlo a lasciare; e questo è un problema per Berlusconi. Tra l'altro, esiste il precedente della leghista Irene Pivetti, che nel 1994 rimase al suo posto anche dopo la rottura fra Berlusconi, per la prima volta alla guida di un governo, e Umberto Bossi. Ma si trattava di un altro centrodestra e di un'altra fase politica.
La scomunica decisa ieri sera indebolisce Fini oggettivamente. Lo espone a un'offensiva parlamentare e a una campagna di fango della quale si vedono già le prime tracce. E soprattutto mette in tensione i rapporti fra le istituzioni, che finora sono stati almeno diplomatizzati. Per questo la rottura contiene un'insidia per l'intero sistema. Fa temere una sorta di «Vietnam del centrodestra» che nei prossimi mesi potrebbe propagarsi ai vertici dello Stato; e di qui a neppure un anno spezzare in anticipo la legislatura. Berlusconi, e con lui Bossi, sembrano sicuri di poter andare avanti anche perdendo uno dei pezzi pregiati della coalizione. Numericamente la maggioranza ha i margini per farlo. E la durezza del comunicato anche sui tre «finiani» più critici col premier, è una rivendicazione di forza politica. In più, Berlusconi ... «salva» i ministri vicini al presidente della Camera, puntando al suo isolamento.
Non è chiaro se e quanto Fini si sia reso conto di quanto stava facendo e delle conseguenze che avrebbe provocato. Ma ora non può che giocare di rimessa, giurando lealtà al governo anche se si spezza il filo col Pdl. Il problema è che Palazzo Chigi ostenta nei suoi confronti un'indifferenza totale: come se fosse di colpo un estraneo. È il riflesso di un centrodestra insieme forte e destabilizzato ad appena due anni dalla vittoria; e Berlusconi e Bossi dovranno spiegare perché. Il comportamento di Fini è un elemento, ma non basta. E sarebbe inaccettabile far pagare al Paese un conflitto che ha i contorni di una viscerale resa dei conti interna.
Fonte: Massimo Franco - Corriere della Sera

venerdì 30 luglio 2010

Tremonti e il paragone Puglia-Grecia Vendola: «È un atto di sabotaggio»

Se per la sanità in Calabria il governo ha deciso il commissariamento, in riferimento alla Puglia, il ministro Giulio Tremonti ha deciso di non firmare il Piano di Rientro sanitario. L'esecutivo, ha spiegato anche il titolare dell'Economia, non intende tollerare che «la Puglia diventi una nuova Grecia». Proprio polemizzando con la legislazione regionale sulla Sanità, Tremonti ha sottolineato, al termine del Cdm, che quella in Puglia «è una situazione non responsabile» e che il governo non vuole che «la Puglia finisca come la Grecia e poi la pagano i pugliesi e gli altri». In «questa fase storica - ha aggiunto il ministro - prima vengono i numeri e poi la politica». Le parole di Tremonti, però, hanno fatto andare su tutte le furie il governatore Nichi Vendola, che ha definito il paragone Grecia-Puglia scelto dal ministro «un sabotaggio politico, economico e sociale nei confronti della Regione». «Paragonare la Puglia alla Grecia - ha detto Vendola - significa dare, da parte di un ministro dell'Economia, indicazioni alle agenzie di rating e dare così un colpo mortale alla Puglia».  La rabbia di Vendola però è tanta. Al punto che il governatore pugliese ha annunciato che chiederà l'intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per riportare il corretto equilibrio tra poteri, regionale e dello Stato, portandolo a conoscenza di quanto accaduto a proposito del Piano di Rientro del governo e della mancata firma del ministro Tremonti. «Perché il presidente - ha spiegato Vendola - possa fare una valutazione di tutti i passi che consentano il ripristino dei normali rapporti tra poteri dello Stato». «Siccome quello che è accaduto è un atto gravissimo, senza precedenti, chiediamo intanto -ha aggiunto il presidente - di poter condividere la conoscenza di tutti i passaggi, delle carte, dei documenti e poi chiediamo che ci sia un difensore per gli interessi di 4milioni e 200mila persone perchè- ha concluso - non è giusto combattere una sola persona, cioè Nichi Vendola, strangolando 4 milioni e 200mila persone».
Fonte: Corriere.it

Cucchi, il medico del carcere denuncia: «Io allontanato da Regina Coeli»

Lo scorso ottobre fu il primo a diagnosticare la gravità delle condizioni di Stefano Cucchi al suo ingresso a Regina Coeli. Ora Rolando Degli Angioli denuncia di essere stato allontanato dal suo posto. «A dicembre del 2009, dopo il ritorno dal mio viaggio di nozze ho tentato di rientrare in servizio a Regina Coeli dove lavoravo come medico di guardia ininterrottamente da sei anni e non ci sono riuscito» riferisce Degli Angioli.
«PRESSIONI» - All'indomani dell'arresto di Cucchi, il medico visitò il giovane romano, diagnosticandogli un pericolo di vita. In seguito, Degli Angioli segnalò di aver subito pressioni per autosospendersi dal servizio. Cucchi morì il 22 ottobre 2009 nell'ospedale Sandro Pertini, una settimana dopo il suo arresto per possesso di droga. Per la sua morte la procura ha indagato 13 tra medici, infermieri e agenti penitenziari. Per accertare le eventuali pressioni sul medico e possibili collegamenti con il caso Cucchi il 22 dicembre scorso la Procura di Roma ha aperto un fascicolo. «Da sei mesi ormai sono senza lavoro e non riesco a spiegarmene il motivo. Ho sempre lavorato con i detenuti e non lo posso più fare. Mi auguro che la Procura di Roma faccia chiarezza al più presto su queste che spero essere delle semplici coincidenze. Credo e continuerò sempre a credere nella legge», spiega il medico. Degli Angioli ha anche riferito di «un tentativo di conciliazione» avviato, attraverso il suo avvocato Carlo Pereno, «circa un mese fa con la Asl Rm A, la dirigenza sanitaria di Regina Coeli e la commissione provinciale del Lavoro per la riammissione e il risarcimento dei danni subiti». (Fonte Ansa)

Fini resiste: «Berlusconi lancia anatemi, ma non decide lui»

«In due ore, senza la possibilità di esprimere le mie ragioni, sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare». Gianfranco Fini rompe il silenzio e replica a Silvio Berlusconi, davanti ai giornalisti che ha convocato all'Hotel Minerva, nel cuore di Roma. «Ovviamente non darò le dimissioni - ribadisce all'indomani dell'ufficio di presidenza del Pdl che lo ha "sfiduciato" nel suo ruolo di leader di Montecitorio - perché il presidente della Camera deve garantire il parlamento e non la maggioranza che lo ha eletto». Fini ha mal digerito l'invito del presidente del Consiglio a lasciare lo scranno più alto di Montecitorio, un invito che, a suo dire, rappresenta una «concezione non proprio liberale della democrazia». Proprio quell'invito, è l'ulteriore affondo del numero uno della Camera, «dimostra una logica aziendale, modello amministratore delegato-consiglio d'amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni».
LEGALITÀ E IMPUNITÀ - Una dichiarazione-lampo più che una conferenza stampa quella del presidente della Camera. In poco meno di cinque minuti (due cartelle dattiloscritte) Fini ribatte alla «scomunica» del Pdl, senza nascondere l'amaro in bocca per quanto accaduto giovedì («ieri è stata scritta una brutta pagina per il centrodestra e più in generale per la politica italiana»), ma assicurando che preserverà assieme ai suoi fedelissimi «i valori autenticamente liberali e riformisti del Pdl». Neanche sulla battaglia per la legalità, il presidente della Camera è intenzionato a fare passi indietro: «È un impegno che avverto - ha spiegato - per onorare il patto con i nostri milioni di elettori onesti, grati alla magistratura e alle forze dell’ordine, che non capiscono perché nel nostro partito il garantismo significhi troppo spesso pretesa di impunità». «Ringrazio - ha aggiunto il presidente della Camera - i tantissimi cittadini che in queste ore mi hanno manifestato solidarietà e mi hanno invitato a continuare nel nome di principi come l’amor di patria, l’unità nazionale, la giustizia sociale, la legalità intesa nel senso più pieno del termine: cioè lotta al crimine come meritoriamente sta facendo il governo. Ma anche etica pubblica, senso dello Stato, rispetto delle regole».
I NUOVI GRUPPI - Leggendo la sua breve dichiarazione ai giornalisti che lo hanno raggiunto all'Hotel Minerva di Roma, Fini ha voluto poi fare riferimento ai parlamentari a lui ... vicini, che in queste ore si stanno organizzando per formare un gruppo autonomo sia alla Camera che al Senato. Il gruppo che nascerà, ha spiegato il presidente della Camera, «è formato di uomini e donne liberi che sosterranno lealmente il governo ogni qual volta saranno prese scelte nel solco del programma elettorale e lo contrasteranno - ha avvertito - se le scelte saranno ingiustamente lesive dell'interesse generale». Il nome del nuovo gruppo, «Futuro e Libertà per l’Italia», è già stato formalizzato presso gli uffici della Camera, cui sono state anche consegnate le 33 richieste di adesione da parte dei deputati. In un primo tempo si era pensato che i gruppi parlamentari avrebbero potuto prendere il nome di «Azione nazionale» e rispolverare così il vecchio acronimo di An . Prima ancora si era parlato di «Nazione e libertà».
PARLAMENTARI IN FUGA, NO DI ALEMANNO - I finiani, nel frattempo, continuano a contarsi. A Palazzo Madama è stata toccata la soglia dei 10 senatori necessaria per costituire un gruppo autonomo, mentre alla Camera è già stato depositato il nome del gruppo dei deputati, al quale hanno già aderito 33 finiani. L'ex leader di An, però, deve fare i conti in queste ore anche con qualche «no» illustre. Uno su tutti, quello del sindaco di Roma ed ex An Gianni Alemanno. «Sono schierato dalla parte di Berlusconi con chiarezza. Mi dispiace profondamente per quello che è accaduto, però sto nel Pdl con convinzione» ha detto il primo cittadino della Capitale, che poco prima aveva spiegato di non avere le idee chiare sull'evolversi della situazione all'interno del Pdl.
Fonte: Corriere.it

giovedì 29 luglio 2010

Se il Pdl diventa il Pil

La cronaca politica scorre, sempre più tumultuosa, tutta dentro alla maggioranza. D'altronde, quel che avviene al di fuori di essa, oggi, conta poco. Basta leggere, a caso le notizie degli ultimi giorni. Il sottosegretario Cosentino si è dimesso. Come, prima di lui, due ministri: Scajola e Brancher. Quest'ultimo, prima ancora di entrare in carica. Il coordinatore del Pdl, Verdini, invece, è ancora al suo posto. Non si sa per quanto. Lui e Cosentino - ma ora anche il sottosegretario Caliendo - sono indagati. Accusati di avere agito in un comitato occulto - definito, non a caso, P3 - per condizionare le decisioni del CSM e, in generale, la vita politica. Senza porsi troppi scrupoli. A costo di screditare gli avversari politici. E non solo gli avversari. Visto che tra i bersagli più "bersagliati" incontriamo il governatore della Campania. Caldoro. Designato dal PdL. Eletto nelle liste del PdL. Dopo l'esclusione di Cosentino.
Appunto: Cosentino. Costretto a rinunciare a favore di Caldoro. Appunto. Contro cui la P3 ha tramato, per coprirlo di fango. Del PdL fanno parte anche Bocchino e Granata. I quali negli ultimi giorni hanno sostenuto - e ripetuto - che nel partito esiste una "questione morale". Da affrontare senza indulgenza. Suscitando la reazione di autorevoli leader del PdL. Ad esempio, La Russa. Loro compagno di partito. Oggi, nel PdL. Ma anche ieri, quando militavano, tutti insieme, in AN. La Russa è intervenuto, come altri esponenti del PdL. Per esempio, Lupi. Senza indulgenza. Appunto. Hanno invitato i probiviri del partito a occuparsi di loro. Non di Verdini e Cosentino. Ma di Bocchino e Granata. Appunto. E insieme a molti altri - Cicchitto, Bondi, Lupi, Gasparri: tutti del PdL (appunto) - hanno esortato Fini a lasciare la carica di Presidente della Camera. Magari, se possibile, anche il PdL. Dove è ritenuto, ormai, un corpo estraneo. Lo scrive il Giornale da mesi e mesi. Fini è un traditore. Eletto con i voti del PdL al Parlamento, ma anche alla Presidenza della Camera, ora agisce - e parla - come uno di sinistra. Mosso da rancore personale. Contro Berlusconi. E contro i suoi vecchi compagni (si fa per dire...) di AN. I suoi colonnelli, che 3 anni fa, quando il Cavaliere, dal predellino, lanciò il PdL, lo lasciarono solo. E passarono nell'esercito di Berlusconi. Così Fini fece buon viso a cattivo gioco. E divenne, a sua volta, socio fondatore del PdL. Per trasformarsi, presto, in un critico implacabile. Secondo Berlusconi: un capo corrente. E nel PdL le correnti non sono previste. A Berlusconi non piacciono. Anzi non le sopporta. D'altronde, non gli piace - e non sopporta - neppure Fini. Lo ha ripetuto molte volte, negli ultimi giorni. Senza troppa cautela. Sempre negli ultimi giorni, Giulio Tremonti, superministro ... dell'Economia, ha proseguito la sua faticosa lotta con i ministri del "suo" governo. E con i governatori e i sindaci, compresi quelli del "suo" partito. In nome del "rigore", del controllo dei conti e del bilancio. Anche se, dicono molti compagni di partito, Tremonti userebbe il rigore come un'arma per ricattare il ceto politico locale e centrale. O meglio: per rafforzare solo se stesso. Anche di fronte a Berlusconi. In fondo, dicono che il vero premier sia lui, Tremonti. E, per questo, è guardato con crescente insofferenza anche da Berlusconi.
In questa storia di conflitti politici quotidiani, tutta interna alla maggioranza, ma soprattutto al PdL (appunto), il partner più affidabile di Berlusconi è la Lega. Che non è afflitta da correnti e dissensi personali. Comanda solo uno, con la collaborazione dei suoi fedeli. Dopo di lui comanderanno i suoi figli. Eppure neanche la Lega appare affidabile come un tempo. Per esempio, di fronte agli scandali che investivano il ceto politico e i ministri del PdL non ha garantito a Berlusconi un sostegno convinto. Nella vicenda della legge sulle intercettazioni non ha eretto le barricate. Preoccupata di non farsi coinvolgere in faccende untuose, che ne potrebbero indebolire il ruolo di opposizione nel governo. D'altra parte, perché sputtanarsi mentre i sondaggi la danno in ulteriore crescita? Però, anche la Lega ha i suoi problemi. Il progetto federalista è contraddetto dall'opposizione dei sindaci e dei governatori. Che accusano il governo di svuotare, insieme alle risorse, anche l'autonomia degli enti locali. Così ricorre, anch'essa, alla strategia dell'annuncio. Bossi promette che IVA e IRPEF passeranno, presto, sotto il controllo di Comuni e Regioni. Ma poi Calderoli smentisce. Il suo leader non ha mai detto nulla di tutto ciò. Hanno capito male i giornalisti. Sempre loro. I Nemici del governo e della maggioranza.
Bossi e la Lega, poi, si inquietano ogni volta che Berlusconi dialoga con Casini e l'UdC. Perdono le staffe. E minacciano: noi o loro. Il Nord o il Centro.
Temo che i lettori si saranno stancati di fronte a questa rassegna di notizie degli ultimi giorni. Eppure consumate. Perché le notizie politiche girano su se stesse. Sempre nuove. E sempre vecchie. Cambiano e si ripetono. Sempre uguali. I fatti, gli eventi, insieme ai nomi. Cosentino, Caldoro, Bondi, Cicchitto, Granata, Verdini, Brancher, Calderoli, Maroni, Scajola, Formigoni, Bocchino, Lupi, Gasparri, La Russa. E, ancora, Fini, Schifani, Bossi, Tremonti. Berlusconi. Sempre gli stessi. Protagonisti, comparse e comprimari - a seconda delle occasioni - di conflitti incrociati. Perenni. Che si riproducono lungo linee di demarcazione non troppo rigide, non sempre chiare. Perché, in politica, da tempo tutto avviene dentro i confini della maggioranza. L'altro versante resta perlopiù nell'ombra. Al massimo partecipa ai conflitti del centrodestra. Tifa per Fini oppure asseconda le polemiche interne al PdL. Dove tutto evoca una vita spericolata, per citare un noto osservatore della vita politica e sociale, Vasco Rossi. "Ognuno a rincorrere i suoi guai. Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso e ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi."
In questo Paese, dove la virtù più praticata è l'arte di arrangiarsi, dove ognuno antepone a tutto il resto gli interessi personali e della propria famiglia, del proprio borgo, della propria fazione e frazione. Nessun dubbio. Questa maggioranza costituisce l'unica, vera rappresentanza possibile. Più che il PdL, il PIL. Più Che il Popolo della Libertà: un "Popolo in Libertà".
Fonte: Ilvo Diamanti - Repubblica

Pd, sulle primarie il gelo di Bersani "La priorità va data alla coalizione"

"Prima c'è la politica, poi i gazebo". Nelle parole di Pier Luigi Bersani e dell'attuale gruppo dirigente del Pd non c'è una bocciatura delle primarie per la scelta del candidato premier ("le abbiamo inventate noi e le faremo", ha ripetuto qualche giorno fa il segretario), ma una distanza culturale sì. Politica non significa necessariamente politicismo. Quando Bersani insiste sulle "primarie di coalizione" vuole soprattutto dire che oggi la coalizione non c'è. Non per i ritardi democratici, spiegano i bersaniani, ma perché si aspetta di sapere cosa succede nell'altro campo. Un'implosione del centrodestra? O un patto sul filo di lana tra Berlusconi e Fini? Casini a quel punto verso quale lato guarderebbe? Se Pd e Udc dovessero alla fine avvicinarsi, com'è nei sogni di Bersani, le primarie sarebbero l'ultimo dei problemi. Bisognerebbe innanzitutto costruire l'alternativa Berlusconi e solo in fondo al cammino della consultazione per la premiership, per niente amata dai centristi.
La discesa in campo di Nichi Vendola ha rotto le uova nel paniere di un Pd aperto a varie soluzioni e speranzoso di movimenti in uscita dal Pdl. Da qui le reazioni fredde, a volte acide. Ma sta facendo venire allo scoperto lo scetticismo, se non la vera e propria ostilità dei democratici nei confronti delle primarie. Ed è destinata ad aprire un fronte di scontro tra le varie anime di Largo del Nazareno. Anche a breve. Franco Marini le aborrisce e non ne ha mai fatto mistero. Massimo D'Alema evita di prenderle di petto, ma spesso le ha commentate con sarcasmo non lusinghiero: "La festa delle primarie". Oppure: "Più che le primarie occorre vincere le secondarie, cioè le elezioni". C'è un partito nel partito che i gazebo non li capisce e non li accetta. Beppe Fioroni, un dirigente dato con un piede nel Pd e un altro fuori, è pronto a scommettere: "Il candidato premier non lo sceglieremo con le primarie. Al massimo faremo delle primarie finte come quelle di Prodi". È convinto, Fioroni, che al momento giusto "uscirà fuori un nome forte dal mondo dell'Italia che produce. E anche Vendola farà un passo indietro". Sembra di capire che quel nome forte non sia Bersani, per statuto il candidato unico del Pd alle primarie per Palazzo Chigi. Massimo Cacciari va dritto al punto: "Dove c'è incertezza è giusto fare una consultazione". Ma lui dubbi non ne avrebbe: "Un grande partito andrebbe subito da Casini. Per offrirrgli l'alleanza e la candidatura a premier". Quindi, in un colpo solo, il Pd nato dai gazebo rinuncerebbe al suo strumento fondativo e alla corsa del suo segretario. Mamma mia! "Mossa audace? Questo fanno le forze politiche quando sono davvero grandi, se non pensano solo alle rendite di posizione. Non era audace il compromesso storico?", ribatte il filosofo.
Arturo Parisi, l'inventore delle primarie italiane, non ha dubbi: "Il gruppo dirigente, di cui D'Alema è il vero leader ha un teorema chiaro sulle primarie: se si può è bene evitarle. Sono lontanissime dalla cultura tradizionale alla quale appartengono e fa un po' ridere quando... dicono che le hanno inventate loro". E l'avvitamento sul tema fa parte "delle tante contraddizioni del Pd". Un esempio? "Attaccano Vendola perché è partito troppo presto. Se è per questo i democratici sono partiti ancora prima visto che lo statuto sancisce: il candidato premier è il segretario del partito, punto. Cioè quello che abbiamo eletto quasi un anno fa!". Qualche crepa voluta nel meccanismo è evidente. Nel Lazio domani l'assemblea regionale si accinge a eleggere il segretario locale e si prepara ad aggirare le primarie nel caso il candidato Piero Latino vada sotto al quorum. Alla Festa dell'Unità di Roma qualche giorno fa Enrico Letta ha spiegato la sua linea sulle comunali di Milano (primavera 2011) criticando la corsa di Pisapia, compagno di partito di Vendola. "Dobbiamo trovare un candidato civico, un Guazzaloca di centrosinistra meneghino (si era pensato all'ipotesi quasi sfumata di Livia Pomodoro ndr). Possiamo battere la Moratti, ma il nostro Guazzaloca non va sottoposto alle primarie - ha detto -. Soffocherebbero le sue possibilità di successo".
Le consultazioni di Milano, Napoli, Torino e Bologna, ossia le prossime scadenze certe, sono destinate ad aprire fragorosamente il problema. Dice Dario Franceschini: "La penso diversamente da Letta: in quelle città le primarie vanno fatte. Prima di Natale. Prendiamo subito questo impegno". E i gazebo nazionali? "È impensabile che non si faccia la consultazione per il premier", scandisce sillaba per sillaba il capogruppo alla Camera. Condivide, sospirando, Nicola Latorre, dalemiano doc: "Si faranno. Perché non si può tornare indietro", aggiunge. E Vendola? Osserva i movimenti democratici senza troppi timori: "Sterilizzare le primarie? Il Pd può anche decidere il suo suicidio ma a me pare improbabile. Vanno fatte e non perché le chiedo io o Pisapia. Ma perché sono l'unica terapia per guarire il centrosinistra".
Fonte: Goffredo De Marchis - Repubblica

Il solare costa meno del nucleare

Oggi negli Stati Uniti la produzione di energia solare costa meno di quella nucleare. Lo afferma un articolo pubblicato il 26 luglio sul New York Times, che riprende uno studio di John Blackburn, docente di economia della Duke University. Se si confrontano i prezzi attuali del fotovoltaico con quelli delle future centrali previste nel Nord Carolina, il vantaggio del solare è evidente, afferma Blackburn. «Il solare fotovoltaico ha raggiunto le altre alternative a basso costo rispetto al nucleare», spiega Blackburn, nel suo articolo Solar and Nuclear Costs - The Historic Crossover, pubblicato sul sito dell’ateneo. «Il sorpasso è avvenuto da quando il solare costa meno di 16 centesimi di dollaro a kilowattora» (12,3 centesimi di euro/kWh). Senza contare che il nucleare necessita di pesanti investimenti pubblici e il trasferimento del rischio finanziario sulle spalle dei consumatori di energia e dei cittadini che pagano le tasse.
COSTI FOTOVOLTAICO IN DISCESA - Secondo lo studio di Blackburn negli ultimi otto anni il costo del fotovoltaico è sempre diminuito, mentre quello di un singolo reattore nucleare è passato da 3 miliardi di dollari nel 2002 a dieci nel 2010. In un precedente studio Blackburn aveva dimostrato che se solare e eolico lavorano in tandem possono tranquillamente far fronte alle esigenze energetiche di uno Stato come il Nord Carolina senza le interruzioni di erogazione dovute all’instabilità di queste fonti.
COSTI NUCLEARE IN CRESCITA - I costi dell'energia fotovoltaica, alle luce degli attuali investimenti e dei progressi della tecnologia, si ridurrà ulteriormente nei prossimi dieci anni. Mentre, al contrario, i nuovi problemi e l'aumento dei costi dei progetti hanno già portato alla cancellazione o al ritardo nei tempi di consegna del 90% delle centrali nucleari pianificate negli Stati Uniti, spiega Mark Cooper, analista economico dell'Istituto di energia e ambiente della facoltà di legge dell'Università del Vermont. I costi di produzione di una centrale nucleare sono regolarmente aumentati negli ultimi anni e le stime sono costantemente in crescita.
Fonte: Corriere.it

Bersani: "Governo a colonne d'Ercole la maggioranza ora sia responsabile"

Il berlusconismo ha le ore contate e l'Italia, dal punto di vista politico, naviga "in acque sconosciute": secondo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani tutto è possibile ora, e l'apposizione deve prepararsi ad affrontare al meglio questo "cruciale momento politico".
Pronunciando alla camera la dichiarazione di voto sulla manovra, il segretario ha detto che "qualcosa sta succedendo sul piano politico, qualcosa che richiede una risposta. "E' necessario che il Parlamento discuta sulla seguente domanda: a che punto siamo? Secondo me siamo arrivati alle "colonne d'Ercole" della vicenda berlusconiana...".
"Chi vince le elezioni non ha in mano il destino divino, ma una responsabilità maggiore. Mi auguro - ha aggiunto - che voi mettiate in campo una maggiore responsabilità". Sempre rivolgendosi alla maggioranza, Bersani ha chiesto di fare "un passo verso una diversa prospettiva. Noi siamo pronti a una fase di transizione che consenta una corretta democrazia". A partire dalla riforma delle legge elettorale. La fase di trasizione, secondo il segretario, deve infatti portare alla creazione "in primo luogo, di una corretta democrazia parlamentare, a partire dalla riforma elettorale". "L'Italia - ha spiegato - ha problemi stringenti, vuole riforme e vede che passiamo mesi sul tema intercettazioni, che si sarebbe risolto in 15 minuti se ci fossero state buone intenzioni. Senza contare che non si parla mai di lavoro".
Le ultime parole sono state per il centrosinistra: "Abbiamo il compito, noi opposizioni, di predisporre un progetto per questo Paese e di lanciare un messaggio diverso. Possiamo uscirne con uno sforzo comune, rimboccandoci le mani. Chi ha di più dà di più. E poi bisogna parlare di lavoro, di diritti civili, di quei cinquantamila bambini figli di immigrati che non sono nè immigrati nè italiani. Vogliamo dirgli chi sono?".
Fonte: Repubblica.it

Marchionne, i nostri no

L’incontro tra i vertici della Fiat con governo e sindacato, avvenuto ieri a Torino, è l’avvio di un confronto cruciale che mette in discussione, insieme al futuro dello stabilimento di Mirafiori, il ruolo dell’industria dell’auto in Italia e il modello di relazioni sindacali. Servono impegni forti da parte di tutti i soggetti coinvolti: azienda, sindacato e governo, ed occorrono risposte precise.
Questa volta non basta un impegno generico a mantenere in attività qualche linea produttiva a Mirafiori, né una vaga affermazione di disponibilità al dialogo. Non basta neppure la presenza, in rappresentanza del governo, del ministro del lavoro Sacconi. Non soltanto per il suo oltranzismo nel cercare di dividere, anziché unire, il sindacato, ma perché occorre un coinvolgimento del governo nella sua collegialità: la questione non può essere ricondotta al tema degli ammortizzatori sociali, quando in gioco c’è la politica industriale di un settore strategico per il paese e quando occorrono risorse per sostenere l’innovazione.
Ci auguriamo che la promessa di un nuovo ministro dello sviluppo economico, fatta da Silvio Berlusconi, non rimanga una sorta di bolla mediatica, ma diventi rapidamente una realtà concreta di cui,peraltro, il paese ha bisogno in un momento di crisi così acuta. In queste settimane la Fiat ha compiuto tre atti fondamentali.
Ha sottoscritto (senza la Fiom) un accordo per trasferire a Pomigliano la produzione della Panda, che adotta soluzioni discutibili su alcuni temi fondamentali come l’assenteismo e il diritto di sciopero; ha annunciato di voler trasferire in Serbia, nello stabilimento di Kragujevac, l’allestimento del nuovo monovolume “L0”, che il piano industriale presentato ad aprile destinava a Mirafiori; ha deliberato la separazione del settore auto dalle altre attività del gruppo.
Non si tratta, in quest’ultimo caso, di una semplice operazione d’ingegneria finanziaria. Si potrebbe pensare che lo spin off possa essere un’azione propedeutica per un’eventuale cessione del settore auto a chi, una volta compiuta la fusione con Chrysler, avesse interesse ad acquistarlo.
Non vogliamo fare un processo alle intenzioni ma, anche con questo esempio, sottolineare l’importanza della discussione in corso e gli elementi di scelta strategica che essa contiene.
Per questo abbiamo insistito perché all’incontro fosse presente il governo anche con il nuovo ... ministro delle attività produttive e con la partecipazione di tutte le organizzazioni sindacali.
La sfida che si apre deve spingere la politica e le parti sociali ad affrontare di petto il nodo della competitività nell’economia globalizzata, sapendo che ciò significa anche mettere sul tavolo il tema del modello contrattuale.
La costituzione della nuova società dell’auto, da parte della Fiat, comporta il licenziamento e le riassunzione dei lavoratori di Pomigliano con un contratto “su misura”. È una strada che non condividiamo e riteniamo opportuno suggerire possibili alternative.
Se si vuole affrontare il tema della competitività, si possono ricavare all’interno del contratto nazionale dei metalmeccanici specifiche modalità contrattuali che affrontino i temi dei turni, dello straordinario e dell’organizzazione del lavoro. Ci rendiamo perfettamente conto che un contratto plurisettoriale dei metalmeccanici, che coinvolge circa due milioni di lavoratori, ha bisogno di avere sulla competitività risposte ad hoc, se si vuole affrontare adeguatamente la sfida della globalizzazione.
Ma la strada non può essere quella della distruzione dell’attuale modello di contrattazione.
Fonte: Cesare Damiano - Europa

Che fine ha fatto il disegno di legge sulla «lotta alla corruzione»?

Mentre le inchieste sui rapporti oscuri tra politica e affari dilagano, creando allarme ed indignazione — come ha sottolineato anche il presidente Napolitano — un interrogativo si impone: che ne è del disegno di legge del governo contro la corruzione, preannunciato nei mesi scorsi con grande enfasi, quasi si trattasse di una svolta urgente nella politica legislativa sulla «questione morale»? Sebbene ispirato all’apprezzabile proposito di prevenire e reprimere la corruzione, quale fonte di illegalità nella pubblica amministrazione, oltreché quale causa di «enorme danno alla credibilità del Paese» (perché essa «disincentiva gli investimenti, anche stranieri, frenando di conseguenza lo sviluppo economico»), il disegno di legge governativo non solo risulta praticamente fermo all’esame del Senato, ma soprattutto non sembra idoneo a realizzare una efficace strategia anti-corruzione. È vero che vi sono previste nuove misure dirette ad assicurare maggiore trasparenza nell’attività amministrativa e maggiori controlli circa l’operato degli enti locali, sulla base di meccanismi che, per quanto perfettibili, potrebbero fornire un utile contributo in chiave di prevenzione di condotte corruttive. Tuttavia, il testo presentato dal ministro Alfano appare per molti aspetti carente, a cominciare dal fronte dell’accertamento e della repressione di tali condotte, in sede penale, non potendo ovviamente bastare, al riguardo, i modesti ritocchi proposti rispetto ai livelli delle pene fissate per i più tipici delitti del malaffare politico-amministrativo.
Allo scopo sarebbe stato lecito aspettarsi, in primo luogo, un deciso impulso verso la ratifica della Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione (Strasburgo, 1999), che l’Italia ha sottoscritto, ma non ha mai ratificato, con la conseguenza che il nostro sistema non è stato ancora adeguato alla nuova e più rigorosa disciplina dei delitti contro la pubblica amministrazione e contro l’industria ed il commercio prevista quali si concretizza il canale tradizionale per la creazione di quei « fondi neri » , che a loro volta spesso costituiscono il necessario punto di passaggio per le successive attività di corruzione.
In fine, come è facile rendersi conto, serve a poco aumentare le pene o perfezionare la struttura delle varie figure di reato, se poi non si riesce a fare i processi, ad accertare le responsabilità, e quindi (come lamentava anche Galli della Loggia su queste colonne) nemmeno si riesce a giungere alla pronuncia di una sentenza definitiva di condanna. Ma qui, evidentemente, la partita si gioca sul piano processuale. Con riguardo al quale, non può non sottolinearsi, da un canto, la obiettiva schizofrenia di un’azione di governo che, mentre proclama la «lotta alla corruzione», per contro, attraverso il ben noto disegno di legge sulle intercettazioni, ha fatto proposte tali da indebolire gravemente uno dei più importanti ... strumenti investigativi utilizzabili allo scopo. E, d’altro canto, l’ancora più vistosa contraddizione rappresentata dal sostanziale dimezzamento, realizzato nel 2005 a seguito della legge ex-Cirielli, dei termini di prescrizione per il delitto di corruzione, ridotti da 15 anni a 7 e mezzo. Con il risultato che molti dei relativi processi (ad esempio il recente processo per l’affare Mills) si estinguono paradossalmente poco prima della sentenza finale, sebbene preceduta da una o due sentenze di condanna non definitive.
Fonte: Vittorio Grevi - Corriere della Sera

Ultimatum al Pd

Se i dirigenti del Pd leggessero bene il sondaggio pubblicato oggi da Repubblica.it ne potrebbero trarre una indicazione assai utile per il futuro. Perché il vero dato sensibile della rilevazione di Ipr Marketing non è l’eventuale prevalere di Vendola su Bersani, ma il combinato disposto tra questo dato e quelli che delineano le opinioni sul profilo dei due leader.
Bersani è giudicato più competente, più onesto, più sincero, più affidabile, più determinato, più concreto. Eppure, se si dovesse votare tra i due alle primarie, il governatore pugliese vincerebbe. E, allo stesso modo, gli elettori del centrosinistra lo considerano un candidato migliore da contrapporre a Silvio Berlusconi.
Gli elettori dell’opposizione sono dunque malati di schizofrenia politica?
Non proprio, perché la contraddizione è solo apparente. Lo iato tra le risposte sui profili e quelle sul voto alle primarie ha un motivo tanto semplice quanto ostico da digerire per il Pd: è cambiata la forma della politica, e con essa il linguaggio con cui la politica si esprime.
Per questo, stando ai numeri Ipr, Bersani sarebbe più stimato ma in tanti finirebbero per votare Vendola. Perché il Pd continua a fare a cazzotti con il mutare dei tempi.
E se i vecchi dirigenti del Pci dicevano che bisognava sempre stare un metro avanti della classe operaia, oggi i vertici del Partito democratico sono sempre un chilometro dietro i loro elettori.
Proprio quel chilometro che la “poesia” vendoliana riempie di suggestioni. Con le quali, piacciano o no, Bersani e gli altri devono fare i conti.
Fonte: Marco Bracconi - Repubblica

Bonanni fa ancora il sindacalista?

Raffaele Bonanni ha sempre rivendicato l’autonomia del sindacato dalla politica. Europa lo ha sempre seguito su questa strada. Fino a ieri. Attorno a Mirafiori si sta giocando una partita decisiva per il futuro dell’industria dell’auto in Italia. Anzi, probabilmente oggi si sta scrivendo de facto un pezzo delle nuove relazioni industriali nel nostro paese. Si può pensare quello che si vuole sulle reali intenzioni di Sergio Marchionne. Ci si può fidare delle sue rassicurazioni o dubitarne. Si può capire che pretenda di sapere a quali condizioni continuare a investire 20 miliardi di euro in Italia. Si può anche considerare eccessivo il potere di veto delle minoranze sindacali e inadeguato il nostro sistema di relazioni industriali.
Quello che non si può fare è iniziare una trattativa dicendo «sì senza se e senza ma» come ha fatto ieri il segretario confederale della Cisl. Non è da sindacato autonomo e nemmeno da sindacato. Bonanni teme che le nuove mosse dell’ad di Fiat, il suo alzare continuamente la posta, finiscano per dare ragione ai duri della Fiom e compromettano il successo raccolto nel referendum di Pomigliano? Ma è proprio forte del successo di quella consultazione (anche se non con percentuali bulgare) che ora la Cisl dovrebbe pretendere da Torino il rispetto degli accordi presi. E invece anche la nascita di una newco in Campania rappresenta, di fatto, una rottura dei patti e dei risultati del referendum.
L’assenza del governo al tavolo delle trattativa non può essere un alibi. Anzi, chi rivendica (giustamente) l’autonomia della rappresentanza dovrebbe evitare di cercare sponde in chi, come il ministro Sacconi, da sempre cerca di spaccare il fronte sindacale. La priorità oggi è salvare migliaia di posti di lavoro e assicurare un futuro italiano all’ultima nostra grande industria manifatturiera. Domani ci si dovrà anche occupare di come rendere il nostro paese più attraente per gli investimenti stranieri, in termini di logistica, costo dell’energia, regole sindacali, incentivi fiscali alla ricerca. Il governo continua a non fare niente. Non è solo un problema di assenza del ministro competente: pensare che Paolo Romani, prossimo ministro dello sviluppo economico, possa aiutare a risolvere la crisi Fiat è più stupido che ingenuo.
Ieri Marchionne ha moderato i toni e le pretese. Ma ha lanciato una sorta di ultimatum: avanti con chi ci sta, alle condizioni di Fiat. Ha anche ventilato l’ipotesi di un piano B, con la possibile fuga dall’Italia.
Rispondere «sì comunque» a chi si presenta al tavolo della trattativa con una pistola sul tavolo non è il migliore dei punti di partenza.
Fonte: Giovanni Cocconi - Europa

Concorsi, facciamo così

Al centro di qualunque riforma universitaria rimane la questione del reclutamento dei ricercatori.
Un tema molto delicato perché costituisce non soltanto lo snodo attraverso cui viene garantito il fisiologico ricambio del personale docente. Ma perché rappresenta anche la cartina di tornasole attraverso cui l’opinione pubblica giudica l’università. Gli scandali e i polveroni che regolarmente vengono sollevati sul funzionamento degli atenei italiani sono incentrati soprattutto su chi e sul come si “entra” nel circuito accademico.
La recente riforma dei concorsi ha introdotto un elemento di casualità nella composizione delle commissioni che, attraverso il sorteggio dei commissari, impedisce la vittoria del “predestinato” ma non sembra sufficiente a risolvere il problema della selezione del migliore tra i candidati. Come mai? Perché un concorso continua ad essere considerato il luogo del “colpo di mano”, della scelta deresponsabilizzata: nello stesso istante in cui la commissione indica il nome del vincitore, se non ha commesso errori formali, comincia a lavarsene le mani poiché la “pratica” passa al pubblico erario.
E chi s’è visto s’è visto! Allora perché non introdurre la responsabilizzazione delle sedi che chiedono i posti? Basta far cadere sul dipartimento che bandisce l’onere di scegliere tra i candidati che hanno fatto domanda e già in possesso di una idoneità nazionale ottenuta in appositi concorsi senza posti. La vera novità consiste però nella trasformazione degli stessi commissari responsabili del reclutamento in un comitato tutoriale. Da quel momento l’attività del neo-assunto sarà monitorata, attraverso parametri predefiniti per aree scientifiche, per un congruo numero di anni e diventerà occasione di “guadagno” o di perdita in termini di fondi per la ricerca, oltre che per l’interessato anche per chi l’ha selezionato. Non solo, quindi, per il dipartimento nel suo complesso ma anche, e qui sta la novità, per i singoli membri che lo hanno scelto. Si tratta dunque di far leva sull’interesse dei reclutatori. Ancora oggi i concorsi sono affidati esclusivamente al senso civico e allo spirito di responsabilità dei commissari, che dovrebbero scegliere sulla base di un’etica neutralità. Ma si tratta di un appello astratto: per chi bandisce quello che conta è “chiamare” una determinata persona ... indipendentemente dal suo livello di preparazione e l’operazione può andare in porto solo grazie alla “complicità” degli altri commissari, amici o colleghi “disinteressati” per l’occasione. La natura profonda che regola le logiche dei concorsi ha dunque a che fare più con l’antropologia che con le tecniche dell’organizzazione. Per interrompere questa spirale è necessario mettere in campo un interesse alternativo che funga da motore di comportamento virtuoso: il vantaggio economico prolungato nel tempo per i reclutatori in caso di buona selezione. Come minimo tale prospettiva di guadagno rappresenta un concreto segnale che riduce la compiacenza indifferente nel sostenere il candidato locale: non si può chiedere un appoggio a qualcuno se tale appoggio rischia di diventare oneroso per chi lo fornisce.
Quello che conta è che il sistema assuma un numero sempre maggiore di bravi studiosi, e pazienza se tale comportamento virtuoso sarà dettato dall’interesse.
Fonte: Fulvio Cammarano* - Europa

*Fulvio Cammarano è Professore Ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche dove insegna Storia Contemporanea.

Fiat, lettera di un operaio: «Caro Sergio, saremo noi a perdere tutto»

Caro Sergio, Non posso nascondere l’emozione provata quando ho trovato la sua missiva, ho pensato fosse la comunicazione di un nuovo periodo di cassa integrazione e invece era la lettera del «padrone», anzi, chiedo scusa: la lettera di un collega. Ho scoperto che abbiamo anche una cosa in comune, siamo nati entrambi in Italia. Mi trova d’accordo quando dice che ci troviamo in una situazione molto delicata e che molte famiglie sentono di più il peso della crisi. Aggiungerei però che sono le famiglie degli operai, magari quelle monoreddito, a pagare lo scotto maggiore, non la sua famiglia. Io conosco la situazione più da vicino e, a differenza sua, ho molti amici che a causa dei licenziamenti, dei mancati rinnovi contrattuali o della cassa integrazione faticano ad arrivare a fine mese. Ma non sono certo che lei afferri realmente cosa voglia dire.
Quel che è certo è che lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato. Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo. Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi». Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi. La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi.
Per quel che riguarda Pomigliano, le soluzioni che propone non mi convincono. Aumentare la competitività riducendo il benessere dei lavoratori è una soluzione in cui gli sforzi ricadono sugli operai. Lei saprà meglio di me come gestire un’azienda, però quando parla di «anomalie» a Pomigliano, non posso non pensare che io non conoscerò l'alta finanza, ma probabilmente lei non ha la minima idea di cosa sia realmente, mi passi l’espressione, «faticare».
Non so se lei ha mai avuto la fortuna di entrare in una fonderia. Beh, io ci lavoro da 13 anni e mentre il telegiornale ci raccomanda di non uscire nelle ore più calde, io sono a diretto contatto con l’alluminio fuso e sudo da stare male. Le posso garantire che è già tutto sufficientemente inumano. Costringere dei padri di famiglia ad accettare condizioni di lavoro ulteriormente degradanti, e quel che peggio svilenti della loro dignità di lavoratori, non è una strategia aziendale: è una scappatoia. Ma parliamo ora di cose belle. Mi sono nuovamente emozionato quando nella lettera ci ringrazia per quello che abbiamo fatto dal 2004 ad oggi, d’altronde come lei stesso dice «la forza di un’ organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano». Spero di non sembrarle venale se le dico che a una virile stretta di mano avrei preferito il Premio di risultato in busta paga oppure migliori ... condizioni di lavoro. Oppure poteva concedere il rinnovo del contratto a tutti i ragazzi assunti per due giorni oppure una settimana solo per far fronte ai picchi di produzione, sfruttati con l’illusione di un rinnovo e poi rispediti a casa. Lei dice che ci siete riconoscenti. Ci sono molti modi di dimostrare riconoscenza. Perché se, come pubblicano i giornali, la Fiat ha avuto un utile di 113 milioni di euro, ci viene negato il Premio di produzione? Ma immagino che non sia il momento di chiedere. D’altronde dopo tanti anni ho imparato: quando l’azienda va male non è il momento di chiedere perché i conti vanno male e quando l’azienda guadagna non è il momento di fermarsi a chiedere, è il momento di stringere i denti per continuare a far si che le cose vadano bene.
Lei vuole insegnarci che questa «è una sfida che si vince tutti insieme o tutti insieme si perde». Immagino che comprenda le mie difficoltà a credere che lei, io, i colleghi di Pomigliano e i milioni di operai che dipendono dalle sue decisioni, rischiamo alla pari. Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi. Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più più svilenti, perché quello che lei finge di non sapere, caro Sergio, è che quello che impone la Fiat, in Italia, viene poi adottato e imposto da ogni altro grande settore dell’industria.
Spero che queste righe scritte con il cuore non siano il sigillo della mia lettera di licenziamento. Solo negli ultimi tempi ho visto licenziare cinque miei colleghi perché non condividevano l’idea «dell’entità astratta, azienda». Ora chiudo, anche se scriverle è stato bello. Spererei davvero che quando mi chiede se per i miei figli e i miei nipoti vorrei un futuro migliore di questo, guardassimo tutti e due verso lo stesso futuro. Temo invece che il futuro prospettato ai nostri figli sia un futuro fatto di iniquità, di ingiustizia e connotato da una profonda mancanza di umanità. (...) Un futuro in cui si devono accettare le regole, anche se ingiuste, perché non le abbiamo scelte noi. Sappia che non è così, lei può scegliere. Insieme, lei e noi possiamo cambiarle quelle regole, cambiarle davvero, anche se temo che non sia questo il suo obbiettivo (...). A lei le cose vanno già molto bene così. Sappia che non ha il mio appoggio e che continuerò ad impegnarmi perché un altro mondo sia possibile. Buon lavoro anche a lei.
Fonte: Massimiliano Cassaro - L'Unità

La pigrizia di un sistema

La tambureggiante iniziativa di Sergio Marchionne, dopo aver affrontato i temi della contrattazione sindacale e della localizzazione degli impianti, è giunta al nodo della rappresentanza. L’ipotesi di disdettare o, come sembra, di derogare al contratto è destinata ad esercitare un impatto dirompente sul sistema delle relazioni industriali e sulla stessa «costituzione economica» italiana, incardinata ancora sul binomio grande impresa-grande sindacato.
È evidente che quel format non tiene più, non fotografa un Paese che ha acquistato una maggiore articolazione delle competenze e del lavoro in virtù della presenza di quattro milioni e mezzo di imprese, otto milioni di partite Iva e due milioni di professionisti. Ora però la contestazione di quel format viene anche dall’interno, è la Fiat a picconarlo, forse definitivamente. Bisognava in qualche maniera presagirlo perché la figura e il curriculum di Marchionne segnavano una evidente discontinuità con i suoi predecessori e con la grande cultura industriale torinese del secolo scorso.
In linea di principio rimescolare le carte, porsi domande nuove, non può che far del bene a un sistema di regole e di valori divenuto anacronistico. Pensiamo ai bizantinismi di quei congressi sindacali che durano mesi e alla fine si concludono con l’approvazione di pasticciate e deludenti mozioni. Pensiamo anche a certi convegni confindustriali privi di indicazioni forti e retrocessi loro malgrado a test del gradimento del politico di turno. Molti di questi riti, di queste ipocrisie — e l’elenco potrebbe essere lungo — hanno fatto il loro tempo ma limitarsi a sostenere che oportet ut Marchionne eveniant, che è bene che le contraddizioni esplodano, non può bastare.
Per quello che i posti di lavoro nell’auto e nell’indotto rappresentano per un’Italia affamata di occupazione c’è bisogno anche di delineare una pars construens. I modernizzatori che vogliono lasciare il segno abbattono il vecchio ma contribuiscono ad edificare il nuovo. E francamente l’idea di una società totalmente liquida, in cui i decisori scelgono di volta in volta sulle convenienze del momento, non costituisce la ricetta vincente. In fondo non deve pensarlo neanche Marchionne, se ha imbarcato nell’operazione di rilancio di Detroit il sindacato Uaw direttamente come azionista. I soggetti della rappresentanza dunque contano e, se vogliono, possono spostare anche le montagne. Se poi dalle vicende dell’auto ci spostiamo a considerare ... più in generale l’evoluzione della competizione globale non è pensabile che alla sfida cinese— basata su un mix formidabile fatto di capitalismo illiberale, strenua difesa degli interessi nazionali, assenza di vincoli e diritti — si possa rispondere con società atomizzate, totalmente prive di un'idea sistemica. Sarebbe un suicidio.
È quindi più che legittimo chiedersi cosa c’è dietro la curva, cosa si deve attendere non solo il mondo delle tute blu ma anche l’intera industria della componentistica che— non va dimenticato — in Italia vale 3-4 volte il fatturato del solo settore automobilistico. Fortunatamente nella società italiana, complice la Grande Crisi, accanto alle pigrizie vanno registrate anche segnali di novità. La recessione ha mostrato come stia crescendo, principalmente nelle Pmi e nel Nord Est, una complicità tra aziende e lavoratori che già si è dimostrata una risorsa importante e sulla quale si può investire. Sperando che un giorno alla testa della Cgil arrivi un Lama delle piccole imprese. Conosco già l’obiezione. Il capo della Fiat un modello in verità lo sta indicando e l’obiettivo dell’operazione è creare in Italia un sindacato all’americana. Purtroppo però se per gli esseri umani i trapianti si sono dimostrati una straordinaria occasione di allungamento della vita, la stessa cosa non avviene per le società. L’innesto di una tradizione totalmente diversa assai difficilmente riesce a produrre risultati positivi, molto più spesso genera l’indistinto. Se proprio vogliamo cercare dei modelli, dei punti di riferimento, è evidente che dobbiamo guardare alla tradizione sindacale tedesca e a quel tipo di «complicità organizzata». Agli occhi di un manager globale, legato a un timing stringente di decisioni, queste potranno apparire digressioni ma le forze che più si sono battute per modernizzare, a cominciare da Cisl e Uil, hanno bisogno di capire. Alla peggio si può imparare a vivere senza la Fiat, ma non si può vivere senza sapere in quale direzione spingere.
Fonte: Dario Di Vico - Corriere della Sera

L’Aquila e il silenzio Rai

Rimuovere una colossale rimozione: questa la sfida raccolta dai 150 deputati del Pd che due giorni fa, insieme a Bersani e Franceschini, hanno visitato il centro storico dell’Aquila.
Dell’Aquila non si parla più infatti, non si vede più un’immagine, non c’è alcuna traccia di impegno nella manovra finanziaria che sarà approvata proprio oggi alla Camera.
Eppure L’Aquila, quindici mesi dopo il terremoto, è lì, paralizzata, senza vita e senza speranza. Prigioniera di una selva di decine o centinaia di migliaia di ferrotubi “Marcegaglia”, con macerie nascoste (come nel caso del palazzo del governo, in cui sono state semplicemente spostate dalla strada al cortile interno), con serrande e finestre chiuse come erano alle 3,32 di quella terribile notte, i fiori seccati nei vasi sui terrazzi, oltre 10mila attività commerciali e terziarie che animavano il centro storico morte, definitivamente morte, 15mila edifici gravemente danneggiati, 90 ettari della zona rossa off-limits per il pericolo crolli. Perché è bene sapere che L’Aquila era e viveva nel e del centro storico. Il centro storico non era semplicemente un quartiere, era il cuore della città e della provincia e quando il cuore si ferma tutto il corpo muore. E negli occhi dei pochi giovani e vecchi che vivono altrove e continuano a vegliare la loro città si legge la assenza di speranza, si legge la disperazione che «con qualche ragione» come ha detto Bersani, è stata urlata in faccia anche a noi non certo malcapitati, ma intenzionalmente capitati lì, a raccogliere rabbia e suggerimenti.
Il centro storico dell’Aquila è oggi la metafora del berlusconismo di governo, un misto di scenografia televisiva persino gioiosa per il pubblico, sì il pubblico televisivo, e di cinismo e abbandono per gli incolpevoli abitanti, usati quando serviva per gli spot e poi definitivamente lasciati a se stessi. A quindici mesi di distanza non c’è – di fatto – un euro per la ricostruzione: per ottenere lo sblocco di quei primi 700 milioni gli aquilani sono dovuti venire a prendersi le manganellate dalla polizia a Roma. Non c’è un provvedimento tipo la legge 546/77 (quella «per la ricostruzione e la rinascita del Friuli, colpito dal sisma del maggio 1976 o la legge 219/81 per la ricostruzione e sviluppo aree terremotate di Irpinia e Basilicata, e la legge 61/98 recante interventi urgenti in favore delle zone terremotate delle regioni Umbria e Marche colpite dal sisma del settembre 1997»). Non ci sono le immagini televisive, dunque, non c’è più il problema. Il sindaco, l’eroico Massimo Cialente, un valente medico che dopo poco tempo di apprezzatissimo lavoro parlamentare per amore della sua gente e della sua città è tornato a casa per fare il sindaco, oggi è solo. Senza mezzi, senza sostegno, senza interlocuzione e ascolto da parte del governo. Tutti gli aquilani sono soli. Gli studenti universitari sopravvissuti alla tragedia per lo più se ne sono andati a completare gli studi ... altrove e i giovani rimasti sono soli, senza lavoro, senza prospettive, senza spazi disponibili, relegati sulla strada statale ad annegare come possono la loro sofferenza di futuro.
E l’Italia non sa, non vede, non ne parla. Persino i cimiteri sono lasciati al loro destino, con bare riemerse in quella terribile notte e mai più sistemate: basta andare a Santa Rufina o a S. Demetrio Ne’ Vestini.
Abbiamo incontrato una straordinaria fotoreporter, innamorata di questa gente e di questa città, abituata a scavare dietro le immagini, che continua ad andare a L’Aquila a fotografare e a comparare foto dei luoghi a distanza di tempo, foto che raramente vediamo sulla stampa non più interessata a una terra che non è più nel cuore degli italiani. Ce ne ha mostrare alcune, quelle di Via Tempera ad esempio del luglio 2009 e del luglio 2010: un lato della via un anno fa era stato totalmente puntellato dalla ditta Trasacco, oggi non lo è più. Non riesce a darsi spiegazione, né pace: perché?, perché sono finiti i soldi per il noleggio dei ferrotubi?, perché non è necessario il puntellamento?, allora perché a suo tempo è stato fatto? Dettagli. Certo dettagli che inquietano e aiutano a capire le cose che non vanno. Ci mostra anche la foto di una magnifica chiesa del 1300, S. Erasmo Forconese, a suo tempo mostrata a Putin nella speranza che si potesse mettere una mano al cuore, puntellata nella facciata anteriore e abbandonata in quella posteriore che pure è in evidente pericolo di crollo. Dettagli. Sì, ma dettagli che inquietano e aiutano a capire.
Ma non è solo il centro storico ad essere abbandonato. Si potrebbe parlare del quartiere, allora residenziale, di Pettino, raso al suolo. Gli aquilani giustamente vogliono sapere. Vogliono sapere se il museo a cielo aperto di ciò che fu una grande città è destinato a rimanere tale per sempre, e a quale futuro debbono prepararsi, o se vi è una qualche possibilità di ricostruzione, ed entro quanti anni e con quali risorse. Vogliono sapere se il loro terremoto è solo “loro”, o se è questione nazionale. Vogliono sapere perché da sei mesi non c’è più un rappresentante del governo che metta piede nella loro terra. E vogliono sapere perché nessuna televisione mostra più agli altri italiani le immagini della loro tragedia.
Il governo Berlusconi, nato sulle immagini dei rifiuti di Napoli, deve essere inchiodato alle sue responsabilità, comprese quelle di una cinica censura delle immagini vere de L’Aquila di oggi.
Toccherà a noi occuparcene appena torneremo al governo. Dovremo allora riparare questa colossale ingiustizia, chiedere alle reti Rai di mostrare per giorni e settimane queste immagini agli italiani, perché conoscano e perché sappiano, e poi un nuovo capo del governo con credibilità e autorevolezza morale adeguate dovrà rivolgersi a tutti gli italiani per invitarli a una mobilitazione e a una solidarietà nazionali, le sole che potranno dare risposta efficace a questa tragedia. Anche attraverso una legge di scopo per la quale il Pd è impegnato sin d’ora.
Fonte: Pierluigi Castagnetti - Europa

mercoledì 28 luglio 2010

Raciti: «Vendola? Non usate i giovani per battaglie interne»

Pier Luigi Bersani sarà intervistato venerdì da Diego Bianchi alias “Zoro”, Massimo D’Alema stasera dovrà parlare di una cosuccia come «il mondo dopo la crisi» mentre Beppe Fioroni interverrà giovedì, giusto prima della finalissima di Miss Drag Queen 2010. Sono alcuni degli appuntamenti della Festa dei Giovani democratici, organizzata da oggi a sabato a Torre del Lago col titolo «Nessun Dorma».
Fausto Raciti, il ventiseienne segretario degli under 30 del Pd, è soddisfatto prima ancora di cominciare: «Al campeggio parteciperanno oltre 600 ragazzi provenienti da tutta Italia. Non è il primo che facciamo. Semplicemente, questa volta è di dimensioni mai viste. Sarà il più grande incontro di una organizzazione giovanile di partito».
Perché la scelta di Torre del Lago?
«Perché è una meta abbastanza nota di turismo gay, perché qui hanno costruito un’economia basata sulla tolleranza e hanno dimostrato che in questo modo può esserci vero sviluppo. Questo modello è uno dei pochi che non sta pagando la crisi».
I temi al centro del programma?
«Quelli economico-sociali. Vogliamo offrire una ricetta per uscire dalla crisi. Non sarà una kermesse in cui ogni leader viene a spiegarci la lezione».
I leader ci saranno...
«Sì, ma li chiameremo a discutere le nostre proposte».
Che sono?
«Un fondo speciale per le città sedi di ateneo per finanziare interventi su mobilità e alloggi, e quindi sostenere il diritto allo studio. Una proposta di social housing per mettere a disposizione abitazioni a basso costo, perché questo è uno dei grandi temi su cui si costruisce l’autonomia generazionale. Stiamo costruendo una campagna di accesso alle professioni e proponiamo una riforma che modifichi gli stage, che vanno remunerati perché non continuino ad essere una forma dequalificante di lavoro a costo zero».
Avete invitato anche il ministro Giorgia Meloni: perché?
«È un’interlocutrice del governo con la quale non siamo d’accordo su molte cose ma con la quale non rifiutiamo il confronto».
Vendola invece non l’avete invitato: perché?
«Perché non ci piace un certo grado di personalismo che sta utilizzando, perché preferiamo richiamare il Pd al suo compito piuttosto che fare da trampolino ad altri. E perché noi non vogliamo farci fare una lezione da sinistra da Vendola. Pensiamo che debba essere il Pd ad offrire alcune risposte da sinistra alla crisi. Ragione per cui sul caso Pomigliano, ad esempio, noi ci siamo schierati in maniera molto forte dicendo che quel referendum non andava fatto. Si può contrattare finché si vuole sul salario o sui turni, ma sulla malattia e sul diritto di sciopero non si può fare un passo indietro. Non si può pensare che la via d’uscita dalla crisi... preveda l’abbassamento degli standard dei diritti. Dalla crisi, perché sia veramente un’opportunità, si deve uscire in condizioni di nuova uguaglianza».
Giorni fa un quotidiano titolava sul Pd, i giovani e la “guerra dei campeggi”.
«Intanto sarebbe buona norma evitare di utilizzare i giovani per le proprie battaglie interne. Se qualcuno vuole sentire la voce dei giovani democratici chiamassero noi, che glielo spieghiamo come la pensiamo. E qui alla Festa i giovani sono i veri protagonisti, non strumenti di cui servirsi. Quanto a certe “guerre”, non ci interessano. Il brand di Giovani democratici non ce lo possiamo togliere, ma la competizione a chi è più giovane la lasciamo ad altri. Vogliamo portare la competizione sul piano politico e lasciamo pensare ad altri che i campeggi giovanili siano una loro invenzione. Il nostro è un campeggio alternativo ai narcisismi, non è costruito attorno a una personalità, le risposte le vogliamo costruire tutti insieme».
Fonte: Simone Collini - L'Unità

Centrosinistra, Vendola batte Bersani ma è alta la fiducia nel segretario

Vince Vendola, considerato il più "moderno". Anche se è "l'affidabile" Bersani a riscuotere la percentuale di fiducia più alta. E' una lettura che colpisce quella del sondaggio di Ipr Marketing per Repubblica.it. Una rilevazione tutta interna agli elettori del centrosinistra. Per saggiarne gli umori dopo la prepotente irruzione sulle scena di Nichi Vendola. 1 Un attivismo segnato da un fuoco di sbarramento dei vertici del Pd, ma, al contempo, da un indubbio potere di suggestione sul popolo della sinistra. Quell'autocandidatura per le primarie, gettata sul campo dal governatore pugliese, leader di Sinistra e Libertà, ha fatto rumore. "E' fuori contesto" ha reagito Bersani. Secondo il sondaggio, però, Vendola troverebbe risposte positive se si dovesse candidare alle primarie. Al punto che la maggioranza degli intervistati lo accredita come vincente anche in una sfida contro Berlusconi. Tutto questo nonostante, nel dettaglio, Bersani venga percepito come più affidabile, determinato, preparato e abile nella mediazione. Qualità preziose ma che davanti alla "modernità" dei gesti e della parole di Vendola, mostrano la corda. Ed è proprio la leva dell'emotività che potrebbe spiegare, più di ogni altra cosa, il successo di Vendola nel sondaggio.
LE TABELLE DEL SONDAGGIO 
I profili. Affidabilità contro innovazione. Preparazione contro autorevolezza. Da una parte Bersani "il competente", dall'altra Vendola "che sa comunicare". Scorrendo i dati è chiara e distanta la percezione che gli elettori del centrosinistra ha dei due leader. Di Bersani spiccano quelle caratteristiche che lo accompagnano da sempre. Quell'aura di conoscenza delle cose di cui parla, quella dose di moderazione e affidabilità, quella capacità di mediare. Sull'altro fronte Vendola spicca per saper parlare e agire in modo "innovativo". Una cifra necessaria per fare politica negli anni Duemila. L'idea delle Fabbriche, e quell'uso continua di un linguaggio evocativo, distante annui luce dal pragmatico idioma bersaniano.
La fiducia. Tirando le somme gli elettori del centrosinistra dimostrano di avere più fiducia in Bersani. Il 77% degli intervistati punta sul segretario del Pd, mentre il 63% si schiera con il governatore pugliese. Nel dettaglio si vede che Bersani pesca molti consensi tra gli elettori del Pd (86%), non molti tra i sostenitori dell'Idv (58%), mentre fa breccia tra coloro che si dicono indecisi (80%) o elettori di altri partiti del centrosinistra (72%). Dato, quest'ultimo, da non sottovalutare a testimonianza di una capacità attrattiva legata al segretario democratico. Per contro Vendola fa il pieno tra gli elettori dell'Idv (76%), cattura il 67% di chi vota Pd, ma mostra la corda nella cosidetta area esterna ai due maggiori partiti d'opposizione (solo il 52% degli indecisi dice di aver fiducia in Vendola).
Per chi votare alle primarie e alle elezioni? La risposta è Vendola. Ribaltando l'esito della domanda sulla fiducia, gli elettori di centrosinistra puntano sia sulle primarie che nella... sfida con Berlusconi sul governatore. Che supera Bersani di due lunghezze (51% a 49%) in caso di primarie e molto più nettamente quando si parla di possibilità di battere in Cavaliere (49% a 31%). Nel dettaglio emergono dati significativi. Anzitutto, se si focalizza l'attenzione sugli elettori Pd, si vede che sono spaccati a metà. Il 52% punta su Vendola alle primarie, il 52% lo vede vincente con Berlusconi (Bersani, invece, raccogliere solo un misero 29% tra gli elettori del suo partito). Il leader di Sel scalda i cuori degli elettori degli altri partiti della sinistra (64% alle primarie, 63% contro Berlusconi). Anche in questo caso, però, Bersani convince di più gli indecisi (50% sono con lui). Strano destino per un segretario che sembra piacere di più all'esterno che all'interno del suo partito.
Fonte: Matteo Tonelli - Repubblica

Vetro amico dell'ambiente Il più amato dagli europei

Non altera i sapori, è amico dell'ambiente e non nuoce alla salute. Il 74% dei consumatori europei preferisce gli imballaggi in vetro per bevande e cibi grazie alla capacità del vetro di mantenere inalterato il gusto e la freschezza del prodotto che contiene, al suo schermo protettivo contro i batteri, al suo rispetto per l'ambiente.
Il vetro è l'unico imballaggio che non ha bisogno di ulteriori strati o additivi per ospitare in sicurezza cibi e bevande, è riciclabile al 100% e all'infinito, fornisce una protezione naturale contro i batteri. E' una questione di gusto se il 72% del vino confezionato in Italia e il 77% della birra è confezionato in vetro e se il 62% dei consumatori opta per il vetro quando si tratta di cibi o bevande. Tanto più che, per venire incontro al bisogno di leggerezza dei consumatori, i contenitori in vetro hanno affrontato una ''dieta dimagrante''. Sono, infatti, il 40% più leggeri che 20 anni fa.
Sono i numeri del Consorzio Assovetro che sottolinea come la percentuale media del riciclo del vetro nei paesi europei sia del 65%, ma in Italia abbia raggiunto il 66%.
Nel 2009 l'industria italiana del vetro ha aumentato dell'1% il tasso di riciclo rispetto all'anno precedente: più di una bottiglia su due è così stata realizzata in vetro riciclato.
Il tasso di riciclo dei contenitori in vetro ha avuto, negli 11 anni di applicazione del decreto Ronchi, un andamento positivo: si è passati dal 39% nel 1998 al 66% nel 2009. Per la raccolta differenziata degli imballaggi in vetro si è registrata nel 2009 una crescita del 3,6% rispetto all'anno precedente. Il riciclo di questo materiale rappresenta anche una risorsa importante per l'economia nazionale: tra il 2000 e il 2007 la raccolta e il riciclo dei rifiuti in vetro hanno generato un attivo pari a 1,2 miliardi di euro.
Inoltre l'associazione Legambiente quest'anno ha promosso - in collaborazione con aziende leader nella produzione di bevande come Sanpellegrino, Peroni e Pago - il progetto "Vetro Indietro", volto a promuovere la pratica del vuoto a rendere in Italia. Attività che, oltre a favorire la ripresa delle imprese in un periodo di crisi, contribuisce sensibilmente alla riduzione dei rifiuti e del consumo delle risorse energetiche e delle materie prime.
Bottiglie, contenitori, barattoli, se non avviati al riciclaggio, possono prendere nuova vita. Una vecchia bottiglia da vino o un barattolo di marmellata, una volta privati dalle etichette possono diventare vasi da fiori o portacandele e lumi. Se poi sono avvolti in carte particolari possono diventare oggetti decorativi. Perché, poi, non provare anche un pranzo in barattolo? Durante un pic nic o una gita all'aria aperta, i barattoli di vetro possono contenere i cibi in tutta sicurezza. Piccoli barattoli possono diventare porzioni monodose di macedonia o ... dessert. Anche l'acqua ha più gusto, se consumata in vetro. Una vecchia bottiglia con tappo a vite si può trasformare in un nuovo contenitore per l'acqua.
Per chi avesse ancora qualche dubbio, il Consorzio Assovetro ha stilato un piccolo decalogo:

1. Il vetro è puro al 100%. E' fatto di tre diversi elementi naturali e atossici: silice, soda e calce.
2. Un contenitore in vetro può passare dalla campana del riciclo allo scaffale del negozio in meno di 30 giorni.
3. Poiché è inerte, protegge al meglio il proprio contenuto. Questo significa che non interferisce con il sapore e la qualità originari dei cibi e delle bevande.
4. E' uno dei pochissimi materiali da imballaggio riciclabili al 100% e all'infinito.
5. La percentuale media di riciclo del vetro nei paesi europei è del 65%.
6. Realizzare ''nuovo'' vetro da quello riciclato richiede il 40% in meno di energia rispetto a creare il vetro dalle materie prime.
7. I contenitori in vetro sono il 40% più leggeri che 20 anni fa.
8. In Europa nel 2008, grazie al riciclo del vetro c'è stato un risparmio di 13.8 milioni di tonnellate di CO2 (l'equivalente di 4 milioni di auto in meno dalle strade).
9. Il vetro è inodore: ecco perché i profumi sono confezionati in boccette di questo materiale che non interferisce con la fragranza.
10. Il vetro, infine, è privo di sapore proprio e per questo è ideale per la degustazione del vino.
Fonte: Monica Rubino - Repubblica

Sacconi: "Su Fiat partita aperta" Nasce Fabbrica Italia Pomigliano

Il governo, il giorno in cui nasce Fabbrica Italia Pomigliano - società iscritta al Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino il 19 luglio e controllata al 100% da Fiat Partecipazioni, con un capitale di 50.000 euro e come presidente Sergio Marchionne - si dice ottimista per una soluzione sul futuro degli investimenti di Fiat in Italia alla vigilia dell'incontro tra il gruppo automobilistico e le parti sociali in programma a Torino. "La partita è quanto mai aperta e sono ottimista per la soluzione", ha detto il ministro del lavoro Maurizio Sacconi intervenuto alla trasmissione radiofonica Radio Anch'io.
"Vedo la possibilità della convergenza tra le parti, mi auguro di tutte, dobbiamo fare quanto possibile perché siano tutte, ma in ogni caso non potrà essere possibile per una parte sola di mettere il veto sugli altri, si deve andare avanti", ha detto Sacconi che poi parla espressamente dell'isolamento della Cgil in questo tavolo.
"Per la Cgil è una occasione di rientrare in gioco e mi auguro che voglia sfruttare questa occasione riflettendo sull'autoisolamento di questo periodo nella vicenda Fiat. Sono ottimista perché credo nella volontà degli attori e credo nella loro consapevolezza di quanto sia alta la posta in gioco", ha aggiunto il ministro.
Sacconi ha ribadito che l'obiettivo è verificare l'impegno di Fiat a investire in Italia fino a saturare gli impianti esistenti e che a questo tavolo "la posta in gioco è ancora più alta... serve a dimostrare che l'Italia può rimanere una grande piattaforma produttiva anche per l'industria dell'auto".
Sacconi non risponde direttamente alla domanda se Fiat possa cercare di fare un contratto diverso da quello nazionale del settore e uscire dalla Federmeccanica, associazione delle imprese meccaniche di Confindustria. "Dovranno essere le parti tra di loro a definire i modi con cui regolare questo processo. La soluzione deve essere comunque condivisa", ha risposto in proposito Sacconi. "Quello che ci interessa è che nel quadro dell'organizzazione del gruppo Fiat ci siano missioni produttive sostenibili nel tempo nei siti italiani, tra i quali Mirafiori".
Una newco per Pomigliano. La nascita di Fabbrica Italia Pomigliano è un passo preliminare per la costituzione di una nuova società, una new company in cui riassumere, con un nuovo contratto, i 5.000 lavoratori della fabbrica campana. Si tratta del progetto Futura Panda a Pomigliano, per il quale la Fiat ha raggiunto un accordo 1con i sindacati il 15 giugno. L'accordo non è stato firmato dalla Fiom. La Fabbrica Italia Pomigliano ha come oggetto sociale "l'attività di produzione, assemblaggio e vendita di autoveicoli e loro parti. A tal fine può costruire, acquistare, vendere, prendere e dare in affitto o in locazione finanziaria, ... trasformare e gestire stabilimenti, immobili e aziende. Può compiere le operazioni commerciali, industriali, immobiliari e finanziarie, queste ultime non nei confronti del pubblico, necessarie o utili per il conseguimento dell'oggetto sociale, ivi comprese l'assunzione e la dismissione di partecipazioni ed interessenze in enti o società, anche intervenendo alla loro costituzione".
Fiat convoca i sindacati, giovedì l'incontro. La Fiat ha convocato giovedì a Torino i sindacati metalmeccanici. L'incontro si svolgerà all'Unione Industriale alle 9,30. All'ordine del giorno - secondo i sindacati - dovrebbe essere la comunicazione della disdetta degli accordi vigenti e, in particolare, del contratto nazionale di lavoro. Si parlerà anche di Pomigliano con i sindacati che hanno firmato l'intesa del 15 giugno. A questa seconda parte dell'incontro, quindi, non dovrebbe prendere parte la Fiom.
Pd: "Preoccupa l'assenza del governo". Si dice preoccupato per le scelte della Fiat Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni Economiche del Gruppo del Pd alla Camera: "Le scelte della Fiat, compresa quella più recente di dar vita alla nuova fabbrica di Pomigliano, dovrebbero essere valutate alla luce di una politica industriale del governo che in questo momento manca completamente". L'assenza di un ministero rappresenta, secondo Boccia, il sintomo più evidente del disinteresse del governo "per un impegno forte a sostegno del nostro sistema economico e produttivo in vista di un credibile superamento della crisi". E, incalza il coordinatore, "Vogliamo che il governo spieghi agli italiani in diretta televisiva quali iniziative intenda assumere per avviare un confronto ai massimi livelli istituzionali con il Gruppo torinese, per assicurare la permanenza di un forte e innovativo insediamento produttivo nazionale nel comparto automobilistico, anche sollecitando la presentazione di un piano complessivo che chiarisca il ruolo che la Fiat intende avere nel nostro Paese".
Fonte: Repubblica.it

Afghanistan, il Pd chiede indagine sui modi della missione

C'è anche un dossier sul rapimeto del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo nei resoconti di intelligence pubblicati sul sito internet Wikileaks. In particolare c'è una nota del governo estone che esprime rammarico per il fatto che l'Italia abbia «ceduto ai terroristi», una preoccupazione, spiega una nota pubblicata dall'edizione online del quotidiano Postimees.ee, condivisa da altri governi come Usa e GB. «Il governo estone è profondamente preoccupato che le azioni del governo italiano possano mettere a rischio le nostre truppe schierate in Afghanistan», si legge in un rapporto del 27 marzo elaborato dal ministero degli Affari esteri di Tallin, e in particolare dal direttore della Divisione sicurezza, Arti Hilpusega, oggi ambasciatore estone in Norvegia. Nel rapporto si aggiunge che il governo estone «ha deciso di non criticare pubblicamente l'Italia perchè molti Paesi, trfa cui Usa e Gb, avevano già fatto sostanzialmente gli stessi appunti» al nostro governo.
Mastrogiacomo, rapito il 3 marzo del 2007, fu scambiato con cinque talebani al termine di una trattativa appoggiata dal governo afghano e mediata da Rahmatullah Hanefi, che in quel periodo era manager dell'ospedale di Emergency a Lashkargah.
Hanefi fu arrestato dopo la liberazione dell'ostaggio italiano.
I senatori del Pd, membri delle Commissioni Esteri e Difesa, hanno presentato oggi, nell'ambito del dibattito parlamentare sulla proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace, di stabilizzazione e delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, una proposta per l'istituzione di una indagine conoscitiva «Sulle condizioni di svolgimento e sulle prospettive della missione italiana in Afghanistan».
«Questa indagine - spiega Pietro Marcenaro, capogruppo PD in Commissione Esteri - mira ad approfondire la conoscenza sulle condizioni di svolgimento della nostra missione in Afghanistan e a rendere possibile un effettivo monitoraggio e controllo, mettendo il Parlamento in condizione di svolgere quel ruolo di indirizzo che gli spetta. È un atto tanto più necessario - prosegue Marcenaro - dopo la realtà messa in luce dalla pubblicazione in questi giorni dei documenti riservati dei comandi americani».
«L'auspicio - dichiara Gian Piero Scanu, capogruppo PD in Commissione Difesa - è quello di concludere questa indagine in un arco di tempo di sei mesi e trovare al termine della stessa una posizione comune sulle iniziative da intraprendere per contribuire, con proposte condivise, a una più efficiente ed efficace iniziativa italiana e al miglioramento del ruolo che il Parlamento può svolgere».
Fonte: L'Unità

Una banca vale più degli elettori?

Non è facile capire la logica che ha spinto Denis Verdini a dimettersi da presidente della Banca del Credito Cooperativo Fiorentino, e a non lasciare la carica di coordinatore del Pdl. È come se si sentisse più responsabile nei confronti degli azionisti che degli elettori; o comunque ritenesse i primi più severi e temibili dei secondi. Ma la sua scelta non può non lasciare interdetti. Se ritiene che la magistratura lo abbia indagato ingiustamente, è comprensibile la resistenza alle richieste dell’opposizione e della minoranza di Fini.
Nel momento però in cui getta la spugna come banchiere, non si comprende perché ritenga di poterla tenere in mano da dirigente politico. Si tratta di un cortocircuito fra sfera pubblica e privata che finisce per privilegiare la seconda; e per offrire agli elettori del centrodestra un’immagine sghemba di un loro rappresentante. Non si tratta di accreditare un suo coinvolgimento nei fatti dei quali viene sospettato; né di assecondare sentenze preventive; né, ancora, di sottovalutare gli aspetti strumentali degli attacchi di cui è destinatario: sono anche pezzi della faida nel Pdl in atto da mesi. Ma nello stesso tempo è difficile liquidare la questione sostenendo semplicemente di credere a Verdini, alle sue assicurazioni di non avere commesso nulla di illegale.
Questa tesi, esposta ieri ad esempio dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa per puntellare il «no» alle dimissioni dall’incarico nel Pdl, è un segno di amicizia e di solidarietà fra coordinatori. Eppure rischia di apparire anche la dimostrazione di un’incomprensione, e di una involontaria mancanza di rispetto per l’elettorato: soprattutto dopo la decisione di Verdini di lasciare la banca per motivi di opportunità. A questo punto, la stessa preoccupazione dovrebbe suggerire un passo indietro dal vertice del partito.
Certo non è facile, in un momento in cui la rissa fra berlusconiani e finiani ha imboccato un tornante pericoloso e probabilmente senza ritorno. L’esigenza di tenere unite le forze nel conflitto dentro il Pdl fa apparire anche la scelta più ragionevole come un gesto di debolezza, di cedimento alle ragioni nemiche. Il risultato è un irrigidimento, quasi un arroccamento su posizioni che a prima vista sono obbligate; ma alla lunga potrebbero rivelarsi imprudenti.
Anche perché in politica le contraddizioni hanno un prezzo. E più a lungo vengono ... eluse, più si prendono una rivincita rapidissima nelle sue conseguenze. Un elettore non chiede o suggerisce, come un consiglio di amministrazione, di uscire di scena in attesa magari di tempi migliori. È più indifeso, e forse disposto a dare credito alla persona ed allo schieramento che ha votato e contribuito a portare in Parlamento. Proprio per questo merita una considerazione se non superiore, uguale a quella verso una banca.
Fonte: Massimo Franco - Corriere della Sera