giovedì 10 marzo 2011

Se il fine vita diventa merce - di Gianclaudio Bressa su Europa

Friedrich Carl von Savigny scriveva che la morte quale confine della capacità giuridica è un evento naturale talmente semplice da non rendere necessaria, al pari della nascita, da parte del diritto, alcuna più esatta determinazione dei suoi elementi.
Ma oggi al diritto si chiede di misurarsi con istanze profondamente diverse, radicalmente nuove. C’è, parafrasando Heidegger, da chiedersi quale sia il ruolo del diritto nell’età della tecnica, che si caratterizza per l’enorme progresso e le straordinarie potenzialità che le nuove conoscenze e applicazioni mettono a disposizione degli uomini e per il fatto che questo progredire avviene in concomitanza con quella che Engelhardt chiamava la fine delle grandi narrazioni morali, con il conseguente sgretolarsi delle comunità monoetiche, in cui esisteva una sola idea di bene per tutti i membri. La quasi onnipotenza tecnica non può convivere, per dirla come Jonas, con la quasi vacuità dei limiti. Porli spetta al diritto, facendo attenzione che questa ansia di giuridicità non sconfini in una giuridificazione totalizzante dell’intera esistenza dell’uomo. La pretesa, che l’uomo, che vive questo nostro tempo, dovrebbe avanzare, è che il diritto sia in grado di garantire, insieme e oltre le regole, autentici spazi di autonomia: deve esigere dal diritto una prestazione tra autorità e libertà.
Questo è il contesto, nostra è la responsabilità di fare una legge. Ma allora cominciamo a capire di quale diritto stiamo parlando; con il testamento biologico non si tratta di scegliere un diritto a morire con dignità, bensì il suo esatto contrario: il diritto di poter scegliere la vita che si vuol continuare a vivere, quando ci si dovesse trovare in uno stato di incapacità; diritto a una vita degna anche quando si è incapaci. È questo un tema di una delicatezza assoluta, cristallo puro; per non appannarlo o peggio infrangerlo, c’è bisogno di definire un metodo, un approccio culturale inequivoco. Personalmente mi riconosco in Aldo Moro quando dice che «il tema dei diritti è centrale nella dialettica politica. Di fronte a questa fioritura, la politica deve essere
conscia del proprio limite, pronta a piegarsi su questa nuova realtà che le toglie la rigidezza della ragione di stato per darle il respiro della ragione dell’uomo».
La ragione dell’uomo, la dignità dell’individuo come persona, la solidarietà nei confronti degli altri uomini come appartenenti ad una comunità, questo è in gioco, non altro. Per questo non convince la legge, al voto alla camera, perché al centro di essa non c’è il respiro della ragione dell’uomo, c’è il dogma di quella che per la maggioranza di Berlusconi è la verità, che deve vincere, non convincere, affermarsi come fine attraverso lo strumento democratico della legge del parlamento; è la tirannia dei valori, descritta da Carl Schmitt, per la quale, la libertà puramente soggettiva di porre valori, senza più il limite reale del testo costituzionale, conduce inevitabilmente ad una lotta eterna dei valori e delle concezioni del mondo, a una guerra di tutti contro tutti.
Piegare il testo costituzionale a mero alibi nella lotta per un valore, non riconoscere ad esso alcun ruolo di limite, significa privare la Costituzione della sua unità di senso. Fare una legge sul testamento biologico e farla bene è un compito arduo: è un istituto nuovo che proietta l’autonomia del soggetto sulla sua sfera personale e non più soltanto su quella patrimoniale ed è funzionalmente rivolto alla (auto) regolazione, per il tempo della sopravvenuta incapacità, di propri interessi e diritti fondamentali.
Il testamento biologico non serve a dire cosa sia la “vita” dal punto di vista del medico, bensì cosa sia la “vita” per il paziente. Per questo la Dichiarazione anticipata di terapia (Dat) è cruciale, perché la manifestazione della propria volontà è il veicolo attraverso il quale il soggetto disponente pianifica non solo le proprie cure, ma rende noto quale sia la sua personale concezione dell’identità e della dignità umana rispetto alla vita in malattia e in incoscienza.
Il contenuto della dignità di una persona sta nelle sue convinzioni, nella sua cultura, nella sua fede, quindi, quando la Costituzione pone come limite il rispetto della persona umana, non c’è volontà parlamentare, anche unanime, che possa sostituirsi alla volontà del singolo, perché vorrebbe dire negare il senso del diritto che è strumento a servizio dell’uomo e non viceversa.
Quando la tecnica consente di varcare il sottile confine tra l’essere e l’esistere si è costretti ad interrogarsi sul significato ultimo della sofferenza e del vivere. E allora si capisce che la vita non è solo idratazione o alimentazione, ma è sentimenti, affetti, amore condiviso e vissuto insieme, è carità, carità nel senso originario recuperato da San Paolo nella prima lettera ai Corinzi: «E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne ma non avessi la carità, non sono nulla».
La decisione di come vivere la propria fine della vita spetta alla persona, ai suoi cari, alla famiglia, mai allo stato. Ma proprio per questo la laicità nel legiferare non è una scelta personale ma una condizione insuperabile, anche per questo parlamento.
Facendo politica da cattolico democratico ho imparato che laicità è responsabilità personale, non pregiudiziale, ancoramento alle situazioni, non manipolazione delle esigenze, ricerca incondizionata del socialmente utile e delle soluzioni rette dei problemi di fondo della comunità nazionale, non dell’interesse di parte.
Quella che abbiamo da votare non è una legge che si possa decidere a colpi di maggioranza, ma soprattutto non è merce di scambio per riconquistare una credibilità etica, morale e politica, definitivamente compromessa. Prima di fare questa scelta scellerata il parlamento rifletta, è ancora in tempo per farlo.

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