venerdì 25 marzo 2011

In movimento per costruire l'Italia del futuro - di Enrico Letta sull'Unità

Ogni giorno, in Parlamento e nel Paese, lavoriamo alla fine del berlusconismo. Non più di quattro mesi fa, per la prima volta in quasi due decenni, quest’eventualità sembrava imminente, una questione di ore. Oggi, alla luce dell’esperienza della fiducia di dicembre, sappiamo non solo che Berlusconi è ancora lì, a dispetto diunamaggioranza molto meno stabile di prima, ma anche che la sua uscita di scena sarà tormentata e difficilissima. Sarà qualcosa di simile alla caduta del Muro di Berlino: impatto immediato ma impossibile da valutare nella sua portata complessiva, incertezza, conseguenze destabilizzanti per tutti. Il parallelismo tra l’epilogo dell’epopea berlusconiana e la conclusione della guerra fredda non è così azzardato come sembra, benché la metafora, applicata all’alfiere nostrano della retorica anticomunista, possa suonare paradossale, quasi beffarda. C’è piuttosto, in questa associazione di idee, la constatazione realistica degli effetti pervasivi, e difficilissimi da smaltire, degli ultimi vent’anni sulla storia del Paese. Berlusconi è entrato nella mente e nella pancia degli italiani, di quelli che l’hanno votato e di quelli che l’hanno contrastato con esiti più o meno efficaci. Ha condizionato la cultura, l’economia e la società; ha influenzato il modo di costruire il consenso e quello di gestire il potere;ha inquinato l’etica pubblica e la morale privata. L’elenco è infinito. Ribadirlo punto per punto oggi non significa alimentare l’ossessione antiberlusconiana fine a se stessa, che tanto male ha fatto (e continua a fare) al centrosinistra italiano. Vuol dire, al contrario, avere piena contezza di quello che ci aspetta. Perché per gestire bene l’”Italia del dopo” dobbiamo prepararci per tempo, evitando la tentazione, comoda ma suicida, di restare fermi a guardare il lento tramonto di un progetto politico legato a doppio filo alle sorti del suo inventore e “padrone”. È l’errore per tornare al parallelismo con l’’89 che fece la Democrazia Cristiana di Forlani nei primissimi anni Novanta. Intorno alla DC c’erano i cocci di un sistema di
potere frantumatosi in tutta Europa sull’onda dei suoi stessi fallimenti e dell’impatto delle rivoluzioni liberali inaugurate dal nuovo corso del Cremlino. Nella testa di molti dei dirigenti di allora l’illusione di sopravvivere, senza colpo ferire, alle conseguenze che la fine del bipolarismo internazionale avrebbe comportatonello scenario politico italiano e internazionale. Come andò successivamente lo sappiamo bene. Il combinato disposto della caduta del Muro e di Tangentopoli portò giù tutto e coincise con la fine della Prima Repubblica, decretando la morte o la trasformazione dei partiti esistenti e spalancando le porte al berlusconismo e all’ascesa progressiva della Lega. Così dell’ottimismo forlaniano e delle illusioni democristiane non rimasero che le scenografie consumate di congressi scanditi da toni trionfalistici e da analisi frettolose. In Italia e nel mondo crebbe l’instabilità, aumentarono le sfere d’influenza, ripresero corda,dopodecenni, il populismo e i movimenti nazionalisti. Per questo chi vinse, e di buon diritto, la guerra fredda, ha dovuto poi ammettere che, per “vincere” anche la pace, bisogna sempre mettersi in discussione, immaginare nuovi modelli di sviluppo e di partecipazione politica, sciogliere per tempo i nodi rimasti irrisolti in precedenza solo perché “congelati” da altre emergenze e priorità. Èesattamente sulla base di queste considerazioni che abbiamo organizzato, con l’Associazione TrecentoSessanta, la II edizione di NordCamp, la manifestazione annuale in programma da oggi a sabato in Lombardia, prima a Monza e poi sul Lago d’Iseo. In agenda dibattiti e relazioni su quello che ci aspetta una volta terminato il berlusconismo: dalla giustizia all’informazione televisiva, dal rapporto tra sviluppo e territori alle specificità locali, dal ruolo del PD agli scenari politici più generali. Il tutto con la voglia di partire dal Nord, roccaforte dell’asse Lega-PDL, per ragionare sull’Italia di domani, con l’intenzione poi di tradurre queste riflessioni in tanti appuntamenti regionali nell’ambito di un tour in giro per il Paese che si concluderà, alla fine dell’estate, con unnuovo appuntamento nazionale a Bari, Sud Camp 2011. Sullo sfondo, sempre, la costruzione del “futuro”. A ben vedere, è la parola che Berlusconi pronuncia da qualchemesemeno di tutte le altre, schiacciato com’è dal contingente e dalla quotidiana amministrazione dei suoi tanti guai, che sono personali e politici al tempo stesso. Noi, oggi, dobbiamo e possiamo restituirle centralità e soprattutto riscoprire l’umiltà di metterci in discussione perché non possiamo più stare fermi. I problemi che dovremo affrontare sono talmente complessi che non basta togliere di mezzo Berlusconi per risolverli. Servono, al contrario, coraggio, capacità di visione, rifiuto di ogni istinto di conservazione. Se, come io credo, il vero cambiamento siamo noi, dobbiamo dimostrarlo da subito.

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