martedì 31 agosto 2010

Gheddafi, un circo che ci umilia

Anche ieri c'era il picchetto in alta uniforme ai piedi della scaletta dalla quale sono scese due amazzoni nerborute e in mezzo a loro, come nell'avanspettacolo, l'omino tozzo e inadeguato, la caricatura del feroce Saladino. Scortato appunto da massaie rurali nel ruolo di mammifere in assetto di guerra. E va bene che alla fine ci si abitua a tutto, anche alla pagliacciata islamico-beduina che Gheddafi mette in scena ogni volta che viene a Roma, ma ancora ci umilia e davvero ci fa soffrire vedere quel reparto d'onore e sentire quelle fanfare patriottiche e osservare il nostro povero ministro degli Esteri ridotto al ruolo del servo di scena che si aggira tra le quinte, pronto ad aggiustare i pennacchi ai cavalli berberi o a slacciare un bottone alle pettorute o a dare l'ultimo tocco di brillantina al primo attore.
È vero che ormai Roma, specie quella sonnolente di fine estate, accoglie Gheddafi come uno spettacolo del Sistina, con i trecento puledri che sembrano selezionati da Garinei e Giovannini, la tenda, la grottesca auto bianca, le divise che ricordano i vigili urbani azzimati a festa, e tutta la solita paccottiglia sempre uguale e sempre più noiosa ma, proprio perché ripetuta e consacrata, sempre più umiliante per il Paese, per i nostri carabinieri, per le istituzioni e per le grandi aziende, private e pubbliche, che pur legittimamente vogliono fare i loro affari con la Libia.
Nessun'altra diplomazia occidentale tollera e incoraggia gli eccessi pittoreschi di un dittatorello e degrada la propria capitale a circo. Ci dispiace - e lo diciamo sinceramente - anche per il presidente del Consiglio, la cui maschera italiana si sovrappone ormai a quella libica, indistinguibili nel pittoresco, nell'eccesso, nella vanità, nel vagheggiare l'epica dell'immortalità, nel farsi soggiogare dalle donne che pensano di dominare.
Di nuovo ieri Gheddafi si è esibito davanti a 500 ragazze, reclutate da un'agenzia di hostess, che hanno ascoltato i suoi gorgoglii gutturali tradotti da un interprete, le solite banalità sulla teologia e sulla libertà delle donne in ... Libia, il Corano regalato proprio come Berlusconi regala "L'amore vince sempre sull'odio", quel libro agiografico e sepolcrale edito da Mondadori. È fuffa senza interesse anche per gli islamici ma è roba confezionata per andare in onda nella televisione di Tripoli. Il capotribù vuol far credere alla sua gente di avere sedotto, nientemeno, le donne italiane e di averle folgorate recitando il messaggio del profeta. Addirittura, con la regia dell'amico Berlusconi, tre di queste donne ieri si sono subito convertite, a gloria della mascolinità petrolchimica libica: "Italiane, convertitevi. Venite a Tripoli e sposate i miei uomini".
E di nuovo ci mortifica tutta questa organizzazione, il cerimoniale approntato dalla nostra diplomazia, con Gheddafi serio ed assorto che suggella la fulminea conversione di tre italiane libere e belle: un gesto di compunzione, gli occhi chiusi per un attimo, il capo piegato come un officiante sul calice. "L'Islam deve diventare la religione di tutta l'Europa" ha osato dire nella capitale del cattolicesimo, mentre l'Europa (con l'America) si mobilita per salvare la vita di una donna che rischia la lapidazione per avere fatto un figlio fuori dal matrimonio. Certo, l'Islam non è tutto fanatismo ma nello sguardo di Gheddafi c'è condensata la sua lunga vita di dittatore, di stratega del terrorismo, di tiranno che dal 1° settembre del 1969 opprime il suo popolo.
Ebbene, è a lui che oggi Berlusconi di nuovo bacerà la mano, come ha già fatto a Tripoli. Berlusconi, lasciandosi andare con i suoi amici fidati, ha più volte detto di invidiare Muammar perché comanda e non ha lacci, non combatte con il giornalismo del proprio paese, non ha bisogno di fare leggi ad personam ma gli basta un solo editto tribale, non ha né Fini né Napolitano, non ha neppure bisogno di pagare le donne... È vero che gli esperti di Orientalistica sostengono che la tribù in Libia è matriarcale e che dunque la moglie di Gheddafi sarebbe la generalessa del colonnello, ma questo Berlusconi non lo sa, la sua Orientalistica è ferma a quella dell'avanspettacolo, al revival di Petrolini: "Vieni con Abdul che ti faccio vedere il tukul".
E infatti ogni volta che Berlusconi va a Tripoli Gheddafi fa di tutto per stupirlo con gli effetti speciali del potere assoluto, gli fa indossare la galabìa e lo fa assistere alle parate militari delle amazzoni, organizza il caravanserraglio di Mercedes piene di farina, orzo e datteri da distribuire agli affamati recitando il ruolo del salvatore, proprio come Berlusconi all'Aquila... E ha pure imposto nei passaporti libici la foto di Berlusconi. Se lo porta nel deserto di notte per mostrargli la magia del freddo glaciale, tutti e due ad aspettare l'alba e il sole che torni ad arroventare la tenda. E ogni volta alla tv libica il viso di Berlusconi diventa in dissolvenza il viso di Gheddafi, e va in onda Berlusconi contrito nel museo degli orrori commessi dagli italiani, e c'è sempre il solito Frattini accovacciato fuori dalla tenda ad aspettare, aspettare, aspettare. E poi il tramonto, la luna...
Gheddafi a Roma fa quello che vuole non soltanto in cambio delle galere e dei campi di concentramento dove la polizia libica trattiene gli africani che vorrebbero fuggire verso l'Italia, e non solo perché i due fanno affari privati, come da tempo sospetta la stampa internazionale, e ora anche italiana. Il punto è che Berlusconi gli mette a disposizione tutto quello di cui ha bisogno l'eccentricità beduina perché con Gheddafi ha un patto antropologico. È una somiglianza tra capi che la storia conosce già, sono identità che finiscono con il confondersi: Trujllo e Franco, Pinochet e Videla, Ceausescu ed Enver Hoxha, Pol Pot e Kim il Sung... Non è l'ideologia a renderli somiglianti ma l'idea del potere, quello stesso che oggi lega Berlusconi e Gheddafi, Berlusconi e Chavez, Berlusconi e Putin. Ecco cosa offende e degrada l'Italia: l'Asse internazionale della Satrapia.

Fonte: Francesco Merlo - Repubblica

Il "nuovo" a scapito del "vecchio"

Il dottor Marchionne ha certamente ragione quando propugna il "nuovo" a scapito del "vecchio". Ma per non rendere questa affermazione una banalità lapalissiana, bisognerebbe sforzarsi di capire di quali novità il nuovo è fatto. Decisamente nuova, per esempio, è la disparità mai vista prima tra gli stipendi dei manager e quelli degli operai, e tra i rispettivi tenori di vita: cosa che rende sempre più ardua l' auspicata rinuncia alla categoria otto-novecentesca di "classi sociali". Nuova (ma anche vecchissima) è la boccheggiante fissità dei salari. Nuova la separazione secca tra la rendita finanziaria, che ha stornato giganteschi profitti dall' industria per destinarli alla speculazione, e il destino del lavoro umano e della produzione dei beni Senza volerne fare colpa ad alcuno, rimane il fatto che questo "nuovo" è pieno di sperequazioni e ingiustizie tanto quanto il vecchio, e forse un pochino di più. Se Marchionne, marxianamente, intende abolire le classi (questa storia dei "padroni" e degli "operai", che diamine, non si può più sentire) da cosa potrebbe mai partire, lui come la Fiom e come chiunque altro, se non dal Ground Zero del lavoro salariato?
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Quel Porcellum sciagurato e resistente

La legge elettorale è argomento di dibattito politico ormai da vent'anni. Con alterne fortune. In questo momento fa discutere in modo particolarmente acceso. Tanto che il Pd ha proposto, se non un governo istituzionale, un'alleanza parlamentare larga intorno a questo esplicito obiettivo. Scrivere una legge elettorale migliore del Porcellum, come la definì Giovanni Sartori (ispirato dallo stesso autore, il ministro Calderoli). Un'impresa semplice, nei contenuti, perché è difficile immaginare un dispositivo altrettanto sgangherato e precario. Ma, in effetti, assai complicata. Perché, in un sistema politico fazioso come il nostro, il bene comune viene decisamente dopo quello del partito e degli uomini politici. E, nonostante tutto, non sono pochi a considerare il Porcellum vantaggioso. Non per il Paese, ma per se stessi.
Anzitutto (ma non solo, come si dirà più avanti), nella maggioranza. Se si fa riferimento al formato della competizione elettorale del 2008, PdL e Lega continuano a prevalere sull'intesa Pd-IdV. Certo, il PdL appare in difficoltà, viste le tensioni interne - e, infatti, com'era prevedibile, Berlusconi ha congelato la scadenza elettorale. Per ora. Mentre Bersani ha aperto al "nuovo Ulivo", che, tradotto in termini pratici significa allargare la coalizione oltre l'IdV, come nel 2006. Si tratta, comunque, di lavori in corso. Per cui il PdL, ma soprattutto la Lega, non hanno alcuna intenzione di cambiare il sistema elettorale. Se non dopo aver calcolato bene la propria convenienza, come nell'autunno del 2005.
Allora, in vista delle elezioni dell'anno successivo, decisero di abolire la competizione uninominale (dove si eleggevano i tre quarti dei parlamentari), a favore di quella proporzionale (dove il centrodestra otteneva risultati molto migliori). Con tre innovazioni, importanti e significative. L'attribuzione di un premio di maggioranza alla "coalizione" e non al partito vincente. L'indicazione del candidato premier. L'introduzione delle liste bloccate e la conseguente abolizione delle preferenze. In questo modo, il centrosinistra perdeva il suo vantaggio. Mentre il dominus diventava il leader capace di fare coalizione. E, soprattutto, di costringere gli alleati a rispettarla, con le buone o le cattive (cioè: Berlusconi assai più di Prodi e dei successori). Mentre la probabilità di venire eletti, per i candidati, dipendeva dalla loro posizione in lista. Con l'esito di aumentare enormemente il potere delle segreterie centrali e dei "padroni" dei partiti, che detenevano e detengono il controllo delle candidature.
Da ciò i diversi ostacoli - e i diversi nemici - di fronte a ogni cambiamento di questa legge. Vi si oppongono il PdL e la Lega. Soprattutto di fronte alla prospettiva di una legge, come l'uninominale di collegio, che li ... penalizzi. Ma è difficile immaginare una larga convergenza, su questa prospettiva, in Parlamento, anche fra i partiti di opposizione. L'Udc, anzitutto, che ispirò l'attuale legge. In nome del proporzionale. Non è pensabile che accetti un'alternativa ancor più maggioritaria.
Nel Pd si incontrano posizioni diverse e lontane. Vi sono componenti disponibili a ipotesi proporzionali, magari di tipo tedesco (i gruppi dirigenti maggiormente ancorati all'esperienza dei vecchi partiti, Popolari e Ds). Mentre altre sono attaccate al principio maggioritario e bipolare, se non più bipartitico (i veltroniani, i prodiani "puri", come Parisi). Morale: costruire una maggioranza parlamentare intorno a una legge elettorale continua ad essere molto complicato.
Tanto più perché i "riformatori" pensano a reintrodurre il principio di responsabilità "personale", attraverso le preferenze, nel voto di lista, oppure attraverso l'uninominale di collegio, che rende più stretto il rapporto fra candidati ed elettori. E sottrarrebbe, in parte, ai gruppi dirigenti nazionali il controllo sul partito. Una ragione sufficiente per ritenere non solo utile, ma necessaria una nuova legge elettorale. Che restituisca maggior potere agli elettori e al territorio.
Per questo merita attenzione il progetto di riforma, in senso uninominale, promosso da un comitato di politici e studiosi autorevoli. Dove, peraltro, prevalgono i politici del Pd ma, anzitutto, i radicali. Poi, i finiani. Mentre gli esponenti del PdL sono pochi (ne abbiamo contati 6-7 su 40, perlopiù di impronta liberale e radicale).
Ma se i parlamentari sono tiepidi, neppure gli elettori sembrano sensibili a questa materia. Mobilitarli è sempre più difficile, visto che, da oltre 15 anni, i referendum elettorali non raggiungono il quorum. Da ultimo, quello organizzato nel 2009 (mirava ad attribuire al partito il premio di maggioranza previsto per la coalizione). Vi partecipò il 23% degli elettori. L'affluenza più bassa della storia repubblicana.
Prova inequivocabile che le leggi elettorali, da sole, non riescono più a scaldare il cuore. Tuttavia, fondano la democrazia rappresentativa. Possono valorizzare o scoraggiare la responsabilità dei leader politici di fronte ai cittadini. Accentuare o vanificare le possibilità di comunicazione e di controllo della società nei confronti dei leader. Se l'attuale legge garantisce alle oligarchie di partito e ai leader nazionali un potere senza verifica, il problema è spiegarlo ai cittadini. Farne un obiettivo condiviso e "significativo".
Coinvolgendo gli attori che, da tempo, conducono campagne civili, a livello nazionale e globale. Oltre che nella società: sulla rete e attraverso i media. Il problema è dare significato politico e sociale alla tecnicalità istituzionale. Farla uscire dalla cerchia degli addetti ai lavori. Come nei primi anni Novanta, quando i referendum elettorali divennero il simbolo della lotta contro il vecchio sistema e i vecchi partiti. Oggi, quel sistema non c'è più, neppure quei partiti. Ma le cose, nel rapporto fra i cittadini e la politica, non sono cambiate molto. Anzi: nella società la delusione ha preso il posto dell'indignazione. Per mobilitare di nuovo i cittadini occorre convincerli che cambiare la legge elettorale significa cambiare davvero. Non sarà facile. Ma vale la pena di provarci.
Fonte: Ilvo Diamanti - Repubblica

Dobbiamo fare in fretta e, per cambiare le cose, dobbiamo cambiare noi stessi.

Dobbiamo fare in fretta e, per cambiare le cose, dobbiamo cambiare noi stessi. Perché più le cose sono semplici, più sembriamo inadeguati. E, dopo Mi fido di te, sembra che la colonna sonora del Pd sia diventata L’ombelico del mondo. Tutti a parlare di sé, a distinguere come entomologi tra mozioni, espressioni tecniche, modi di dire del burocratese. Con un vero trionfo della retorica politicista quando si è trattato di discettare di governi tecnici. Rispetto alle cose da fare, questi sono “puri nomi”. Anzi, “puri cognomi”. E non va bene. Per niente. Attraversando il Paese, parlando con le persone che ci vivono (e lo vivono), la politica sembra assente. Anzi, di più, sembra inutile. Non dimentichiamolo: si riparte dalla ‘A’ di astensione, la lettera scarlatta della politica italiana, che deciderà anche le prossime elezioni.
Non lasciamo nulla di intentato. Anche Grillo, per dire: prendiamolo sul serio, anche se la cosa non è reciproca. Cerchiamo di capire, al di là dei toni sbagliati e di polemiche spesso pretestuose, quali sono gli argomenti che frequenta. La finanza, la democrazia, l’ambiente. Estendiamo il messaggio, però. Perché cinque stelle non bastano: qui ci vuole tutto il firmamento.
E allora attraversiamo l’Italia, a ritroso, e la metafora del ritorno ci accompagna. Perché tutto si tiene, lo abbiamo visto, e tutto ritorna. Lo sapevano quelli del Rinascimento, lo sapevano anche i teorici dell’Italia da unire. Perché loro avevano studiato, e forse dovremmo farlo anche noi. Proprio perché ora non studia più nessuno e la scuola è un problema secondario, fin dalla primaria. Appunto.
Sulla strada del ritorno, lo sanno tutti, bisogna fare il pieno. E cercare tutti i consensi possibili, soprattutto se la destra si dividerà e se Fini (finalmente) vorrà costituirsi “parte civile” e fondare, con Casini, il terzo polo, noi dobbiamo portare tutti i nostri elettori al voto. Con la stessa passione del 2008, per vincere, questa volta, perché il declino riguarda l’avversario e non i nostri Prodi. Con l’attenzione a non ricomporre l’Unione, ma a ricomporre il Paese. Alleandoci con le forze vive della società, come si diceva una volta,... prima ancora che con le etichette di partito. A cui siamo ancora troppo affezionati.
Siccome siamo alla ricerca di slogan, facciamoci ispirare dai Giuseppe di questa storia. I Mille parlamentari? Cinquecento possono bastare. E vogliamo conoscerne i nomi, a uno a uno, e poter scegliere con le primarie i nostri candidati (se ci sarà ancora il porcellum) e essere noi i primi a presentare una proposta di legge elettorale, in Parlamento, chiedendo di votarla a chi vuole chiudere questa stagione politica. Ve lo vedete un Berlusconi che cade sul porcellum (absit iniuria verbis)? Sarebbe epico.
Porta Pia? Aprite quella porta, certamente. Perché ho cercato l’Ottocento, ma a volte, nell’Italia del 2010, sembra di stare nel Medioevo. E facciamolo, il porta-a-porta. Senza sbatterla, non c'è bisogno di fare baccano. E già che ci siamo andiamo anche a Ballarò, che prima di essere una trasmissione, è un mercato di Palermo, a qualche metro dall’Antica Focacceria da cui sto scrivendo. I mercati. E i luoghi di lavoro, che sono all’Anno zero: frequentiamo le fabbriche. Non solo quelle di Nichi. Le fabbriche fabbriche. E le aree industriali. E le botteghe artigiane. E affidiamoci a un disegno ambizioso: perché contro il piccolo cabotaggio, ci vuole l'alto mare aperto. E ci vuole la ricerca. E l’azione temeraria.
È questo il compito della nostra generazione: non tanto sostituire i vecchi, come vuole una facile contrapposizione giornalistica, ma fare quello che ci tocca e ci compete: lanciare una sfida contemporanea, parlando ai giovani, certamente, anche perché ora non parla loro proprio nessuno, ma rivolgendoci alla società tutta.
E poi ci vuole speranza e un po’ di ottimismo, perché la “mestizia democratica” non ci fa bene.
Un satiro danzante, ci vuole, come quello di Mazara. Scoperto in profondità, come una sorpresa, in quel canale di Sicilia pieno di fantasmi. E non intendo certo una politica che giri su se stessa, ma che abbia l’orecchio a punta del satiro e l’animo ispirato. Dalla passione. E poi, certo, saper fare le cose. E farle, una buona volta. E indicare quelli che le fanno come modelli. Come esempi. Come una volta.
I templi non sono cambiati, ma i tempi possono farlo. E ci sono mondi infiniti, diceva il mio filosofo preferito. A noi basterebbe riscoprirne uno, il nostro, che sembra scomparso dalla politica italiana. A cominciare dall’Europa, per proseguire con il Mediterraneo. E guardare al di là del mare, per capire cosa sta succedendo anche a noi, dalla grande città al piccolo paese della provincia italiana.
Rimettiamoci in viaggio. Con l’utilitaria. Con una politica semplice e comprensibile. A contatto con la realtà. Partendo da casa, anzi, dalla casa, il tema dei temi. E usciamo per andare a lavorare, per unire i diritti dei lavoratori, per dare dignità a quelli che ora non ce l’hanno e qualche prospettiva a quelli che si trovano in gravi difficoltà. Investendo nelle cose buone, sapendo scegliere, perché la politica non è un terno al lotto. Andiamo per le strade, tra cittadini che sono italiani perché lavorano in Italia, accendono un mutuo, costruiscono una famiglia. E pagano le tasse. E attraversiamo le piazze della concorrenza, libera, sulla qualità e sul merito, non grazie alle amicizie o le entrature, anche in ragione di una politica che non è dei politici e del loro piccolo potere, ma dei cittadini e della loro vita. Perché appartiene ai loro bisogni. E anche ai loro sogni.
Berlusconi un giorno o l’altro politicamente non ci sarà più. Non torniamo indietro, però. E facciamo che la Terza Repubblica, da inaugurare con una festa d’altri tempi, non sia troppo uguale alla prima. Ci meritiamo qualcosa di nuovo, dopo tanti anni di sofferenza, con un ricco spregiudicato (e, non fosse per i ‘lodi’, anche senza ‘s’ iniziale) che ci ha reso più poveri. Sotto ogni punto di vista.
Possiamo farlo. E ci saranno donne e uomini. E piroscafi. E bandiere. E ci saremo anche noi.
Fonte: Pippo Civati - L'Unità

D'alema: "Riforma elettorale, poi il voto questa legge fa comodo solo a Berlusconi"

Addio al "porcellum". Si torna al "mattarellum". Oppure: basta col proporzionale imbastardito dalla casta, riscopriamo le virtù del maggioritario. Ad ogni tornante più tortuoso della storia italiana, il bestiario della politica si ripopola degli astrusi modelli elettorali concepiti dalla Seconda Repubblica. Il dibattito è ozioso, ma cruciale. Nel mattatoio istituzionale e politico di questi anni, tra sistemi elettorali e forme di governo, l'Italia ha concepito un mostruoso Frankenstein. Un modello di legge elettorale, la porcata di Calderoli, tendenzialmente proporzionale, senza preferenze, dove i parlamentari sono "nominati" dalle segreterie di partito e non più eletti dai cittadini. Al tempo stesso, la democrazia parlamentare, violentata dall'autocrazia berlusconiana, vira verso una forma spuria di presidenzialismo di fatto, a-nomico e a-costituzionale, dove l'indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale sembra delegittimare la presenza e il ruolo degli altri organi di garanzia. Ora che il Cavaliere si avvita in una crisi irreversibile, e che si parla esplicitamente di elezioni anticipate, una domanda è d'obbligo: ha senso tornare alle urne con questo sistema elettorale? E in subordine: c'è nell'attuale Parlamento una maggioranza trasversale in grado di sostenere una riforma condivisa?
Nel centrosinistra si confrontano due anime, uscite allo scoperto in questi giorni. C'è l'anima veltroniana, dogmatica, che vagheggia il ritorno al puro spirito bipolare, o bipartitico, che giustificò il suo tentativo di forgiare un Pd autosufficiente e "a vocazione maggioritaria". C'è l'anima bersaniana, pragmatica, che non si impicca a una formula pregiudiziale, ma che in nome dell'Alleanza ... democratica chiama a raccolta tutte le forze che oggi si oppongono al berlusconismo, per superarlo e poi individuare un sistema elettorale comune da proporre al Paese. "È inutile illudersi, o cercare altre scorciatoie: per uscire dal berlusconismo occorre ripensare le forme del nostro bipolarismo malato". Massimo D'Alema è appena tornato dalla sua vacanza in barca. Chi gli ha parlato lo descrive soddisfatto della navigazione, ma preoccupato per le rotte sempre più confuse della politica italiana.
L'ex premier ed ex presidente dei Ds non ha condiviso la "lettera agli italiani" di Veltroni, che alla fine "ha avuto come unico effetto quello di dare una mano a Berlusconi". Mentre ha molto apprezzato la proposta programmatica lanciata su "Repubblica" da Bersani, che ha avuto il merito "di riappropriarsi dell'agenda politica, affermando cose molto ragionevoli". Anche D'Alema, come il segretario del suo partito, vede un Berlusconi in enorme difficoltà, forse destinato a non concludere la legislatura. Ma se si arrivasse a una crisi, e in ipotesi estrema ad elezioni anticipate, si riproporrebbe la solita questione: "Ci sarebbe sicuramente una maggioranza larga contro di lui, nel Paese, e il voto assumerebbe la chiara fisionomia di un referendum su Berlusconi, ma con le regole attuali si ripeterebbe la difficoltà di tradurre questa maggioranza elettorale in proposta di governo e in una leadership forte". Per questo D'Alema, nei colloqui di questi giorni e prima della ripresa di settembre, non si stanca di ripetere un "refrain" che gli sta a cuore: "Quello della legge elettorale è davvero il nodo di fondo. Non possiamo rischiare di tornare al voto con questo sistema.
L'idea malsana e malintesa di bipolarismo che abbiamo cullato e costruito in questi anni ci ha portato a un sistema che fa comodo solo a Berlusconi, che col 38% dei consensi può farsi eleggere al Quirinale, e chiudere i giochi per sempre. Ci rendiamo conto che l'indicazione del premier sulla scheda non esiste in nessun paese del mondo? Ci rendiamo conto che in Italia con questo falso mito maggioritario ormai gli organi di garanzia contano sempre meno? In Gran Bretagna c'è Westminster, ma c'è anche la Regina. In Italia c'è un sistema elettorale che crea un bipolarismo di facciata che ormai mette a rischio la stessa democrazia. Berlusconi fa scrivere il suo nome sulla scheda, e in nome di questo sacro principio, "io sono stato eletto dal popolo", pensa di poter fare quello che vuole. Noi non possiamo indulgere a questa deriva, che contiene in sè il germe del populismo autoritario".
D'Alema non ha dubbi. Ai suoi collaboratori, con i quali sta preparando l'agenda della settimana di rientro, ripete uno slogan di cui è fermamente convinto: "La fine di Berlusconi sarà anche la fine della Seconda Repubblica". Il tema è: come arrivarci? Sotto il profilo della legge elettorale, l'ex ministro degli Esteri del governo Prodi vede solo due strade: "Il primo mezzo è il doppio turno alla francese, che seleziona in anticipo le forze in campo, e potrebbe interessare all'Udc. Il secondo mezzo è il sistema tedesco, proporzionale con lo sbarramento, che rompe la rigidità dello schema "blocco contro blocco". Inutile dire che D'Alema, oggi come negli anni passati, continua a teorizzare il secondo mezzo. "Con il sistema tedesco noi potremmo convogliare un campo vasto di forze, dall'Udc alla Lega, e creare un assetto tendenzialmente bipolare, anche se non bipartitico, dove si andrebbe alle urne con cinque, massimo sei partiti, con un centro forte che si allea con la sinistra, con la sfiducia costruttiva, con una buona stabilità dei governi, che volendo potremmo persino rafforzare con l'introduzione di una clausola anti-ribaltone. Non riesco a immaginare uno schema migliore, per un Paese come il nostro".
Ma in queste ore, sulla scia degli appelli e delle raccolte di firme che si sovrappongono, un'altra via intermedia che prende corpo é quella di un ritorno al "Mattarellum", cioè il sistema partorito dopo la stagione referendaria dei primi anni Novanta. Potrebbe essere un buon compromesso, per uscire intanto dall'esecrato "Porcellum". D'Alema non ne è affatto persuaso: "Ma ci rendiamo conto che col "Mattarellum" siamo andati alle urne con quattordici partiti? È semplificazione questa? È bipolarismo questo? Se guardo al passato, vorrei sommessamente ricordare che l'esperimento lo abbiamo già fatto nel 1994, con i "Progressisti", e non ci andò bene. Se guardo al presente, mi chiedo perché mai Bossi e Casini dovrebbero suicidarsi, tornando a un modello che li penalizzerebbe fortemente".
Per queste ragioni, il Lider Maximo ritiene che il Pd debba assumere un'iniziativa forte, per rilanciare sul modello tedesco e costruire su questo il profilo delle future alleanze politiche. Un ragionamento che riflette forse il limite classico del dalemismo: una certa idea della politica costruita a tavolino o in laboratorio, tra ingegnerie di coalizione e alchimie di partito. Ma una cosa è vera: la crisi del berlusconismo è un'occasione da non perdere, anche per provare a rimodellare la nostra architettura istituzionale ed elettorale. Con l'ennesimo rammarico, che lo stesso D'Alema non può non aggiungere ai tanti altri collezionati nel passato: "Se queste riforme le avessimo fatte alla fine della scorsa legislatura, a partire dal sistema tedesco, oggi l'Italia sarebbe diversa. L'illusione maggioritaria, allora, ha finito col restituire il Paese a Berlusconi". Ammesso che la ricostruzione storica sia vera, l'invito di D'Alema al centrosinistra è a "non ripetere quel grave errore politico". Vedremo se l'invito sarà raccolto.
Nel frattempo, l'ex leader sta defilato, giovedì parlerà di tutto questo, alla festa del Pd a Torino. Mentre oggi presiederà un seminario della Fondazione Italianieuropei con John Podesta, democratico Usa, che ha appena scritto il saggio "L'America del progresso". "Dovrò spiegare gli attuali problemi della nostra situazione politica. È previsto che si parli in inglese. Per come siamo messi, è quasi più difficile farlo in italiano".
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica

Il genitore ridens

Della vicenda di Civitanova Marche, dove un gruppo di bulletti da spiaggia fra i dieci e gli undici anni ha preso a calci la sdraio su cui un venditore ambulante si era seduto, gridandogli «amigo, vattene, questa è proprietà privata», mi ha sconvolto soprattutto il comportamento ridanciano dei genitori. Con questo non voglio dire che il resto vada derubricato a ordinaria amministrazione. Pur avendo un ricordo abbastanza vago delle mie vacanze infantili, non ho memoria di un coetaneo che mi proponesse di prendere a calci la sdraio di un venditore ambulante. A dieci anni ci si tirava calci al massimo tra noi.
E comunque nessuno, ma proprio nessuno, sapeva che cosa fosse una proprietà privata e tanto meno che si chiamasse così. Però di una cosa vado assolutamente certo: che se il più bullo della brigata avesse deciso di compiere un gesto tanto infame, lo avrebbe fatto di nascosto dalla sua famiglia, temendone la reazione. Qui invece pare che insegnare il disprezzo verso le persone più deboli stia diventando, per certi genitori, una missione educativa di cui menare gran vanto. Non si spiegherebbero altrimenti le risate con cui i padri e le madri di quei mocciosi hanno accompagnato la scena. Ma che bel gioco. Ma che orgoglio aver cresciuto dei figli così. Par di sentirli: cosa sarà mai, sono solo dei bambini! Oppure (variante Giornale-Libero): perché non parlate dei ragazzi dello stabilimento accanto che buttano per terra le cartacce? La novità, rispetto al passato, non è la cattiveria. È la mancanza d’imbarazzo dei cattivi.
Fonte: Massimo Gramellini - La Stampa

Legge elettorale, coro di no a D'Alema Il sistema tedesco non piace nel Pd

Niente voto subito, non con questa legge elettorale. Di più: dovendo ipotizzare una riforma delle regole per l'elezione di deputati e senatori, il modello di riferimento potrebbe essere quello tedesco perché «l'idea malsana e malintesa di bipolarismo che abbiamo cullato e costruito in questi anni ci ha portato a un sistema che fa comodo solo a Berlusconi, che col 38% dei consensi può farsi eleggere al Quirinale, e chiudere i giochi per sempre. Ci rendiamo conto che l'indicazione del premier sulla scheda non esiste in nessun paese del mondo? Ci rendiamo conto che in Italia con questo falso mito maggioritario ormai gli organi di garanzia contano sempre meno?». Il sasso lanciato da Massimo D'Alema con un'intervista a Repubblica fa discutere il centrosinistra dopo che dalle colonne del Corriere della Sera era invece partito un appello bipartisan di 42 politici e studiosi a favore del sistema uninominale. E molte sono le voci critiche che si levano all'interno dello schieramento, soprattutto da parte di chi vede nel bipolarismo una scelta irreversibile.
«Non era necessario essere profeti per prevedere la fine che in pochi giorni avrebbe fatto il ritorno dell'Ulivo - ha commentato l'ulivista doc Arturo Parisi -. Tornato dalle ferie, dopo averci invitati a non fermarci alle sigle, D'Alema ripropone con coerenza la ricetta di sempre. Governo per la legge elettorale col centro, sistema tedesco, per ritornare al bel tempo antico quando Berlusconi non c'era». Così Arturo Parisi, deputato Pd ed ex ministro della Difesa. «Son passati appena tre mesi - ha ricordato - da quando una Assemblea Nazionale del Pd varava con enfasi un documento che indicava come posizione del partito 'un sistema di impianto maggioritario fondato sui collegi uninominali. Dove stia D'Alema lo sanno anche i bambini. Dove siano Bersani, il Pd, e il Nuovo Ulivo è un mistero».
Per Rosy Bindi, presidente dell'assemblea nazionale del Pd, non si può battere il berlusconismo tornando alla politica delle mani libere, come risulterebbe dal sistema elettorale alla tedesca auspicato da Massimo D’Alema.«Il Pd deve fare in modo che il tempo dell’agonia del berlusconismo sia utilizzato per fare almeno alcune riforme istituzionali (riduzione del numero dei parlamentari e superamento delbicameralismo perfetto) e una nuova legge elettorale. E in questa fase il primo compito del Pd è quello di essere unito e di salvaguardare in primo luogo, ... come partito del nuovo Ulivo, il suo profilo plurale. Sulla modifica della legge elettorale sarebbe auspicabile trovare una larga intesa, un accordo con tutti anche con questa maggioranza, vittima anch’essa del parcellum. Ma visto che non e’ possibile, il Pd deve lavorare a costruire una maggioranza partendo da una proposta che sia tra di noi condivisa, che indichi i punti per noi irrinunciabili, pronti comunque alle necessarie mediazioni. Ci siamo trovati d’accordo su un sistema che consenta agli elettori di scegliere: un partito, chi va in Parlamento e la coalizione che deve governare. Questi sono i punti per noi irrinunciabili, in grado di segnare la discontinuita’ vera con la seconda Repubblica, che in realta’ a portato alle estreme conseguenze le degenerazioni della prima».
«Dalla Lega e dal Pdl ci sarà un muro nei confronti della nostra proposta per l'uninominale - fa notare la radicale Emma Bonino -. D'Alema sostiene invece un altro sistema, quello tedesco, alternativo a quello che proponiamo noi, perchè comporterebbe alleanze post elettorali, così come vogliono anche l'Udc e l'estrema sinistra. Sono posizioni che esistono, ed è quindi giusto che vengano allo scoperto. Ma certo questo è un dibattito politico serio, altro che il cicaleccio al quale abbiamo assistito nelle scorse settimane».
Critico il Pdl, che di cambiare la legge elettorale non ha alcuna intenzione. «E’ evidente che D’Alema cerca di surrogare con la manovra politica e con la modifica della legge elettorale la debolezza politica e sociale del Partito Democratico e della sinistra in genere rispetto all’azione di governo e alla forza del blocco sociale di centrodestra - ha detto Fabrizio Cicchitto -. Si vuole smontare il premio di maggioranza e andare al sistema tedesco per far si che siano i partiti dopo il voto, e non gli elettori con il voto, a stabilire chi deve governare. Su questo piano certamente D’Alema è all’altezza della sua fama».
Dal fronte dei finiani Italo Bocchino fa invece sapere che «la proposta di D'Alema va valutata con attenzione, come ogni proposta. Abbiamo bisogno di una legge elettorale che da una parte garantisca bipolarismo e dall'altra la stabilitá dei governi, che possibilmente faccia scegliere gli eletti agli elettori e faccia dichiarare prima le alleanze. Con questi paletti si può discutere, a partire dalla legge in vigore, aperti a tutte le soluzioni».
Fonte: Corriere.it

Franceschini: «Non regaliamo nostre divisioni a destra spaccata»

«Non regaliamo le nostre divisioni a una destra frammentata e spaccata». È il monito rivolto dal capogruppo alla Camera del Pd, Dario Franceschini che intervistato alla festa nazionale del partito ha richiamato tutti al senso di responsabilità invitandoli a mettere da parte discussioni e litigiosità. «In questo momento non offriamo pretesti per dare l'impressione che ci siano divisioni nel Pd. Ci sono i luoghi per discutere, discutiamo e poi sarà un segretario nazionale che ha vinto le primarie a dare sintesi e voce a quella linea, ma dopo aver preso una decisione sosteniamola tutti».
«Questa discussione molto agostana su cosa dovremmo fare in caso di elezioni, se andare da soli oppure l'unione evidenzia posizioni estreme - ha osservato Franceschini- nessuno ha mai sostenuto di andare da soli. Io penso si possa trovare una sintesi: se la legislatura va avanti nel suo percorso normale ci dobbiamo presentare alle prossime elezioni in modo credibile con una coalizione costruita attorno ad un programma vincolante di governo, non frammentata e divisa, e quindi bisogna spingere quelli che vogliono allearsi con noi ad accettare e mettere in moto meccanismi di aggregazione tra di loro».
«Se invece -ha proseguito - ci troviamo in una situazione di emergenza, con Berlusconi che tenta di arrivare allo scioglimento delle Camere, allora ad una emergenza democratica serve una risposta di emergenza e a quel punto chiederemmo a tutte le forze disponibili a fermare quel disegno e ad accompagnare l'Italia verso un bipolarismo normale, di accantonare la discussione e di costruire un campo che punti a fermare quel disegno. Questo - ha concluso Franceschini - vuol dire alleanza democratica o alleanza costituzionale, come la si vuol chiamare».
«Fini è e resterà nostro avversario, ma un avversario che si muove su una linea di normalità»: ha chiosato Franceschini. «Lui ha in mente una destra normale che rispetta le regole nella quale ci si può opporre, simile a quella degli altri paesi europei. Berlusconi invece ha un'idea padronale dello Stato e del suo schieramento, però - ha rimarcato - non facciamo confusioni: quella è una partita che avviene nell'altro campo».
Fonte: L'Unità

lunedì 30 agosto 2010

Berlusconi e la lunga fuga dai giudici così scatta la "campagna d'autunno"

Fuoco alle polveri. La "guerra-lampo" di Silvio Berlusconi sta per cominciare da dove non è mai finita: la giustizia. E ancora una volta il movente non è un sano riformismo istituzionale, ma un malsano opportunismo personale. Il presidente del Consiglio si sente di nuovo trascinato verso l'abisso dal fantasma dei suoi processi. Ne ha in piedi ancora tre, che potrebbero costargli una pesante condanna penale: il processo Mills, il processo Mediatrade sui diritti televisivi e quello sui fondi neri per i diritti tv di Mediaset. Lo protegge uno "scudo" solido, ma temporaneo: la legge sul "legittimo impedimento". Su questa ennesima legge "ad personam" pende il giudizio della Consulta. Se questo scudo salta, il premier rischia grosso.
Per questo ha urgente bisogno di un altro salvacondotto normativo, che gli consenta di difendersi "dal" processo e non "nel" processo, come ha sempre fatto. Per questo ha nuovamente subordinato il futuro politico del Paese al suo destino processuale, la sopravvivenza del governo all'esigenza dell'impunità, il calendario parlamentare al casellario giudiziario. La nuova "arma" di cui intende valersi, nella prossima campagna d'autunno contro le "toghe rosse" e la "sinistra comunista" che le fomenta, sarà la legge sul cosiddetto "processo breve". Qui si combatterà la battaglia politica con il presidente della Camera, e quella giudiziaria con il tribunale di Milano. L'ha annunciato lui stesso la settimana scorsa: "Non si può indulgere dinanzi al tentativo che minoranze militanti della magistratura cercano di porre in atto, fin dal 1994, di abbattere il governo legittimo del Paese". Per questo invoca "nuove norme per processi non brevi, ma in tempi ragionevoli". La formula è anodina, e più facile da "vendere" sul mercato mediatico. Ma la sostanza non cambia. Berlusconi sta parlando della legge sul "processo breve", sulla quale i poli hanno duellato tra la metà del 2008 e l'inizio del 2010. "È indispensabile ... approvare le norme già varate dal Senato - ammonisce il presidente del Consiglio - che dovranno essere votate in tempi celeri dalla Camera".
Su questa sfida il Cavaliere si giocherà la verifica con Fini, e il governo si giocherà la fiducia delle Camere. Per spiegare agli italiani cos'è e come nasce il "processo breve", e per far capire la posta in gioco alle anime belle del vecchio e del nuovo centro, pronte ad offrire una sponda al premier dicendo "sì alla riforma della giustizia purché non si facciano norme su misura", è utile ripercorrere il cammino di questo ddl, generato dai sogni del Berlusconi-presidente e intrecciato ai bisogni del Berlusconi-imputato.
Il prologo: salvate il soldato Mills
Dalla vittoria elettorale del 13 aprile 2008, come già accadde nel '94 e nel 2001, la priorità assoluta del premier è sottrarsi al giudizio penale. Si tratta solo di scegliere il "mezzo". Il ventaglio delle possibilità, in quella fase, è ancora ampio. Il 13 maggio 2008 il Consiglio dei ministri approva il primo disegno di legge sulle intercettazioni. Il 15 il Pdl annuncia un emendamento al decreto sicurezza sul "patteggiamento allargato" e l'imminente riproposizione del Lodo Schifani, che la Corte costituzionale aveva bocciato nel 2004. Il giorno dopo Berlusconi scrive una lettera proprio al presidente del Senato, per caldeggiare l'emendamento sul patteggiamento allargato che blocca per un anno i processi penali per fatti commessi fino al 2002 e con pene inferiori ai 10 anni. Una norma "ad personam" (la prima della nuova legislatura) perfettamente modulata sulle impellenze del premier nel processo Mills: il reato che gli viene contestato è stato commesso nel 1999, e il capo di imputazione, corruzione in atti giudiziari, prevede una pena da un minimo di 3 a un massimo di 8 anni di carcere.
Le udienze si susseguono a ritmo serrato. Per il capo del governo inizia la solita corsa contro il tempo, che impone l'immediata e totale "militarizzazione" del Parlamento. Il 25 maggio, alla Confesercenti, tuona contro i "magistrati politicizzati, metastasi della democrazia". Il 27 maggio si completa la prima fase dell'offensiva: il Consiglio dei ministri approva il Lodo Alfano, con l'immunità per i 4 presidenti (della Repubblica, del Consiglio e delle due Camere). Il Parlamento lo converte pochi giorni più tardi e Napolitano, nonostante le pressioni della piazza, lo promulga il 23 luglio. Il Cavaliere è al sicuro. La "riforma della giustizia nell'interesse dei cittadini" torna nei cassetti. Non ce n'è più bisogno, visto che l'unico cittadino che aveva un interesse immediato ha ottenuto la legge che aspettava. Ma è solo una tregua.
L'ottobre nero del 2009
L'anno nuovo è dominato dallo scandalo delle escort, e dalle dieci domande di "Repubblica" cui Berlusconi si rifiuta di rispondere. Ma a ottobre il premier subisce un colpo durissimo. Il 7 la Consulta boccia il Lodo Alfano: viola la Costituzione agli articoli 3 e 138. Il presidente del Consiglio schiuma di rabbia. Attacca la Corte e il presidente della Repubblica, "espressione della vecchia maggioranza". Si dichiara "tradito" da Napolitano perché (come riferisce "il Giornale" di famiglia) "c'era un patto con il Capo dello Stato per gantire una sentenza favorevole della Consulta". Insinuazione gravissima e ovviamente falsa, che costringe il Quirinale a diffondere un duro comunicato di smentita. Saltato il Lodo Alfano, lo spettro dei suoi processi lo minaccia di nuovo. Il 10 ottobre il Cavaliere va all'attacco in tv: "Sono il maggior perseguitato dalla magistratura in tutte le epoche... Sono stato sottoposto a 106 processi, tutti finiti con assoluzioni e due prescrizioni". Non dice il vero.
Negli anni, i processi che lo hanno visto imputato sono in tutto sedici. Dodici sono già conclusi, di cui solo tre con sentenze di assoluzione, mentre per gli altri nove si è salvato grazie alle prescrizioni della pena e alle estinzioni del reato (le une e le altre decise da leggi che lui stesso ha fatto votare alle Camere). In quel momento ne restano pendenti quattro: il processo Mills (corruzione in atti giudiziari), il processo sulla compravendita dei diritti Mediatrade (appropriazione indebita), il processo per i fondi neri sui diritti tv Mediaset (falso in bilancio) e un processo romano che riguarda due senatori (istigazione alla corruzione).
I più insidiosi, per il capo del governo, sono i primi due. Pochi mesi prima (il 17 febbraio 2009) il tribunale di Milano ha condannato in primo grado David Mills a 4 anni e 6 mesi: l'avvocato inglese è colpevole di aver ricevuto 600 mila dollari dagli uomini di Berlusconi, per testimoniare il falso in due processi a carico del Cavaliere (All Iberian e tangenti alla GdF). La posizione del premier è stata stralciata, grazie al Lodo Alfano. Ma ora, dopo lo schiaffo della Corte costituzionale, il Lodo non c'è più. Il capo del governo deve ri-correre ai ripari. Il 16 ottobre riapre i soliti cassetti e annuncia al Paese: "È necessaria una riforma costituzionale della giustizia, anche a maggioranza... ". Di nuovo, le urgenze individuali spacciate per "emergenze nazionali". C'è un motivo, che spiega l'escalation: il 27 ottobre la Corte d'appello di Milano conferma la condanna di primo grado per Mills. Il cerchio giudiziario torna a stringersi. La sera stessa, a "Ballarò", Berlusconi spara a zero: "La vera anomalia italiana sono i pm comunisti di Milano". Ma a questo punto le parole non bastano più. Servono fatti concreti per sottrarre il premier ai suoi doveri di imputato.
"Prescrizione" o "processo": purché sia breve
I fatti concreti arrivano subito. Sulla via delle leggi "ad personam" il premier sa di avere in casa il vero ostacolo da valicare: Gianfranco Fini. Il 10 novembre, con Gianni Letta e Niccolò Ghedini, va a Montecitorio a pranzo dal presidente della Camera e squaderna sul tavolo due testi. Il primo è un ddl sulla cosiddetta "prescrizione breve": prevede "l'abbattimento di un quarto dei tempi di prescrizione nei procedimenti in corso per i reati commessi prima del 2 maggio 2006, con pena massima fino a dieci anni". Il secondo testo è un ddl sul cosiddetto "processo breve": prevede che tutti i procedimenti, compresi quelli in corso, debbano essere celebrati in sei anni. Berlusconi vorrebbe tutte e due le leggi. Ma spiega a Fini che la proposta irrinunciabile è la "prescrizione breve": una pietra tombale, che risolverebbe per sempre i suoi sospesi. È convinto di piegare il co-fondatore del Pdl. Ma sottovaluta l'ex alleato: spalleggiato da Giulia Bongiorno che gli siede a fianco, Fini risponde picche al Cavaliere: "La prescrizione breve non può passare, sarebbe un'amnistia. Sul secondo testo si può discutere... ".
Al Cavaliere quel pranzo rimane sullo stomaco. Non gli resta che infilarsi nello spiraglio lasciato aperto da Fini. Due giorni dopo, il 12 novembre 2009, parte l'operazione "processo breve". Il centrodestra presenta al Senato il disegno di legge 1880 su "Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi". Primo firmatario è Maurizio Gasparri, con Gaetano Quagliarello, Federico Bricolo e altri senatori del Pdl. Questa prima stesura di tre articoli fissa in sei anni la "durata ragionevole" dei processi (due anni per ogni grado di giudizio) in seguito ai quali scatta la prescrizione. La nuova disciplina si applica agli incensurati, solo nel primo grado di giudizio, e ai processi per reati con pene non superiori ai dieci anni (limite nel quale rientrano, ancora una volta, le pene rischiate dal Cavaliere). Sono inclusi nel colpo di spugna anche i reati di corruzione e di concussione, mentre sono esclusi i reati di associazione per delinquere, incendio, pedo-pornografia, sequestro di persona, immigrazione clandestina. Scoppia un finimondo politico.
La prima stesura: un "colpo di spugna"
Il 23 novembre il presidente dell'Anm Luca Palamara parla di un gigantesco "lavacro" sui processi in corso: con la nuova legge "arriverebbe a prescrizione il 50% dei procedimenti pendenti a Roma, Bologna e Torino, il 30% a Firenze, Napoli e Palermo". Il ministro della giustizia Alfano, a un convegno della Bocconi a Milano, da i suoi numeri: "Le nuove norme avranno ricadute solo sull'1% dei processi". Dalle colonne di "Repubblica", Roberto Saviano lancia il suo appello, al quale aderiranno oltre 500 mila cittadini: "Presidente Berlusconi, ritiri la norma del privilegio". E Carlo Azeglio Ciampi lancia il suo grido di dolore: "Basta con le leggi "ad personam", le riforme si fanno per i cittadini... ". Il 26 novembre il premier spara: "I pm vogliono farmi cadere, ormai c'è un clima da guerra civile". Ma proprio questo "clima" gli suggerisce di cautelarsi con un'"azione parallela": il "legittimo impedimento". Il 2 dicembre, alla Camera, il Pdl fa sua una proposta di legge di Michele Vietti (Udc) su "Disposizioni temporanee in materia di legittimo impedimento del presidente del Consiglio a comparire nelle udienze penali". Un "ad personam" della durata di 18 mesi, che deve consentire al capo del governo "un sereno svolgimento delle sue funzioni".
Due settimane dopo, è il 14 dicembre, il plenum del Csm approva un parere durissimo, che affossa il "processo breve". Il provvedimento "non appare in linea con l'articolo 111 (giusto processo) né con l'articolo 24 (diritto alla difesa)... Rischia di impedire del tutto l'accertamento giudiziario e di vanificare la lotta alla corruzione... È irragionevole e discriminatorio... ". Il Quirinale manifesta le sue preoccupazioni a Palazzo Chigi. Ma il Cavaliere non ne tiene conto. Il "timer" dei suoi processi milanesi non si è fermato. Non a caso, proprio la sera del 14, uscendo da Palazzo Chigi dichiara: "Sto pensando di non presentarmi in tribunale per i processi che mi riguardano. I miei avvocati mi dicono che mi troverei davanti a un plotone di esecuzione... ".
La seconda stesura: peggio della prima
Per evitare quel "plotone di esecuzione" Il presidente del Consiglio impone le tappe forzate sul "processo breve". Il 12 gennaio 2010 l'iter del ddl inizia al Senato con una novità clamorosa: un maxi-emendamento, che dilata il testo da tre a sei articoli, e che la sera prima il relatore del Pdl Giuseppe Valentino ha scritto direttamente nella villa di Arcore, con Berlusconi e Ghedini. Le novità riguardano la nuova scansione temporale dei processi per reati con pene sotto i 10 anni. tre anni per il primo grado, due per il secondo e 18 mesi per la Cassazione. I reati vengono divisi in tre fasce: meno gravi, gravi e gravissimi (la corruzione rientra tra i "meno gravi") e per ciascuna delle tre categorie si modulano in aumento i tempi complessivi del procedimento. Il "processo breve" si applica anche alle persone giuridiche (quindi alle società che devono rispondere di reati contabili e responsabilità amministrative) e ai danni erariali (dunque anche davanti alla Corte dei conti deve valere il principio della "ragionevole durata del giudizio di responsabilità contabile".
Ma la vera pillola avvelenata sta nelle "norme transitorie" sui processi in corso: le nuove norme si applicano subito ai reati commessi prima del 2 maggio 2006, quindi coperti dall'indulto. In questi casi, come recita il testo dell'emendamento Valentino, "il giudice pronuncia sentenza di non doversi procedere per estinzione del processo quando sono decorsi più di due anni dal provvedimento con cui il pm ha esercitato l'azione penale". È esattamente la situazione nella quale si trovano i due processi più rognosi per Berlusconi, Mills e Mediatrade, nei quali le richieste di rinvio a giudizio risalgono rispettivamente al 10 marzo 2006 e al 22 aprile 2005. Ancora una volta, "delitto perfetto". Per cancellare le due grane giudiziarie del premier, il Parlamento si accinge a fare "tabula rasa" dei processi più eclatanti degli ultimi anni: dal rogo della Thyssen alle morti per l'Eternit, dal crac della Parmalat allo scandalo Antonveneta, dal crollo della casa dello Studente dell'Aquila al disastro ferroviario di Viareggio. Il 20 gennaio arriva il via libera definitivo del Senato: 163 sì, 130 no e 2 astenuti. In aula scoppiano risse e campeggiano cartelli listati a lutto: "Berlusconi fatti processare" e "La giustizia è morta". Davanti a Palazzo Madama il popolo viola improvvisa un sit-in di protesta. Ma è tutto inutile: ormai il testo è licenziato, e passa all'altro ramo del Parlamento.
Il binario morto della Camera
Il 22 gennaio la proposta di legge numero 3137 sul "processo breve" approda alla Camera. L'esordio, per Berlusconi, non promette niente di buono. Fini, in una "lectio magistralis" a Tor Vergata, avverte: "Ci sarà tempo per fare le necessarie modifiche al testo... ". Lo stesso giorno, la Procura di Milano emette il decreto di "chiusura indagini" sul processo Mediatrade. Dagli uffici del Quirinale filtrano chiarissimi segnali di dissenso: quella legge il Capo dello Stato non la firmerà. Il presidente del Consiglio vede stringersi una tenaglia: le procure che non si fermano, il "processo breve" che inciampa. Il 28 gennaio il provvedimento inizia il suo percorso a ostacoli in Commissione giustizia: il relatore Maurizio Paniz (Pdl) si appella al Parlamento "che non può restare inerte, perché giustizia ritardata è giustizia negata... ". Ma le incognite aumentano, i legali di corte Ghedini e Longo sono perplessi. Così il Cavaliere decide di cambiare cavallo. A difenderlo dai giudici non sarà più il "processo breve", ma il "legittimo impedimento". Il primo provvedimento, dopo una serie di rinvii in Commissione il 2, 4, 9, 10 e 23 febbraio, finisce sul binario morto.
Il secondo provvedimento, viceversa, accelera in aula. E se ne comprende la ragione: il 25 febbraio la Cassazione accerta definitivamente che David Mills è stato corrotto da Berlusconi. E anche se la prescrizione è maturata il 23 dicembre 2009, "risulta verificata la sussistenza degli estremi del reato di corruzione in atti giudiziari". Per questo urge il nuovo "scudo", che arriva puntuale. Il 10 marzo, con il sì della Camera, il "legittimo impedimento" diventa legge. Napolitano la promulga il 7 aprile 2010. Giusto, in tempo, per il Cavaliere: il 9 aprile, i pm del processo Mediatrade, Robledo e De Pasquale, chiedono il rinvio a giudizio per appropriazione indebita, falso in bilancio e frode fiscale nei confronti di Berlusconi, dei figli Marina e Piersilvio, Confalonieri, Frank Agrama e altri 14 indagati.
Se non ci fosse il "legittimo impedimento" il presidente del Consiglio sarebbe nei guai. Ma ora anche quest'ultimo salva-condotto sta per scadere. La legge dura solo un anno e mezzo. E soprattutto il prossimo 14 dicembre la Consulta è già convocata in udienza, per valutarne la legittimità costituzionale. Se, come sembra, il responso sarà negativo, il re sarà ancora una volta nudo, di fronte ai suoi obblighi di imputato. Ecco perché, dalla scorsa settimana, il Cavaliere ha rilanciato la campagna d'autunno. Ecco perché, dopo otto mesi di "fermo", ha rimosso dal binario morto della Camera la legge sul "processo breve". A questo punto non ha altri "treni" da prendere, nell'eterna fuga dai suoi giudici naturali. Il problema è che su quel treno, come sempre, vuole farci salire tutta la maggioranza, tutto il Parlamento, tutto il Paese. Se il convoglio arriverà a destinazione, sarà la trentottesima legge "ad personam" dell'era berlusconiane. E la negazione definitiva di un principio fondamentale: in democrazia, tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica

"Il Nuovo Ulivo fa sbadigliare è ora di rottamare i nostri dirigenti"

"Nuovo Ulivo? Uno sbadiglio ci seppellirà. Mandiamoli tutti a casa questi leader tristi del Pd".
Ambizioso programma, sindaco Matteo Renzi.
"Non è mica solo una questione di ricambio generazionale. Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io così lo chiamo e non caimano, dobbiamo liberarci di un'intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D'Alema, Veltroni, Bersani... Basta. E' il momento della rottamazione. Senza incentivi".
Rottamare i "vecchi" del Pd vuol dire automaticamente sbarazzarsi di Berlusconi?
"E' la precondizione, il punto di partenza. Ma li vedete? Berlusconi ha fallito e noi stiamo a giocare ancora con le formule, le alchimie delle alleanze: un cerchio, due cerchi, nuovo Ulivo, vecchio Ulivo... I nostri iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono sgomenti ad un imbarazzante Truman show. Pensando: ma quando si sveglieranno dall'anestesia? Ma si rendono conto di aver perso contatto con la realtà?".
Che cosa propone di fare?
"Lo statuto del Pd parla chiaro, anche se ovviamente è rimasto inapplicato: dopo tre mandati parlamentari, giù dalla giostra. Se davvero si va alle elezioni anticipate, anche se personalmente ci credo poco, alla prima assemblea nazionale per le candidature vado alla tribuna e lancio il seguente ordine del giorno: facciamo riscoprire il piacere della semplice militanza ai nostri parlamentari che hanno varcato la soglia delle tre legislature. E, potendo, anche a Di Pietro, un ... altro che da 20 anni pontifica su tutto, e abbiamo visto i risultati".
Resta però aperto il problema: che rapporti con Fini, con Casini, con la sinistra?
"Fini? Uno che passa da Almirante e Le Pen alla Tulliani e Barbareschi, di certo non fa per me. Però, non voglio nemmeno entrarci nel gioco del piccolo chimico. Piuttosto mi fate capire, per favore, che dice il Pd sul lavoro che cambia? Sull'innovazione? Sull'ambiente? E sulle tasse? Facevo ancora la maturità e già Berlusconi e Tremonti promettevano la riduzione a due sole aliquote. Quando siamo andati al governo noi, l'unico slogan era l'agghiacciante pagare le tasse è bellissimo. Ci sarà pure una via di mezzo...".
Cos'è, un'autocandidatura alla leadership del Pd?
"Il mestiere di sindaco di Firenze mi diverte moltissimo, e qui voglio stare. Fossi stato a sentire D'Alema, Veltroni e Bersani mai sarei entrato a Palazzo Vecchio, macinato dalle primarie. Certo, appena apro bocca è sempre la stessa musica: il solito Renzi, l'ambizioso. E che ci vuoi fare, unifico il partito, c'ho tutti contro. Ma sai che c'è? Meglio un'accusa di arroganza che un processo per diserzione. La questione della leadership non riguarda me ma il tema esiste. Eccome".
Chi riguarda allora?
"Di nomi ne vedo parecchi. Fra la gente che viene dal territorio. Da scegliere con le primarie, ovunque".
Chiamparino, Zingaretti, Vendola?
"Sicuramente sì. Tre nomi che, con caratteristiche diverse, sono in grado di dire e dare qualcosa di nuovo al Pd. Lontani dal balletto di agosto al quale stiamo assistendo con scambio di lettere o cartoline fra i nostri dirigenti da un quotidiano all'altro. Litigando".
Anche lei però aveva litigato con Zingaretti, accusandolo per la mancata candidatura alle regionali nel Lazio.
"Abbiamo litigato, ci siamo chiariti davanti ad una bistecca alla fiorentina. Ma poi, chissenefrega della polemica, di qualche parola di troppo se poi in realtà sei sulla stessa lunghezza d'onda. Io penso che oggi Nicola sia fra quelli che nel Pd rappresentano le novità".
Quarantenni e territorio: è la formula per cambiare il Pd?
"Penso sia la combinazione giusta per ascoltare e raccogliere le indicazioni del nostro popolo. Più che cambiare però io direi proprio: azzerare".
Sembra di sentire Nanni Moretti.
"Io però faccio politica col Pd e sono impegnato nel mio ruolo di amministratore. E soprattutto quel grido di piazza Navona, "andate a casa", allora era di un solo intellettuale. Oggi temo sia condiviso della stragrande maggioranza del popolo democratico".
Fonte: Umberto Rosso - Repubblica

"Con le accozzaglie si può solo perdere Silvio si batte con l'Ulivo e il terzo polo"

"Basta con le ammucchiate". Massimo Cacciari ex sindaco democratico di Venezia è stufo di alleanze larghe, "da Vendola a Fini", frutto di errori "dettati dalla voglia di far propaganda o da un'errata real politik".
Chi fa propaganda? Il Pd?
"Chi parla, come fa Franceschini, di "alleanza costituzionale" sa che né Casini, né tantomeno Fini, ci starebbero mai. Per loro sarebbe un suicidio politico. Sono dichiarazioni provocatorie che non portano a nulla".
E l'errore da "real politik"?
"L'unico motivo per un'ammucchiata sarebbe il Cln, una coalizione per liberarsi di Berlusconi: un errore imperdonabile. Così ricadiamo nel vecchio antiberlusconismo, un formidabile regalo per il Cavaliere. In una campagna elettorale bene contro male, Berlusconi è imbattibile".
Allora cosa resta da fare?
"Mi sembra evidente che c'è un disegno di Bossi e Tremonti per prendere il posto di Berlusconi. Per questo vogliono andare a votare subito".
Quindi?
"Se non si cade nell'errore di fare un'accozzaglia, al 90% Berlusconi le elezioni le perde. Vince alla Camera, grazie alla Lega, ma perde al Senato".
Ne è certo?
"È molto probabile, ma solo se esiste un terzo polo forte, composto da Fini, Casini e Montezemolo. In questo modo il centrosinistra andrebbe da Di Pietro a Vendola e, per come è fatta la legge elettorale Berlusconi la maggioranza al Senato se la scorda".
A quel punto?
"Si va da Napolitano che sarà costretto a prendere atto che l'unico in grado di guidare un governo è Tremonti. Questo se si va alle urne in tempi brevi. Se invece ... ci fosse un accordo tattico tra Berlusconi e Fini le strade per il Pd sono altre".
Quali?
"Invece di aspettare che il governo collassi, al Pd converrebbe mettersi a fare politica e avvicinarsi a Casini".
Nel Pd sono convinti che i voti dei centristi servano ora.
"Le ammucchiate non servono. Il Pd pensi a fare un bel neo-Ulivo e non ostacoli un centro forte".
Ma questo "neo-Ulivo" ha possibilità di vincere?
"Non vincerà mai. Ormai il Pd è quella cosa lì, una cosa che sta con Vendola e con Di Pietro".
Non le piace?
"Non è il soggetto che avevamo progettato. Non è quell'elemento di grande novità che serviva. È la riedizione dell'Ulivo in salsa dipietrista. È un partito che ha il suo radicamento territoriale sull'Appennino tosco-emiliano. Ma per governare dovrebbe trovare un'intesa con l'area di Montezemolo, di Fini e di Casini e non fare un unico cartello. Ma questo solo se avranno tempo. Altrimenti meglio che vadano separati".
Al Nord i voti sono destinati a spartirseli Lega e Pdl?
"Se si va al voto al Nord la Lega è il primo partito. Il Pd ha perso contatti con la realtà sociale. Hanno ereditato la strutturale incompetenza nell'interpretare le trasformazioni sociali e questo è il risultato".
Non dà nemmeno una chance al centrosinistra?
"Ma è necessario iniziare a fare autocritica. Cosa che al momento non vedo".
Le primarie possono essere utili?
"Le primarie hanno rotto, soprattutto quelle teleguidate. Servirebbe una leadership che guardi al nord. Sono due anni che insisto su Chiamparino".
E il terzo polo, invece? È quello l'elemento di novità?
"Potrebbe esserlo se ben articolato. Non penso a un partito, piuttosto a una coalizione di governo. Una presenza laica come quella di Fini è interessante per una maturazione culturale e politica. Il valore aggiunto, però, lo darebbe Montezemolo".
L'era-Berlusconi sta finendo?
"Lui non ha più nulla da dire al Paese dal punto di vista strategico. Ma non credo che andrà via con le sue gambe. E questo lo sanno anche Tremonti e Bossi".
La legge elettorale? Verrà modificata?
"Fa talmente comodo ai partiti che resterà così com'è".
Fonte: Mauro Favale - Repubblica

Prodi esulta per il Nuovo Ulivo "Ma il Pd sia al centro del progetto"

"Bravo Pierluigi. Ci voleva proprio. Ma adesso bisogna passare subito ai fatti. Nei rapporti con la nostra gente, con le altre forze politiche e soprattutto nella capacità di contrastare il declino dell'Italia. Il confronto è su chi sul serio sa rivitalizzare il sistema Paese. Non è solo il problema Berlusconi. Il futuro è di chi sa dipingere e subito dopo costruire un futuro per l'Italia". Romano Prodi ha molto apprezzato le parole scritte da Pierluigi Bersani su Repubblica 1. Soprattutto ha sospirato di fronte a quella "parola" che gli è tanto cara: "Ulivo".
Ma l'ex premier non ha sottolineato solo le frasi del documento "bersaniano", anche il clima che è riuscito a creare. "Quanto tempo era che non succedeva", ha detto con una punta di amarezza il Professore. La lettura, racconta lo staff di Bersani, ha confermato un messaggio già mandato a Prodi prima della pubblicazione. "Gli abbiamo detto che gli sarebbe piaciuto".
L'effetto, di fatti, si è subito sentito. Prodi nella sua vacanza in provincia di Reggio Emilia, in casa della suocera, è andato a prendere i giornali di prima mattina. Conferma di quello anticipato da Roma. I commenti con i suoi amici sono stati subito positivi. Commenti privati. "Io non esisto" ripete lui che si diverte a fare il Vecchio della Campagna, il Saggio della Bassa. L'ex premier, infatti, ripete come un mantra di non pensare a un ritorno "pubblico" di qualsiasi tipo. "Non sono Cincinnato. Un'epoca è comunque chiusa. Largo ai giovani. Io ... insegno". "Negli Usa e in Cina" aggiunge con vezzo critico verso l'Italia. Ma gode come un pazzo al fatto che la gente normale lo fermi per strada. "Professore, torna?". Lo rincuora che illustri sconosciuti gli chiedano di Flavia, la moglie operata. "Come sta la sua signora?".
L'uscita di Bersani lo ha colto in questo momento, fra pubblico e privato, felici e preoccupati. Anche Prodi temeva un appannamento del segretario del Pd, l'amico ventennale su cui ha sempre puntato. Ha sempre vissuto malissimo la marginalizzazione di cui ha accusato il Pd di Walter Veltroni dopo il "corriamo da soli" che, ancora accusa, "ha messo in crisi" il suo governo. Con Dario Franceschini ci sono stati gli strascichi post-veltroniani, poi la discesa in campo dell'amato Bersani. Da cui però non è mai arrivato lo scatto che anche il Professore si aspettava. Mentre seguiva con attenzione preoccupata il grande attivismo di Giulio Tremonti, battezzato "Visc/onti" da qualche amico di Prodi per la nuova linea non più così contraria rispetto a quella del predecessore, Visco.
Adesso Prodi è tornato al centro del campo, ultimo, antico vincitore di uno scudetto. Da cui imparare. Non parla, ma tanti lo cercano. Lui sta a guardare. Persino le possibili aperture di Bersani a Casini, Fini e Montezemolo. Gli ultimi due li conosce come pochi, ne sa le astuzie tattiche e strategiche. Non gli era piaciuto il "patto repubblicano" abbozzato mesi fa da Bersani e finito in nulla. "Non per l'idea in sé, ma per il rischio che venga preso per un gesto tattico. Serve sempre e ancora un grande progetto. Con il Pd al centro del confronto". Ha apprezzato le mosse dell'ex segretario di An, ma lo dipingeva come "un generale con attorno sergenti e non si sa se davvero ci sono delle truppe".
Adesso la possibilità che Bersani abbia preso in mano il pallino rincuora molto il Professore. Come l'asse che pare crearsi con Dario Franceschini, allontanatosi da Veltroni. "Alla trasmissione tv di Fazio era stato bravissimo" era un ricordo-impianto ricorrente. E sul Pd: "L'interpretazione comune rischiava di essere quella di un partito diventato autoreferenziale, con rapporti troppo deboli con il territorio e con i problemi quotidiani degli italiani, messi in secondo piano dai ristretti obiettivi dei dirigenti e delle correnti e dai rapporti di vertice con le altre forze".
Se è svolta, Prodi ci spera. Lui pubblicamente tace, le sue voci pubbliche sono entrate in funzione. "Il Pd deve essere il centro del centrosinistra. - dice l'ex ministro di un defunto Programma, Giulio Santagata - Su questa credibilità, su questa capacità si gioca la costruzione di qualsiasi coalizione e di qualsiasi possibilità di mandar via Berlusconi". Con una stoccata a Veltroni: "La nuova stagione ulivista può aprire le porte ai tanti delusi, lasciati per strada in questi anni".
Fonte: Marco Marozzi - Repubblica

"Nuovo Ulivo e un'Alleanza democratica per sconfiggere Silvio Berlusconi"

Caro direttore, dopo anni di illusione berlusconiana l'Italia continua a regredire sul piano economico e sociale e si allontana, alla luce di ogni parametro, dai paesi forti dell'Europa. Nello stesso tempo l'impegno a riformare e a rafforzare le istituzioni repubblicane si sta trasformando in una deformazione grave della nostra democrazia. Ci si vuole trascinare ad un sistema dove il consenso viene prima delle regole e cioè delle forme e dei limiti della Costituzione; dove si limita l'indipendenza della Magistratura; dove il Parlamento viene composto da nominati; dove il Governo ha il diritto all'impunità e ad una informazione asservita e favorevole; dove si annebbiano i confini fra interesse pubblico e privato. I segni di tutto questo li abbiamo potuti valutare in questi anni berlusconiani: regressione dello spirito civico e della moralità pubblica, politica ridotta a tifoseria, allargamento del divario tra nord e sud, nessuna buona riforma sui problemi veri dei cittadini. Il populismo infatti è, per definizione, una democrazia che non decide, specializzata com'è nell'usare il governo per fare consenso e non il consenso per fare governo. Il dato di fondo della situazione politica sta qui, mentre la questione sociale e quella del lavoro sono senza risposte e si drammatizzano ogni giorno. Il consenso per Berlusconi è ancora largo, ma il rapporto fra parole e fatti e fra promesse e realtà diventa sempre più labile anche nella percezione dei ceti popolari. Vengono alla luce degenerazioni corruttive che vivono all'ombra di un potere personalizzato. Gli strappi all'assetto costituzionale non sono più sopportati da una parte della destra attratta da ipotesi liberali e conservatrici di stampo europeo.
A questo punto per Berlusconi la scelta è fra ripiegare o alzare la posta. Per l'Italia la scelta non riguarda più solo un governo, ma finalmente una idea di democrazia e di società. La prossima scadenza elettorale, più o meno anticipata che sia, comporterà in ogni caso una scelta di fondo. Rispetto a tutto questo, la proposta alternativa soffre ancora di debolezze che devono essere rapidamente ... superate. Il venir meno di una promessa populista produce sempre, direttamente o specularmente, fenomeni di distacco dei cittadini dalla politica, una spinta alla radicalizzazione impotente, espressioni vere e proprie di antipolitica che possono insorgere da ogni lato. Il compito dell'alternativa è quello di trasformare grande parte di queste forze disperse in energia positiva, collegandole ad un progetto politico capace di sorreggere non solo una proposta di governo ma una proposta di sistema. Tocca al PD innanzitutto, come maggiore forza dell'opposizione, indicare una strada che colleghi efficacemente l'iniziativa di oggi alla sfida radicale e dirimente di domani.
Rendendoci disponibili oggi ad un governo di transizione non cerchiamo né scorciatoie né ribaltoni. Sfidiamo piuttosto la destra a riconoscere la realtà e ad ammettere l'impossibilità di mandare avanti l'attuale esperienza di governo e ad introdurre correttivi, a cominciare dalla legge elettorale, che consegnino lo scettro ai cittadini, per tornare poi in tempi brevi al voto. Sarebbe questo un tradimento del mandato elettorale? L'elettore in realtà è stato tradito da chi non è più in grado di rappresentare la sua coalizione e mantenere le promesse del suo programma. Sarebbe questo uno strappo costituzionale? Qui siamo all'analfabetismo o alla sfacciata malafede. E' l'esclusione in via di principio di questa ipotesi, il vero strappo costituzionale!
Chi ha rispetto della Costituzione della Repubblica e del suo Presidente deve considerare invece tutte le possibilità. Noi lo facciamo. Noi consideriamo la possibilità che il Governo provi a sopravvivere con una specie di respirazione artificiale, rifiutandosi di prendere atto della sua crisi politica. Una soluzione che non porterebbe lontano e alla quale risponderemmo con una opposizione netta. Riteniamo infatti doveroso che la destra in disfacimento certifichi la sua crisi in Parlamento. Consideriamo altresì la possibilità che la situazione precipiti verso un vuoto politico e verso elezioni svolte con questa sciagurata legge elettorale, in una situazione economica, sociale e finanziaria di acutissima criticità. In questo caso la nostra proposta avrebbe la stessa ispirazione che oggi ci fa proporre un governo di transizione; una ispirazione cioè che deriva dall'analisi di fondo cui ho accennato. Noi proporremmo un'alleanza democratica per una legislatura costituente. Un'alleanza capace finalmente di sconfiggere una interpretazione populista e distruttiva del bipolarismo, capace di riaffermare i principi costituzionali, di rafforzare le istituzioni rendendo più efficiente una salda democrazia parlamentare (a cominciare da una nuova legge elettorale) e di promuovere un federalismo concepito per unire e non per dividere. Sto parlando di una alleanza che può assumere, nell'emergenza, la forma di un patto politico ed elettorale vero e proprio, o che invece può assumere forme più articolate di convergenza che garantiscano comunque un impegno comune sugli essenziali fondamenti costituzionali e sulle regole del gioco. Una proposta che potrebbe coinvolgere anche forze contrarie al berlusconismo che in un contesto politico normale (come già avviene in Europa) avrebbero un'altra collocazione; una proposta che dovrebbe rivolgersi ad energie esterne ai partiti interessate ad una svolta democratica, civica e morale. Come si vede, questa idea nasce dalla convinzione che la fuoriuscita dal berlusconismo non sia un processo lineare, cioè legato ad una semplice alternanza di governo in un sistema che funziona. Si dovrà uscire, lo ribadisco, da una fase politica e culturale e non solo da un governo, verso una repubblica in cui alternanza e bipolarismo assumano la forma di una vera fisiologia democratica.
Per dare l'impulso decisivo a questo cruciale passaggio occorre l'impegno univoco, leale, convinto e coeso di tutte le forze progressiste, che sono adesso chiamate a mettersi all'altezza di una responsabilità democratica e nazionale. Come potrebbero queste forze essere credibili se in un simile frangente non dessero per prime una prova di consapevolezza, di unità e di determinazione comune? Ecco allora la proposta di un percorso comune delle forze di centrosinistra interessate ad una piattaforma fatta di lavoro, di civismo, di equità, di innovazione e disponibili ad impegnarsi ad una progressiva semplificazione politica e organizzativa che rafforzi il grande campo del centrosinistra. Un simile percorso dovrebbe lasciarci definitivamente alle spalle l'esperienza dell'Unione e prendere semmai la forma e la coerenza di un nuovo Ulivo. Un nuovo Ulivo in cui i partiti del centro sinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l'Italia e per l'Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese. Dunque, un nuovo Ulivo ed una Alleanza per la democrazia. Su queste proposte il Pd vuole esprimere la sua funzione nazionale e di governo.
Su queste basi politiche il Partito Democratico organizzerà per l'autunno una grande campagna di mobilitazione sui temi sociali e della democrazia. E' giunto il tempo infatti di suonare le nostre campane.
Fonte: Pierluigi Bersani - Repubblica

L'attacco a Eco e l'indulgenza col potere Parte la crociata di Cl contro i moralisti

Sono venuto al Meeting di Rimini per capire cos'è questo detestabile "moralismo" che tanto fastidio suscita nei cattolici moderati di Comunione e Liberazione. Per i discepoli di don Giussani, ormai giunti alla terza generazione, lo scandalo è "Famiglia cristiana" quando se la prende con Berlusconi.
E perciò stesso va disdegnata come "L'Unità" o "Il Fatto", a detta di Maurizio Lupi; merita viceversa indulgenza il degrado nei comportamenti dei politici al comando: non siamo forse tutti peccatori? Chi di noi ha il diritto di scagliare la prima pietra? "Sia proibita la vendita di 'Famiglia cristianà sul sagrato delle chiese!", invoca lo storico di Cl, monsignor Massimo Camisasca.
La parabola evangelica viene declinata in forme sorprendenti da una folla entusiasta nel tributare applausi indistinti: da Geronzi ai missionari in America Latina. E rivela una sensibilità talmente particolare di questo popolo, reso compatto dall'intimità delle sue liturgie, da configurarlo quasi come una Chiesa privata, ben sintonizzata con gli umori più profondi della destra italiana. Parlo di Chiesa privata perché Cl non solo si contrappone, come e più di sempre, al cosiddetto cattolicesimo democratico. Ma si distanzia dal giudizio critico sulla classe dirigente pronunciato dalla Cei e che perfino il portavoce dell'Opus Dei, Pippo Corigliano, nei giorni scorsi ha consegnato in un'intervista al "Manifesto": "Al momento politici che abbiano una struttura morale tale da interpretare i valori cattolici non se ne vedono. Il punto è che i politici proprio quei valori tentano poi di strumentalizzare". Un atto d'accusa del tutto assente dal Meeting di Rimini.
Una kermesse dominata dalla confidenza instaurata da Cl con banchieri e imprenditori, pur senza rinunciare agli appuntamenti religiosi a raccontare l'antipatia di Cl per il "moralismo" attraverso alcune istantanee di una festa dominata, come tutti hanno notato, dall'affettuosa confidenza instaurata da Cl con banchieri e imprenditori, pur senza rinunciare, in particolare i giovani, alla centralità degli appuntamenti religiosi, alla politica ecumenica e alla visione internazionale promosse da Carron, del tutto disinteressato alla politica italiana, che resta appannaggio della generazione precedente. I ciellini hanno dato in abbondanza a Cesare quel che è di Cesare, e forse al governo in carica pure qualcosa di più, riservandosi il primato spirituale.
E' Giancarlo Cesana, responsabile laico di Cl divenuto presidente del Policlinico di Milano, a introdurre l'appuntamento più atteso, la lectio del Patriarca di Venezia, Angelo Scola. Tema: "Desiderare Dio. Chiesa e ... post-modernità". Saranno diecimila, non vola una mosca. Cesana estrae un foglietto per spiegare in due esempi il vizio della post-modernità. Racconta dello studente universitario cui chiese un giudizio sull'aborto: "Ognuno la pensa come vuole", fu la risposta che ancora lo indigna. Del resto, aggiunge, nella Russia comunista, "è lo stesso" non divenne forse l'intercalare più comune?
Preparato il terreno, Cesana vibra il fendente decisivo. Una citazione di Umberto Eco dalle pagine conclusive de "Il nome della rosa", allorquando Guglielmo di Baskerville contempla l'incendio della biblioteca e della chiesa. Eccola.
"Temi i profeti e coloro che sono disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro (...) Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l'unica verità è imparare a liberarci dalla morbosa passione per la verità".
Applauso scrosciante di riprovazione. Per Cesana quella frase di un romanzo pubblicato trent'anni fa resta, in perfetta buona fede, più grave di qualsiasi misfatto commesso da un politico arraffone della giunta lombarda di Formigoni. Sorriderà distaccato di fronte alle tentazioni umane di un assessore - cosa volete che siano - mentre denuncia implacabile l'agnosticismo dello studente di fronte all'aborto. Colpevole, lui sì. O vittima di Umberto Eco?
Con il patriarca Scola la conversazione si eleva, costellata magistralmente di citazioni cinematografiche e generazionali, come l'"on the road" di Kerouac, richiamo affascinante sebbene gli astanti restino ben lungi dal suo ideale libertario. Neppure il cardinale più amato dai ciellini, difatti, rinuncia alla polemica con i moralisti, i più insidiosi fra i peccatori perché abuserebbero del richiamo a comportamenti esemplari, cioè alla testimonianza.
Ecco come li attacca Scola: "Diventa allora necessario liberare la categoria della testimonianza dalla pesante ipoteca moralista che la opprime riducendola, per lo più, alla coerenza di un soggetto ultimamente autoreferenziale". A chi si riferisce Scola? Forse a coloro che s'illudono di praticare la virtù senza riconoscere la sua implicazione successiva, secondo cui "la Chiesa, in modo diretto o indiretto, diventa condizione indispensabile per desiderare Dio", diventa cioè il luogo "che rende possibile la testimonianza". Come? "Anzitutto, attraverso l'Eucarestia e la liturgia".
Il percorso è chiaro: se la testimonianza si manifesta nell'osservanza religiosa, chi siamo noi per criticare i peccatori osservanti la pratica religiosa nella Chiesa che resta "santa al di là dei peccati, talora terribili, del suo personale"?
Così vengono "sistemati" i moralisti. E per gradire, poco più tardi, intervenendo di nuovo al Caffè letterario del Meeting, lo stesso Scola rivolgerà un pubblico encomio a Renato Farina: "Sono pochi i giornalisti bravi come lui". Come volevasi dimostrare. Sbaglierò, ma ho colto perfino un pizzico di compiacimento quando il Patriarca sottolineava con voce sofferta quel "terribili", riferito a certi peccati degli uomini di Chiesa. Perché chinandosi amorevole sul frammento d'anima penitente, il testimone disciplinato susciterà in lei nuovamente il desiderio di Dio, la fede che ci è donata nella Chiesa.
Particolarmente ricercati, non a caso, fra gli ospiti del Meeting primeggiano i figliol prodighi che vengono a raccontare il loro avvicinamento a questa idea di Chiesa (privata?). Come il sottosegretario Eugenia Roccella che si dilunga sul suo passato radicale, femminista, anticlericale. O l'assai più tormentato filosofo Pietro Barcellona, sospinto in depressione dal fallimento del comunismo, verso un approdo cristiano.
Aggirandosi fra gli stand non si trovano solo le aziende in rapporto di business con la Compagnia delle Opere o con i politici ciellini. Bisogna fare la fila per visitare la mostra sulla scrittrice cattolica americana Flannery O'Connor, così come vivacissimi sono i dibattiti critici sulla tecnoscienza. E' nel linguaggio di un conservatorismo moderno che si esprime questa strana indulgenza ciellina per i malfattori, contrapposta alla severità con cui additano i moralisti. Al centro dell'installazione dedicata a don Bosco, per esempio, trovo gli stessi luchetti resi popolari fra i giovani da Federico Moccia: reggono nastri devozionali: "O Maria Vergine potente", "Tu nell'ora della morte accogli l'anima in paradiso". L'imprinting di un movimento cresciuto nella contrapposizione all'Utopia del Sessantotto, compare perfino stampato sulle t-shirt: "Non ho nulla per cui protestare, solo da ringraziare".
Ricordo a Roberto Formigoni il nostro incontro di dieci anni fa, all'indomani di una sua trionfale vittoria elettorale in Lombardia. Dopo aver concesso a Comunione e Liberazione "il merito storico di avere generato me, che sono però dotato di una forza politica autonoma ben maggiore", prometteva un prossimo trionfale sbarco a Roma: "Questo nostro modello conquisterà l'Italia". Non è andata così e oggi lo trovo più cauto. Si accontenta di rivendicare una riuscita "fecondazione di idee". I politici ciellini radunati in Rete Italia contano su Maurizio Lupi, pupillo di Berlusconi, e su Mario Mauro al parlamento europeo; ma patiscono nella loro culla lombarda il fiato sul collo della Lega, da cui non sono riusciti a distinguersi più che tanto sul piano culturale e religioso. Quanto ai politici affaristi con cui militano fianco a fianco nel Pdl, la linea resta sempre la stessa: no al moralismo.
Per difendere la loro Verità dalle insidie del moralismo, dunque, scelgono di prendersela con il "potente" Umberto Eco. Peccato che Giancarlo Cesana non abbia riferito anche la frase che l'autore de "Il nome della rosa" mette in bocca al suo protagonista, subito prima di quella incriminata: "L'Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall'eccessivo amor di Dio o della verità, come l'eretico nasce dal santo e l'indemoniato dal veggente".
Fonte: Gad Lerner - Repubblica

Famiglia Cristiana critica il "metodo Boffo" Il Pdl: "Editoriale disgustoso, è pornografia"

Famiglia Cristiana attacca. Il Pdl risponde. La regola del ''berlusconismo''? Per il settimanale dei paolini il ''metodo'' seguito con l'ex direttore di Avvenire Dino Boffo parla chiaro: ''Chi dissente, va distrutto''.
A stretto giro arriva la replica di Sandro Bondi. "Soprattutto come cattolico", dice il coordinatore del Pdl, "provo sentimenti di sconcerto e di disgusto dopo aver letto l'editoriale del direttore di Famiglia Cristiana".
La Costituzione dimezzata. E' il titolo dell'editoriale di "Famiglia Cristiana", in edicola da domani. Nell'articolo Beppe Del Colle prende di mira il presidente del Consiglio e le sue recenti esternazioni sui "formalismi costituzionali". ''Berlusconi ha detto chiaro e tondo che nel cammino verso le elezioni anticipate - qualora il piano dei cinque punti non riceva rapidamente la fiducia del Parlamento - non si farà incantare da nessuno, tantomeno dai 'formalismi costituzionali'".
Un'affermazione che, prosegue il settimanale dei paolini, contraddice il dettato della Carta. "Così lo sappiamo dalla sua viva voce: in Italia comanda solo lui, grazie alla 'sovranità popolare' che finora lo ha votato. La Costituzione in realtà dice: 'La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione'. Berlusconi si ferma a metà della frase, il resto non gli interessa, è puro 'formalismo'''.
L'affondo si fa più duro quando si parla del mondo cattolico. "La discesa in campo in Berlusconi", scrive Del Colle, "ha avuto come risultato quello che nessun politico nel mezzo secolo precedente aveva mai sperato di spaccare in due il voto cattolico, (o, per meglio dire, il voto democristiano)". La regola del ... berlusconismo sembra avere una regola: "se promette alla Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: "il metodo Boffo" (chi dissente va distrutto) è fatto apposta.
Le reazioni. La replica del Pdl non si fa attendere. Il primo a commentare è il ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi. "La crisi della società italiana deve essere giunta a livelli di allarme", commenta Bondi, "e la Chiesa stessa non ne è affatto immune, se perfino un settimanale cattolico giunge a tale accenti di unilateralità politica, di assenza di stile e di rinuncia alla moderazione". Sulla stessa linea il sottosegretario Francesco Giro: "Da cattolico considero l'editoriale di Famiglia Cristiana una dimostrazione di pornografia politica per la scarsa decenza degli argomenti che vengono proposti''.
"Spiace constatare che Don Sciortino appare accecato dalla sua personale faziosità politica al punto tale da non riconoscere il valore pubblico che meritano i fondamentali principi cristiani, discrimine inesorabile dello stesso consenso elettorale''. E' il commento del ministro del welfare Maurizio Sacconi. ''Penso che ormai Famiglia Cristiana non faccia più notizia. "Ogni settimana", Famiglia Cristiana, "sembra diventata la fotocopia de 'Il Fatto' e de 'L'Unità'', e non mi pare che questa sia la caratteristica di un settimanale cattolico''. Lo afferma il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi.
L'editoriale di Farefuturo. La rivoluzione liberale non può avere i volti di Gheddafi, Putin e Bossi. I moderati del Pdl devono rendersene conto e cambiare strada. E' l'appello che arriva da "Farefuturo" in un editoriale pubblicato sul suo periodico online. Un invito indirizzato "ai berlusconiani moderati", i ''non custodi del culto berlusconiano, non pasdaran, non addetti al ''massacro del dissidente".
Una lettera aperta che parte da un'idea tradita: quella liberale, appunto. E che congiunge Margareth Tatcher e Ronald Reagan con Putin e Gheddafi. "Ve la ricordate - scrive Federico Brusadelli - la Rivoluzione liberale? Bei tempi. Ma adesso, siete così convinti, cari pidiellini 'moderati', che la Rivoluzione liberale (quella che guardava alla signora Thatcher e al presidente Reagan con ammirazione e con invidia) possa avere il volto di Vladimir Putin, e possa davvero consumarsi sotto il tendone di Gheddafi?". Non manca un riferimento ai recenti "editti" contro i finiani. ''La Rivoluzione liberale è quella racchiusa nel documento del 29 luglio, con cui il Pdl espelle uno dei fondatori?''.

E poi c'e' il capitolo Lega, il verso bersaglio della fondazione vicina al presidente della Camera. ''Davvero pensate - continua Ffwebmagazine - che la Rivoluzione liberale possa essere appaltata alla Lega Nord? A Umberto Bossi, Roberto Cota, Roberto Calderoli?". Una domanda con una risposta scontata. "Davvero volete che le vostre idee e i vostri progetti (ma anche, soprattutto, i vostri seggi, parliamoci chiaro....) si tingano di verde padano?''. La risposta è secca: ''No''.
I finiani a fianco di Famiglia Cristiana. I finiani si schierano al fianco di Famiglia Cristiana: "L'editoriale su Famiglia Cristiana del direttore ha fatto arrabbiare tanti, nel pdl. Con toni che definire pesanti è poco - scrive il direttore di Generazione Italia, gianmario mariniello, sul sito dell'associazione finiana - E' 'la politica dell'insulto', così come denunciata qualche giorno fa da Claudio Magris sul Corriere della Sera. Insomma, ormai vince chi la spara più grossa. E più volgare".
"Fli non rischia il posto nel Ppe". Non sono gli amici di Gianfranco Fini a rischiare l'espulsione dal Partito Popolare europeo per i trascorsi ''nostalgici'' del presidente della Camera. Al contrario questo potrebbe accadere tra qualche anno al Pdl se proseguira' la sua china populista. E' questa la tesi sostenuta in un altro articolo pubblicato da "Farefuturo". ''E' da mesi - si legge nell'articolo firmato da Antonio Rapisarda - che la vulgata negli ambienti politici e giornalistici di destra dipinge come 'eretico' e 'di sinistra' il percorso di Gianfranco Fini". Un rischio che secondo la fondazione vicina al presidente della Camera, sarebbero però altri a correre. "Con un Pdl", scrive Rapidarda, "che in Italia, e non solo, e' giudicato più populista che popolare siamo sicuri - conclude Farefuturo - che fra cinque anni un partito che segua questa china sarà ancora nel Ppe?''.
Bocchino difende la sua proposta. Una proposta "tatarellian-berlusconiana". Con questa formula Italo Bocchino difende la sua idea di formare una nuova maggioranza con i centristi e i delusi del Pd. Il riferimento è alla critica ricevuta dal ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli. "Mi dispiace che l'amico Altero Matteoli consideri 'strampalata' la mia proposta di allargare il governo oggi formato da Pdl, Lega, Fli e Mpa ad altri soggetti". E' la replica dei presidente dei deputati di Fli. "La mia è la riproposizione della teoria tatarelliana di 'oltre il polo' con l'obiettivo di unire il 65% degli italiani non di sinistra. Tra l'altro prima di me e con più forza questa strategia l'ha tentata il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di cui Matteoli è ministro, amico e collaboratore'', conclude Bocchino.
Udc-Bossi, ancora scontro. Nuovo capitolo della polemica, durissima, tra i centristi e la Lega. A intervenire oggi è Rocco Buttiglione, che attacca: "Basta con gli attacchi alla Democrazia cristiana e alla prima Repubblica. Nel fango della prima Repubblica Umberto Bossi ci sguazzava benissimo e prendeva le tangenti".
Fonte: Repubblica

"Primarie subito, poi le alleanze parlando anche coi cattolici"

"Se è vero che sulle primarie sono caduti i veti, allora evitiamo di passare dal momento in cui si diceva che era prematuro discuterne a quello in cui saremmo già in ritardo se la situazione precipitasse. Organizziamo ora le primarie, subito. Perché più breve è il lasso di tempo che avremo a disposizione tanto più forte sarà il bisogno di immettere nel motore elementi propulsivi". Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, leader di Sinistra ecologia e libertà, ha già lanciato la sua candidatura per la leadership del centrosinistra.
Primarie ora? Anche se non si sa se o quando ci saranno le elezioni?
"Le primarie non vanno vissute come una mossa sulla scacchiera del politicismo ma come l'apertura di un processo virtuoso. Scendano in campo personalità e progetti per l'Italia che vogliamo. Intorno a noi c'è uno scenario verminoso fatto di poteri inquinanti e inquinati che hanno riempito l'Italia di veleni, dossier, ricatti.
Dobbiamo dire che c'è un'Italia migliore di questa".
In campo ci sono anche Bersani e Chiamparino.
"Sarà una competizione interessante. Oggi è vitale aprire un'interlocuzione con soggetti sociali larghi, fare quella grande operazione porta a porta di cui parla Bersani".
C'è già chi pensa a un ticket Vendola-Chiamparino.
"Chiamparino è un grande amministratore, la sua candidatura è un fatto positivo. Ma quando si attiva un processo democratico come questo, sai come si apre e non sai come si chiude. Vediamo cosa riusciamo a suscitare e cosa decide il popolo".
E le alleanze? Per Franceschini c'è quella "costituzionale".
"Penso sia sbagliato costruire delimitazioni ideologiche di quello che può essere il campo di una coalizione alternativa alle destre. Per me la priorità assoluta è la costruzione del cantiere e questo si fa attraverso le primarie".
Ma arriverà anche il momento di ragionare sulle alleanze?
"Le alleanze vanno costruite con sapienza, con curiosità culturale. Sapendo che se il filo con cui vengono cucite è il trasformismo esse vivranno di una precarietà di fondo. Se invece il filo di una grande alleanza è quello della responsabilità ... nazionale e di una visione euromediterranea, una maggioranza può tenere".
E basta per tenere insieme Casini, il Pd, l'Idv, magari anche Fini?
"Io non ho paura di discutere con nessuno. Mi interessa dire che oggi ci sono 10 milioni di italiani, vecchi e bambini, che vivono a rischio di abbandono: sono soggetti fondamentali per l'idea di società che abbiamo? È possibile che su questi temi non si possa costruire una coalizione che innerva anche l'arcipelago cattolico? Partiamo dai guasti dell'Italia, parliamo con i soggetti sociali, con le famiglie, con le imprese, con gli insegnanti. Questo è il cantiere che ho in mente. Non ci impicchiamo all'albero dei pregiudizi".
Quindi qual è la sua ricetta di coalizione?
"Non dobbiamo chiamare mago Merlino che ci dia la pozione magica della coalizione vincente. So, invece, cosa non bisogna fare".
Cosa?
"Non bisogna replicare una coalizione in forma di assemblaggio di grandi e piccoli cespugli, ognuno proteso all'autopromozione. Così è finito il governo Prodi che pure era partito con una buona idea, quella fabbrica del programma che puntava a un'idea di futuro. Dobbiamo essere in grado di fornire una nuova narrazione. Solo così si batte Berlusconi".
Che però è ancora forte nel Paese.
"La forza di Berlusconi sta nella debolezza del centrosinistra. La critica a Berlusconi, come quella a Marchionne, è credibile se è critica a un modello di precarizzazione, di governo selvaggio delle risorse naturali. Se l'antiberlusconismo resta critica fenomenologica rimarrà staccato dalla vita vera. Il centrosinistra ha il dovere di vincere perché il Paese sta andando alla deriva. Ma lo farà solo se metterà in campo un'idea nuova di lavoro, di vita sociale, di rapporto con la natura".
Quando si andrà a votare?
"Per la prima volta Berlusconi è roso dal tarlo del dubbio che possa perdere. La sua storia e la sua psicologia indurrebbero a pensare, però, che non ce la farà a giocare di fioretto, avendo costruito se stesso come un bombardiere politico e mediatico".
Fonte: Mauro Favale - Repubblica