lunedì 21 marzo 2011

Col cuore gonfio - di Concita De Gregorio su L'Unità

Da 66 anni a questa parte non siamo mai stati così vicini dall’essere - l’Italia - un paese in guerra. Manca un passo, per giunta non nostro. Dipenderà, nelle prossime ore, dalle decisioni dell’America, della Francia e dell’Inghilterra, soprattutto dipenderà dagli umori del colonnello Gheddafi ed è questa una certezza che non lascia spazio a molte speranze. Gheddafi è un folle, ha i missili e probabilmente le armi chimiche, sta sotto i nostri piedi, a cento chilometri dalle nostre coste, sull’altra sponda del nostro mare. “Ci aspettano decisioni difficili”, ha detto ieri il presidente Napolitano che sa bene di cosa parla, a differenza della stragrande maggioranza degli italiani di guerre il presidente ne ha già vissuta una. Tutti gli altri, tutti noi, tutti coloro che sono nati dopo gli anni ‘40 non hanno idea. Le guerre, le bombe, i missili, le nubi, i cadaveri ai lati delle strade li abbiamo visti in tv e al cinema in così grande quantità e frequenza, veri o fiction che fossero, da essere convinti di sapere cosa siano. Invece no, non abbiamo idea. Prepariamoci a decisioni difficili dunque, sì, e ad affrontare - per quanto ne saremo capaci - giorni all’altezza di quelle difficoltà.
Prepariamoci a discutere di nuovo di guerra giusta, speriamo prima di sentirne il sibilo. Non si possono lasciare soli gli eroi del “nuovo risorgimento del mondo arabo”, per usare le parole di Napolitano, certo che no. Non si possono celebrare i nostri ventenni di centocinquant’anni fa e ignorare i loro ventenni oggi. Questi di cui ci raccontano Umberto de Giovannangeli e da Bengasi Gabriele Del Grande: “Ballano, corrono, cantano e sparano in aria. Sono i ragazzi della rivoluzione. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha appena approvato la risoluzione sulla no fly zone. In strada si sono riversate migliaia di automobili. I ragazzi cantano “Irfaa raskum anta libi”, alza la testa sei un libico. I miliziani di Gheddafi continuano indisturbati a colpire i civili. In piazza ci sono migliaia di persone pigiate una contro l'altra”.
Bisogna stare con loro quali che siano gli interessi economici, militari, strategici delle superpotenze, quali che siano i reali argomenti che muovono gli Usa e la Nato, e tutti sappiamo bene quanti e quali siano,
questi argomenti. Quanto specifici possano essere riguardo alla Libia. Difendere la democrazia, ammesso che sia possibile, sta di solito in fondo alla lista. A parole in cima, nella sostanza in fondo. Le guerre, sempre, muovono l’economia di chi le fa. Però certo la lotta al dittatore, il sostegno ai risorgimentali arabi accendono gli animi e le passioni: la ragione, anche. Sono una causa nobile e giusta. Dunque l’Italia è pronta, metterà a disposizioni basi e forze armate. Ha votato, solo la Lega ha fatto ostruzionismo: la seconda occasione persa, in due giorni, di stare dalla parte del Paese.
Resta molto timore del prezzo che noi e solo noi italiani potremmo dover pagare per la rapidità con cui il nostro presidente del Consiglio - ora detto “Betty” dalle sue amiche a pagamento - sia passato dal baciamano all’elmetto. L’amico Gheddafi, solo oggi riscoperto nemico, potrebbe risentirsene in forma personale: la categoria del tradimento, ai suoi occhi, potrebbe comprendere l’Italia intera. Un motivo in più per andare a questa guerra col cuore gonfio, e per dolerci con noi stessi - noi italiani - per aver lasciato così a lungo e così disastrosamente le sorti del Paese nelle mani di un venditore di menzogne mascherato da statista.

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