giovedì 30 settembre 2010

Grande discorso di Bersani alla Camera contro Berlusconi

Più politica di così, che cosa?

Prendete una bilancia. Mettete su un piatto tutto quanto è stato detto e scritto a proposito di quel regolamento di conti tra potenti che è il caso Tulliani. Sull'altro piatto mettete la manciata di parole spese sulla grande e commovente manifestazione dell' altro giorno a Reggio Calabria, decine di migliaia di cittadini, soprattutto ragazzi, contro la dittatura mafiosa. La bilancia si ribalterà, tanto smisurata è la sproporzione tra i due pesi. È una sproporzione che riflette spietatamente il peso del potere e il peso dei cittadini, qui e ora, in questo paese. E sarebbe, questa sproporzione, appena un segno della protervia della politica, del suo ingombro smisurato, non fosse che i ragazzi di Reggio, le loro facce, i loro pensieri, sono la sola concreta speranza politica che ci resta. Guardate: non è una metafora. Non parliamo di simboli o di emotività. Parliamo della sola occasione possibile di riacquistare dignità e libertà, che grava sulle spalle (inermi, ma intatte) di chi è costretto a vivere in una società di merda, eppure se ne cura. Più politica di così, che cosa? Eppure quei ragazzi non hanno rappresentanza, non clientele, non potere, non lobbies che li coprano.E nei loro cellulari, neanche un numero di direttore di telegiornale.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Adesso siamo più uniti

Un Partito democratico più forte e unito, guidato da una nuova e più ampia maggioranza.
È questo quello che serve per far fronte alla situazione d’emergenza, morale, politica, economica e sociale che l’Italia sta vivendo e che la crisi di governo peggiora ogni giorno di più. Ed è questo ciò che chiedono i militanti, i simpatizzanti e gli elettori del centrosinistra, non più disposti a sopportare divisioni pretestuose, basate su protagonismi e personalismi spesso fine a se stessi. Davanti a un centrodestra sempre più diviso e incapace si deve cambiar marcia. Il paese ha bisogno di un’opposizione determinata e coesa, concentrata nel trovare le soluzioni ai suoi problemi e pronta a sostenere la sfida di possibili elezioni anticipate per tornare ad assumere responsabilità di governo. La posta in gioco è altissima e il Pd deve svolgere, con maggiore incisività rispetto al passato, il suo ruolo di guida.
La crisi scoppiata nell’estate del 2008 non è finita. A livello globale il rischio di una nuova depressione non è ancora scongiurato. E non è vero, come continuano a sostenere Berlusconi e i suoi ministri, che l’Italia stia meglio delle altre nazioni. Dopo alcuni mesi di lenta ripresa, che ha visto la nostra economia crescere meno della media europea (e solo di un terzo rispetto a quella tedesca), la produzione industriale è tornata a frenare. Per il lavoro e l’occupazione le prospettive sono agghiaccianti.
Secondo i dati di Confindustria, nel corso del 2010 verranno persi altri 500mila posti di lavoro, mentre i processi di ristrutturazione continueranno anche nei prossimi mesi mettendo a rischio altre decine di migliaia di impieghi. Le cose vanno male anche sul fronte dei redditi delle famiglie. Secondo l’Ires – Cgil, nei dieci anni compresi tra il 2000 e il 2010 (otto dei quali trascorsi con Berlusconi alla guida del governo), tra inflazione reale e mancata restituzione del fiscal drag, il potere d’acquisto dei salari è sceso di quasi 5.500 euro. E a pagare di più sono stati operai e impiegati.
In questa situazione l’unico contributo dato sin qui dal governo è negativo: quasi 300mila precari espulsi dalla scuola e dagli uffici della pubblica amministrazione e 70mila vincitori di concorso (per lo più giovani) rimasti senza assunzione a causa dei tagli di spesa. Un paradosso.
Mentre, come se non bastasse, a quasi sei mesi dalle dimissioni di Scajola, nonostante le ... sollecitazioni del presidente Napolitano e le ricorrenti promesse, l’esecutivo non ha ancora provveduto a nominare il nuovo ministro dello Sviluppo economico.
Non c’è più spazio per le illusioni né per i facili ottimismi imbonitori. L’implosione della maggioranza e gli interessi personali del premier, che nulla hanno a che fare con i problemi reali delle persone, paralizzano l’Italia. Serve una scossa. E il Pd è chiamato a svolgere un ruolo decisivo.
Dobbiamo costruire un Partito democratico unito, capace di essere forza alternativa alla guida del paese. Questo non significa rinunciare alle proprie opinioni, al dibattito e allo spirito di critica costruttiva che é patrimonio essenziale di ogni forza politica e democratica. Abbiamo davanti sfide drammatiche come la difesa della democrazia e del ruolo delle istituzioni. Dobbiamo costruire un nuovo contratto sociale, condizione essenziale per poter affrontare il nodo della competitività nell’economia globalizzata ed imprimere una svolta alla crisi economica e occupazionale.
È fondamentale non alimentare divisioni ma, al contrario, compiere un deciso passo avanti in direzione del superamento dei rigidi steccati congressuali avendo come punto di riferimento la definizione dei contenuti della nostra piattaforma politica per l’Italia. In questo senso è necessario, nel partito, dar vita a una nuova maggioranza, di cui Area democratica diventi una componente essenziale. Solo con l’unità del Pd e con il concorso propositivo di tutte le sue componenti, si potrà dar vita a un’opposizione in grado di vincere la battaglia per la democrazia, il lavoro e lo sviluppo. E potranno essere poste le basi per il ritorno del centrosinistra alla guida del paese.
Fonte: Cesare Damiano - Europa

La macchina della paura

HO DETTO ieri, dialogando con i lettori e gli spettatori di Repubblica Tv, che ormai la politica in Italia è una cosa buia, che non appassiona più nessuno, né chi la fa, né chi la segue. Su questa affermazione mi hanno scritto in tanti, che credo abbiano condiviso con me questo sentimento di impotenza, avvertito talvolta come un impedimento, la denuncia di qualcosa che ostruisce la partecipazione, il normale rapporto che un cittadino deve avere con la vita pubblica del suo Paese. E insieme, c'è un altro sentimento in chi mi scrive: rabbia e ribellione per sentirsi espropriati dalla politica come strumento di impegno e di cambiamento, rifiuto di accettare che questa stagnazione prevalga.
Chi analizza fatti, episodi e metodi della politica italiana, in questo momento, non può che avere una reazione di spavento e pensare: non è per me. Ricatti, timori, intimidazioni. Tutti hanno paura. Anche io ho paura: non ho nulla da nascondere, con la vita ridotta e ipercontrollata cui sono costretto, ma sento questo clima di straordinaria ostilità, e vedo l'interesse a raccoglierlo, eccitarlo, utilizzarlo. Mi guardo intorno e penso: come deve sentirsi un giovane italiano che voglia usare in politica la sua passione civile, il suo talento? La politica di oggi lo incoraggia o lo spaventa?
E qual è il prezzo che tutti paghiamo per questa esclusione e per questa diffidenza? Qual è il costo sociale della paura? Chi fa già parte del sistema politico nel senso più largo del termine, o ha comunque una responsabilità pubblica e sociale, sa che oggi in Italia qualsiasi sua fragilità può essere scandagliata, esibita, denunciata ed enfatizzata. Non importa che non sia un reato, non importa quasi nemmeno che sia vera. Basta che faccia notizia, che abbia un costo, che faccia pagare un prezzo, e che dunque serva come arma di ammonimento preventivo, di minaccia permanente, di regolamento dei conti successivo. Ma la libertà politica, come la libertà di stampa, si fonda sulla possibilità di esprimere le proprie idee senza ritorsioni di tipo personale. Se sai che esprimendo quell'opinione, o scrivendola, tu pagherai con un dossier su qualche vicenda irrilevante penalmente, magari addirittura falsa, ma capace di rovinare la ... tua vita privata, allora sei condizionato, non sei più libero.
Siamo dunque davanti a un problema di libertà, o meglio di mancanza di libertà. Siamo davanti a uno strano congegno fatto di interessi precisi, di persone, di giornalisti, di mezzi, di strumenti mediatici, che tenta di costruire un vestito mediaticamente diffamatorio; ha i mezzi per farlo, ha l'egemonia culturale per imporlo, ha la cornice politica per utilizzarlo.
Nella società del gossip si viene colpiti uno per volta, e noi siamo spettatori spesso incapaci di decodificare gli interessi costituiti che stanno dietro l'operazione, i mandanti, il movente. Eppure la questione riguarda tutti, perché mentre la macchina infanga una persona denudandola in una sua debolezza e colpendola nel suo isolamento, parla agli altri, sussurrando il messaggio peggiore, antipolitico per eccellenza: siamo tutti uguali, dice questo messaggio, non alzare la testa, non cercare speranze, perché siamo tutti sporchi e tutti abbiamo qualcosa da nascondere. Dunque abbassa lo sguardo, ritraiti, rinuncia.
Come si può spezzare questo meccanismo infernale, pericoloso per la democrazia, e non solo per le singole persone coinvolte? L'antidoto è in noi, in noi lettori, spettatori e cittadini, se preserviamo la nostra autonomia culturale, se recuperiamo la nostra capacità di giudizio. L'antidoto è nel non recepire il pettegolezzo, nel non riproporlo, nel non reiterarlo. Nel capire che ci si sta servendo di noi, dei nostri occhi, delle nostre bocche come megafoni di pensieri che non sono i nostri. Nel non passare, come fanno molti addetti ai lavori, le loro giornate su siti di gossip che mentono a pagamento, che costruiscono con tono scherzoso la delegittimazione, che usano informazioni personali soltanto per metterti in difficoltà. È il metodo dei vecchi regimi comunisti, delle tirannie dei paesi socialisti che volevano far passare i dissidenti per viziosi, ladri, nullafacenti, gentaglia che si opponeva solo per basso interesse. Mai come nell'Italia di oggi si trova realizzato nuovamente, anche se con metodi differenti, quel meccanismo delegittimante.
Dobbiamo capire che siamo davanti a un metodo, che lega Fini a Boffo e a Caldoro nella campagna di screditamento. Dobbiamo ripeterci che in un Paese normale non si comperano deputati a blocchi, giurando intanto fedeltà al responso degli elettori. Dobbiamo sapere che la legge bavaglio non tutela la privacy ma limita la libertà di conoscere e di informare. Dobbiamo sapere che le norme del privilegio, gli scudi dal processo, le leggi ad personam sono i veri polmoni che danno aria a questo governo in affanno, perché altrimenti cade l'impero.
Dobbiamo semplicemente pretendere, come fanno migliaia di cittadini, che la legge sia uguale per tutti, un diritto costituzionale, che è anche un dovere per chi ha le più alte responsabilità. Non dobbiamo farci deviare da falsi scandali ingigantiti ad arte. Ogni essere umano fa errori ed ha debolezze. Ogni politica, ogni scelta ha in se delle contraddizioni. E si può sbagliare sempre. Ma oggi bisogna affermare con forza che se ogni essere umano sbaglia e ha debolezze non tutti gli errori e non tutte le debolezze sono uguali. Una cosa è l'errore, altro è il crimine. Una cosa è la debolezza umana, un'altra il vizio che diviene potere in mano ad estorsori. Comprendendo e smontando la diffamazione che viene costruita su chiunque decida di criticare o opporsi a questo potere, si può resistere, si può persino difendere la libertà, la giustizia, la legalità. Non dichiarandoci migliori, ma semplicemente diversi. Rifiutando l'omologazione al ribasso, per salvare invece le ragioni della politica e le sue speranze: salvarle dal buio in cui oggi affondano, con le nostre paure.
Fonte: Roberto Saviano - Repubblica

Conti pubblici, la Ue stringe i freni Tagli al debito e multe più severe

La Commissione europea stringe i vincoli del patto di stabilità per scongiurare il rischio di nuovi casi come quello della Grecia. Ma l'Italia incassa la possibilità di dilazionare dopo tre anni la procedura sanzionatoria e la valutazione di «debito allargato» considerando anche quello privato come fattore attenuante (l'Italia sale da «maglia nera» fino alla media dell'Eurozona se si giudica la sostenibilità complessiva). E' il senso di una giornata che, se le regole proposte dalla Commissione saranno accettate dai ministri Ue e dal Parlamento europeo, si può quasi definire storica. Bruxelles, che punta a rendere esecutive le nuove norme entro la metà del 2011, ha proposto una sanzione pari allo 0,2% del Prodotto interno lordo ai paesi che spendono troppo nel medio termine e una di pari importo per quelli il cui deficit supera il limite del 3% del Pil. Una multa pari allo 0,1% del Pil è stata invece proposta per quei paesi che non sono stati in grado di ovviare ai propri squilibri macroeconomici. Le nuove sanzioni colpiscono i membri dell'area euro e non prevedono il congelamento dei fondi Ue ai paesi che violano le regole, come invece proponeva la Germania.
VINCOLI ALLA CRESCITA SPESA Tutti i paesi europei hanno un obiettivo di bilancio a medio termine, che impone loro di mirare al pareggio dei conti o di portarsi addirittura in avanzo. Le nuove regole prevedono che, fino a quando non si è raggiunto questo obiettivo, il deficit debba essere ridotto di almeno lo 0,5% del Pil ogni anno. In aggiunta, la crescita della spesa pubblica non potrà essere superiore a un tasso di crescita prudente ipotizzato per il Pil nel medio termine, a meno che l'obiettivo di bilancio di medio termine non sia stato raggiunto. Se le spese supereranno il limite posto dalla Commissione il paese sarà in un primo tempo oggetto di avvertimento. Se questo non basta, il paese dovrà fare un deposito che frutterà interessi pari allo 0,2% del proprio Pil.
SANZIONI ANTI DEFICIT Per i paesi il cui deficit supera il 3% del Pil, la Commissione propone che l'apertura della procedura per deficit eccessivo comporti anche l'obbligo di... effettuare un deposito senza interessi pari allo 0,2% del Pil presso un conto dell'esecutivo Ue. Tale deposito verrà convertito in una vera e propria multa se i conti pubblici non verrano sanati come raccomandato dai ministri delle finanze Ue. Fino ad oggi le sanzioni sono state solo un'opzione che si presentava alla fine di una procedura che poteva durare anni.
TARGET PER IL DEBITO Per mettere maggiore enfasi sulla riduzione del debito la Commissione ha inoltre proposto che quei paesi con un debito superiore al 60% del Pil, come è il caso dell'Italia, debbano ridurre l'eccesso di un ventesimo ogni anno. In caso contrario, per quel paese verrà aperta la procedura per deficit eccessivo che implica, in un primo tempo, l'obbligo di effettuare un deposito senza interessi pari allo 0,2% del Pil.
PROCEDURE ANTI SQUILIBRI Infine, per minimizzare il rischio di crisi scatenate da squilibri macroeconomici come le bolle immobiliari di Irlanda e Spagna, la Commissione ha proposto che monitorerà le economie dei membri Ue per individuare l'emergere di simili squilibri. Nel caso di squilibri gravi, per il paese in questione verrà aperta una procedura per squilibri eccessivi con relative raccomandazioni da parte dei ministri delle finanze Ue su come porvi rimedio. Se i consigli dovessere essere ignorati, scatterebbe una multa pari allo 0,1% del Pil all'anno finchè non il paese non si decide ad agire come raccomandato.
Fonte: L'Unità

Mani Tese e il modello “Sovranità Alimentare”

Mani Tese ha seguito il Summit ONU 2010 sugli obiettivi di Millennio e ha proposto il modello “Sovranità Alimentare”.
Di seguito il commento di Luigi Idili, presidente di Mani Tese, alle proposte del summit.
Il summit dell’Onu sugli obiettivi di Millennio, in corso a New York, non presenta soluzioni innovative rispetto a quello del 2000. Ogni anno assistiamo ad un aumento del numero di “nuovi poveri”: la Banca Mondiale ha parlato di quasi 1,5 miliardi di persone che vivono in estrema povertà. La zona del Pianeta più colpita è l’Africa Subsahariana dove Mani Tese interviene attivamente con progetti di cooperazione dal 1970.
La fame nel mondo è diretta conseguenza di un modello agroalimentare globale che concentra i frutti della terra e i relativi profitti nelle mani di pochi e nega l’accesso al cibo a tutti gli altri. L’agricoltura può sfamare il pianeta e nutrire un’economia di giustizia e di equità solo se supportata dall’impegno comune. 
E’ necessario dunque un serio intervento di cooperazione che dia priorità allo sviluppo dei mercati locali, argini le concentrazioni di potere nella produzione, trasformazione e distribuzione del cibo, affermi un modello di agricoltura familiare e agroecologica, capace di rispondere alla domanda alimentare globale e, nello stesso tempo, sia in grado di restituire potere contrattuale ai piccoli coltivatori e allevatori. 
Sebbene qualche progresso sia stato fatto, grazie alla cancellazione bilaterale e multilaterale del debito dei Paesi poveri, ancora nulla di positivo è emerso sul fronte degli accordi commerciali e del trasferimento di tecnologie. 
Più in generale, l’aiuto pubblico allo sviluppo non ha visto incrementi significativi: manca la volontà da parte dei governi dei Paesi più ricchi di bloccare, o almeno mitigare, i meccanismi economici e finanziari che creano esclusione e allargano la forbice fra una minoranza di ricchi sempre più ricchi e una massa di impoveriti. Ma, una notizia positiva c’è: in Benin, dove siamo presenti da circa 30 anni (con la costruzione... di scuole), sono stati fatti notevoli progressi nell’istruzione (2° Obiettivo di sviluppo del Millennio).
A proposito della proposta di tassazione dei movimenti finanziari ricordiamo che Mani Tese è stata la prima organizzazione a parlare in Italia di Tobin Tax che oggi ne viene proposta, in seno al summit, in una sua variante molto limitante. La Tobin Tax rappresenterebbe un valido strumento di controllo politico sulla sfera finanziaria e la sua applicazione avrebbe un forte effetto ridistribuivo delle ricchezze su scala globale, oltre che una chiara individuazione delle responsabilità dei Paesi che speculano o operano a svantaggio dei Paesi più poveri. 
La proposta attuale assolverebbe solo la funzione di assistenza ai paesi poveri.
Mani Tese supera il concetto di assistenza e con essa quella di sicurezza alimentare e propone l’applicazione di un nuovo modello socio-economico, quello della Sovranità Alimentare”.
Applicare l’idea della Sovranità Alimentare, come modello alternativo a quello della Sicurezza Alimentare per combattere la fame nel mondo e raggiungere entro il 2015 gli otto obiettivi di Millennio, è il progetto che Mani Tese vuole portare avanti nel prossimo triennio attraverso il lancio di “Food For World”, campagna triennale per promuovere la Sovranità Alimentare.
Questa campagna nell’arco dei prossimi tre anni mira a sensibilizzare 1,7 milioni di consumatori, 2500 scuole, 50 enti locali e le più importanti istituzioni nazionali ed internazionali, attraverso attività specifiche di mobilitazione, iniziative di sensibilizzazione e di educazione dei consumatori.
Per maggiori informazioni scarica l'allegato
Approfondisci sul sito di Mani Tese
Fonte: ManiTese - L'Unità

Cosa facciamo da grandi

È probabile che alla gran parte degli italiani non interessi il dibattito nel Pd. È anche verosimile che molti nostri iscritti abbiano accolto il documento “dei 75” con irritazione, vedendoci l’ennesima conferma di un gruppo dirigente concentrato più sulle sue beghe che nel dare la spallata finale a Berlusconi. Ciò non toglie che l’iniziativa promossa da Veltroni tocchi un tema che invece preme parecchio sia al nostro popolo sia a tutti coloro che ci guardano senza antipatie pregiudiziali, e che dovrebbe preoccupare moltissimo chi ha in mano le redini del Pd: quali contromisure prendere per fare del Pd e del centrosinistra quello che oggi con evidenza non sono, cioè un’alternativa riconoscibile e soprattutto competitiva in vista delle prossime, probabilmente imminenti elezioni. Il documento dei 75 si può contestare nel merito, se ne possono mettere in dubbio le premesse di metodo come la scelta di raccogliere le firme tra i parlamentari anziché proporlo, ed eventualmente votarlo, negli organismi dirigenti.
Due sole reazioni non sono accettabili e suonano addirittura ridicole: dire che è «prematuro», o che – peggio – rappresenta una forma «oggettiva» di «intelligenza col nemico ». Prematuro intervenire adesso, con la destra in piena crisi e le elezioni forse alle porte, per provare a rimettere in gara il Pd? Se non ora, quando… E quanto alle accuse di dare una mano a Berlusconi: lasciando da parte il loro sapore “terzinternazionalista”, quale regalo più grande alla destra di assecondare una deriva che sembra rendere l’offerta politica del Pd ogni giorno un po’ meno attraente per chi deve votarci? La verità è che nel documento sono messe nero su bianco alcune questioni di fondo sulla natura del Pd finora rimaste senza risposta, che vanno sciolte al più presto se vogliamo essere all’altezza dei nostri compiti.
La prima e la più importante nasce dal modo in cui si leggono questi quindici anni di “seconda Repubblica” segnati dal berlusconismo.
Davanti alle crepe sempre più larghe e vistose nella maggioranza di centrodestra, tanti anche nel Pd ripetono quasi ossessivamente uno stesso leitmotiv: tutto va bene, tutto si può fare pur di chiudere presto la «parentesi» berlusconiana. Parentesi: il termine in genere utilizzato è proprio questo.
Ora, se le parole hanno un senso, qualificare Berlusconi come una parentesi, vuol dire considerarlo un fenomeno estraneo alla recente storia italiana: un “errore”, un “virus”, uno spiacevole accidente. E d’altra parte, indicare come massimo traguardo quello di riuscire a ... chiuderla questa infelice parentesi, significa pensare – e dire agli italiani – che prima che venisse aperta, cioè prima del 1994, le cose per l’Italia non andassero poi così male. Troverei preoccupante se il Pd, nato per dare al nostro paese ciò che non abbiamo mai avuto e cioè un grande partito popolare e riformista, si accomodasse su questa doppia illusione. Di più: troverei che così facendo negheremmo la nostra stessa ragione sociale e ci condanneremmo ad un precoce e probabilmente assai rapido declino.
Berlusconi non è una parentesi.
È molto di più e di peggio: parafrasando il giudizio di Piero Gobetti sul fascismo – e fermando qui ogni parallelismo – si può dire che il berlusconismo sia una sorta di autobiografia di alcuni nodi irrisolti che hanno segnato gran parte del cammino dell’Italia come stato nazionale.
Primo fra tutti la cronica debolezza della nozione di interesse generale, la propensione delle classi dirigenti a coltivare prevalentemente interessi di parte o comunque interessi parziali, più o meno leciti e più o meno presentabili.
L’Italia è un paese con grandi energie positive – dalla forza del “made in Italy” a tante eccellenze culturali alla qualità e ricchezza inimitabili del nostro paesaggio – e con un fondo decisamente resistente di coesione sociale, e gli italiani sono capaci di grandi generosità collettive (basti pensare al nostro volontariato, che per dimensioni e intensità ha pochi eguali nel resto d’Europa). Invece ci mancano, ci sono spesso mancate anche in passato, classi dirigenti all’altezza di queste qualità, che nella politica come nell’economia, nelle rappresentanze sociali come tra gli intellettuali, sappiano e vogliano riconoscersi in un comune destino nazionale. Nasce da qui la tentazione ricorrente nelle nostre “élite”, politiche e non solo, di relativizzare il concetto di regola, di legalità, e nasce da qui quel “relativismo delle regole” che ha spesso caratterizzato anche vasti settori del corpo sociale.
Berlusconi e il berlusconismo ne sono stati i campioni assoluti, con decine di leggi ad personam e una sfilza infinita di condoni d’ogni tipo (edilizio, fiscale, contributivo, catastale…), ma non è detto affatto che finiti loro finiscano anche fenomeni d’inciviltà e di mancanza di senso civico ben più antichi e radicati, dalla corruzione all’evasione fiscale, dall’abusivismo edilizio al lavoro nero, e tanto meno che si esauriscano nostri mali atavici e devastanti come la forza consolidata della criminalità organizzata e le sue commistioni con poteri e interessi politici.
Allora la meta del Pd non può essere il ritorno taumaturgico a un attimo prima che arrivasse Berlusconi.
Certo in questa fase concitata e oscura della nostra vicenda politica, sconfiggere ciò che resta della maggioranza è l’obiettivo immediato, e capisco bene che per raggiungerlo servono abilità e duttilità tattiche.
Ma il Pd mentre ragiona del perimetro e del carattere delle sue alleanze, nel frattempo deve decidere cosa vuole essere lui da grande, deve darsi un’identità, una capacità di “narrazione”, che lo distinguano dal centrodestra e che siano costruite sui problemi, gli interessi, i bisogni, le aspirazioni dell’Italia di oggi.
Insomma dobbiamo dare corpo a una vera, coerente, convincente proposta riformista, lavorando prioritariamente a quattro grandi “cantieri” che sono al tempo stesso valoriali e programmatici e che chiamano in causa anche e molto il nostro rapporto con la società. Primo: la necessità di una politica che a cominciare da noi, dai Democratici presenti nelle assemblee elettive e nelle istituzioni, testimoni un’attenzione assai maggiore all’etica pubblica; secondo: la tessitura di un senso forte dell’interesse generale, anche “patriottico”, che metta al centro la cura dei “beni comuni” dall’ambiente, alla coesione sociale, alla legalità; terzo: vestire l’idea di eguaglianza con i panni di questo secolo e di questo paese, dunque prima di tutto battersi contro le mille caste che ingessano il presente e paralizzano il futuro, e dare rappresentanza ai tanti che sono fuori dal cerchio attuale del welfare; quarto: la consapevolezza che l’Italia – per superare presto la crisi e per rimanere protagonista nell’economia globale – deve fondare le sue politiche di sviluppo sulla qualità (qualità tecnologica, qualità sociale, qualità ecologica) e sulla piena valorizzazione delle nostre vocazioni, anziché inseguire ricette economicamente improbabili e socialmente inaccettabili come la rincorsa a forme crescenti di precarizzazione del lavoro.
Questo dobbiamo fare, difendendo al tempo stesso con le unghie e con i denti l’unico lascito veramente positivo del berlusconismo: cioè il fatto che grazie alla presenza da quasi vent’anni sulla scena pubblica di un mattatore ingombrante e divisivo come mai nessun altro, almeno si è consolidata nella politica italiana un’abitudine bipolare come c’è in tutte le grandi democrazie occidentali, finora dimostratasi molto più forte delle ricorrenti tentazioni trasformiste e neo-consociative delle varie nomenclature.
Questo dobbiamo fare e dobbiamo farlo molto in fretta: perché sempre più italiani non amano Berlusconi, ma sempre di meno capiscono che roba sia la nostra alternativa.
Fonte: Roberto Della Seta - Europa

Chi di spada ferisce .... «Ci rubano lavoro». L'offesa svizzera con quel topo anti italiano

«Noi lombardi e voi ticinesi parliamo la stessa lingua. Tutti e due diciamo "va' a da' via 'l cul!"», tuonò allegro l'allora sindaco leghista di Milano Marco Formentini in «visita ufficiale» ai «cugini». Cugini? Dipende. E lo dimostra l'infame campagna contro i «ratti» italiani lanciata contro i nostri frontalieri. È da un pezzo che la Lega ticinese, per bocca del suo leader Giuliano Bignasca (dimentico di essere stato condannato nel '93 dalla Corte di Lugano per aver impiegato una dozzina di operai jugoslavi senza permesso di lavoro) insiste nella stessa accusa: i lavoratori comaschi, varesini, verbanesi «rubano il lavoro agli svizzeri». Un'ossessione. Che ha spinto La Provincia di Como, che pure sinistrorsa non è, a titolare: «C'è sempre un leghista più a nord di noi».
Un'accusa vecchia. Basti ricordare quanto scriveva James Schwarzenbach, che scatenò tre referendum (e nel primo sfiorò la vittoria) contro i nostri immigrati e in particolare le loro mogli e i loro bambini: «Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. (...) Dobbiamo liberarci del fardello. Dobbiamo, soprattutto, respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s'ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell'operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l'ex guitto italiano».
Per questo sono più indecenti, quei ratti usati contro i frontalieri. Perché arrivano nella scia di una via crucis segnata da tappe di indicibile dolore. La spedizione punitiva di squadracce armate che a Goeschenen nel 1875 spararono uccidendo sugli operai che costruivano il tunnel del San Gottardo e si erano ribellati alla morte dell'ultimo di 144 compagni ammazzati dalle esplosioni di dinamite, dai crolli, dalle fughe di gas... E poi giorni di caccia all'italiano nel 1896 a Zurigo, quando le autorità dovettero organizzare treni speciali per rimpatriare i nostri, terrorizzati. E la chiusura della sala d'aspetto di III classe della stazione di Basilea agli «zingari d'Italia» in transito, in larga parte piemontesi, lombardi, veneti. E la scandalosa sentenza d'assoluzione per la strage di Mattmark. E l'uccisione per motivi razziali di poveretti come Vincenzo Rossi (buttato dal padrone in un altoforno), Attilio... Tonola o Alfredo Zardini, ammazzato a pugni e calci da un razzista che fu condannato nel 1974 a 18 mesi.
Certo, la nostra storia in Svizzera non può essere ridotta solo a questo. Tantissimi italiani, sia pure spesso dopo grandi sofferenze, sono riusciti a integrarsi benissimo. A guadagnarsi la stima, l'amicizia, l'amore dei nostri vicini. E sarebbe ingiusto non ricordare, con le cose che ci hanno dato dolore (ad esempio il rifiuto della cittadinanza ancora nel 2004 ad Armando e Giuseppina Colatrella, che arrivarono nella zona di Lucerna nel 1960 e da mezzo secolo lì lavorano e pagano le tasse) anche tutte le cose positive, molto positive, che hanno segnato i nostri rapporti.
Ma proprio perché accanto alle luci ci sono state ombre, è inaccettabile la campagna partita su Internet (ma già pronta a finire sui muri di tutto il Ticino) con tre topastri presentati ciascuno con una piccola scheda. Il primo chiamato Fabrizio, piastrellista, di Verbania. Il secondo Bogdan, rumeno, sfaccendato. Il terzo Giulio, italiano, avvocato, e per non lasciare dubbi sul cognome, dotato di uno scudo con tre monti. Eccoli, i nuovi nemici del benessere svizzero: il frontaliero italiano, il vagabondo rumeno, il ministro delle finanze di Berlusconi, reo di aver varato lo scudo fiscale che avrebbe danneggiato le banche elvetiche. Titolo della campagna: «Bala i ratt...». Cioè: ballano i topi...
Sono mesi che La Provincia di Como pubblica paginate sui timori dei circa 50mila italiani che ogni giorno attraversano la frontiera per lavorare in Svizzera, dove certo non avrebbero potuto inserirsi in questi anni se non ci fosse stato bisogno di loro. Un titolo? «Lega contro frontalieri: "Ci rubano il lavoro"». Un altro? «Stretta in Ticino: "basta infermieri dal Comasco"». La campagna coi topi sul sito www.balairatt.ch va però oltre. E supera perfino i manifesti con le pecore bianche che scalciano fuori dalla Svizzera una pecorella nera presentati dalla Svp (Udc nei cantoni francese e italiano) di Christoph Blocher, noto per aver detto che l'articolo 261 bis del Codice penale svizzero che punisce la discriminazione razziale e chi nega l'Olocausto gli fa «venire il mal di pancia».
E se i leghisti ticinesi, per ora, si chiamano fuori da questa forzatura, ci sono deputati cantonali come Pierre Rusconi che non solo sono d'accordo ma si augurano che sia questo il tema della prossima campagna elettorale. Marco Zacchera, deputato del Pdl e sindaco di Verbania, ha già presentato un'interrogazione parlamentare: non ritiene il governo «che questa campagna abbia schietta impronta demagogica e anche razzista e sia in netto contrasto con gli accordi vigenti italo-svizzeri»?
Ultima annotazione: Michel Ferrise, l'ideatore della campagna, ha detto che l'anonimo committente gli aveva «chiesto di trovare un'idea originale che portasse i ticinesi ad aprire gli occhi su determinate questioni» e che aveva scelto i ratti perché «il ratto è qualcosa di spregevole» e contiene «il concetto di "derattizzazione"». Che sia razzista, non c'è dubbio. Originale no. Lo dice una vignetta pubblicata un secolo fa dalla rivista americana Judge in cui il vecchio zio Sam assiste corrucciato allo sbarco, da una nave proveniente «direttamente dalle topaie dell'Europa», di migliaia di topi di fogna coi baffi alla figaro che hanno scritto sui cappelli o sul coltello che reggono tra i denti: «Mafia», «Anarchia», «Assassinio»...
È passato un secolo, e noi italiani, grazie a quelli come il signor Ferrise e i suoi committenti, siamo alle prese ancora con le stesse porcherie...
Fonte: Gian Antonio Stella - Corriere della Sera

Occupazione -1,6% nelle grandi imprese

L'occupazione nelle grandi imprese a luglio è diminuita dell'1,6% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente (dato grezzo) e dello 0,1% rispetto a giugno 2010. Lo comunica l'Istat, precisando che al netto della cassa integrazione su base annua il calo è stato dello 0,7% (dato grezzo), mentre su base mensile si è registrata una variazione nulla. I comparti che evidenziano i cali tendenziali più marcati sono la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione orologi (-8,1%) e l'industria del legno, della carta e stampa (-6%). Inoltre, spiega l'Istat, nel mese di luglio l'utilizzo della cassa integrazione guadagni nelle grandi imprese è stato pari a 30,6 ore per mille ore lavorate.
RETRIBUZIONI - Le retribuzioni lorde per ora lavorata nelle grandi imprese a luglio hanno registrato un aumento del 2,9% (dato grezzo) rispetto allo stesso mese del 2009, mentre sono calate dello 0,9% (dato destagionalizzato) rispetto a giugno. Ma nell'industria, la retribuzione lorda per ora lavorata è diminuita a luglio (al netto della stagionalità) del 3,5% rispetto al mese di giugno.
CARABINIERI: 16% LAVORATORI IN NERO - Dal 1° gennaio al 31 agosto i carabinieri del Comando tutela del lavoro hanno arrestato 154 persone e ne hanno denunciate 5.106, nell'ambito di controlli che hanno interessato 15.116 aziende. Il bilancio è stato fornito mercoledì a margine della firma di una convenzione per la cooperazione tra i comandi provinciali dell'Arma e le direzioni provinciali del Lavoro. Complessivamente sono stati controllati 57.380 lavoratori, di cui 9.255 sono risultati in nero (pari al 16,13%); 316 i minorenni e 194 quelli occupati illecitamente. Gli extracomunitari controllati sono stati 13.522, di cui 3.966 irregolari (pari al 29,3%), 1.042 clandestini e 234 espulsi. Sul versante della sicurezza sui luoghi di lavoro, i carabinieri hanno compiuto 2.239 ispezioni, sequestrando 51 cantieri; in 602 casi sono stati ... sospesi i lavori; 1.758 i lavoratori in nero scoperti e sanzioni inflitte per un totale di 8 milioni e mezzo di euro.
DDL LAVORO: OK DA SENATO - Il Senato ha approvato con 147 voti a favore, 104 contrari e due astenuti il ddl lavoro che contiene norme sull'arbitrato, i licenziamenti, i lavori usuranti, l'apprendistato e gli incentivi all'occupazione. Il provvedimento, in sesta lettura dopo che la legge era stata rinviata alle Camere da Napolitano per un nuovo esame sull'arbitrato, è stato modificato di nuovo e torna alla Camera. È stato cassato il testo della Camera che recepiva un emendamento del Pd secondo il quale si poteva ricorrere all'arbitrato solo per controversie già insorte. Il lavoratore dovrà scegliere se ricorrere agli arbitrati piuttosto che alla magistratura, non prima della fine del periodo di prova, ove previsto, oppure dopo 30 giorni dalla data di stipulazione del contratto, in tutti gli altri casi. Il licenziamento, anche quello invalido, dovrà essere impugnato dal lavoratore entro 60 giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta. Approvato anche un emendamento che prevede lo stanziamento di 5 milioni di euro annui per i risarcimenti alle vittime dell'amianto sulle navi di Stato.
Fonte: Corriere.it

L'Italia di provincia che resta senza dottori

ACCEGLIO (Cuneo) - Dice che, in fondo, non di solo pane vive l'uomo. "Qui l'aria è buona e le donne e gli uomini non sono solo "pazienti" ma persone. A volte si diventa anche amici. Visito G., gli faccio la ricetta, e poi magari andiamo a prendere un caffè insieme. Sono il medico di base negli otto Comuni della valle Maira ormai da 25 anni e posso dire di essere entrato nelle case di tutti". Carlo Ponte, 53 anni, è un mmg - medico di medicina generale - con 850 assistiti sparsi nella valle e sulle montagne cuneesi. "Fossi a Torino, mi basterebbero gli abitanti di tre palazzoni. E invece vado su e giù per la valle ad aprire i miei tre ambulatori e poi comincio con le visite a domicilio. La mia Golf ha 300 mila chilometri, tutti fatti a mie spese. Ci sono tanti colleghi che lavorano meno e guadagnano di più, ma non sono invidioso. Tornassi indietro, sceglierei ancora questo lavoro".
C'era una volta il medico condotto, scomparso (sulla carta) nei primi mesi del 1980, con la realizzazione del Sistema sanitario nazionale deciso nel 1978. "Ma i medici di campagna e delle zone emarginate della montagna - dice Salvio Sigismondi, presidente dell'Ordine dei medici di Cuneo - somigliano molto a quelli che avevano la condotta. E continuano a lavorare in condizioni pesantissime. Orari che non finiscono mai, spese continue. Se stacchi il cellulare, ti chiamano a casa. Ma senza di loro, una fetta d'Italia sarebbe abbandonata". Anche il presidente dell'Ordine è un mmg, con tre ambulatori a Fossano e in due frazioni. "Che tu lavori in centro a Milano o sotto il Monviso, lo "stipendio" è uguale per tutti: 38,62 euro all'anno per ogni assistito, che presto diventeranno 40,05. Ma per avere 850 pazienti in montagna devi "occupare" un'intera valle. Non mi piace usare paroloni, ma credo che quelli che continuano a lavorare in certi territori siano eroi, o quanto meno missionari. Certo, non si potrà resistere a lungo.
Come Federazione nazionale ordini medici chirurghi e odontoiatri abbiamo studiato la curva anagrafica dei medici di medicina generale. Abbiamo scoperto che fra il 2015 ed il 2025 - per chi si occupa di programmazione sanitaria è già domani - circa 25 mila mmg andranno in pensione e non saranno rimpiazzati perché mancheranno i laureati. Circa 11 milioni di italiani resteranno dunque senza medico di base, e saranno quelli che abitano in campagna o in montagna, dove già i servizi sono al minimo. Se hai la broncopolmonite a Torino, puoi andare direttamente al pronto soccorso. In montagna l'ospedalizzazione è più difficile, bisogna fare arrivare ... l'ambulanza su strade quasi impossibili o fare atterrare, quando ci si riesce, l'elicottero. Se non cambiano molte cose, presto avremo solo medici di città".
Fino al 2006 il dottor Carlo Ponte aveva otto ambulatori. Ora ne ha tre, ad Acceglio, Prazzo e Stroppo. "Non ce la facevo più a essere presente ovunque. Anche perché il lavoro è cambiato con l'informatizzazione. Mi spiego. Già prima, negli otto ambulatori, tenevo le cartelle cliniche di tutti i pazienti, con tutti i referti, gli esami, le diagnosi... Migliaia e migliaia di pezzi di carta che, con la nuova normativa, io devo inserire al computer per conoscere il passato di ogni paziente. Ma questo porta via un sacco di tempo e ho dovuto chiudere i cinque ambulatori, anche per non dovere comprare, oltre al pc, anche otto stampanti. Chi decide in alto, forse non è mai stato nelle nostre vallate. Computer e stampanti, con il gelo a meno 15, si bloccano, e tanti nostri ambulatori vengono riscaldati solo quando sono aperti. Presto, secondo il ministro Brunetta, dovremo mandare i certificati di malattia Inps via computer, ma qui internet non funziona. Per mandare un certificato dovrei correre a casa mia a Prazzo dove, ovviamente a mie spese, ho il collegamento alla rete. Ma resisto. In servizio dal lunedì al venerdì dalle 8 del mattino alle 8 di sera, quando scatta la guardia medica che era in valle ed ora, per risparmiare, è stata portata a Dronero. Al sabato sono reperibile fino alle 10. Ma conosco tutte le famiglie e tutte le persone, qualcuno mi cerca sempre". Uno degli ambulatori chiusi era a Elva, dentro al municipio. Dieci chilometri su una strada a strapiombo, per arrivare in un paese bellissimo e ormai abbandonato. "Ci sono stato anche di notte - dice il dottor Ponte - e ho dovuto cercare la casa di chi mi aveva chiamato con la pila". Oggi i residenti sono 100, ma gli abitanti sono appena 24, divisi in 29 borgate, 13 delle quali completamente abbandonate. "Quando è stato chiuso l'ambulatorio - racconta Edo Loria, arrivato anni fa da Cuneo per aprire il ristorante San Pancrazio - il paese si è sentito orfano, come quando hanno chiuso la posta, la parrocchia, la scuola. Se nasce un bambino, qui non trova nemmeno un'altalena per giocare. Non siamo ancora riusciti a costruire una pista di atterraggio per l'elicottero di soccorso".
Anche gli ultimi medici condotti, che hanno ricevuto l'incarico alla fine degli anni '70, sono ormai andati in pensione. "Arte più misera, arte più rotta - ha scritto il poeta Arnando Fusinato nel 1845 - non c'è del medico che va in condotta". L'uomo con lo stetoscopio era l'ultima ruota del carro. "Lo stipendio annuo di un medico agli inizi del '900 - ha scritto Maurizio Benato, vice presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici - che esercita in una condotta per soli poveri è di lire 1.719, mentre il sanitario che esercita in una condotta piena (con anche pazienti abbienti, ndr) percepisce lire 2.337. Il paragone con altre professioni è impietoso: un pretore guadagna 8.000 lire, una maresciallo dei carabinieri 4.500 con in più l'alloggio".
I versi di Arnaldo Fusinato sono ben noti a Silvio Ricca, classe 1932, prima medico ospedaliero a Mondovì poi, dal 1963, medico condotto a Caraglio e val Grana, su fino a Castelmagno. "Ho avuto - racconta - fino a 3.900 mutuati. Ho lavorato tanto ma ho avuto tante soddisfazioni. Per tutti ero il dutur, sapevano di potermi chiamare a ogni ora". Ventiquattro ore di servizio al giorno, dieci giorni di ferie solo se pagavi il sostituto. Gli ambulatori erano forniti dai Comuni. "D'inverno, a Pradleves e Castelmagno e in tutte le frazioni, non veniva spalata la neve. Per arrivare da un malato, a piedi sui sentieri, fra andata e ritorno ci mettevi un giorno - ricorda Ricca-. Il dutur era stimato perché cercava di dare una risposta a ogni problema. Ho fatto nascere bambini con il forcipe, con una grande paura addosso perché, se sbagli, il bimbo resterà disgraziato per sempre. Ho ricucito tendini, ho saturato ferite. Ero anche ufficiale sanitario, e non ho mai firmato un certificato di morte senza vedere e controllare il defunto. Ho dovuto mandare gente in manicomio. Certo, i tempi erano diversi".
Tutto è cambiato, anche la morte. "Si moriva in casa, un tempo. I vecchi erano assistiti fino all'ultimo. Poi la Fiat e la Michelin hanno spopolato le montagne e gli anziani sono rimasti soli. La morte è cambiata perché è cambiata la famiglia. Si lavora tutti come matti, non puoi perdere tempo nell'assistenza. A piedi, in auto, in elicottero: ho conosciuto ogni angolo della mia montagna. Se salvi una vita, o almeno porti un aiuto, sei contento. E tanti hanno fatto capire di volermi bene. Mi regalavano le uova, per ringraziamento. E chi poteva anche un coniglio, una gallina, un pane di burro". Qualcuno arriva anche adesso, nella casa del dutur. "Ogni tanto, qualche visita la faccio ancora. Così, per un consulto. Una certa esperienza me la sono fatta. Senza farmi pagare, naturalmente. Resto sempre un medico condotto".
Fonte: Jenner Meletti - Repubblica

Il Cavaliere tira campare

Alla fine Berlusconi ha deciso di morire democristiano. Dopo tanti proclami incendiari, le roboanti minacce leghiste, la guerra mediatica al "traditore" Fini, il presidente del Consiglio stamattina si presenta alla Camera con un bel discorso doroteo che gli consenta di tirare a campare ancora qualche mese, magari un anno o due, grazie alla benevolenza dei "traditori".
È una scena da commedia dell'arte, come ammirare Capitan Fracassa che rinfodera la spada e tira fuori vino e tarallucci. E il popolo, la famosa gente, cui era delegato il "giudizio di Dio" sulla spaccatura nel centrodestra? Le invocazioni di elezioni subito, a ottobre, novembre, fosse pure a Natale? Niente, il popolo può attendere. In poltrona, davanti a questo spettacolo ridicolo messo in scena dal grande fustigatore dei teatrini della politica. Ma più teatrino di questo, dove s'è mai visto? Berlusconi e Fini sono nemici mortali, nel senso che ormai la sopravvivenza politica dell'uno è alternativa a quella dell'altro. È chiaro a tutti.
Eppure oggi li vedremo votare compatti i cinque punti di un governo il cui obiettivo si può riassumere in uno solo: tirare a campare. Senza le riforme che Silvio Berlusconi non ha mai fatto neppure quando disponeva di maggioranze granitiche, quindi figurarsi ora. Senza muovere un dito per contrastare la crisi economica, aprire un cantiere, riformare la burocrazia, combattere le mafie e una corruzione da 60 miliardi l'anno, rimuovere l'immondizia a Napoli o le macerie a L'Aquila. Tanto sui famosi problemi reali il premier editore ha sempre il potere di spegnere le telecamere a comando. Per accenderle tutte, da mesi, sull'infamia della casetta di Montecarlo e la tragica figura del cognato di Fini.
Nel complesso, una bella pagliacciata. Alla quale Berlusconi si piega perché evidentemente oggi gli conviene. I sondaggi sconsigliano di andare subito al voto perché il giudizio favorevole del popolo non è affatto scontato. La campagna acquisti in Parlamento, pure lauta, non deve aver raggiunto lo scopo. Del resto, è rischioso investire a lungo in certi ... soggetti. Si tratta di un mercato volatile, direbbero gli esperti di Borsa. Chi si vende oggi, tende a rivendersi domani a un altro, secondo l'offerta. Di questo passo un Calearo qualsiasi potrà aspirare al vice regno delle Sicilie.
Rimane sempre sullo sfondo il pericolo che l'opposizione smetta di litigare e si rimbocchi le maniche per trovare in Parlamento una maggioranza favorevole a una nuova elettorale diversa. Certo, conoscendoli, si tratta di un'ipotesi remota. Per tutte queste ragioni e chissà quali altre sparse fra Russia, Libia e le procure di mezza Italia, Berlusconi oggi smette i panni del rivoluzionario per indossare quelli grigi di un andreottiano fuori corso, cinicamente convinto che tirare a campare sia sempre meglio che tirare le cuoia. Tanto alle rivoluzioni di piazza si può sempre tornare più avanti, in un momento più propizio. Il popolo è buono, dimentica in fretta.
Fonte: Curzio Maltese - Repubblica

Prove per una società ingiustaProve per una società ingiusta

La scuola è una galassia di micro-storie, con situazioni e condizioni che cambiano da un'aula all'altra: c'è l'insegnante motivato e quello frustrato, la classe modello e quella con il bullo, il quartiere-bene e quello disagiato. Ma mai come quest'anno - grazie ai mille racconti arrivati a Repubblica.it - abbiamo la percezione di un'emergenza. Un'emergenza grave che non va sui telegiornali, che non scuote le coscienze, che tocca poco i partiti. Passata l'ansia per lo zainetto pesante, comprato l'ultimo gadget, deleghiamo il futuro dei nostri figli e del nostro paese a un'istituzione in crisi grave: abbandonata, senza soldi, con una incredibile schizofrenia nei programmi. Si può togliere la geografia al Nautico, la storia dell'arte al classico? Si può.
C'è una classe, a Torre Annunziata, con 54 alunni. Ce ne sono altre che hanno cambiato l'intero corpo docente. Non è tutta colpa della Gelmini, troppo semplice. Pensate alla differenza fra le scuole del Nord e quelle del Sud, ad esempio. Quella sì storica. Ma le belle realtà del Nord reggono grazie agli insegnanti del Sud, quelli che Bossi vorrebbe rimandare indietro. Possiamo dare a questo governo la colpa della mancata diffusione dell'inglese? Possiamo solo lamentarci delle promesse non mantenute. La scuola è un passaggio di due sillabe nel discorso di Berlusconi: "Abbiamo raggiunto risultati positivi". Prego, farsi un giro sul territorio.
Abbiamo via via pensato che la scuola non fosse importante, fino a distruggere il modello delle elementari, quello sì portato ad esempio in tutta Europa. Un taglio dei costi al buio, i precari buttati via, un sistema che si basa incredibilmente sul volontariato: presidi e direttori che cercano di tappare i buchi, docenti che insegnano materie di altri, supplenti che aspettano alla stazione una chiamata last minute.
Gli effetti sono titoli di cronaca e di costume. Una cattiva scuola produce cattivi ragazzi, disadattamento, abbandono. Magari l'adolescenza dava gli stessi sconquassi trent'anni fa, ma forse quella di oggi ha bisogno di una maggiore protezione e attenzione.
Le scuole private sold out, le scuole alternative  che cercano di sopperire alle carenze della scuola pubblica. I genitori che si organizzano. I racconti incredibili: maestri che finito il turno vengono trattenuti in servizio - gratis naturalmente - perchè il\la supplente che doveva arrivare a Roma da Aversa, Napoli, Caserta ecc. non fa in tempo. I titolari... stanno anche 8 ore con i bambini. Mentre i sindacati hanno firmato un accordo in base al quale i supplenti possono coprire anche un raggio di 200 chilometri. E quando il supplente arriva, se arriva, è talmente stravolto - come scrive Ludovica Muntoni - che tutto ha in mente tranne che intrattenere un rapporto educativo con i bambini. Fra l'altro se un supplente spunta a mezzogiorno, fa un'ora di servizio e gli viene pagata tutta la giornata. Intanto le titolari in servizio hanno dovuto fare scuola anche con 40 alunni.
Sotto l'ombrello scuola quindi ci sono i posti che mancano alla materna, o scuola dell'infanzia, come tanti illuminati avrebbero voluto chiamarla. Le elementari con i maestri a intermittenza, le medie che accorpano l'orario, i licei smembrati, l'università. E per fortuna, nonostante tutto, tanti istituti che funzionano. E l'eterno dialogo fra sordi sulla meritocrazia e sulla formazione.
Se si tagliano solo i costi, il massimo in cui posso sperare è che ci sia una maestra di ruolo. Un corpo docente motivato che non cambi ogni anno. E se ho due soldi da parte, scelgo per mio figlio l'Università privata che sembra Harvard o quella pubblica bloccata dalle proteste dei ricercatori? Scelgo il privato che ormai ha corsie preferenziali nel mondo del lavoro, o il pubblico spesso in mano ai baroni e alle parentele?
E' questo il maggior pericolo che stiamo correndo, lasciando la scuola sola con i suoi guai: una società bloccata, senza ascensore sociale. Una società profondamente ingiusta.
Fonte: Giuseppe Smorto - Repubblica

Rc auto, denuncia di Catricalà "Concorrenza non sufficiente"

Nel mercato della assicurazione per la responsabilità civile, "nonostante l'inizio della liberalizzazione sia stato decretato fin dal 1994, non si è attivato un efficace processo concorrenziale e conseguentemente non si è avuto un riflesso positivo sul contenimento dei prezzi". Lo ha detto il presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà, in audizione dinanzi la commissione Industria del Senato nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulle dinamiche del mercato dell'Rc Auto. I premi, nei dodici mesi fino al giugno scorso, sono aumentati più della media dell'Eurozona. L'aumento per l'Italia è stato del 7,7% a fronte di un +5,4% dell'area dell'euro.
"Le ragioni di questo stato di cose - ha spiegato Catricalà - sono da ricondurre al tipo di servizi in questione che, data la loro particolare complessità, si prestano ad essere valutati dal consumatore non direttamente, ma attingendo ai suggerimenti di determinati intermediari cui si riconosce una particolare fiducia (l'agente come l'addetto allo sportello bancario). A ciò si deve aggiungere un'ulteriore criticità dei mercati italiani dal lato dell'offerta".
Propensione a cambiare compagnia. Il presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha quindi osservato che "dai primi dati relativi al cosiddetto 'switch' da una compagnia all'altra nel settore dell'Rc Auto risulta che gli automobilisti italiani abbiano incrementato la propria propensione a cambiare compagnia assicurativa (da un tasso di cambiamento del 6,3% nel 2006 al 9,3% del 2009), ma in misura comunque inferiore rispetto ad altre esperienze europee (ad esempio, 45% nel Regno Unito)".
Poca trasparenza nell'incremento dei premi. Ma l'aumento dei prezzi non è l'unico problema. "Si rileva - ha detto Catricalà - anche il problema delle modalità poco trasparenti con cui gli incrementi di premio sono resi noti ai consumatori, in particolare quelli dovuti ... agli aumenti, resi obbligatori da disposizioni comunitarie, dei livelli minimi di massimale di indennizzo che devono essere previsti dalle polizze. Sulla questione l'Autorità ha ricevuto numerose denunce che sta approfondendo nell'esercizio delle proprie competenze di tutela del consumatore".
Aree del Paese abbandonate da grandi compagnie. Il presidente dell'Antitrust ha parlato, poi, di un altro problema "costituito dal cosiddetto 'abbandono' di intere aree del Paese da parte di compagnie di primo piano, le quali sembrano, a volte, proporre premi eccessivamente elevati tali da concretizzare una sorta di dissimulato rifiuto a contrarre". E ha portato ad esempio "un caso recente nel quale un'azienda dei trasporti locali della provincia di Salerno ha lamentato che le procedure di gara per individuare le compagnie di assicurazione sarebbero andate tutte deserte e l'unica impresa che avrebbe formulato un'offerta avrebbe richiesto un premio pari al 300% in più di quello precedentemente pagato. Su ciò potrebbe influire il problema delle frodi che obiettivamente affligge alcune aree del Paese".
La sottostima dei danni. Infine, Catricalà ha indicato una "rilevante questione relativa alla sottostima dei danni da parte delle compagnie e dei conseguenti effetti di depressione dell'incentivo a competere". Ad un primo esame, "pare che, al di là della riduzione dei tempi di liquidazione, risultato comunque apprezzabile, non si sia innescata una dinamica sufficientemente virtuosa: al contrario, - ha osservato - si sarebbe amplificata la tendenza alla sottostima dei danni riconosciuti ai propri assicurati da parte delle compagnie".
Fonte: Repubblica.it

Il Pd prepara l’intesa anti-Bossi

La scelta del governo di porre la fiducia sulle dichiarazioni che Berlusconi renderà oggi alla camera sottrae qualsiasi margine di manovra ai dissidenti della maggioranza, che non potranno presentare propri documenti, ma anche all’opposizione, che su quei documenti poteva ipotizzare una forma di convergenza, magari sotto forma di un’astensione.
All’interno del Partito democratico, infatti, sono ormai tutti convinti della necessità di sostenere in qualche modo lo sganciamento dei finiani dalla maggioranza, aiutando al contempo il nascituro Terzo polo a prendere forma. Il modello è quello della Sicilia dove, nonostante i mal di pancia trasversali agli schieramenti interni, il Pd ha scelto praticamente all’unanimità di sostenere il governo Lombardo con Fli, Udc, Mpa e Api. «Noi ripetiamo che la maggioranza berlusconiana è in crisi – spiega Paolo Gentiloni, uno dei promotori del documento dei 75 – il nostro compito deve essere quello di accelerarne l’esito ».
Uno dei modi possibili poteva essere quello di astenersi su un eventuale documento promosso dai “terzisti” all’interno della seduta di oggi alla camera. Un’ipotesi che sembrava lontana dal realizzarsi e che l’apposizione della fiducia rende impossibile. Ma il fatto stesso che l’idea sia circolata con insistenza all’interno del gruppo dem è indice della strategia del partito. Il Terzo polo, in prospettiva, potrà pure essere un avversario, ma per il momento la sua nascita porterebbe a un duplice effetto che al Pd non dispiace affatto: da una parte, la caduta del governo; dall’altra, l’indicazione rivolta al Quirinale che una maggioranza alternativa per un governo di transizione è possibile.
L’appuntamento, però, potrebbe essere solo rinviato. Se oggi, come sembra, tutto filerà liscio, i dem hanno già preparato il prossimo bastone da mettere tra le ruote del governo.
Ieri è stata depositata a Montecitorio la mozione di sfiducia individuale contro Umberto Bossi, sottoscritta da molti big del partito, che sarà calendarizzata domani dalla conferenza dei capigruppo. Dario Franceschini chiederà che la camera la discuta al più presto, precisando che si tratta di un atto aperto «a tutti coloro che considerano inconciliabili le parole di Bossi... (sui «porci romani», ndr), solo le ultime di una lunga serie, con il ruolo di ministro».
Un chiaro invito rivolto a chi, soprattutto nella maggioranza, ha più volte manifestato la proprio insofferenza nei confronti della Lega e del suo leader. I finiani, in primo luogo, ma non è escluso che anche qualche esponente della destra romana possa venire allo scoperto. L’Idv ha già garantito il proprio sostegno, ma segnali di attenzione sulla mozione sono già venuti anche dall’Udc (Casini: «Probabilmente la voteremo»), dal Mpa e dallo stesso Fli, con il sottosegretario Roberto Menia («Dopo quello che ha detto Bossi, io la voterei), mentre Alessandro Battisti (Api) ha perfino denunciato per diffamazione aggravata il ministro alla procura di Roma.
Il Pd, insomma, prova a incunearsi nella crisi del centrodestra.
Per mettere a punto la propria azione, ieri Pier Luigi Bersani ha sperimentato la nuova cabina di regia che d’ora in avanti lo affiancherà nella gestione del partito nei momenti più delicati. Ne fanno parte, oltre a lui, i due capigruppo Franceschini e Finocchiaro, la presidente Bindi, il vicesegretario Letta e il coordinatore della segreteria Migliavacca. E in serata si è riunita anche l’assemblea del gruppo alla camera.
Per Bersani, la crisi del governo ormai è «conclamata» e, viste le difficoltà che si susseguiranno nelle prossime settimane (dopo la mozione su Bossi potrebbe arrivare quella finiana sulla Rai), il leader dem profetizza: «Adesso si comincia a ballare».
Fonte: Rudy Francesco Calvo - Europa

martedì 28 settembre 2010

La trave dell'offshore nell'occhio del Cavaliere

Quello che vale per ciascuno di noi, vale per Silvio Berlusconi? L'etica pubblica che vincola gli attori politici, obbliga anche il Cavaliere? E, soprattutto, la legge è uguale anche per il capo del governo? Sono le domande che attendono una risposta mercoledì quando Berlusconi terrà alla Camera un discorso che i suoi annunciano memorabile. Vedremo se lo sarà davvero.
Di certo, il capo del governo è atteso a una prova decisiva e ci si augura che, come al solito, non giochi la partita da parolaio fumigante trasformando la notte in giorno, il bianco in nero. Anche perché quegli interrogativi si sono irrobustiti dopo il pubblico chiarimento offerto dal presidente della Camera. Bene, c'è un bruscolo nell'occhio di Gianfranco Fini. È colpevole forse di aver dato fiducia a un "cognato" scavezzacollo. Ipotizziamo la scena peggiore (finora non dimostrata). Il "cognato" ha imbrogliato il presidente della Camera. Ha simulato la compravendita della casa di Montecarlo. In realtà, se l'è comprata nascondendo la proprietà diretta dietro il paravento di una società off-shore dell'isola caraibica di Santa Lucia. Se così fosse, Fini si dimette (è il suo impegno). È responsabile di "ingenuità". Ecco il peccato perché, come ricorda, "non è stato commesso alcun tipo di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno; non è coinvolta l'amministrazione della cosa pubblica o il denaro del contribuente. Non ci sono appalti o tangenti, non c'è corruzione né concussione". A sollecitare questo atteggiamento c'è un archetipo del sentimento morale - la vergogna - e il tormento di una coscienza che avverte come propria anche la colpa altrui che non si è riuscito a intuire, prevedere, annullare. Le dimissioni mi sono imposte, dice Fini, dalla "mia etica pubblica", ... anche se "sia ben chiaro, che personalmente non ho né denaro, né barche né ville intestate a società off-shore, a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse".
È sotto gli occhi di tutti la disarmonia tra quel che viene rimproverato, urlato a Fini e quel che viene perdonato o addirittura colpevolmente dimenticato di Berlusconi. Come è stravagante non scorgere il disequilibrio tra i possibili esiti politici. Per i libellisti della "macchina del fango" organizzata dal Cavaliere - e anche per qualche corista che si dice neutrale - Fini deve scomparire. Un peccato di ingenuità in un affare privato dovrebbe determinare le sue dimissioni da presidente della Camera mentre, al contrario, una diretta, documentata, consapevole responsabilità in comportamenti criminali che hanno corrotto gli affari pubblici e provocato un danno alle casse dello Stato dovrebbe essere così trascurabile da consentire a Berlusconi di governare fino alla fine della legislatura prima di ascendere addirittura al Colle più alto come presidente della Repubblica. Le memorie deperiscono in casa nostra. Conviene rianimarle con quale fatto.
La KPMG, una delle più prestigiose società di revisione contabile del mondo, un colosso dell'accounting, l'arte della certificazione di bilancio, deposita - il 23 gennaio del 2001 - 800 pagine di un'analisi tecnico-contabile di sette anni di bilanci della galassia societaria Fininvest, dal 1989 al 1996, quella che per brevità è stata chiamata "All Iberian". Si sa quel che dice il Cavaliere di "All Iberian" ("Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l'esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario", Ansa, 23 novembre 1999).
Il documento di KPMG racconta come vanno le cose nella società di Berlusconi: Fininvest sommerge buona parte della sua contabilità. Nascosta da un doppio registro, movimenta, nei 7 anni analizzati dalla perizia, almeno 3 mila e 500 miliardi, 884 dei quali occultati su piazze off-shore. "Per alterare la rappresentazione della situazione economica, finanziaria e patrimoniale nel bilancio consolidato Fininvest", scrive KPMG. Si scopre che la Fininvest opera attraverso due comparti societari. Il "Gruppo A" - ufficiale - e il "Gruppo B", riservato. Lo spiega l'avvocato inglese David Mills, che ne costruisce l'architettura riferendone direttamente anche a Silvio Berlusconi: "Il Gruppo B è un'espressione utilizzata per differenziare le società ufficiali del gruppo A da quelle, pur controllate nello stesso modo dalla Fininvest, che non dovevano apparire come società del gruppo per essere tenute fuori dal bilancio consolidato. Un promemoria definiva le società del gruppo B "very discreet" (molto riservate), perché il collegamento con il gruppo Fininvest rimanesse segreto".
La KPMG individua 64 società off-shore su tre livelli. Al primo appartengono 29 sigle, distribuite geograficamente in quattro aree. "Ventuno società hanno sede nelle Isole Vergini inglesi, cinque nel Jersey, due alle Bahamas, una a Guernsey". "Altre tredici società - anch'esse off-shore - formano il secondo livello. Si tratta di "controllate" da società del primo livello da cui non si distinguono né per funzioni, né per organizzazione societaria". Caratteristica comune anche alle 22 sigle del terzo ed ultimo livello. Ancora KPMG: "La gestione (di queste società) è a cura di amministratori e personale del gruppo Fininvest". I reali beneficiari (beneficial owner) sono "amministratori, dirigenti, consulenti o società del gruppo Fininvest". Dalla Fininvest "dipende quasi esclusivamente il loro finanziamento che avviene attraverso le medesime banche e società fiduciarie".
Ricapitoliamo: c'è un comparto segreto, protetto all'estero, ne fanno parte 64 società direttamente controllate da Fininvest. In nome e per conto di Fininvest, concludono transazioni in settori ritenuti strategici per il Gruppo. I loro bilanci sono invisibili, ma solo alla contabilità ufficiale, perché i dirigenti di Fininvest ne hanno il pieno controllo. Come abbiamo già detto, tra il 1989 e il 1996 attraverso il comparto B sono stati stornati dai bilanci Fininvest 884 miliardi e 500 milioni. Cifre parziali, sostiene KPMG, perché "i conti cui è stato appoggiato per sette anni il comparto migrano verso le Bahamas. A Nassau, in Norfolk House, a Frederick Street, ha sede la Finter Bank & Trust. Qui, su nuovi conti sarebbe affluita la ricchezza del fu comparto B".
A meno che Silvio Berlusconi non l'abbia fatta rientrare in Italia protetta dallo "scudo" costruito dai suoi governi, si può ragionevolmente dire che ancora oggi egli custodisce in paradisi fiscali una parte del suo patrimonio. Può Berlusconi muovere l'arsenale politico, economico, mediatico che ha sottomano per liquidare un presidente della Camera dissidente chiedendogli conto di un indimostrato bruscolo (una fiducia mal riposta) che quello, Fini, ha negli occhi e restare al suo posto nonostante le prove dell'affarismo societario che fanno di lui, Berlusconi, un primatista indiscusso? Quale "regime personale" può giustificare questa difformità? Quale assuefazione dello storto sul diritto? Nessuna ragione potrebbe spiegarla, se non un abuso di potere o un potere che si fa violenza o la colpevole rassegnazione a un peggio che non trova mai un limite. A ben vedere, anche il conflitto con Gianfranco Fini chiama il presidente del Consiglio a un passo memorabile, alla necessaria decisione di rivelare di quale trama è fatta la sua etica pubblica, di dimostrarsi finalmente all'altezza della sua responsabilità e della sua ambizione. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo. Berlusconi rinunci alla tentazione di stringere intorno al collo del Paese la corda dei suoi affanni. Non sprofondi il Parlamento in una nuova stagione di leggi ad personam (immunità costituzionale, legittimo impedimento, processo breve, limiti agli ascolti telefonici). Difenda il suo onore, come ha fatto Gianfranco Fini. Pretenda di dimostrare nei processi che lo attendono a Milano la trasparenza della sua fortuna. Eserciti nell'aula di un tribunale e non nel Palazzo del Potere i diritti della difesa. Rivendichi con dignità di essere cittadino tra i cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di chiunque. Reclami - egli - l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e chieda di essere processato senza alcuno scudo, impedimento, immunità. Metta da parte i suoi affanni e ossessioni per lasciare libera la politica - il governo, il Parlamento - di affrontare le difficoltà del Paese. Si deve tornare a chiederglielo. Presidente, domani, con solennità vuole dire e finalmente dimostrare che la legge in Italia è davvero uguale per tutti?
Fonte: Giuseppe D'Avanzo - Repubblica

Lavoratori «derubati» di oltre 5mila euro

Un decennio decisamente in perdita, tra il 2000 e il 2010 l’economia nazionale ha annaspato e la crisi globale l’ha ulteriormente indebolita. Ci vorranno anni per recuperare: solo nel 2015 si potrà tornare ai livelli pre-crisi. La Germania, invece, ci tornerà l’anno prossimo. In questo quadro c’è chi ha pagato sempre e ha pagato di più: sono i lavoratori dipendenti che non hanno potuto né speculare né evadere le tasse. I salari nel decennio sono cresciuti sulla carta per via degli aumenti contrattuali (+2,1%). Ma per effetto dell’inflazione, dell’aumento delle tasse e della mancata restituzione del fiscal drag le buste paga si sono alleggerite in media di 5.453 euro. Il fisco però non ci ha rimesso, anzi. Ci sono stati 44 miliardi di maggiori entrate da lavoro dipendente a +13,1%, mentre tutte le altre sono calate del 7,1%. Non stupisce, quindi, la «redistribuzione» a cui si è assistito: i redditi delle famiglie con a capo un imprenditore o un libero professionista sono aumentati di 5.940 euro. La perdita di potere d’acquisto si fa sentire su chi non campa di rendita e rinnova, inasprendola, la questione salariale italiana, che ha messo radici negli anni Novanta e non è più rientrata.
NEO-QUESTIONE SALARIALE
A mettere il dito nella piaga è l’Ires, il centro studi della Cgil che ieri ha presentato il volume «La crisi dei salari», con il presidente Agostino Megale e con Guglielmo Epifani. Il leader Cgil ha definito «allarmante» la situazione restituitaci dalle cifre ed è tornato a chiedere l’alleggerimento del prelievo fiscale sui redditi da lavoro dipendente e da pensione. Un intervento che va fatto subito, non tra tre anni, quando non servirà a nulla. «Va fatto ora e deve intervenire sull’Irpef» e non come pure si sta affacciando, sui beni di consumo, aumentando cioè l’Iva sui prodotti. «Per come vanno le cose nel nostro paese è ben facile ipotizzare che i salari resterebbero al palo mentre il lavoratore si ritroverebbe a pagare di più quello che compra -spiega Epifani- Senza contare il rischio inflazionistico». Dunque la strada non è questa. Si deve intervenire sulle tasse e compensare quanto verrebbe a mancar alla casse dello ... Stato con l’aumento del prelievo sulle rendite finanziarie e sui grandi patrimoni come del resto stanno facendo (e non da ora) i principali paesi europei. Qualche dato in più per comprendere l’emergenza salariale. In Italia 15 milioni di lavoratori non superano i 1300 euro al mese di retribuzione. 7 milioni non sfondano il tetto di mille euro. A ciò si aggiunga che dall’inizio della crisi (2008) al secondo trimestre 2010 sono andati perduti oltre un milione di posti di lavoro; oltre 2 milioni i disoccupati censiti dall’Istat, mentre gli inattivi sono 15 milioni. Per tornare ai livelli di occupazione del 2007 ci vorrà il 2017.
QUALE PRODUTTIVITA'?
C’è un altro dato, riguarda la produttività. Argomento d'attualità se non altro perché in suo nome si fanno deroghe ai contratti nazionali come se piovesse. Per Epifani il nostro sistema fiscale, tartassando i salari e le imprese «labour intensive», uccide la produttività». È dunque un errore «legare, come fa Confindustria, il problema della produttività solo alla flessibilità del lavoro ma piuttosto puntare allo sviluppo dell’impresa, su infrastrutture e ricerca». Un elemento che la Cgil porterà nella discussione - che pare possa riaprirsi - sui contratti. Insieme a un altro: «Non è un caso che tra tutti i rinnovi del 2009, il contratto che ha portato a casa meno in termini di aumento è quello dei metalmeccanici, l’unico separato senza la Cgil - fa notare Agostino Megale- Dovrebbe essere un monito per il ministro del Lavoro e per chi ha operato per la divisione del sindacato».
Fonte: Felicia Masocco - L'Unità

Saviano: "Così funziona la macchina del fango"

Caldoro in Campania, il caso Boffo, e ora l'attacco a Fini. Ecco, la macchina del fango è in piena attività. Roberto Saviano riflette a Repubblica Tv sugli avvenimenti di questi giorni , in diretta con i lettori collegati in un forum, nella prima giornata di trasmissioni (sul web e sul digitale terrestre) nella fascia serale dell'emittente di Republica.
E il caso Fini viene usato dallo scrittore come un paradigma del meccanismo di minaccia e ricatto che rischia di paralizzare la società italiana. La macchina del fango va avanti a meraviglia. Roberto Saviano unisce tutti gli elementi e traccia la linea dello stesso Paese che racconta, ogni giorno, appena possibile. "La macchina del fango è un sistema di estorsione e costituisce ormai una minaccia per la democrazia perché ormai tutti hanno paura. Anch'io, che sento di vivere in un clima di grande ostilità. E' una macchina mortale".
Per lo scrittore è un meccanismo perfetto, funziona sempre, puntuale, è "un congegno fatto di giornali e cronisti che funziona così: tu scrivi o dici quello che vuoi ma poi la paghi. Le storie di Boffo e di Caldoro e Cosentino ne sono un'altra testimonianza", spiega. E' un meccanismo che unisce dossier e intercettazioni, il lettore viene attratto, spinto, la sua attenzione deviata.
Solo il cittadino, solo il lettore ha l'antidoto per bloccare la macchina del fango: "Può interromperne la diffusione a macchia d'olio, riprendendo la propria capacità di giudizio".
"Studiando questa macchina, quando mi sono occupato del caso delle intercettazioni del sottosegretario Cosentino che tentava di screditare Caldoro, mi sono reso conto che ha un potere impressionante. Ci sono affinità tra quel caso e quanto accaduto a Boffo o a Fini. Dietro c'è un metodo. E un fine: quello di voler far credere che siamo tutti sporchi, tutti uguali a ... prescindere da quello che facciamo".
Intellettuali, politici, cittadini, "siamo tutti legati, dobbiamo avere lo sguardo basso perché siamo in un momento in cui a vincere è il più scaltro, la macchina del fango ci rende tutti attaccabili", ha continuato. "Nel caso di Fini io mi chiedo: se anche la casa fosse sua? Intanto è stata comunque pagata. Certo non è elegante, ma dove è l'enormità? In un governo dove c'è uno come Cosentino, si rischia di ingigantire un episodio che è nulla in confronto alle accuse mosse nei confronti del sottosegretario". Ecco, così, il meccanismo fango.
Lo stesso meccanismo che aiuta il tentativo di Berlusconi di non affrontare i suoi processi, di non far valere la legge nei suoi confronti. "Lo scudo serve al premier, altrimenti cade l'impero. Quella è la sua sola possibilità. Sono i polmoni che danno aria di speranza a a questo governo, altro che case a Montecarlo. I temi, quelli veri, sono altri. Ma la legalità non può essere a senso unico e il pubblico, i cittadini, questo l'hanno capito", ha spiegato lo scrittore che sta per cominciare a scrivere il secondo libro. "Sì, la macchina del fango serve a questo, noi non dobbiamo rispondere 'siamo migliori' ma 'siamo diversi'. Tutti abbiamo le nostre debolezze, ma ci sono debolezze e debolezze. E alcune sono più tollerabili".
Intercettazioni, dossier, scandali, bavagli, puntini. "Le analisi dei fatti della politica italiana di questo momento non può che spaventare. La politica ormai è una cosa buia. I movimenti delle persone creano fiducia e quando sento parlare di Grillo, di Popolo Viola, credo sia un bene. Tutto ciò che è partecipazione e analisi va bene, il profilo di Grillo va bene quando riesce a divulgare cose che altrimenti sarebbero sconosciute. Il rischio è che i movimenti possano sembrare una specie di riserva in cui vivere ma senza poter parlare agli altri, agli elettori del Pdl o della Lega. Però restano una forza, perché ridanno fiducia alla gente", dice Saviano. I movimenti cercano di non affondare nel fango.
Come Napoli, la città in cui è nato nel '79, e che adesso è di nuovo sulle pagine dei giornali per l'immondizia di cui non riesce a liberarsi. Perché, come Saviano ha detto più volte, il sistema si è inceppato, e inceppandosi, si è riprodotto. Per lo scrittore è il sistema degli appalti che si blocca a riportare i rifiuti a Napoli. "Non si è mai risolto nulla. Non si può certo dire che Nicola Cosentino sia un politico impegnato in prima linea contro la criminalità organizzata, ma essendo l'imperatore del mondo dei rifiuti si potrebbe pensare che basterebbe una sua parola per far ripartire tutto, e uscire da questa situazione. Ma bisogna stare attenti, non è semplicemente l'intervento di una persona", racconta. "Potrebbe anche essere vero quello che si dice e cioè che ci sia stato uno scambio tra la politica e Nicola Cosentino: 'noi ti blocchiamo le intercettazioni e tu rimetti a posto la situazione dei rifiuti in Campania'. Quello che conta però è che i problemi non sono risolti".
E parla di inceneritori mai partiti, della nuova discarica all'interno del Parco del Vesuvio, e di una camorra che non c'è in questo caso, non in particolare, "perché la camorra è ovunque, sempre". "Nel comune di Terzigno la situazione è grave perché c'è un sacco di criminalità che lì ha sempre versato rifiuti tossici. La gente si ribella adesso, e spero che i media diano attenzione a questa cosa, perché una volta arrivati i camion non potrà fare più niente. Il problema è che la gente non sa cosa sarà versato nelle discariche. Ecco la differenza che c'è con le discariche del nord, dove in cambio danno incentivi, borse di studio. Qui la gente non sa cosa le metteranno sotto il naso. Se può ribellarsi può farlo solo ora. Una volta che saranno arrivati i camion di rifiuti sarà troppo tardi".
Fonte: Repubblica Tv

Calearo apre al governo "Saprei fare il ministro"

Non faccio commenti noto solo il bellissimo vestito di Calearo nella foto: è dei famosi stilisti oggi di gran moda: Volta e Gabbana. (M.B.)

"Venduto".
E basta?
"E siamo ancora alle gentilezze. Perché tutto sommato è un atto di disistima politico. Poi ci sono le mail-porcata".
A Massimo Calearo, imprenditore veneto "libero e forte", il computer deposita quotidianamente un ricordo degli elettori che lo hanno votato capolista del Pd e oggi lo ritrovano sul punto di dire sì al governo Berlusconi.
"Sì non l'ho detto e non sono certo di dirlo. Prima voglio leggere il discorso, conoscere le aperture. Perché se dico sì".
Lo dico.
"Non so se lo dico. Ma certo gli operai hanno bisogno di stabilità".
Un padrone a cui stanno a cuore gli operai, finalmente.
"Anche le imprese vogliono un governo stabile".
Le imprese e gli operai.
"E i tassisti, i commercianti. Ma non sente dal basso la domanda?".
E' il popolo che lo chiede.
"Parliamoci chiaro: qui non esiste neanche l'ombra dell'opposizione. Non esiste l'ombra di una alternativa. Se facciamo cadere Berlusconi c'è il buio fitto".
Quindi col suo sì a Berlusconi lavora per l'alternativa a Berlusconi.
"Il mio sì concede tempo a coloro che devono organizzare un'idea di governo differente da questo".
Raffinata strategia.
"Sa che a Montecitorio anche gli amici del Pdl mi dicono:
ma chi te lo fa fare? Ma non vedi che il Berlusca è in caduta libera?"
E lei niente.
"Ho sale in zucca e noto il deserto politico e di idee. A parte la Lega cosa c'è, cosa c'è? Me ... lo dica lei".
E se Berlusconi riuscisse - anche grazie al suo voto - a restare in piedi e le chiedesse: bene Calearo, vieni a fare il ministro.
"Ipotesi da gioco".
Altro che: lei è imprenditore e giusto giusto manca il ministro delle Attività produttive
"C'è la fila lì".
Non pensi alla fila
"Le dico che è lunga così".
Le dico che non è detta l'ultima parola.
"Certo che mi sentirei di farlo. E ci mancherebbe!".
E' già un punto di equilibrio più avanzato.
"Ma mica faccio questo per la poltrona".
Alcuni altri sì, solo per la poltrona.
"In due anni il mondo è cambiato. Sono giunto a Roma con Veltroni e mi trovo Bersani".
In effetti c'è Bersani.
"A Montecitorio sembrano pazzi".
Stress da elezioni anticipate.
"L'unico che le canta chiare è Montezemolo".
Davvero un mondo nuovo.
"Domani mi metto ben bene tranquillo e ascolto".
Buonasera.
"Poi decido".

Fonte: Antonello Caporale - Repubblica

I "peones"

I giornali passano al setaccio quella materia oscura che sono i deputati "trattabili", quelli che potrebbero stare di qua ma anche di là. La cosa che impressiona veramente sono i curriculum incerti, il basso profilo, la carriera politica di nessun conto. I "peones" sono sempre esistiti da che Parlamento è Parlamento, ma una sensazione così netta di mediocrità non si era mai avuta: perfino il clientelismo, o il carrierismo dentro i partiti, richiedevano una selezione, un merito, una destrezza sia pure gaglioffa nel farsi largo a gomitate. Qui siamo di fronte, in nove casi su dieci, a pretoriani e amiconi e procacciatori di favori imposti da questo o quel leader. Miracolati del potere. Ha totalmente ragione chi giudica ignobile e rovinosa questa legge elettorale, che consegna alle segreterie di partito il diritto di portarsia Romai più fedeli,i più riconoscenti, gente che di suo non ha nemmeno una vera clientela da portare in dote. A volte sconosciuti perfino nei collegi dove sono stati eletti automaticamente, ficcati lì dal loro protettore. Perfino la nomea di "professionisti della politica" gli sta stretta: quando la politica era davvero una professione, bisognava almeno lavorare.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Maroni: niente case popolari ai rom. Don Colmegna: noi andiamo avanti

«Nessuna delle famiglie che saranno allontanate dai campi nomadi regolari di Milano e che hanno i titoli per restare in città, saranno ospitate in alloggi popolari, come originariamente previsto nel piano per l'emergenza rom». Lo ha annunciato il ministro dell'Interno Roberto Maroni al termine del vertice sulla cosiddetta «emergenza rom» che si è tenuto lunedì mattina in Prefettura a Milano. «Il campo rom di Triboniano verrà chiuso - ha affermato Maroni - e chi stava dentro e ha i titoli per restare in città avrà una sistemazione, escludendo l'utilizzo di case Aler (di edilizia residenziale pubblica, ndr) o nella disponibilità del patrimonio immobiliare del Comune».
«PER RISOLVERE PROBLEMI NON SE NE CREANO ALTRI - «E’ una scelta politica, di saggezza - ha detto il responsabile del Viminale -, che mette d’accordo le sensibilità di tutti, compresa quella di chi vuole l’assegnazione delle case popolari prima ai milanesi». La chiara allusione è a Lega e Pdl, che si erano opposti al piano «sfiduciando» l'assessore Moioli. La soluzione alternativa verrà trovata da Gian Valerio Lombardi, prefetto e commissario straordinario per l’emergenza rom. Secondo Maroni sarà comunque «facile» trovarla perché «siamo di fronte a solo 25 casi» (gli appartamenti, destinati al privato sociale, erano in tutto 25, ndr) e in ogni caso la linea adottata a Milano negli ultimi due anni per i rom è «un modello per tutta l’Europa». «Quando si vogliono risolvere problemi non se ne creano altri, ma si cerca una soluzione che metta d'accordo tutte le sensibilità», ha aggiunto Maroni. Per i rom che lasceranno il campo di Triboniano la soluzione è affidata «al grande cuore di Milano». «Sarà trovata una soluzione - ha sottolineato il ministro - che non susciti quelle reazioni negative - peraltro poco giustificate, ma che comunque abbiamo registrato - che rischiano di vanificare lo sforzo enorme che hanno fatto le istituzioni, in primo luogo il Comune, per dare una soluzione a una situazione grave».
UNO «STOP» AI ROMENI - «Proporrò al governo e al Parlamento che ci venga data la possibilità di espellere i cittadini comunitari se non hanno i requisiti previsti dalla direttiva europea del 2004», ha detto Maroni. Che ovviamente pensa ai romeni: ha infatti ... ricordato che questa innovazione legislativa è particolarmente urgente, visto che all'inizio del prossimo anno Paesi «come la Romania» sono destinati ad entrare nell'area Schenghen. Maroni sostiene la necessità di una nuova normativa per applicare concretamente nel territorio italiano quanto previsto dalla direttiva europea del 2004 che disciplina il soggiorno dei cittadini comunitari negli altri Stati membri dell'Unione europea. «Serve una innovazione legislativa che ho in animo di prendere - ha spiegato il ministro dell'Interno - per applicare concretamente gli obiettivi della direttiva europea del 2004».
VIA CHI NON GUADAGNA - Il principio che ispirerà l'intervento legislativo del Viminale è quello di trovare strumenti efficaci per allontanare tutti i cittadini che non hanno un reddito e un lavoro sufficienti per il proprio mantenimento e contemporaneamente garantire percorsi di accoglienza e integrazione con chi, avendo invece i titoli per restare, si impegna a rispettare le regole della convivenza civile. «Occorre un segnale netto - ha osservato Maroni - anche in vista di scadenze importanti, come l'allargamento dell'area Schengen alla Romania, e il sistema da predisporre sarà basato su due aspetti: il rigore, ovvero rimane soltanto chi è nelle condizioni per poter rimanere e rispetta le regole, e poi l'accoglienza e l'integrazione».
TRIBONIANO SARA' SMANTELLATO - Soddisfazione è stata espressa dal sindaco di Milano Letizia Moratti che pure, fino a qualche giorno fa, era orientata ad una soluzione diversa per le famiglie rom che saranno allontanate dal campo di Triboniano. Il sindaco ricorda le politiche del Comune volte non solo ad «azzerare i clandestini ma ad «alleggerire» i campi regolari: non rimane nel campo chi non manda i figli a scuola e chi commette reati. Chiudere il campo di Triboniano, come è stato ribadito oggi «è una decisione a favore dei cittadini milanesi che avranno maggiore sicurezza», sottolinea il ministro Maroni. «Oggi abbiamo confermato - è intervenuta la Moratti - una linea di estremo rigore, ma anche di umanità per le emergenze e le fragilità di chi ha diritto a rimanere». Dopo tante polemiche, il campo sarà smantellato se non entro la fine di ottobre, comunque al più presto. La nomina del prefetto Lombardi a commissario straordinario per l'emergenza rom durerà fino al 31 dicembre.
IL PD: MORATTI COMMISSARIATA - «Maroni si dimostra sempre meno un ministro e sempre più un capopopolo leghista. Nei fatti, col suo intervento sulle case a Rom a Milano, Maroni ha letteralmente commissariato la Moratti», afferma il deputato del Pd Enrico Farinone, vice presidente della Commissione Affari Europei. «Maroni sente odore di elezioni e così va giù duro contro il comune di Milano - continua Farinone -. Non solo commissaria la Moratti, ma sconfessa quanto disposto dall'assessore Moioli».
«NOI ANDIAMO AVANTI» - Preso atto delle dichiarazioni di Maroni, la fondazione Casa della carità, il Centro ambrosiano di solidarietà e il Consorzio Farsi Prossimo ribadiscono: «Continueremo a rispettare gli impegni presi così come da convenzione firmata lo scorso 5 maggio con Prefettura e Comune di Milano». La convenzione prevedeva, così come richiesto dal Comune di Milano, l’assegnazione di case popolari Aler escluse dalla disciplina e.r.p. (come da Deliberazione regionale del 5 agosto) al privato sociale: 15 appartamenti alla fondazione Casa della carità, 5 al Centro ambrosiano di solidarietà, 5 al consorzio Farsi Prossimo. Perciò i tre enti, «così come concordato con Prefettura e Comune attraverso il cosiddetto Piano Maroni», destineranno le case «a quelle fasce di popolazione connotate da particolari fragilità. Una categoria nella quale rientrano alcuni nuclei famigliari che abitano nei campi regolari di via Triboniano e via Novara». I tre enti sottolineano che «nei giorni scorsi 11 famiglie rom hanno già ottenuto l’assegnazione delle case con un atto ufficialmente firmato da Prefettura e Comune». «Il nostro lavoro proseguirà in questa direzione e con il consueto spirito di collaborazione. Qualora dovesse arrivare una comunicazione ufficiale nella quale verrà espressamente indicato di non assegnare le case alle famiglie rom, prenderemmo atto del mutato stato di cose e metteremmo in discussione la convenzione. Perché vogliamo operare, sia da un punto di vista culturale che sociale, senza mettere in atto forme di discriminazione», concludono i tre enti.
Fonte: Corriere.it