domenica 31 ottobre 2010

Il libro nero degli sprechi alimentari nel pattume il 3% del Pil italiano

Dai campi alla tavola quanto cibo finisce nel pattume? Con quello che gli italiani scartano ogni anno si potrebbero sfamare 44,5 milioni di persone, più o meno l'intera popolazione della Spagna. In fumo circa il 3% del Pil italiano. Il dato è contenuto nel "Libro nero dello spreco alimentare in Italia", presentato questa mattina a Bologna in occasione della conclusione delle giornate europee contro gli sprechi, promosse per iniziativa di Last Minute Market, spinn off della facoltà di Agraria dell’Università di Bologna per il recupero di cibo invenduto. Alla presentazione è seguita la premiazione delle iniziative antispreco, delle aziende e delle persone più attente al recupero. Riconoscimenti a don Luigi Ciotti, alla campagna "Porta la sporta" e all'azienda di Lecce "Made in carcere". Infine un pranzo per cinquecento persone, servito in piazza Maggiore e cucinato con quello che, in caso contrario, sarebbe stato buttato.
Il libro nero. Il dossier sugli sprechi, a cura di Luca Falasconi e Andrea Segrè per Last Minute Market, è il frutto di uno screening lungo tutta la catena agroalimentare: il 3% del prodotto interno lordo finisce nella spazzatura. E pensare che la speranza di innovazione del Paese vale complessivamente l'1% del Pil. In agricoltura il valore complessivo dello spreco alimentare annuale ammonta a 3.761.821.536 euro e più del 3,3% della produzione agricola italiana resta in giacenza sul campo. Il valore dello spreco alimentare che deriva dalla produzione industriale ammonta a ben 1.841.827.000 euro. La sola carne sprecata in Italia ogni anno ammonta ad un totale del 9% dello spreco totale (244.252 tonnellate): gestirla come rifiuto vuol dire sprecare circa 105 milioni di metri cubi di acqua, liberare circa 9,5 milione di tonnellate di anidride carbonica e depauperare le risorse di ben 7.920 ettari di terreno. Sul piano degli sprechi della distribuzione alimentare, si buttano 928.157.600 euro, una cifra che potrebbe sfamare 636.060 persone e far ricavare 580.402.025 pasti in un anno. In Italia, complessivamente, prima che il cibo arrivi nei nostri piatti, se ne perde una quantità che potrebbe soddisfare i fabbisogni alimentari di circa 44,5 milioni di abitanti, più o meno la ... popolazione della Spagna.
Anno europeo contro lo spreco. I lavori di Bologna hanno raccolto la sfida lanciata giovedì al Parlamento Europeo, a Bruxelles: "Se il 2010 è stato l'anno europeo della povertà, il 2011 deve essere l'anno europeo contro lo spreco alimentare". Lo ha affermato anche a Bologna il presidente della commissione agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro, impegnato per l'istituzione dell'anno europeo contro gli sprechi alimentari. Una specifica risoluzione sarà sottoposta nelle prossime settimane all'Assemblea plenaria del Parlamento Ue.
Premiato don Ciotti e "Porta la sporta". In mattinata sono stati consegnati i riconoscimenti della prima edizione del Premio "Non sprecare" curato da Antonio Galdo e ideato come sezione buone pratiche. Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, è il vincitore nella categoria "Il personaggio". Premiati per la categoria "Associazioni" la campagna nazionale "Porta la Sporta", promossa dall'associazione dei Comuni virtuosi italiani, e per la categoria "Aziende" la cooperativa sociale "Made in carcere" di Lecce, presieduta da Luciana Delle Donne.
Il pranzo contro lo spreco. Successo poi anche per il Pranzo contro lo spreco per 500, evento conclusivo delle Giornate, svoltosi nel Cortile d'onore di Palazzo D'Accursio. Cibi perfetti dal punto di vista, ma in origine destinati alla discarica.
Fonte: Stefania Paremggiani - Repubblica

sabato 30 ottobre 2010

Eurozona, disoccupazione al 10,1% a settembre Italia all'8,3%, tasso giovanile al 26,4%

Nei sedici Paesi che compongono l'area dell'euro il tasso di disoccupazione in settembre si è attestato a quota 10,1%, in leggero aumento rispetto al 10% di agosto. Lo rileva Eurostat, l'ufficio europeo di statistica. Un anno fa la percentuale dei disoccupati di Eurolandia era al 9,7%. Disoccupazione stabile, al 9,6%, invece nell'Unione Europea dove un anno fa era al 9,3%.
Il tasso per l'Italia è all'8,3%, rileva Istat. Cresce in modo più che consistente il tasso di disoccupazione giovanile, sotto i 25 anni di età, passato dal 25% di agosto al 26,4% di settembre. Per l'Eurozona è pari al 20% e per l'Ue 27 al 20,3%.
L'Europa. A settembre nell'area euro si sono contati 15 milioni 917 mila disoccupati, 67 mila in più rispetto ad agosto e 424 mila in più rispetto al settembre del 2009. In tutta l'Ue a 27 i disoccupati salgono a 23 milioni 109 mila, 71 mila in più da agosto e 656 mila in più rispetto a un anno prima.
Tra i vari paesi i livelli più elevati si sono registrati in Spagna (20,8%), Lettonia (19,4%), Estonia (18,6% ma sul secondo trimestre) e Lituania (18,2%), i più bassi invece in Olanda (4,4%) e Austria (4,5%).
L'Italia. Il tasso di occupazione a settembre è pari al 57%: risulta in crescita di 0,1 punti percentuali rispetto ad agosto e in riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Sulla base delle informazioni finora disponibili, il numero di occupati a settembre 2010 (dati destagionalizzati) aumenta dello 0,2% rispetto ad agosto e diminuisce dello 0,1% rispetto a settembre 2009.
Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni a settembre 2010 diminuisce dello 0,5% rispetto ad agosto e aumenta dell'1% rispetto a settembre 2009. Il tasso di inattività, pari al 37,9%, è in calo rispetto al mese precedente (-0,2 punti percentuali) e in aumento rispetto a settembre 2009 (+0,2 punti percentuali).
La polemica Bankitalia-governo. L'intervento del ministro dell'Economia Tremonti, che ieri ha sostanzialmente dato ragione alla Banca d'Italia sul calcolo 'allargato' del tasso di ... disoccupazione (che include anche scoraggiati e cassintegrati), sembrava aver chiuso la polemica tra via Nazionale e il governo. Ma oggi invece il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi torna sulla questione, ribadendo in un comunicato che "il tasso di disoccupazione, nei termini definiti da Eurostat, è l'unica misura impiegata in tutta Europa per identificare coloro che cercano attivamente un lavoro senza trovarlo e come tali meritano sostegni e servizi di accompagnamento", mentre "i cassintegrati, salvo poche eccezioni, non cercano un lavoro ma attendono di essere richiamati in azienda. Essi peraltro, come gli scoraggiati e i disoccupati, compongono una platea che complessivamente indica soprattutto un fabbisogno di interventi formativi per migliorare la occupabilità di queste persone inattive".
E, nel corso di una convegno della Luiss, polemizza con un cronista di RaiNews24 sulla questione: "Non si facciano forzature su un dato che è già importante, non usate i dati strumentalmente". Di fronte all'insistenza del giornalista, Sacconi ha risposto: "Lei dice stupidità. Il cassintegrato ha un rapporto di lavoro, e il lavoratore scoraggiato non cerca un lavoro perché ha perso la motivazione. Lei parla da militante e da ignorante". Successivamente il ministro si è detto dispiaciuto dei termini della discussione: "Lo chiamerò - ha detto Sacconi, riferendosi al giornalista di RaiNews - per trovare una civile ricomposizione, ma ribadisco che non si può affermare per tre volte che un cassintegrato è un disoccupato. Guai a noi a confondere".
Quanto al giudizio definitivo sui dati, Sacconi si conferma ottimista: "La periodica rilevazione Istat sulle forze lavoro conferma l'andamento, già evidenziatosi nel mese precedente, di un positivo incremento dell'occupazione e della partecipazione al mercato del lavoro", osserva.
Fonte: Repubblica.it

Regione Sicilia, la segretaria d'oro Busta paga da 200.000 euro l'anno

Può un dipendente di un gruppo parlamentare guadagnare più del deputato che assiste? All'Assemblea regionale sì. La mega busta paga da 190.306,60 euro lordi all'anno di una segretaria presto sarà sul tavolo del presidente Francesco Cascio che, dopo il buco da oltre 500 mila euro che si è registrato all'Udc per gli stipendi dei dipendenti e la richiesta da parte di quasi tutti gruppi di ripianare perdite per oltre un milione di euro, ha avviato un monitoraggio per conoscere nel dettaglio la spesa per i collaboratori.
E le sorprese non mancheranno perché tra i 78 assunti a tempo determinato (ai quali occorre aggiungere una quarantina di altri contratti a tempo) ci sono almeno sei buste paga che superano i 100 mila euro lordi all'anno. "Si tratta di privilegi che riguardano situazioni passate, vecchi contratti di persone vicine alla pensione, posso assicurare che queste cifre nei gruppi all'Ars non ci saranno più", dice il presidente dell'Ars che, dopo l'assunzione dei 78 avvenuta nel 2006 (e tra questi ci sono deputati stessi, figli di ex deputati, ex sindaci o assistenti attuali di ministri), esclude nuove assunzioni.
Di certo c'è che tra i dipendenti dei gruppi, personale che lavora al seguito di questo o quel deputato, c'è chi guadagna più di un onorevole. È il caso di una dipendente del Pdl, che costa al gruppo 190.306 euro all'anno. Ma come si arriva a questa cifra così elevata, visto che il contratto collettivo dei lavoratori dei gruppi prevede sì 15 mensilità, l'incremento del 10 per cento della busta paga ogni due anni e diverse indennità, ma non prevede certo queste cifre, dal momento che la paga media non supera i 50 mila euro lordi? Semplice: il rapporto tra dipendenti e gruppo è di natura privata e il capogruppo può, anche con elevata discrezionalità, riconoscere scatti, incrementi e premi. E il capogruppo che gli succede, per prassi, riconferma lo status quo. Così la dipendente in questione arriva a questa cifra grazie a una retribuzione ordinaria di 103 mila euro, alla quale occorre aggiungere tredicesima, quattordicesima e ... quindicesima (che sommate fanno 25.845 euro), 5 mila euro per festività, un altro scatto da 10 mila euro e poi contributi Inps, Inail e Tfr. Risultato? 190 mila euro, appunto.
E nell'area ex An ed ex Forza Italia questo non è l'unico caso: il gruppo Pdl si è trovato a pagare altri tre dipendenti con uno stipendio che varia da 103 mila euro a 142 mila euro lordi all'anno. Un caso analogo, di stipendio che tocca quota 100 mila c'è poi nel gruppo ex Udc e un secondo caso nel Pdl Sicilia. Se questi mega stipendi vengono sommati a quelli ordinari dei 78 stabilizzati e poi ai contratti fatti negli ultimi quattro anni dai vari gruppi, una cifra che oscilla dai 20 ai 40 stipendi, è chiaro che il sistema diventa economicamente insostenibile e tutti adesso bussano alla porta della presidenza dell'Ars per chiedere di avere ripianati i debiti: "Cercheremo di risolvere eventuali debiti per i lavoratori stabilizzati, ma non ci potranno essere più queste mega buste paga, anche se su contratti vigenti sarà difficile intervenire", dice Cascio che stoppa nuove assunzioni: "Ci sono una ventina di contratti a tempo storici, questo personale sarà assunto, ma non appena gli stabilizzati andranno in pensione". Nel 2006, infatti, la Presidenza ha dato via libera all'assunzione a tempo determinato tutti i lavoratori dei gruppi, 78 appunto: tra questi c'è il deputato nazionale Pippo Fallica, che risulta in aspettativa dal gruppo Pdl.
C'è poi il figlio dell'ex deputato Bartolo Pellegrino, Giuseppe o, ancora, l'ex sindaco di Terrasini, Antonio Randazzo e il capo della segreteria tecnica del ministro della Giustizia Angelino Alfano, Baldo Di Giovanni adesso in aspettativa. Tra i dipendenti dei gruppi, molti seguono infatti il deputato di riferimento, a volte anche senza mettersi in aspettativa. Comunque anche tra gli stessi dipendenti dei gruppi, c'è chi chiede maggiori regole: "Occorrerebbe rispettare quanto già accade al Senato, istituendo un ruolo unico a esaurimento per evitare che a ogni elezione, il nuovo capogruppo faccia contratti a piacere", dice Pietro Galluccio dipendente del gruppo Mpa.
Fonte: Antonio Fraschilla - Repubblica

Ue, Merkel e Sarkozy cantano vittoria rete di protezione per i debiti sovrani

Le linee generali del futuro governo economico sono decise. I capi di governo riuniti ieri a Bruxelles hanno confermato la loro determinazione di creare un «meccanismo permanente di gestione delle crisi» che dovrà costituire una rete di protezione per difendere i debiti sovrani dall'attacco dei mercati; hanno approvato il rapporto della task force dei ministri che delinea il funzionamento del nuovo patto di stabilità con sanzioni più dure e una molto più stretta sorveglianza sulle politiche economiche e di bilancio degli stati membri; hanno anche ceduto alla richiesta tedesca di una leggera modifica dei Trattati per dare base giuridica al salvataggio dei Paesi esposti ad un «rischio sistemico».
Quella che si apre ora, e che si dovrebbe concludere entro l'estate, è tuttavia la parte più delicata della partita, in cui si dovranno definire dettagli di cruciale importanza. Le questioni aperte sono molte. Come funzionerà il «meccanismo anti-crisi»? Di quanti fondi sarà dotato e come verranno raccolti? Potrà impedire una ristrutturazione del debito anche di grandi Paesi fortemente indebitati, come per esempio l'Italia? In che modo potrà coinvolgere anche «le istituzioni private», cioé banche e fondi di investimento, come chiede con insistenza la Merkel? Quale sarà il grado di «forte condizionalità» previsto per il suo funzionamento? La Commissione, che dovrà presentare proposte entro il
vertice di dicembre, si rifiuta di fare anticipazioni. Ma si può immaginare che il prossimo mese sarà denso di consultazioni frenetiche. Anche i dettagli del nuovo patto di stabilità sono tutti da definire.
Ieri si è deciso solo di rinviare la questione delle sanzioni politiche, chieste dalla Merkel, e di prendere in considerazione lo sforzo fatto dalla Polonia e da altri Paesi dell'Est per riformare il loro sistema pensionistico. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si è rallegrato che le nuove e più severe regole sul debito pubblico, «terranno in considerazione ... anche la finanza privata, quindi il risparmio delle famiglie, la solidità' del sistema bancario, il sistema pensionistico, la plusvalenza della bilancia commerciale»: tutti fattori che migliorano la posizione italiana.
Tuttavia di questo nelle conclusioni del Consiglio non c'è traccia. L'interpretazione di questi criteri dovrà essere definita, se verrà definita, da Consiglio e Commissione entro l'estate. Anche il ministro dell'economia, Giulio Tremonti, è ben consapevole della portata delle decisioni prese ieri. « Il «nuovo» patto di stabilità e crescita porta con sé una forte e progressiva devoluzione politica di poteri, dagli stati nazionali all'Europa» ha dichiarato ieri, riconoscendo però che, per l'Europa «i numeri della finanza pubblica non lasciano grandi spazi di manovra».
In attesa che si giochi la partita decisiva sui dettagli, tutti tornano a casa soddisfatti, perché nella genericità dei propositi tutti sono convinti di aver ottenuto qualcosa. La Merkel ha la mini-riforma dei Trattati. Sarkozy ottiene un ammorbidimento del meccanismo delle sanzioni. Zapatero può contare sulla conferma della rete di protezione costituita dal meccanismo anti-crisi. Berlusconi pensa di avere ottenuto un'interpretazione vantaggiosa del debito pubblico. Anche il primo ministro britannico Cameron è soddisfatto: ha ottenuto che i capi di governo supportino la sua idea di contenere l'aumento del prossimo bilancio della Ue al di sotto del 3%: la metà di quanto chiedevano Parlamento e Commissione.
Fonte: Andrea Bonanni - Repubblica

venerdì 29 ottobre 2010

Virtuoso fuori luogo

Ogni volta che vedete i roghi di Terzigno, prima di arrabbiarvi pensate a Vincenzo Cenname. Dopo vi arrabbierete molto di più. Cenname è un ingegnere ambientale, eletto sindaco di un Comune di duemila anime della provincia di Caserta, Camigliano. Alle spalle non ha né la destra né la sinistra, ma una laurea. Sulle spalle una testa. E dentro la testa un sogno: trasformare il suo borgo in una Svizzera col sole. Mette le luci a basso impatto energetico al cimitero e i pannolini lavabili all'asilo nido. Si inventa una moneta, l'eco-euro, spendibile solo in paese, con cui ricompensa i bambini che portano a scuola il vetro da riciclare. Giorno dopo giorno, senza alcun aumento dei costi, cattive abitudini inveterate si trasformano in comportamenti virtuosi, mentre la raccolta differenziata raggiunge percentuali scandinave.
E i luoghi comuni sul Sud immutabile e inemendabile? Rottamati dal sogno di un sindaco casertano che ha meno di quarant'anni. Ci si aspetterebbe la fila di notabili alla sua porta: la prego, ingegner Cenname, venga a insegnarci come si fa. Arriva invece una legge assurda che solo in Campania toglie ai Comuni la raccolta dei rifiuti per affidarla a un carrozzone provinciale. Il sindaco si ribella, sostenuto dall'intera popolazione, ma il prefetto segnala il suo caso al ministro Maroni. In dieci giorni il consiglio comunale viene sciolto e Cenname rottamato neanche fosse un mafioso. Da allora sono passati tre mesi, ma non lo sconforto per l'ottusità di uno Stato che per far rispettare una brutta legge ha sporcato quel po' di pulito che c'era.
Fonte: Massimo Gramellini - La Stampa

Trasporti liberalizzati, ci pensi un’authority

Le polemiche sulla effettiva possibilità di avviare un reale processo di liberalizzazione in settori, come quello del trasporto ferroviario, fino ad ora regolati e gestiti in regime di sostanziale monopolio, dimostrano quanto in Italia la politica sia stata, in questi anni, lontana dai problemi concreti di un paese moderno ed evoluto politicamente, socialmente ed economicamente. Mentre l’Assemblea nazionale del Pd approvava il Documento sulla mobilità e i trasporti, esplodeva in tutta la sua violenza verbale sui giornali e piombava con forza nei palazzi della politica e dell’ economia imprenditoriale lo scontro tra Luca Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore ferroviario prossimo competitor di Trenitalia sulle tratte ferroviarie di alta velocità, e Mauro Moretti, amministratore delegato Fs che controlla la società di trasporto ferroviario Trenitalia e la società di gestione e manutenzione delle infrastrutture e della rete, Rfi.
Montezemolo, e insieme a lui il suo socio Della Valle con ancora maggior virulenza, ripropone una questione dirimente che per troppo tempo non si è voluto affrontare e che, se non risolta, rischia di affondare qualsiasi politica di liberalizzazione nel comparto del trasporto ferroviario: il rapporto tra controllore e controllato, tra regolatore e utilizzatore, nella procedura di richiesta e di concessione delle cosiddette “tracce ferroviarie”. Ad oggi la competenza di ricevere le richieste, di valutarle nella loro corretta applicazione della normativa e del rispetto degli obblighi previsti, nonché la potestà di concederle, è competenza assoluta di Rfi, società del gruppo Fs al pari di Trenitalia che da questa particolare situazione potrebbe ricavare un indubbio vantaggio competitivo nei confronti di Ntv, che si approssima a presentarsi come suo unico concorrente nel servizio di trasporto passeggeri ad alta velocità.
Il documento del Pd registra questa situazione, ne sottolinea l’importanza e, recuperando il ritardo causato da precedenti timidezze politiche nell’approccio e genericità concettuali nella proposta, individua finalmente un itinerario risolutivo che va necessariamente percorso: l’istituzione di una autorità indipendente che vigili sui processi di liberalizzazione e privatizzazione che stanno interessando il settore dei trasporti, che garantisca l’accesso alle infrastrutture e che tuteli l’iniziativa di nuove imprese nella gestione delle reti.
Nel nostro paese la nuova autorità, che dovrebbe avere funzioni diverse da quelle dell’Antitrust, dovrebbe garantire a tutti uguali modalità nell’accesso alla rete e alle ... infrastrutture in un ottica di sicurezza e di parità trattamento e di condizioni di utilizzo. Nello specifico alla nuova autorità dovrebbero andare tutte quelle competenze, oggi in capo a Rfi, che riguardano l’affidamento delle tracce e la gestione della circolazione, completando così il percorso iniziato con la creazione dell’Autorità per la sicurezza ferroviaria. Tale processo permetterebbe all’ex monopolista Fs di non essere più percepito, attraverso Trenitalia, come un competitor che mantiene una posizione di egemonia commerciale non dovuta alla sua capacità di fornire, in competizione, un servizio più efficace e puntuale a tariffe concorrenziali.
Rfi continuerebbe a essere parte integrante di Fs, conservando il consolidato diritto ai ricavi derivanti dalla vendita delle tracce e dalla capacità di implementare, in proprio o in collaborazione con altre strutture non necessariamente Fs, le iniziative proprie del suo core-business nel mercato nazionale e internazionale. La separazione degli interessi indiretti di Rfi da quelli di Trenitalia ottenuta con il trasferimento della competenza sulle tracce orarie ferroviarie a una authority dedicata consentirebbe, inoltre, di avere la necessaria chiarezza sull’utilizzo degli investimenti pubblici destinati alla infrastruttura ferroviaria. La istituzione di una autorità indipendente responsabile di tale funzione di garanzia ci assicurerebbe, altresì, una semplificazione dei rapporti istituzionali all’interno dell’intero comparto del trasporto ferroviario.
A livello europeo la riflessione avviata non può, e non deve, trascurare l’esistenza di alcune palesi contraddizioni in seno alle politiche trasportistiche dei singoli paesi, alcuni dei quali hanno già manifestato precisi interessi, ed avviato concretamente le relative iniziative, nei confronti del mercato ferroviario interno italiano. Gli stessi paesi che, di contro, oppongono forti e strumentali resistenze ad analoghe iniziative di imprese italiane sul loro territorio. La prima e più importante contraddizione da denunciare riguarda il “diritto alla reciprocità”, principio non troppo praticato da altri paesi dell’Unione europea in applicazione vetero-nazionalistica di prassi industriali ai limiti del protezionismo.Il primo atto che il nostro governo dovrebbe compiere, a tutela delle nostre imprese ferroviarie, dovrebbe essere quello di chiedere alla Commissione europea di verificare con attenzione se e come nei paesi comunitari si mettano in atto comportamenti che pregiudichino o impediscano l’ingresso di altre imprese non nazionali nel proprio territorio e di attivarsi per affermare concretamente il principio di reciprocità.
Il passo successivo dovrebbe essere quello dell’avvio di una compiuta discussione sui cosiddetti “contratti di servizio universale”, sulle modalità di affidamento e di gestione dei singoli contratti e sul livello di qualità dei servizi offerti; livello che dovrebbe essere quello ritenuto minimamente necessario e che dovrebbe andare anche oltre la loro maggiore, minore o del tutto inesistente “profittabilità”.
Fonte: Alberto Tanzilli - Europa

Bersani: "Basta, il governo vada a casa con Lodo Alfano e singolari abitudini"

"Non possiamo perdere tempo per il Paese tra questioni esoteriche come il lodo Alfano e questioni che portano al centro le singolari abitudini del premier. Il Paese non ha una guida politica. Io rivolgo un appello: andate a casa, chiudiamola li, qualcuno stacchi la spina per il bene del Paese". Senza giri di parole il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, attacca il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, presentando alla Camera la mozione sulla riforma fiscale del Pd.
"Abbiamo il diritto di chiedere che il Presidente del consiglio sia in grado di garantire sobrietà e dignità" alla carica che ricopre, aggiunge Bersani. "Vorremmo riportare il paese con i piedi per terra - incalza il segretario del Pd - so anche io però che siamo tutti i giorni impegnati dalle singolari esperienze esistenziali del presidente del Consiglio o dal Lodo Alfano".
Insomma, "Berlusconi 'statista' dovrebbe staccare la spina perché si dovrebbe rendere conto della situazione del paese e del fatto che i gradi di tensione stanno salendo. Oppure lo faccia qualcun altro che ha senso di responsabilità. Sul dopo, vedremo: c'è la Costituzione, c'è un presidente della Repubblica, c'è il Parlamento, vedremo che cosa si può fare per aprire una fase nuova". Così il segretario Pd incalza il governo chiedendone le dimissioni e ipotizzando un esecutivo tecnico.
Poi ancora, sulle ultime vicende che vedono coinvolto il premier. "Se ha tanto buon cuore - ironizza sulla telefonata partita da Palazzo Chigi per lasciare andare la ragazza marocchina mentre era in stato di fermo - in queste ore ci sono migliaia di persone fermate per furti... Li lascia abbandonati così?". "Stiamo sempre tra questioni esoteriche legate al Lodo Alfano e queste singolari abitudini del Presidente del Consiglio", dunque il governo "si deve dimettere", "andate a casa, chiudiamola lì, vediamo se c'è un altro percorso perché il Paese ha problemi seri". "Sono preoccupato per la situazione economica e finanziaria del Paese e anche per il grado di tensioni che si possono sviluppare"
Fonte: Repubblica.it

Nazareno, fortino assediato?

Quel 24,2 per cento al quale l’Ipsos di Nando Pagnoncelli ha inchiodato il Partito democratico martedì sera davanti alle telecamere di Ballarò non è stato certo un buon segnale per Bersani. Dal canto suo, il segretario può contare su un indice di gradimento personale tutto sommato soddisfacente (nettamente davanti a Berlusconi, Casini e Di Pietro, ma dietro a Tremonti, Montezemolo, Vendola e Fini), ma questo non basta certo a placare i più critici sulla sua linea.
A dire il vero, la minoranza – il Movimento democratico – non affonda il colpo più di tanto: Stefano Ceccanti nota che «siamo a percentuali da Ds», Beppe Fioroni invita a non essere «ossessionati da quei consensi che alla nostra sinistra si frammentano e non si ampliano », sostenendo che comunque «per fare questo non è mai troppo tardi». Anche Marco Follini, che pur essendo critico con l’attuale linea del Pd non è tra i “75”, ritiene «evidente che la spinta a sinistra non fa lievitare il consenso del Pd».
I franceschiniani di Area democratica si chiudono a riccio attorno al segretario, anche se al loro interno qualche malumore c’è, per il ritardo in alcune nomine di vertice concordate con il segretario. Più critico è Antonello Soro, che chiede un «generoso rinnovamento della classe dirigente del partito».
In fin dei conti, però, Bersani non può certo contare su un clima interno particolarmente sfavorevole. Ad agitare le acque, semmai, è la premiata coppia Renzi-Civati, impegnata a promuovere l’iniziativa fiorentina del 5-6-7 novembre e per questo poco esitante nell’attaccare la dirigenza da «rottamare ». Alle polemiche sul presunto spostamento di data dell’assemblea dei circoli per coprire l’appuntamento di Prossima fermata: Italia, il Nazareno preferisce non rispondere, pur spiegando in maniera informale che non c’è stato alcuno slittamento e che quella del 6 novembre era la prima data utile dopo i congressi di circolo e provinciali previsti per ottobre. Problema risolto? Tutt’altro.
Perché se sui giornali il Pd finisce (quasi) solo per le polemiche interne, se il nocciolo duro democratico si rafforza (ieri una rilevazione Swg segnalava una crescita dei favorevoli alla nascita del partito tra gli iscritti) mentre i possibili elettori continuano a diminuire, se la spinta riformista di Varese sembra essersi già esaurita, qualcosa che non va ... c’è ancora. Al Nazareno riconoscono una difficoltà oggettiva nei rapporti con il mondo del giornalismo e della cultura più in generale (i firmatari “di sinistra” del Manifesto di ottobre rappresentano un altro sintomo). Il Pd non è percepito come il grimaldello in grado di scardinare una volta per tutte il berlusconismo dal paese e questa impressione viene trasmessa agli elettori che, non a caso, si spostano verso i lidi dell’antipolitica e del “movimentismo” vendoliano o guardano dall’altra parte, verso soluzioni terziste, di matrice finiancasiniana o perfino montezemoliana.
Per questo, Bersani nel corso della campagna d’autunno del partito insisterà, come già ha iniziato a fare in questi giorni, sulla «indispensabilità» del Pd nella costruzione di un’alternativa a Berlusconi. Provando anche a riempire di contenuti la proposta del partito: oggi alla camera il segretario e il capogruppo torneranno sulle proposte di riforma fiscale già approvate a Varese; al contempo, a Rosarno, si apre una due-giorni dedicata al tema della legalità.
Con i tre fine settimana novembrini di porta a porta si cercherà poi di bypassare i media per parlare direttamente agli italiani.
Se nemmeno quello basterà a risollevare i consensi, per il Pd (e per Bersani in primo luogo) il problema si farà più serio, soprattutto se dovesse avvicinarsi l’appuntamento con le urne.
Fonte: Rudy Francesco Calvo - Europa

Le minipensioni dei parasubordinati Avranno appena il 36% del reddito

Lo spettro è quello dell'assegno sociale, oggi pari a poco più di 400 euro, che l'Inps eroga ai bisognosi. Molti giovani lavoratori atipici, se non escono dalla trappola della precarietà, rischiano di avere questo sussidio invece della pensione. La questione della previdenza dei parasubordinati è arrivata la scorsa settimana in Parlamento e finisce oggi in piazza. L'Italia dei Valori, primo firmatario il capogruppo Felice Belisario, ha presentato in Senato un'interrogazione urgente ai ministri del Lavoro e dell'Economia, Maurizio Sacconi e Giulio Tremonti. Nella richiesta di chiarimenti al governo il partito fa riferimento ad una frase attribuita al presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, che con una battuta avrebbe reso l'idea del problema: «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale». Quale che sia la verità, questa mattina, invece, il Nidil-Cgil, sindacato dei lavoratori atipici, ha organizzato una iniziativa davanti all'Inps di Roma Centro, a piazza Augusto Imperatore, insieme al patronato Inca e al dipartimento giovani della stessa Cgil. A fare i conti saranno gli esperti del sindacato, spiega la confederazione guidata da Guglielmo Epifani.
È evidente che, soprattutto per i collaboratori (prima co.co.co. e poi co.co.pro.) che hanno cominciato nel 1996, quando fu istituita la speciale gestione presso l'Inps, e che non riescono a trovare un posto fisso il futuro riserva una pensione da fame. Nei primi anni della gestione, infatti, ai parasubordinati senza altra copertura previdenziale pubblica si applicava un'aliquota contributiva del 10-12%, poi salita gradualmente fino al 26,72% in vigore dal primo gennaio 2010. Essendo i redditi di questa categoria di lavoratori generalmente bassi e discontinui (tra un contratto e l'altro passano mesi) è chiaro che col metodo contributivo, integralmente applicato a tutti coloro che hanno cominciato a lavorare dopo la riforma Dini, sarà difficile maturare una pensione superiore all'assegno sociale (oggi 411 euro al mese). Nel frattempo, però, il paradosso è che con i contributi che i parasubordinati versano al loro fondo Inps, in attivo di oltre 8 miliardi (perché finora incassa solo ed eroga pochissime presta) si pagano le pensioni alle categorie che non ce la farebbero con i soli versamenti dei loro ... iscritti, dai dirigenti d'azienda ai lavoratori degli ex fondi speciali: telefonici, elettrici, trasporti.
Per fortuna le prospettive previdenziali migliorano per i parasubordinati che hanno cominciato a lavorare in questi ultimi anni (l'aliquota era per esempio salita già al 23,5% nel 2007), ma la possibilità di raggiungere una pensione dignitosa dipende fondamentalmente dal reddito percepito durante gli anni di lavoro e dalla sua continuità (e per questo le donne sono svantaggiate). In ogni caso, l'assegno sarà in proporzione sempre inferiore a quello di un lavoratore dipendente, che paga il 33% di contributi. Insomma le variabili sono troppe, spiega l'Inps, senza contare che di regola la condizione di parasubordinato non è a vita e quindi non avrebbe senso, continua l'istituto, stimare la pensione su pochi anni di contribuzione da parasubordinati.
Il problema è davvero serio per chi non riesce ad uscire dalla precarietà. La crisi aggrava il fenomeno. Il vicedirettore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, in un recente intervento al convegno di Genova della Confindustria ha osservato che «solo un quarto circa dei giovani tra 25 e 34 anni occupati nel 2008 con un contratto a tempo determinato o di collaborazione aveva trovato dopo 12 mesi un lavoro a tempo indeterminato o era occupato come lavoratore autonomo, mentre oltre un quinto era transitato verso la disoccupazione o era uscito dalle forze di lavoro».
Se l'Inps non fornisce previsioni sulle pensioni dei parasubordinati, altri lo fanno. Filomena Trizio, segretaria generale del Nidil-Cgil, spiega che i suoi uffici hanno elaborato due esempi. Il primo riguarda un parasubordinato che ha cominciato nel '96 e il secondo uno che comincia nel 2010. Per entrambi si ipotizza che tra un contratto e l'altro ci sia circa un mese di non lavoro all'anno, che restino in attività per 40 anni, che abbiano una retribuzione iniziale di 1.240 euro al mese e che vadano in pensione a 65 anni. Il primo, quello svantaggiato da contribuzioni iniziali più basse, avrebbe una pensione pari al 41% dell'ultimo reddito, cioè 508 euro al mese, il secondo al 48,5%, ovvero 601 euro. «Per arrivare a un tasso del 60% - dice Trizio - bisogna ipotizzare che questi collaboratori dopo i primi 5 anni diventino dipendenti». Infine, va considerato che questi lavoratori, dati i bassi compensi che mediamente ricevono, non hanno di solito le risorse per farsi una pensione complementare. Col patto sociale sottoscritto col governo Prodi, ricorda Trizio, «era stato sancito l'impegno di garantire alle carriere lavorative discontinue un tasso di sostituzione del 60%, ma con questo governo non se n'è fatto nulla». Anche secondo Maurizio Petriccioli, segretario confederale della Cisl, bisogna «rafforzare la contribuzione figurativa per i periodi non lavorati a fronte di disoccupazione, maternità e lavoro di cura familiare».
Stime più favorevoli provengono invece da Progetica e dal Cerp. La prima, società di consulenza specializzata nella finanza personale, ha fatto alcune elaborazioni per il supplemento Pensioni del CorrierEconomia del 29 marzo scorso. Si ipotizzano tre parasubordinati che abbiano cominciato a lavorare a 25 anni: il primo 10 anni fa, il secondo 5 e il terzo nel 2010. Tutti e tre si prevede che arrivino a fine carriera con un retribuzione lorda di 36 mila euro. La loro pensione, secondo Progetica, oscillerà da un minimo del 36% dell'ultimo stipendio, in caso di ritiro a 63 anni, a un massimo del 62% per il giovane che comincia adesso e va in pensione a 65 anni (il 55% invece per chi ha cominciato 10 anni fa). Per le donne, che in media guadagnano un po' meno e hanno periodi di non lavoro maggiori (soprattutto in caso di maternità) le stime sono un po' più basse: tra il 36 e il 57% dell'ultima retribuzione.
A conclusioni simili arriva anche uno studio del 2008 del Cerp, il centro di ricerche sulla previdenza diretto da Elsa Fornero. Il tasso di sostituzione oscillerebbe infatti il 49 e il 53% ritirandosi a 60 anni, rispettivamente dopo 35 e 40 anni di attività. Ma la ricerca del Cerp è interessante soprattutto perché giunge alla conclusione che, in media un parasubordinato perde, rispetto a un lavoratore dipendente che paga il 33% di contributi, tra l'uno e l'uno e mezzo per cento all'anno sull'importo della pensione.
Fonte: Enrico Marro - Corriere della Sera

Cercansi docenti a contratto Salario: 1 euro al mese. Lordo

"PER OVVIARE ai tagli e pagare le supplenze". Non si tratta di uno scherzo. Anzi. Quella contenuta nel decreto ministeriale del luglio 2008 "Criteri e modalità per il conferimento da parte degli Atenei di incarichi di insegnamento gratuiti e retribuiti", è una disposizione seria. Pensata nel 2008, apposta per ovviare ai tagli già calendarizzati a due anni dopo, la legge prevede che le università, in totale autonomia, possano scegliere di coprire i "buchi" del sistema universitario italiano (posti vacanti, tagli ai corsi di laurea e al personale, sciopero dei ricercatori), assegnando per contratto "consulenze" a professionisti del lavoro, chiamati a tenere corsi "specializzati". Così, ad insegnare in quei corsi di laurea che sono stati cancellati tra il 2009 e il 2010 dalla riforma Gelmini sull'università e per ovviare ai tagli all'istruzione, che non permettono di pagare i supplenti precari, le Facoltà d'Italia assumono con contratti simbolici di un euro.
Bandi aperti in tutte le facoltà. La quota massima di docenti esterni prevista dal decreto è pari al 23 per cento del totale dei professori ordinari di ogni facoltà. Così, nell'Ateneo di Pisa, 15 insegnamenti di Lettere e Filosofia sono stati nuovamente emanati il primo settembre solo grazie a delle assunzioni a costo zero. Lo stesso è avvenuto per Scienze del Turismo, il Polo dei sistemi logistici e l'Accademia Navale di Livorno. Per un totale di 170 professori esterni su 224 di ruolo all'università di Pisa. Ma alla lista si aggiungono molti altri Atenei d'Italia che, contro i tagli, hanno aperto nuovi bandi per i posti di docenti con incarico gratuito: La Sapienza, Tor Vergata, L'Università di Bologna, quella di Milano, quella di Torino e anche quella di Cagliari. Qui il bando chiuderà il 3 novembre. Ecco perché c'è già un gran fermento.
Precari vs professionisti. Nonostante il decreto preveda che "l'attività svolta non dà luogo a diritti in ordine all'accesso nei ruoli delle università", le docenze fanno curriculum. E collezionarne a più non posso conviene, soprattutto ai precari. Che urlano allo scandalo ma che, pur di lavorare, ottenere titoli e 'fare punteggio', sono disposti a stringere i denti e insegnare gratis. In aperta competizione con i professionisti, che, rispetto ai docenti precari e ai ricercatori semplici hanno una marcia in più: "Per molti di loro - spiega Aldo Maria ... Morace, preside della facoltà di Lettere all'Università di Sassari e professore di Letteratura italiana - 300 euro in più o in meno non fanno la differenza. Così, si è scelto di dare 1 euro a titolo simbolico e per l'assicurazione".
"E' l'unico modo per tenere aperti alcuni corsi". Gli studenti invece ringraziano, a modo loro. Perché "assumere docenti-professionisti che lavorano gratis - continua Morace - è l'unico modo per mantenere aperti quei corsi che non esistono più ma che centinaia di studenti vorrebbero seguire perché previsti dai loro piani di studio o per ovviare all'assenza di ricercatori, ora in sciopero. Questo perché, a causa dei tagli, qui in Sardegna come altrove, non siamo più in grado di pagare le supplenze". A Cagliari infatti, l'anno scorso, ha chiuso un corso "metodi e tecniche per il servizio sociale" e per riaprirlo, l'Università di Sassari ha dovuto 'assumerè a titolo gratuito degli assistenti sociali. La stessa cosa è avvenuta anche per altri corsi di laure. Il primo, datato 29 settembre 2010, riguarda gli insegnamenti vacanti di "Tecnologie per l'istruzione", il secondo, del 7 ottobre, fa riferimento alle materie di "Informatica umanistica" e "Archeologia medievale". Per tutti questi corsi, Cagliari ha aperto un bando di concorso. Lo stipendio dei vincitori: 1 euro lordo.
"Siamo come la Slovacchia". Ma quella contenuta nel decreto del 2008 non è la soluzione giusta. "A lungo andare - conclude Morace - tutto questo peserà sulle spalle dei docenti e ricercatori precari d'Italia. Quello che sta succedendo in tutte le università della Penisola è un sintomo. Il vero problema è che siamo gli ultimi in Europa con la Slovacchia. Investiamo solo lo 0,82 del Pil in istruzione di contro a una media europea dell'1 e 80. Questo è quello di cui dovrebbero parlare i ministri".
Fonte: Giulia Cerino - Repubblica

Draghi lancia l'allarme disoccupati: e Tremonti ora è d'accordo con lui

Mario Draghi
Per rilanciare i consumi e quindi la crescita «la condizione del mercato del lavoro è il tema centrale». A dirlo, nel suo intervento alla Giornata mondiale del risparmio, è il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, che torna sul tema del vero livello degli occupati: «si calcola per l'Italia un tasso di sottoutilizzo superiore all'11% delle persone potenzialmente occupabili - dice il governatore conteggiando anche la Cig e i lavoratori scoraggiati - come in Francia , più che nel Regno Unito e in Germania». E questa volta l'allarme del governatore di Bankitalia trova una sponda proprio in colui che finora aveva respinto le tesi di Draghi giudicate eccessivamente ansiogene, vale a dire il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. «Nella espressione che è stata fatta oggi» sul tasso di disoccupazione «c'è assoluta condivisione con il governatore Draghi, sono stati rimossi gli equivoci» ha spiegato Tremonti. Il titolare di via XX settembre, però, si chiede di che «tipo di lavoro» si parla. Citando una statistica di secondo cui in Italia «esistono 400.000 posti di lavoro che non vengono accettati» spiega che tanti rispondono «no, grazie» a lavori come «l'infermiere, il meccanico, il sarto, l'apprendista».
MERCATO DEL LAVORO - «La condizione del mercato del lavoro - ha sottolinea ancora Draghi - è il tema centrale, da analizzare guardando a tutti gli indicatori e a tutte le buone fonti informative disponibili. Tra il secondo trimestre del 2008 e il quarto del 2009 il numero di occupati - ha detto Draghi - si è ridotto in Italia di 560.000 persone, in gran parte appartenenti a quell'area che include i contratti di lavoro a tempo determinato e parziale e il lavoro autonomo con caratteristiche di lavoro dipendente occulto; nel primo semestre dell'anno in corso si è registrata una debole ripresa, con 40.000 occupati in più». «Come in altri paesi europei- prosegue il governatore di Bankitalia - le conseguenze della recessione sono state attenuate dall'ampio ricorso a strumenti di riduzione degli orari di lavoro. Da settembre 2008... ad agosto 2010 sono state complessivamente autorizzate oltre 1.800.000 ore di Cassa integrazione guadagni (Cig), che equivalgono al lavoro di circa mezzo milione di occupati dipendenti a tempo pieno ogni anno; sin dalle prime fasi della crisi il governo ha esteso la platea dei potenziali beneficiari. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto l'8,5 per cento delle forze di lavoro, fra le quali sono inclusi anche i lavoratori in nero».
BANCHE E POLITICA - Non sono accettabili ingerenze della politica nelle banche, perchè l’Italia non può tornare indietro di vent’anni ha spiegato successivamente Draghi, secondo cui «L’esperienza italiana delle banche pubbliche è viva nella nostra memoria. Certi rapporti fra gruppi economici locali, banche pubbliche e politica si sono dimostrati alla lunga esiziali per le banche, deleteri per il costume civile. La crescita del territorio - ha sottolineato Draghi - ne è stata in più casi frenata, anziché favorita. Da queste logiche - ha aggiunto il governatore alla giornata mondiale del risparmio - siamo usciti, con grande e consapevole sforzo, vent’anni fa; altri Paesi guardano ora all’esperienza italiana. Nessuno vuole tornare indietro».
COORDINARE POLITICHE ECONOMICHE EUROPEE - «L'Italia - ha sottolineato ancora Draghi - ha affrontato la crisi con un disavanzo pubblico ancora prossimo al 3% del pil e con un debito pubblico in lenta riduzione ma alto nel confronto internazionale. La reazione alla crisi è stata prudente, la ripercussione sui conti pubblici minore che negli altri Paesi avanzati anche per l'assenza di salvataggi bancari». «Alla crisi che nei mesi passati ha colpito l'area dell'euro i paesi hanno risposto individualmente, con politiche di bilancio volte a contenere il rischio sovrano, impedendo il contagio; collettivamente, con la creazione di nuove istituzioni e regole. Da questa manifestazione di cooperazione, di solidarietà, di fermezza, l'euro - ha spiegato Draghi - ha ricevuto solidità. Il processo, pur non concluso, dimostra che i paesi con le istituzioni più deboli non riescono da soli a risolvere i loro problemi di politica economica».
TREMONTI E LA DOPPIA ALIQUOTA - Al termine dell'intervento di Draghi Tremonti si è soffermato su una possibile novità di tipo fiscaleche potrebbe riguardare il sistema bancario. «Un'idea per le banche - ha detto Tremonti - è quella di avere due aliquote, una più bassa per la proprietà industriale e commerciale delle banche e una più alta per le attività finanziarie».
Fonte: Corriere.it

Anche la Lega inghiottita dalla palude di Berlusconi

A via Bellerio, quartier generale del Carroccio, il campanello d’allarme è suonato negli ultimi giorni: per la prima volta dopo oltre un anno di crescita inarrestabile anche il “fenomeno” leghista, dopo un mese di stallo, è entrato in crisi. Non è solo il clamoroso dato della Swg che, in una rilevazione per Affaritaliani, segnala una flessione dell’1,5 per cento del Carroccio. Appena qualche giorno prima, anche la Lorien consulting indicava un trend simile: a livello nazionale c’è una Lega che tiene, ma con prime punte di flessione nel Veneto, dove dal 35,2 delle ultime regionali la Lega – primo partito – ha perso un punto, scendendo al 34,3.
Elezioni anticipate, respirazione artificiale all’attuale maggioranza con i finiani di Fli. Che fare? Per la prima volta in tanti anni di alleanza con Berlusconi la Lega, da burattinaia che tiene in ostaggio coi suoi numeri parlamentari il Cavaliere, è diventata lei ostaggio del premier.
Non della sua iniziativa ma, al contrario, dei suoi tentennamenti, della sua indecisione politica. Perciò la Lega è ferma e ferma resterà almeno fino alla metà di dicembre.
La lenta caduta di Silvio Berlusconi, dopo aver terremotato il Pdl le cui fratture interne aumentano e si approfondiscono nonostante la fuoriuscita di Fini, sta cominciando a travolgere anche la Lega che finora gongolava per la crisi del Popolo della libertà e navigava vittoriosa con il vento in poppa.
Il combinato disposto dello stallo dell’azione di governo – impantanato nelle sabbie mobili della trattativa sul salvacondotto giudiziario del Cavaliere – e degli scontri che si consumano nel Carroccio sta producendo i primi, visibili danni sul partito di Bossi, chiave di volta che tiene in piedi la maggioranza con il Pdl e Fli.
Sono ormai sotto gli occhi di tutti i contrasti, gli scontri, le guerre aperte all’interno della Lega del Veneto, in quella della Lombardia, ma anche tra i leghisti veneti e lombardi, commissariamenti in Liguria e in Emilia Romagna (con tanto di scissioni verso Fli), scontri tra i colonnelli della vecchia guardia bossiana del calibro di Bobo Maroni e Calderoli, lotta serrata tra i “vecchi” e la nuova generazione dei governatori Zaia e Cota, dei sindaci ... alla Tosi piuttosto che del rampante Marco Reguzzoni, il nuovo astro leghista ipercoccolato da Bossi.
La mappa dei conflitti interni al Carroccio si arricchisce ogni giorno di nuovi punti di crisi. In Veneto Flavio Tosi, sindaco di Verona, si scontra da settimane con il segretario “nazionale” della Lega veneta Gianpaolo Gobbo mentre a Treviso il senatore Stiffoni è arrivato a chiedere, in una furiosa polemica con Gentilini, la testa e l’espulsione del capopopolo leghista trevigiano. Durissima è stata la polemica tra i leghisti veneti e la Lega “centrale”, quella dei ministri al governo a Roma, sulle poltrone delle fondazioni bancarie.
In Lombardia l’epicentro della crisi è Varese, feudo di Roberto Maroni, da mesi sotto duro attacco da parte di Reguzzoni, ora presidente dei deputati del Carroccio ed ex segretario provinciale del varesotto, che chiedeva il commissariamento della Lega locale in polemica con il ministro dell’interno. Un conflitto solo apparentemente locale, dietro il quale però era in gioco molto di più: il potere di Maroni nella Lega. Alla fine Bossi ha acconsentito all’idea di rinviare l’elezione del nuovo segretario: ma per settimane ha lasciato che Reguzzoni cannoneggiasse Roberto Maroni senza alzare un solo dito.
Il ridimensionamento di Maroni, del resto rientra in una precisa azione di calmieraggio di Bossi che ha visto crescere troppo (fisso al secondo posto nei rilevamenti sugli indici di fiducia dei membri del governo), il suo ministro dell’interno. Mentre lui, il Senatùr, va a picco e Calderoli, avversario storico di Maroni, è precipitato al quattordicesimo posto parimerito con Giorgia Meloni.
«Io sono immortale», scherza Bossi. Ma le condizioni del vecchio leone non paiono esattamente smaglianti. Se nel Pdl è vietato parlare del dopo-Berlusconi, chi osa accennare al dopo-Bossi nella Lega rischia la lapidazione. Ma dietro le odi al leader carismatico, anche nella Lega la situazione ribolle.
Maroni si tiene sempre alla larga dai vertici di Arcore: «Mi occupo di frodi e non di lodi. Il lodo Alfano non è l’ombelico del mondo», dice il ministro dell’interno collezionista di teste di mammasantissima latitanti di mafia, camorra e ‘ndrangheta. L’opposto di Calderoli che invece straparla su tutto, getta ponti a destra (Fli) e a manca sul federalismo (Pd) e il cui nome spunta ovunque, dal caso Credieuronord al pasticcio della nomina a ministro di Brancher.
La Lega, insomma, aveva già i suoi guai.
Ci mancava la paralisi di Berlusconi, che ora ha colpito anche il Carroccio. «Ormai è chiaro che fino alla sentenza della corte costituzionale del 14 dicembre sul legittimo impedimento, Berlusconi resterà immobile. E noi con lui – dicono alla Lega – poi chissà. Può accadere tutto. Oppure nulla». Proprio così.
Fonte: Francesco Lo Sardo - Europa

Almeno su una cosa Sergio Marchionne ha ragione.

Almeno su una cosa Sergio Marchionne ha ragione. È quando dice che le reazioni alla sua intervista «prescindono da quello che ho davvero detto in tivù».È proprio così che succede,e non solo a lui. Si commenta la frase, il lancio d' agenzia, si commentano i commenti degli altri. Interessa il contesto, non il testo. Di quasi mezz' ora di intervista, si coglie il frammento che può diventare titolo di giornale. A volte è appena un inciso, a volte (come in questo caso) un passaggio significativo, ma per nulla esauriente, di mezz' ora di conversazione. Succede quasi ovunque e quasi sempre. Ai congressi di partito, dove la frase acidula di un leader ruba la scena a giornate intere di lavoro. Nelle (allucinanti) teorie di interventi polemici contro programmi non visti o addirittura ancora inediti (vedi Saviano), contro autori mai letti, su situazioni mai conosciute, ma a proposito delle quali si considera obbligatorio dire qualcosa per diventare a propria volta "notizia". E inesorabilmente, dichiarazione dopo dichiarazione, perfino la frasetta rubata (già in sé materiale precario) si trasforma in altro, come nel gioco del telefono senza fili. Marchionne aveva detto: in Italia la produttività è troppo bassa. Il giorno dopo i cronisti chiedevano ai politici: «Che ne pensa della Fiat che vuole andarsene dall' Italia?».
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Atenei, la rabbia degli studenti "Tagli alle borse studio 2011"

"IL GOVERNO ha deciso di cancellare definitivamente il diritto allo studio in Italia". Dal prossimo anno le borse di studio in favore degli studenti universitari potrebbero subire un drastico taglio. La denuncia arriva dal coordinamento universitario Link. Ma dal ministero arriva una secca smentita: "I fondi saranno regolarmente garantiti". Secondo gli studenti universitari "l'ultima manovra finanziaria, approvata in Consiglio dei ministri il 14 ottobre, stanzia infatti solo 25.731.000 euro per il diritto allo studio per l'anno 2011/2012". In poche parole, "a seguito delle ultime manovre governative il fondo ministeriale per il diritto allo studio passa da 246 milioni di euro del 2009 a 99 milioni nel 2010 e i 70 milioni" già previsti per il 2011 negli anni precedenti adesso si riducono a poco meno di 26.
"Ma evidentemente a Tremonti non bastava", commentano i ragazzi. "In due anni - proseguono - il taglio operato dal governo è quindi pari al'89,54 per cento e per il 2013 sono previste risorse per soli 12.939.000 euro". Ma quanti sono in Italia gli studenti che fruiscono di agevolazioni economiche per proseguire gli studi? E quanto ricevono in media dallo stato? "In Italia - spiegano dal Link - gli idonei che avrebbero diritto alla borsa di studio sono 184.043. E se dovessimo dividere le risorse per il numero di studenti che per legge hanno diritto a una borsa di studio con cui pagare trasporti, alloggio, libri, potremmo affermare che il governo stanzia 70 euro a testa".
"Si tratta - fanno notare - di studenti meritevoli e con redditi bassi, che per proseguire i costosi studi non hanno altra speranza che la borsa di studio". In effetti, da qualche anno a questa parte le tasse universitarie sono progressivamente aumentate e dall'ultimo bollettino del ministero del Miur, per il 2008/2009, siamo già a quota 871 euro. Gli studenti per "impedire lo smantellamento di un diritto fondamentale" scenderanno in piazza domani a fianco degli studenti delle scuole superiori e dopodomani a Napoli, per la manifestazione in ... difesa della scuola pubblica promossa dal Coordinamento scuole secondarie di Roma e promosso dai Coordinamenti dei precari.
E da quando il governo ha annunciato il varo dell'ennesima manovra finanziaria le voci su possibili tagli all'istruzione si rincorrono incessantemente. Ieri, si era diffusa la notizia su un ridimensionamento anche per i fondi che garantiscono i libri di testo gratuiti agli alunni delle elementari. Ma il ministero smentisce in maniera secca entrambe le cose. "Le dichiarazioni di alcuni esponenti del Pd sui tagli ai libri di testo gratuiti per la scuola elementare e sulla riduzione delle borse di studio universitarie sono prive di fondamento", dicono da viale Trastevere. "Per entrambi i settori, i fondi saranno regolarmente garantiti".
Fonte: Salvo Intravaia - Repubblica

E' l'immagine dell'italiano nel mondo ma il governo taglia la Dante Alighieri

Logo Società Dante Alighieri
ROMA - Gli ultimi tagli alla conoscenza mettono a rischio la sopravvivenza di un istituto storico e di prestigio internazionale: la Società Dante Alighieri, 131 anni di vita, nata per volontà di Giosuè Carducci, oggi operante in 77 paesi con oltre 205 mila soci, la promozione, insomma, della nostra lingua e della nostra cultura nel mondo. Il ministero delle Finanze ha tolto alla "Società Dante" finanziamenti per oltre la metà del suo risicato budget: il 53%. E ha portato la cifra da spendere per tutto il 2011 sotto la soglia della sussistenza: 600 mila euro.
Basta una comparazione europea per comprendere i valori e la considerazione dei nostri governi rispetto all'"italianità nel mondo". Il British Council viaggia con un finanziamento pubblico da 220 milioni di euro, il Goethe Institut promuove la cultura tedesca con 218 milioni, lo spagnolo Cervantes ha a disposizione 90 milioni, il portoghese Camoes 13 milioni e Alliance Française 10,6. La nostra "Società Dante", dal 2011, dovrà pagare gli stipendi a quindici dipendenti e contemporaneamente fare promozione culturale - letteraria e cinematografica - con 600 mila euro in tutto.
I dirigenti dell'Istituto, il presidente Bruno Bottai, il segretario generale Alessandro Masi, ieri sono stati ascoltati dalla Terza Commissione Esteri della Camera. E in quella sede hanno parlato esplicitamente di "difficoltà del proseguimento dell'attività in difesa della lingua e della cultura italiana". La commissione ha firmato un emendamento trasversale che chiede il ripristino del finanziamento tagliato.
In controtendenza rispetto all'attenzione della nostra politica, all'estero, e in particolare negli Stati Uniti, si registra un incremento esponenziale dei corsi di lingua italiana. E questo accade anche in Italia, dove gli studenti stranieri immigrati che chiedono una certificazione "Plida" (firmata, appunto, dalla "Dante") sono passati da 2.798 nel 2005 a 8.012 nel 2010.
Fonte: Corrado Zunino - Repubblica.it

giovedì 28 ottobre 2010

Renzi rivendica la "rottamazione": «Si vince con facce nuove»

Matteo Renzi è il sindaco Pd della nuova generazione che vuol restare sindaco, per ora, ma pensa su scala nazionale. E' lui che ha parlato per primo di "rottamare" i dirigenti che da tempo tirano le fila. E tutti gli hanno risposto, a partire dal segretario Bersani. Guida la città di Firenze, non si tira indietro davanti alle decisioni e alle contestazioni. Dalle forti radici cattoliche, in quel cattolicesimo che a Firenze e dintorni ha una robusta connotazione sociale e si richiama a La Pira e don Milani, nel magnifico studio interamente affrescato a metà Cinquecento a Palazzo Vecchio il sindaco fiorentino è al lavoro. E' sabato pomeriggio, lo attende un incontro-festa che è un appuntamento con una categoria commerciale della città, si rammarica molto perché il calciatore della sua amata Fiorentina Mutu ha picchiato un cameriere e chiarisce: io non voglio correre su scala nazionale, ma ragionare su come battere Berlusconi questo sì, questo bisogna dirlo.
Il problema del centrosinistra è generazionale o di contenuti?
E' generale più che generazionale perché ci troviamo di fronte al clamoroso flop del governo Berlusconi. Ma noi non riusciamo a dare un'alternativa credibile e non è un problema soltanto anagrafico.
Il Pd viene accusato dalla sua stessa base di essere lontano da problemi della gente, ma quando cerca di fare qualcosa di concreto e di portare a casa dei risultati viene accusato di inciucio. Qual è la via d'uscita?
Il problema non è l'inciucio ma la mancanza di risposte precise ai problemi della gente. Quando siamo andati al governo abbiamo passato più tempo a litigare tra noi che non a dare delle proposte e delle alternative. E poi intendiamoci sugli inciuci: Io con Gianfranco Fini mai. Non è che siccome Fini ha cambiato idea dopo 17 anni allora diventa un potenziale alleato.
Abbiamo ascoltato i cinque punti di Berlusconi. I suoi?
I miei cinque punti potrebbero essere gli stessi di Berlusconi, con la differenza che lui ha raccontato solo barzellette. Guardi ad esempio il fisco. o le grandi opere. o il milione di posti di lavoro. Comunque come cinque punti per uno spot direi: un fisco davvero a misura di cittadini. I beni culturali da gestire in modo completamente diverso perché la cultura è il nostro futuro, la nostra identità, è la cosa che ci differenzia dagli animali. con buona pace di Tremonti. Poi la grande scommessa sull'ambiente. L'innovazione tecnologica, cioè dotare di banda larga tutto il paese. E infine diminuire il distacco tra politica e cittadini. Io sono ad ... esempio per dimezzare l'indennità dei parlamentari. Credo che con 7-8mila euro al mese un parlamentare ce la possa fare. E dicendo anche che non ci si può ricandidare dopo tre mandati. Diamo segnali concreti, è il principio della rottamazione.
Bersani ha detto che Berlusconi è stato un osso duro che la sinistra ha sottovalutato, lei è d'accordo?
Sì. Abbiamo pensato fosse un fenomeno passeggero. In realtà Berlusconi ha saputo interpretare l'animo profondo degli italiani costruendone le condizioni culturali. Il messaggio che è passato, attraverso le tv, è difendi i tuoi diritti, i tuoi interessi e la tua libertà, che di fatto è un inno all'individualismo. Io sono cresciuto con il pensiero di un prete a Barbiana, don Milani, ben diverso. Ma Berlusconi è un pezzo fondamentale di questo paese, ma lo ha cambiato molto più con quello che ha fatto da imprenditore negli anni 80-90 che con quello che ha fatto da leader politico.
Lei sarebbe idoneo a raccogliere le forze per battere il candidato di centro destra?
No, io sono adatto a battere il futuro candidato del centro destra a sindaco di Firenze.
E' giusto che sia Bersani il candidato del centrosinistra?
Io credo che questo dibattito faccia addormentare anche chi soffre d'insonnia. Ai nostri interessa mandare in pensione de Coubertin e vincere davvero. Importante ci sia una persona che raccolga un'intera area politica ma bisogna uscire dall'incubo berlusconiano e dalla retorica per cui l'unico problema è batterlo e tentare di dire su cosa intendiamo caratterizzarci senza ideologie e ammettendo gli errori del passato: se oggi ci sono i precari della scuola, non è mica soltanto colpa della Gelmini. Poi si può dire che la Gelmini non è in grado di risolvere il problema ma bisogna anche dire che per anni si è considerata la funzione dell'insegnante non una funzione straordinaria nell'interesse dei ragazzi ma una funzione di solidarietà sociale e di spazio occupazionale per tante persone (lo dico da marito orgoglioso di un'insegnante precaria). Il problema oggi sono le scuole di specializzazione che ha fatto la sinistra, le Siss: hanno creato persone idonee a insegnare senza un posto di lavoro. Questo è stato sbagliato, è un problema che non ha risolto la Gelmini ma non lo abbiamo risolto nemmeno quando c'eravamo noi.
Al centro sinistra serve un "papa straniero"?
La retorica sul papa straniero appassiona i giornalisti ma non i cittadini. Usciamo dal grande Truman Show della politica, non parliamoci più tra di noi. Bisogna cambiare per poter restare noi stessi. Dobbiamo parlare di problemi reali.
Berlusconi ha vinto e continua a seminare consensi con le sue tv. Lei pensa che la sinistra o lei potrebbe batterlo con il web?
Dobbiamo cambiare le impostazioni della comunicazione, dobbiamo comunicare tra di noi e con le persone. Il web apre scenari fantastici, ma il problema è che spesso i politici usano frasi fatte come i calciatori dopo la partita. Usano un politichese assurdo. Cambiamo idee, parole, anche le facce, soltanto così potremo farcela.

Fonte: Stefano Miliani - L'Unità

Incidente sul lavoro a Marcianise: l'operaio assunto sei ore dopo la morte

CASERTA — Alla tragedia di una morte bianca segue lo scandalo di un’assunzione post mortem. Accade anche questo in quella che viene definita Terra di lavoro — il Casertano — ma in cui il lavoro è troppo spesso in nero. Era in nero anche quello di Renato Uccella, il perito elettrotecnico di Capodrise, ma originario del Napoletano, caduto giù dal tetto di uno stabilimento industriale di Marcianise. Uccella non solo lavorava senza tutele, ma è stato assunto dal suo datore di lavoro qualche ora dopo la sua tragica morte. Sei per la precisione. E ciò che fino a quel momento era un lavoro senza formazione e informazione, né sorveglianza sanitaria, né tutele previste dalla legge, si è trasformato improvvisamente in un contratto a tempo pieno e indeterminato. Mentre l’uomo veniva trasportato d’urgenza all’ospedale di Caserta, dove moriva alle 12.35 del 25 ottobre, come riporta il certificato del suo decesso, e mentre i suoi familiari ne piangevano la morte, qualcuno si preoccupava di trasmettere al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali un’assunzione che fino a quel momento non c’era mai stata.
LA COMUNICAZIONE TELEMATICA - È quanto trapela dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere — le indagini sono coordinate dal sostituto procuratore Donato Ceglie — che ha acquisito la registrazione della comunicazione obbligatoria on line di assunzione di Renato in qualità di perito elettrotecnico. La «comunicazione obbligatoria unificato Unilav», così si chiama il documento, è stata trasmessa al Ministero del Lavoro alle 18.29 e 47 secondi del giorno del decesso dell’operaio. Un particolare inquietante e che va a profanare una morte avvenuta già in circostanze tragiche. Un particolare che ha indignato molto anche i magistrati della Procura di Santa Maria che ora parlano di «prassi vergognosa e animalesca di alcuni presunti datori di lavoro». Renato, lavoratore irregolare a 58 anni, è stato quindi assunto quando il suo corpo era ormai privo di vita a causa di una morte avvenuta in seguito a un incidente sul lavoro, sulle cui responsabilità sono in corso indagini. Insieme a lui nell’incidente è rimasto gravemente ferito un ingegnere trentatreenne, ora in prognosi riservata.
IL PIANO MANCANTE - I due uomini erano passati su alcune strisce in plexiglass, materiale di cui, insieme a mattonato, era fatto il tetto: l’ultima striscia, di circa due metri di larghezza e posta quasi alla sommità della struttura, ha ceduto e gli operai sono finiti al suolo. Un piano di sicurezza e di coordinamento è indispensabile quando lavorano più imprese a cui vengono commissionati i lavori: lo stabilimento industriale di Marcianise aveva ... commissionato a diverse ditte il montaggio dell’impianto fotovoltaico. E proprio quel piano di sicurezza e coordinamento mancava, dicono dalla Procura, che il giorno stesso dell’incidente mortale ha disposto il sequestro dell’intera area e ha messo sotto la lente d’ingrandimento tutte e sei le aziende coinvolte nella filiera. Dodici persone potrebbero essere indagate: omicidio colposo, concorso di cause, rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro.
Fonte: Marilena Mincione - Corriere della Sera

Boom delle rinnovabili in Italia segnano un +19%

Balzo in avanti delle rinnovabili in Italia nel 2009. A certificare la crescita sono le statistiche diffuse oggi dal Gestore dei servizi energetici. Rispetto al 2008 la potenza "verde" installata è aumentata di oltre 26.500 MW (+11%), ma ancora maggiore è stato l'aumento della produzione che ha toccato 69.300 GWh (+19%). Il grosso di questo salto è stato merito della accresciuta produzione idroelettrica (49 100 GWh complessivi) che al Settentrione ha beneficiato di una stagione prodiga di precipitazioni.
L'incremento nei confronti del 2008 è stato del 18%, ma passetto dopo passetto anche le rinnovabili di nuova generazione come biomasse ed eolico iniziano a far sentire la loro spinta. A quest'ultimo si deve il contributo maggiore alla crescita (+11%) della potenza installata. Solo nell'ultimo anno, rivela il Gse, attraverso nuove pale a vento, sono stati aggiunti infatti circa 1.360 MW. Esponenziale, ma molto più modesta in termini assoluti, la corsa del fotovoltaico che nel giro di un anno ha raddoppiato il numero di impianti (da 31 mila a 71 mila), contribuendo però per "appena" 1,14 MW alla potenza installata. L'incremento nella produzione di elettricità verde abbinata a un calo del 6% nei consumi complessivi (dovuto in buona parte alla crisi, ma anche all'entrata a regime di molti interventi a sostegno dell'efficienza) ha spinto la quota di energia rinnovabile nazionale al 19% della quantità lorda utilizzata.
In questa edizione del suo rapporto il Gse ha inserito anche il nuovo parametro di "quota rinnovabile regionale". Il Gestore dà conto ovvero, Regione per Regione, della quota dei propri consumi elettrici soddisfatti nel 2009 con la produzione elettrica da fonte rinnovabile realizzata nella stessa Regione. Un parametro importante che serve a dare una prima indicazione in vista della ripartizione degli obiettivi regionali (il cosiddetto "burden-sharing") per il raggiungimento della "quota rinnovabile nazionale" del settore elettrico imposta dall'Unione Europea per il 2020. Obiettivo che l'Italia, rispondendo a quanto richiesto da Bruxelles, ha fissato in un valore pari a circa il 26% del consumo lordo di energia elettrica (quello dell'energia in generale è del 17%). Se l'Italia riesce a stabilizzare i consumi (ma in realtà l'ambizione è quella di ridurli ulteriormente) e se le piogge ci assistono, per centrare il traguardo è dunque necessario incrementare l'utilizzo di elettricità rinnovabile di un altro 7% nel giro di un decennio.
Fonte: Valerio Gualerzi - Repubblica

Il Cavaliere spiegato ai posteri Dieci motivi per 20 anni di «regno»

«Berlusconi, perché?». Racconta Beppe Severgnini che nel suo girovagare per il mondo infinite volte si è sentito rivolgere quella domanda da colleghi giornalisti, amici, scrittori di diverso orientamento politico, animati da curiosità più che da preconcetti. E così, cercando una risposta per loro, ha cominciato a elencare i fattori del successo del Cavaliere. Umanità, astuzia, camaleontica capacità di immedesimarsi negli interlocutori. Virtù (o vizi?) di Berlusconi, ma anche del Paese che ha deciso di farsi rappresentare da lui. Disse una volta Giorgio Gaber: «Non ho paura di Berlusconi in sé. Ho paura di Berlusconi in me». Quella frase fa da epigrafe a «La pancia degli italiani. Berlusconi spiegato ai posteri», il libro di Beppe Severgnini in vendita da oggi, del quale pubblichiamo l'introduzione
Spiegare Silvio Berlusconi agli italiani è una perdita di tempo. Ciascuno di noi ha un'idea, raffinata in anni di indulgenza o idiosincrasia, e non la cambierà. Ogni italiano si ritiene depositario dell'interpretazione autentica: discuterla è inutile. Utile è invece provare a spiegare il personaggio ai posteri e, perché no?, agli stranieri. I primi non ci sono ancora, ma si chiederanno cos'è successo in Italia. I secondi non capiscono, e vorrebbero. Qualcosa del genere, infatti, potrebbe accadere anche a loro. Com'è possibile che Berlusconi - d'ora in poi, per brevità, B. - sia stato votato (1994), rivotato (2001), votato ancora (2008) e rischi di vincere anche le prossime elezioni? Qual è il segreto della sua longevità politica? Perché la maggioranza degli italiani lo ha appoggiato e/o sopportato per tanti anni? Non ne vede gli appetiti, i limiti e i metodi? Risposta: li vede eccome. Se B. ha dominato la vita pubblica italiana per quasi vent'anni, c'è un motivo. Anzi, ce ne sono dieci.
1) Fattore umano
Cosa pensa la maggioranza degli italiani? «Ci somiglia, è uno di noi». E chi non lo pensa, lo teme. B. vuole bene ai figli, parla della mamma, capisce di calcio, sa fare i soldi, ama le case nuove, detesta le regole, racconta le barzellette, dice le parolacce, adora le donne, le feste e la buona compagnia. È un uomo dalla memoria lunga capace di amnesie tattiche. È arrivato lontano alternando autostrade e scorciatoie. È un anticonformista consapevole dell'importanza del conformismo. Loda la Chiesa al mattino, i valori della famiglia al pomeriggio e la sera si porta a casa le ragazze. L'uomo è spettacolare, e riesce a farsi perdonare molto. Tanti italiani non si curano dei conflitti d'interesse (chi non ne ha?), dei guai giudiziari (meglio gli imputati dei magistrati), delle battute inopportune (è così spontaneo!). Promesse mancate, mezze verità, ... confusione tra ruolo pubblico e faccende private? C'è chi s'arrabbia e chi fa finta di niente. I secondi, apparentemente, sono più dei primi.
2) Fattore divino
B. ha capito che molti italiani applaudono la Chiesa per sentirsi meno colpevoli quando non vanno in chiesa, ignorano regolarmente sette comandamenti su dieci. La coerenza tra dichiarazioni e comportamenti non è una qualità che pretendiamo dai nostri leader. L'indignazione privata davanti all'incoerenza pubblica è il movente del voto in molte democrazie. Non in Italia. B. ha capito con chi ha a che fare: una nazione che, per evitare delusioni, non si fa illusioni. In Vaticano - non nelle parrocchie - si accontentano di una legislazione favorevole, e non si preoccupano dei cattivi esempi. Movimenti di ispirazione religiosa come Comunione e Liberazione preferiscono concentrarsi sui fini - futuri, quindi mutevoli e opinabili - invece che sui metodi utilizzati da amici e alleati. Per B. quest'impostazione escatologica è musica. Significa spostare il discorso dai comportamenti alle intenzioni.
3) Fattore Robinson
Ogni italiano si sente solo contro il mondo. Be', se non proprio contro il mondo, contro i vicini di casa. La sopravvivenza - personale, familiare, sociale, economica - è motivo di orgoglio e prova d'ingegno. Molto è stato scritto sull'individualismo nazionale, le sue risorse, i suoi limiti e le sue conseguenze. B. è partito da qui: prima ha costruito la sua fortuna, accreditandosi come un uomo che s'è fatto da sé; poi ha costruito sulla sfiducia verso ciò che è condiviso, sull'insofferenza verso le regole, sulla soddisfazione intima nel trovare una soluzione privata a un problema pubblico. In Italia non si chiede - insieme e con forza - un nuovo sistema fiscale, più giusto e più equo. Si aggira quello esistente. Ognuno di noi si sente un Robinson Crusoe, naufrago in una penisola affollata.
4) Fattore Truman
Quanti quotidiani si vendono ogni giorno in Italia, se escludiamo quelli sportivi? Cinque milioni. Quanti italiani entrano regolarmente in libreria? Cinque milioni. Quanti sono i visitatori dei siti d'informazione? Cinque milioni. Quanti seguono Sky Tg24 e Tg La7? Cinque milioni. Quanti guardano i programmi televisivi d'approfondimento in seconda serata? Cinque milioni, di ogni opinione politica. Il sospetto è che siano sempre gli stessi. Chiamiamolo Five Million Club. È importante? Certo, ma non decide le elezioni. La televisione - tutta, non solo i notiziari - resta fondamentale per i personaggi che crea, per i messaggi che lancia, per le suggestioni che lascia, per le cose che dice e soprattutto per quelle che tace. E chi possiede la Tv privata e controlla la Tv pubblica, in Italia? Come nel Truman Show, il capolavoro di Peter Weir, qualcuno ci ha aiutato a pensare.
5) Fattore Hoover
La Hoover, fondata nel 1908 a New Berlin, oggi Canton, Ohio (Usa), è la marca d'aspirapolveri per antonomasia, al punto da essere diventata un nome comune: in inglese, «passare l'aspirapolvere» si dice to hoover. I suoi rappresentanti (door-to-door salesmen) erano leggendari: tenaci, esperti, abili psicologi, collocatori implacabili della propria merce. B. possiede una capacità di seduzione commerciale che ha ereditato dalle precedenti professioni - edilizia, pubblicità, televisione - e ha applicato alla politica. La consapevolezza che il messaggio dev'essere semplice, gradevole e rassicurante. La convinzione che la ripetitività paga. La certezza che l'aspetto esteriore, in un Paese ossessionato dall'estetica, resta fondamentale (tra una bella figura e un buon comportamento, in Italia non c'è partita).
6) Fattore Zelig
Immedesimarsi negli interlocutori: una qualità necessaria a ogni politico. La capacità di trasformarsi in loro è più rara. Il desiderio di essere gradito ha insegnato a B. tecniche degne di Zelig, camaleontico protagonista del film di Woody Allen. Padre di famiglia coi figli (e le due mogli, finché è durata). Donnaiolo con le donne. Giovane tra i giovani. Saggio con gli anziani. Nottambulo tra i nottambuli. Lavoratore tra gli operai. Imprenditore tra gli imprenditori. Tifoso tra i tifosi. Milanista tra i milanisti. Milanese con i milanesi. Lombardo tra i lombardi. Italiano tra i meridionali. Napoletano tra i napoletani (con musica). Andasse a una partita di basket, potrebbe uscirne più alto.
7) Fattore harem
L'ossessione femminile, ben nota in azienda e poi nel mondo politico romano, è diventata di pubblico dominio nel 2009, dopo l'apparizione al compleanno della diciottenne Noemi Letizia e le testimonianze sulle feste a Villa Certosa e a Palazzo Grazioli. B. dapprima ha negato, poi ha abbozzato («Sono fedele? Frequentemente»), alla fine ha accettato la reputazione («Non sono un santo»). Le rivelazioni non l'hanno danneggiato: ha perso la moglie, ma non i voti. Molti italiani preferiscono l'autoindulgenza all'autodisciplina; e non negano che lui, in fondo, fa ciò che loro sognano. Non c'è solo l'aspetto erotico: la gioventù è contagiosa, lo sapevano anche nell'antica Grecia (dove veline e velini, però, ne approfittavano per imparare). Un collaboratore sessantenne, fedele della prima ora, descrive l'insofferenza di B. durante le lunghe riunioni: «È chiaro: teme che gli attacchiamo la vecchiaia».
8) Fattore Medici
La Signoria - insieme al Comune - è l'unica creazione politica originale degli italiani. Tutte le altre - dal feudalesimo alla monarchia, dal totalitarismo al federalismo fino alla democrazia parlamentare - sono importate (dalla Francia, dall'Inghilterra, dalla Germania, dalla Spagna o dagli Stati Uniti). In Italia mostrano sempre qualcosa di artificiale: dalla goffaggine del fascismo alla rassegnazione del Parlamento attuale. La Signoria risveglia, invece, automatismi antichi. L'atteggiamento di tanti italiani di oggi verso B. ricorda quello degli italiani di ieri verso il Signore: sappiamo che pensa alla sua gloria, alla sua famiglia e ai suoi interessi; speriamo pensi un po' anche a noi. «Dall'essere costretti a condurre vita tanto difficile», scriveva Giuseppe Prezzolini, «i Signori impararono a essere profondi osservatori degli uomini». Si dice che Cosimo de' Medici, fondatore della dinastia fiorentina, fosse circospetto e riuscisse a leggere il carattere di uno sconosciuto con uno sguardo. Anche B. è considerato un formidabile studioso degli uomini. Ai quali chiede di ammirarlo e non criticarlo; adularlo e non tradirlo; amarlo e non giudicarlo.
9) Fattore T.I.N.A.
T.I.N.A., There Is No Alternative. L'acronimo, coniato da Margaret Thatcher, spiega la condizione di molti elettori. L'alternativa di centrosinistra s'è rivelata poco appetitosa: coalizioni rissose, proposte vaghe, comportamenti ipocriti. L'ascendenza comunista del Partito democratico è indiscutibile, e B. non manca di farla presente. Il doppio, sospetto e simmetrico fallimento di Romano Prodi - eletto nel 1996 e 2006, silurato nel 1998 e 2008 - ha un suo garbo estetico, ma si è rivelato un'eredità pesante. Gli italiani sono realisti. Prima di scegliere ciò che ritengono giusto, prendono quello che sembra utile. Alcune iniziative di B. piacciono (o almeno dispiacciono meno dell'alternativa): abolizione dell'Ici sulla prima casa, contrasto all'immigrazione clandestina, lotta alla criminalità organizzata, riforma del codice della strada. Se queste iniziative si dimostrano un successo, molti media provvedono a ricordarlo. Se si rivelano un fallimento, c'è chi s'incarica di farlo dimenticare. Non solo: il centrodestra unito rassicura, almeno quanto il centrosinistra diviso irrita. Se l'unico modo per tenere insieme un'alleanza politica è possederla, B. ne ha presto calcolato il costo (economico, politico, nervoso). Senza conoscerlo, ha seguito il consiglio del presidente Lyndon B. Johnson il quale, parlando del direttore dell'Fbi J. Edgar Hoover, sbottò: «It's probably better to have him inside the tent pissing out, than outside the tent pissing in», probabilmente è meglio averlo dentro la tenda che piscia fuori, piuttosto di averlo fuori che piscia dentro. Così si spiega l'espulsione e il disprezzo verso Gianfranco Fini, cofondatore del Popolo della libertà. Nel 2010, dopo sedici anni, l'alleato ha osato uscire dalla tenda: e non è ben chiaro quali intenzioni abbia.
10) Fattore Palio
Conoscete il Palio di Siena? Vincerlo, per una contrada, è una gioia immensa. Ma esiste una gioia altrettanto grande: assistere alla sconfitta della contrada rivale. Funzionano così molte cose, in Italia: dalla geografia all'industria, dalla cultura all'amministrazione, dalle professioni allo sport (i tifosi della Lazio felici di perdere con l'Inter pur di evitare lo scudetto alla Roma). La politica non poteva fare eccezione: il tribalismo non è una tattica, è un istinto. Pur di tener fuori la sinistra, giudicata inaffidabile, molti italiani avrebbero votato il demonio. E B. sa essere diabolico. Ma il diavolo, diciamolo, ha un altro stile.
Fonte: Beppe Severgnini - Corriere della Sera

... non era vero niente

Qualcosa si sta muovendo, nella testa di quell' imperscrutabile corpaccione che è l'opinione pubblica. La ricerca di Ilvo Diamanti pubblicata ieri su questo giornale indica il crescente successo della tivù di inchiesta e dei programmi di approfondimento. E la speculare crisi dei tigì e delle trasmissioni che odorano di propaganda o di divagante inconsistenza. È come se la bolla di irrealtà (un'irrealtà organizzata, azzurra e incipriata come il suo leader carismatico) nella quale siamo vissuti per anni cominciasse a fare flop. La foga maniacale con la quale il leader e i suoi fedelissimi, a partire dall' «editto bulgaro», si sono accaniti contro l'informazione indipendenteo dissonante o semplicemente non conforme, non era il corollario marginale di un progetto politico. Era il progetto stesso. Il progetto prevedeva la costruzione di un vasto consenso fondato su una proiezione immaginaria: quella di un' Italia spensierata, benestante e gaudente. La sinistra "triste" e "invidiosa" era il nemico da indicare alla folla plaudente. E gli squarci di realtà che l' informazione, nonostante tutto, riusciva a inquadrare, erano un odioso boicottaggio. Uno schemino semplice semplice, ma molto efficace. Non teneva conto, però, di un fattore piuttosto importante: che non era vero niente.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Malasanità, il 50% dei casi in Calabria e Sicilia La commissione: in Italia un errore ogni 2 giorni

ROMA - La Commissione errori ha redatto il rapporto facendo assumere all'allarme malasanità connotati numerici incontestabili e preoccupanti. In Italia, in media, ogni mese, si contano 15 casi di errori in campo sanitario. Uno ogni due giorni. In poco più di un anno, dal primo ufficio di presidenza di fine aprile 2009 a metà settembre 2010, la commissione parlamentare ha esaminato 242 casi.
Episodi di presunta malasanità, di cui 163 hanno fatto registrare la morte del paziente. O per errore diretto del personale medico e sanitario, o per disservizi o carenze strutturali. Su 163, 88 sono vittime di errori che si concentrano in due sole regioni: Calabria (50) e Sicilia (38). Fuori dalla classifica restano solo cinque regioni. In Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria e Marche non si sono registrati casi di malasanità di tipo strutturale.
E' quanto emerge dall'analisi dei casi all'esame della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori in campo sanitario e i disavanzi sanitari regionali, in possesso dell'Adnkronos Salute. Episodi che dopo un esposto, una segnalazione, o magari un articolo di giornale, arrivano sul tavolo del presidente della Commissione Leoluca Orlando. Che interviene. Nel particolare dall'analisi emerge che su 242 casi 'attenzionati', 64 si sono verificati in Calabria, 52 in Sicilia, 24 nel Lazio, 15 in Campania, Puglia e Lombardia, 14 in Veneto, 12 in Toscana, 9 in Emilia Romagna, 8 in Liguria, 6 in Piemonte, 2 in Friuli Venezia Giulia e in Abruzzo, 1 in Trentino Alto Adige, Umbria, Marche e Basilicata.
La Calabria è al primo posto anche per quanto riguarda i decessi. Tra gli episodi all'esame della Commissione errori, i morti legati a presunti (fino all'accertamento della magistratura) casi di malasanità in terra calabrese sono stati 50. Ma la Sicilia, con 38 vittime, non è da meno. Seguono il Lazio con 14 morti, Campania 12, Puglia 9, Liguria 8, Emilia Romagna e Toscana 7, Veneto 6, Lombardia 4, Piemonte 2, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Basilicata 1.
Scorrendo le tabelle della Commissione, su un totale di 242 casi di malasanità, 186 riguardano presunti errori da parte dei medici e del personale sanitario. Errori che potrebbero ... aver causato 123 decessi. Anche qui, sezionando il dato su base territoriale, si evidenziano le situazioni più critiche in Calabria e Sicilia. Nelle strutture sanitarie calabresi si contano 56 presunti errori all'esame della Commissione, in Sicilia se ne registrano invece 36. Al terzo posto si colloca invece il Lazio con 15 casi di presunti errori.
I casi di malasanità non sempre però hanno a che fare con l'errore diretto del medico. Spesso nascono da disservizi, carenze, strutture inadeguate. Tutte lacune del Servizio sanitario nazionale che la Commissione cataloga come 'altro'. Su 56 casi totali registrati in tutto il Paese - che hanno portato a 40 vittime -, 16 riguardano gli ospedali siciliani, 9 le strutture del Lazio, 8 quelle della Calabria.
Intervenuti sul rapporto della Commissione parlamentare, i sindacati medici, ammettono che soprattutto in Calabria ci sarebbe bisogno di una riorganizzazione globale del sistema sanitario regionale. "I dati relativi alla Calabria e alla Sicilia colpiscono e fanno riflettere", ha detto il segretario nazionale dell'Anaao Assomed Costantino Troise, mentre Massimo Cozza, segretario nazionale della Fp Cgil medici, ha invitato le Istituzioni a "riorganizzare in fretta il Ssr di alcuni regioni, Calabria in testa".
"In Italia - ha spiegato Troise - ogni anno si ricoverano 7,5 milioni di persone, per un totale di circa 50 milioni l'anno di giorni di degenza complessivi in ospedale. Si fanno inoltre 300 milioni di visite specialistiche e circa 1 miliardo di esami di laboratorio: numeri importanti. Questo per dire - ha precisato - che i dati sui presunti casi di malasanità vanno sempre rapportati al volume delle prestazioni erogate".
Fonte: Repubblica.it

Catania, immigrati chiusi nel palasport Il prefetto impedisce l'ingresso all'Unhcr

CATANIA - Il prefetto di Catania, Vincenzo Santoro non sente ragioni: quei 216 immigrati, con 48 bambini, che si dichiarano palestinesi, sbarcati ieri sera sulla costa siciliana devono restare chiusi nel Palanitta del capoluogo etneo, "in attesa di indagini". Inutili, dunque, sono risultate le richieste di diverse organizzazioni umanitarie come l'Unhcr (l'alto Commissariato per i rifugiati dell'Onu) l'Arci, Save The Children e lo IOM (International Organization Migration) per poter entrare nella struttura sportiva con l'unico scopo di assistere le persone, molte delle quali potrebbero chiedere asilo politico.
Il prefetto ha negato l'accesso a tutti, sostenendo che erano in corso indagini di polizia giudiziaria. Le organizzazioni non hanno però desistito e sono andate dal sostituto procuratore della Repubblica, Agata Consoli, che sta facendo gli accertamenti proprio su questo gruppo di persone, per chiederle spiegazioni sul divieto imposto dal prefetto. La pm ha però risposto - per iscritto - che non esisteva alcun ostacolo all'ingresso delle organizzazioni umanitarie. Ma non è bastato.
In Prefettura, infatti, si continua ancora ad impedire l'accesso a chiunque. Anzi, a chi ha sottoposto le affermazioni scritte del magistrato titolare delle indagini, secondo le quali non esistono ragioni che possano giustificare l'ingresso di persone per scopi umanitari, è stato risposto che quell'atto scritto non ha nessun valore.
Il risultato è che i profughi continuano a restare rinchiusi nella struttura alla periferia di Catania, con il rischio di essere rimpatriati probabilmente senza avere la possibilità concretadi esercitare il diritto - previsto dalla nostra Costituzione - di chiedere asilo politico.
Fonte: Repubblica.it