lunedì 28 marzo 2011

Anche la pioggia - di Concita De Gregorio su L'Unità

Provate a immaginare un vostro nonno. Non dico uno di quelli che sono partiti per l'America con un posto ponte sulla nave, biglietto di sola andata. Anche un nonno che lascia il paese in Calabria per andare a cercare lavoro a Torino. Immaginatelo ragazzo. A diciott'anni, diciamo. Che tutta la famiglia per anni ha messo da parte quel che gli sarebbe servito a partire, pochi soldi e due vestiti. Che saluta con la valigia in mano la madre il padre i fratelli, gli amici e la ragazza che ama. Che non ha mai visto nient'altro che i campi attorno a casa sua, che ha paura, che non sa cosa l'aspetta, che va in un posto lontanissimo di cui non conosce bene la lingua, l'italiano, e dove fa freddo e non ci sarà nessuno ad aspettarlo. Però va perché non c'è altro da fare, perché i suoi genitori la sua famiglia tutto il suo mondo si aspettano questo da lui, che parta e trovi un lavoro e mandi a casa i soldi per campare, che sia la loro promessa di vita e la sua.
Secondo voi se vostro nonno, all'arrivo a Torino, alla stazione, alla fine di quel viaggio che sembra lungo giorni invece dura l’esistenza intera, se scendendo dal treno avesse trovato un funzionario con un foglio da firmare e cento lire in mano, uno che gli diceva “ti do questi soldi se torni a casa tua” lui sarebbe tornato? Io di mio nonno penso di no. Forse mi sbaglio, perché uno non sta mai davvero nella testa di un altro. Ma penso che gli avrebbe detto no, guardi, cento lire se le tenga non so cosa farmene: a me serve una vita. Lei ce l'ha una vita da darmi? Allora si sposti, scusi, che devo passare e cercarmela da solo. Con queste gambe e queste mani che son tutto quello che ho. Penso anche che uno che scende da una barca su cui ha attraversato il mare rischiando di morire e vedendo morire quelli attorno a sé sia anche meno propenso di mio nonno ad accettare 1500 euro in cambio della rinuncia alla vita che ha sperato. È un’offerta insensata e umiliante persino per chi la fa.
A volte basta poco per dire e proporre cose sensate, eventualità utilissima specie se il compito è quello di governare un Paese, lo dico pensando al ministro Frattini che immagina di risolvere il problema della fuga dal
Nord Africa mettendo in mano la mancia ai disperati che arrivano. Basta mettersi per qualche secondo, sforzandosi persino cinque minuti, nei panni di chi si ha di fronte.
Mettersi nei panni e ascoltare. Diranno che è un atteggiamento emotivo e non razionale. Difendo la razionalità delle emozioni, penso alla piazza di ieri. Chi non abbia ancora capito cosa muove la protesta per l'acqua pubblica (in specie quella sull'acqua, ma anche sul nucleare – di cui abbiamo moltissimo parlato in queste pagine – e sulla giustizia) non ha nessuna idea del paese in cui vive, della gente che lo abita, di cosa può accadere quando goccia dopo goccia si buca la pietra. C'è un film bellissimo, “Anche la pioggia” (Tambièn la lluvia, ne ho già parlato qui) che racconta della rivolta per l'acqua pubblica in Bolivia. Sì, sì, lo so. L'Italia non è la Bolivia. I disperati che muoiono in mare non sono i nostri nonni con la valigia di cartone. Però somigliano, a guardare da vicino e a trovare le analogie tra quel che cambia nel tempo che cambia. Gli uomini, alla fine e in ogni luogo, c'è qualcosa per cui sono disposti a morire. Per dar da bere ai figli, per farli nascere in un luogo dove possano crescere. Per ribellione all'ingiustizia. Per essere liberi di pensare e di parlare, persino, certe volte, alcuni.

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