giovedì 17 marzo 2011

Cosa succede senza il nucleare - di Maurizio Ricci su Repubblica

E adesso? Se il dopo Fukushima, come dopo Cernobyl, inaugurasse una seconda era postnucleare, il mondo sarebbe destinato ad una paralisi, per giunta buia, fredda e intossicata da petrolio e carbone? In realtà, anche se molti sostengono che l'atomo sia una scelta conveniente, nessuno ha mai detto che si tratta di una strada obbligata. La quota del nucleare nell'offerta di energia mondiale è relativamente contenuta. Oggi è al 16 per cento. In Italia, se l'Enel realizzasse le quattro centrali che ha in programma, passeremmo da zero al 12-13 per cento. Ma, nel mondo, concordava la maggior parte delle previsioni, prima di Fukushima, la quota dell'atomo doveva rimanere più o meno quel 16 per cento, a meno di una drastica svolta nella lotta all'effetto serra. E, allora, il "rinascimento nucleare" di cui si parla, ormai, da tempo?

In larga misura, consiste, più che nell'allargamento del numero complessivo delle centrali, nella sostituzione dei vecchi impianti, costruiti negli anni '60 e '70. La storia dell'energia dei prossimi anni, dicono anche le compagnie petrolifere, sarà il boom delle fonti rinnovabili. Ormai, pannelli e turbine non sono più giocattoli, ma costituiscono mega impianti, in grado di rivaleggiare, per elettricità fornita, con le centrali tradizionali. Un gigante del petrolio, come la Bp, prevede che, nel 2030, la quota delle rinnovabili, nell'offerta di energia, sarà pari a quella del nucleare.

Tuttavia, quel sesto di energia mondiale, oggi fornito dall'atomo, è una massa cospicua e rimpiazzarlo non sembrerebbe semplice. Invece, negli ultimi mesi, si sono accumulati studi e rapporti che indicano l'obiettivo di un'energia, tutta (o quasi) rinnovabile, escludendo anche il nucleare, come perfettamente possibile, senza intaccare il nostro tenore di vita. Lo dicono ambientalisti come Wwf e Greenpeace, ma anche seri e autorevoli istituti come McKinsey, una delle più grandi società di consulenza del mondo. Il difetto di questi rapporti è che pongono l'obiettivo al 2050, un po' in là, rispetto ai problemi di oggi. Il problema,
tuttavia, non è tecnico. Anche se salti tecnologici (come l'introduzione delle pellicole, al posto dei costosi pannelli fotovoltaici o di specchi piatti, anziché concavi, nelle centrali termosolari) darebbero un'ulteriore spinta alle energie alternative, quei rapporti fanno i loro conti sulla base della tecnica attuale. Le scelte decisive sono, soprattutto, politiche e, dunque, potrebbero essere accelerate. Del resto, anche per avere l'elettricità nucleare, in Italia, dovremmo aspettare il 2025-2030.

Di quali rinnovabili stiamo parlando? Gli esperimenti in corso sono molteplici: onde, maree, correnti, calore della terra, salinità del mare. Di fatto, le tecnologie consolidate sono tre: il solare (nelle due forme dei pannelli fotovoltaici e delle centrali a concentrazione, che producono vapore con il calore del sole) e l'eolico. Tutt'e tre devono il loro sviluppo agli incentivi pubblici. Ma anche il nucleare (sotto la forma di garanzie sui prestiti o di prezzi garantiti) e, in molti paesi, gli stessi combustibili fossili godono di agevolazioni a vario titolo: le polemiche fra i due schieramenti sui rispettivi aiuti pubblici raggiungono periodicamente punte al calor bianco.

In ogni caso, una gigantesca conversione da gas, carbone, petrolio e nucleare a sole e vento sarebbe tutt'altro che gratis. L'Energy Report del Wwf calcola una spesa di mille miliardi di euro l'anno. Sembrano, in realtà, di più di quanti, in effetti, siano. Una buona parte di quei soldi dovrebbe andare a migliorare l'efficienza nell'uso dell'energia. In particolare, a realizzare l'isolamento termico degli edifici che, probabilmente, andrebbe fatto comunque. E il grosso del resto a costruire centrali, che andrebbero, anch'esse, costruite comunque, tradizionali o meno. Gran parte del parco impianti, almeno in Occidente, è infatti costituito dalle centrali, a carbone o nucleari, costruite nei primi decenni del dopoguerra, che stanno raggiungendo la fine della vita attiva. Da questo punto di vista, le decisioni che verranno prese, nei prossimi tre-cinque anni, sul tipo di centrali da costruire (tradizionali, nucleari, alternative) saranno determinanti nello stabilire il futuro dell'energia mondiale.

Nel dibattito, sarà determinante il problema dei costi. La gigantesca distesa di turbine a vento, che il governo di Londra conta di installare al largo delle coste inglesi, ha un costo più o meno pari a quello di centrali nucleari di pari potenza. Il motivo non è che le turbine costano quanto i reattori. Ma che una centrale atomica produce energia 24 ore su 24, sette giorni su sette, mentre una centrale eolica ne fornisce, mediamente, per un terzo del tempo possibile: dipende dal vento che c'è. La volatilità delle forniture è, oggi, il maggior ostacolo allo sviluppo delle energie alternative. Le compagnie elettriche hanno difficoltà ad aprire le proprie reti ad una quota superiore al 20-30 per cento di rinnovabili, perché non sono sicure di avere quell'energia, se ne avessero bisogno. Il tasso di incertezza si sta, in realtà, riducendo. Oggi, le previsioni meteo consentono di accertare, con 18-36 ore di anticipo, la situazione del sole e del vento. Gli sviluppi tecnici, nel caso delle centrali solari a concentrazione, permettono, inoltre, di immagazzinare energia sempre più a lungo, anche dopo il calar del sole. Ma, fino a che non ci saranno batterie da caricare, quando, di vento o di sole, ce n'è troppo e da svuotare, quando ce n'è troppo poco, le fonti alternative sembrerebbero destinate ad aggiungere la propria elettricità alle fonti tradizionali, piuttosto che a sostituirle.

A meno, come nei rapporti circolati in questi mesi, di pensare in grande. In fondo, se non c'è vento o sole qui, c'è, probabilmente, due baie più in là. Oppure, in Africa o in Scandinavia. Desertec è un gigantesco progetto che prevede di mettere insieme l'elettricità prodotta da centrali solari in Africa ed eoliche nel Nord Europa e distribuirla, poi, in tutto il continente. E' l'idea della Superrete, un pool europeo di energia, in cui scambiare le forniture delle diverse energie alternative. Ma si può pensare anche più in piccolo, a condizione di accettare qualche compromesso. Lo hanno fatto ambientalisti pragmatici, come quelli di Worldwatch. Secondo il suo presidente, Christopher Flavin, il vero ponte ad un futuro dell'energia, tutto fonti alternative, è un combustibile fossile: il metano.

Il gas, al contrario del nucleare, produce anidride carbonica - e, dunque, effetto serra - anche se in misura inferiore a carbone e petrolio. Negli ultimi anni, una serie di modifiche alle tecniche di estrazione lo hanno reso, a sorpresa, economico ed abbondante. Flavin sottolinea che una centrale a gas costa circa un decimo di un equivalente impianto nucleare. Può essere di dimensioni ridotte. Soprattutto, al contrario di una centrale atomica, che deve essere permanentemente in funzione, possibilmente al massimo della capacità, può essere facilmente spenta, accesa, o marciare a basso regime. Il complemento perfetto, secondo Flavin, per una centrale eolica o solare, a cui subentrerebbe, fornendo energia, nei momenti di caduta di produzione.

Niente di tutto questo, giurano gli autori dei rapporti sul futuro all'insegna delle fonti alternative, inciderà sul nostro tenore di vita. Del resto, già oggi, se ristrutturate casa, dovete montare finestre isolanti. E, con la tariffa bioraria, vi conviene metter su la lavatrice di sera o nel week end, quando la domanda di elettricità è più bassa. Meno i rapporti sono disposti a giurare sull'entità delle bollette. Ma, con o senza il nucleare, è difficile non pensare che le bollette, comunque, saliranno: l'era dell'energia a basso costo, per il futuro prevedibile, è esaurita.

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