venerdì 11 marzo 2011

Smettiamola di inseguire Fini - di Giorgio Merlo su Europa

Giorgio Merlo
Il capitolo delle alleanze è nuovamente al centro del dibattito politico. Nel Pd, nel centrosinistra e anche nello schieramento di centrodestra.
È appena il caso di ricordare che alle prossime amministrative la Lega Nord si candiderà con il Pdl solo nelle grandi città lasciandosi le mani libere in tutti gli altri comuni per evidenziare che anche nel centrodestra non mancano le novità. Ma, per fermarsi al campo del centrosinistra, non possiamo non soffermarci attorno ad alcune questioni che vanno sciolte al più presto se si vuol ridare slancio e vigore allo stesso progetto politico del Pd.
Innanzitutto il perimetro politico della futura alleanza di governo. È vero che il confronto si è snodato attorno alla cosiddetta “fase emergenziale” che richiede, nel caso, eventuali risposte emergenziali. Ma l’emergenza, come tutti sanno, non può essere duratura e permanente e non può diventare la stella polare del Pd. Non si può costruire una coalizione credibile se è dettata dalla sola emergenza. Ora, per uscire dalla metafora, è indubbio che l’epilogo della stagione berlusconiana richiede strumenti adeguati e ricette credibili e il più possibile condivise ed ampie. Ma se il governo di centrodestra prosegue e se la legislatura si avvia, seppur stancamente, alla sua fine naturale, il centrosinistra e il Pd in particolare non possono aggrapparsi alla sola strategia dell’emergenza.
Anche perché è difficile modulare una iniziativa politica dettata solo dall’emergenza o dalla denuncia della latitanza democratica della maggioranza di governo. Se questo è vero, è indubbio che il Pd deve apprestare una strategia politica di lunga gittata capace di costruire una prospettiva credibile, duratura e solida. E la vera sfida continua a essere quella di dar vita ad una alleanza di centrosinistra, riformista e democratica, in grado di guidare il cambiamento e la “rinascita” del nostro paese. Altroché le critiche di Fini e del suo partito. È ora di smetterla di inseguire un personaggio che è stato sodale di Berlusconi per oltre 16 anni, che ha avallato tutte le scelte del suo principale azionista, che dice – adesso – di essere contro Berlusconi ma non antiberlusconiano e che nutre – da autentico ex missino – una profonda avversità culturale e politica nei confronti dei partiti e
della coalizione riformista incarnata dal centrosinistra.
Non possiamo costruire una prospettiva politica credibile con queste premesse e poi anche farci irridere dai Della Vedova e dai Briguglio di turno. Il popolo del centrosinistra è paziente ma non può sopportare la permanenza di un eterno “cartello elettorale” per battere Berlusconi destinato a sciogliersi come neve al sole appena si trova a gestire la fase del governo. Abbiamo già archiviato la stagione dell’Unione carica di contraddizioni e ricca di estremismi che tutto poteva inaugurare tranne declinare una seria cultura di governo. L’auspicio, oggi, è quello di non peggiorare ulteriormente la situazione con l’innesto non solo delle formazioni comuniste non pentite, ma anche e soprattutto di partiti che alternano improvvise vocazioni riformiste con la nostalgia della destra post missina e repubblicana.
Probabilmente, è arrivato il momento di lanciare un progetto politico autenticamente riformista e democratico – e il Pd lo sta preparando con dovizia e lungimiranza – che non cada nelle contraddizioni del contingente e che non si fa condizionare dai posizionamenti strumentali di chi interpreta e pratica la politica come un eterno gioco tattico e trasformista.
Ecco perché, allora, il Pd adesso deve riorientare la sua bussola politica e strategica. Bersani in questi mesi si è mosso con equilibrio e buon senso. Certo, la quotidianità non poteva, e non può, essere completamente elusa. Ma neanche possiamo piegare la realtà ai nostri desideri. La richiesta di andare subito al voto anticipato farebbe gioco al paese, e forse anche al Pd e all’intero centrosinistra, ma non è la prospettiva perseguita dal centrodestra attualmente al governo. E ripetere all’infinito che le elezioni anticipate sono sempre dietro l’angolo è un gioco che si può permettere qualche commentatore politico, ma è un esercizio proibito per un partito, soprattutto quando è la principale forza di opposizione e declina una vera cultura di governo. E la scommessa, quindi, è quella di mettere in cantiere la vera “squadra” che si candida a governare l’Italia dopo la lunga e contraddittoria stagione berlusconiana.
Una squadra che si chiama coalizione riformista; una squadra che si può etichettare come centrosinistra; una squadra, infine, che non vive alla giornata alla ricerca di qualche buontempone che un giorno ti esalta e il giorno dopo ti espelle. Un lavoro, certo, che richiede pazienza, disponibilità al confronto senza pregiudiziali ideologiche o politiche e la volontà di privilegiare i contenuti e i programmi. E il Pd deve porre al centro della sua azione politica la costruzione di un progetto di governo che non ceda ai massimalismi di turno. Non possiamo permetterci il lusso di sbagliare per la seconda volta. Il grande risultato delle elezioni del 2008 fu anche il prodotto, però, di una situazione emergenziale – quella sì fu vera emergenza – dettata dalla fine prematura del governo Prodi a cui seguì la strategia della cosiddetta «vocazione maggioritaria».
Ora non possiamo replicare. E l’unica alternativa oggi possibile, e praticabile perché realistica, è quella di dar vita ad una vera coalizione di governo. Autenticamente di centrosinistra e visibilmente riformista. Ogni altra ipotesi resterebbe legata alla contingenza del dibattito politico e rischierebbe di ingenerare solo confusione e disorientamento tra i militanti e nello stesso elettorato. È meglio evitarlo prima che sia troppo tardi.

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