martedì 30 novembre 2010

L'affondo dei dalemiani scuote il Pd "Vogliono la fine dei democratici"

I dalemiani scuotono il Pd. Se Massimo D'Alema sul Messaggero vede una crisi di sistema superabile solo con un governo di "salvezza nazionale" allargato al Fli, il suo fedelissimo Nicola Latorre, sul Corriere della Sera, sferra un colpo pesante all'attuale struttura del Partito democratico. "Va riscritto l'atto fondativo del Pd con l'ingresso della Sel di Vendola e dei nuovi movimenti cattolici" dice Latorre che apre alle primarie sulla leadership del partito. Aperte naturalmenbte a Nichi.
Un doppia uscita che incassa il silenzio del segretario Pier Luigi Bersani e l'irritazione di Marco Meloni che, sul sito di TrecentoSessanta, associazione presieduta da Enrico Letta, taglia corto: "Il cambiamento del Pd prospettato da Latorre rappresenterebbe la sua fine: uno snaturamento radicale della ispirazione fondativa del progetto democratico". Contrario anche il vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai, Giorgio Merlo: "Non siamo il Pci. E' una ricetta ridicola, grottesca e nefasta, che può segnare la fine di quel Pd che abbiamo conosciuto all'atto fondativo". Un'analisi che i deputati Rodolfo Viola e Simonetta Rubinato condividono: "L'idea di una forza politica semplicemente di sinistra nella quale far confluire la cultura vendoliana e non meglio precisati movimenti cattolici con la scusa di neutralizzare l'effetto delle primarie, certifica la fine del PD come forza di centro sinistra, lo rende marginale nel panorama politico nazionale, lascia una prateria elettorale al nascente terzo polo rinunciando di fatto all'elettorato moderato".
Freddo anche il coordinatore della segreteria democratica Maurizio Migliavacca che definisce le parole di Latorre Un "contributo personale". Ovvero non rappresentativo della linea decisa dalla segreteria. Più aperturista Marco Follini: " C'è un filo rosso che attraversa le riflessioni di Veltroni e le interviste di D'Alema e Latorre di oggi. Mi pare che in tanti nel Pd abbiamo la preoccupazione di evitare la deriva del '94". Con il Pd chiuso in una riserva ... indiana.
Chi invece mette nel mirino D'Alema è l'Idv. Ai fedelissimi di Di Pietro la proposta dell'ex ministro degli Esteri non piace proprio. "E' un esercizio di fantasia: una coalizione allargata a dismisura, anche qualora vincesse le elezioni, sarebbe destinata a naufragare subito davanti allo scoglio di governo" afferma Luigi de Magistris, eurodeputato dell'Italia dei valori e responsabile giustizia del partito. Che, per battere Berlusconi punta su "una coalizione omogenea e una nuova proposta di governo chiara, non paludate strategie da Prima Repubblica e da spartizione di palazzo dai contenuti ambigui". Di "tatticismi non comprensibili" che non servono parla invece Massimo Donadi, presidente dei deputati dipietristi.
Come se non bastasse, ecco la frecciata del sindaco di Torino Sergio Chiamparino. "'E' paradossale che non sia il Pd a chiedere di andare alle urne, in una situazione di ingovernabilità del Paese. Questa situazione è dovuta a una mancanza di una leadership forte e credibile, in grado di rappresentare un'alternativa a Berlusconi" dice il primo cittadino a Cnrmedia.
Dal centrodestra, invece, arriva l'ironia del governatore leghista Cota ("Capisco che il Pd abbia un brutto rapporto con il voto ma questa ostinazione a sognare un governo tecnico è proprio paradossale") e l'affondo del coordinatore pidiellino sandro Bondi ("Latorre riconosce il fallimento del Pd"). Chiude Maurizio Gasparri: "D'Alema? Vuole il ribaltone".
Fonte: Repubblica.it

Il progetto sta fallendo

Il gioco dell’oca nel quale in molti si stanno cimentando da tempo con la ciliegina sulla torta delle recenti proposte di Latorre, ha riportato la bandierina del Partito democratico indietro di tante, troppe, caselle.
Si sta configurando un contenitore mediocre che parla a un elettorato fin troppo ristretto rispetto alle ambizioni del progetto Pd e che inevitabilmente, giorno dopo giorno, nei fatti produce emorragie di consenso e mette in crisi anche il sentimento di appartenenza di persone che, come me, sono ascrivibili alla cultura liberale, laica, radicale, ambientalista.
Non so se qualcuno possa essere interessato all’argomento, ma nel subire ogni giorno gli strappi con i quali viene ridotto a brandelli il progetto del Pd, sento che nella migliore delle ipotesi si considera questa estraneità crescente come una china inevitabile e nella peggiore come un traguardo auspicabile alfine di ottenere un’opzione più ortodossa, più omogenea. Pazienza se meno ambiziosa e meno consistente sia dal punto di vista numerico che da quello della ricchezza di idee ed umanità.
Eppure anche il più superficiale degli analisti si rende ben conto che il fallimento a cui si predispone il Partito democratico non è certo dovuto all’eccesso di “contaminazione”, di affluenza di idee e persone che non provengono da cultura gloriose ma tragicamente passate come quelle delle due anime fondatrici. No: il fallimento si consuma, giorno dopo giorno, per il mancato obiettivo di promuovere, sollecitare e accogliere tante persone che hanno solo voglia di disegnare la linea del futuro e che non sono più, neanche mentalmente, legate a quelle provenienze o che non lo sono mai state o, addirittura, che ne sono estranee (qualcuno ha provato a riflettere sul perché proprio il Pd è tra le forze che meno riesce a coinvolgere i giovani, cioè coloro che sono nati dopo la caduta del muro di Berlino?).
Non sono solo dati scientificamente dimostrabili, ma ahimè, umoralmente decifrabili! Il dibattito interno sulle alleanze, con una prevalente tendenza a ricostruirne una “di sinistra” (peraltro ben più modesta nelle proiezioni elettorali di esperienze passate) minoritaria e priva di respiro, da solo spinge fuori dai suoi confini quello che sarebbe dovuto essere il core business del Partito democratico oltre che una fetta non irrilevante di sensibilità cattoliche che pure con convinzione hanno partecipato alla sua costruzione. Ciò che però, a mio avviso, diviene ogni giorno più preoccupante è – al di là degli schematismi elettorali – la rinuncia nell’azione politica, nel linguaggio e nelle proposte che si avanzano a parlare a quel mondo, ad interloquire con quella parte così vasta del nostro potenziale elettorato che invece di sentirsi attratta ed avvicinarsi si allontana, ingrossata anche dai tanti (i delusi, ahimè, crescono ... anche tra coloro che provengono dalle culture dei partiti fondatori) che ci hanno dato fiducia solo due anni fa e che continuano a prendere le distanze. Trasformare, innovare, riformare con coraggio e lungimiranza innanzitutto noi stessi per avere credibilità nel dire: «Cambiamo il paese». In questo si sta consumando il nostro fallimento, in questo stiamo tradendo la fiducia e, fatto ancor più grave, la speranza di milioni di persone che hanno creduto in quel progetto rivoluzionario declinato da Veltroni e condiviso dall’unanimità dell’attuale classe dirigente solo tre anni fa. È una responsabilità pesante di cui un po’ tutti dobbiamo sentirci investiti per il passato ma che certamente in questi mesi è andata aggravandosi in una escalation di involuzioni che fanno precipitare in un vicolo cieco speranze ed attese sciaguratamente abbandonate.
Stiamo dunque ritornando alla casella iniziale del nostro gioco dell’oca, ma sia chiaro a tutti che quella casella non ci fa ripartire: ci fa fermare. In barba al riformismo, all’innovazione, al cambiamento, al coraggio.
Possiamo evitare questo brutto “traguardo”, ma il tempo davanti a noi è ormai esiguo. È indispensabile un repentino cambio di rotta. E ci vuole un lancio di dadi con doppio 6.
Fonte: Roberto Giachetti - Europa

Complotto dei vecchietti contro il futuro

E se il ministro Frattini avesse ragione? Se davvero esistessero "strategie dirette a colpire l'immagine dell'Italia sulla scena internazionale", cioè in pratica un complotto? È davvero così paranoico mettere in collegamento i crolli di Pompei, la crisi dei rifiuti, Finmeccanica che perde una commessa, e le altre figuracce che nelle prossime ore Wikileaks pubblicherà?
Ora, nella migliore tradizione della letteratura paranoica, facciamo un passo indietro. Qualche sera fa, mentre gli studenti cominciavano a scendere in piazza, in un ristorante di Milano due vecchietti si prendevano a botte. La notizia, succosa in sé (cosa ci fanno due settantenni, a mezzanotte, in un locale alla moda? Perché non se ne stanno tranquilli al caldo nelle loro case, magari circondati dagli affetti dei loro cari?) è passata quasi inosservata, occultata dalle generalità dei due personaggi. Uno dei due signori era Gian Germano Giuliani, produttore di un famoso amaro digestivo; l'altro, Emilio Fede, uno dei più dileggiati e sottovalutati uomini chiave di Berlusconi: il suo Ministro per la Terza Età, imbonitore di un favoloso parco buoi elettorale che può ancora fargli vincere le elezioni in barba a qualsiasi scandalo o contestazione.
È difficile perfino accorgersi che si tratta, in effetti, di due persone anziane. Giuliani è fresco di terze nozze, e terza separazione; Fede, l'aggredito, poche ore dopo era già davanti alle telecamere, coi lividi imbellettati, instancabile, a chiedere alla polizia di menare "la gentaglia", gli studenti "che capiscono solo di esser menati", i "poveri cuccioloni" che hanno osato violare il Senato, l'assemblea degli anziani intoccabili.
La vitalità di questi personaggi ha qualcosa di stupefacente. Non c'è dubbio che entrambi abbiano fatto cose importanti per l'Italia e gli italiani. Il primo negli anni Settanta vendeva a casalinghe e pensionati sostanze alcoliche sotto forma di prodotti medicinali; allo stesso pubblico, un po' più incanutito, Fede ha smerciato per anni un varietà propagandistico sotto forma di telegiornale. Tutto questo comunque andrebbe scritto su un libro di Storia, nelle ultime pagine riguardanti il secolo scorso. E invece questi e altri settantenni sono ancora qui, nelle prime pagine dei quotidiani del 2010, a reclamare il loro diritto a innamorarsi e fare a pugni. Esponenti di una classe di ferro che non ha nessuna voglia di mollare le redini del ... Paese. Ma questo cosa c'entra col complotto denunciato da Frattini?
Nulla. Sono solo paranoie. Eppure... se uno prova a unire i puntini, si rende conto che le recenti disgrazie colpiscono un aspetto specifico del nostro Paese: il futuro. Quello dell'Italia, in fin dei conti, non è difficile da prevedere. Le coordinate le abbiamo: siamo una nazione piccola, con una grande Storia, in un mercato globale ormai aperto agli enormi serbatoi asiatici di manodopera a buon mercato. Per restare competitivi non possiamo che investire sulla ricerca, sull'innovazione, sull'istruzione. È una scelta obbligata, gli stessi imprenditori non fanno che ripeterlo. E proprio mentre continuiamo a ripetercelo, scuola e università crollano; il dicastero è occupato da personaggi di dubbia competenza, che elaborano fantasiose riforme che nascondono (neanche troppo bene) una realtà fatta di tagli all'osso.
L'altro investimento obbligato è quello sul carattere specifico dell'Italia: anche nel mezzo di una crisi come questa, il Bel Paese rimane apprezzato nel mondo per il suo patrimonio naturale e culturale. E qui si dovrebbe intervenire: salvando il salvabile, eliminando senza pietà gli eco-mostri, investendo pesantemente nel turismo. Magari anche nel cinema, che negli anni del boom ci rese un grandissimo servigio, diffondendo in tutto il mondo il sogno di una Dolce Vita che a ben vedere era ancora un sogno anche per noi. Dovremmo offrire a miliardi di potenziali turisti la forza di sogni nuovi... Sì, sono considerazioni perfino banali. E mentre le facciamo, il patrimonio è affidato a personaggi di conclamata incompetenza; siti archeologici unici al mondo giacciono in abbandono; il meridione, che potrebbe essere la nostra Mecca, qualcosa che ogni cittadino del mondo dovrebbe sentirsi obbligato a visitare, è stato convertito in discarica dalla malavita organizzata. In mezzo a tutto questo, il ministro dell'Economia dà le mazzate finali al settore affermando che con la cultura non si mangia. Possibile che tutto questo avvenga per caso? È davvero così azzardato ipotizzare un complotto?
Io non so che volti hanno gli uomini che, tra una cena e l'altra, complottano contro l'Italia e il suo futuro. L'unica teoria che mi sento di fare riguarda la loro età. Sono vecchi. Un po' più anziani di quella Repubblica che hanno offeso e depredato senza nessun timor reverenziale. Hanno vissuto alla grande gli anni del boom, hanno finanziato le loro avventure ipotecando il futuro di figli e nipoti. Oggi, nel mezzo di una crisi mondiale, vivono gli ultimi fuochi senza progetti a lungo termine - e perché dovrebbero averli? Ancora un'altra donna, un'altra barzelletta, un'altra bella serata al ristorante. Di accompagnarci al disastro non hanno nessuno scrupolo: sono i primi a sapere che se ne andranno prima.
Fonte: Leonardo Tondelli - L'Unità

Ue: economia italiana, avanti piano L'euro precipita, scivolone in Borsa

La debolezza dell'euro, la crescita italiana al rallentatore secondo le nuove stime Ue, il balzo del differenziale tra i Btp decennali e il bund tedesco giunto al massimo storico, hanno provocato una decisa flessione della Borsa.
BORSA - Dopo che il premio di rendimento pagato dai Btp italiani decennali rispetto al Bund tedesco è volato a nuovi massimi dall'introduzione dell'euro, toccando i 200 punti base, Piazza Affari ha ulteriormente peggiorato il suo già pesante andamento, fino al -2,67% dell'indice Ftse Mib in chiusura. Non è andata meglio per le altre principali piazze del Vecchio Continente: Parigi ha segnato un -2,4% e Madrid un -2,3%. L'indice Stxe 600, che fotografa l'andamento dei principali titoli quotati sui listini europei, ha ceduto l'1,4%, che corrisponde a 74 miliardi di euro di capitalizzazione bruciata in una sola seduta. Male i titoli delle automobili e, soprattutto, quelli bancari dell'area euro, il cui indice Dj stoxx specializzato ha ceduto circa il 3%.
COMMISSIONE UE - La giornata nera per la nostra economia è cominciato con le nuove stime della Commissione europeache ha rivisto sì al rialzo le previsioni di crescita dell'Italia, ma hanno certificato di fatto l'idea che quella che verrà sarà una ripresa debole: nel 2010 il prodotto interno lordo (Pil) si attesterà all'1,1%, così come nel 2011. Nel 2012 salirà all'1,4%, restando però «sotto la media europea (2%)». Queste stime sono inferiori a quelle del governo italiano, che indicano +1,2% quest'anno, +1,3% il prossimo e il 2% nel 2012. «Ci aspettiamo che l'economia italiana - afferma Bruxelles - torni al moderato tasso di crescita di prima della crisi. Le debolezze strutturali, come la crescita insoddisfacente della produttività sono destinate a pesare sulla capacità dell'economia di riprendersi rapidamente dalle severe perdite produttive registrate durante la recessione».
REHN: «ITALIA, BENE MA NUOVE MISURE SE NECESSARIO» - Il piano di consolidamento dei conti dell'Italia va nella giusta direzione», ha detto il Commissario per gli Affari economici e monetari, Olli Rehn, ma «se necessario provvedimenti ulteriori dovranno essere presi» per raggiungere l'obiettivo del deficit sotto il 3% nel 2012.
DEFICIT - Per la Commissione Ue il deficit dell'Italia «scenderà leggermente» al 5% nel 2010 (dal 5,3% del 2009), per poi calare al 4,3% nel 2011. Nel 2012 il disavanzo non riuscirà a scendere sotto il 3%, attestandosi al 3,5%. Le ultime stime del governo indicano per il deficit il 5% quest'anno, il 3,9% il prossimo e il 2,7% nel 2012. Anche per quel che riguarda il debito ... pubblico, le previsioni dell'esecutivo europeo sono un po' meno ottimiste di quelle del governo: la Commissione Ue indica un 118,9% nel 2010, un 120,2% nel 2011 e un 119,9% nel 2012. Il governo prevede un calo al 117,5% nel 2012.
INFLAZIONE - In Italia l'inflazione annuale sarà nel 2010 dell'1,6% (come stimato in settembre), l'anno prossimo dell'1,8%, nel 2012 dell'1,9%, secondo le previsioni della Commissione Ue. Il tasso di inflazione italiano è sopra la media Eurozona nella misura di 0,1% quest'anno e di 0,2% nel 2012; nel 2011 invece è lo stesso.
CRESCITA EUROZONA - Nell'Eurozona è la Germania ad avere l'incremento maggiore: +3,7%. La Francia resta all'1,6%. In recessione Irlanda (-0,2%), Grecia (-4,2%) e Spagna (-0,2): l'anno scorso erano sotto zero tutti i Paesi dell'Unione monetaria.
BTP - Intanto il premio di rendimento pagato dai Btp italiani decennali rispetto al bund tedesco è volato a nuovi massimi almeno dall'introduzione dell'euro, toccando i 200 punti base. Lo scrive la Reuters citando dati della piattaforma Tradeweb. Record anche per i premi di rendimento spagnoli, che viaggiano a 270 punti base.
EURO -Non si placa, come detto, anche la debolezza dell'euro che precipita sotto 1,31 dollari sulle piazze del Vecchio Continente. La moneta unica viene scambiata a 1,3089 dollari.
Fonte: Corriere.it

Un bel tavolo per salvare la Repubblica

L' Italia sembra rivivere l' incubo dei primi Anni Novanta. Ritorna un' endemica instabilità politica, riesplodono i conflitti sociali, si riaffaccia la speculazione internazionale che mette nel mirino i Paesi più deboli d' Europa. Certo, non siamo sull' orlo della bancarotta, che nel ' 92 rese necessaria la più colossale manovra di risanamento mai varata nella storia repubblicana. Non siamo martoriati ogni giorno da arresti e avvisi di garanzia, che colpiscono ministri e sconquassano il Palazzo. Ma restiamo comunque indebitati fino al collo e fiaccati dall' inazione di governo che produce la stagnazione dell' economia. E il ceto politico che «guida» il Paese, spappolato al suo interno e tuttora braccato dalle indagini giudiziarie, non è più credibile. In questa eterna notte della Repubblica, una piccola luce rimane accesa. Il tavolo aperto agli inizi di ottobre da Confindustria, sindacati confederali, Abi, Ania, Confapi, Coldiretti, Legacoop, Confcooperative, è un segnale di resistenza da non sottovalutare. L' obiettivo è alto: unire le forze del capitale e del lavoro per mettere a punto una piattaforma comune sulle grandi riforme da fare per evitare il collasso del Paese: fisco, pubblica amministrazione, infrastrutture, occupazione, contratti. L' iniziativa lanciata da Emma Marcegaglia e condivisa dalla neoleader della Cgil Susanna Camusso, insieme agli altri leader confederali, ricorda la felice stagione della concertazione. Ai tempi dei governi Amato e Ciampi, con gli accordi sul costo del lavoro, la supplenza esercitata dalle forze sociali colmò il tragico vuoto della politica. È positivo che oggi, in presenza dello sfarinamento della maggioranza, l' establishment economico e sociale si assuma la responsabilità di puntellare il sistema, con la benedizione dell' unica istituzione che ancora rappresenta l' unità nazionale, cioè la presidenza della Repubblica. Ma i primi Anni Novanta sono lontani, e per molti versi irripetibili. Una «nuova supplenza» aiuta ma non basta. Oggi più che mai serve una «nuova politica».
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica

Baldoni sepolto nella sua Umbria Ucciso in Iraq, giallo irrisolto

L’ultimo saluto, finalmente, nella sua Preci, paese arroccato sull’Appennino umbro, per Enzo Baldoni, fotografo e giornalista, volontario della Croce Rossa, rapito e assassinato in Iraq il 26 agosto 2004 da terroristi legati ad Al Qaeda. Aveva 56 anni. Dopo trattative, speranze e amare disillusioni, è stato possibile riaverne le spoglie grazie alla tenacia della moglie Giusy e dei familiari. Hanno combattuto contro inerzie e pigrizie di governi e apparati dello Stato per affermare il loro diritto ad avere i resti del congiunto. «Nessuno fa nulla per ridarcelo» denunciò la moglie Giusy a questo giornale nel agosto 2007. Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in più di un'occasione, aveva rinnovato l'appello affinché si facesse di tutto per riconsegnare il corpo alla famiglia.
Tutto inizia il 20 agosto del 2004 a Latifiya, in Iraq, dove il giornalista-fotografo si trova con accredito del settimanale Diario. È alla guida di una colonna della Croce Rossa che aveva portato aiuti umanitari a Najaf, quando viene rapito. Quattro giorni dopo la tv Al Jazeera trasmette un video in cui si vede il cronista leggere un messaggio della banda che l’ha sequestrato, chiamata «Esercito islamico». Si dà un ultimatum di 48 ore all'Italia per ritirare le truppe dall'Iraq. Il 26 agosto Baldoni viene ucciso. L'immagine del suo volto viene pubblicata su un sito riconducibile all'Esercito Islamico. Solo nel 2005 tramite la Croce Rossa arriva un frammento osseo «compatibile» con il suo Dna. Qualcuno sapeva dove fosse il corpo, ma solo lo scorso aprile si è arrivati al recupero.
C’era tutto il paese nella chiesa di Santa Maria della Pietà e tanti amici e colleghi per stringersi finalmente attorno ai congiunti di Enzo. In un primo momento la vedova Giusy forte e schiva, pensava ad una cerimonia privata, ma poi ha cambiato idea. «Ringrazio la mia famiglia allargata - ha detto commossa - per avermi dato la forza di andare avanti. Vorrei ringraziarvi uno per uno». E di gente ce ne era tanta a Preci. «Era un reporter eccezionale, un fuoriclasse» dirà Enrico Deaglio, direttore del Diario, il settimanale con cui collaborava dall’Iraq. Pino Scaccia, inviato del Tg1, ricorda: «La notte prima cercai di sconsigliarlo di partire, parlandoci fino a tarda ora, perché era pericoloso. Ma non ci riuscii, vinse lui».
Hanno parlato le istituzioni. «Un esempio per le giovani generazioni, per la comunità umbra: Enzo Baldoni sarà ricordato da tutti per la dedizione, la passione e competenza con cui ... esercitava il lavoro di cronista libero, determinato nel raccontare la verità», dice il presidente della provincia di Perugia, Marco Guasticchi. «Era un giornalista - aggiunge - che credeva fortemente nei valori della solidarietà, del volontariato e pacifismo, valori e ideali che ha custodito fino alla tragica scomparsa». La presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini afferma: «Amava a tal punto la professione di giornalista da mettere in gioco la sua vita, pur di “onorare” il suo lavoro: informare nel modo più libero ed autonomo». Un risarcimento dopo le tante denigrazioni subite da Enzo, che i giornali di destra definirono un irresponsabile. Sulla bara di legno chiaro un cuscino di fiori. L’unico, per volere della famiglia che ha deciso di raccogliere fondi da destinare a un orfanotrofio a Nazareth.
Fonte: Roberto Monteforte - L'Unità

Un mese da fusi di testa Il novembre «schizzato» del Pdl...

2 novembre 2010
Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio, dice che è “meglio essere appassionati di belle ragazze che essere gay”.
3 novembre 2010
Daniela Santanchè, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, afferma che tutti gli italiani preferiscono avere figli eterosessuali piuttosto che avere figli gay.
8 novembre 2010
Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, dichiara che gli aiuti di stato vanno dati solo alle coppie sposate che hanno figli.
10 novembre 2010
Maurizio Gasparri, presidente del gruppo Pdl al Senato, afferma che lo spot sull'eutanasia non può essere mandato in onda perché l'eutanasia è un reato e quindi un video che ne pubblicizzi l'introduzione è illegale, con ciò sostenendo che dovrebbe essere proibita qualsiasi campagna per modificare una legge.
11 novembre 2010
Mara Carfagna, ministro per le Pari Opportunità, dichiara che la sua collega di partito Alessandra Mussolini è una “vajassa” (leggi “fantesca, serva, donna sguaiata e volgare, incline al pettegolezzo e alla rissa”).
14 novembre 2010
Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio, dice che avrà la fiducia al Senato, e se non la otterrà anche alla Camera scioglierà solo quella.
17 novembre 2010
Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario del PdL al Senato, afferma che Roberto Saviano versa in “uno stato di alterazione psicologica dovuto a una evidente ubriacatura di se stesso”.
18 novembre 2010
Sandro Bondi, ministro dei Beni Culturali, su espressa richiesta di Berlusconi spende 70mila euro per mettere un pisello posticcio alla statua di Marte collocata a Palazzo Chigi.
19 novembre 2010
Mariastella Gelmini, ministra dell'Istruzione, incontra a teatro Michela Vittoria Brambilla, ... ministra del Turismo, e le dà della “cagna”.
23 novembre 2010
Alessandra Mussolini, deputata del PDL, decide che voterà la fiducia al governo, e per sugellare la sua decisione bacia in bocca Nicola Cosentino, coordinatore campano del Pdl, già sottosegretario costretto alle dimissioni per presunti legami con la camorra.
23 novembre 2010
Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio, noto per aver raccontato barzellette sugli ebrei, per aver più volte ribadito che gli piacciono le belle gnocche, per aver fatto le corna dietro la testa di un collega nella foto ufficiale di un vertice dell'UE, per aver mostrato il dito medio durante un comizio elettorale e per altre simili amenità, invita i membri del suo partito “al senso di responsabilità, alla sobrietà, al rispetto dei nostri militanti e dei nostri elettori che non approvano certo personalismi ed esibizionismi”.
23 novembre 2010
Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio noto per aver telefonato in questura dicendo ai poliziotti che una minorenne marocchina era la nipote di Moubarak, telefona a Ballarò e afferma che Floris è un mistificatore.
24 novembre 2010
Ignazio La Russa, ministro della Difesa, se ne va in giro per l'Afghanistan lanciando volantini da un elicottero al grido di “La Russa come D'Annunzio”.
24 novembre
Mentre infuria la protesta degli studenti contro la riforma delle università Renato Schifani, presidente del Senato, tanto per calmare gli animi dichiara che prima o poi ci scapperà il morto.
25 novembre 2010
Mara Carfagna, ministra per le Pari Opportunità, prima annuncia le dimissioni perché le impediscono di condurre la sua battaglia per la legalità, poi parla con Berlusconi e anche se la conversazione non riguarda il merito della vicenda ritira le dimissioni perché dice che lui la capisce.
25 novembre 2010
Paolo Romani, ministro per lo Sviluppo Economico, afferma che se uno ha la corrente elettrica a casa allora deve avere per forza anche la televisione, e quindi dev'essere obbligato a pagare il canone.
26 novembre 2010
Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio, dichiara che non bisogna indagare sui presunti illeciti compiuti da un'impresa, se quest'ultima è strategica per l'economia del paese.
26 novembre 2010
Mariastella Gelmini, ministra dell'Istruzione, e Angelino Alfano, ministro della Giustizia, sbagliano e votano a favore di un emendamento presentato contro la maggioranza a cui appartengono.
26 novembre 2010
Franco Frattini, ministro degli Esteri, dichiara che è in atto una strategia contro l'Italia, ma che non si tratta di un complotto.
28 novembre 2010
Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio, dice che chi non voterà la fiducia al governo è un traditore.
Fonte: Alessandro Capriccioli - L'Unità

Fazio: "Italiani vogliono nuova tv, la Rai no" Oggi l'ultimo atto di "Vieni via con me"

Dieci milioni di spettatori, oltre il trenta per cento di share, cifre superiori al Grande Fratello per un programma fieramente antitelevisivo. I politici usati dalla tv e non viceversa. Un fronte di critiche trasversali, da Grillo a Libero, e un altrettanto trasversale successo di pubblico. La signora Welby che fa più ascolti del festival di Sanremo, gli sfollati dai campi rom più dell'Isola dei Famosi. Nel nome della più bella canzone di Paolo Conte si è compiuta una rivoluzione nel costume televisivo.
Fabio Fazio, allora un'altra tv è possibile e quindi un'altra Italia?
"Con la volontà rispondo sì, con la ragione no. Diciamo che un'altra tv è desiderata da milioni d'italiani. Ma la reazione dell'establishment politico-televisivo è stata tale da farmi pensare che sia troppo presto. La Rai non sopporta che la tv pubblica diventi strumento di un vero dibattito sociale, culturale. L'hanno permesso perché non se n'erano accorti, non se l'aspettavano. E nemmeno noi. Ma la prossima volta sarà impossibile".
Karl Kraus diceva: la satira che il potere riesce a capire, viene giustamente censurata. Vale anche per "Vieni via con me". Al principio erano soltanto preoccupati che parlaste di Berlusconi, e invece...
"Non l'abbiamo quasi mai nominato, tolta la prima puntata. Siamo il primo programma già nel dopo Berlusconi".
Nonostante questo, vi sono saltati addosso tutti. Perché?
"Abbiamo fatto una tv riformista e non c'è cosa che spaventi più del riformismo. La rissa a somma zero di altri talk show in fondo è del tutto innocua".
Era un programma non ideologico, Saviano e lei non lo siete, gli ospiti hanno raccontato storie. La signora Welby e il signor Englaro hanno raccontato tragedie di famiglia. Come si spiega che il cda Rai abbia chiesto di far replicare a un'esperienza di vita con un comizio ideologico di un movimento integralista cattolico?
"Accettare quella replica dei Pro Vita avrebbe significato ammettere che Mina Welby e Beppe Englaro avevano parlato in favore della morte. Non esiste direttiva Rai che possa impormi un'assurdità del genere".
Più che un programma, siete stati il fenomeno sociale di queste settimane, insieme alla lotta universitaria. Anche la vostra era una specie di "occupazione"?
"Il parallelo mi piace e mi è piaciuto che gli studenti abbiano adottato nelle lotte lo strumento dell'elenco. Sono segnali che sta accadendo qualcosa di profondo nella società ... italiana, che parte dai due luoghi principali di formazione dell'opinione pubblica, la scuola e la televisione. E riguarda i valori, l'identità".
Se dovesse citare due valori di questo cambiamento?
"Legalità e laicità. Sono le basi di partenza di ogni patto civile, i materiali con i quali si costruisce una comunità. In questi anni sono stati attaccati e derisi, hanno trasformato l'uno in giustizialismo e l'altro in laicismo. Eppure nell'opinione pubblica sono valori più importanti di quanto si pensi. Saviano è amato perché incarna il bisogno di legalità di un pezzo di Paese disgustato dalla corruzione, dal malaffare, dalla rassegnazione a convivere con le mafie".
Come si spiega che decine d'inchieste sulla 'ndrangheta al Nord non siano riuscite a smuovere un decimo di un racconto di Roberto Saviano?
"La narrazione è più libera dell'inchiesta. Roberto ha questo dono del divulgatore e poi è un trentenne, appartiene a un generazione non ideologica. Poi certo il programma ha avuto un effetto Sanremo. Dopo quegli ascolti, tutti dovevano intervenire. Ma se questo ha finalmente portato la discussione politica su temi concreti, come la 'ndrangheta in Lombardia, i diritti civili, l'integrazione degli immigrati, beh, vivaddio".
Avete intercettato il bisogno di una lingua diversa in tv. Niente talk show, niente conduttore domatore, tempi lenti, argomenti difficili. Chi si aspettava questo seguito?
"Siamo partiti per fare il 12 per cento. Il 15 sarebbe già stato un successo. È arrivato il 30. Perché non lo capisco neppure io. Dai dati ho capito soltanto che una grande fetta di pubblico è in realtà un non pubblico, gente che non accendeva mai il televisore. In termini politici abbiamo recuperato l'astensionismo di massa. Che evidentemente non era indifferenza, ma ribellione alla tv del pollaio, al finto dibattito dove uno dice una cosa, l'altro lo interrompe con il contrario e alla fine non s'è capito nulla, non è successo nulla. Con gli autori abbiamo pensato a una cerimonia. Una cosa certo poco televisiva, semmai teatrale. Fondata sul valore della parola nuda. Un format post o pre berlusconiano, và a sapere. L'unico precedente linguistico era Celentano, i suoi silenzi, la rottura del rito attraverso un altro rito".
Lei quando si è emozionato di più?
"Quando Gemmi Sufali ha letto le ragioni per cui le piace essere italiana. Era una delle bambine sbarcate a Bari dall'Albania con la nave Vlora nel '91. Vent'anni dopo quell'inferno c'è questa ragazza intelligente, carina, entusiasta di un Paese meraviglioso, il suo e nostro".
Elenco. Vuole ringraziare qualcuno?
"Roberto Saviano, gli autori, Benigni che ci ha permesso di rompere il ghiaccio alla grande. Il pubblico, naturalmente. Quelli che mi hanno insegnato il mestiere, da Guglielmi a Biagi a tanti altri".
Vuole ringraziare anche qualcuno che non dovrebbe?
"Ma certo. Il dottor Masi, che ha commentato: gli ascolti non sono tutto. L'editore che di sicuro da domani mi chiederà di mettere a frutto il successo per nuovi programmi. Buona, vero?".
Avete fatto saltare il banco, e ora? Che cosa farà dopo un'avventura come questa?
"Una lunga vacanza. Un viaggio. No, un programma comico".
Fonte: Curzio Maltese - Repubblica

Latorre, come liquidare il Pd

L’intervista di Nicola Latorre al Corriere della Sera è sorprendente: cancella in poche righe, e con motivazioni preoccupanti, le ragioni della scelta di dar vita al Pd: esso dovrebbe, nei fatti, sciogliersi per dar vita ad un nuovo «patto» tra soci diversi «dagli ex-Pci e ex-Dc». E questi «nuovi costituenti» sarebbero la Sel di Vendola e non meglio specificati «movimenti anche cattolici» (che come si sa non mancano mai alla bisogna). Qui, mi spiace dirlo, di nuova c’è solo la disinvoltura con cui Latorre propone di buttare a mare il Pd per imbarcarsi in una cosa vecchia e arcaica.
Cioè la ricostituzione di un “partito unico a sinistra” che tenga insieme riformisti e radicali. La proposta di Latorre sconta la fine del «patto» con la tradizione popolare e cattolico riformista. E il ritorno all’ircocervo (solo italiano) di una sinistra rinserrata nei suoi confini: una dilagante area radicale con “responsabili” minoranze riformiste. Uno schema che – creda La torre – è finito con il Pci. E che solo pensieri ingrigiti dal tempo possono illudersi di riproporre. La proposta di Latorre segnerebbe la liquidazione di un presupposto costitutivo del Pd: dar vita, finalmente in Italia, ad una formazione riformista (senza aggettivi) potenzialmente maggioritaria o, comunque, in grado di saldare alleanze riformiste maggioritarie. La chiave di una possibilità risiedeva in una scelta di fondo (almeno per gli ex Pci): la fine dell’illusione dell’unità a sinistra, nella versione, solo italiana, della coesistenza di riformisti e radicali. Che è stata la ragione della crisi e della fine del Pds negli anni successivi al superamento del Pci. Nella storia italiana, questa versione dell’unità a sinistra non ha mai costituito un punto di forza. Essa ha coinciso con la divisione tra i riformisti e con il peso condizionante delle posizioni antagoniste. Con il risultato di impedire, anche nei momenti di maggiore forza elettorale del Pci, la possibilità di prospettare una piattaforma e una maggioranza di governo. L’accettazione, implicita nel patto costitutivo del Pd, di una separazione definitiva dalla sinistra radicale e antagonista non era solo il presupposto dell’incontro con la tradizione popolare. Era la fine dello schema del lungo dopoguerra italiano: la grande forza della sinistra sterilizzata in una condizione di minorità ... per la convivenza in essa di una doppia prospettiva, quella riformista e quella antagonista. Il superamento di questa limitazione aveva una conseguenza inevitabile: la presa d’atto che la sinistra non è un corpo unico e che, dunque, lo schema antico del “niente alla propria sinistra” non aveva più senso per il Pd. L’esistenza di una area radicale, finalmente separata politicamente e culturalmente dal progetto del Partito democratico, rappresentava il contrafforte più esplicito della serietà e profondità della scelta riformista del Pd. Può, onestamente, Latorre o chiunque altro la pensi come lui sostenere che le cose non stiano così? E se invece stanno così come si può credere che l’ipotesi che Latorre avanza non sia, semplicemente, una deflagrazione del Pd, un invito a sciogliere le fila, a ritornare alla “casa dei padri”, per dirla con Fini. Sarebbe la dissoluzione di ogni prospettiva maggioritaria del centrosinistra. A prenderne atto non sarebbero solo gli ex popolari. Ma un’area vasta di posizioni riformiste, liberal e socialiste unite su un punto di fondo: la convivenza tra riformismo e radicalismo è una vetusta e stravagante credenza dell’archelogia della sinistra mentre per i riformisti la ricostituzione di un “partito unico della sinistra” apparirebbe un incubo.
E poi c’è un problema di buon senso. Vendola è una cara persona e un simpatico eterno ragazzo. Che la bizzarra dei vertici del Pd, prima in Puglia e poi a Milano, ha proiettato sulla scena della politica nazionale con un valore aggiunto superiore alla sua verificata forza effettiva. Lui sarebbe il primo caso della storia di un movimento che ottiene un surplus di peso e riconoscimento, si sfascia un partito per farne un altro con luisulla base di una aspettativa di successo non ancora, elettoralmente, verificata. Insomma: quello che sui mercati reali si chiamerebbe bolla speculativa. E noi saremmo il primo partito che si scioglie per far fronte alle ipotesi di un...sondaggio.
Pazzesco. Non c’è proporzione, avrebbe detto Eduardo. Il gioco non vale la candela. Ed è il segno, spiace dirlo, dell’evidente sfinimento intellettuale che segna una parte del gruppo dirigente del Pd. Ne sono prova le motivazioni che Latorre rispolvera per giustificare l’abbraccio con la sinistra radicale. L’Italia, egli dice, ha davanti una sfida straordinaria: il rientro nei parametri europei del debito pubblico. Questo, insiste con ragione, accentuerà le sfide sociali e potrebbe innescare conflitti distruttivi se non si governasse il processo di risanamento con il «dialogo sociale». Considerazione sacrosanta! L’abc di una posizione riformista, mi verrebbe da dire. Ma cosa c’entra questo con il partito di Vendola e il «patto» con esso? Latorre opera una semplificazione assurda e impensabile: attribuisce la rappresentanza di eventuali conflitti e delle esigenze delle “parti sociali” (sindacati, associazioni e rappresentanze varie) al perimetro della sinistra di Vendola. Imbarcata essa avremmo dato, sembra di capire, una risposta all’esigenza del dialogo e del coinvolgimento delle parti sociali.
Immagino che Bonanni, la Uil, la Confindustria e, io credo, anche la stessa Cgil futura di Camusso trasecoleranno ad una tale conclusione. Oppure, per Latorre, non sono queste ultime le “parti sociali” con le quali si immagina di dialogare? È l’errore di molti nel Pd quello di identificare il conflitto sociale (che è una categoria complessa) con le posizioni della Fiom e delle sue pretese costole politiche. Tra cui, in primis, la Sel di Vendola.
Ma questo è ridicolo. Prima ancora che miope. Fosse così succederebbe esattamente l’opposto: se la rappresentanza del conflitto sociale fosse delegata alla Fiom e alla Sel, il dialogo si sfarinerebbe al primo tentativo. E le risposte riformiste al tema cruciale del rientro dal debito andrebbero rapidamente a farsi benedire. Per non parlare delle riforme volte a rimettere in movimento il ciclo della crescita. Queste presuppongono non solo il “dialogo sociale” ma lo scambio e l’accordo con il sistema delle imprese sui temi della produttività, della flessibilità e dell’innovazione delle relazioni industriali. La sinistra radicale non può e non intende rappresentare e sostenere questa versione del “dialogo sociale”, come impudicamente gli attribuisce Latorre. Questo è semmai il compito dei riformisti o no? Su questi temi la Sel o la Fiom attuale sarebbero solo un fattore di freno e di nullificazione di una strategia di riforme e modernizzazione. Per chiudere: nell’intervista di Latorre non compaiono mai i temini “ riformismo” e “centrosinistra”. Il primo è sostituito dalla tradizionale e scolastica (per noi che abbiamo studiato alle Frattocchie) espressione “prospettiva di cambiamento possibile”; il secondo, invece, lascia il posto al “patto costituente” con la sinistra radicale.
Anche lessicalmente le considerazioni di Latorre segnano, dunque, la regressione dichiarata verso una prospettiva non più definibile di centrosinistra. La controprova è il pericolo che egli agita come quello più attuale nella situazione italiana. Latorre rispolvera, dalla notte dei tempi, il più cupo e tetro esperanto delle sconfitte della sinistra: la minaccia di un “capitalismo autoritario”. E chi ne sarebbe espressione? Il solito Marchionne (magari con gli annessi sindacalisti “gialli” di Cisl e Uil). Suvvia. Spero ardentemente che quello di Latorre sia un esercizio individuale e solitario.

Fonte: Umberto Minopoli - Europa

La Gelmini boccia il rettore di Firenze "Stop a lezioni? Appello inaccettabile"

Un appello a tutti i docenti a non fare lezione martedì, giorno in cui alla Camera riprenderà la discussione sulla riforma Gelmini dell' Università. L'iniziativa è del rettore dell'università di Firenze, Alberto Tesi. Ed è stata prontamente bocciata dal ministro dell'Istruzione. «Considerata l'importanza della giornata di domani per il futuro dell'Università italiana - si legge in una nota diffusa sul sito dell'ateneo fiorentino - il rettore, d'accordo con i presidi delle Facoltà, facendo seguito a quanto profilato nella seduta straordinaria del Senato Accademico di mercoledì 24 novembre, invita tutti i docenti a sospendere l'attività didattica ordinaria favorendo momenti di riflessione sui temi della riforma». «Quello del rettore di Firenze - ha replicato Mariastella Gelmini - è stato un comportamento inaccettabile e inqualificabile di chi vuole conservare i propri privilegi». «È il solito copione che si ripete dal 1968 - ha aggiunto il ministro - . Rettori e professori che sospendono le lezioni sulla pelle dei ragazzi che non possono più studiare. Alcuni rettori che per la prima volta vedono messe in discussione le loro rendite di posizione tentano di bloccare la riforma. Non ci riusciranno perché il 90% degli studenti vuole che l'università cambi, diventi più moderna e che vengano abbandonati i vecchi slogan», ha concluso la Gelmini.
PROTESTE - La protesta contra la riforma universitaria italiana nel frattempo si allarga, fino ad arrivare al Cern di Ginevra: un gruppo di studenti e dottorandi italiani che lavorano in uno dei più grandi laboratori di fisica nucleare si trova ora sul tetto del palazzo dell'amministrazione centrale a «difesa» dell'Università pubblica. Quanto all''Italia, in mattinata è stata occupata dagli studenti la Scuola Normale Superiore di Pisa. A Roma, mentre prosegue l'occupazione del tetto della facoltà di Architettura, gli studenti di Archeologia e Storia dell’Arte dell’università La Sapienza hanno organizzato un piccolo corteo intorno al Colosseo, quindi hanno recintato simbolicamente l’Arco di Costantino simulando con degli scatoloni vuoti il crollo a Pompei. A Milano studenti e ricercatori hanno srotolato per alcuni ... minuti da una delle balconate del Duomo uno striscione giallo di circa 4 metri di lunghezza, con scritto in rosso «(Ri)viva la ricerca per favore».
APPELLO DI 400 DOCENTI - Circa 400 docenti, nel frattempo, hanno firmato un appello a favore della riforma Gelmini, promosso dalla Fondazione Magna Carta. «Difendiamo l'Università dalla demagogia - si legge - È troppo tempo che l'Università italiana ha bisogno di una cura incisiva ed efficace. È troppo tempo che il mondo accademico aspetta una riforma capace di restituirgli il prestigio perduto. È troppo tempo che gli studenti italiani bravi e meritevoli non hanno più la possibilità di frequentare istituzioni universitarie competitive rispetto al resto dell'Europa e del mondo».
Fonte: Corriere.it

Paura di "perdere le primarie"

Dicono i bene informati che nel Pd c'è molta agitazione: paura di "perdere le primarie", che vedrebbero Nichi Vendola con ottime possibilità di spuntarla. Si capisce che per un partito che rappresenta (largamente) il grosso dell'opposizione italiana, non è facile accettare la prospettiva di non esprimere il candidato premier. Pure, diversi episodi (primarie pugliesi, primarie milanesi) dimostrano che è lo stesso elettorato del Pd a guardare, in buona parte, a candidati esterni al partito per il quale votano. E se un partito - specie un partito di massa - è formato non solo dal suo stato maggiore, ma dai suoi elettori, parlare di "primarie perse" è piuttosto improprio: i dirigenti del Pd chiedano ai loro elettori che hanno votato Vendola, o Pisapia, se ritengono di avere "perso" le primarie, e vedranno che è vero il contrario. In termini militari, il Pd è l'esercito imprescindibile del centrosinistra italiano. Senza di lui, non esiste alternativa a Berlusconi. Metta le sue truppe, la sua organizzazione, la passione dei suoi militanti e dei suoi amministratori, l'intelligenza dei suoi elettori al servizio di chiunque vinca le primarie del centrosinistra. Vedrà che le vincerà comunque.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

sabato 27 novembre 2010

Biberon, l'Ue bandisce il bisfenolo A "Via dai negozi dal primo giugno"

Faccio fatica a capire come un biberon considerato nocivo per l'organismo umano continui ad essere venduto in Italia fino a giugno 2011. Vorrei che qualcuno mi spiegasse a che titolo  e per quali interessi si continua a vendere il prodotto che è accusato di provocare tumori e sterilità. In che società viviamo se nemmeno la vita di piccoli innocenti creature può fermare il bieco profitto di qualche azienda farmaceutica?
Ma questo non era il governo dell'amore, della vita ad ogni costo? (M.B.)
L'Europa ha deciso di mettere al bando i biberon realizzati con bisfenolo A, sostanza considerata nociva per l'organismo umano e con effetti sullo sviluppo cerebrale dei bambini. L'allarme era già stato lanciato da tempo e in alcuni paesi erano già stati vietati. Ora la decisione è stata presa dai rappresentanti dei 27 paesi Ue che, con un voto a maggioranza qualificata, ne hanno proibito l'uso a partire dalla prossima primavera: i divieti scatteranno dal primo marzo per la produzione e dal primo giugno per commercializzazione e importazione.
L'accordo al tavolo dei 27, ricorda Bruxelles, è stato raggiunto dopo mesi e mesi di discussioni. Sospettato di essere dannoso per la salute fin dagli anni Trenta, il bisfenolo è accusato anche di causare malattie dello sviluppo sessuale e sterilità nei maschi, di essere all'origine di tumori, endometrosi, obesità e problemi cardiaci.
In Italia, malgrado le segnalazioni e le proteste di diverse associazioni dei consumatori, alcuni di questi biberon sono ancora sul mercato anche se le grandi aziende si sono adeguate a quel che accade sui mercati esteri e hanno portato sugli scaffali italiani i biberon Bpa-free. Una lista dei prodotti realizzati senza Bpa è reperibile sul sito babygreen.it
In precedenza il bisfenolo A era stato vietato in Canada, negli Stati Uniti, in Australia e in alcuni paesi europei, a cominciare da Danimarca e Francia. L'Efsa, l'autorità europea per la sicurezza alimentare 3, finora aveva ritenuto di non dover apportare alcuna revisione al limite di assunzione del bisfenolo A di 0,05 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo, nonostante i dubbi sollevati dalla ricerca.
Da anni si susseguono studi scientifici sulla pericolosità di questa sostanza organica, onomica e perciò amata dall'industria, che si presenta come un ormone sintetico. E' in grado cioè di imitare gli estrogeni femminili e dunque, una volta ingerita, può interagire con i sistemi ... ormonali dell'organismo. Negli Usa i Centers for desease control and prevention hanno trovato bisfenolo nelle urine del 93% delle persone che hanno sottoposto a controlli.
Uno studio dell'Università del Missouri, diversi anni fa, ha scoperto, sui topi, che il bisfenolo provoca alterazioni nella prostata del feto: alla nascita non sono visibili malformazioni, ma con gli anni quelle alterazioni portano a forme tumorali. Infine, recentemente la Federazione italiana endometriosi ha presentato uno studio che mette in correlazione la patologia dell'utero con l'esposizione in gravidanza al bisfenolo, mentre il Natural resources defence council ha sostenuto una correlazione tra bisfenolo e cancro al seno.

Fonte: Valeria Pini - Repubblica

Susanna Camusso: «Studenti e operai dicono che il governo è arrivato alla fine»

Susanna Camusso guiderà domani a Roma la sua prima manifestazione da segretario generale della Cgil. Un’iniziativa pensata e decisa in altri tempi, ma che cade in un momento molto delicato per il Paese. La mobilitazione degli studenti, le lotte degli operai rompono la finzione di Silvio Berlusconi che probabilmente vive la sua ultima stagione politica. Con il leader della Cgil affrontiamo i temi più importanti dell’agenda politica e sindacale.
Segretario Camusso, qual è il segno della protesta così estesa degli studenti? Cosa ci dicono le lotte degli operai della Vinyls a Porto Marghera e di molte altre fabbriche?
«Sono il segno di un Paese che non tollera più le illusioni, le menzogne di Silvio Berlusconi. Non si può più raccontare una storia diversa dalla realtà, non si può più affermare che la crisi non c’è quando le fabbriche si fermano, quando i commissari della Vynils non sono in grado di riavviare gli impianti. Siamo al dunque, si gioca il futuro dell’Italia. Ce lo dicono i giovani, gli studenti, i precari che hanno piena coscienza che questo governo sta togliendo la speranza, la possibilità di studiare, di crescere».
Come giudica le proteste degli studenti? L’occupazione dei monumenti?
«Sono iniziative giuste, pienamente condivisibili. L’intervento della Gelmini sull’università, mi rifiuto di chiamarla riforma, deve essere contrastato fino al suo ritiro. La coscienza di questi giovani si ribella al tentativo di tagliare ancora la formazione, l’università, non vogliono diventare invisibili. È una grande battaglia che merita sostegno e solidarietà. Invito tutti gli studenti a rispettare i monumenti perchè noi, al contrario di Tremonti, amiamo la cultura, la Divina Commedia, il nostro patrimonio artistico».
Perchè arriviamo a questi scontri sociali?
«Perchè il Paese non discute più di problemi reali, di lavoratori, di studenti, delle famiglie. Non ci danno nemmeno lo spazio per confrontarci. È una continua forzatura. Il governo va avanti senza ascoltare nessuno, senza interlocutori, senza esaminare le ragioni degli altri. La rappresentazione della realtà è una finzione, è falsa come si vede nei tg e su certi giornali. Le lotte di questi giorni, sui monumenti, sulle gru, sui tetti, gli scioperi della fame sono un messaggio chiaro: i lavoratori, i cittadini si mettono in gioco in prima persona per difendere il diritto al lavoro, a una speranza di futuro. Bisogna rispettare queste persone ed è grave che certe istituzioni alimentino paure e minacce di fronte alle proteste sociali».
A cosa si riferisce?
«Ritengono irresponsabile come ha fatto il presidente del Senato Schifani immaginare violenze e disastri che nascerebbero dalle proteste di questi giorni. Lo stesso aveva fatto il ministro ... dell’Interno Maroni prima della manifestazione, grande e pacifica, della Fiom evocando infiltrazioni e violenze».
Le lotte sui tetti, sulle gru interrogano anche il sindacato?
«Certo. Ma voglio dire che queste proteste nascono dentro il sindacato, sono accompagnate da noi, non sono qualcosa di estraneo da noi. Certo non sono lotte tradizionali, ma sono il segno della vitalità e dell’ampia articolazione del movimento dei lavoratori».
Cade il governo?
«Se cadesse oggi vorrebbe dire che anche noi siamo un Paese normale. Il governo è finito, ce lo dicono gli studenti e gli operai».
Non teme un vuoto di potere, la mancanza di un esecutivo in una fase così delicata per l’economia?
«In queste ore sono molto più preoccupata dei veleni e dei ricatti che il berlusconismo in crisi può spargere nel Paese. Pur di salvare se stessi Berlusconi e il governo potrebbero compiere atti disperati».
Domani a Roma c’è la manifestazione nazionale della Cgil. Come sarà?
«Sarà una grande, pacifica manifestazione popolare che rappresenterà l’altra Italia, quella che non si merita questo governo. La partecipazione sarà enorme, sta crescendo di ora in ora quasi ci fosse un risveglio sociale. Soprattutto ci aspettiamo tanti studenti, precari e giovani lavoratori. Vogliamo farci vedere, vogliamo esprimere la nostra voglia di lottare. Uno degli obiettivi principali della Cgil è contrastare fino in fondo il collegato al lavoro. Un provvedimento sbagliato e ingiusto».
Cosa volete fare per battere questa controriforma del lavoro?
«La Cgil sarà in prima fila, questa legge non ci piace e produce danni enormi. La Cgil metterà a disposizione tutte le sue strutture e le sue competenze per aiutare i lavoratori, i precari a impugnare i provvedimenti, a chiedere giustizia contro i contratti irregolari».
Come giudica il comportamento dell’opposizione, del Pd, in questa fase?
«Vedo segnali positivi come, ad esempio, la decisione di convocare la manifestazione a dicembre. Ma mi pare che ci sia bisogno di uno sforzo in più. Ci sono ancora troppe discussioni sulle formule politiche mentre bisogna dedicarsi alla creazione di una vera proposta alternativa di programma, di governo».
Segretario, lei è milanese. È rimasta sorpresa dalle primarie di Milano?
«Mi ha sorpreso la bassa partecipazione al voto. Speravo ci andasse più gente. Vedo Milano vittima di un degrado politico e morale insopportabile. Una volta era la città della solidarietà e accusava Torino di ghettizzare gli immigrati meridionali. Vorrei che tornasse quella città».
A proposito di Torino, oggi parte il confronto su Mirafiori. Si aspetta un cambiamento di linea da parte della Fiat?
«Temo che non ci saranno cambiamenti. Ma vorrei dare un sommesso suggerimento a Sergio Marchionne: sarebbe utile dire cosa è Fabbrica Italia e iniziare a lavorare insieme. Oggi vorremmo avere informazioni chiare non solo sulla Carrozzeria di Mirafiori, ma anche sugli Enti centrali, la testa, la progettazione. Purtroppo le parole di Marchionne, la continua contrapposizione tra America e Italia, i giudizi insopportabili sui lavoratori italiani non fanno pensare a niente di positivo».
Com’è andato ieri il suo incontro con Berlusconi?
«Ha fatto la solita battuta, ha detto che io non potevo essere peggio di Rosy Bindi. Alla fine mi ha avvicinato e ha detto che lui scherza. Gli ho risposto che molte delle sue battute non sono uno scherzo».
Pare che Montezemolo scenda nell’arena politica...
«È strana questa ossessione verso persone che hanno un ruolo dirigente e vogliono fare politica. Trovo legittimo, forse anche utile, che Montezemolo faccia politica. Però vorrei che finisse questa storia degli annunci e dei mezzi annunci: se Montezemolo vuole fare altro lo faccia senza tante storie».
Fonte: Rinaldo Gianola - L'Unità

La Spectre globale

Complotto contro l'Italia. In un pirotecnico gioco di specchi, si potrebbe capovolgere così il titolo del magnifico romanzo di Philip Roth, dove la dura e rancorosa e America di Lindbergh si chiude in se stessa per non vedere i suoi guai, e addita il mondo come nemico. Oggi Silvio Berlusconi e il suo governo fanno la stessa cosa. Per non vedere quanto è già sotto gli occhi di tutti, dal disastro dei rifiuti al crollo di Pompei, dalle inchieste della magistratura su Finmeccanica ai file segreti di Wikileaks, il nostro Consiglio dei ministri si riunisce come fosse un gabinetto di guerra, e alla fine stila il suo comunicato farneticante, dove si rievoca una "Cosa" pericolosa e informe che somiglia tanto alla cara, vecchia congiura giudo-pluto-massonica. "C'è una strategia per colpire l'Italia e la sua immagine internazionale", scandisce il nostro ministro degli Esteri, ripreso in un comunicato ufficiale di Palazzo Chigi.
Una "strategia" nella quale si mescola tutto, per confondere tutti. La monnezza di Napoli e le macerie della Domus dei gladiatori, gli avvisi di garanzia sul caso Enav-Selex e le "rivelazioni imbarazzanti" sui rapporti Italia-Usa che il terribile e temibile Assange sta per diffondere in rete. Un'enormità, sul piano politico e diplomatico: il governo italiano spara in alto, e nel mucchio, senza dire chi, dove, come, quando, perché. Poco più tardi, forse consapevole della sparata, lo stesso capo della Farnesina si corregge, con una prosa avventurosa: "Non c'è nessun complotto contro di noi, ma elementi preoccupanti che sono la combinazione di informazioni inesatte, di enfatizzazioni mediatiche, di fattori negativi per l'Italia". Salvo poi aggiungere, con involontaria comicità, che "non c'è un unico burattinaio, ma una combinazione il cui risultato è dannoso per la nostra immagine".
Riepilogando. C'è una strategia internazionale contro l'Italia e contro il suo governo. Magari nasce in America, va a sapere, e poi dilaga in Europa. E non c'è una sola "centrale", al lavoro contro il Belpaese. forse ce n'è più d'una. È grottesco che si possa anche solo immaginare uno scenario da Spectre globale, soprattutto se rapportato alla nostra sostanziale irrilevanza nello scenario internazionale. Possibile che il Cavaliere e i suoi accoliti non dubitino che di "centrale" anti-italiana non ce n'è proprio nessuna? Possibile che non abbiano il ragionevole dubbio che l'unica "centrale" che, in questo momento, sta arrecando veri danni ... all'immagine e alla credibilità dell'Italia è proprio l'istituzione che la governa? È colpa delle cancellerie europee se la Campania è invasa dai rifiuti come due anni fa? È colpa di Obama se l'inchiesta su Finmeccanica porta ad avvisi di garanzia che colpiscono al cuore la nostra industria della Difesa, strategica per il Paese?
È vero che ogni tramonto di un'illusione (è tale è il rovinoso declino del berlusconismo) contiene in sé elementi teatrali, oltre che tragici. Ma qui stiamo davvero esagerando. Manca solo l'attacco frontale alla Perfida Albione, da un balcone di Palazzo Grazioli. Poi la farsa sarà davvero completa.
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica

Il limite dei salvataggi

QUALE limite? Perché un limite ci deve essere. Se c' è una lezione da trarre dal caso irlandese è che non è possibile offrire garanzie pubbliche illimitate contro il rischio di insolvenza. Bisogna essere per forza di cose selettivi, decidere cosa e quanto salvare e cosa e quanto no. Il primo ministro irlandese, Brian Cowen, il 29 settembre 2008, di fronte al precipitare della crisi, ha offerto una garanzia pubblica illimitata al sistema bancario, un vero e proprio assegno in bianco. All' epoca non era ancora chiara l' entità dell' impegno preso. Si è poi scoperto che le perdite del sistema bancario irlandese in un solo anno ammontavano a quasi un terzo del prodotto interno lordo del paese, un' enormità. Quell' impegno preso all' inizio della crisi si è rivelato, col senno di poi, troppo oneroso. Troppo anche per un paese fino a quel punto con finanze pubbliche in ordine, un basso debito pubblico (un quarto del nostro in rapporto al reddito generato ogni anno) e in forte crescita, anche se in parte dopata dal boom immobiliare. La seconda decisione da prendere, il secondo limite, riguarda cosa salvare. L' Irlanda ha scelto di salvare le banche, non direttamente i posti di lavoro o le persone colpite dalla crisi. Il governo ha addirittura tagliato i trasferimenti sociali nello sforzo di contenere la spesa pubblica. Sono scelte non ideologiche, ma dettate dalle circostanze e dalle dimensioni del settore bancario irlandese. L' opposizione in Irlanda si è impegnata a portare avanti il programma di stabilizzazione del governo uscente e non solo per rassicurare i mercati in vista delle elezioni. Anche in Europa in generale il sostegno alle banche non dipende dal colore politico dei governi, bensì dalle dimensioni del settore bancario nei vari paesi. Più grande l' attivo del settore bancario in rapporto al pil, più forti gli stanziamenti concessi dai governi agli istituti di credito. È una relazione in parte dettata dal fatto che le "grandi banche non possono fallire", dal timore che l' insolvenza causi effettia catena sull' intera economia, ma anche probabilmente un riflesso del peso che le lobby bancarie hanno sul governo dell' economia. Si diventa grandi per contare di più, per essere messi nelle condizioni di non fallire. Shane Ross in "The Bankers", il libro in cui ricostruisce come le banche abbiano messo in ginocchio l' Irlanda narra come Jean FitzPatrick, il Presidente della Anglo Irish Bank (Aib), la più grande banca irlandese, era così basso di statura da soffrire della sindrome del "piccolo uomo". Per questo avrebbe trasformato la sua banca, una piccola banca, in un colosso. Più probabile, crediamo, che lo abbia fatto per potersi poi ... permettere di tutto. Ci è solo in parte riuscito (ha dovuto dimettersi travolto dagli scandali), ma la sua banca è sopravvissuta proprio perché ritenuta troppo grande per fallire. Ciò che è grande in un piccolo paese, può non esserlo più quando si opera su scala più vasta. Le grandi banche irlandesi non paiono così grandi quando le si rapporta al prodotto interno lordo dell' intera area dell' euro. È proprio per questo che la crisi impone di rafforzare il processo di integrazione europea nella regolamentazione dei mercati finanziari e degli aiuti di stato. Ai cittadini e ai governi pare come una rinuncia alla sovranità nazionale. Ma a ben guardare non lo è affatto. È un modo di sfuggire alla dittatura delle grandi banche e delle grandi istituzioni finanziarie. Trasforma dei giganti in dei nani, sottraendo chi deve decidere al loro ricatto, più o meno esplicito e liberando risorse per interventi a sostegno dell' economia reale, dei posti di lavoro anziché delle istituzioni finanziarie. Il problema è che il coordinamento a livello europeo è complesso perché i processi decisionali sono lunghi, perché mancano leadership continentali, perché permangono poteri di veto che permettono anche ai piccoli paesi, maggiormente soggetti al ricatto delle grandi banche, di bloccare le decisioni. È avvenuto così che anche in Europa non si sia deciso. Sono stati fatti stress test delle banche solo per evitare di scegliere fra chi salvare e chi no prima del precipitare della crisi. Questi test promuovevano a pieni voti le due banche irlandesi al centro del programma di salvataggio. Gran parte della gestione della crisi sui mercati finanziari è così ricaduta sulla Banca centrale europea, che non può sostituire la politica nel decidere quanto e cosa salvare. La Bce ha continuato a fornire liquidità alle banche irlandesi e di altri paesi periferici a un tasso dell' 1 per cento, di fatto offrendo loro un ingente sussidio (sul mercato avrebbero potuto indebitarsi a tassi fino a 10 volte superiori) e riempiendosi di titoli rischiosi, assunti come garanzia dei prestiti erogati. Finchè la politica non stabilirà dei limiti, imponendo alle banche e ai governi che non li rispettano di ristrutturare il loro debito, sarà sempre in ritardo e inefficace nell' evitare il contagio. Non si può delegare questo compito a una banca centrale. Facciamo bene perciò a prepararci al peggio, all' eventualità che la crisi si estenda (chi ha detto che era finita?) e possa costringerci a pagare ancora di più per servire il nostro debito pubblico. Il modo migliore per scongiurare questa possibilità è tenere sotto controlloi conti pubblicie renderli più trasparenti. Il maxiemendamento alla legge di stabilità non lo fa. È una manovra pre-elettorale, basata in buona parte su coperture fittizie e temporanee, come discusso in dettaglio su lavoce.info. Fondamentale anche utilizzare la nostra arma nascosta, l' immensa area di evasione fiscale che potrebbe generare entrate capaci di farci reggere anche uno shock molto forte. Purtroppo in questa legislatura, come recentemente certificato anche dal Centro Studi Confindustria, l' economia sommersa è ulteriormente aumentata, superando il 20% del pil nel 2009 (contro il 17 per cento del 2008). A quanto pare o il governo continua a non reprimere l' evasione fiscale oppure gli italiani non credono nelle sue reali intenzioni di farlo. Oppure entrambe le cose. In ogni caso, bene allora che almeno ad una cosa la crisi politica serva: cambiare le aspettative dei nostri concittadini, convincerli che col nuovo governo si cambierà davvero registro nel contrastare efficacemente l' evasione fiscale e nel non fare più condoni. Bene anche per questo fare in fretta. Quale che sia la soluzione - nuove elezioni o esecutivo di transizione - che verrà alla fine trovata.
Fonte: Tito Boeri - Repubblica

Il fumo passivo fa 600mila vittime l'anno

Seicentomila persone, di cui 165mila bambini sotto i cinque anni, muoiono ogni anno nel mondo di fumo passivo. Lo rileva uno studio pubblicato sulla rivista Lancet che Armando Peruga e Annette Pruss-Ustun, entrambi dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno condotto usando dati del 2004, i più recenti disponibili in tutti i 192 Paesi analizzati.
BAMBINI INDIFESI - I bambini sono le prime vittime del tabagismo passivo, poiché incapaci di sottrarsi alla principale fonte di esposizione, e cioè i genitori che fumano in casa. Le piccole vittime del fumo passivo muoiono di più nei Paesi a basso e medio reddito mentre nei Paesi ricchi le vittime sono soprattutto adulti. Il 40% dei bambini, il 33% dei maschi non fumatori, il 35% delle non fumatrici sono stati esposti a fumo passivo nel 2004. Si stima che ciò abbia causato 379mila morti per ischemia, 165mila per infezioni respiratorie, 36.900 per asma, 21.400 per cancro ai polmoni; in tutto, quindi, 603mila morti sono attribuibili al fumo passivo ogni anno, cioè circa l'1% di tutti i morti globali. Il 47% delle vittime è femmina e il 26% maschio; il 28% bambino. Il fumo passivo è inoltre responsabile della perdita di 10,9 milioni di anni di vita in buona salute, il 61% dei quali "tolti" ai bambini.
DIVIETI NEI LOCALI PUBBLICI - Nel mondo, concludono gli autori dello studio, 1,2 miliardi di fumatori espongono al fumo passivo molti miliardi di persone. Le leggi di restrizione del fumo nei locali pubblici hanno fatto tanto in alcuni Paesi, ma ancora troppo fumo passivo "lavora" in casa per lasciare la sua scia di morte e a pagare, come sempre, sono soprattutto i più indifesi, i bimbi. (Fonte Ansa)

A lezione dal Professore

Sono arrivati tutti ad ascoltare il Professore. Bersani, Franceschini, Veltroni, D’Alema, Finocchiaro, ovviamente Bindi e Parisi e molti altri parlamentari del Pd si sono arrampicati fin qui all’abbazia di Spineto, sulle colline senesi, praticamente solo per lui.
Nonostante la battaglia parlamentare sul ddl Gelmini stia imponendo in questi giorni lo straordinario ai deputati. Nonostante il MoDem sia impegnato nell’organizzazione della prima assemblea nazionale che si svolge oggi. Se arriva Prodi, non si può non esserci.
Non che ci si aspettasse qualcosa di molto diverso dal suo intervento, una descrizione dello scenario mondiale che solo in pochissimi passaggi incrocia le tematiche nazionali e si tiene comunque ben lontano dall’attualità. «Faccio il nonno e il professore – ricorda subito l’ex premier al suo arrivo – do il mio contributo molto volentieri, ma non significa nient’altro». A tornare in politica, insomma, non ci pensa «a-sso-luta- men-te», scandisce. Anche se ritiene che quello del Pd sia «un progetto ancora valido», il suo contributo non andrà oltre quello di un attento osservatore della realtà internazionale.
Per il partito è comunque «una festa», come la definisce Bersani. Tanto che nessuno tiene a parlare più di tanto. È esemplare D’Alema: «Ma anche qui in mezzo al fango venite a farmi domande?», dice rivolgendosi ai giornalisti mentre si avvicina alla sala. «La politica italiana ha perso molta capacità di guardare lontano – spiega Franceschini nella sua relazione introduttiva – invece questa è una delle ragioni per cui è nato il Pd». E proprio a guardare lontano invita il Professore. Non solo geograficamente, alle realtà emergenti di Cina, Turchia e Brasile, che hanno già fatto diventare il mondo «una realtà multipolare». Ma soprattutto al ruolo che l’Europa può avere in questo quadro e alla capacità di prendere decisioni incisive in tempi brevi. «Un ministro cinese – racconta Prodi – una volta mi ha detto “voi in Europa avete ... troppe elezioni. Sono molto preoccupato per la vostra democrazia”».
Paradossale, ma fino a un certo punto.
«Dobbiamo riflettere – spiega il Professore – sulla necessità di affrontare i problemi, da conciliare con gli interessi elettorali a breve termine. Il problema fiscale, ad esempio, quando ci sono le elezioni diventa dominante e questo è in contraddizione con la necessaria ripresa del paese». Un tema che riprende poco dopo anche Veltroni, che punta sulla sfida di «immaginare una democrazia che decide » e propone un accorpamento delle amministrative in un unico turno «di mezzo termine, per impedire che ogni anno ci siano elezioni che impediscono di prendere decisioni».
Prodi affronta anche il tema di un paese, l’Italia, che occupa il 169esimo posto nella graduatoria del Fmi sulla crescita economica negli ultimi dieci anni, precedendo solo Haiti. Secondo il Professore, bisogna puntare innanzi tutto sull’industria manifatturiera, che «resta il nostro punto di forza», di fronte ad altre «risorse potenziali come il turismo, che non si traducono mai in una scelta seria di politica economica».
Da questo punto di vista, «c’è un migliaio di imprese che ci possono aiutare a tornare a crescere», mentre le altre sono ancora troppo piccole per «andare anche in Africa o in Asia».
Escluso il suo ritorno alla politica attiva nel nostro paese, le ambizioni di Prodi per il futuro restano comunque un tema di cui molti parlano, più o meno apertamente. Il Quirinale? «Lasciamo stare», liquida il Professore. Piuttosto, è lui stesso a indicare una possibile strada, che certo gli piacerebbe intraprendere: «C’è bisogno di decisioni mondiali che al momento non ci sono. Sento sempre più che è il momento dell’Onu, delle grandi organizzazioni sovranazionali. So che ha una base d’utopia, ma ha un’importanza straordinaria ». No, non ci si aspettava qualcosa di diverso. Al Pd, almeno per il momento, basta sapere che il Prof c’è ed è pronto a mettere a disposizione quanto meno la sua immagine per il partito. D’altra parte, come ricorda Bersani, «è uno che ha vinto due volte contro Berlusconi perché ha dato l’idea di una persona interessata a fare delle cose per il bene del paese. Una persona sobria e pulita che incrociò un bisogno che c’è ancora».
Fonte: Rudy Francesco Calvo - Europa

"Oggi azienda e sindacati ripartano da un foglio bianco"

La crisi. "La nostra rete industriale è inefficiente e non è in grado così com'è di reggere il confronto con la concorrenza non parlo dei competitor cinesi o indiani ma parlo degli altri costruttori europei. I motivi sono diversi e hanno a che fare in partire con il tipo di organizzazione el lavoro ma molto di più coin altre condizioni di svantaggio dovute. Capisco che talvolta possa essere rassicurante mantenere le cose come stanno ma chiudersi in se stessi in un mondo che non ha più confini è un rischio per tutti. Vogliamo proteggere la nostra azienda e le nostre persone l'unica strada per riuscirci è trovare il coraggio di confrontarci con gli altri e giocare la partita a livello piu alto. Credo che non ci sia merito nel celebrare l'Italia nei salotti e nei circoli chiusi, sono lodi che restano in famiglia e che non servono per renderla migliore".
"Mirafiori oggi sta attraversando un periodo difficile e il crollo dei mercati ci costringe a fare spesso ricorso alla cassa integrazione, ma non possiamo e non vogliamo rassegnarci a questa situazione. Mirafiori è il cuore industriale e uno dei simboli della storia dell'auto, nato con la chiara volontà di proiettarsi nel futuro".
Il piano. "Il nostro piano prevede al formazione di una joint venture tra Chrysler e Fiat per portare qui a Torino una nuova piattaforma dagli Stati Uniti che servirà per produrre auto e Suv di classe superiore, sia per il marchio Jeep sia per l'Alfa Romeo. E' l'architettura più avanzata di cui disponiamo, da cui nasceranno tutte le future vetture dei segmenti C e D, automobili e suv. I modelli prodotti a Mirafiori dalla nuova società non saranno venduti solo nella Cominutà europea, più della metà è destinata a raggiungere i mercati di tutto il mondo,... specialmente l'America. Questa sarebbe la prima volta che uno stabilimento italiano di Fiat produce auto per un'azienda straniera".
"Prevediamo un investimento superiore al miliardo di euro, suddiviso tra Fiat e Chrysler in maniera proporzionale ai volumi destinati ai rispettivi marchi. Questo vuol dire garantire allo stabilimento la possibilità di produrre fino a 250-280 mila vetture l'anno. E' dalla crisi della Fiat dei primi anni 2000 che non si raggiungono livelli del genere, il 2010 si chiuderà con poco più di 120 mila auto prodotte. Se lo finalizziamo in tempi rapidi saremo in grado di adeguare gli impianti alle nuove produzioni nel giro di un anno e mezzo".
"Realizzare i volumi previsti comporterà l'utilizzo di tutti gli attuali lavoratori e aprirà la strada a una possibile crescita occupazionale. Quello di cui abbiamo bisogno per realizzare il progetto e assicurare allo stabilimento di poter competere in questa sfida. Mi riferisco alla disponibilità a modulare gli orari di lavoro e l'organizzazione interna in modo da poter permettere il massimo utilizzo degli impianti, ci possono essere soluzioni diverse e si possono discutere, la prima responsabilità da assumere è quella che una volta raggiunto un accordo su queste modalità dobbiamo rispettarlo".
Rapporto con i sindacati. "Sono amareggiato per le accuse ingiuste e gli attacchi che sono piovuti sulla Fiat. A volte stento a credere le dichiarazioni che leggo per quanto sono assurde e ingiustificate. Vorrei piuttosto che la giornata di oggi servisse a tutti noi per ripartire da un foglio bianco. Iniziare a scrivere qualcosa di reale e di concreto. Partiamo da quello che vogliamo realizzare pensiamo a qual e l'obiettivo per miarafior i se siamo d'accordo su questo non ci sono ostacoli che non si possano superare".
"L'appello che vorrei fare a tutti voi è quello di lasciare la politica fuori dalla porta e gli estremismi lontani dalla fabbrica, lasciare le prove di forza ai deboli. Portiamo a questo tavolo idee e proposte, e anche la disponibilitàa rinunciare a qualcosa, nessuno escluso, in vista di un obiettivo più alto di un titolo sul giornale".

Fonte: PAOLO GRISERI - REPUBBLICA

Il ’68 è lontano

Il ritornello è consueto: saremo mica in presenza di un nuovo ‘68, con il suo inevitabile strascico retoricopolitico? Gli studenti che manifestano in questi giorni assomigliano però ben poco a quella (parte di) gioventù dell’epoca, cui la memoria corre inevitabilmente per tracciare una ipotetica continuità. Allora la rivolta era contro il sistema, contro un’educazione che fomentava le divisioni, contro il controllo del mondo adulto su quello in crescita, per una riforma del sistema universitario vecchio e polveroso.
I collettivi, i gruppi di studio autogestiti, l’informazione e la formazione alternativa, la politicizzazione di ogni evento, l’indottrinamento (a volte) teleguidato dai gruppi maoisti o leninisti: questi erano gli elementi distintivi di quei giorni. Contro una società ritenuta ingiusta e da modificare dalle sue fondamenta, in attesa di un mondo nuovo, di un uomo e una donna nuovi, liberi e un po’ anarchici.
Oggi c’è poco di tutto questo. Innanzitutto la politica: il rapporto dei moderni contestatori con il mondo politico o partitico è pressoché inesistente, se non in piccole frange. I giovani oggi guardano alla politica come si guarderebbe ad un programma televisivo. Le differenze tra destra e sinistra non sono più cogenti come un tempo; allora non era ad esempio pensabile che un ragazzo si sinistra potesse fidanzarsi con una ragazza di destra, oppure democristiana.
Non era proponibile far entrare nel gruppo degli amici un nuovo adepto, se questi non condivideva la visione del mondo che caratterizzava quel gruppo.
Il portatore (sano) doveva scegliere: o il nuovo amico o il gruppo, senza indebite commistioni.
Se interrogati in qualche sondaggio, la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze contemporanee dichiarano candidamente che, certo, tutti possono avere le proprie idee politiche, ma queste hanno scarsi addentellati con la vita quotidiana.
Si estraggono dal tascapane solamente quando ci si reca alle urne, o quando eventualmente si guarda il telegiornale o qualche talk-show. Per il resto, si annette loro scarsa importanza. È possibile addirittura sposarsi, o convivere, con partner politicamente agli antipodi, un leghista con una comunista.
Sentita ieri sul tram: «Ma quello è di destra, può entrare nel nostro gruppo, noi che siamo tutti di sinistra?». «Ma sì, che vuoi che sia, basta non parlare di Berlusconi o di Vendola, ... così non si litiga inutilmente». La vita scorre al di fuori dei canali partitici, insensibile alle sovrastrutture partitiche, che vengono chiaramente equiparate al tifo calcistico.
Milanisti e interisti, laziali e romanisti, possono tranquillamente convivere nella quotidianità. Basta che non si parli di calcio, ed il gioco è fatto.
Il mondo degli studi, poi. Anche in questo caso, le rivendicazioni sono anni- luce distanti da quelle di un tempo.
Oggi i giovani vivono la sindrome dell’isolamento perenne dal mondo del lavoro. Che facciamo quando usciamo dal liceo, e poi dall’università? Nulla, diveniamo carne da macello per i call-center, o per la fotocopiatrice, o per lavori senza alcun rapporto con il cammino di (supposta) sapienza che abbiamo intrapreso negli anni della facoltà.
L’obiettivo dei rivoltosi odierni è trovare un lavoro, ed eventualmente trovarlo soddisfacente, oltre che sufficientemente pagato. Nulla di più che un buon inserimento nella società.
Il sapere, infine. Tranne poche eccezioni, le richieste degli studenti liceali o universitari vanno in direzione opposta a quelle che caratterizzavano i sessantottini: un programma non troppo impegnativo, un docente non esageratamente feroce negli esami, materie spendibili anche nella vita quotidiana, senza troppi sforzi, senza alcuna bramosia della conoscenza. Un pezzo di carta utile per il futuro, senza il quale quello è precluso, ma scarsi approfondimenti autonomi, solo un tiepido interesse per la capacità delle materia che si apprendono di aprire mondi nuovi, o nuove interpretazione del mondo circostante.
Ma grande attenzione invece alle strutture scolastiche: aule di studio più numerose, generosi accessi ad internet, biblioteche più fornite, corsi all’estero più accessibili, contatti più stretti ed articolati con il mondo del lavoro, per indirizzare meglio le proprie conoscenze.
Due universi molto diversi, quello contemporaneo e quello del ’68. Allora lo stare insieme era un fine esso stesso, riuscire a concepire una vita studentesca autonoma era un desiderio molto sentito. Oggi i giovani stanno già insieme, hanno già spazi condivisi senza alcun problema. Richiedono soltanto una scuola che funzioni meglio. Soltanto questo. E non è poco.
Fonte: LPaolo Natale - Europa

Montezemolo: "No al voto con il Porcellum" E lancia l'idea di una lista civica nazionale

Per Luca Cordero di Montezemolo sarebbe necessaria la formazione di un "grande movimento" politico che si presenti alle elezioni con "una grande lista civica nazionale" cercando di superare l'attuale bipolarismo "che non funziona più". Il presidente della Ferrari lo ha detto agli allievi del Centro di Formazione Politica di Milano in un dibattito al Teatro Franco Parenti. "L'unica possibilità - ha detto Montezemolo - sarebbe quella di avere un grande movimento che non attinga dal serbatoio della politica tradizionale di oggi. Occorre introdurre nuovi protagonisti. Ci potrebbe essere una grande lista civica nazionale che abbia un obiettivo preciso e pensi a un bipolarismo non come quello di ora che non funziona più".
Ma il numero uno di Maranello dice anche che sarebbe meglio che la legislatura arrivi a compimento, mandando però definitivamente in soffitta il "Porcellum". 'Sarebbe un forte fallimento per la maggioranza se si dovesse tornare alle elezioni dopo solo due anni. Io preferisco che si arrivi alla fine e che si faccia la riforma della legge elettorale". Montezemolo ha spiegato che i difetti della legge elettorale attuale sono un premio di maggioranza "assurdo che non esiste in nessun Paese democratico al mondo" e che rende impossibile essere competitivo anche ad un soggetto che ottiene il 20% dei voti. "Basta - ha detto - con questo bipolarismo da derby di calcio dove uno è contro l'altro".
Poi una stilettata all'opposizione. "Il centrodestra ha vinto le elezioni perchè c'era la peggior maggioranza che la Repubblica ha avuto". Il riferimento è a quella guidata da Romano Prodi. E per quanto riguarda l'oggi "c'è un'opposizione che in questi due anni ha guardato dal buco della serratura, è andata sui tetti ma non ha espresso una cultura alternativa. Anche ... l'ultimo governo del centrosinistra - ha concluso - è stato in piedi per un po', poi è andato in agonia".
"Da vent'anni abbiamo una trentina di persone che cambiano i nomi ai partiti come fossero dei marchi: si spostano un po', ma sono sempre gli stessi", incalza Montezemolo. Questa situazione , ha osservato il presidente della Ferrari, "non ha eguali in Europa: e non è solo il caso Berlusconi, caso più unico che raro, ma quello dei partiti in generale".
"Oggi l'astensionismo - ha proseguito - è più vicino al 40% che al 30%, riguarda entrambi gli schieramenti e, tra i giovani, è visto come l'unica arma per cambiare le cose". "E' un segnale di insoddisfazione . ha insistito - da entrambe le parti". "Se guardo alla seconda Repubblica - ha osservato - è stato un fallimento della classe dirigente politica" italiana.
Fonte: Repubblica.it

È la Rai, non tribuna politica

Possiamo per un momento lasciar fuori dalla porta le polemiche e ragionare serenamente senza farci travolgere da fazioni, tifoserie e spirito di parte? A differenza di quanto si possa pensare in questa società che si nutre ormai soltanto di scontri e risse verbali sono in molti invece a chiedere che ci si possa finalmente confrontare su determinati problemi con serietà, pacatezza, senza criminalizzare chi la pensa diversamente e soprattutto, come spesso si dice, non buttando tutto in politica.
Mi riferisco allo snaturamento che sta subendo ormai da tempo il concetto di pluralismo che è uno dei principi a fondamento e a giustificazione di un servizio pubblico radiotelevisivo. L’occasione mi è data da quanto sta avvenendo attorno ad una trasmissione di grandissimo successo come Vieni via con me, ma si potrebbero fare tanti altri esempi recenti. Dico subito che non voglio entrare nel merito delle polemiche anche se non mi sottraggo a far sapere come la penso. Io avrei raccontato anche la storia di amore e di sofferenza vissuta dalle famiglie che hanno fatto una scelta diversa da quella, altrettanto drammatica, di Mina Welby e Beppino Englaro perché il tema della malattia, della vita e della morte è un tema maledettamente complesso che coinvolge sentimenti e sensibilità differenti, aggiungendo subito però che ho ammirato il garbo del racconto di Fazio e Saviano e l’estremo rispetto dimostrato nei confronti di coloro che hanno vissuto o stanno vivendo esperienze differenti. Eppure, nonostante questa mia convinzione, mi sono rifiutato di partecipare nel consiglio di amministrazione della Rai alla votazione di un ordine del giorno che continuo a ritenere “invasivo” (così come mi opposi a un intervento del consiglio sulla richiesta del ministro Maroni) perché stravolge il principio del pluralismo del servizio pubblico e irrompe come un elefante in una cristalleria nella sfera di autonomia che deve essere sempre garantita agli autori dei programmi.
Vieni via con me, così come altre trasmissioni, non è una tribuna politica, né un telegiornale, né una trasmissione di approfondimento informativo o un “talk” (generi comunque anche loro più rigidamente regolamentati soltanto nei periodi di campagna elettorale). È un ... programma che sfugge, come altri, alle rigide classificazioni contenute ad esempio negli atti di indirizzo della Vigilanza. Potrei definirlo un programma d’autore ed i programmi d’autore dovrebbero essere il fiore all’occhiello di un servizio pubblico perché, fondandosi legittimamente sulla lettura personale e dichiarata (quella dell’autore) di un fatto, di un luogo, di una situazione, contribuiscono alla realizzazione di quel pluralismo culturale che deve connotare non una singola trasmissione ma il complesso dell’offerta del servizio pubblico. È un principio, questo, che deve essere sempre difeso con forza se si vuole restituire alla Rai il senso di un servizio al pubblico che si giustifica soltanto se aumenta conoscenza e spirito critico.
Sull’Unità di ieri Gianni Cuperlo lo ha spiegato con efficacia: «Il punto non è se Saviano e Fazio hanno torto o ragione. Il problema è se Saviano e Fazio hanno il diritto di fare il loro mestiere dentro il servizio pubblico. Sapendo che il diritto di Saviano e Fazio è la condizione perché altri, come loro e magari più capaci di loro, possano esercitare lo stesso diritto».
I dieci milioni e passa di italiani che sino a lunedì scorso non hanno voluto perdere nessuna delle tre puntate di Vieni via con me ci dicono in maniera straordinaria che è questa la via che la Rai deve seguire garantendo non nel singolo programma ma nell’insieme dell’offerta la rappresentazione delle diverse tendenze politiche, sociali, culturali e religiose di un paese. Altrimenti presto ci sarà qualcuno che il contraddittorio lo pretenderà anche nella trasmissione “A sua immagine” e il servizio pubblico sarà destinato ad esaurirsi perché, come avverte da ieri sera nei titoli di coda Serena Dandini, su ogni opinione esistono 1.438.932.587 punti di vista differenti.
Fonte: Nino Rizzo Nervo - Europa

«Tassare meno il lavoro, più le rendite»

«In Italia non conviene lavorare, conviene possedere. E se proprio si lavora, allora conviene non dichiarare». Chiamati per ultimi al tavolo delle parti sociali voluto dal governo per discutere la riforma fiscale, i commercialisti arrivano per primi a mettere nero su bianco le proposte. Chiedendo il riequilibrio della tassazione tra redditi patrimoniali e da lavoro, un'amministrazione fiscale meno vessatoria verso i contribuenti che eviti la deriva verso un «sistema di polizia fiscale», la riforma della giustizia tributaria, più impegno nella lotta all'evasione con il potenziamento del redditometro. Poi l'abolizione dell'Irap, il ripristino degli incentivi fiscali per la capitalizzazione delle imprese, un'Autorità fiscale indipendente dal governo. Ma soprattutto i commercialisti pongono un problema di metodo nell'affrontare la riforma fiscale: un vero confronto politico tra maggioranza e opposizione. Per evitare che, come è successo negli ultimi quindici anni, ogni riforma varata venga smontata dal governo successivo.
«Serve un percorso condiviso non solo tra governo, sindacati, piccole e grandi imprese e ordini professionali, ma anche un reale confronto tra maggioranza e opposizione, per evitare che ciò che viene fatto dall'una non venga poi smontato pezzo a pezzo dall'altra come accaduto in questi anni di scellerato bipolarismo fiscale», si legge nel documento approvato ieri dal Consiglio dei dottori commercialisti. A loro avviso la riforma fiscale dovrà avere precisi obiettivi sociali ed economici e questi dovranno prevalere rispetto agli effetti sul gettito, immaginando un percorso di semplificazione e miglior distribuzione del carico fiscale che consenta anche interventi immediati ed escluda categoricamente ricorsi a sanatorie fiscali. Il primo obiettivo, secondo i commercialisti, deve essere quello di garantire regole certe per ripristinare la fiducia nel rapporto tra fisco e contribuenti. Elevando a norma di rango costituzionale lo Statuto dei contribuenti, ma anche creando un'autorità indipendente incaricata... di valutare l'impatto dell'introduzione di nuove norme fiscali, sia nell'ottica del gettito, che dell'analisti costi-benefici. La seconda direttrice d'azione dev'essere invece il rafforzamento della lotta all'evasione, ma «nella garanzia di giustizia».
Il redditometro, che compara redditi e tenore di vita dei contribuenti, è lo strumento giusto, ma non deve essere «snaturato in una sorta di studi di settore per famiglie». E soprattutto il fisco non può immaginare di risolvere il problema di efficienza «solo potenziando in modo sistematico la riscossione coattiva delle imposte come avvenuto in questi ultimi quindici anni, perché così si gettano le basi per un sistema di polizia fiscale e non per uno Stato di diritto». Ed ecco, infine, le proposte per un fisco più equo. Innanzitutto l'abolizione dell'Irap, che a parità di reddito penalizza le imprese che danno più lavoro. Poi il riequilibrio tra imposizione sul lavoro e sulle rendite finanziarie. La progressività Irpef non è tarata sul reddito ma sull'evasione: a partire da 28 mila euro scatta un prelievo di del 38%, più addizionali ed eventuale Irap, ma gli unici redditi che subiscono questo sanguinoso prelievo sono quelli di lavoro». Per cui oggi chi guadagna 150 mila euro l'anno lavorando, è tassato al 38,45%, chi ne ottiene 150 mila (investendo, per esempio, al 3% 5 milioni di euro) paga solo il 12,5%. «Il nostro sistema fiscale - concludono i commercialisti - trasmette un messaggio cristallino: lavorare non conviene. E se proprio si deve lavorare, conviene evadere».
Fonte: Mario Sensini - Corriere della Sera