giovedì 17 marzo 2011

Siamo federalisti, diciamolo - di Luciano Pizzetti su Europa

La settimana scorsa, sulle pagine di Europa, Oriano Giovannelli ha affermato che il decreto sul cosiddetto federalismo municipale «genera un federalismo malato, che viola pesantemente i contenuti della legge delega 42/09, una buona legge ampiamente disattesa». Condivido questo giudizio politico. Chiedo: perché non abbiamo votato a favore della legge delega? Abbiamo largamente contribuito a scriverla. Modificandone ampiamente l’impianto originale. Proprio in quel voto positivo mancato, che avrebbe concorso a migliorarla ulteriormente, stanno le contraddizioni che offuscano la nostra elaborazione.Emergono le nostre reticenze politiche. Tutte le nostre incompiutezze culturali. Che ci costringono nella via di mezzo. Senza poter evocare la passione del cambiamento.
Il federalismo come paradigma di trasformazione della repubblica.
Ciò che è seguito a quel voto, i vari atteggiamenti e comportamenti manifestati sui quattro decreti approvati, lo abbiamo motivato con ragioni di merito.
Anche ottime ragioni. Come immagino saranno quelle che metteremo in campo sui decreti che seguiranno.
Il merito, però, è una verità parziale. Figlio di quella via di mezzo. Della commistione tra contenuto e manovra. Del tipo: Bossi ti voto il federalismo se molli Berlusconi. Gettando così un’ombra sul lavoro e l’elaborazione importanti compiuti in passato dal centrosinistra in tema di riforma costituzionale e federalismo.
Siamo così poco conseguenti da essere incoerenti. Dunque politicamente impercettibili.
Nel 2001 il centrosinistra, dopo ampio dibattito con tutti i soggetti interessati, riforma in chiave federalista il Titolo V della Costituzione. Spinto da eventi politici che generano quella tensione riformatrice capace di sovrastare la lentezza, il timore, la pigrizia.
Qualche mese dopo il centrosinistra difende nel referendum quella riforma. Il popolo italiano l’approva a grande maggioranza. Il nuovo articolo 119 della Costituzione, letta nelle piazze d’Italia sabato
scorso, è figlio nostro. Poi il centrodestra, passando per la baita di Lorenzago, percorre la via della devolution.
Nel 2006 si tiene un nuovo referendum. Il centrosinistra si mobilita contro la devolution. In nome del federalismo. Per la seconda volta a grande maggioranza il popolo italiano accoglie le nostre ragioni. La bandiera della Lega è stata prima la secessione, con o senza le armi di Gheddafi. Poi la devolution. Mai il federalismo. Perché, agli occhi degli italiani, noi che eravamo per il federalismo appariamo centralisti, mentre la Lega che era secessionista è una sorta di consustanziazione federalista? Com’è potuta accadere questa traslazione degli opposti? Penso proprio a causa della nostra incompiutezza riformista. Per non avere mai affrontato in profondità le ragioni della crisi dello Stato, tra i confini europei, nel tempo della globalizzazione. Più mondo, più Europa, più comunità.
Questa prospettiva era una delle essenze del Pd.
Sin qui inevasa. C’è sempre stato qualche “ismo” che ci ha impedito il coraggio della profondità. Pur nella felice intuizione del Pd. Sino al berlusconismo. Passando per il leghismo. Ora che il berlusconismo volge al tramonto è tempo di ripartire da là. Vuole il Pd collocare tra le sue ragioni fondanti la nuova repubblica? Nell’anno del 150 anniversario dell’Unità d’Italia, vogliamo uscire dal campo della politica per mettere in campo la Politica? Un’idea (ri)fondativa delle ragioni dell’unità che muova dalla società, dalla sussidiarietà, dalla responsabilità, dalla condivisione.
Dalla democrazia fiscale premessa di uguaglianza.
Da istituzioni autorevoli, condizione di buona salute democratica. Dallo stato dove diritti e doveri si equivalgono, garanzia di libertà. Da partiti non partitocratici.
Per incarnare «la Costituzione più bella del mondo ».
Il federalismo virtuoso. Non l’arrocco leghista.
Sfidando la Lega sul terreno del cambiamento. Anche approfondendo il giudizio su quel partito ormai seminazionale, fuori da superati cliché. Riprendiamoci parole e bandiere. Le nostre incertezze hanno indirettamente concorso ad alimentare l’idea malvagia del conflitto nord-sud, impedendoci di declinare un moderno patto di cittadinanza. Ci siamo fatti offuscare dal velo di egoismi nascenti e abbiamo perso di vista l’idea del patto tra produttori. Spesso non abbiamo riconosciuto il nesso tra solidarietà e legalità, smarrendo il senso comune. Discorrevamo, con scarsa considerazione, del nostro essere minoranza culturale nel nord per fingere di non esserlo nel Paese. Il federalismo è una via per riprendere il cammino. Il cammino del Pd non della Lega. Un’opportunità per il cammino nazionale degli italiani nella nuova Italia.
È la carta che muove il mazzo. Una nuova consapevolezza ho finalmente colto nelle affermazioni del segretario sul tema. Oltre la tecnicalità del merito.
Oltre la furbizia dell’ammiccamento. La medesima consapevolezza sarebbe utile si esprimesse nell’approccio al decreto sul federalismo fiscale regionale.
Ora che è provvisoriamente passata l’iniziale paura delle elezioni, si sente vociare di congresso. Per fare cosa? La solita, poco appassionante, discussione di posizionamento sul futuro che vorremmo e non costruiamo mai? Meglio sarebbe discutere del progetto per l’Italia. Discutere e scegliere. Pezzi ce ne sono.
Dalle assemblee di Varese e Roma sono venuti. Anche dal Lingotto. Occorre comporre il puzzle seguendo il filo logico del cambiamento. Del rinnovamento culturale.

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