mercoledì 23 marzo 2011

Federalismo municipale, istruzioni per l’uso - di Enrico Borghi su Europa

Il tema del dimensionamento degli enti locali infiamma nuovamente la discussione politica. Il governo, nel decreto sul cosiddetto “federalismo municipale” (che sarebbe davvero più opportuno definire di “autonomia comunale” come suggerisce il presidente della corte costituzionale), prefigura per i piccoli Comuni un futuro di sostanziale inedia.
Non avendo accettato gli emendamenti che ne riconoscono la specificità territoriale (montana in primo luogo), ne affida il futuro ad un generico e fumoso fondo di perequazione del quale sono del tutto indistinti i contorni, e per il quale non è difficile scorgere l’impossibilità a garantire un riequilibrio generalizzato.
Il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani ha inserito il tema del riassetto degli enti locali nel suo “Patto per la riforma repubblicana”, sottolineando l’esigenza di procedere alla riduzione del numero delle province e all’accorpamento e all’associazionismo dei piccoli Comuni.
Quasi contemporaneamente, il segretario della Cisl Bonanni, ha affermato che in Italia il numero di Regioni ed enti locali è eccessivo per governare le dinamiche territoriali dello sviluppo e per garantire servizi pubblici in maniera efficace.
È presumibile che queste siano solo le prime avvisaglie di un dibattito destinato ad ospitare ancora più voci, man mano che il processo di riorganizzazione “federalista” del paese proseguirà.
È quindi opportuno, e forse necessario, mettere in fila qualche istruzione per l’uso. La prima, essenziale nell’approcciarsi al tema del riordino istituzionale è semplice: il Comune non è un centro di costo dello Stato centrale ma, al contrario, la prima forma di sussidiarietà verticale.
È una comunità primaria e una cellula politica, prima ancora di essere cellula amministrativa. E questa comunità, che trova nel Comune la sua organizzazione esponenziale, non è una creazione dello Stato, ma al
contrario ha una sua forza originaria, una sua autonomia e una sua libertà innata. Se non ci capiamo su questo, rischiamo tutti di andare fuori strada! I diritti insiti delle comunità primarie che si strutturano nella forma “Comune” si inseriscono nel disegno dello Stato, il quale – riprendendo un immagine di Luigi Sturzo – «è nato peraltro dalla unione dei Comuni», e lo stesso Comune deve aver coscienza che di fronte a tali diritti esso stesso conosce un limite. I diritti di autonomia e di libertà delle comunità primarie, infatti, appartengono ad esse, e il Comune ne gode in quanto proiezione delle medesime, non in quanto soggetto sovraordinato alle comunità.
È un filone di pensiero, questo, che sancisce il fatto che un organismo “superiore” non può violare mai i diritti di quelli “inferiori”. Esso parte da Antonio Rosmini, e si è sgranato nella storia dell’Italia che quest’anno festeggia i 150 anni della sua unità con i contributi alti di Carlo Cattaneo, Gaetano Salvemini, Luigi Sturzo, fino ad arrivare alla formulazione dell’articolo 5 della Costituzione, secondo cui la repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali e attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo e che venne definito da Alcide De Gasperi il cuore stesso della Carta costituzionale.
Se ripartiamo da qui, il dibattito sul futuro degli enti locali in Italia può indubbiamente incanalarsi su un binario corretto.
Se si ritiene, ad esempio, che il dimensionamento comunale oggi sia un ostacolo all’abbinata “sviluppo e servizi di qualità” occorre allora una politica coerente e precisa, fatta di incentivi e di sostegno alle scelte di cooperazione comunale fino alla progressiva fusione, che deve avvenire però non con l’editto centralista, ma per l’autonoma scelta delle popolazioni locali attraverso soluzioni di partecipazione democratica e di consultazione elettorale.
In Svizzera, patria del federalismo, fanno così da anni, facendo convivere piccoli e piccolissimi comuni con altri che negli anni sono andati via via raggruppandosi tra loro per poi fondersi sulla scorta di scelte di lungo periodo, discusse in maniera trasparente di fronte all’opinione pubblica con riserve finanziarie e fiscali certe e garantite.
In Italia, invece, troppo spesso si sente in molte posizioni il retrogusto di una concezione dello Stato come suprema e assoluta realtà, unica fonte di eticità che in tal modo giustifica la propria ingerenza anche negli aspetti più minuti. E di fronte a questo retrogusto è bene vigilare, se vogliamo far sì che le riforme siano davvero tali, anziché trasformarsi in una regressione della nuova legislazione che riporti i Comuni ad una sorta di decentramento burocratico e amministrativo che assomiglia più allo Stato del principe di Salina che a un’Italia moderna.

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