venerdì 25 marzo 2011

Bersani, è ora di andare davvero “oltre” - di Lucio D'Ubaldo su Europa

Una discussione serena non può partire dalla negazione di un fenomeno diffuso, strisciante, insidioso, che segna l’esperienza del Partito democratico nelle sue diverse articolazioni, specie a livello territoriale. Il disagio esiste e produce guasti.
Può darsi che a sbagliare siano gli altri – quelli che abbandonano il nostro campo e scelgono strade diverse – ma continuare a destituire di significato l’emorragia di quadri dirigenti e militanti non è un esercizio di saggezza. Dentro questa crisi di appartenenza, infatti, si può scorgere in qualche misura la dinamica che spiega la perdita di consensi dal 2008 ad oggi.
Quando l’elettorato si assottiglia, fatalmente si assottiglia la rappresentanza politica che ne incarna i bisogni e gli interessi. Non ci siamo mai fermati a riflettere. A dominare è stato uno strano “principio d’indifferenza” per il quale, volta a volta, il dissenso e peggio ancora la rottura di gruppi o singole personalità sono apparsi in una luce flebile, senza perciò dispiegare una valutazione delle possibili conseguenze. Con l’andar del tempo è scattata una forma di assuefazione.
Quindi, in rapida successione, è andato affermandosi un brutto sentimento di fastidio: ora manca solo all’appello che gli episodi riportati dalla stampa siano pubblicamente classificati come esempi di speculazione interessata. Di questo passo siamo destinati a perdere il contatto con la realtà.
Il Partito democratico non è un’idea, ma un fatto. Nasce per dare all’Ulivo una dimensione più adatta alla competizione con l’aggregato conservatore e populista, puntando a realizzare maggiore stabilità nell’area
frastagliata del centrosinistra.
Privo di un’ideologia fondante, ha fatto del pluralismo una bandiera. In ogni caso, anche dopo la sconfitta del 2008 poteva continuare a proporsi come il partito del cambiamento, con una classe dirigente nuova e una nuova modalità di presenza, capace di elaborare una prospettiva di governo al di fuori della semplice ipoteca dell’antiberlusconismo. Bruciata sull’altare di un brusco ricorso alle primarie, era questa la speranza che la segreteria Franceschini aveva acceso.
Il disagio è figlio di questa delusione.
Mentre all’interno suona come critica del burocratismo di sinistra, all’esterno riecheggia come diffidenza e sospetto verso talune incongruenze dei governi Prodi (senza dimenticare la parentesi D’Alema). All’insofferenza dell’elettorato che vorrebbe superare l’attuale leadership di governo, ma non quel “centrismo” su cui ha fatto leva a modo suo la retorica di Berlusconi, si oppone l’immagine di un partito che fatica a scrollarsi di dosso il retaggio di una presunta vocazione al big government. Che tradotto significa, per il cittadino medio, alta spesa pubblica e tassazione facile. Bisogna trovare la chiave giusta da inserire nella serratura di questa opaca ostilità dell’elettorato.
Il cambiamento richiede soprattutto coerenza d’indirizzo politico. Cosa significa l’adesione alle scelte di politica internazionale, quando la vicenda della guerra in Libia rivela quanto meno l’impreparazione del governo? Come si fa a corteggiare Bossi sul federalismo, quando la linea della Lega mette a repentaglio simbolicamente e politicamente l’unità della nazione? Quali riforme, invece, contiamo di sposare nell’interesse del paese, quando la ripresa dello sviluppo e il rientro dal debito costituiscono il banco di prova della stessa opposizione? E, infine, che credibilità può venire a un partito a vocazione di governo, quando il suo insediamento elettorale si gioca tuttora nella conservazione di un blocco sociale corposo, ma minoritario? Ovvero, quando i ceti attivi e laboriosi non vi si riconoscono, anche perché storicamente protagonisti, in larghissima misura, di una tradizione di centro? In concreto, il cuore del problema sta nell’interruzione di una dialettica vera attorno alla sfida riformista, dove l’abbraccio delle diverse componenti di pensiero ha valore in quanto rappresenta il passaggio verso una proposta di un “nuovo centro dinamico” capace di promuovere l’alleanza maggioritaria del paese. E’ vero, senza il Partito democratico questa nuova maggioranza non esiste. Ma con un partito che si chiude in sé e ripudia la vitalità del suo pluralismo, sceglie di coltivare l’attivismo come surrogato della politica, arma la sua organizzazione e sguarnisce i rapporti con i mondi vitali, delegando ad altri la funzione di raccolta dell’elettorato intermedio, è più ardua la speranza di un futuro non solo senza Berlusconi, ma oltre Berlusconi.
Questo di più, che vogliamo chiamare “oltre”, per adesso campeggia solo sui nostri manifesti. Si tratta di far sì che non rimanga una testimonianza effimera, figlia della propaganda e non di una limpida strategia politica.

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