martedì 22 marzo 2011

Il Belpaese si scopre diplomatico di Ilvo Diamanti su Repubblica

La guerra è arrivata. A due passi da noi. Perché la Libia è proprio lì, appena al di là delle nostre coste. Lo sapevamo da tempo che il Nord Africa è in ebollizione. La Tunisia, l'Egitto, oltre all'Algeria. E poi la Libia. Ma fino a ieri avevamo immaginato - voluto immaginare - che si trattasse di "fatti loro". Movimenti, rivolte perfino rivoluzioni che esplodevano al loro interno. Ci sentivamo coinvolti anzitutto e soprattutto per le conseguenze sui flussi migratori. La prima - l'unica - preoccupazione espressa dal governo attraverso i suoi principali esponenti, all'inizio. Per gran parte degli italiani, però, si trattava - si è sempre trattato - di avvenimenti lontani, che interessano mondi lontani. Nel tempo e per cultura. Dunque: lontani e basta. Non importa che siano a un passo da noi. Noi li abbiamo sempre considerati "al di là del muro". Del nuovo muro che ci separa dai paesi più poveri. Di cui l'Africa costituisce il territorio più prossimo.
La comunicazione globale, paradossalmente, ha reso questi avvenimenti e questi luoghi più irreali. E più lontani. Perché le nuove tecnologie "hanno rotto il diaframma tra il tempo e lo spazio" (come ha osservato Innocenzo Cipolletta nel suggestivo, e quasi profetico, Banchieri, politici e militari, Laterza editore). Così le
distanze e le differenze sfumano. Lo tsunami in Giappone, la rivoluzione che scuote la Tunisia e l'Egitto. Le
ribellioni in Algeria e in Bahrain. E la rivolta in Libia. Tutto scorre sotto i nostri occhi, senza soluzione di continuità. È lo spettacolo della realtà. Che diviene per questo irreale, come un reality. Così abbiamo tardato a capire. A renderci conto che in Libia stava scoppiando una guerra. Che ci avrebbe coinvolti. Inevitabilmente.
La Libia. Un tempo "colonia d'oltremare". La quarta sponda. A noi appare la regione di un universo parallelo e irreale. Come il suo sultano, Gheddafi. Quello che è venuto in Italia, anche di recente, con al seguito una carovana di cammelli e centinaia di vergini da convertire. Quello che si è accampato nel centro di Roma,
allestendo una tendopoli reale. Non può essere veramente reale. Anche se noi, ormai, non ci stupiamo più di nulla. Il "nostro" sovrano, d'altronde, ci ha abituati a uno stile di governo disinibito. Abolendo i confini tra comunicazione e realtà. Tra spettacolo e politica. E sui media la nostra politica estera - come, in parte, quella interna - è personalizzata e insegue Berlusconi, le sue relazioni private, i suoi affari.
La guerra. Fino all'ultimo, abbiamo preferito non crederci davvero. Ci siamo finiti in mezzo in modo quasi inconsapevole e involontario. Come spesso è avvenuto in passato. L'Italia: una portaerei, una base strategica, in posizione strategica. Fino alla caduta del Muro: avamposto lungo il confine orientale. Oggi: piattaforma nel cuore del Mediterraneo, zona critica del nuovo dis-ordine globale. Gli italiani non vogliono la guerra. Come la popolazione di tutti i paesi, d'altronde. Ma gli italiani in modo ancora più determinato. Senza rivisitare i luoghi comuni della nostra storia, a partire da Machiavelli, basta fare riferimento ai tempi recenti. L'atteggiamento nei confronti dell'intervento in Afghanistan, prima, e in Iraq, dopo. La schiacciante maggioranza dei cittadini contrari, senza se e senza ma. Pacifisti, per convinzione (anche per il peso della tradizione cattolica). Ma anche per sensibilità e timore. Personale e familiare. (I sondaggi hanno sempre sottolineato l'avversione significativa da parte delle donne e delle madri.) I nostri governi, anche per questo, hanno mostrato grande riluttanza nei confronti degli interventi armati. Senza, peraltro, evitare di parteciparvi. Costretti da ragioni geopolitiche e dai legami internazionali. Così, hanno seguito gli alleati nelle loro imprese, agendo "a supporto", in nome dell'impegno "umanitario" e a sostegno della pace. Tuttavia, è difficile affiancare eserciti in guerra in nome della pace. È difficile trattare in modo umanitario chi ti combatte, chi ti considera un esercito di occupazione. Così ci siamo trovati in guerra senza dirlo, senza deciderlo. Circa 8 mila militari impegnati nel mondo. Quasi metà in Afghanistan. E abbiamo celebrato e pianto, come eroi di pace, i nostri militari morti in zone di guerra. Con lo stesso atteggiamento ci siamo accostati al conflitto esploso in Libia. Contro il tiranno che abbiamo accolto come alleato e amico - non solo Berlusconi, anche i governi che l'hanno preceduto. Ma nessuno, prima, gli aveva baciato la mano con la stessa cordialità "guascona" del Cavaliere.
Oggi siamo l'avamposto strategico da cui partiranno gli attacchi al regime del Raìs. Decisi e guidati da Francia, Gran Bretagna e Usa, dopo la risoluzione 1973 dell'Onu. L'Italia si è adeguata. Fornisce le basi, è pronta a inviare i suoi aerei. Mentre gli italiani continuano a esprimere il loro dissenso verso l'intervento bellico. Anche in questa occasione. Come evidenzia un sondaggio svolto una settimana fa da Lapolis dell'Università di Urbino, nell'ambito di una ricerca sull'immagine della politica estera italiana, curata da Fabio Turato. Otto italiani su dieci (il 77,9%, per la precisione) ritengono che, per risolvere la crisi libica, converrebbe insistere con l'azione diplomatica. Ed evitare la via militare. Anche se l'Italia poco ha fatto in questo senso. Non ha imposto una soluzione diplomatica e, come altre volte - più di altre volte - si trova coinvolta in una guerra. Quasi per caso. In contrasto con la volontà di gran parte degli italiani. Una posizione che solo la Lega (insieme ai giornali di destra) ha sostenuto fino in fondo. D'altronde - come è solito ripetere il sociologo Paolo Segatti - la Lega è un partito radicalmente "italiano". Senza una specifica caratterizzazione geografica. Riproduce il "senso comune" nazionale, segnato dalla sfiducia nelle istituzioni, nelle regole pubbliche. Dalla tentazione di costruire piccole patrie, marcare i confini ed erigere muri. Vecchi e nuovi. Per difendersi dal mondo. Oggi: dal Maghreb e, soprattutto, dalla Libia. Ma il "localismo" nell'era della globalizzazione non allontanerà la Libia. Non ci allontanerà dalla guerra.

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