mercoledì 23 marzo 2011

L'urlo dei precari: «Basta, il nostro tempo è adesso» di Luciana Cimino su L'Unità

Si dice che i trentenni italiani debbano riprendersi il futuro. Ma il presente? Sono giornalisti, operatori di call center, architetti, ricercatori universitari, artigiani dello spettacolo, insegnanti. E sono precari. Nella professione e nella vita. Chi è sottopagato, chi deve dipendere ancora dai genitori, chi fugge a malincuore all’estero per vedersi riconosciuti studi e talento.
Una «condizione insostenibile» secondo il comitato “Il nostro tempo è adesso”, che meritava una reazione: una grande manifestazione il 9 aprile a Roma, con la speranza che altre città seguano l’esempio.

All’appello (www.ilnostrotempoeadesso.it) hanno aderito volti noti come gli attori Valerio Mastandrea e Jasmine Trinca, il sociologo Luciano Gallino, l’astronauta Umberto Guidoni. Ma soprattutto hanno aderito precari di tutti i settori, una delle parti più vulnerabili e più ignorate di questo paese. Scorrendo il lungo elenco delle adesioni troviamo infatti individualmente e collettivamente precari della ricerca, universitari, i sindacalisti della campagna “Non + disposti a tutto” della Cgil, ma anche operatori di call center, portuali, avvocati, gli stagisti della “Repubblica degli stagisti” e tanti giornalisti, sia a titolo personale che organizzati come il Coordinamento Giornalisti precari Campania o come Errori di Stampa, analoga struttura nata da poco ma molto attiva sul territorio capitolino.
E poi gli operatori dello spettacolo. Tra di loro Ilaria Di Stefano, organizzatrice teatrale di 32 anni: «la mia è una vita precaria. Ho una laurea, un master, ho vissuto all’estero ma non serve a niente in Italia, nessuno ti riconosce i meriti». Racconta che lavorare «senza arrivare mai da nessuna parte è come sentirsi congelati; nessuno riconosce la dignità del nostro lavoro». Per questo ha sposato l’appello: «siamo arrivati a un punto
che la nostra generazione non può accettare nient’altro».
La mobilitazione è urgente perché la questione non è solo lavorativa: « La precarietà per noi si fa vita- si legge nell’appello - assenza quotidiana di diritti: dal diritto allo studio al diritto alla casa, dal reddito alla salute, alla possibilità di realizzare la propria felicità affettiva. Soprattutto per le giovani donne, su cui pesa il ricatto di una contrapposizione tra lavoro e vita».
«La generazione dei trentenni raramente si è manifestata in modo collettivo – nota Claudia Pratelli, del comitato organizzativo - nella nostra generazione l’idea dell’azione collettiva ha perso appeal rispetto a quella della salvezza individuale, che magari contrattando con il tuo capo potevi ottenere condizioni migliori, ma ormai è chiaro che questa cosa non funziona. Il passaggio che fa questa manifestazione e che bisogna continuare a fare dopo è di mettere in rete le realtà di lavoratori che si sono costituite sul territorio, dai call center ai giornalisti: tutti condividono le stesse insopportabili condizioni di vita».
Ma la manifestazione vuole anche riappropriarsi del discorso intorno la precarietà: «il dibattito pubblico è monopolizzato dagli scandali sessuali del premier e quando si parla di precariato lo fa chi precario e giovane non è, Istat e Almalaura hanno dato un quadro ma siamo oggetto di un discorso fatto da altri, parliamo invece ora in prima persona delle nostre vite inutilmente faticose».
Anche il titolo della manifestazione, Il nostro tempo è adesso, è un programma. Anzi, è il programma: «Abbiamo titolato sul presente perché sul futuro si fanno grandi retoriche ma oltre al futuro c’è un altro tema che è quello dell’oggi. Tanti trentenni non hanno una vita degna. Cosa bisogna aspettare ancora?».

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