giovedì 17 marzo 2011

Altro che Aventino: il Pd, le riforme e i no - di Gabriella Monteleone su Europa

Dalla riforma «epocale» alla «grande crociata». La prima, secondo i roboanti intenti dichiarati in questi giorni dal ministro Alfano, dovrebbe servire a realizzare «il processo giusto». La seconda, annunciata ieri insieme al ministro Brunetta con «50 milioni di euro di risorse fresche e nuove» gettate sul tavolo e 18 mesi di tempo, a «rendere efficiente il sistema giustizia» perché prevede l’attuazione di un piano straordinario per la digitalizzazione di un comparto in sofferenza. A Milano, ad esempio, che non è certo uno degli avamposti messi peggio, il registro generale dove vengono iscritti gli indagati non funziona: «Dopo l’apertura della prima schermata passano dieci minuti prima dell’apertura successiva » denunciava ieri in un convegno il procuratore meghino Bruti Liberati facendo immaginare così gli insostenibili ritardi nell’attività di magistrati, avvocati e forze di polizia. Seguiva la battuta, che tale poi non è: «La vera riforma epocale sarebbe proprio occuparsi di organizzazione ». Alfano ne è consapevole e conviene: «Bruti Liberati ha perfettamente ragione, l’aspetto organizzativo è fondamentale».
Ecco appunto. Che c’azzecca la riforma dell’assetto della magistratura? «La riforma della giustizia, anche affrontando ciò che non va nella magistratura, può essere tranquillamente realizzata con la legge ordinaria. Su questo terreno noi siamo disponibilissimi a discutere» ripete il responsabile del settore del Pd, Andrea Orlando. Il Pd non farà «alcun Aventino», ribadisce il vicesegretario Enrico Letta, «noi siamo il più importante partito di opposizione ed è in parlamento che daremo battaglia perché su questa riforma pesa come un macigno la logica revanscista del presidente del consiglio, il quale ha detto che ci fosse stata prima non ci sarebbe stata Mani pulite». Le sue proposte, il Pd, le ha già depositate: è un ampio ventaglio di riforme per snellire e semplificare le procedure ma anche per rendere effettivo e trasparente il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale individuando delle priorità affidate al «potere generale di programmazione dell’attività dell’ufficio» e non al singolo pm (non al parlamento come chiede la
maggioranza). Ma anche introducendo dei «moduli di flessibilità» nella valutazione dei reati tenendo conto, insomma, del rapporto costi del processo e benefici. Quanto al Csm: è proposta una nuova legge elettorale con più eletti e attenuazione della «influenza delle correnti nella designazione dei posti a concorso». Sì ad una sezione separata del Csm (con 9 e non più 6 componenti) per l’esercizio dell’azione disciplinare. Sì a nuove norme sull’incandidabiliità, anche alle regionali ed europee, delle toghe. Quindi affrontare il problema carceri ampliando le misure alternative e rivedendo «le norme sulla custodia precautelare e cautelare».
Al guardasigilli non manca il buon senso. C’è la mano tesa al Pd sul codice antimafia da fare «insieme»; parole e tempistica degli annunci dosati sempre con accortezza, come dimostra il piano per la digitalizzazione lanciato ieri che dovrebbe aiutare a sgombrare il campo dalle obiezioni mosse alla riforma «epocale» – e cioè che non arriverà alcun beneficio ai cittadini.
Peccato che la sua promessa di eliminare la norma transitoria dal testo sul processo breve, utile ai processi di Berlusconi, non abbia avuto seguito. Il Pdl non ha presentato alcun emendamento ieri. Il relatore Paniz assicura che lo farà ma, evidentemente, il segnale chiaro non si è ancora potuto lanciare. E comunque per il Pd «il giudizio negativo sul processo breve resta » perché manda al macero migliaia di processi. «Bisogna togliere dal tavolo leggi che epocali non sono» dice Orlando, come il testo sulle intercettazioni e quello che capovolge il rapporto tra pm e polizia giudiziaria.
Per ora prevale il non possumus.

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