giovedì 17 marzo 2011

Bassetti: «La mafia a Milano? Da anni» - di Mariantonietta Colimberti su Europa

Piero Bassetti
«Che la ‘ndrangheta sia arrivata a Milano l’ho detto vent’anni fa». Non è con la baldanza di chi sa di aver avuto ragione, piuttosto con la consapevolezza del peso delle proprie parole, che Piero Bassetti, ex presidente della regione Lombardia e della camera di commercio di Milano, oggi presidente dell’associazione Globus et Locus, risponde a Europa. In questi giorni è a Buenos Aires ma non gli sono sfuggiti gli allarmi lanciati, uno dopo l’altro, dalla Dia e da Mario Draghi.
Ieri i giornali erano pieni delle notizie sui 35 arresti avvenuti nel capoluogo lombardo e del quadro davvero inquietante emerso dalle indagini: un sistema diffuso che prevedeva pagamento del pizzo da parcheggiatori e commercianti, controllo del business di spedizioni, locali notturni, videopoker, incontri di boss all’interno di ospedali, sostegno a candidati regionali.
Il governatore Formigoni, il cui nome è comparso a proposito di un incontro con un indagato, ha minacciato querele.
Una situazione così grave da spingere il Corriere della Sera a un commento che suona come un j’accuse alle istituzioni lombarde per l’«indifferenza» e le «ambiguità» che «creano corsie preferenziali per il malaffare » e «favoriscono l’omertà ».
Quella di Bassetti è un’analisi complessa, che legge il fenomeno in connessione con le modifiche profonde avvenute nella società nel corso degli ultimi decenni. «Sono convinto che la mafia a Milano ci sia – spiega Bassetti – come sono convinto che la ‘ndrangheta abbia un approccio più insidioso di quello del passato e sia perciò molto difficile da localizzare e da estirpare. Penso che l’approccio tradizionale del “vade retro Satana” e del ricorso alla magistratura sia destinato a un successo soltanto parziale.
Potrà riservarci casi clamorosi, qualche volta anche la sensazione di aver messo a segno colpi importanti, ma personalmente ritengo che l’estirpazione del problema sia impossibile ».
Parole come pietre. Appaiono inappellabili. A cosa è dovuto tanto pessimismo? «Le mie sono convinzioni nate dall’osservazione di alcuni fenomeni sociali. Ci sono elementi che sorreggono le metodologie della mafia
che coincidono con acquisizioni della società moderna difficili da estirpare». Quali? «Il principale è quello che i sociologi hanno definito il “familismo amorale”.
Non v’è dubbio che con lo scadimento e il tramonto degli assoluti etici la dimensione familista, cioè della lealtà interpersonale come un apriori sostitutivo del diritto e dei rigidi codici morali, creano una condizione nella quale è molto difficile per lo stato di diritto operare. E se noi continuiamo a credere che la repressione attuata con i metodi dello stato di diritto possa raggiungere il risultato, sbagliamo».
Ma allora qual è l’alternativa? Bassetti parla di «moralizzazione », di «spiegazione», di «persuasione», parole che sembrano appartenere a un vocabolario lontano da quello delle procure e dei commissariati di polizia. «Una realtà particolarmente nociva – dice – è quella della perdita di fiducia della società formale, mentre nell’ambito delle società mafiose la fiducia esiste e contribuisce a dar loro una capacità di seduzione con cui bisogna fare i conti. Mi sembra, invece, che oggi si tenda a contare soltanto sulla repressione. Dobbiamo mettere a punto tecniche più penetranti, basate sulla persuasione ». Eppure, forse le associazioni di imprese, come Assoindustria, potrebbero adottare iniziative efficaci, come ha fatto il presidente di Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello.
«Certamente, in Sicilia sono in atto esperienze molto importanti, che rientrano nel discorso sull’educazione e sui comportamenti. Se ci pensa, sono fatti formativi».

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