lunedì 27 dicembre 2010

Federalismo fiscale: ci perde il Sud (Sardegna esclusa), guadagna il Nord

I capoluoghi di provincia perderanno oltre 445 milioni di euro in totale con il federalismo fiscale, ma con forti disparità tra Sud e Nord, con il primo penalizzato (Sardegna esclusa) e la regioni settentrionali che beneficeranno di nuove risorse, pur con qualche eccezione. E le città che vedranno la maggiore diminuzione di risorse saranno Napoli e L'Aquila.
Sono i dati che emergono da uno studio del Partito democratico realizzato dal senatore Marco Stradiotto sui dati della Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (Copaff). La perdita di risorse per i servizi essenziali per i 92 capoluoghi di provincia presi in esame, nel passaggio dai trasferimenti statali all'autonomia impositiva prevista dalla riforma, è pari complessivamente a 445.455.041 euro. È il risultato del confronto tra i trasferimenti relativi al 2010 e il totale del gettito dalle imposte devolute in base al decreto attuativo sul fisco comunale (tassa di registro e tasse ipotecarie, l'Irpef sul reddito da fabbricati e il presunto introito che dovrebbe venire dalla cedolare secca sugli affitti). Dei Comuni presi in esame, 52 otterrebbero benefici mentre 40 ne verrebbero penalizzati.
L'AQUILA E NAPOLI - In particolare, il Comune dell'Aquila perderà 26.294.732 euro pari al 66% delle risorse, quello di Napoli non avrà 392.969.715 euro, pari al 61% dei trasferimenti. Napoli ora è il Comune che riceve i trasferimenti statali più alti: 668 euro per abitante di fronte a una media di 387. I cittadini aquilani dal 2014 pagheranno, infatti 188 euro di Imu (Imposta municipale unica), mentre attualmente per ognuno di loro vengono dati al Comune 548 euro. Tutto il Sud sarà penalizzato: Messina perderà il 59%, Potenza -56%, Palermo e Cosenza il 55%, Taranto il 50%, Roma il 10%.
CHI GUADAGNA - Il capoluogo di provincia che avrà più da guadagnarci è Olbia, pieno di seconde case abitate pochi mesi all'anno (spesso solo uno). Il Comune sardo vedrà i propri introiti balzare del 180%. Chi guadagna è complessivamente il Nord: Imperia (patria dell'ex ministro Scajola) segna +122%, Parma +105%, Padova +76%, Siena +68% e Treviso +58%. Milano avrà il 34% di risorse in più, Bologna il 40%, mentre tra i capoluoghi del Nord perderanno Torino (-9%) e Genova (-22%).
Fonte: Corriere.it

giovedì 23 dicembre 2010

Voti (severi) agli atenei

Francesco Giavazzi
La legge sull'Università dovrebbe essere approvata fra oggi e domani. A Mariastella Gelmini va il merito dell'unica riforma varata in due anni e mezzo di governo. Ma l'esecutivo ha perso un'occasione. Il dibattito sulla legge era un'opportunità. Per smascherare chi si è opposto in nome dell'autonomia della ricerca e dell'insegnamento, quando in realtà proteggeva la sua piccola rendita. Per convincere gli studenti che un'Università più aperta è innanzitutto nel loro interesse: difendere chi nell'Università ha avuto la fortuna di entrare, tenendo fuori chi non ha potuto godere di sorte analoga, danneggia prima di tutti i giovani. Per incalzare infine l'opposizione e vedere se il Pd è pronto a tutelare il merito anche quando questo entra in collisione con i sindacati dei docenti.
Invece il governo ha ridotto la discussione a un problema di ordine pubblico. Non ha capito che il movimento degli studenti ha ragioni profonde: è il sintomo preoccupante di una generazione che si sente sempre più abbandonata. Ragazzi allibiti dalla politica che raccontano i giornali, angosciati dalla prospettiva del lavoro che non c'è, delusi da un governo che non ha fatto nulla per loro. Se lo ha fatto, questa era l'occasione per spiegarlo. Accettando il dialogo, non invitando i giovani a restare a casa come ha fatto ieri il capogruppo pdl al Senato Maurizio Gasparri. Gli studenti non rimarranno a casa perché è l'Università la loro casa, ma non cadranno neppure nella trappola di chi vuole farli passare per violenti teppisti.
Ciò premesso, la legge Gelmini non è certo una riforma perfetta, soprattutto per una maggioranza che si dichiara «liberale»: Luigi Einaudi avrebbe redatto un testo molto diverso. Ma, come ho già scritto Corriere, 30 novembre, è la migliore che possiamo attenderci da questa classe politica. In due anni di discussione le proposte avanzate dal Pd sono state o variazioni marginali sul testo del governo, o modifiche più sostanziali, ma nella direzione di una maggiore protezione di chi nell'Università già c'è. La legge è un canovaccio tutto da ... riempire: se sarà una buona riforma, dipende da come saranno redatti, e in che tempi, i regolamenti attuativi. Tenere accesa l'attenzione è responsabilità dell'opposizione che nei prossimi mesi non dovrà dimenticarsene.
Se la parziale liberalizzazione avrà risultati positivi, sarà effetto degli incentivi che gli atenei percepiranno, cioè dell'efficacia della valutazione, che è il vero cardine della legge. Anche aver trasformato le università telematiche in normali università private non è necessariamente uno scandalo. L'open university inglese è un'istituzione seria e utile. Le nostre telematiche sono per lo più delle truffe: promuovere un insegnamento a distanza qualificato sarà uno dei compiti della valutazione.
L'Anvur, l'Agenzia nazionale per la valutazione dell'Università e della ricerca, nasce oggi con la designazione dei membri del suo consiglio direttivo. Essi dovranno essere molto ambiziosi, avere come propri riferimenti la Banca d'Italia e la Consob perché la formazione del capitale umano è più importante sia delle banche sia della Borsa. Per farlo l'Anvur dovrà avere risorse adeguate. La credibilità del ministro si giocherà anche sui fondi di cui riuscirà a dotarla: se questi verranno lesinati, la riforma sarà stata un esercizio inutile.
Fonte: Francesco Giavazzi - Corriere della Sera

Rosi, la politica cinepanettone

Il Senato affidato alla matriarca leghista Rosi Mauro è la "pucchiacchia in mano a' creatura". E' la seneneggiata, in mezza giornata già un cult su You Tube, sul contrasto tra la più sofisticata macchina procedurale e le maniere sbrigative di una volitiva massaia rurale che ha cercato di governare il Senato con la stessa sapienza con cui si governano e si cucinano i conigli. Ma è anche uno dei momenti probabilmente più maschilisti del nostro Parlamento.
Un maschilismo innocuo ma inesorabile, da cinepanettone, dove gli amici di partito ridacchiano e la sfottono, mentre gli avversari le fanno "buu" come fosse Balotelli. E intanto la leghista colpisce l'aria con una penna che sembra un matterello, "eh no, colleghi" ripete, poi grida "vergogna", e sempre agita le braccia e si capisce che vorrebbe far partire tanti sganassoni con le sue grandi mani, mani di fatica, rosse e nodose, con il cerchio all'anulare. Ma non può farlo e dunque accelera, è presa dalle vampe, mette ai voti un emendamento prima ancora che il precedente sia stato votato, approva e respinge senza guardare e senza capire e finisce per dichiarare approvato anche un emendamento bocciato: era dell'opposizione, di Vincenzo Vita, l'esperto di editoria del Pd, il quale comunque festeggia perché raramente gli è capitato di essere approvato.
E sempre la presidente ignora il funzionario che elegante e discreto le sta accanto e prova a fermarla o magari solo a calmarla protendendo, per una trentina di volte, una mano inutilmente soccorrevole, "piano, si freni, non corra così". Ma Rosi non lo guarda neppure, solo per un momento gli lancia una di quelle occhiatacce che solitamente riserva alle donne che si avvicinano troppo a Bossi, perché è questo, raccontano i leghisti, l'incarico che ha ricevuto dalla signora Manuela, proteggere non l'esuberanza ma la salute dell'Umberto, e dunque Rosi lo governa, presiede gli incontri come ieri presiedeva il Senato, lo maneggia, lo trasloca, lo guida, lo comanda e mette pure a posto il colletto del "trota". E sono tempi, questi, in cui gli occhi di Bossi diventano facilmente lucidi e perciò ci vuole subito la ruvidezza di Rosi e allora Bossi cammina verso di lei come verso un rifugio.
Ma in Senato no, ci vogliono competenze, si fanno mille alambicchi, e ci sono i vecchi e i costituzionalisti, e anche i cronisti sono più sapienti che altrove: è il tempio dell'alchimia... Attenzione però: non perché è ... leghista, Rosi non è all'altezza. Quel mattacchione di Calderoli, per dire, presiedette con efficace sobrietà, inaspettata in un'estremista spudorato e, per molti di noi, anche razzista. Il punto è che quel mondo, dove puoi anche arrivare con moltissimi voti, pretende una crescita, richiede una gavetta, e poi continenza e soprattutto studio delle procedure, non si possono assegnare soltanto con il "cencelli" funzioni così speciali come la vicepresidenza del Senato. E le competenze si possono acquisire, come Rosi tutela il corpo di Bossi i funzionari tutelano la testa dei presidenti, e dunque bisogna attrezzarsi, imparare sul campo perché, dice il proverbio, è lo stesso morto che insegna a piangere.
La morale, se davvero ce n'è una, è tutta nel contrasto tra il donnone bruno con sul petto il fiore verde da matrimonio paesano e quel funzionario aguzzo e sull'attenti, lei è quadrata e nocchiuta e lui è lieve e sicuro, stanno vicini ma sono lontanissimi, persino fisicamente sono l'uno l'opposto dell'altra, lei con quella chioma folta che si perde in svolazzi e lui con la stempiatura che mette in rilievo le forme distese e i lineamenti di un moderato. E non c'è rapporto possibile tra loro, ed è persino ovvio che lui non riesca neppure a farsi notare perché la signora crede solo nell'energia naturale, è la furia che non vede la saggezza, lei è in preda alle smanie e lui rimane pacato, come tutti i funzionari parlamentari ha vinto un concorso difficile, è uno degli uomini di grande dottrina e di infinita pazienza che hanno visto e sperimentato di tutto, e da bravo marinaio si è accorto subito che questa capitana non distingue la rada e il mare aperto.
È così che una della più spiritose parlamentari italiane è diventata su youtube la donna al volante delle barzellette, l'imbranata che imbottigliata nel traffico perde la testa e... via con l'acceleratore, poi il freno e poi di nuovo l'acceleratore, ma non riesce più a ingranare la marcia e qualsiasi cosa fa peggiora la sua situazione, finché la frizione si brucia e la macchina si ferma, mentre tutti suonano, e qualcuno grida e inveisce e i guidatori maschi e gradassi si accaniscono sul genere femminile...: "Buu". Un giorno su questa politica che sempre più finisce su youtube, da Scilipoti alla signora Mauro al povero Bondi che è riuscito anche a votare per il collega assente (un altro "caso umano"?) si scriveranno saggi, sicuramente diventeranno documenti d'epoca. In passato queste immagini sarebbero finite a Striscia la notizia, oggi c'è youtube che è la curva sud di Internet così come la politica è il nuovo stadio d'Italia.
Fonte: Francesco Merlo - Repubblica

Quei ricercatori dimenticati dallo Stato

Sono ricercatori, ma non si sentono dei «parcheggiati». Hanno ricevuto tantissime offerte dall’estero, ma continuano a lavorare in Italia. Hanno appena ottenuto quasi due milioni di euro per le loro ricerche, ma nessuno sa di loro. Nemmeno il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca scientifica Maria Stella Gelmini.
A CACCIA DI TALENTI - Aldo Pratelli e Alessandro Reali hanno 33 anni e sono due dei 22 giovani ricercatori italiani che si sono aggiudicati il finanziamento dell’ERC Starting Grants, il programma annuale dell’European Research Council a caccia di nuovi giovani talenti nell’ambito della ricerca europea. I loro progetti hanno superato una durissima selezione (estesa anche a Paesi extra Ue come ad esempio Svizzera, Israele e Turchia), insieme con altre 2871 proposte, e alla fine sono risultati tra gli appena 427 finalisti. Entrambi i ricercatori hanno studiato e lavorano a Pavia, unica Università italiana ad aggiudicarsi due finanziamenti.
RIMASTI IN ITALIA - Aldo è un matematico e, per i suoi studi, avrà a disposizione 540mila euro: «Mi occupo di sommarizzazione e trasporto di massa, un nuovo metodo applicato a problemi teorici e pratici. Con questi soldi potrò finalmente chiamare 10 assegnisti a lavorare con me per un anno. In pochi sanno che l’Italia è il terzo Paese nel mondo per pubblicazioni in campo matematico. Questo è un bel riconoscimento». Anche Alessandro, che dopo una laurea in ingegneria civile e un dottorato in ingegneria sismica ha deciso di occuparsi di meccanica strutturale applicata alle biostrutture, dovrà stabilire il proprio team di ricerca: «Ho ricevuto un finanziamento di quasi 1 milione 200mila euro e il 70% del mio budget andrà in stipendi: no, non sono un folle. Richiederò 2 ricercatori a tempo determinato, 4 assegnisti di ricerca e 3 posti di dottorato, per almeno 3 o 4 anni e tutti saranno pagati diginitosamente. Anzi, io che sarò a capo del progetto, paradossalmente, prenderò molto meno di loro». Uno ... stipendio che all’estero sarebbe almeno il triplo: «Non ci vergogniamo a dire quanto prendiamo qui in Italia: 1.600 euro lordi». E allora perché restare? «Con questo progetto abbiamo dimostrato che si fa dell’ottima ricerca anche in questo Paese, nonostante le enormi difficoltà e i vincoli di bilancio. Nelle università italiane c’è gente che lavora, ma nessuno ci crede».
DIMENTICATI - Aldo e Alessandro sono solo due dei 41 italiani (di cui ben 19 all’estero) che si sono visti finanziare al 100% il loro progetto ma, a differenza di molti altri loro colleghi stranieri, senza alcun clamore: «Al liceo ho vinto le olimpiadi della matematica – ricorda Pratelli – e in quell’occasione fui ricevuto dalle istituzioni. Questa volta, invece, nessuno si è fatto sentire, né il ministro, né la presidenza della Repubblica». Eppure ottenere un finanziamento ERC è un grande successo internazionale: «Ma forse in questo momento non siamo una bella pubblicità per il ministero». Loro non hanno fatto proteste eclatanti, ma sono solidali: «Anche se ci divertiamo a fare il nostro lavoro, non è corretto stare zitti. Manca un reale sostegno alla ricerca: a cosa serve la riforma, se il mio dipartimento non può permettersi neanche la carta igienica?», commenta Reali. Nonostante gli importanti risultati, il problema cronico della ricerca italiana resta l’incapacità di fare sistema: «Per anni sono stato supervisore di progetti di ricerca a livello europeo – commenta Antonio Torroni, prorettore alla ricerca dell’Università di Pavia – e nel mio caso non mi è mai capitato di essere contattato né dalle rappresentanze italiane a Bruxelles, né da esponenti del ministero. I ragazzi e gli atenei vengono abbandonati in uno stato di caos dove si disperdono i finanziamenti europei , che vanno poi a finire verso realtà meglio organizzate di noi, come la Francia, la Germania, il Regno Unito e da quest’anno anche la Spagna». L’Italia è solo ottava nella classifica dei Paesi che hanno ottenuto più progetti finanziati dall’ERC. Ai primi 3 posti i «colossi» Gran Bretagna (79 progetti), Francia (71), Germania (67) e poi Svizzera, Israele, Olanda e Spagna.
Fonte: Maddalena Montecucco - Corriere della Sera

Donne sull'orlo di una crisi di nervi

Il caos delle Libertà sembra un film di Pedro Almodovar. Gli manca quel tocco leggero di "pietas" che il regista di Ciudad Real è riuscito a mettere nei suoi lavori più commoventi (da "Tutto su mia madre" a "Parla con lei"). Ma per il resto gli ingredienti ci sono tutti.
Prima l'affondo di Veronica Lario in Berlusconi, sul "ciarpame politico" delle veline candidate alle elezioni del 2008, "offerte come vergini al drago": una deriva che costrinse la moglie del premier a chiedere il divorzio. Poi la stagione delle minorenni e delle escort, tra Noemi Letizia, Patrizia D'Addario e Ruby Rubacuori, che espose il premier ai velenosi report riservati dell'Ambasciata americana e pubblicizzati da WikiLeaks: un "uomo debole e stanco", troppo impegnato nei "festini privati" per occuparsi della cosa pubblica.
Poi lo strappo di Mara Carfagna (dimissionaria da tutti gli incarichi previa denuncia della metamorfosi del Pdl da partito del popolo a "comitato d'affari"), ricomposto a fatica dal Cavaliere in cambio di un po' più di agibilità politica nella Campania di Cosentino. Poi la lite delle comari tra la stessa Carfagna (accusata di "flirtare" con il nemico futurista Italo Bocchino e immortalata con mms rubato a Montecitorio) e Alessandra Mussolini (debitamente ripagata con un sonoro "vajassa", l'epiteto più classico del basso partenopeo). Poi, ancora l'accusa di Barbara Lario in Berlusconi alla stessa Carfagna, "l'ultima che si deve lamentare", essendo transitata senza colpo ferire "dai Telegatti a ministra", Poi Rosy Mauro, che da vicepresidente del Senato incappa in un clamoroso "fallo di confusione", approvando di testa sua gli emendamenti al ddl Gelmini sull'Università senza farli votare da un emiciclo di Palazzo Madama, nel frattempo trasformato nel solito bivacco di manipoli. Infine, l'ultima rottura: molla anche Stefania Prestigiacomo, ministra dell'Ambiente che dice (anche lei) di "non riconoscersi più nel Partito del popolo delle Libertà". E annuncia (anche lei) il trasloco nel Gruppo Misto, che di questo passo, tra transfughi dell'una e ... dell'altra parte, diventerà il primo partito del Parlamento italiano.
"Donne sull'orlo di una crisi di nervi". È il minimo che si possa dire, della nutrita e colorita "quota rosa" che anima la vita politica, notturna e diurna, di questo centrodestra. Ma sarebbe un gioco fin troppo facile limitare l'analisi al problema (pur drammaticamente e statisticamente rilevante) della convivenza della componente femminile in un partito machista e sessista come quello berlusconiano. Qui c'è di più. La diaspora "di genere" che si è aperta dentro il Pdl è il sintomo più oggettivo e vistoso della dissoluzione finale di un ciclo politico. Le donne del Capo non obbediscono più, perché sentono che il Capo non comanda più. Il Cavaliere non è uscito da trionfatore, dall'ordalia parlamentare del 14 dicembre. È uscito da sopravvissuto. E non alla testa di un "governo di legislatura", ma alla coda di un "governo della non sfiducia". Un Andreotti qualsiasi, senza l'ambizione del disegno politico che, nel bene o nel male, resse per quasi un biennio quell'esperienza del 1976. Il "divorzio" della Prestigiacomo certifica questo decadimento progressivo, che ci accompagnerà almeno fino all'11 gennaio, quando cadrà l'unico appuntamento che sta davvero a cuore al presidente del Consiglio: la decisione della Consulta sul legittimo impedimento. Fino ad allora, sarà "caos calmo", per usare un'altra metafora cinematografica. Poi, a seconda di quello che decideranno gli ermellini della Corte costituzionale, può succedere di tutto. Chi non ricorda il finale del "Caimano" di Nanni Moretti, se lo vada a riguardare. È ancora cinema. Ma non lo è forse anche quello che stiamo vedendo ogni giorno?
Fonte: Massimo Giannini - Repubblica

mercoledì 22 dicembre 2010

Il Paese senza politica

È un fenomeno presumibilmente destinato ad accentuarsi ulteriormente dopo lo spettacolo desolante delle ultime settimane. Parlamentari che aspettano fino all'ultimo minuto per decidere se votare o meno la sfiducia, una strategia ottimale per massimizzare il prezzo al quale si vende il proprio voto. Un esecutivo che tiene vacanti 14 posti chiave nel mezzo della crisi più grave del Dopoguerra, pur di avere poltrone da offrire ai nuovi acquisti. L´esplosione di nuove sigle, di one-man party, partiti con un solo deputato, pivotali, tali da tenere in scacco partiti con milioni di voti: sono ormai 12 i partiti di cui si compone la maggioranza del 14 dicembre. Il presidente in pectore della Consob, Giuseppe Vegas, che vota per mantenere in vita il governo che lo ha nominato al vertice di un´autorità che dovrebbe essere non solo di nome indipendente, dando una dimostrazione di totale dipendenza dalla politica. Si dice che non c´è limite al peggio, ma abbiamo già abbondantemente superato ogni limite minimo di decenza.
La sfiducia nei confronti della classe politica è diversa da quella dei tempi di Tangentopoli. Questa volta sembra travolgere indiscriminatamente l´intera classe politica, senza distinzioni di campo e di persone, mettendo i politici corrotti o coinvolti in illeciti, ai quali non pochi elettori sembrano avere fatto il callo, assieme a politici onesti e competenti. È un fenomeno pericoloso in quanto priva di rappresentanza politica il crescente disagio per le condizioni economiche del paese. Un paese in cui il reddito pro capite è tornato ai livelli di 10 anni fa, la pressione fiscale continua ad aumentare nonostante la bassa qualità di molti servizi pubblici, i giovani hanno più di tre volte degli altri la probabilità di essere disoccupati e dieci volte di essere poveri, gli immigrati sono messi in competizione con la popolazione autoctona nell´accesso a servizi di base, come gli asili nido. Il rischio che questo disagio sociale trovi sbocchi violenti è tutt´altro che remoto e non può essere rimosso liquidando episodi come quelli delle ultime settimane come un semplice problema di ordine pubblico e di minoranze organizzate.
Importante perciò trovare un modo di trasformare il distacco in sostegno a riforme in grado di migliorare i meccanismi di selezione della classe politica e la sua responsabilizzazione al cospetto degli elettori. Non si tratta di introdurre vincoli di mandato che - oltre a essere ... incostituzionali - finirebbero per privare il Parlamento di maggioranze trasversali su riforme importanti per il Paese. Né è un problema strettamente di legge elettorale, un tema che non appassiona l´opinione pubblica e che divide sia la maggioranza che l'opposizione. Il passaggio chiave è quello di ridurre drasticamente il numero di parlamentari, ridisegnando le circoscrizioni in modo tale da aumentare la competizione fra i partiti. Abbiamo molti più parlamentari in rapporto agli elettori delle altre democrazie consolidate e i politici corrotti o incompetenti vengono spesso eletti in roccaforti, circoscrizioni in cui loro partito non ha rivali.
Una ricerca di Vincenzo Galasso e Tommaso Nannicini, per www. lavoce.info, mostra come i collegi in cui l'esito del voto è più incerto mandano in Parlamento deputati con maggiori esperienze amministrative e mediamente più istruiti di quelli dei collegi "sicuri", dove invece dominano i funzionari di partito, quelli che hanno svolto l´intera carriera nella politica di professione. La competizione elettorale obbliga i partiti a scegliere candidati migliori e stimola i cittadini a studiare più a fondo le qualità personali dei candidati.
L´unica ragione per cui nessun partito oggi all´opposizione ha voluto sin qui impegnarsi in una battaglia per ridurre il numero dei parlamentari è che questa battaglia non trova sostegno fra chi fa politica di professione. È come se i docenti universitari votassero per ridurre il numero di posti in organico. Ma sono proprio proposte di questo tipo a legittimare l´operato di un governo di transizione prima di tornare alle urne. E chi dall'opposizione continuerà ad ignorarla, rischia di regalare uno spazio enorme al populismo e all´anti-politica.
Fonte: Tito Boeri - Repubblica

Premier e governo mai così giù Voto, il Pd guadagna col Terzo Polo

Il malumore, profondo, di una Italia disorientata. E che mostra tutta la sua sfiducia nel governo in piedi per tre voti e nel suo presidente del Consiglio. E' questo il quadro che emerge dai risultati di dicembre del sondaggio che Ipr-Marketing conduce ogni mese per Repubblica.it. Si traduce nell'ennesimo crollo della fiducia nell'esecutivo (-3% rispetto a novembre), nel permanere di Berlusconi al suo minimo storico (35%, lo stesso di novembre) e nel risultato catastrofico per tutti i ministri - tranne Alfano - presi singolarmente.

- LE TABELLE
- SCENARI DI VOTO
- IL PROFILO DEGLI INDECISI 

Ma il giudizio durissimo su Berlusconi non si traduce nella fiducia in una alternativa di governo. Anzi, gli umori degli italiani appaiono confusi: dalle stime sulle intenzioni di voto permane un ristrettissimo vantaggio del centrodestra (ma assolutamente non significativo a tre mesi da un possibile voto e con una totale incertezza sulle coalizioni alternative). Una differenza statistica del 3 o 4% che potrebbe essere facilmente ribaltata alla Camera e che - dice l'Ipr - al Senato potrebbe impedire a tutte le coalizioni di raggiungere la soglia di 161 senatori che permette la governabilità. E circa il 36% è indeciso su come e "se" dare a qualcuno la sua fiducia.
Questo quadro si produrrebbe con in campo ognuna delle coalizioni alternative al centrodestra attualmente ipotizzabili. Ipr ha sondato le intenzioni di voto sia che gli elettori si trovino sulla scheda un "nuovo Ulivo" (il Pd alleato alle altre forze di sinistra, con il Terzo Polo che corre da solo), sia che il Pd corra alleato con il neonato Polo della Nazione. La coalizione di centro-sinistra otterrebbe il 39,5% dei voti, tre punti in meno del 42,5 del centrodestra; mentre una alleanza Pd-Terzo Polo otterrebbe il 39% dei consensi, 4 punti in meno ... del 43% del centrodestra. E comunquie la differenza tra governo e opposizioni era attorno al 7% prima dell'estate.
Il risultato è simile, ma sono significativi gli spostamenti che le due possibili alleanze provocherebbe soprattutto tra i partiti della sinistra e del centro.
Il Pd otterrebbe, secondo la rilevazione, meno voti se si presentasse in una coalizione di centrosinistra: il 25,5% contro il 26,5 che raggiungerebbe in una alleanza elettorale con il Terzo polo. In questo secondo caso il Pd recupera elettori moderati, mentre entrano in sofferenza i due partiti principali di centro: Udc e Fli perdono 0,5 punti, arrivando a 6 e 4%. Lo "smarcamento" di Pierferdinando Casini dalle offerte di alleanze - a guardare questi dati - è più che comprensibile. Nell'altro campo guadagnerebbe invece un punto secco SeL, arrivando al 7,5%. Certamente a spese del Pd.
Panorama inverso quello che vede in campo un nuovo Ulivo. Il Pd, dicevamo, otterrebbe un punto in meno, ma un punto in meno va anche al partito di Vendola (gli altri partiti restano invariati). Ma lo spostamento a sinistra dell'alleanza dei democratici provoca un recupero dei due principali partiti di centro (Udc 6,5; Fli 4,5) tanto da rosicchiare un altro 0,5% al Pdl che si fermerebbe al 29. E portare il centrosinistra più vicino al Centrodestra.
Le due opzioni non portano a nessuna modificazione delle intenzioni di voto per Lega (12%) e Idv (5%).
Infine l'analisi sugli indecisi. Si dividono equamente tra uomini e donne, soprattutto in età più matura, probabilmente perplessi rispetto a questo tipo di offerta politica: la stragrande maggioranza ha votato per i due partiti maggiori (Pdl 21%; Pd 18%) e li troviamo in maggioranza tra pensionati, casalinghe e operai.
Fonte: Angelo Melone - Repubblica

Il regime di minoranza

Sui numeri e i dati del sondaggio Ipr Marketing (oggi su Repubblica.it) ci si può baloccare a piacimento. Ci si può angosciare per gli indecisi, interrogare sulla composizione delle alleanze, dilaniare su qualche zero virgola.
Ma se le tabelle dicono il vero almeno due cose emergono con una certa chiarezza.
La prima, ad uso e consumo dei polemisti via Facebook, smentisce l’onda luogocomunista sullo “smottamento” a sinistra. Perché il Pd, in una eventuale alleanza con i centristi, non consegna affatto metà del suo elettorato a Nichi Vendola, ma addirittura guadagna voti.
La seconda (e più importante) è che il regime prossimo venturo, quello che prevede l’ascesa del Cavaliere al Quirinale e di un suo galoppino a Palazzo Chigi, è un rischio grave ma non è un destino: i numeri per batterlo ci sono.
Quella che ancora manca è l’intelligenza politica e – soprattutto – il senso di responsabilità per far diventare quei numeri un progetto che si chiama dopo-Berlusconi.
Delle formule di governo si può discutere. Ma la nascita di un “regime di minoranza” sarebbe il peggior fallimento delle – tutte – opposizioni.
Fonte: Marco Bracconi - Repubblica 

Il Centro non è equidistante

Hanno ragione Adolfo Battaglia ed Enzo Bianco su Europa ad invitare le opposizioni a rivolgere la propria offerta all’opinione di centro, dove c’è la sola possibilità di una altenativa realistica.
Ma se, come essi scrivono, non si vuole «perdere il treno del centro» bisogna premere il tasto reset, e rifare i conti con il bipolarismo italiano. Il bipolarismo funziona quando i due poli condividono i fondamenti della cittadinanza e la reciproca legittimazione a governare.
In Italia il bipolarismo funziona male per difetto di entrambi i presupposti. I fondamenti della cittadinanza nazionale traballano quando ministri del governo disegnano sugli auguri di Natale l’Italia alla rovescia, in attesa di poterla tagliare in due. La reciproca legittimazione non può esserci quando questioni di legalità e moralità prevalgono sulle normali scelte pubbliche.
Vogliamo dirla tutta? A costo di dispiacere ad antichi e stimatissimi amici, bisogna ammettere che dal 1994 ad oggi in Italia il corso del bipolarismo viaggia in parallelo con il corso del berlusconismo; e quando, chissà quando, il berlusconismo arriverà alla fine, anche del bipolarismo si dovrà seriamente discutere.
Il bipolarismo italiano è arrivato alla resa dei conti, ed i conti non tornano. Su questa esplicita constatazione si è formata per iniziativa di Francesco Rutelli l’Alleanza per l’Italia, e si è formato per iniziativa di alcuni liberali un comitato per sostenerla (www.comitatoliberale.it). Come liberali, dobbiamo fare ammenda di non aver tenuto in maggior conto la nostra storia, perché nella storia dei liberali italiani c’è la soluzione di un dilemma oggi molto dibattuto: se moderatismo e riformismo possano convivere, e se la convivenza di moderatismo e riformismo possano dare l’ubi consistam a ciò che si chiama “centro”.
Qui tornano a proposito i 150 anni dell’unità d’Italia. Dall’unità ad oggi l’Italia ha conosciuto i governi di tre statisti quali Cavour, Giolitti e De Gasperi. Tutti e tre hanno governato dal centro, lasciando al margine le estreme. Tutti e tre si sono autodefiniti moderati. Il moderato Cavour ha dato uno stato alla nazione, il moderato Giolitti ha aperto ai ceti popolari l’accesso alle istituzioni civili e sociali, il moderato De Gasperi di concerto ... con Einaudi ha ricostruito il paese devastato dalla guerra. Può bastare come dimostrazione che nella storia d’Italia i maggiori riformatori sono stati i moderati, osteggiati dalle estreme ma soprattutto dalle destre del tempo.
Oggi il centro moderato-riformatore deve costituire le condizioni per offrire ai suoi potenziali elettori una alternativa di governo. La triade di centro, come la chiamano Battaglia e Bianco, aveva lo scopo essenziale di raccogliere nella camera dei deputati una maggioranza che revocasse la fiducia al governo. Ci ha provato e non è riuscita. Ma i numeri fra governo e opposizioni sono di sostanziale parità e sono i numeri della triade di centro a fare la differenza.
Il voto del 14 dicembre ha, crediamo, finalmente sancito non la solidità del bipolarismo italiano, come usa dire, ma la struttura del panorama politico italiano. La destra impersonata dal Cavaliere è una destra democratico-plebiscitaria, con toni giacobini nella interpretazione stessa del mandato popolare. Vano, ad oggi, il tentativo di Fini di mettere a confronto una idea di destra diversa, laica, seriamente conservatrice, assomigliante più al manifesto dei conservatori di Prezzolini che ai depliant propagandistici cari alla macchina berlusconiana.
Da quel voto, poi, è nato – o meglio è in incubazione – un rassemblement che comprende forze del popolarismo, del liberalismo e della democrazia laica, fino a componenti social riformiste e moderate.
Il polo della nazione – a noi piacerebbe chiamarlo polo delle riforme, per chiarirne almeno l’obiettivo – deve porsi, per non fallire, l’ambizioso compito di tentare di rappresentare la forza della democrazia liberale e, sia detto per inciso, con una buona dose di laicità per riuscire a metter d’accordo le diverse anime del progetto. È poi evidente come sia auspicabile che assuma chiara fisionomia una terza area, quella della democrazia sociale che in Italia è, specularmente a quella della democrazia liberale, alquanto evanescente e timida.
Il Partito democratico a guida bersaniana ha tutti i numeri per poter riuscire in un simile obiettivo. Obiettivo, poi, che è in linea con quanto emerso dal congresso di Praga del partito socialista europeo e coerente con l’autocritica pronunciata dall’on. D’Alema qualche giorno fa, lamentando l’abbandono della solida tradizione socialdemocratica da parte delle forze progressiste. Residuano, certo, le frange a diverso titolo massimaliste: Lega, Dipietristi e l’informe Sel, il partito di Vendola. Ora, se questi sono gli attori in scena non è affatto irrealistico che una forza che ambisca a rappresentare la tradizione della democrazia liberale sia lontana dalle alcinesche seduzioni della democrazia plebiscitaria e possa prediligere una alleanza programmatica con la democrazia sociale. Magari transitoria, ma certo motivata dal mettere in cantiere quella mezza dozzina di riforme strutturali sulle quali, pare, a parole tutti concordano ma che nessun sinora ha fatte.
Per far ciò, però, e lasciando da parte l’aritmetica dei voti che dimentica come in politica due e due non fan sempre quattro, il Partito democratico deve scegliere di avere almeno un nemico a sinistra se non due. Una piattaforma riformatrice non può esser fatta con l’estrema sinistra: non vi riuscì Schroeder in Germania, e non ci è riuscito Prodi per ben due volte in Italia.
Il nuovo polo di centro farà bene ad essere autonomo, ma non potrà essere equidistante. Non lo è dall’origine, visto che la maggior parte dei suoi parlamentari viene dalla sconfessione del polo di destra.
Dunque il confronto fra il polo di centro ed il Partito democratico è nelle cose. Il Partito democratico ha scelto da tempo una linea diversa da quella iniziale (quella del primo Veltroni al Lingotto, per intendersi). Il Partito democratico appare oggi dedicarsi più che altro al compito di mettere in sicurezza quanto resta della sinistra dopo il passaggio dal comunismo alla socialdemocrazia.
Un compito comprensibile, che peraltro sconta la rinuncia a proporsi come alternativa di governo sufficiente di per sé. Però di una alternativa all’attuale governo il partito democratico è parte non sufficiente ma necessaria.
«L’incontro fra Pd e il Centro è decisivo», scrivono Battaglia e Bianco. La loro affermazione è razionalmente fondata. È nella tradizione del riformismo che la buona volontà segua la voce della Ragione.
Fonte: Andrea Bitetto e Valerio Zanone - Europa

Renzi paga, Matteoli fugge

«Mi mancava solo prendere una pala per spalare la neve». Il ministro Altero Matteoli dice di avere la coscienza pulita.
«Più di quello che ho fatto non potevo fare. Quando ho avuto contezza dell’emergenza ho parlato con i vertici di Austostrade per l’Italia, Ferrovie, Anas, Protezione civile». Dice: «Chi ha sbagliato paghi». Appunto, chi? Ora la domanda é semplice semplice: perfino Matteo Renzi ha fatto autocritica, si è preso le sue colpe e ha ammesso che si poteva fare di più.
Ma il sindaco deve rispondere dei disagi dei cittadini di Firenze bloccati nel traffico. E degli altri? Chi risponde delle ore al freddo e al buio passate dalle centinaia di automobilisti intrappolati sull’A1 nella notte tra venerdì e sabato? E chi risponde del caos nel quale sono precipitati i passeggeri dei treni impazziti lo stesso giorno? Matteoli dice che nelle ore più drammatiche «ci ho messo la faccia per una cosa di cui, francamente, il ministero non è responsabile». Come, non è responsabile? E allora a quale titolo ieri ha convocato i vertici di Anas, Autostrade e Ferrovie per chiarire ritardi e responsabilità? E a chi devono rispondere i concessionari Autostrade o Anas se non offrono gli standard minimi di servizio che sarebbero tenuti a rispettare?
Non è casuale che Matteoli abbia annullato la propria partecipazione, questa mattina, alla cerimonia di inaugurazione per il completamento dello scavo della variante di valico Firenze-Bologna. Anche perché si troverebbe faccia a faccia con quel presidente della regione Toscana che, grazie a un pressing sulle società concessionarie arrivato a minacciare una class action, ha già ottenuto dei risultati come una promessa di rimborso per le vittime del venerdì nero sulle strade. Anche le Ferrovie dovrebbero fare altrettanto. Matteoli, invece, fugge.
E dire che l’allarme, per una volta, non era stato sottovalutato. Alle 15.47 di giovedì le ... agenzie di stampa battevano l’allerta per «diffuse nevicate fino in pianura con cumulati abbondanti» in provincia di Firenze. Quindi nessuno può dire “io non sapevo”. Anche il ministro ammette che una sottovalutazione c’è stata, ma non da parte sua.
È ormai chiaro che nessuno ha avvisato né camionisti né automobilisti dei problemi che avrebbe incontrato mettendosi in auto quel giorno sull’A1. E l’informazione su strade e autostrade è stata praticamente inesistente.
Chi, poi, cerca di annegare le responsabilità italiane guardando al maltempo nel resto d’Europa non sa di cosa parla. Siamo quasi certi che nel consueto italianissimo gioco del cerino, il cerino finirà per spegnersi. E Matteoli non lo terrà acceso.
Fonte: Giovanni Cocconi - Europa

L’agenda terzopolista per l’amico Bersani

In gran segreto, prima ancora di aprire un tavolo con Fini e con Rutelli, i vertici dell’Udc faranno già nelle prossime ore un primo punto sulla partita delle elezioni amministrative del 2011. Otto milioni di elettori, centinaia di comuni tra cui Milano, Torino, Napoli, Bologna.
Come organizzarsi, che linea adottare nei ballottaggi rispetto al Pdl (più Lega al nord) e al Pd con i suoi alleati? Nessuno però si danni l’anima più di tanto: siamo soltanto ai prolegomeni. La verità è che adesso il Terzo polo si prepara ad andarsene in vacanza per le festività di fine anno: poi alla ripresa, a partire da metà gennaio, tutto sarà più chiaro. Nel giro di qualche settimana si diraderanno molte nebbie: quelle che gravano sul dialogo con il governo Berlusconi da un lato ma anche quelle che ancora avvolgono i rapporti tra il Terzo polo e il Pd. Febbraio sarà il momento della verità: di lì si può precipitare alle elezioni anticipate o, al contrario, potrebbe dispiegarsi – con la benedizione del Colle – la strategia dell’“avvolgimento” del Cavaliere nella ragnatela moderata del Terzo polo.
Sì perché questa è la priorità assoluta terzopolista: prioritarie sono le grandi manovre attorno a una maggioranza esanime, ancorché temporaneamente rabberciata grazie agli acquisti di parlamentari da parte di Berlusconi. Casini, Fini e Rutelli hanno detto in tutte le salse cosa intendono fare e come: vogliono condizionare l’azione del governo con una linea di appoggio dialogante: una tattica tesa a smascherare l’irresponsabilità di un Berlusconi che intensifica la “tratta” dei parlamentari altrui per puntellarsi, che non cessa di insolentire Fini e sbeffeggiare Casini e che, in una fase così critica per la gravità della crisi economica che attanaglia l’Italia, continua a rifiutare la mano tesa, i suggerimenti e i voti dei terzopolisti. Qualcuno potrebbe pensare che quella del terzo polo sia solo una recita: ma l’astensione sulla sfiducia a Calderoli, il favore a un rinvio di quella su Bondi, l’apertura dell’Udc alla riforma Gelmini (Fli era già favorevole, l’Api semi-favorevole), il sì al decreto sull’emergenza rifiuti – per citare alcune delle decisioni prese in comune dai terzopolisti – sono gesti concreti di disponibilità. Berlusconi continuerà a rispondere loro con gli insulti? I terzopolisti dicono che per capire davvero che verso prenderanno le cose si dovrà aspettare ... ancora un po’.
Perciò è oggi del tutto inutile, aggiungono, rompersi la testa su schemi astratti di possibili alleanze a livello nazionale.
«In ogni caso allo stato attuale noi andremmo da soli, per quanto se il Pd si staccasse da Di Pietro e da Vendola...», lascia cadere lì la frase Buttiglione. Sbaglierebbe però chi sopravvalutasse il messaggio del presidente dell’Udc o chi interpretasse la freddezza di Casini (che ha bollato come «fallimentari le proposte politiche del Pdl e del Pd» e ha lasciato cadere nel nulla la recente intervista di Bersani a Repubblica) come una porta sbattuta in faccia al Pd. Più semplicemente il Terzo polo ha messo a punto un’agenda che prevede di esercitare il massimo di pressione su Berlusconi qualificandosi come un’opposizione nettamente separata da quella del Pd: a maggior ragione adesso che, oltre a Udc e Api, incorpora anche l’ex Msi, ex An ed ex cofondatore del Pdl Fini.
Solo così, spiegano i terzopolisti, quest’area può crescere e arrivare a quella soglia minima del 12 per cento che impedirà a Berlusconi, in caso di elezioni anticipate, di conquistare il senato. Nel frattempo, finché la situazione non precipita, si aprirà il tavolo per le candidature dei terzopolisti alle amministrative: a gennaio se ne occuperà un loro vertice. Ma intanto spetta al Pd, avvertono all’Udc, «muoversi con prudenza: le primarie possono compromettere possibili intese ai ballottaggi.
Come nel caso di Pisapia a Milano. Fassino è tutta un’altra storia, ma ne discuteremo...».
Fonte: Francesco Lo Sardo - Europa

Forza figli.

Domani tutti i nostri sguardi saranno puntati sulla manifestazione romana degli studenti, dei precari, dei ricercatori, in una sola parole dei giovani. Che sono compressi nella condizione dura, e innaturale, di non potere crescere economicamente e socialmente, con la prospettiva di campare da ragazzi, e di contare da ragazzi, anche quando saranno grandi.
Piuttosto che dare consigli ("si sa che la gente dà buoni conigli quando non può più dare cattivi esempi", De André), meglio fare gli auguri. Non sono auguri sereni, ma sono auguri sinceri. Non sono sereni perché l´ansia è grande, ansia per i giovani manifestanti e per i giovani poliziotti, due eserciti di sfruttati, di sottopagati, di senza potere messi uno contro l´altro dall´inettitudine vergognosa delle classi dirigenti. Ma sono auguri sinceri perché nessuna notizia è più attesa di un ritorno in massa alla politica dei ragazzi italiani, i soli che possano ridare l´abbrivio al treno fermo sul quale siamo tutti seduti, in attesa di non si sa che cosa. Dicono alcuni capi del movimento che in piazza sarà la fantasia, non la violenza, a tenere la scena e a vincere, in barba ai fanatici, ai provocatori, ai ministri. Fosse vero, accadesse davvero, domani sera ci sarebbe da ringraziare Dio. Per chi non ci crede, ringraziare la vita che ancora guizza e ragiona sopra la melma e sotto il cielo. Forza figli.
Fonte: Michele Serra - Repubblica

Allarme Istat: «Disoccupati all'8,7% a ottobre , è il massimo dal 2004»

Il tasso di disoccupazione ad ottobre è cresciuto all'8,7% dall'8,4% di settembre. Lo comunica l'Istat, aggiungendo che si tratta del valore più alto dall'inizio delle serie storiche mensili, ovvero dal gennaio 2004.
TERZO TRIMESTRE - Nel terzo trimestre del 2010 l'occupazione è diminuita dello 0,2% (-57mila occupati) sul trimestre precedente. L'Istat precisa che nel periodo il numero di occupati risulta pari a 22.811.000 (-176mila). Il tasso di occupazione risulta in calo al 56,7%. Il numero di persone in cerca di occupazione scende a 2.068.000 (-1,7%). Nel terzo trimestre il tasso di disoccupazione scende all'8,3% (da 8,4% secondo trimestre dato rivisto da 8,5%), primo calo dopo sette trimestri di crescita. A ottobre, stima, l'Istat, la disoccupazione sale all'8,7%, rivista dall'8,6% e al top da gennaio 2004 (8,4% a settembre).
GIOVANI E DONNE - Allarmanti i dati del tasso di disoccupazione dei giovani: uno su quattro è senza lavoro. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni nel terzo trimestre del 2010 ha raggiunto infatti il 24,7 per cento, con un massimo del 36 per cento per le donne del Mezzogiorno. Lo ha reso noto l'Istat nel report su «Occupati e disoccupati». Nel complesso, spiega l'Istituto di statistica, nel terzo trimestre del 2010 la crescita della disoccupazione, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, continua a interessare in misura più significativa gli uomini (+38 mila unità) in confronto alle donne (+12 mila unità). Rispetto al recente passato, l'allargamento dell'area della disoccupazione riguarda pressoché esclusivamente la componente italiana. Alla crescita della disoccupazione femminile straniera (+17 mila unità) ha corrisposto la flessione di quella maschile (-13 mila unità). L'aumento della disoccupazione si concentra tra gli ex-inattivi con precedente esperienza nel Centro e tra gli uomini che hanno perso il lavoro nel Mezzogiorno. L'aumento registrato, in base ai dati non destagionalizzati, tra il terzo trimestre del 2009 e lo stesso periodo del 2010 è stato di 0,3 punti percentuali per la componente maschile e di 0,1 punti percentuali per quella femminile.
Fonte: Corriere.it

Quel denominatore al Nazareno

La fase politica è delicata, ma la direzione del Pd che si terrà dopodomani potrebbe inaspettamente risultare una tra le più compatte da molto tempo a questa parte. Almeno sulla direzione di marcia. Perché la correzione di linea di Pier Luigi Bersani, se può aver creato più di un malumore nella base e nel popolo della rete, sul gruppo dirigente ha invece funzionato come una sorta di “tagliando” di quattordici mesi di segreteria: andava fatto, quel che c’era da mettere a punto è stato sistemato, ora la macchina può camminare più spedita lungo una strada tracciata e condivisa.
Vanno interpretate così le prese di posizione dei diversi esponenti negli ultimi giorni, pur nell’articolazione differente dei toni. Il denominatore comune è la rinnovata “centralità” del Pd, una centralità che non era stata certamente abbandonata, ma che alcune componenti del partito avevano percepito come un po’ annacquata, offuscata dalla priorità data al tema delle alleanze.
Sulla questione, domenica sera Massimo D’Alema, nel salotto di Che tempo che fa, è stato netto: «Noi siamo la maggiore forza di opposizione, noi dobbiamo indicare una prospettiva del paese, lo stiamo facendo, non solo in senso generale ma anche indicando le riforme necessarie». E ancora: «Io penso che a noi spetti presentare un progetto, poi chi lo condivide lo sosterrà. Non siamo noi che dobbiamo guardare la una parte o dall’altra».
Un’accentuazione, questa del Pd che si candida, come ha detto Bersani nell’intervista a Repubblica, «a presentare una piattaforma per la riforma della repubblica, per la crescita e il lavoro», apprezzata anche dai veltroniani, riuniti ieri sera con le altre componenti di MoDem, l’area di minoranza del partito nata dalla scissione della franceschiniana AreaDem. «Basta con... la babele» delle linee diverse provenienti dal vertice, diranno giovedì i veltroniani, che apprezzano la parola d’ordine del “puntare su di noi”, cioè sulla centralità del Pd.
Possibile però che in direzione non ci sia nessuno sconto alle «incertezze» del segretario da parte di Beppe Fioroni o per altro verso di Paolo Gentiloni. Dunque, prima il progetto, poi le alleanze. Quel progetto che – afferma Francesco Sanna, senatore e membro della direzione vicino a Enrico Letta – «siamo andati definendo e aggiornando in ben tre assemblee nazionali». L’esponente dem non si nasconde una certa difficoltà che il partito incontra nel far passare il suo messaggio sulle «cose» concrete che fa: «La nostra narrazione, per usare un termine in voga – afferma Sanna – è meno scoppiettante e brillante di un’apparizione a In mezz’ora, ma sicuramente più democratica. Il Pd non poteva restare inerme fra chi lanciava ultimatum alla Di Pietro e chi un’Opa ostile il giorno che in parlamento le opposizioni votavano la mozione di sfiducia, dicendo che non interessavano i discorsi del leader, interessava soltanto la piazza».
Quanto al rapporto che il Pd intende costruire con il Terzo polo, Sanna ammette che esso si scontra con alcuni limiti oggettivi che riguardano i territori: «In molte realtà locali Fli e Udc sono rappresentati da personaggi con facce molto diverse da quelle di Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini. Penso a una regione che conosco bene, la Sardegna, ma anche ad altre situazioni. Se in una legislatura futura vogliamo puntare su un’alleanza, il Terzo polo non potrà essere ambiguo, perché il potere in periferia significa gestione di fondi pubblici e decisione pubbliche».
Fonte: Mariantonietta Colimberti - Europa

Processi lunghi: Italia condannata «Troppi ritardi anche nei risarcimenti»

La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha condannato l'Italia per i ritardi con cui vengono pagati gli indennizzi legati alla lentezza dei processi. I giudici hanno infatti reso noto di aver dato ragione a 475 soggetti che si lamentavano per aver dovuto attendere da nove a 49 mesi per incassare il risarcimento che era loro stato riconosciuto in base alla legge Pinto del 2001 per l'eccessiva lunghezza del processo. Le legge Pinto infatti stabilisce un risarcimento per ogni anno di eccessiva durata del processo e sei mesi per l'erogazione degli indennizzi in caso di ritardo. Per periodo «ragionevole» della durata del processo solitamente si intendono due anni per ogni grado di giudizio e sei mesi per l'erogazione degli indennizzi.
SENTENZA - La Corte europea ha quindi chiesto all'Italia di rivedere la legge Pinto e di istituire un fondo speciale per il pagamento degli indennizzi in tempi ragionevoli e si sottolinea che in Italia esiste un «problema diffuso» inerente i pagamenti degli indennizzi. La Corte rileva inoltre che al momento pendono in attesa di giudizio a Strasburgo oltre 3.900 ricorsi presentati per il ritardato pagamento degli indennizzi e che il loro numero è salito dai 613 del 2007 a circa 1.340 ricevuti tra il 1° giugno e il 7 dicembre 2010. Nel comunicato inoltre si legge che la Corte «pur non appoggiando tutte le riforme attualmente all'esame della Camera, considera che questo sia l'àmbito ideale per prendere in considerazione le indicazioni della Corte stessa e le raccomandazioni sinora fatte dal Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa». La Corte ha accordato a ciascun ricorrente 200 euro per danni non pecuniari.
Fonte: Corriere.it 

martedì 21 dicembre 2010

Il Pd in cerca di un "federatore" per la piattaforma repubblicana

"Serve un nuovo Prodi": la parola d'ordine lanciata domenica dal vice-segretario del Pd Enrico Letta, e' stata ripresa oggi da Beppe Fioroni, uno dei leader della minoranza dei Modem, che ha pure sposato la tesi di una alleanza con il Terzo Polo: l'ex ministro della Pubblica Istruzione aggiunge pero' un elemento in piu', e cioe' che questo patto sarebbe alternativo ad uno con Vendola e Di Pietro. Nella tarda serata i 75 parlamentari Modem si riuniranno attorno a Walter Veltroni, Paolo Gentiloni e Fioroni in vista della Direzione del partito del 23 dicembre, dove gli unici a prendere di petto Bersani saranno i ''rottamatori''.
''Il Pd deve fare scelte chiare - ha detto Fioroni - di progetto e di programma per il paese'' sui temi della crescita e dello sviluppo. Il leader degli ex popolari si dice ''convinto'' di una cosa, che questa proposta richieda ''un'alleanza forte e stabile'', proprio perche' ''programmatica''. L'alleanza col Terzo Polo, quindi, ''deve essere qualcosa di piu' e diverso di un fatto emergenziale'' se vuole essere ''credibile per i cittadini''. E poi una postilla: ''per fare questo il Pd dovra' dire dei no pesanti ad altre alleanze'', cioe' a Idv e Sel. La posizione di Veltroni e' un po' piu' articolata ma non si allontana dalla proposta di Bersani: va bene discutere di alleanze con il Terzo Polo, purche' il Pd metta in campo una propria proposta forte per l'Italia, sia sul piano sociale ed economico sia su quello istituzionale. E' intorno a questa che si verifica la praticabilita' di una alleanza che non sia solo emergenziale (fatta solo per evitare la vittoria di Berlusconi).
Bersani da' per scontato che ci sia questa proposta visto che sin dall'Assemblea nazionale di ottobre a Varese il Pd ha elaborato una proposta di riforma fiscale complessiva, tradotta anche in forma di emendamento alla Finanziaria. Il segretario, parlando ai suoi, ha osservato che questo progetto e' praticamente uguale a quello lanciato da Cisl e Uil nella loro manifestazione nazionale di novembre. Curiosamente alcuni giorni fa anche l'ex direttore generale di Confindustria Innocenzo Cipolletta, ha avanzato idee analoghe, e cioe' lo spostamento del carico fiscale dal lavoro e dall'impresa alla rendita e al patrimonio. Tutti soggetti, questi, vicini all' elettorato di centro. Insomma dai Modem non dovrebbero arrivare le barricate alla Direzione del 23. Il che non toglie che Veltroni e' pronto a spingere sul pedale dell'innovazione con il ''Lingotto ... 2'', la Convention che dovrebbe tenersi a Torino a fine Gennaio. Intanto Di Pietro ha intimato Bersani affinche' il 23 il Pd scelga tra il Terzo Polo, da una parte, e Idv-Sel, dall'altra. E se tale risposta non arrivera' lui procedera' con il solo Vendola.
Ma il capo della segreteria del Pd, Maurizio Migliavacca, ha annunciato che alla Direzione Bersani rivolgera' l'appello ''a tutte le opposizioni, nessuna esclusa'' sulla base di una ''piattaforma repubblicana''. Certo una alleanza del genere richiede ''un nuovo Prodi'' e cioe' un candidato leader che non sia espressione del partito maggiore, cioe' del Pd, come fu il caso del Professore nel 1995. Sara' Casini? '''E' anche lui di Bologna - ha osservato Fioroni - Comunque ci sono anche altri nomi possibili''. In ogni caso la disponibilita' di Bersani a rinunciare alle primarie e' un segnale che il Pd e' pronto al ''sacrificio'' di fronte a un ''federatore'' che piaccia a tutti. Insomma sarebbe il famoso ''Papa straniero'', ferma restando la carta di Enrico Letta, che Bersani ritiene sempre valida.
Fonte: L'Unità

La metamorfosi di Silvio uomo dell'emergenza

LA VERIFICA parlamentare del 14 dicembre non ha garantito la fiducia al governo. Semmai: la non-sfiducia. Per questo non ha prodotto cambiamenti significativi nel clima d'opinione. Tutto è rimasto, più o meno, come prima sulla scena politica. Instabile e incerta, senza copioni a guidare le scelte degli attori. Neppure un canovaccio che permetta loro di recitare a soggetto. Questa crisi, tutta interna alla maggioranza, non ha restituito legittimazione e consenso alla leadership di Silvio Berlusconi. Presso gli elettori, nel centrodestra e, in fondo, nel sistema politico italiano. Dove prevale e persiste un grande senso di precarietà. Il che costituisce una novità, nella biografia politica di Berlusconi. Scandita da numerose "sfide" per la vita. E per la morte (politica). Puntualmente vinte.
Sedici anni trascorsi a sfidare il sistema politico italiano, dopo averlo modellato a propria immagine e somiglianza. Il muro di Berlino sostituito da quello di Arcore. Che ha diviso il nostro piccolo mondo in due. Fra berlusconismo e comunismo. O, simmetricamente: tra antiberlusconismo e anticomunismo (senza il comunismo). Una lotta altamente personalizzata, esaltata dai media. Cercata e comunque sfruttata dal protagonista. Al centro di ogni sentimento e di ogni risentimento. Lui, il vero cemento culturale e ideologico del nostro tempo. Senza ideologia e senza tempo. Senza futuro. Silvio Berlusconi non è l'Uomo della Provvidenza, ma dell'Emergenza. Perché la Provvidenza regola gli avvenimenti verso il futuro (previsto da Dio). Mentre Berlusconi racconta il futuro per affrontare il presente immediato. Le emergenze. Dà significato politico "generale" alle sfide "personali", che lo riguardano direttamente. A partire dalle inchieste dei magistrati: un attacco politico contro le istituzioni di governo, contro il popolo sovrano che lo ha incoronato.
Nel 1994: ha sfruttato l'emergenza prodotta dal crollo della Prima Repubblica. Silvio Berlusconi, più di tutti, ne ha beneficiato. Ha imposto la politica come marketing, le persone al posto dei partiti, i media e la comunicazione al posto della partecipazione. Ha costruito una coalizione di marchi territoriali - il Nord, l'Italia, la Nazione - al posto dei riferimenti ideologici tradizionali. Ha abolito la parola "partito". Sostituita da Polo, Casa, Popolo. Ha ... vinto la sfida del momento. Senza riuscire a governare. Perché - lo ha scritto Ezio Mauro qualche giorno fa - Berlusconi non sa governare (né gli interessa). Sa solo comandare. Il che, ovviamente, non è poco. Perché Berlusconi è stato in grado - unico in Italia - di tenere insieme gli opposti. Lega Nord e Alleanza Nazionale. Soggetti politici nuovi e neodemocristiani. Nord e Sud. L'unico a disporre di argomenti adeguati ed efficaci per "costringerli" a stare insieme. Con la forza dei media, delle risorse, con la minaccia di escluderli dai centri del potere.
L'Uomo dell'Emergenza ha sempre cercato - e vinto - le sfide decisive della lotta per la vita e per la sopravvivenza. Anche - e tanto più - quando veniva considerato "finito". Sconfitto alle elezioni politiche del 1996: ha vinto le europee del 1999, le regionali del 2000. E le politiche del 2001. Dopo aver firmato un "patto per l'Italia". Mai rispettato. Ha perduto tutte le elezioni intermedie, punito dalla "delusione" dei suoi stessi elettori. Fino alle elezioni del 2006, considerate il "capolinea", l'ultimo atto della sua storia politica. Dai suoi stessi alleati. Quasi da solo, ha risalito la china, in pochi mesi. Trasformando la sconfitta annunciata del Centrodestra in un quasi-pareggio. Cioè, per il Centrosinistra (di cui era stato previsto il trionfo), una quasi-sconfitta. Premessa al successo alle elezioni politiche del 2008. Dove ha conquistato la maggioranza parlamentare più larga della Seconda Repubblica. Senza riuscire a gestirla. Visto che oggi, due anni e mezzo più tardi, la sua coalizione appare spaccata e divisa. Come il suo nuovo "partito personale", il Pdl. Come la sua intesa con Gianfranco Fini. Perché Berlusconi non sa "provvedere" al futuro, ma neppure al presente, in modo "normale". Forse neppure lo vuole.
La normalità del governo quotidiano lo annoia. La costruzione di un futuro troppo lontano: lo interessa poco. Per cui procede a strappi. Alla ricerca di battaglie da vincere e di avversari da sconfiggere. Così, da ultimo, ha trasformato la frattura con Fini e i suoi fedeli, la conseguente nascita di Fli, il voto di sfiducia in una opportunità. Un'altra sfida personale. Da vincere, per risalire la china. Come il barone di Munchausen che, caduto in una palude, riesce a sollevare se stesso e il proprio cavallo da solo, tirandosi su per il codino (cioè, per i capelli: questa sì un'impresa impossibile anche per il Cavaliere...).
Il problema è che passato il 14 dicembre e incassata la non-sfiducia nulla è cambiato. L'Uomo dell'Emergenza resta nell'emergenza. Come il Paese. Instabile e precario. Come la sua maggioranza. Ipotetica. Non per altro oggi, il Terzo Polo è divenuto tanto importante, per Berlusconi. Lui, l'Uomo dell'Emergenza, ha bisogno di un'ancora a cui aggrapparsi per sopportare il maremoto dell'emergenza. Per lo stesso motivo, la Lega vuole elezioni al più presto. Perché la debolezza di Berlusconi rafforza la Lega. La coabitazione con l'Udc la minaccia.
Così, di crisi in crisi, di emergenza in emergenza, la capacità di reazione e di ripresa di Berlusconi, si è consumata. E oggi appare quasi esaurita. Dopo le discese ardite, le risalite seguono sempre più faticose. La sua vittoria contro Fini, oggi, appare un episodio circoscritto. Non gli ha restituito la "fiducia" del Paese (come potrebbe?). Mentre quella della Camera dipende da un mercato dei voti più volatile di quello finanziario. Berlusconi: è l'Uomo del Giorno - per giorno. Annunciarne il declino: non serve. È già declinato. Il problema è che per batterlo non bastano astuzie tattiche ed elettorali. Finché prevarrà l'emergenza come orizzonte culturale e politico, oltre che economico. Berlusconi ne resterà lo specchio fedele. E, al tempo stesso, l'interprete più efficace.
Fonte: Ilvo Diamanti - Reppubblica.it

Addio a Padoa-Schioppa, padre dell'euro

"Un'ambizione timida", è stato il titolo del suo libro, uscito a maggio del 2007, quand'era ancora ministro del Tesoro dell'ultimo governo Prodi. Parlava dell'Italia, Tommaso Padoa-Schioppa, stroncato ieri da un infarto. Di "ciò che l'Italia può fare e può essere, nonostante le sue manchevolezze e i difetti che sono sotto i nostri occhi e ci rattristano ogni giorno". E poi parlava ancora del "gusto e del dovere di una attiva partecipazione alla 'res pubblica', alle questioni della 'polis'...". Ma alla fine è stata "un'ambizione timida" anche la sua. Questo civil servant, nato e cresciuto in quella riserva della Repubblica che è sempre stata la Banca d'Italia, ha servito il Paese con la consapevolezza e la responsabilità di chi sa di essere "classe dirigente". Ma anche con la discrezione e la "forza gentile" (per usare il titolo di un altro suo libro, questa volta dedicato all'Europa) che danno autorevolezza e credibilità alle istituzioni.
Tommaso Padoa-Schioppa è stato soprattutto questo. Un uomo delle istituzioni. Come il suo grande maestro ed amico, Carlo Azeglio Ciampi. Come Ciampi, laico e "azionista", se non per anagrafe, quanto meno per formazione e per cultura. Come Ciampi, keynesiano ma profondamente liberale in economia. E come Ciampi, grande italiano ("il patriottismo è lecito e necessario, purché inteso e praticato in modo corretto", era il suo motto). Ma cittadino del mondo, e soprattutto cittadino d'Europa. Lo slogan, ricorrente, era: "Nel mondo mi sento europeo, in Europa mi sento italiano". Insieme, i due avevano iniziato il lungo cursus honorum a Palazzo Koch, nella fucina dei civil servant che Bankitalia aveva iniziato ad essere già dagli anni '60, con Paolo Baffi e Guido Carli. Ciampi, più anziano, arrivò in fretta al governatorato. Padoa-Schioppa, non meno veloce, aveva scalato i gradini della rigida piramide gerarchica di Via Nazionale, entrando nel direttorio fino a diventare vice-direttore generale tra il 1984 e il 1997. Di quella stagione, la fase più esaltante è stata senz'altro la costruzione dell'edificio europeo, con le fondamenta dell'Unione monetaria. Padoa-Schioppa è stato, a tutti gli effetti, uno dei costituenti di Maastricht. Ciampi affidò a lui, amico personale di Jacques Delors, l'incarico di seguire i lavori preparatori del Trattato, tra la fine degli Anni Ottanta e l'inizio degli Anni Novanta, e poi la fase cruciale delle trattative che più tardi, nel '98, ... avrebbero portato alla nascita dell'euro.
Un battesimo che "Tps" (secondo l'acronimo con la quale lo chiamavano gli amici e noi giornalisti) avrebbe voluto e dovuto vivere da governatore della Banca d'Italia, come sarebbe stato giusto per chi, come lui, aveva dedicato la parte migliore della sua vita a coltivare il sogno di un'Europa con una sola moneta. Ma quando Ciampi lasciò Via Nazionale, per diventare presidente del Consiglio nel '93, Padoa-Schioppa, suo erede naturale, subì uno smacco che lasciò un segno profondo. Gli si contrappose la candidatura di Lamberto Dini, e nel gioco dei veti incrociati alla fine la spuntò il terzo incomodo, Antonio Fazio. Chissà: se Tps avesse vinto quella gara, come meritava, forse un bel pezzo di storia economico-finanziaria italiana sarebbe stata diversa. Comunque lui incassò il colpo senza battere ciglio. "Le istituzioni vengono prima degli uomini", era un'altra delle frasi che gli sentivi ripetere spesso.
Pochi anni dopo, nel '97, lo ripagarono con la presidenza di un'altra istituzione, la Consob. Anche da lì, sia pure in un ambito diverso, diede il suo contributo da europeista convinto: "L'Europa farà bene all'Italia", continuava a dire, anche nei giorni in cui il primo governo Prodi introduceva l'eurotassa per raggiungere il traguardo di Maastricht, e la Casa delle Libertà di Berlusconi andava per protesta sull'Aventino, urlando "no all'euro". "Profeti di sventura", tuonava Tps in privato, ricordando le parole di Giovanni XXIII.
La storia gli diede ragione. E il suo incrollabile "euro-entusiasmo" fu subito premiato nel 1998, quando proprio Prodi e Ciampi, portata un'Italia riluttante nel club dei Grandi di Eurolandia, lo designarono come membro italiano nel board della neonata Bce. Ci restò fino al 2006: "Un'esperienza esaltante", ti ripeteva con la luce negli occhi, quando lo andavi a trovare nel suo ufficio all'Eurotower di Francoforte, dove questo banchiere centrale bellunese, ma essenzialmente mitteleuropeo nei modi e nell'aspetto, si muoveva come un pesce nel suo acquario. Ecco: se ha avuto un difetto, Padoa-Schioppa, è forse questo suo sentirsi parte di una tecnocrazia illuminata che, troppo di rado, sembrava disposta a fare i conti con la realtà. Con la vita in carne ed ossa della gente comune. Lo ammetteva lui stesso, qualche volta: "Come paga i suoi errori, una classe dirigente? Solo una sua esigua componente, i professionisti della politica, è soggetta a una vera sanzione: la perdita del potere...". I tecnocrati no. Tps avvertiva questo limite, umano e professionale. Lo colmava con l'etica della responsabilità, "dalla quale dipendono le sorti di un Paese". Ma restava un limite.
Forse proprio per valicare questo limite, quando Prodi tornò al governo nel 2006 e gli propose di fare il ministro dell'Economia, lui accettò senza pensarci due volte. Anche se capiva e vedeva i limiti del caravanserraglio unionista: "Mi metto in gioco, ma possiamo e dobbiamo farcela", diceva allora. In fondo, pur essendo un progressista, anche lui si definiva solo "un tecnico prestato pro-tempore alla politica". Ma non ce la fece. La sua esperienza a Via XX Settembre fu più tormentata e meno esaltante di quella che il suo mentore, Ciampi, visse dieci anni prima. Nei due anni di turbinoso governo prodiano, Tps resse egregiamente i cordoni della spesa pubblica. Ma di quella stagione, condivisa con Visco alle Finanze, non restano impresse le virtù del rigore contabile (che pure contarono molto). Piuttosto, restano agli atti le lacrime e il sangue della prima Legge Finanziaria del 2007, che tosò molto la pecora e non riuscì a redistribuire il reddito come avrebbe dovuto, sprecando anche qualche buona occasione come la riduzione del "cuneo fiscale" per le famiglie e le imprese. E poi restano agli annali un paio di "infortuni mediatici", tipici del tecnocrate che fatica a introiettare la sublime arte della politica, che spesso è menzogna, o dissimulazione. E così, di quel biennio si ricorda la sortita contro "i bamboccioni", questi ragazzi italiani che hanno paura di affrontare il mondo, e si riparano sotto il tetto della famiglia, fuggendo dalle proprie responsabilità. Aveva ragione, Tps: era un invito ai volonterosi, non una critica ai nullafacenti (di cui qualche anno più tardi, e con ben altra volgarità, si sarebbe fatto portavoce Renato Brunetta). Ma lo disse male, e lo spiegò peggio.
E poi si ricorda una sortita sul fisco: "Pagare le tasse è bello", perché ti fa sentire cittadino della 'polis', e ti da modo di partecipare al bene comune. Anche qui: aveva ragione, Tps. Ma in un Paese sciagurato come l'Italia, fatto di poeti, di santi e di evasori, una cosa del genere la puoi pensare, ma non la puoi dire. Meno che mai quando c'è, ad aspettarti al varco di ogni campagna elettorale, un leader populista e poujadista come il Cavaliere, che sull'odio per le tasse e per lo "Stato criminogeno" ha costruito buona parte della sua fortuna politica. E così, quando Prodi cadde nel 2008, e Padoa-Schioppa si ritirò in buon ordine, nessuno si rammaricò per la sua uscita di scena. E invece avremmo dovuto, a guardare come è stato allegramente dissipato il "tesoretto" che comunque Tps lasciò in eredità al governo di Berlusconi e Tremonti. E soprattutto dobbiamo rammaricarci oggi. Perché l'Italia, comunque la si pensi, ha perso uno dei suoi migliori servitori.
Fonte: Massimo Gianini - Reppubblica

Ho dato i miei soldi per liberare Assange Mai più segreti e guerre grazie a Wikileaks

L’altro ieri gli avvocati di Julian Assange, fondatore di Wikileaks, hanno presentato al tribunale di Westminster, Londra, un documento da me sottoscritto attestante che ho versato la somma di 20.000 dollari per contribuire alla libertà’ su cauzione di Julian Assange. Inoltre metto pubblicamente a disposizione il mio sito web, i miei server, i nomi dei miei domini e qualsiasi altra cosa che possa tenere in vita Wikilieaks e che possa consentire a Wikileaks di continuare a denunciare i reati pianificati segretamente e commessi a nostro nome e con i dollari dei contribuenti.
Ci hanno portato in guerra in Iraq sulla base di una menzogna. Sono morte centinaia di migliaia di persone. Provate ad immaginare come sarebbe andate le cose se l’uomo che nel 2002 progettò questi crimini di guerra avesse avuto a che fare con Wikileaks. Forse non sarebbero riusciti a fare quello che hanno fatto. A quell’epoca pensarono di potersela cavare solo perché avevano la garanzia della più assoluta segretezza. Ora questa garanzia non esiste più e mi auguro che i potenti non possano mai più agire in segreto.
Per quale ragione viene aggredito con grande accanimento il sito di Wikileaks che ha reso un servizio così importante all’opinione pubblica? Perché il sito ha messo in imbarazzo quanti hanno nascosto la verità. L’aggressione a Wikileaks ha superato ogni immaginazione. Il senatore Joe Lieberman sostiene che Wikileaks «ha violato la legge sullo spionaggio». George Packer del New Yorker definisce Assange «megalomane, maniaco della segretezza e permaloso». Sarah Palin afferma che èun «agente anti-americano con le mani sporche di sangue» cui dovremmo dare la caccia «con lo stesso impegno con cui diamo la caccia ai capi talebani e di Al Qaeda». Il Democratico Bob Beckel (responsabile della campagna elettorale di Walter Mondale nel 1984) ha detto di Assange alla Fox TV: «Un morto non può divulgare informazioni riservate...... c’è una sola cosa da fare: sparare a quel figlio di puttana».
La repubblicana Mary Matalin lo chiama «psicopatico e sociopatico..... È un terrorista». Il repubblicano Peter A. King definisce Wikileaks «una organizzazione terroristica». Questo e’ vero! Infatti esiste per terrorizzare i bugiardi e i guerrafondai che hanno rovinato il nostro ed altri Paesi. Forse non sarà facile scatenare la prossima guerra perché Wikileaks ha scompaginato le cose: ora siamo NOI che scrutiamo il Grande Fratello!! Dobbiamo ringraziare Wikileaks per aver puntato un faro abbagliante su questa roba. Ma alcuni esponenti della grande stampa hanno minimizzato l’importanza di Wikileaks («c’è ben poco di nuovo in quello che hanno diffuso!») ovvero hanno dipinto i responsabili di Wikileaks come semplici anarchici («Wikileaks pubblica tutto senza alcun controllo giornalistico!»).
In parte, Wikileaks esiste proprio perché i grandi organi di informazione non hanno fatto il loro dovere. I grandi editori che posseggono i mezzi di informazione hanno licenziato giornalisti, ridotto le redazioni all’osso e, di fatto, reso la vita impossibile ai bravi giornalisti. Non ci sono più né tempo né ... denaro per il giornalismo di inchiesta. Per dirla in maniera semplice e chiara: gli investitori non vogliono che si parli di queste cose. Vogliono che i loro segreti restino tali. Vi chiedo di immaginare quanto sarebbe diverso il mondo se ci fosse stato Wikileaks 10 anni fa. Il 6 agosto 2001, mentre si trovava nel suo ranch a Crawford, Texas, al presidente GeorgeW.Bush consegnarono un documento «segreto» con l’intestazione: «Bin Laden deciso a colpire negli Stati Uniti».
E in quelle pagine si diceva che l’FBI aveva scoperto «tracce di attività sospette e tali da far pensare che si stiano preparando dei dirottamenti». Bush decise di ignorare il rapporto e nelle quattro settimane che seguirono se ne andò a pesca. Ma se quel documento fosse stato diffuso come avremmo reagito? Cosa avrebbero fatto il Congresso o la Federal Aviation Administration? Non è possibile che qualcuno avrebbe fatto qualcosa se fossimo stati informati dell’intenzione di Osama bin Laden di effettuare degli attentati tramite il dirottamento di aerei? Ma a quei tempi solo pochissime persone avevano accesso a quel documento.
Grazie al fatto che fu mantenuto il segreto, un istruttore di volo di San Diego che aveva notato che due studenti sauditi del suo corso non prestavano alcuna attenzione quando spiegava le manovre di decollo e atterraggio, non fece nulla. Se avesse letto sul giornale quello che stava progettando Osama bin Laden non avrebbe potuto telefonare all’FBI? (Vi invito a leggere il saggio pubblicato sul Los Angeles Times dall’ex agente dell’FBI, Coleen Rowley, nominata personaggio dell’anno da Time nel 2002, la quale si dice convinta che se nel 2001 ci fosse stato Wikileaks gli attentati alle Torri Gemelle avrebbero potuto essere impediti).
E cosa sarebbe successo se i cittadini nel 2003 avessero potuto leggere i promemoria con cui Dick Cheney faceva pressioni sulla Cia perché gli fornisse le «prove» che voleva per costruire un casus belli falso? Se un sito del tipo di Wikileaks avesse rivelato che in realtà non esistevano armi di distruzione di massa, gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra o, al contrario, qualcuno avrebbe chiesto l’arresto per Cheney? Apertura, trasparenza – sono tra le poche armi di cui dispongono i cittadini per proteggersi dai potenti e dai corrotti. Cosa sarebbe successo se nel giro di pochi giorni dal 4 agosto 1964 – dopo che il Pentagono aveva fabbricato la bugia della nave americana attaccata dai nord vietnamiti nel Golfo del Tonchino – ci fosse stato un Wikileaks a raccontare agli americani che era tutta una montatura? Suppongo che oggi potrebbero essere ancora vivi 58.000 soldati americani (e due milioni di vietnamiti). E invece la segretezza li ha uccisi.
A quanti di voi ritengono non sia giusto sostenere Julian Assange a causa delle accuse di stupro per le quali è stato arrestato, chiedo semplicemente di non essere ingenui su come agisce un governo quando vuole catturare la sua preda. Per cortesia non credete mai, mai alla «versione ufficiale» dei fatti. E a prescindere dall’innocenza o dalla colpevolezza di Assange, quest’uomo ha il diritto di ottenere la libertà su cauzione e ha il diritto di difendersi. Insieme ai cineasti Ken Loach e John Pilger e alla scrittrice Jemima Khan ho messo insieme la somma per versare la cauzione. È possibile che, pur non volendo, Wikileaks danneggi negoziati diplomatici e gli interessi degli Stati Uniti in qualche parte del mondo? È possibile. Ma è il prezzo che bisogna pagare quando il governo ci trascina in una guerra fondata su una menzogna. La punizione per questo comportamento scorretto consiste nell’accendere tutte le luci della stanza in modo che possiamo vedere cosa state facendo. Di voi non ci si può fidare. Per cui ogni email che scrivete, ogni lettera che inviate per noi è selvaggina. Mi spiace, ma l’avete voluto voi. Ora nessuno può più sottrarsi alla verità. Nessuno puo’ architettare un’altra Grossa Menzogna sapendo che possiamo scoprirlo. E questa è la cosa migliore che Wikileaks ha fatto. I responsabili di Wikileaks, che Dio li benedica, contribuiranno con le loro azioni a salvare delle vite. E chiunque di voi decidesse di aiutarmi a sostenerli compirebbe un autentico gesto di patriottismo.
Fonte: Michael Moore - L'Unità

Fassino: «Saranno primarie vere In campo per la mia Torino»

«Io o paracadutato da Roma? È un argomento privo di fondamento. In queste settimane in cui ho dialogato con il Pd e con la società torinese, questa obiezione non l’ha mai sollevata nessuno. Tutti sanno che sono figlio di questa città, che la conosco nei suoi dettagli più minuti. Aver passato 20 anni a Roma non ha indebolito in alcun modo il mio legame con Torino, dove ho mantenuto casa e dove ancora vive mia madre. E ricordo che in questi anni di impegno nazionale sono sempre stato deputato di questa città». Piero Fassino è molto soddisfatto della scelta di correre per la carica di sindaco della sua città. Ne parla con un trasporto persino inusuale rispetto ai suoi canoni: «Torino non ha mai smesso di essere capitale. Lo è stata del lavoro, dell’impresa, del pensiero laico e del solidarismo cattolico, dell’antifascismo, della ricostruzione post-bellica. Ma anche delle tante innovazioni che ne hanno cambiato la pelle negli ultimi trent’anni. Le giunte Castellani e Chiamparino sono state così autorevoli perché hanno saputo guidare questo cambiamento da città solo Fiat-centrica a capitale dell’industria avanzata, dell’innovazione scientifica, della cultura, del terziario».
Cosa l’ha convinta a questo passo?
«Il fatto che Torino ha sempre scommesso sull’innovazione. E l’idea che fare il sindaco qui significa essere in uno dei punti nevralgici della vita del Paese. Ho avvertito la necessità di dare a Torino una guida politica forte. Questa è la città più grande che governiamo nel Nord: se vogliamo affermare che il Nord non è una terra straniera per il Pd, che possiamo parlare a questa parte del Paese, da qui questa battaglia si può fare. È una sfida affascinante per la storia di Torino, ma è anche un punto di direzione politica nazionale. Stiamo andando verso il federalismo: non è indifferente come il centrosinistra presidierà enti locali importanti durante questa trasformazione dei rapporti tra Stato e autonomie».
Come è maturata la sua scelta?
«La sollecitazione è venuta da Bersani, che mi ha chiesto di mettermi a disposizione per un impegno che ha valore nazionale. Ma anche da tanti mondi della città, che vogliono un sindaco che abbia lo stesso profilo, forza e visibilità di ... Chiamparino e Castellani».
A Torino però sono rimasti in campo altri tre candidati del Pd.
«Rispetto la loro decisione, anche se trovo curioso che, nel momento in cui il Pd decide di spendere uno dei suoi dirigenti più noti, nonsi consideri questo un investimento in cui riconoscersi tutti. E tuttavia, questo consentirà alle primarie di essere vere, ci si misurerà sulle idee per Torino. Da un confronto del genere verrà qualcosa di buono per il candidato vincente e per la città».
Teme una frammentazione dell’elettorato Pd?
«La frammentazione non è mai utile, ma non è il caso di drammatizzare Le primarie sono fatte perché i cittadini scelgano. E a Torino il Pd offre una proposta qualificata e ampia. Gli altri tre candidati sono personalità significative e di esperienza. Questo dimostra la forza del Pd e il suo radicamento in città».
Le primarie a Torino si faranno, a livello nazionale scricchiolano...
«Sonod’accordo con Bersani: nondevono essere una conta interna o un rito autoreferenziale. E non si deve partecipare pensando che servano perunposizionamento o per rivendicare qualche assessorato. Servono per avvicinare i cittadini alla politica».
Vendola è furioso dopo che Bersani ha proposto di bypassare le primarie per dialogare col Terzo polo...
«Le primarie sono uno strumento e nonun fine. Si decide se farle e quando farle a seconda della strategia che si ha in mente. Mi colpisce che ci sia chi le vuole a tutti i costi per la coalizione e non le fa nel proprio partito... ».
C’è il rischio di uno strappo a sinistra per inseguire Fini e Casini?
«Bersani non ha detto questo. Ha detto che per fare l’alternativa c’è bisogno di costruire una convergenza che vada al di là del centrosinistra. Dunque bisogna perseguire l’unità tra Pd, Sel e Idv,maquestonon basta per vincere se non c’è anche un’interlocuzione con ciò che sta fuori dal centrosinistra. Ricordo che già nel 1996 vincemmo con l’Ulivo alleato del partito centrista di Dini. È un problema che ci siamo sempre posti in questi anni: non si tratta di strappare a sinistra. E poi non spetta solo al Pd decidere: noi dobbiamo esprimere una proposta e un programma chiaro e proporlo a tutti, poi tocca anche agli altri decidere con chi vogliono stare. Le alleanze sono un fatto reciproco».
Ritiene possibile tenere insieme tutti?
«Nel2009 abbiamo vinto lecomunali di Bari e le provinciali a Torino, Alessandria, Rieti, Rimini e in tante altre realtà grazie a una convergenza tra centrosinistra e Udc. Così alle regionali 2010 in Liguria, Marche e Basilicata. Perché non deve essere possibile farlo anche a livello nazionale?».
Però c’è la novità Fini, indigesta per molti...
«In politica con le novità si fanno i conti, si ricalibrano le scelte e le strategie. Ancora non sappiamocomesarà il Terzo polo, per ora è stato solo annunciato. Vedremo che profilo avrà. La profila non è una schedina del Totocalcio, èunacosa più complicata».
Fonte: Andrea Carugati - L'Unità

L'Ara Pacis diventa un palco per le auto

Francesco Merlo
Non c'è nemmeno un Andy Warhol alla vaccinara, una versione provinciale dell'arte-provocazione, dello scandalo creativo. C'è soltanto l'insipienza estetica del sindaco di Roma coniugata con la furbizia imprenditoriale di un allegro neocostruttore d'auto. Il risultato è l'esibizione - gratis - dentro l'Ara Pacis, di due modelli di una stessa utilitaria.
Il lancio commerciale della Dany, una piccola automobile che, per quello che si vede, somiglia a tutte le altre utilitarie del mondo. Ma se è vero che questa automobile stona dentro il museo, non stona certo come accadde ai baffi sul viso della Gioconda, senso forte dei tempi moderni, né ha la forza dei monumenti impacchettati dal bulgaro Christo, non è l'ossimoro visivo, non è la contaminazione dei generi, ma è solo una delle mille volgarità - piccola questa volta, anche se significativa - commesse di questi tempi contro la cultura italiana.
Gli avessero almeno chiesto dei soldi a Stefano Maccagnani, che adesso non sa spiegare perché hanno concesso a lui quello che hanno negato a tanti altri, Maserati compresa: "È vero, mi hanno fatto un favore, forse per premiare un prodotto tutto italiano, che sarà costruito interamente a Roma". E se invece Maccagnani, che prima produceva materiale militare per la Difesa e aveva fatto parte della cordata messa assieme da Berlusconi per salvare Alitalia e, nel giorno della fiducia, ha pure scritto un'appassionata lettera al presidente del consiglio, se invece Maccagnani dicevamo, fosse solo un raccomandato, come tutti quelli che sono stati assunti nelle municipalizzate romane? "No. Al massimo sono più simpatico degli altri".
Certo, se gli avessero imposto almeno un ticket per l'uso privato del museo, ora staremmo a discutere se è giusto o sbagliato affittare i monumenti a fini commerciali, se è lecito noleggiare il Pantheon per una "convention", far sfilare l'alta moda all'Altare della Patria, promuovere un profumo davanti alla Primavera del Botticelli, vendere lingerie alle mademoiselles d'Avignon. I monumenti non sono certo sacri, e restituirli alla vita guadagnando qualche soldo forse potrebbe non essere male.
E invece la gratuita esposizione pubblicitaria della versione elettrica e della versione a ... benzina di questa Dany è stata voluta dal Comune "per amore della cultura". E si capisce subito che quest'auto dentro l'Ara Pacis fa il verso a invenzioni, slogan, immagini della grande arte, alle peripezie dei pennelli di Boccioni, di Picasso e di Magritte. Ma è un orecchiare appunto. Perché qui non c'è neppure la raffinatezza maliziosa della pubblicità, della cartellonistica e degli spot che chiedono solidarietà, ammiccano, seducono e sempre impongono un rapporto di grande complicità. C'è soltanto un'auto dove non dovrebbe stare col risultato di imbruttire sia l'auto sia il museo. E si ritrova come costante la cecità o, se preferite, l'insensibilità estetica di una generale amministrazione dei beni culturali ed artistici alla quale non importa nulla né di Pompei né dell'Ara Pacis.
È vero che l'Altare alla pace romana ha già subito ogni genere di insulto, da quel gabinetto che fu abbandonato all'ingresso del museo nel 2009 sino al disprezzo del sindaco Alemanno il quale appena eletto dichiarò di voler distruggere la teca di Richard Meier. "Ho scelto l'Ara Pacis perché e un luogo ameno" mi dice invece Maccagnani che forse non sa cosa significa "ameno", ma ha l'aria furba di chi pensa di passare alla cassa sfregiando un capolavoro o montando il destriero del Gattamelata.
Di sicuro questa autopromozione è stata approvata della sovra-intendenza di Roma e benedetta del sotto-segretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta: "Mi ha fatto l'onore di venire". Ed è forse tutto qui l'evento: un "sotto" che si crede "sopra", un favore promozionale spacciato per sapienza estetica, roba da chiamare la polizia del buon gusto, se esistesse.
Considerando che nella Roma di Alemanno i raccomandati "simpatici" sono battaglioni è possibile che questo nuovo buon gusto prenda piede nei luoghi e nei simboli d'arte e si faccia moda, con la complicità appunto tra il sotto e il sopra, tra la sotto-Italia e la sovra-Italia, tra il sotto-segretario e la sovra-intendenza.
Fonte: Francesco Merlo - Reppubblica.it

Veltroni a Bersani: "Primarie servono" E DI Pietro dà l''ultimatum' ai democratici

Walter Veltroni rilancia: "Il Pd non deve rinunciare ad avere grandi ambizioni, deve anzi tornare ad averle". È il "coraggio riformista" quello di cui l'ex segretario parla ieri sera alla riunione di Modem (Movimento democratico), la minoranza interna che fa capo a lui, a Paolo Gentiloni e Beppe Fioroni. E Veltroni ha insistito anche sulle primarie: non devono essere abbandonate, perché "sono percepite dai cittadini come parte integrante dell'identità del partito". Nella direzione, convocata da Bersani per il 23, questi nodi devono essere sciolti.
A tenere banco c'è comunque la questione delle alleanze. Per Fioroni il partito deve fare chiarezza: "L'alleanza va fatta solo con il Terzo Polo e individuando un nuovo Prodi che parli agli elettori moderati delusi". Non con Di Pietro, quindi.
Ma il leader dell'Idv, a sua volta, lancia un ultimatum: "Giovedì prossimo il Pd deve dire chiaramente con chi si alleerà, oppure noi di Italia dei Valori e Sinistra ecologia e libertà andremo avanti da soli". Antonio Di Pietro, ospite ieri di Repubblica Tv, invia un messaggio preciso al segretario dei democratici Pierluigi Bersani, che nei giorni scorsi aveva invece proposto un patto per il Paese a tutte le forze politiche, a partire dal Terzo polo di Fini, Casini e Rutelli.
"Rispetterò qualunque decisione - dice il leader di Idv - ma deve essere o un sì o un no. Non si può tenere un piede in due scarpe. Il Pd non può fare come l'asino di Buridano". Secondo Di Pietro, "il Terzo Polo non può stare con il Pd, sarebbe un'offesa alla storia e al programma perché la questione sociale e la laicità dello Stato sono temi che non possono essere racchiusi in una formula enigmistica "centrosinistra più Terzo Polo". Quelli non fanno la stampella ma si fregano tutto lo sgabello". Poi aggiunge: "Se dalla direzione del Pd verrà ancora ... una risposta incerta, noi e Sel partiamo per dire che vogliamo comunque rappresentare gli elettori del centrosinistra. A quel punto il Pd perderà la leadership".
Vendola ha già sfidato il Pd sia sulle primarie che sulla strategia delle alleanze. E ieri in tv su La7, rilancia: "È incredibile che Bersani possa pensare di costruire un'alleanza con Gianfranco Fini". Sull'ipotesi poi che il Pd rinunci alla primarie pur di dialogare con il Terzo Polo: "E' importante distinguere - ha spiegato - tra essere minoranza o essere minoritari, perché in quest'ultimo caso si tratta di rinunciare a combattere la battaglia per capovolgere i rapporti di forza. Non ho nessuna intenzione di tenere in trincea la mia verità. Dobbiamo insieme costruire un percorso per diventare maggioranza senza nasconderci che siamo di sinistra".
Fonte: Repubblica.it